GIANCARLO A. NICOLINI

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1 GIANCARLO A. NICOLINI Stagione calcistica '87-88 & Campioni del Mondo! Una superflua (ma più che adeguata ) prefazione. Alcuni mesi or sono mi apparvero in sogno cinque grandi artisti: Nando Martellini, Nicolò Carosio, Gaetano Scirea, Ferenc Puskàs ed il mio defunto analista: discutevano di calcio, di vita, di morte e mi coinvolsero sì ch'io fui sesto tra cotanto senno. Al termine della visione onirica una voce mi ordinò: Giancarlo, scrivi tutto: la gente deve capire che i sogni possono essere profetici. Sono nati così questi due racconti che si integrano, e che hanno il sapore della vera profezia (solo nel momento in cui si realizza possiamo definire vera una profezia che ci riguarda...). Purtroppo non ho potuto fare a meno di includere, in queste cronache sportive, contenuti a sfondo psichiatrico, ma in fin dei conti dalla vita ho imparato che è decisamente meglio ch'io mi occupi di psichiatria, piuttosto che la psichiatria si occupi di me. Forse sbaglio, ma considero scrittore l'artista che si guadagna da vivere scrivendo e considero lettore chi ha la capacità di leggere l'anima ed il cuore di chi produce un testo. Posso perciò affermare con certezza di non essere uno scrittore. E' difficile incontrare dei lettori ma le vie del Signore sono infinite e non escludo a priori la possibilità di un incontro con qualcuno di voi, non so come ma non lo escludo, ed anzi farò del mio meglio perché ciò avvenga all'interno di un poligono di tiro. Desideravo tanto partecipare al Bancarella Sport con queste due storie calcistiche ed inviai il pdf ad editori cristiani: sei superficiale e sposi poche tesi ; agli editori pagani: sposi troppe tesi e sei superficiale ; agli editori islamici: sposi tesi blasfeme e la tua superficialità ti preclude attentati terroristici. Agli editori a pagamento bastavano dei soldi, ma io non ne avevo perché avevo dato tutto a poveri che rendono poveri (i poveri che rendono ricchi esistono). Niente Bancarella Sport, quindi. L'aspetto positivo della cosa è che non proverò rabbia o tristezza per non essere stato selezionato dalla giuria del premio: collezionare da giovani impegnative diagnosi psichiatriche rende, nel tempo, almeno un poco saggi (e nel mio caso addirittura meritevoli di non meno impegnative diagnosi neurologiche). L'introduzione alla lettura - onanistica e triste come tutte le prefazioni a cura dell'autore - si chiude così: solo per scrupolo aggiungo che i fatti e i personaggi delle storie sono fiori inventati e solo successivamente trapiantati nel verde campo della cronaca nera, sportiva e rosa. Se Dante Bertoneri e Fabrizio Vignali passassero di qua, li saluto con affetto.

2 Dedica: Giulia, amore mio, il sale del mare e delle lacrime ha qualcosa di sacro, ma non è un pensiero mio. Sono contento però perché riesco a farti ridere, e Khalil Gibran no. Giancarlo. Una specie di giustificazione. La stagione calcistica pone in seria difficoltà un narratore poco meno che mediocre quale io realisticamente ritengo di essere. Mi domando, in prima battuta, se il titolo che ho scelto convenga alla serie di pagine che nel tempo ho affastellato; mi chiedo, successivamente, se davvero ho scritto un lungo racconto, o diversi racconti o semplicemente una elaborata mail maldestramente inoltrata a destinatari ignoti, i quali la filtreranno inevitabilmente nella spam. Insomma, nel breve volgere di un paio di riflessioni mi accorgo che l'agguerrita squadra avversaria (un vero e proprio Real Madrid composto di ragionamenti) mi ha già stretto a ridosso dell'area di rigore. Fortunatamente arriva, liberatorio, il soccorso di un esperto centrale il quale, come i liberi vecchio stampo tutta grinta e concretezza, spazza via senza remore il pallone in tribuna, e poi il triplice fischio del direttore di gara stabilisce che la partita è giunta al termine. Non saprei dire chi abbia vinto, perso o pareggiato l'incontro. Decida chi legge: ho solo fatto del mio meglio per non tediare nessuno, e per confondere qualcuno: se non vi sono riuscito, pazienza. Di fame e di guerra si muore, ma alla noia certamente è possibile sopravvivere. Fischio d'avvio. Nella stagione calcistica i bambini non giocavano con la play station perché ancora nessuno si era assunto l'arduo incarico di rimbambirli mediante realtà virtuali confezionate appositamente per lasciare liberi i padri di andare a giocare a calcetto e le madri di uscire con le amiche; il subbuteo godeva sempre di una certa popolarità; il calcio balilla non aveva ancora la sua nazionale paralimpica e noi andicappati non ci chiamavamo diversamente abili ; il quarto uomo era una figura non prevista dal regolamento sportivo; l'area tecnica per l'allenatore non era stata disegnata; i sensori sulla linea di porta non li fantasticava nemmeno Aldo Biscardi; il numero delle sostituzioni era limitato, rispetto ai giorni nostri; i punti in caso di vittoria erano due. L'elenco storicocomparativo potrebbe protrarsi se solo non mi procurasse cefalea ad irradiazione nucale od olocranica. Comunque le regole cambiano, e calcio magister vitae come sosteneva un vecchio e saggio latino vissuto prima di calciopoli. I giocatori, se la memoria non mi inganna, credo si tatuassero molto meno di oggi, mentre Roberto Pruzzo aveva già lanciato la moda di esultare sbandierando la maglietta: lo fece giustamente dopo un

3 gol rifilato alla Juventus. Purtroppo la storia dell'esultanza post goal ha conosciuto negli anni eccessi e pagliacciate alle quali sarebbe pura utopia pensare oggi di porre un limite. I miei contorni di tifoso, nella stagione 87-88, erano già nerazzurri. La fede calcistica, come quella religiosa, si trasmette in famiglia, ed io crebbi in un ambiente altamente calcistizzato. Uno dei miei fratelli molto maggiori, od entrambi (loro sì che potevano guardare la televisione sino a tarda ora ed esultare giubilanti al punto di turbare i miei sonni di bambino, durante Italia Germania quattro a tre...) dovranno certamente avermi reso testimonianza a proposito dei lanci millimetrici di Luisito Suarez, delle serpentine di Sandrino Mazzola, delle punizioni a foglia morta di Mariolino Corso o delle fughe sulla fascia destra di Jair da Costa, perciò nella stagione calcistica ero già un interista maturo e critico, come la stragrande maggioranza degli interisti. In quella stagione però mi appassionai anche al team della mia città ed alle vicende sportive dei ragazzi di Franzon : squadretta tosta, la Massese dell'ottantasette-ottantotto... Ma che c'entra Pablo? La stagione calcistica '87-'88 comincia nel '69-'70, forse prima. Scritto così può sembrare bizzarro, ma non ha importanza. Nel '69-70 a Pablo si stavano spalancando le porte di una luminosa carriera professionistica nel campionato maggiore in qualità di mediano dalle spiccate doti offensive in fase di ripartenza (allora ripartenza era un vocabolo ignoto nella sua accezione pallonara : Arrigo Sacchi giocava da difensore nei dilettanti, col Fusignano, e ancora non aveva seminato la sua parola, perché anche il calcio vive di parole che ne scandiscono il tempo e ne plasmano dall'interno, modificandola impercettibilmente ma inesorabilmente, la storia). Pablo, il ventenne ossuto, arcigno e dal collo taurino, al ritorno dagli allenamenti prima di rincasare, passava sempre, per abitudine e nostalgia, dal campetto dell'oratorio che lo aveva visto crescere. Era un mito per tutti quei bambini. Lo divertiva guardare piccoli giocatori nascere: appese le scarpette al chiodo un domani lontano, chissà, avrebbe lavorato come osservatore per qualche club. Ultimamente però si era messo in testa di insegnare i fondamentali a Tony, un bambino di nove anni secco e rigido come uno spaventapasseri, sempre lontano dal centro dell'azione durante le caotiche partitelle dei coetanei dell'oratorio. Di quel bambino poteva dirsi tutto tranne che fosse un talento in erba. Ma Pablo era dell'idea che la testa fosse più importante del talento, ed adocchiò Tony anche per questo: perché era il più imbranato di tutti e lo sentiva fratello. I bambini si affezionano a quegli adulti che, fratelli o meno, si impegnano a trasmettere loro qualcosa di vivo : gli istruttori e gli insegnanti di ogni ordine e grado dovrebbero essere consapevoli di questo e riconoscere l'importanza del loro ruolo di via maestra (o corsia preferenziale) che conduce i cuccioli d'uomo ad imparare l'impegno di vivere. Tony, le rare volte che il pallone capitava tra i suoi piedi, lo colpiva di punta (o pizza ) con la forza e la destrezza di una piccola mummia: e questo era tutto il suo armamentario tecnico. Quando venivano composte le squadre, il pizzaiolo (così lo avevano soprannominato, con sua immensa vergogna), rimaneva inevitabilmente l'ultimo ad essere chiamato da uno dei due piccoli, crudeli capitani. Tony, togli le scarpe, decise quel giorno Pablo. Devo rimanere scalzo!? Sei matto? Perché?, domandò Tony, impaurito più che meravigliato, all'idolo dell'oratorio (e tra non molto degli stadi). Perché il calcio si impara a piedi nudi, altrimenti si rimane pizzaioli, rispose Pablo.

4 La mamma mi sgrida sempre, a casa, se rimango scalzo, obiettò il bambino. A casa è un altro discorso. Non si gioca a calcio, in casa, spiegò Pablo, in modo abbastanza convincente. Il mediano dal glorioso futuro depose la borsa dell'allenamento ed anche lui tolse le scarpe, quindi condusse Tony davanti al muro (quello alle spalle di una delle due precarie porte del campetto a ridosso della chiesa) e, mani unite dietro la schiena, iniziò a colpire di piatto destro: due passetti avanti quando la palla rimbalzava, due passetti di nuovo, indietro, quando il pallone era stato toccato. Hai osservato bene? Adesso prova tu., disse Pablo nella veste per lui inedita di fraterno allenatore. Piatto destro, la lezione del primo fondamentale, fu un poco avara di soddisfazioni per Tony, il quale rimediò un bel mal di gambe ed un discreto mal di schiena, perché tra lui e la sfera di cuoio si era instaurata una forte inimicizia, ed il pallone tendeva sempre ad allontanarsi dalla giusta traiettoria muro-piatto destro e ritorno. Pablo, credo che non imparerò mai, asserì sconsolato Tony, al termine dell'esercitazione di quel pomeriggio. Ascolta little brother, devi sapere che io non sono un naturale ambidestro e faticavo parecchio col sinistro, alla tua età. E sempre alla tua età, mentre gli altri giocavano, qui all'oratorio, ho trascorso cinque mesi a colpire la palla solo di sinistro, e scalzo. Ore ed ore, solo di sinistro. Cinque mesi. Fu molto faticoso, faticoso e noioso, ma la testa è più importante del talento. L'impegno e la costanza danno buoni frutti, credimi. E ricorda: sei l'unico al mondo a sapere che non sono un naturale ambidestro, come scrivono i giornalisti. Non dirlo a nessuno, mi raccomando. Tony fu prima lusingato dalle parole (era l'unico a sapere che Pablo Collo non era un naturale ambidestro!), poi affascinato dalla lezione ed in ultimo convinto della strada da percorrere. Ma la sera a casa, prima di andare a letto, la mamma di Tony osservò uno strano rossore sul piede destro del figlio, e pretese, allarmata, delle spiegazioni. Sto imparando i fondamentali, mamma. Lo si fa da scalzi, si giustificò il ragazzino. Scalzo?! Non si sta scalzi! Non si sta scalzi in casa e a maggior ragione non si sta scalzi per le strade! Ci sono i vetri, i sassi, i chiodi! Si prendono le infezioni! Le infezioni!. Le infezioni. L'ampio sguardo che la madre di Tony apriva sul mondo non era distante da quello più ristretto che un infettivologo gettava attento sulla superficie di un vetrino coprioggetti del suo microscopio ottico. La terra vista dalla mamma di Tony era un pianeta abitato da virus, da batteri, ma soprattutto da pericolosissime infezioni. Pareva che solo i pizzaioli avessero qualche chance di sopravvivere ai terribili contagi... Dante: un Ligure-Apuano? I momenti calcistici dipinti dalla forza del Mito e deposti nel sepolcro della mia memoria sono parecchi, e molti di questi formano una piattaforma di ricordi che appartiene ormai al patrimonio collettivo di tutti gli italiani (Cannavaro che alza la coppa a Berlino, ad esempio, o l'urlo di Tardelli che si squarcia i polmoni al Bernabeu, dopo il secondo gol nella finale di Madrid). Da questo magico cilindro pieno di immagini ed eventi a me piace però estrarre un episodio molto meno celebre di quelli che ho appena ricordato e che vissi appunto nella stagione calcistica 87-88, un piccolo fatto legato alla Massese Calcio, che come ho già avuto modo di dire, in quella lontana annata mi aveva appassionato.

5 Lo stadio degli Oliveti (all'epoca agibile in tutti i settori) era stracolmo. I ragazzi di Franzon lottavano per promuovere in C1 ed affrontavano non ricordo con precisione quale altra squadra. L'incontro volgeva al termine e gli aquilotti, in vantaggio per uno a zero, stavano per portare a casa due punti fondamentali in quel momento della stagione. Stavano per... Questo facile imperfetto indicativo seguito da preposizione semplice non rappresenterà nulla per chi non ha mai provato cosa significhi attendere, col fiato sospeso ed il cuore fibrillante, che trascorrano più in fretta possibile la manciata di minuti che separano la squadra del cuore da una sofferta vittoria. La percezione del tempo in questo caso si dilata in modo straordinario, e l'angoscia dell'esserci che ne deriva può essere compresa intuitivamente, direttamente ed istantaneamente senza bisogno di leggere e studiare tutta quella roba che scrisse Heidegger nel millenovecentoventisette. Il tempo non passa mai, quando una vittoria è in bilico. Al tifoso non viene proprio in mente che il suo nervoso e parossistico contrarsi ed agitarsi nella speranza che l'orologio dell'arbitro acceleri, equivale a domandare alla Morte di affrettare i suoi passi. Uno di quei tifosi, quella lontana domenica della stagione calcistica 87-88, ero io. La squadra che non ricordo continuava a manovrare in attacco con una forza persistente, disperata, ed i nostri appena toccavano palla, sistematicamente la perdevano, e la perdevano purtroppo nella nostra metà campo. Dante Bertoneri, finalmente, entra col favore degli dèi in possesso del pallone sulla sinistra, addirittura in posizione di terzino! Dante avanza, avanza da solo sino a centrocampo. Avanza con quella sfera di cuoio che nasconde tra i piedi e che difende con una caparbietà ed una sapienza tecnica che nessun calciatore massese di alto livello ha mai posseduto. Il talentuoso centromediano è solo perché i compagni sono rimasti indietro, in pavido atteggiamento difensivo: è in questo preciso istante che Bertoneri, palla incollata sull'interno sinistro, dopo un dribbling alza la testa, guarda alle sue spalle ed urla ai suoi (accompagnando il grido con un eloquente, furioso gesto dell'avambraccio): Avanti! Andiamo avanti!. L'intero stadio, rabbrividendo, scattò in piedi vibrando di una voce sola che sapeva di riscossa e di liberazione: fu come se un tuono potente avesse rigenerato e ricompattato l'intera squadra. Il primitivo, selvaggio rito propiziatorio di quell'ovazione, successiva al ruggito dell'indomito Bertoneri, spinse gli undici aquilotti a concludere l'incontro in attacco. La partita finì: Dante, da solo, ci tenne in lotta per la promozione. La Massese guadagnò due punti, ma ad oggi l'unico massese che ha scritto qualche riga per trasmettere ai posteri il filmato di un gesto eroico di un vero discendente degli antichi guerrieri liguri apuani, è il sottoscritto. Tony: tecnica e tattica. Riproviamo un po' con questo piatto destro, bimbo?, chiese Pablo, già col pallone tra le mani, a Tony, dando per scontata una risposta affermativa. Forse è meglio di no, fu l'inattesa replica. Tony raccontò all'idolo dell'oratorio e di molti futuri stadi la storia della mamma, del piede rosso e, soprattutto, delle infezioni, le temibili e pericolosissime infezioni. Pablo rimase un tantino perplesso e la perplessità lo indusse a palleggiare: un palleggio di classe cristallina che si protrasse più di due minuti. Tony osservava in silenzio, ed un buon pittore che lo avesse voluto ritrarre in quei precisi istanti avrebbe portato a compimento il ritratto della Meraviglia. Ooooh! Non ti cade mai, quel pallone! Ma come fai?, ruppe infine il silenzio Tony

6 Meraviglia. Semplice: non temo le infezioni, brother, ribadì in rete Pablo con la palla appiccicata e sospesa al collo del piede sinistro e le braccia larghe a mantenere l'equilibrio. In tal modo la seconda lezione del fondamentale numero uno (piatto destro), pur con qualche residua remora, poté prendere il via. Al termine dell'allenamento però, ritrovandosi con l'interno del piede destro di nuovo arrossato, Tony pose al futuro campione una domanda che sapeva tanto di s.o.s e che richiedeva esplicitamente una scialuppa di salvataggio: Cosa dirò stasera alla mamma, quando vedrà il mio piede?. Seguimi rispose Pablo, con la scialuppa, e prendendo per mano, come un fratello, il ragazzino andiamo alla fontanella. L'acqua della fontanella era fresca da bersi e fredda per lavarsi, ma Tony accettò egualmente che il mediano dalle spiccate doti offensive gli massaggiasse, sotto il pungente gettito della fonte pubblica, il piedino arrossato, che cessò di apparire tale. La mamma non si accorgerà di niente, fifone..., dichiarò Pablo mentre asciugava, con un lembo dell'accappatoio che aveva estratto dalla sua borsa degli allenamenti, i piedi dell'apprendista giocatore. Non è bello imbrogliare la mamma. Non si dicono bugie alla mamma, pensò però il bambino. Lo pensò e lo disse, gettando inconsapevolmente una perpetua maledizione su tutte le madri passate, presenti e future che impongono la menzogna ai frutti del loro grembo. Tony, questa bugia è una piccola bugia. Ed inoltre non è nemmeno colpa tua, rassicurò il giovane calciatore. E' colpa tua?, chiese ingenuamente il pizzaiolo. No, non è nemmeno colpa mia. Diciamo che è colpa delle... infezioni, sentenziò il mediano, spedendo il discorso in fallo laterale. Da quel giorno Tony annaspò, nel profondo della sua intimità, nei gorghi di uno strano tipo di caos, un caos i cui vortici confondevano e mischiavano infezioni pericolose ed infezioni non pericolose. E' superfluo sottolineare che il nucleo di quel caos, l'anima di quella confusione altro non era che la vera ed unica infezione. Quella sì, davvero letale... Io, Dante e Gesù. Già, Bertoneri...Dante Bertoneri da Massa. Dante per me rappresenta e sostanzia, più che un ostacolo narrativo, un amaro e irrisolvibile enigma esistenziale. Lui, il più grande talento calcistico espresso dalla mia città, racconta al mondo una odissea insopportabilmente grottesca che nessun moderno aedo con un po' di sale in zucca si sognerebbe di andare in giro a cantare. Ma lo sapete o no che Bertoneri Dante a diciannove anni giocava titolare in serie A col numero dieci sulle spalle, mentre Beppe Dossena faceva la mezza punta? Se vi interessate di calcio è impossibile che non ne siate a conoscenza, così come saprete che lo stesso Bertoneri Dante da Massa giocò la trentaquattresima finale di coppa Italia contro la Roma (lui nel Torino) e la perse ai rigori (il suo rigore però, non lo fallì). I tifosi granata avevano costruito uno striscione appositamente per lui ( magic Dante, recitava), onore che era toccato solo a Pulici e Ciccio Graziani, non so se mi spiego. Dante arrivò sino all'under 21 di Azeglio Vicini. Poi una parabola discendente, veloce ed inspiegabile: un mistero agli occhi dello stesso giocatore, anche se qualche mal sopito rancore da questi nutrito nei

7 confronti dell'ambiente potrebbe fornire degli indizi. Indizi, ma nessuna prova concreta. Dante Bertoneri è finito abbandonato da tutti e sostiene di trovare un po' di conforto solo nella Fede nel Signore. Un Signore che è anche il mio Signore: abbiamo pregato e preghiamo nello stesso santuario, io e Dante, alla Madonna dei Quercioli. E quando Ti interrogo sulla questione e taci, Signore, non nego di arrabbiarmi un pochettino. Signore Ti chiedo Dante ha forse sprecato il talento che gli hai dato? Signore, lo vedi l'ex centrocampista alle cinque di mattina quando corre anche sotto la pioggia, la grandine, il vento, i tuoni ed i fulmini mentre nessuno sembra ricordarsi di lui, adesso che è un campione di fondo della sua categoria (i veterani)? Signore, Ti accorgi che quell'artista del pallone, da Te pensato da sempre, sta prendendo in considerazione l'ipotesi di intraprendere una nuova carriera come operatore socio-assistenziale? Gesù, io ho un grande rispetto per gli operatori socio-assistenziali e per le badanti, ma non potresti far sì che questo tipo di lavoro lo facesse, almeno qualche annetto, Mario Balotelli? (però Signore, se invecchiando dovessi necessitare di un badante, ti prego, se è possibile non mandarmi Balotelli: uno che si permette di gettare a terra - irritato per una sostituzione - la maglia nerazzurra nella semifinale di champions con il Barcellona, non lo tollero nemmeno a darmi una mano per il trasloco). Insomma, Signore Gesù, io non so cosa mi leghi con precisione a Tuo figlio Dante. Sua madre si chiamava Maria Luisa, come la mia, e forse entrambe hanno messo al mondo due teste, diciamo così, un pochettino troppo estrose : ci aiuteresti a non buttare più via quel mezzo talento che ci hai donato?. Una partita all'ippodromo. Se devo essere sincero sino in fondo, non posso nascondere che una giornata importante della stagione calcistica si giocò all'ippodromo di San Rossore, a Pisa. In quegli anni non esistevano ancora le sale giochi con le slot machines, si sognava il tredici al totocalcio, non erano vietate le sigarette nei locali pubblici ed all'aperto era impensabile vietare di fumare a chicchefòsse (a Massa, ad esempio, seguitava a svapare ed a rilasciare nell'aria ectoplasmi altamente tossici la ciminiera della Farmoplant: sarebbe stato necessario il disastro del luglio '88 - quando l'esplosione di due serbatoi di Rogor insetticida gettò nel panico un'intera provincia affinché quella fabbrica chiudesse). Nella stagione calcistica molte persone soffrivano, senza saperlo, di compulsione e dipendenza da gioco d'azzardo, ma nessuna legge obbligava ad esporre all'esterno delle ricevitorie l'avviso il gioco può creare dipendenza ed è vietato ai minori di anni 18. Nessuna campagna preventiva comunque, per quanto ne sappia, impedisce ancor oggi a tanti disperati di perseverare nel rovinarsi economicamente attraverso l'azzardo, anzi: l'offerta nel campo delle scommesse è senza dubbio molto più vasta oggi rispetto ad una trentina di anni fa. Una domenica primaverile del 1988 non ritenni opportuno volare ad Olbia per sostenere l'undici di Franzon ed optai invece per un distensivo pomeriggio ludico-ricreativo all'ippodromo di San Rossore. Scrittori americani alcolizzati e paranoici hanno costruito una bella porzione del loro mito appoggiandosi sul piedistallo di pagine molto seduttive riguardanti il mondo dei cavalli e della boxe, contribuendo a diffondere il modello post nichilista dell'uomo auto distruttivo felice nel demolirsi e beato nel demolire. Lungi da me perciò competere con Chinasky e compagnia brutta nel raccontare l'ambiente delle scommesse ippiche (in fondo incubi mal sognati). Non c'è niente di eroico nel perdere cinquanta, centomila lire (lire!...prodi era presidente dell'iri e del Trattato di Maastricht

8 non ne aveva ancora trattato nessuno), non c'è niente di magico nel buttare al vento del denaro in una serie di giocate sfortunate e non c'è niente di epico nel rifarsi nell'ultima corsa. L'epicità dell'ultima corsa in programma quella domenica, per me riguardava l'addio alle competizioni del miglior fantino europeo di tutti i tempi: Joe Wilson. Wilson aveva sempre centrato almeno un piazzamento in tutte le corse disputate nella sua lunghissima carriera: ce l'avrebbe fatta a concluderla vincendo? Il suo destriero, Sheraby, al tondino dava segni di inquietudine: chissà se Wilson lo percepiva, impegnato com'era a regalare i suoi ultimi sorrisi in sella ad un equino a noi, i sostenitori che facevano ressa appoggiati al recinto circolare di legno (il tondino). Decisi di non scommettere su nessuno. Soprattutto determinai di non scommettere su Joe Wilson perché mi ero reso conto che quel giorno era l'imbattuto cavaliere a scommettere su di me, e sugli altri, e sull'universo intero... Paaartiti!, annunciò infine, urlando dal megafono interno, lo starter... Sheraby, al primo giro, si ritrovava in coda, preceduto da altri sei purosangue. Una condotta di gara prudente. Wilson prese a risalire alla penultima curva del giro conclusivo e nei quattrocento metri della dirittura d'arrivo era preceduto da quattro cavalli. Ashanti, Behramy e Belsole Mas galoppavano all'esterno e sembravano facilmente attaccabili: dopo centocinquanta metri infatti, Wilson era già secondo. Paladini, il fantino in testa ed in groppa ad Algover, si stava palesemente drogando della sua propria adrenalina nell'immaginarsi primo davanti al grande Wilson, nel giorno in cui il famoso jockey dava l'addio alle corse. Wilson però incombeva da dietro e Paladini allora strinse leggermente verso l'interno dello steccato, a destra: una manovra un po' vigliacca per chiudere la rimonta di Sheraby. In quel momento a tutta la gente (tanta) che aveva scommesso su Wilson vincente si strozzò l'esultanza in gola a causa della evidente scorrettezza imposta da Paladini al suo Algover. A venti metri dal palo Wilson attaccò il legno: Quello è impazzito! Si frantuma la gamba contro lo steccato! Si sfracella!, gridavano gli appassionati. Ma Wilson non si frantumò nulla: appoggiato sul collo di Sheraby, sollevò la gamba destra al di sopra dello steccato e riuscì ad infilare Algover: vinse di mezza incollatura su Paladini, giungendo sospeso al traguardo, come un equilibrista circense, in bilico sulla staffa sinistra che pendeva sulla pancia di Sheraby. Applaudimmo per la durata del gioioso giro d'onore l'ultima corsa di quell'incosciente di Wilson, il quale si premurò di andare a stringere la mano a Paladini e lo volle con sé sotto la tribuna degli invitati speciali: in fondo la cattiveria di Paladini era necessaria al fine di dare il sapore del memorabile all'addio al galoppo del più grande fantino europeo di tutti i tempi. I fiori che volteggiavano dalla tribuna ad omaggiare l'inarrivabile Joe Wilson andavano a posarsi lievemente e senza saperlo, sopra il verde tappeto erboso calpestato con indifferenza sia dalla Gloria che dalla Rabbia... La Massese subiva invece una battuta d'arresto nella sua rincorsa alla promozione: i ragazzi di Franzon persero due ad uno in Sardegna, mentre Wilson scriveva la sua leggenda. Van Basten, Gullit e Maradona, nei medesimi momenti e in altri luoghi imprimevano sullo sport altre orme gloriose, altre leggende. Ma le leggende muoiono nascendo e nascono morendo. Tutto ciò mi rende ancora abbastanza triste: non sino alle lacrime, intendiamoci. Ma abbastanza triste, quello sì... Pablo è un osservatore? Pablo, dopo la seconda lezione sul primo fondamentale ( piatto destro ) aveva finto di non prestare troppa attenzione ai timori espressi dal piccolo fratello, quelli relativi

9 all'imbroglio tessuto ai danni della madre infettiva. Aveva simulato di non dare importanza alle preoccupazioni del bambino, ma in realtà l'attento scrutatore dei movimenti dei centravanti avversari si era istintivamente abituato a fronteggiare anche le manovre di disturbo degli attaccanti all'interno della sua serenità e di quella delle persone alle quali voleva bene e che marcava discretamente a zona. Perciò quando si trovò a ripassare dalle parti dell'oratorio si mise a sedere, in disparte, su di una panca di legno del giardino prospiciente il cortile dove i ragazzetti disputavano le loro partitelle pomeridiane ed evitò di attirare l'attenzione dei piccoli giocatori. Stette ed osservò. Si rese conto che stava osservando quando smise di osservare, e cioè quando la sua fantasia fu assorbita da una associazione di pensieri, i seguenti: Io guardo Tony ed i ragazzi. Il nostro Mister, durante la settimana, prima della partita ci fa visionare gli incontri della squadra che la domenica affronteremo. Chi o cosa dovrebbe osservare Tony?. Se mi fosse concesso di entrare in questo racconto adesso, domanderei a Pablo che differenza passa, secondo lui, tra un osservatore del cielo ed un osservatore di calcio. Lui forse risponderebbe che ogni osservazione è determinata dalle intenzioni e dalle finalità di chi esamina ed io replicherei che quello non è osservare, ma riempirsi gli occhi alla ricerca di qualcosa di utile. Pablo si direbbe d'accordo, ma esclusivamente per chiudere un discorso per lui di nessuna rilevanza. Pablo infatti osservava la partitella con la fraterna intenzione di trovare un mezzo idoneo ad aiutare quel ragazzino un po' troppo impacciato... Pablo, so bene che stai cercando il modo di dare una mano a quel bambino affinché cresca un po' più forte e sicuro gli direi in questo istante ma la tua osservazione calcistica non è sufficiente. Il tuo sguardo dovrebbe filtrare attraverso le mura della casa dove abita Tony (forse la conosci, Pablo, conosci quelle mura...). Dovresti per esempio vedere il pizzaiolo domenica prossima in occasione del grande pranzo del dì di festa. Ecco, lo vedi? Nella sala ampia chiacchierano e brindano i genitori (anche se sul volto del padre sembra, di tanto in tanto, calare un cupo, tetro ed immotivato sipario di silenzio...) i fratelli, la sorella ed il fidanzato di quest'ultima. Ogni due domeniche c'è un pranzo speciale, quando giunge il fidanzato della sorella più grande. Cosa dici, Pablo? Non vedi Tony nella grande sala? Non lo vedi perché lui sta mangiando al tavolo della cucina con la nonna analfabeta e non nella sala, forse perché i posti a tavola non sono sufficienti o forse perché la vecchia ed il bambino sono diversamente festivi ed a loro è destinato un pranzo parallelo, a parte (o in disparte). Qualcosa ti è un po' più chiaro ora, Pablo?, direi al mediano dalle spiccate doti offensive in fase di ripartenza. Pablo però è ancora immobile sulla linea dell'osservazione calcistica (all'interno di quell'area tecnica che nella stagione calcistica non era stata ancora concepita), e dopo aver notato di nuovo che Tony non è mai dentro la mischia, improvvisamente intuisce e realizza che a quel bambino gioverebbe parecchio segnare un bel goal. Ne sei certo, Pablo? Sei davvero un osservatore? Macchioline a Sarzana. Olbia era lontana ed ebbe la meglio l'ippodromo di San Rossore, ma allo stadio Miro Luperi di Sarzana invece volli andare, e mi sistemai nella gradinata (settore ospiti) in compagnia di un nutrito gruppo di miei concittadini. I ragazzi di Franzon dovevano strappare almeno un punticino per rimanere nelle zone alte della classifica. Sarzanese- Massese aveva l'aria di una partita facile e leggera, ma tutto ciò che ha un'aria facile e leggera (se conoscessi la fisica cercherei di trasformare il principio in legge) quando

10 meno ce lo aspettiamo è destinato a trasformarsi in qualcosa di difficile e pesante. Sull'uno a uno l'incontro si fece letargico ed anche il tifo si spense, quasi il pubblico fosse sovrappensiero. Io ad esempio stavo studiando che tipo di allenamento improvvisare il giorno dopo. Sì, perché nella stagione calcistica mi dedicavo già alla corsa di resistenza. Per riuscire in uno sport di resistenza sono indispensabili alcuni requisiti (che sono poi quelli che costruiscono anche i caratteri e le personalità resistenti ): ottimismo, autostima e tolleranza alle frustrazioni. Ho appena elencato le ragioni per le quali non solo non sono mai diventato un campione, ma non ho nemmeno preso parte ad una singola garetta amatoriale. Però continuo a correre, da solo. Perché correre è bello, sappiatelo voi che vi distruggete di cibo, alcol, fumo, droghe, libri e bricolage (le iniezioni di libri e bricolage fanno malissimo). Se solo conosceste, voi del bricolage, cosa significhi inebriarsi di ossigeno a pieni polmoni, passo dopo passo, falcata dopo falcata, e perdersi nel sentiero accanto ad un lago, o intorno ad un fiume o tra le segrete ombre dei pini scagliosi ed irti, restituireste immediatamente alla biblioteca quel micidiale saggio di Russi su D'Annunzio agonista e lo sport. Gesù, fa che quelle macchioline nella sostanza bianca dell'encefalo, quelle macchioline evidenziate dalla risonanza magnetica nel mio cervello quasi due anni fa, non comportino nulla di spiacevole! Fa ch'io possa dedicarmi almeno allo jogging per qualche altro anno ancora! Se invece, Signore Gesù, quelle macchioline significassero qualcosa di veramente serio, fa che riesca ad accettarle come una semplice brutta partita di un campionato ancora lungo! Se poi dovesse andare male male, ricorda almeno di non mandarmi Balotelli in qualità di badante... Ecco come procede il racconto di un narratore poco meno che mediocre, un narratore che intitola il suo lungo racconto La stagione calcistica e parte dall'incontro Sarzanese Massese, salta di palo in frasca scrivendo prima di corsa di resistenza, poi di macchioline e infine (per la seconda volta) del povero Balotelli, colpevole di aver gettato a terra e con irritazione la maglia nerazzurra, dopo una meritatissima sostituzione nella semifinale di champions col Barcellona. Il fatto è che allo stadio Miro Luperi, sul risultato di uno a uno (pareggio facile e leggero ) si abbatté improvvisa e raggelante una pallonata-siluro da trenta metri, imparabile, difficile e pesante del centrocampista Vignali: ho saputo recentemente che quel Vignali, che costò alla Massese una amarissima sconfitta, è parente del campione mondiale paralimpico di duathlon Fabrizio Vignali, uomo generoso e grande atleta resistente e resiliente. Campione paralimpico perché quelle macchioline significarono per lui, nel 2006, una brutta diagnosi: Sclerosi Multipla. Ma Fabrizio non si arrende, e Balotelli, Signore, mandalo pure da qualche altra parte a fare l'esperienza del badante. Il cerchio si è chiuso, o no? Tony conosce Facchetti (e viceversa). Nel '70 lo stadio degli Oliveti (aperto nel '60 ed ancora decoroso e ben tenuto: il tempo e l'incuria si sarebbero presi nei decenni a venire la loro rivincita...) fu teatro della storica impresa della promozione in serie B della Massese calcio. Non solo: la Nazionale di Valcareggi scelse l'impianto cittadino per un allenamento-esibizione che suscitò un gran clamore: in città non si parlava d'altro. Vuoi provare col piatto sinistro oggi, little brother?, suggeriva Pablo. Io tolgo le scarpe se tu mi porti a vedere l'italia di Facchetti, rispose il piccolo,

11 lanciando al mediano il guanto di sfida di un sottile ed infantile ricatto. Non posso. Giovedì a quell'ora sarò in palestra per il potenziamento, si giustificò Pablo, aggiungendo: Papà non può accompagnarti?. Papà si è ammalato, spiegò il bambino. Influenza?, si informò premurosamente il giocatore. Non lo so. Sta sempre a letto e quando si alza non dice una parola. Mamma è convinta che abbia preso qualche infezione, riferì Tony. Quella infezione i medici la chiamarono sindrome ansioso-depressiva (il termine disturbo bipolare doveva ancora essere coniato a beneficio dell'industria farmaceutica, psicosi maniaco-depressiva erano tre parole che incutevano spavento mentre gli artisti e le persone chic erano titolari del singolare privilegio di etichettarsi come malati di vivere, o malati di oscurità. I malati di oscurità di solito potevano permettersi il lusso di curarsi in cliniche molto costose, a differenza dei malati di infezioni). I tuoi fratelli non ce la fanno a venire con te al campo? Nemmeno tua sorella?, chiese ancora Pablo, quasi fosse un fratello... A mia sorella non importa un bel niente di Facchetti. Poi sono tutti convinti che ci sarà troppa confusione e Facchetti lo vedranno solo di striscio pochi fortunati, chiarì il bambino. A Pablo venne in mente che quella poteva essere l'occasione giusta per provare a potenziare l'indipendenza di Tony e gli suggerì di andare da solo ad assistere all'allenamento dei vice campioni del mondo: in fondo lo stadio si trovava a venti minuti di cammino da casa, l'ingresso era gratuito e qualche amichetto nei pressi dell'ingresso al campo sportivo l'avrebbe pur trovato... L'indicazione piacque a Tony, il quale si appropriò del saggio consiglio senza darlo a vedere, principalmente per fingere di non negarsi il ricatto delle scarpe... Il giovedì seguente, mentre il mediano potenziava i quadricipiti in palestra, Tony si avviò a piedi verso lo stadio, ignorando a quale tipo di potenziamento la realtà lo avrebbe sottoposto. La madre gli accordò il permesso di andare da solo perché si trovava in uno stato crepuscolare di coscienza: il marito la stava preoccupando moltissimo con quelle sconosciute infezioni che gli si annidavano nella testa e nel cuore e che lo rendevano pallido e muto... In effetti i fratelli di Tony previdero bene: uno stadio così gremito Massa non lo aveva mai veduto. Sopra gli alti scaloni che conducevano alle gradinate centrali, sotto alla tribuna, centinaia di corpi si ammassavano e si scontravano, lottando vanamente per disputarsi un angolino dal quale sperare di ammirare gli eroi dell'azteca. I bambini rischiavano di finire calpestati, e molti conobbero la loro prima crisi di panico. Credo che l'allenamento (suddiviso in due tempi) lo videro per intero esclusivamente i giornalisti accreditati. Dall'altoparlante dell'impianto sportivo, tra le due fasi dell'allenamento, il folto pubblico, i cronisti, gli addetti alla sicurezza, Facchetti e la Nazionale al completo riunita negli spogliatoi udirono una voce asciutta e ferma scandire al microfono le seguenti parole: Attenzione, attenzione: un bambino di nove anni di nome Tony si è perduto ed attende al servizio bar di essere condotto dai genitori. Ripeto: un bambino di nove anni di nome Tony si è perduto ed attende...

12 Apuane, felicità e metodo scientifico. Tra me e le Alpi Apuane non è mai corso buon sangue. Non trovo nulla di entusiasmante in quelle vette magnificate da fior di letterati, ecologisti, escursionisti ed alpinisti. Le giudico dure, ostili, testarde, retoriche ed irremovibili. Soprattutto irremovibili. Uno le osserva un giorno, ed il giorno dopo sono ancora lì: sin dalla più tenera età avrei desiderato che mi si aprisse, a nord, lo stesso orizzonte che i miei occhi abbracciavano quando volgevo lo sguardo verso il mare, con alle spalle quelle sopravvalutatissime montagne, ma esse non hanno mai assecondato la mia volizione e rimangono e rimarranno al loro posto per chissà quante decine di migliaia di anni ancora. Queste considerazioni depressive e poco ancorate alla realtà le andavo maneggiando nel corso di un'altra domenica della stagione calcistica 87-88, durante Massese-Pistoiese. Dalla tribuna dello stadio degli Oliveti le presuntuose vette della Tambura e della Pania (ha fatto bene il sommo poeta a collocarle nel suo Inferno) pareva bastasse allungare un braccio per toccarle. Mentre le mie opinioni a proposito della boriosa catena montana si rafforzavano, il derby toscano, molto sentito dalle due tifoserie, era inchiodato sull'uno a uno e si giocavano i minuti di recupero. Gli attacchi ripetuti ed infruttuosi dei ragazzi di Franzon parevano permeati dalla stessa sensazione di rabbia ed impotenza che la Tambura e le altre cime suscitavano nel mio animo. Una rassegnazione condivisa avvolgeva ormai la tribuna, le curve, la gradinata e andava evolvendo in un aperto sconforto punteggiato da numerosi fischi di disappunto. Un'altra legge non scritta, che se mi fosse concesso trasformerei in principio assiomatico, è la seguente (che mi sono inventato ): Cessa di sperare e sarà la Speranza a venirti a trovare. In occasione di quella gara, la Speranza assunse i lineamenti di un calcio d'angolo che Rosati, spuntato dal nulla, incassò fulmineamente in rete col suo santo e marmoreo testone. L'arbitro convalidò il goal ed immediatamente dopo pose termine alle ostilità. In curva ed in gradinata sconosciuti agitati ed esultanti abbracciavano altri sconosciuti giubilanti come fossero le persone più care: immensa, non quantificabile, orgiastica ed affratellante virtù delle vittorie a tempo scaduto! I giocatori festeggiarono a lungo. Rosati, avesse sofferto di carenze affettive, quella domenica le colmò tutte, soffocato dagli amplessi di una decina di compagni. Paolino Frara, un cicciobello bassotto e tarchiato capace però di segnare indifferentemente di destro, sinistro e persino di nuca, correva verso la panchina da Mister Franzon, il quale agitava braccia e gambe quasi fosse stato morso da sette tarantole. Ho sempre creduto che in quei momenti il cervello umano si disconnettesse dalla realtà: la felicità di una marcatura inattesa così pensavo funziona come una scossa elettro-convulsivante che azzera e resetta tutto il resto. Questo fino a quando non vidi l'anno successivo, in quel di Siena, Michele Pisasale (il bomber tascabile, un altro punto di forza della Massese nella stagione calcistica 87-88) correre anche lui, dopo una rete, verso la propria panchina ebbro di contentezza e traboccante di gioia e gridare: La cucina! La cucina! Ho pagato la cucina!. Nel contratto che aveva firmato con la dirigenza della Robur c'era una clausola economica legata al suo rendimento in termini di reti: più ne faceva e più avrebbe guadagnato. Pisasale si era sposato, aveva messo su famiglia da poco, e la mia teoria sulla gioia del goal che disconnette dalla realtà subì una profonda revisione. Il metodo scientifico d'altronde ha le sue rigorose esigenze che vanno rispettate... Il ruolo e la squadra: un approfondimento. Pablo, la settimana successiva al famoso allenamento della Nazionale al campo degli

13 Oliveti, volle incrementare la sua esperienza di futuro osservatore cercando di capire (ancora seduto, in disparte, sulla panchina di legno del giardino prospiciente il cortile dell'oratorio) quanto avesse funzionato la sua idea di potenziamento del senso di indipendenza nei riguardi del little brother. Come ho già precisato infatti, al calciatore era saltato all'occhio che Tony tendeva ad allontanarsi dalle mischie e ad evitare le lotte per la conquista del pallone. Quel giorno a Pablo fu ancora più chiaro che Tony, più che ad un giocatore in erba, assomigliava ad un girovago senza ruolo del piccolo rettangolo di gioco: guardava i coetanei disputarsi la palla, li vedeva sudare, impegnarsi e litigare ma seguiva i movimenti e le azioni con il disinteressato distacco di un cronista privo di posizione e perciò in outside. La campana della chiesa batté le cinque del pomeriggio, ora fatale: le ferite bruciavano come soli, a las cinco de la tarde... La campana suonò le cinque cantate da Garcìa Lorca e forse si trattò di un segno: in quel momento Tony stava transitando sulla linea mediana del campetto mentre un'azione confusa si dipanava ad una trentina di metri di distanza da lui, dinanzi alla porta di una delle due squadre (il bimbo aveva dimenticato quale dei due capitani lo avesse convocato, all'inizio della partitella). Scoccate le cinque della sera il pallone rotolò lentamente, molto, molto lentamente incontro a Tony: il ragazzino mosse due passi incontro alla sfera di cuoio e la colpì (di punta, ovviamente) provando a spedirla il più lontano possibile. Il pallone, assumendo una strana parabola, finì con l'insaccarsi al di sotto della traversa di una delle due piccole porte: goal! Tony il pizzaiolo aveva realizzato un goal, e fu la rete più enigmatica di tutta la storia calcistica dell'oratorio, poiché nessuno esultò: i giovani contendenti si volsero verso l'autore della rete con aria e sguardi interrogativi, dal momento che nemmeno loro ricordavano a quale squadra il pizzaiolo fosse stato assegnato. Il problema non era dei più semplici: quel goal, in altri termini, era un goal od un auto goal? Tony, cosciente della casualità di quanto occorsogli, si grattava la testa, pensieroso. I compagni, escogitando una pratica e frettolosa soluzione, si accordarono annullando il goal e ripresero il gioco là da dove si era imprevedibilmente interrotto. Il pizzaiolo, accortosi della presenza di Pablo sulla panchina del giardino, gli si approssimò per salutarlo. Pablo, sino alle cinque della sera, aveva mantenuto la convinzione che a Tony avrebbe giovato segnare una rete. Dopo le cinque della sera il futuro idolo degli stadi realizzò che il suo pupillo aveva bisogno di una squadra, più che di una rete o di un ruolo. La testa è più importante del talento... Vuoi provare lo stop di petto?, chiese Pablo al bambino, quando questi gli sedette accanto. No, oggi sono stanco. Hai visto la mia rete?, si informò Tony. Certo che l'ho vista: un goal fortunato, alla pizzaiolo...ma sempre un goal. Non importa se non lo hanno convalidato. Le partite sono piene di ingiustizie..., rispose affettuosamente il mediano dalle spiccate doti offensive. Tony si prese qualche attimo di riflessione poi domandò, in piena perplessità: Ma secondo te ho segnato un goal od un auto goal?. La prossima volta, prima di calciare, forse è meglio che chiedi a qualcuno in quale squadra giochi, sospirò Pablo stringendo a sé quel baby player apparentemente

14 svincolato ed in attesa di contratto, come lo avrebbe definito il pragmatico linguaggio di un procuratore sportivo (a proposito: nella stagione calcistica questa singolare figura di parassita non esisteva ancora). Ci sei andato all'allenamento della Nazionale, giovedì scorso?, chiese Pablo, cambiando opportunamente argomento. Tony, deglutendo in silenzio il recente ricordo del primo attacco di panico, annuì. E sei riuscito a vedere qualcosa? Ti sei divertito?, domandò Pablo, per saperne qualcosa di più. Riandando col pensiero a quel pomeriggio da incubo, il pizzaiolo chiuse gli occhi. Un sorriso dall'interno glieli riaprì e Tony rispose: E' stata una giornata veramente indimenticabile: ho trovato un bel posto in gradinata e da lì ho ascoltato l'inno di Mameli che ho cantato col pubblico, e poi... poi ho riconosciuto tutti i giocatori. E Facchetti mi ha persino salutato, disse il novenne convincendo prima se stesso e quindi il mediano. Quel sogno, quella storia dettata da un sorriso (i sorrisi non dettano bugie), lo riempì di una sconosciuta allegria. Era bello raccontare storie. Raccontare storie: che sia questo l'unico modo per saperne qualcosa di più? Maturare in gabbia. Nella stagione calcistica 87-88, il ventiquattro aprile la Carrarese di Corrado Orrico ci impartì una bella lezione di calcio: la verità qualche volta è amara, ma è sempre molto salutare berla. In quell'anno Arrigo Sacchi, al Milan, si era appropriato delle idee di Orrico, il filosofo di Volpara, al quale solo tre anni dopo un presidente della massima serie (Pellegrini dell'inter) prestò le chiavi delle stanze del calcio che conta : il Destino però distribuisce ad ognuno carte diverse per uno stesso gioco, ed il tecnico-filosofo non tenne a lungo le redini della mia squadra del cuore... Il ventiquattro aprile dell'ottantotto (esiste, quando splende il sole, qualcosa di più luminoso del verde di un campo di calcio i cui bordi siano delimitati dal fragore di un tifo belligerante?) si capì sin dai primi minuti dell'incontro (che terminò due a zero per i padroni di casa) che la Carrarese aveva un motore più potente del nostro e soprattutto una capacità di corsa doppia rispetto ai ragazzi di Franzon. Ma come mai i gialloblu correvano così tanto? Come mai arrivavano prima sulla palla ed erano ovunque, sul rettangolo di gioco? Una ragione c'era: Corrado Orrico, precursore del calcio a zona in Italia, aveva inventato la gabbia. La gabbia è un piccolo campo coperto in altezza, lunghezza e larghezza da reti che impediscono al pallone di uscire dal gioco. La caratteristica principale di questa metodica di allenamento è la velocità, proprio perché la partita non conosce pause. Orrico, prendendo spunto dai ricordi di quando, ragazzo, giocava sui campetti delle spiagge livornesi, allestì per i suoi giocatori un esercizio estenuante che rendeva i riflessi più vigili, la tecnica più raffinata e soprattutto forniva quel qualcosa in più a livello organico in termini di intensità : giocare (e correre) senza sosta è un impegno che obbliga gli atleti a reggere ritmi cardiaci propri di aggressioni fisiche protratte nel tempo. La Carrarese infatti ci aggredì dall'inizio alla fine della partita: gli aquilotti, forse più tecnici, nella partita di ritorno subirono quei ritmi e furono meritatamente sconfitti. Le geometrie di gioco di Orrico, studiate, ripetute e memorizzate ossessivamente in allenamento, erano oltretutto esteticamente pregevoli perché semplici, schematiche e veloci. Orrico era noto per i suoi metodi rudi e per il suo caratteraccio, ma a me è sempre parso un uomo molto coerente e con le idee chiare. Per il tecnico-filosofo il talento era fatto di dinamismo, tecnica, fisicità e capacità agonistiche tenute assieme da una volontà

15 d'acciaio. Detto altrimenti: il talento è tante cose e tutte quelle tante cose sono importanti quanto la testa. Un giocatore al quale manchi solo una di queste caratteristiche, anche se forte, è comunque condannato a rimanere l'ipotesi di un fuoriclasse. Chissà se Pablo si sarebbe fatto convincere... La Carrarese di Orrico (come in seguito la sua Lucchese) rappresentava lo specchio fedele della visione del calcio (e di conseguenza del mondo) del tecnico di Volpara. Ed a proposito di visioni del mondo mi piace ricordare una esternazione di Corrado: In Olanda, un paese molto più piccolo del nostro, ci sono migliaia di campi dove i giovani dei vivai hanno la possibilità di crescere: loro investono in strutture che noi ci sogniamo. In Federazione dovrebbero studiare l'organizzazione dell'ajax, invece di perdere tempo in tanti discorsi.... Eppure, quando Corrado andò ad allenare a Milano, fu notata esclusivamente la sua eccentricità di filosofo e la scontrosità dei modi. Parlando di gabbia un giornalista molto spiritoso scrisse che alla Pinetina c'è una gabbia sì, ma una gabbia di matti. Che dire: aveva ragione il tragico greco nell'asserire che il carattere è il destino dell'uomo?. Orrico non aveva un buon carattere, credeva molto nel metodo, nella durezza e nell'intensità degli allenamenti ed un po' meno nell'elasticità dei comportamenti. Anni prima aveva preparato un ragazzino a suo dire un po' troppo esile costringendolo a correre in salita scatti ripetuti, con le tasche appesantite dai sassi: Desolati, credo si chiamasse il ragazzino. Un allenamento impietoso, ma la domenica, in campo, il ragazzino assomigliava ad un fulmine che Zeus scagliava dall'olimpo. Mi rendo conto di averla tirata per le lunghe, ma nel nobilitare chi ci vince rendiamo più sopportabile il peso delle nostre sconfitte. L'undici di Franzon finì al tappeto sotto i colpi del calcio dai ritmi asfissianti di un tecnico-filosofo: cadde, ma si sarebbe rialzato. Sappiate comunque che la gabbia (tutte le gabbie), sono fatte per entrarvi, ed uscirvi più forti. La squadra di Tony. Ai tempi della stagione calcistica avevo già letto molto e male. Molto perché amavo leggere e non ritenevo ancora quella attività una perdita di tempo; male perché il metodo di studio sul quale fondavo l'atto della lettura mi era stato insegnato e trasmesso in maniera molto approssimativa (per usare un eufemismo) dalle istituzioni all'epoca deputate a farlo. Il sapere scolastico universitario e convenzionale rese un pessimo servizio a me come a diverse altre generazioni di studenti. Nell'87-88 non conoscevo Vittoria Guerrini (Cristina Campo), perché la cultura dominante del decennio precedente ed il suo sistema di divieti proibiva persino di menzionarla, ad esempio: se mi fosse stata data l'opportunità di leggere qualcosa della scrittrice nata a Bologna, comunque non lo avrei capito, proprio a causa della mancanza di basi e di metodo che avevano condizionato il mio apprendimento. Quando infine mi capitò tra le mani Sotto falso nome (una raccolta di articoli della Campo) ne apprezzai sì la particolarità dello stile, ma compresi amaramente che la sua profondità mi sarebbe stata negata per sempre. Di quella serie di elzeviri riuniti in Sotto falso nome mi rimase però impresso un episodio della maturazione culturale di quella originalissima intellettuale, un episodio che lei stessa racconta nel libro. Guido, il padre della Campo, possedeva una vastissima biblioteca e la figlia (una bambina sveglia, sensibile ed intellettualmente precoce) domandò al genitore il permesso di accedervi. Il padre acconsentì, ma imponendole dei limiti le disse: Puoi leggere da questo scaffale sino a quello là: i classici russi. Soffrirai, ma non ti faranno del male. Acutezza di un educatore e premura di un padre! Sì, perché

16 la mente di un bambino, si sa, è una spugna che si imbeve di immagini, di colori, di parole e si nutre dei suoni che ascolta e delle pagine che legge. Le letture di un bambino di nove, dieci anni possono condizionarne l'intera esistenza. Tutto ciò per giungere a scrivere che se le letture della Campo erano letture sane, cosa mai potremmo commentare a proposito di quelle che arrivavano tra le mani di Tony? L'amico di Pablo probabilmente non era intellettualmente dotato quanto la figlia di Guido Guerrini, ma questo non impediva alla spugna della mente del piccolo di assorbire immagini ed impressioni. Prima che il padre si ammalasse, la madre puniva duramente il pizzaiolo quando lo sorprendeva a curiosare tra i fumetti proibiti che i fratelli dimenticavano in giro per la casa: Kriminal, Messalina, Lando, Diabolik. Questi autori formativi andavano ad amalgamarsi a letture meno vietate ai minori: Salgari, Stevenson, Collodi. Dopo la malattia del padre, inoltre, uno dei fratelli di Tony si era invaghito prima della psichiatria ed in seguito della psicanalisi. Nella soffitta della casa del bambino si trovavano scatoloni e scatoloni pieni degli autori più indicati all'educazione sentimentale di un novenne: Freud, Groddeck, Reich, Szasz, Tausk, Ferenczi, Rank, Weiss, Abraham, Hartman. Questa in sintesi era la squadra di Tony, il quale poteva contare, in aggiunta, sulle sostituzioni (accomodate sulla panchina letteraria ) del fior fiore della beat generation. Tony frugava dentro quegli scatoloni e la spugna della fantasia del piccolo imbranato si impregnò così di una particolare miscela composta da pornografia, pirati della Malesia, scrittori alcolizzati ed una serie impressionante di casi clinici crudamente illustrati (nei loro aspetti più intimi) da alcuni dei più celebri analisti del Novecento. Se il bambino ipotizzato dal portiere della squadra di Tony (il quale impiegava la definizione per fini descrittivi oggettivi, a-morali e non giudicanti) era un perverso polimorfo, le immagini e le letture mal digerite dell'amico di Pablo erano certamente le più adatte a lasciarlo in quello stato. A nove anni il futuro di un uomo è già deciso. Solo un miracolo od un caso spontaneo di telepatia avrebbero permesso al mediano dalle spiccate doti offensive in fase di ripartenza di riuscire a penetrare il nucleo profondo della perplessità di Tony Il pizzaiolo. Autostop e fiuto del goal. La stagione calcistica dell'87-88 è passata alla storia, per lo meno alla mia storia, anche per un'altra ragione: l'autostop. Sareste indiscreti se mi domandaste cosa mi spingesse ai caselli autostradali due volte al giorno (e talvolta anche di notte) per dirigermi verso Firenze Sud, in autostop. Fatti miei, o no? Posso dirvi però che quel poco o tanto che so intorno all'animo umano lo devo in gran parte alle retrospettive riflessioni che ho messo assieme meditando sui casi e le vicende delle centinaia di esseri umani che ho incrociato on the road, e che per uno o più motivi furono abbastanza generosi da aprirmi lo sportello della loro auto per offrirmi un passaggio. Una persona inizia con lo schiudere una portiera ad uno sconosciuto e finisce con lo spalancargli il cuore: il passo è più corto di quello, famoso, di Armstrong sulla luna, ed altrettanto leggero. Sono dell'opinione che le confessioni ricevute da un autostoppista di lungo corso possano essere ascoltate, al massimo, dal cappellano di un penitenziario o dall'infermiere di un reparto psichiatrico. Cosa c'incastri l'autostop con il calcio e con la stagione è presto detto: un pomeriggio di maggio, al casello autostradale di Lucca Est, accettò di accompagnarmi sino allo svincolo di Prato un signore ben vestito, proprietario di una auto sportiva, comoda, pulita ed internamente profumata (dimmi come curi l'inside della tua auto e ti saprò dire se finirai sul lastrico). Ringraziai il distinto

17 signore e, dopo avergli comunicato fin dove poteva portarmi, mi distesi sul sedile in pelle (nella stagione calcistica l'obbligo delle cinture di sicurezza non era ancora entrato in vigore ed era permesso rilassarsi senza prima averle allacciate). Ancora non hai una macchina, giovanotto?, mi chiese il guidatore. Ho una vecchia auto storica che uso in città. I tragitti più lunghi meglio evitarli, risposi. Pochi quattrini, giusto?, azzardò. Giusto, confermai. Studi?, domandò ancora. No. Ho finito di studiare. Centodieci e lode in lingue e letterature straniere, gli dissi. Lavori?, proseguì. No. Non ho ancora iniziato a lavorare, risposi tranquillamente, come se l'indomani mi avesse atteso il direttore generale dell'ibm per un colloquio riguardante una futura assunzione. Di cosa ti occuperai, in futuro?, si interessò l'elegante signore. In verità, non saprei, replicai più sinceramente. Stai cercando qualcosa?, domandò ancora il mio autista, senza invadenza. Diciamo che sto ponendo le basi per non combinare nulla di buono, nella vita, dichiarai ancor più sinceramente. All'elegante signore la mia risposta piacque, gli parve una buona battuta e rise di gusto, battendomi una pacca sulla gamba. Quadricipite da corsa resistente, rilevò l'uomo con prontezza, dopo l'impatto del palmo della sua mano destra con la mia coscia di tacchino. Esatto, confermai. Resistenza veloce o fondo?, si informò il signore. Corro e basta. Tre o quattro volte alla settimana, replicai. Ma come! Non gareggi? Non fai parte di una società di atletica?, mi chiese un po' sorpreso. No, risposi semplicemente. E perché?, rimandò il mio autista di fortuna con altrettanta semplicità. Perché competere mi procura ansia, pormi obiettivi mi angustia ed allenarmi con gli altri mi angoscia gli spiegai come se parlassi con uno psicoterapeuta. Terno! - rise di nuovo fortemente l'uomo al volante, ed aggiunse Se i ragazzini della mia scuola di calcio ti assomigliassero, sarei rovinato!. Sei un allenatore?, gli chiesi incuriosito. Sono anche un allenatore. E sono stato un giocatore. Per quale squadra tieni?, mi domandò. Inter, risposi d'istinto. Terno numero due!, gridò il signore accompagnando la frase con un altra fragorosa risata. Cosa c'è da ridere? Cosa c'entra il gioco del lotto con l'inter?, gli chiesi lievemente indispettito. Perché, caro giovanotto, esattamente undici anni fa, all'inter segnai una indimenticabile tripletta. Indossavo la maglia della Fiorentina ed in quella partita feci impazzire il povero Bini e il grande Facchetti, troppo alti e troppo lenti per la mia forma e la mia velocità. Seppi così che il mio generoso accompagnatore era il famoso Claudio Desolati, nato in Belgio da un emigrante italiano. Una bella carriera in serie A, dove esordì non ancora diciottenne. Tre gravi infortuni gli negarono la Nazionale maggiore.

18 Quel pomeriggio, tra Lucca e Prato, discorremmo a lungo di pallone, di vita e di morte, ma il racconto si appesantirebbe se cominciassi a divagare a proposito delle confessioni che due desolati si scambiarono, un pomeriggio di maggio della stagione calcistica Desidero solo ricordare una piccola perla di saggezza che quell'ex famoso calciatore mi regalò, salutandomi: Non so cosa tu sia portato a fare, giovanotto, ma tieni bene in mente quello che ti dico: qualsiasi posto ti assegni il Padreterno nel mondo, accettalo riconoscente e cerca di adattarti. Io nacqui rifinitore, rifinitore d'appoggio, ed ho dovuto adattarmi come attaccante laterale. Se non riuscirai in nulla, adattati a vivere da disadattato. Anzi, ora che ti ho conosciuto meglio, secondo me da disadattato vivresti benissimo.... E ridendo ancora una volta sonoramente sopra quella specie di profezia, mi lasciò scendere a Prato, non prima di avermi stretto a lungo la mano con tutte e due le sue, che è sempre un bel modo di dimostrare vicinanza. Heisenberg e scorrettezze in area di rigore. La dozzina di amici, amiche e conoscenti ai quali sottopongo le pagine dei miei inediti tentativi narrativi prima che essi vengano cestinati dagli editors delle case editrici, sono concordi nell'attribuire un pregio ed un difetto ai miei scritti: il pregio riguarda un certo brio che riconoscono alla scorrevolezza della scrittura; il difetto si riferisce ad alcuni scivoloni autoreferenziali nei quali incorrerei nell'incedere delle narrazioni. Per rimediare a questa auto referenzialità, a detta dei miei cari lettori, dovrei semplicemente prendere le distanze dall'oggetto del raccontare. La funzione di questo breve paragrafo è quella di confermare la percezione dello sparuto gruppo di lettori non paganti, almeno per ciò che attiene agli scivoloni. Sono forse in possesso degli strumenti adeguati a far fronte alle benevole osservazioni di chi (più colto, meglio istruito e preparato di me) dedica gratuitamente parte del suo tempo e delle sue attenzioni ai miei mediocri prodotti che mi vergognerei di definire letterari? No, non lo sono (e questa negazione mi sembra di averla ben motivata quando ricordavo Cristina Campo, alcuni paragrafi or sono). Ma tornando alle vicende della famosa stagione calcistica 87-88, vorrei dire che a prendere le distanze tanti piccoli particolari, irrimediabilmente, vanno perduti. Ad esempio: un amico il cui fratellino era stato ammesso allo stadio in qualità di raccattapalle durante quel Massese Pistoiese di cui ho già scritto, mi raccontò, alcuni giorni dopo la partita, che Ivan (si chiamava così il fratellino) nel corso del memorabile calcio d'angolo che Rosati incornò in rete nel convulso finale del match, rimase fortemente impressionato dalla violenza verbale e fisica (molto nascosta) della quale fu spettatore in quell'ultimo, fatale minuto. Difensori ed attaccanti, incollati gli uni agli altri, si insultavano con cattiverie impensabili: provocazioni, pestoni proibiti, gomitate cortissime ficcate nella pancia da dietro, per far male, guardando in altre direzioni e simulando estraneità per non attirare l'attenzione del direttore di gara... Dalla tribuna percepivo una situazione ed una sensazione di fermento agonistico, ma le sottigliezze di quella serie di piccole-enormi-reiterate prevaricazioni che si susseguivano nell'area di rigore rimanevano occultate al mio sguardo. E nemmeno voi avreste saputo ciò che avete appena letto se un raccattapalle non lo avesse raccontato al fratello, il quale funse per me da fonte (la trasmissione orale ed i pettegolezzi seguitano ad integrare la trasmissione scritta. Anzi: se c'è qualcosa che viaggia ad una velocità superiore a quella della luce, quel qualcosa è proprio il pettegolezzo...).

19 No, non esiste un racconto oggettivo perché il racconto è solo la voce in un coro, ed i cori sono così numerosi che nessuno ha mai ha potuto contarli. Narrare diventa in questo modo un ascoltare la propria voce : un fatto naturale come specchiarsi sopra le acque di un fiume, o di una fonte (vero Narciso, amico mio?). Se fosse stato possibile imporre un assoluto silenzio ai cori dei tifosi delle curve tra quel primo e secondo tempo di Massese Pistoiese della stagione calcistica 87-88, ad esempio, chissà quante altre storie avremmo da trasmettere ai posteri a proposito di ciò che si dicevano i giocatori, all'interno del breve tunnel che conduceva agli spogliatoi! Insomma, una visione d'insieme è impedita a chi dell'insieme fa parte, e giungendo ad una conclusione tanto ovvia, provo pena nei confronti di me stesso: rilevo, autodistruttivamente, che anche l'ultimo dei ginnasiali sa già che il principio di indeterminazione ha ricadute inevitabili persino su chi (per celia o distrazione) si incarica di intrattenere qualcuno raccontandogli qualcosa. In ogni caso, se i miei scivoloni avvicinassero l'autobiografia, essi rappresenterebbero addirittura uno strumento di benessere per il mio sistema nervoso (di questo almeno sono convinti diversi psicologi che reputo le classiche braccia sottratte all'agricoltura ). Io credo solo che se si potesse davvero scrivere prendendo le distanze da se stessi, rimarrebbe viva la speranza di dimenticarsi (quella sì, una terapia definitiva) e come un sogno o nebbia al sole svanirebbero i ricordi della stagione calcistica Scarpette al chiodo. Io non mi alleno più, disse Tony, in modo inaspettato ed asciutto, all'amico mediano dal radioso futuro, il quale ci rimase istantaneamente molto male, perché i suoi neuroni specchio tradussero per lui: Tu Pablo, old brother, non mi allenerai mai più. L'affermazione del bambino non era perentoria (nel dna di Tony era presente un tipo di variante genetica che impediva a lui ed ai suoi discendenti sino alla sesta generazione di asserire qualcosa di giusto battendo i pugni sul tavolo), non era perentoria ma era evidente che il piccolo, da quella negazione non sarebbe tornato indietro. Posso sapere da quando hai preso questa importante risoluzione, e perché, my little brother?, domandò Pablo che, una volta deposto il disappunto sorto dal precoce fallimento dei suoi progetti di preparatore, desiderava indagare sugli strani effetti che la sua influenza aveva esercitato nel processo di potenziamento delle facoltà decisionali del ragazzino. Non sono portato per il calcio, sono una schiappa. Lo sai anche tu, rispose Tony superficialmente. Di questo si era già ragionato, e non credo tu abbia cambiato idea tanto in fretta sulla necessità di impegnarsi: tu sai che quella è la strada da percorrere, e soprattutto sei l'unico a sapere che non sono un ambidestro naturale, ribatté Pablo, provando ad instaurare un dialogo con quel nuovo essere che si trovava dinanzi. Quella è la strada da percorrere per chi deve percorrere quella strada. Non è la mia strada, si sentì rispondere Pablo. A nove anni il futuro di un uomo si è già deciso. E chi ti ha detto che quella non è la tua strada?, rimandò istintivamente Pablo. Il mare, rispose Tony. Me lo ha detto il mare. Con molta pazienza, la pazienza di chi è abituato, se serve, ad incollarsi ad un centravanti e ad inseguirlo per tutto il campo da gioco, Pablo si lasciò spiegare dal bambino l'esperienza che questi aveva vissuto la domenica precedente. La sorella di Tony e il di lei fidanzato erano usciti portandoselo appresso (negli anni settanta un fratellino funzionava

20 ancora bene come scudo della verginità di una sorella maggiore). Tutti e tre arrivarono sino alla spiaggia dopo la pineta, poi i due colombi dissero al bambino: Aspettaci dieci minuti qua: abbiamo dimenticato il plaid in macchina, torniamo subito. Non ti muovere, eh.... La sorella di Tony sapeva che poteva fidarsi del buon fratellino, più obbediente di un soprammobile. Il ragazzino, seduto sulla sabbia a pochi passi dalla riva, raccontò di avere ad un tratto provato una sensazione particolare, il cui centro era costituito da una vaga intuizione verbalmente intraducibile, una intuizione che gli aveva spiegato tutto. Tutto cosa?, tentava di approfondire Pablo sempre più incuriosito. Il mare era piatto, limpido. Vedevo alcune piccole rocce sul fondo, dei granchi e dei pesciolini. Non so perché ma ero tanto contento, e mentre non sapevo perché ero tanto contento il mare mi ha detto che va tutto bene, e che anche lui è contento, ed è anche contento di me e che per lui vado bene così. Mi ha anche detto che lui è ovunque, e quando ho paura mi ha detto di non aver paura perché la paura sono solo onde più alte che passano... Pablo capiva sempre meno, ma capiva che c'era qualcosa da capire. Non ti ha detto altro?, chiese il mediano. Mentre ero contento, l'ultima cosa che mi ha detto è stata: non aver paura di soffrire, rispose il bambino. Pablo allora rilasciò a Tony una dichiarazione che nessun cronista avrebbe mai registrato in un dopo partita: Quella del mare poteva essere la voce di Dio. Dio?!, si stupì Tony. Quello che bisogna imparare alla dottrina?, aggiunse. A certi bambini, Dio parla anche dopo il catechismo, rispose nebulosamente Pablo. Il mediano, la domenica, era solito calpestare l'erba dei campi e non il pavimento delle chiese e non si faceva il segno della croce prima di entrare in campo, a differenza di tanti suoi compagni ed avversari, per i quali quel segno rappresentava solo un rapido, saettante e compulsivo gesto apotropaico, però si era sempre sentito bene al pensiero dell'esistenza di un Creatore. Il mediano osservatore ed il bambino apprendista giocatore avevano iniziato ad incontrarsi per realizzare un metodo di allenamento, ed avevano finito col parlare delle imperscrutabili tattiche di un Altro allenatore, l'allenatore che ci fa tutti fratelli... Ma se non era il mare ed era Dio, chi è questo Dio tanto famoso, secondo te?, chiese Tony, ponendo una domanda con la profondità che gli adulti perdono nel crescere. Pablo, mediano corretto, non poteva evitare quel tackle scivolato e non voleva affermare qualcosa di finto (mentire ad un bambino è un fallo che merita la radiazione, non un cartellino rosso). Con poca enfasi rispose: Per me Dio è Qualcuno che quando si fa sentire, ciò che è bello è bellissimo, e ciò che è brutto tollerabile; e quando invece non si fa sentire, ciò che è bello è molto meno bello, e ciò che è brutto è davvero orribile. Se le cose stanno come dici, allora ho capito perché è così famoso questo Dio che parla anche col mare.... Con questa semplice constatazione l'ex aspirante calciatore in erba riassunse l'involontaria catechesi dell'allenatore che aveva appena licenziato. Le cose del Cielo trasmesse da un mediano sono decisamente più comprensibili di quelle scritte da un teologo... Okey, allora. Fine degli allenamenti. Ma tornerò egualmente a vedere cosa combini, pizzaiolo., promise Pablo a Tony, già di spalle sulla via di casa. La stagione calcistica volge al termine. Anche per la Massese, mentre a Napoli Gullit e Van Basten polverizzavano il mito

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