Le awersità degli alberi da ornamento

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1 Le awersità degli alberi da ornamento Gabriele Goidànich Concludiamo la panoramica sulle avversità degli alberi da ornamento, stralciata dall'omonimo Atlante di prossima pubblicazione, presentando alcuni pericolosi insetti fitofagi, gli agenti delle carie e la problematica dei traumi e delle ferite. Traumi e ferite Gli alberi ornamentali sono particolarmente soggetti a traumi e ferite siano esse provocate dalle operazioni colturali a cui vanno sottoposti, siano dovute ad incidenti del traffico quando collocati lungo le vie di comunicazione od in vicinanza di abitazioni, siano infine dovute ad azioni vandaliche quali purtroppo si ha molte occasioni di constatare nei parchi pubblici e più ancora nelle piccole aree verdi all'interno di agglomerati cittadini. Fra le operazioni colturali quella maggiormente responsabile di lesioni è la potatura, pratica di cui oltre a tutto è abbastanza facile abusare, ma che comunque si rende necessaria per correggere eventuali anormalità subentrate nella struttura della chioma, per adattare meglio l'albero agli spazi di cui dispone, per evitare che esso crei disturbi alla viabilità o sia causa di danno a cose e persone che sostino sotto la sua chioma allorché alterazioni subentrate nei tessuti legnosi rendono precaria la stabilità dell'albero intero o di parti di esso. Altro motivo di intervento cesorio può essere l'opportunità di ringiovanire la chioma in esemplari che per! età e per traversie subite hanno perso 18 la prestanza che in condizioni di normale sviluppo dovrebbero avere. Anche per facilitare il successo di interventi di prevenzione e di cura verso infezioni ed infestazioni si può rendere necessario sfoltire la vegetazione asportando consistenti parti della ramatura e lasciando, quindi, ferite aperte. Lesioni che talvolta compromettono la stessa sopravvivenza dell'albero sono dovute ad eventi metereologici, neve, gelo, venti, fulmini, ecc. Il carico della neve fa sentire i suoi effetti dannosi in modo particolare su alberi che per la loro struttura facilitano l'accumulo o non ne agevolano l'allontanamento al termine della nevicata. E il caso delle conifere, tanto più di quelle che hanno i rami lungamente orizzontali e con fogliame molto fitto che determina una ampia superficie di impatto della meteora. Il gelo è causa di lesioni che possono interessare solo gli strati più periferici degli organi legnosi e, allora, si risolvono in semplici necrosi superficiali transitorie se non è stato compromesso il cambio; altrimenti, nel tempo, si formano depressioni, cancri, eventualmente accompagnati da colatura di resina e di gomma. Quando l'effetto del gelo si fa risentire profondamente fino all'interno degli organi legnosi insorgono degli spacchi ad andamento Iongitudinale o semicircolare, singoli o concentrici, in corrispondenza delle linee di passaggio dal legno autunnale INFORMATORE FITOPATOLOGICO S/ 83

2 a quello primaverile nelle cerchie annuali di accrescimento. Gli spacchi longitudinali dipendono dal repentino contrarsi, per effetto dell'abbassamento termico, della corteccia e degli strati periferici del legno i quali vengono così forzati ad aprirsi un varco per compensare la costrizione sulla massa legnosa intema che mantiene il volume originario. Tali spacchi si realizzano di norma negli elementi esposti a sud, ove è molto accentuato lo sbalzo termico, in atmosfera gelida, al termine dei periodi di insolazione. Gli spacchi semicircolari («cipollatura»: termine che vuole indicare l'aspetto che presenta un bulbo di cipolla tagliato trasversalmente) dipendono dal più rapido disgelamento degli strati esterni del legno, mentre quelli interni rimangono contratti. Il vento, se riesce a far superare il grado di resistenza al piegamento cui può sottostare il tessuto legnoso, è causa di spezzatura di rami e di branche. Gli stessi effetti si hanno ancor più facilmente in presenza di gelo, che rende i tessuti fragili ed in alberi carichi di neve, tanto più quando questa sia bagnata, cioè carica di acqua e quindi pesante. L'eccesso di caldo è in grado di causare «Cancri» a causa del riverbero esercitato da parte di opere in muratura, piano stradale, argini in terra battuta, ecc. Il fulmine, a seconda della direzione di impatto sull'albero e, naturalmente, in rapporto alla consistenza del potenziale elettrico di cui è dotato, è causa di scortecciamenti, di squarci, di capitozzature e, perfino, di frantumazione di interi alberi. La cura delle ferite si basa sul principio di facilitare la cicatrizzazione della superficie esposta, in tempi e modi tali da evitare l'instaurarsi su di esse di processi di alterazione che portino, per azione diretta od indiretta, alla compromissione degli elementi interni. Per raggiungere le finalità indicate occorre rifilare gli orli delle ferite: ciò agevola l'attività degli elementi istologici cambiali che a tali orli si affacciano, sì da metterli in grado di compiere rapidamente ed efficacemente la loro azione riparatrice. Analoga ripulitura va fatta sulle superfici legnose esposte, le quali vanno poi protette, previa disinfezione, l) Ferita aperta per carie in un platano. con le apposite sostanze di cui si dirà. Tali superfici è bene siano per quanto più possibile asciutte al momento in cui si procede alla loro copertura, altrimenti è facile che il materiale a tal fine usato non faccia presa. In particolare per certi alberi, come betulle ed aceri, che possono «piangere» dalle lesioni, bisogna fare in modo che questa abbondante perdita di linfa si arresti (chiudendo provvisoriamente la ferita) e solo dopo procedere alla occlusione definitiva. In ogni caso e con tutti i sistemi di disinfezione e di copertura bisogna far attenzione a non compromettere la vitalità degli appena ricordati tessuti periferici di rigenerazione alla cui attività è affidato il recupero dell'integrità dell'organo lesionato. Come antisettico si può ricorrere ad una poltiglia bordolese ben neutralizzata o ad una soluzione di solfato di rame (0,5 kg in 15 litri di acqua) od anche di cloruro mercurico (20 gr in 10 litri di acqua). Quali materiali ricoprenti servono bene le resine poliviniliche tipo Vinavi! eventualmente potenziate con aggiunta di Benomil. Serve del pari l'asfalto che, però, dovendo essere applicato a caldo può nuocere ai tessuti vivi; altrimenti si ricorre all'asfalto sciolto in benzina od emulsionato in acqua (con eventuale aggiunta di 2 gr di sublimato corrosivo ogni litro di emulsione, al fine di conferire al materiale proprietà antisettiche); oppure il catrame (da solo o miscelato con creosoto, nella proporzione di 3 parti ed l parte). Da tener presente che le coperture sia di asfalto che di catrame facilmente si spaccano e richiedono ripassi per assicurare la loro efficienza. Utilizzabile anche la pasta bordolese (l,8 kg di solfato di rame in 10 litri di acqua, cui si aggiunge 3,6 kg di calce previamente sciolta in altri 10 litri di acqua) che si può distribuire a pennellature le quali, peraltro, dovrebbero ripetersi nel tempo dato che la copertura che ne risulta è poco durevole. Simile è il comportamento di una pasta ottenuta sciogliendo della biacca in olio di lino e da distribuire del pari con pennellature. Un materiale consigliabile risulta dalla miscela di 2 parti di lanolina, allungata con una parte di olio di semi di lino e con l'aggiunta di una soluzione di permanganato di potassio (0,25 della miscela lanolina-olio); il permanganato va prima sciolto in una piccola quantità di acetone. Bene si prestano anche le cere da innesto che, peraltro, possono risultare eccessivamente costose quando si debba intervenire su gran numero di tagli. Un prodotto su cui oggi si fa largo affidamento è il «Lac-balsam» che ha il pregio di resistere all'acqua e di permettere la traspirazione e respirazione dei tessuti sottostanti (qualità che manca a molti dei materiali ricoprenti sopra indicati), di essere elastico e malleabile e di adattarsi quindi alle modificazioni della superficie che si possono verificare nel corso della riparazione. Sono, peraltro, noti ed usati anche il «Pelton», il «Lego», il «Santar S.M.» (che contiene Captafol). Assai importante è, però, che in tutti i casi in cui ciò sia possibile, si eviti la produzione di ferite, specialmente di quelle di difficile riparazione. Si incominci dalla potatura, facendo in modo che l'asportazione delle branche di certe dimensioni non determini quegli spacchi che per il tipo di lesione che producono sono 19

3 difficilmente cicatrizzabili. La tecnica cui ricorrere è la seguente: si esegue a breve distanza dalla diramazione un primo taglio che interessa la metà inferiore della sezione della branca; ad esso segue un secondo taglio altrettanto profondo nella parte superiore. Il peso della branca provvede allo spontaneo distacco di questa; altrimenti si opera una leggera pressione verso il basso, ma in ogni caso la temuta lesione non ha, non può aver luogo. L'operazione va poi completata con l'eliminazione del moncone per evitare che esso sia possibile insediamento di processi di alterazione che poi penetrano all'interno. Al di fuori di questo pericolo l'asportazione dei monconi è una necessità se si vuole ottenere una buona cicatrizzazione della ferita : cicatrizzazione che può riuscire così perfetta da praticamente farne scomparire col tempo la traccia. I tagli - almeno quelli ampi - vanno sempre protetti in modo che non permettano il soffermarsi su di essi di umidità o detriti di terra e di foglie : il che costituirebbe minaccia per il buon esito delle medicazioni che si fossero fatte anche a regola d'arte. Per quanto detto, i tagli in vicinanza delle biforcazioni vanno praticati sempre in prossimità del punto di divergenza dei due elementi legnosi in modo che venga allontanato quello che al momento o, col crescere, aumentando di peso, potrebbe portare allo sbrancamento. Quando, per qualsiasi motivo, non appare opportuna l'eliminazione delle parti dell'albero in pericolo di sbrancamento, bisogna procedere alla loro fissazione con legature metalliche o di plastica, di sempre maggior resistenza quanto più elevata è la forza di leva che - data la sua grossezza e la dimensione delle ramificazioni periferiche - la parte interessata è in grado di esercitare sul punto di attacco. Per l'esecuzione di questi fissaggi non vi sono regole precise: qui può esplicarsi rinventiva e l'abilità dell'operatore. In certi casi, si presenta più opportuno ricorrere a fasce dotate di anelli per l'ancoramento dei cavetti metallici che vengono poi immobilizzati mediante i morsetti ad U. Tali fasce devono potersi allargare perché altrimenti, col tempo, sono causa di pericolose strozzature. 20 In altri casi converrà l'uso di semplici viti ad occhiello tra cui tendere i cavi: ciò se il legno ha consistenza tale da garantire la loro resistenza alla trazione che eserciterà il cavo di collegamento, sotto la sollecitazione che esso riceve dal peso delle parti collegate. Altrimenti è da ricorrere ad aste metalliche che attraversino (dopo aver praticato un foro mediante trapano) lo spessore della branca e che portino ad una delle due estremità un anello per l'ancoramento del cavo e dall'altra siano 2) Copertura con Lac-Balsam e cinghiatura. debitamente filettate per esser tenute in sito per mezzo di una madre-vite. Queste stesse aste metalliche, di maggiori dimensioni e con entrambe le estremità avvitabili, sono utilizzabili - singole o a coppie, anche ripetute - per fissare grosse brancature tra loro non molto distanziate; oppure per rinforzare i tronchi che minacciano di aprirsi dopo che in essi si sono determinate ferite profonde con le operazioni di slupatura o per incidenti metereologici. Altro modo per impedire la sbrancatura di parti molto pesanti che si intende conservare, è quello di applicare dei sostegni, delle staffe di consistenza tale che sopportino il carico che su di esse viene ad appoggiare. Con altrettanta cura vanno evitate le strozzature che si determinano, man mano che l'albero cresce, in corrispondenza delle legature, segnatamente a quelle fatte con materiale molto resistente, fili e cavi metallici in testa. Tali strozzature oltre a compromettere lo sviluppo delle 3) Esiti di un taglio mal fatto. ~) Particolare dei tiranti metallici. parti distali portano, se molto approfondite, alla spezzatura del ramo con tutte le conseguenze negative che, direttamente od indirettamente, sono connesse. Le legature quindi vanno fatte alquanto larghe; e, comunque, nei punti in cui contrastano con la corteccia dell'albero vanno provviste di uno spessore di protezione fatto di tessuto, di gomma, di materiale plastico. Altro modo di evitare lesioni agli alberi ornamentali, e tanto più a

4 quelli collocati in luoghi pubblici e - più particolarmente - in zone ove si svolge il traffico di mezzi di trasporto, è di circondare i tronchi di protezioni, in legno od in metallo, non importa quale che sia la loro forma, se rotondeggiante, se quadrata, a liste verticali od orizzontali, ecc. Anche quando si tratta dell'apparato radicale si deve cercare di limitare lesioni al minimo indispensabile in rapporto agli interventi che si praticano. Una occasione è fornita ripari rapidamente e completamente. La carie del legno 5) Stroncatura di un albero per il grave processo di carie in atto.. dalla necessità di scavare fossi per la messa in opera di cavi o di condutture o per circoscrivere la zona di espansione delle radici che disturbano strade, marciapiedi, costruzioni. Si deve in tali casi studiare un andamento dello scavo in modo da non interessare grosse radici. Se per forza di cose a questo non si può rinunciare bisogna ricorrere agli stessi accorgimenti indicati per le parti aeree (tagli lisci e protetti da materiali cicatrizzanti) per far sì che la lesione INFORMATORE FITOPATOLOGICO 5 / 83 È un processo che si riscontra molto comunemente negli alberi ornamentali di una certa età e che ha diversi gradi di dannosità in rapporto alla sua localizzazione o all'estensione che ha raggiunto. Praticamente tutti gli alberi ne vanno soggetti anche se più di frequente lo si constata nei platani, negli ippocastani, negli olmi e nei tigli. N ella sua essenza la carie consiste nella disgregazione dei tessuti operata da organismi fungini appartenenti a vari generi (Fomes, Poria, Lenzites, Coriolus, Polyporus, Phellinus, Daedalea, Ganoderma, ecc.), i quali grazie alla carica di enzimi di cui sono dotati riescono ad aggredire i componenti delle cellule trasformandole in un materiale che spesso viene a perdere qualsiasi somiglianza con quel~o da cui è derivato. Nei suoi termini finali i processi di carie riducono, infatti, il legno in una sostanza friabile che riempie le cavità prodottesi nei tronchi o nelle branche degli alberi od in qualche maniera ne fuoriesce accumulandosi nel terreno sottostante. Prima di raggiungere questo limite di trasformazione il legno si presenta variamente alterato, in modo da assumere aspetti di «carie bianca», «Carie bruna», «C. lamellare», «C. alveolare», «C. fibrosa», eçc... Le prime due definizioni sono in rapportb al tipo di componenti che gli agenti fungini aggrediscono e quindi digeriscono con preferenza: se si tratta di quelli cellulosici, fondamentalmente bianchi, ne risulta la carie bruna; al contrario si ha carie bianca quando le preferenze dei miceti sono per i componenti ligninici, scuri, le cosiddette «Sostanze incrostanti» delle pareti cellulosiche del legno. Gli altri termini indicano l'aspetto macroscopico dei tessuti cariati, indipendentemente dalle loro caratteristiche cromatiche. Il processo di carie ha come prima conseguenza dannosa la perdita delle funzioni meccaniche da parte del legno compromesso, per cui è fàcile che si verifichino rotture di varia rilevanza negli organi aerei periferici e spaccature o cadute di alberi interi. Alcuni degli agenti di carie ricordati, dopo aver alterato gli elementi del cilindro centrale, morti, sonb in grado di invadere anche i tessuti più esterni che sono invece vitali ed, in tal maniera, compromettere la sopravvivenza dell'albero. Ciò avviene segnatamente per quei funghi che sono capaci di insediarsi in alberi indenni, contrariamente a quanto è per i tipici agenti di carie che richiedono la presenza di ferite, di soluzioni di continuità di qualsiasi tipo per poter iniziare la loro opera di distruzione. La eliminazione della carie e gli interventi da compiere sugli alberi cariati è il banco di prova delle capacità degli addetti alla salvaguardia del verde ornamentale. Le tecniche cui ricorrere sono molte e assai differenti a seconda degli scopi che si vogliono raggiungere. Qualsiasi manuale che tratti il ca~ pitolo della «dendrochirurgia» ne fa menzione e descrizione. In sostanza si tratta di allontanare tutto il materiale legnoso alterato arrivando, con 21

5 arnesi ben affilati, a mettere a nudo il legno indenne ( «Slupatura») che va poi protetto da possibili successivi attacchi da parte dei medesimi-od altri funghi xilovori, sia disinfettando la superficie, sia facendo in modo che l'ambiente in cui i miceti cariogeni si vengono poi a trovare non risulti favorevole al loro sviluppo: quindi chiusura delle aperture da cui potrebbero penetrare nuovi germi o materiali che li ospitano ed, assieme, drenaggio delle cavità affinché non si soffermi acqua. Più problematica è la restituzione della solidità, della funzione meccanica ai tronchi cariati: l'impiego di materiali pesanti più che favorire la resistenza può aggravare l'instabilità dell'albero ed il ricorso a sostanze occludenti non facilmente rimovibili rende difficoltose le ispezioni per controllare lo «Stato di salute>> delle cavità e l'esecuzione di eventualmente necessari interventi di ulteriore «Slupatura». Per lungo tempo si è ricorso al cemento per le cavità relativamente piccole, mentre per le più ampie a vere e proprie opere di muratura usando mattoni di varie dimensioni al fine di occupare tutto lo spazio disponibile. I mattoni venivano tenuti in sito con calce ed il tutto era poi ricoperto con la medesima calce o con cemento. Si cadeva qui nell'inconveniente, prima indicato, della pesantezza della <<Otturazione>> e se il residuo legnoso che circondava la cavità era di limitato spessore o comunque non molto resistente poteva esser resa precaria la stabilità del tronco «operato>> sotto, ad esempio, la spinta generata da colpi di vento o per la tensione esercitata da una squilibratura della chioma. Va aggiunto che il materiale di cui s'è parlato è facilmente soggetto a spaccature specie se la cavità subisce deformazioni a seguito di urti o nel corso dell'accrescimento dell'albero. Meno pregiudizievole è l'impiego di materiale leggero, quali blocchi di legno inalterabile (per natura o per trattamenti ad hoc subiti), anch'essi disposti in modo da riempire quanto più possibile i vuoti interni e tra loro collegati mediante incastri o inchiodature. Più leggere di tutti gli occludenti sono le resine uretaniche: trattasi di preparati liquidi che si consolidano al momento che si mescolano fra loro: ne risulta una massa di no- 22 tevole resistenza anche alle sollecitazioni da deformazione e che per il modo con cui si forma riesce ad occupare tutti, anche i più irregolari, spazi della cavità. Il loro impiego, peraltro, richiede una abilità dell'operatore e certe condizioni ambientali, specie termiche, perché la solidificaziorie avvenga regolarmente. L'asfalto è pure risultato un buon materiale di riempimento per piccole cavità, anche se può rammollirsi nei periodi di forte caldo. Più che asfalto puro è indicato un impasto che si ottiene aggiungendo della segatura o piccoli truccioli di legno duro all'asfalto fatto liquefare. Tutto sommato la migliore risoluzione è, insomma, quella di non procedere alla otturazione delle cavità. Ciò specialmente quando il processo di carie è di limitata portata sì che la stabilità dell'albero non è compromessa o quando si teme che l'operazione di slupatura non sia riuscita ad eliminare completamente il processo di alterazione in atto. Una soluzione intermedia a quelle delineate è la messa in opera di una parete mobile che nasconda alla vista la cavità, qualora questa sembri, data la localizzazione dell'albero, troppo antiestetica. Con cavità aperta o chiusa può apparire necessario il rafforzamento delle pareti che la delimitano: ciò si raggiunge con la collocazione di aste metalliche o con l'apposizione di collari metallici o di materiale plastico (comunque, nel tempo, allentabili) collocati in varie posizioni: dopo che, naturalmente, la cavità erano state ripulite, disinfettate e protette in superficie nei modi prima indicati. Con ogni soluzione è altresì necessario, abbiamo già ricordato, impedire le infiltrazioni di acqua ed assicurare il drenaggio, debitamente schermando (non sigillando), le aperture per la prima finalità, procedendo a fori di scarico per la seconda. La saperda maggiore del pioppo Tutti i tipi di pioppo sono soggetti all'attacco di questo insetto cerambicide, le cui grosse larve scavano gallerie nei tessuti legnosi compromettendone in modo anche gravissimo la qualità e minacciando la sopravvivenza stessa della pianta se l'infestazione è forte ed il pioppo è giovane o indebolito per varie cause. L'insetto (Saperda carcharias) è un coleottero molto vistoso per le sue dimensioni e per le ampie antenne che ne coronano il capo. È lungo dai 2,5 ai 3 cm, di un color bruno-nero, rivestito peraltro da una peluria che gli conferisce un riflesso giallo-cinereo-rossiccio. Lo si trova in giugno-luglio fra i fogliami degli alberi (oltre che del pioppo, anche del salice) o ve si accoppia e procede poco dopo a deporre le uova tra la corteccia delle parti inferiori del tronco. Le larve che ne nascono, dopo aver svernato tra la corteccia, si pòrtano nel legno ove scavano gallerie ascendenti che divengono sempre più grosse man mano che la larva cresce d'età. Essa, a completo sviluppo è lunga mm, larga 6-7; di color bianco-rossiccio con grossi peli pure qi questo colore; rossiccio è anche il piccolo capo, dotato di antenne molto corte. La larva continua la sua attività xilovora per tutto l'anno, passa nelle gallerie il secondo inverno e fuoriesce all'inizio dell'estate successiva. La presenza delle gallerie all'interno dei tronchi è rilevabile anche dall'esterno per la presenza dei fori attraverso i quali vengono espulse notevoli quantità di rosura (l'altra rimane ad ingombrare il lume delle gallerie) assieme a colature di linfa che rigano vistosamente la superficie del tronco. I tronchi; in più, possono apparire deformati a causa di reazioni ipertrofiche che si producono attorno alle zone maggiormente tormentate dalle gallerie. I danni della saperda posscmo essere aggravati dal contemporaneo attacco di altri xilovori quali la Sesia apiforme o la S. tafaniforme (lepidotteri molto caratteristici per avere le ali in larga parte trasparenti e l'addome percorso trasversalmente da fasce di un giallo vivace) e, specialmente, il Cossus. Per la lotta anche qui si può ricorrere, come per il Cossus, alla insinuazione di un filo di ferro dolce, attraverso i fori, nelle gallerie fino a che queste non sono molto sviluppate e la rosura che le ingombra non impedisca di raggiungere e ferire la larva. Oppure si interviene con i fuscelli antitarlo e con la immissicme,

6 _,?.' tramite appositi iniettori, di sostanze liquide o gassose che si spandono nei meandri operati dalle larve. Sono operazioni piuttosto labori.ose, ma che sugli alberi ornamentali hanno la loro giustificazione d'applicabilità. Altrimenti negli impianti estesi e dove si verifichino infestazioni gravi vanno praticate in primavera (aprile-maggio) pennellature alle parti inferiori dei tronchi con emulsioni di parathion al 3-4 di p.a., capaci di colpire le larve non ancora penetrate 6) Saperda maggiore. in profondità. Consigliati sono anche i trattamenti, alla stessa epoca, con Parathion, Metil-parathion (100 gr di p.a. per hl di acqua), Triclorfon (Dipterex) e Fentoato (Cydial) alle dosi di 300 gr di p.a. per hl. Tali trattamenti, comunque, non sono necessari nel primo anno dell'impianto. Interesse vi è più che altro ad intervenire nel 2-4 anno irrorando i primi metri inferiori del fusto: ciò avrà benefica influenza sugli attacchi che l'insetto potrebbe produrre, negli anni venienti, nelle parti superiori del tronco irraggiungibili dagli irroratori. Meno dannosa e meno frequente è Saperda minore (Saperda populnea) che colpisce specialmente il Populus tremula. Come dice il nome è un insetto di dimensioni alquanto più piccole (lungo 9-15 mm), che ha comportamento simile a quella della S. maggiore e che si può perseguire ton analoghi criteri. Anche qui notevoli sono le reazioni ipertrofiche degli organi legnosi infestati. Entrambe le Saperde possono iniziare i loro attacchi fino dal vivaio, sì che è bene controllare, prima dell'impianto, che i giovani pioppi non ne siano colpiti. Abbastanza frequenti, specialmente sui vecchi alberi malandati, sono diversi altri Cerambicidi che si fanno subito riconoscere sia per le grosse dimensioni che, più ancora, 7) Galerucella luteola. l ',,.( j 8) Phytodecta viminalis... \...- (.\' ''. 'l'~.. ~ l.. ".t ~ '.rr l. ),r;f'' ~ ':.~., <~ l ~--, \. ' ' '-...rr,., r. ~ :/..\.;a ~ t.. \ l ~' '"'t~' '.~. 'Iii l " '. ~! per le lunghe antenne divaricate ed arcuate. Anche le relative larve sono di assai notevoli dimensioni e producono gallerie profondamente incidenti sulla compattezza dei tronchi: tanto più quando, come non di rado avvie.q.e, agiscono numerose in una stessa sede. La Galerucella dell'olmo È un coleottero crisomelide che allo stato adulto, ma specialmente a quello di larva si nutre delle foglie di olmo le cui lamine rimangono in larga parte o totalmente scheletrite, pur mantenendo almeno all'inizio la loro forma originale: l'erosione operata dall'insetto lascia infatti intatte le nervature e l'epidermide superiore del lembo. L'adulto è lungo sui 6-8 mm, di un color giallo cupo-verdastro, con tre macchie nere sul corsaletto e due fasce del medesimo colore verso il margine esterno delle elitre. La larva, che subisce diverse mute, inizialmente nerastra poi con varie maculature gialle, quando adulta misura sui 9 mm di lunghezza e 2,5 dì larghezza. La Galerucella luteola sverna come insetto perfetto riparato fra le cortecce e le cavità degli alberi o sul terreno in vicinanza di questi. In primavera, dopo essersi nutrita delle foglie sulle quali pratica delle erosioni irregolarmente rotondeggianti (sostanzialmente differenti da quelle!arvali), deposita gruppi di uova gialle da cui nascono le larve che in un paio di settimane sono mature, si trasformano in ninfe da cui derivano, dopo 7-10 giorni di quiescenza, i nuovi adulti che ripetono il ciclo. Se, come non di rado avviene, l'infestazione prende proporzioni massicce.tanto da praticamente privare l'albero di tutto l'apparato verde, l'olmo può andare soggetto a serie crisi di vitalità che, fra l'altro, lo rendono sensibile ad un contemporaneo o successivo attacco di altri fitofagi o a malattie dell'apparato aereo e di quello sotterraneo. Diversi altri Crisomelidi che hanno biologia ed attività fitofaga simile alla Galerucella, si riscontrano sulle alberature dei viali e dei parchi cittadini. Tra questi sono da ricordare la Crisomela del pioppo (Melasoma pupuli), la Crisomela del salice (C. saliceti), il Melasoma aeneum che può danneggiare gli ontani, la Phillodecta vitel/inae e la Phytodecta viminalis che si nutrono dei salici, quest'ultima delle alberature in zone montane. D 23

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