RASSEGNA STAMPA 15 FEBBRAIO

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1 RASSEGNA STAMPA 15 FEBBRAIO Draghi al Forex. La ripresa italiana sarà lenta NAPOLI. L'Italia è entrata nella crisi globale con una crescita bassa e ne sta uscendo con lo stesso ritmo di sviluppo, inferiore ai Paesi europei. A zavorrare la ripresa sono la mancanza di riforme strutturali, che da quindici anni frena la competitività italiana, e la disoccupazione. La forza lavoro "forzatamente inoperosa è elevata e crescente" e finché non ci sarà un'inversione di tendenza "permane il rischio di ripercussioni sui consumi, quindi sul prodotto". A costruire questa cornice di cauto ottimismo che fa da sfondo però ad un andamento economico che presenta ancora molte ombre e motivi di allarme, è il Governatore della Banca d'italia, Mario Draghi, nella sua relazione alla sedicesima assemblea del Forex. E in tema di misure di sostegno all'economia il numero uno di Via Nazionale lancia un monito alle banche a proposito dello scudo fiscale invitandole ad essere attente nell'esaminare le domande di rientro, al fine di individuare e segnalare operazioni sospettabili di riciclaggio". Le banche, avverte, "devono impegnarsi di più a uno scrutinio attento delle operazioni di rimpatrio". "A questo fine - aggiunge a braccio il governatore - Bankitalia intensificherà i suoi controlli". "E' importante dissipare - puntualizza - ogni dubbio circa le modalità di applicazione delle norme antiriciclaggio alle operazioni che vi ricadono. La normativa sullo scudo fiscale italiano formerà a breve oggetto di esame da parte del gruppo di azione finanziaria internazionale (Gafi)". Il banchiere centrale italiano dà quindi rassicurazioni sulla solidità dell'euro e ricorda l'importanza avuta dalla moneta unica anche in presenza della crisi, auspicando ora un rafforzamento del governo economico dell'unione. L'euro e l'impegno di tutti i Paesi europei sono inoltre garanzia per il rientro della crisi greca: basta che Atene attui il piano di rientro e il mercato sottoscriverà i suoi titoli di stato così come avvenne per l'italia durante gli anni Novanta. Ce ne siamo dimenticati, puntualizza Draghi, ma la nostra situazione allora era altrettanto drammatica ne siamo comunque "usciti da soli". "Stiamo ora uscendo dalla crisi con un tasso di crescita basso, ai minimi europei, mette in evidenza il numero uno di Palazzo Koch chiudendo le 18 cartelle del suo discorso e aggiunge: "una crescita economica sostenuta è base di benessere. E' presupposto della stabilità finanziaria per un paese ad alto debito pubblico come l'italia; è futuro per i giovani, dignità per gli anziani; il nostro Mezzogiorno ne 1

2 trarrebbe forza, può essere esso stesso traino". E per questo, spiega, servono le riforme strutturali, la cui mancanza ha segnato "la perdita di competitività del Paese che dura da un quindicennio". Non è un problema solo italiano, afferma il responsabile di Via Nazionale sottolineando subito dopo l'importanza dell'euro e la sua solidità. Un ancoraggio significativo per i diversi paesi dell'eurozona anche se la crisi della Grecia "produce instabilità finanziaria mondiale e colpisce le economie dell'area con intensità diversa a seconda delle strutture su cui poggiano. Appunto per questo occorre adesso rafforzare il governo economico dell'ue. Draghi ricorda anche che alla fine dello scorso anno vi erano in Italia oltre 600 mila occupati in meno rispetto al massimo del luglio 2008, ricorda Draghi: "L'occupazione tarda a riprendersi. Il ritorno alla crescita è ancora fragile, segnatamente nell'area dell'euro". La domanda interna rimane debole e ricorda che "per molte nostre imprese si sono aggravate difficoltà strutturali preesistenti, altre possono profittare dei cambiamenti di mercato indotti dalla crisi per accrescere il vantaggio competitivo". Passera: "Il credito alle imprese ha tenuto" 14 Febbraio :30 NAPOLI - Il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, al 'Forex' di Napoli aveva sottolineato che e' calato ancora il credito concesso dalle banche alle imprese. "A dicembre - aveva detto - i prestiti alle imprese erano del 3% inferiori a quelli del dicembre Da un lato, si e' ridotta la domanda, dall'altro incide l'accresciuta cautela delle banche". La replica delle banche e' arrivata questa mattina. "Il credito ha tenuto in particolare nella fascia delle piccole e medie imprese", ha risposto l'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, partecipando al 'Forex'. "Quello che serve - ha spiegato - e' che ci vengano proposte idee e investimenti". (RCD) RAMPL: «QUANDO VERRÀ IL MOMENTO UNICREDIT ESPRIMERÀ LA SUA OPINIONE» Profumo a Geronzi: fusione Mediobanca - Generali, «Non staremmo a guardare» Ma il presidente di Piazzetta Cuccia smentisce ogni indiscrezione e ai giornalisti dice «Voi sognate» MILANO - Uno smentisce, l'altro avverte. «Voi sognate». Così il presidente di Mediobanca, Cesare Geronzi, a margine del Forex di Napoli, aveva risposto a chi gli chiedeva delle ipotesi di fusione tra Piazzetta Cuccia e Generali. PROFUMO - Non si è fatta attendere la replica dell amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo: «È evidente che se i cambiamenti al vertice delle Generali comportassero analoghi cambiamenti al vertice di Mediobanca non staremo certo a guardare, ma svolgeremmo in pieno il nostro ruolo di azionisti». 2

3 E poi proprio su Assicurazioni Generali, e sull ipotesi che il presidente di Mediobanca Cesare Geronzi passi alla sua guida, il banchiere ha commentato: «Come tutti sanno il diritto di voto corrispondente alla nostra quota (circa il 3%) è congelato. Quindi non abbiamo titolo per parlare». Invece il presidente di Unicredit, Dieter Rampl, vicepresidente del comitato nomine di Mediobanca spiega che «quando sarà il momento, se verrà quel momento, Unicredit esprimerà la sua opinione». Mediobanca, di cui Unicredit è il primo azionista con una quota dell 8,6%, detiene anche il 14,76% di Assicurazioni Generali. Redazione online Lo Cicero: Banche, tornate a fare bene il vostro mestiere Ripartire dal Sud per garantire la crescita nazionale. L economista Massimo Lo Cicero concorda con Mario Draghi e commenta: Il governatore della Banca d'italia torna su un idea già espressa. Il Mezzogiorno rappresenta un terzo del Paese, questo vuol dire che una sua ripresa implicherebbe una più generale crescita del sistema Paese. Abbiamo superato la crisi perché avevamo banche periferiche rispetto al cuore finanza mondiale, sottolinea Draghi, ma abbiamo ancora una pubblica amministrazione inefficiente e una bassa produttività, quindi se vogliamo riprendere a crescere bisogna ripartire dal Sud, la zona più arretrata. Con la recessione che segue sempre le crisi aggiunge Lo Cicero - le imprese non chiedono credito per investire. Il messaggio di Draghi, però, è importante: le banche devono imparare a riconoscere le imprese a cui fare credito e devono andare oltre il bilancio Devono capire cosa sta accadendo nelle imprese. È una vera strigliata agli istituti di credito che devono fare meglio il loro la voro, quindi non lo stanno facendo bene. D Aponte(Banca di Credito Popolare): Pmi, boom di fallimenti nel primo semestre Bisogna stare attenti a tante cose: alla trasparenza, al capitale e diventa sempre più difficile fare banca, soprattutto in un territorio complesso come quello campano. Ben venga il richiamo al territorio. La crisi è passata, ma le code ci sono ancora. Il primo semestre 2010 sarà particolarmente difficile, con imprese che salteranno. Probabilmente sarà più nera del 2009, ma bisogna guardare avanti e diventare traino dell economia. Così Manlio D Aponte, direttore generale della Banca di Credito Popolare di Torre del Greco, commenta il discorso del governatore della Banca d'italia Mario Draghi. Sono già due anni che la domanda di credito delle imprese è ferma. Oggi il fenomeno è più eclatante, le imprese soffrono maggiormente. Le banche sono qui proprio per dare una mano e, sarebbe inutile negarlo, cercare di fare business convenienti, sostenendo però le imprese meritevoli, aggiunge. Tremonti: Banche radicate nel territorio "E necessario che anche il sistema bancario conosca il territorio e la sua storia. Le banche devono tornare ai territori, alle agenzie, alle filiali, alla responsabilità di chi fa banca per il territorio". A inviare messaggi al mondo delle banche è di nuovo il ministro dell'economia, Giulio Tremonti. Questa volta a ispirare la sua reprimenda è la fusione tra Banca Intesa e San Paolo Imi. "Torino ha avuto una 3

4 grandissima banca - ha spiegato riferendosi a San Paolo Imi - poi si è fusa con un'altra banca ed è nato un gigante". Generali, Caltagirone a un passo dal 2% Francesco Gaetano Caltagirone ha comprato altre azioni Generali per 7,3 milioni di euro. L'imprenditore sale così oltre l'1,9% della compagnia triestina, quindi è a un passo dalla comunicazione a Consob del superamento della soglia rilevante del 2%. Questo shopping "forsennato" potrebbe avere l'obiettivo di intervenire al rinnovo del management di Generali previsto nell'aprile 2010 con la possibilità di vedere coinvolto Cesare Geronzi alla presidenza. I risvolti speculativi dal rinnovo del board di Generali nei prossimi mesi potrebbero spingere al rialzo il titolo Generali, attualmente in crescita solo dello 0,06% a 16,30 euro in Borsa. Oggi in un'intervista a Il Foglio Caltagirone ha detto di voler essere punto di riferimento per gli azionisti di maggioranza del gruppo assicurativo triestino e che, a certe condizioni, sarebbe disposto a rafforzare la partecipazione. "Su Generali ci tengo aa essere molto chiaro: il nostro è un gruppo industriale che quando investe ha l'obiettivo di portare a termine operazioni che durino nel tempo", ha spiegato. "L'idea è ed è sempre stata quella di tentare, anche attraverso le nostre partecipazioni, di tutelare i pochi e preziosi pilastri italiani che abbiano un rilievo internazionale", ha aggiunto Francesco Gaetano Caltagirone, secondo cui Generali è un buon esempio di come un'azienda sia stata capace di diventare un attore dell'economia internazionale, senza perdere per questo il suo pregiato profilo italiano. E nel gruppo assicurativo triestino ha intenzione di investire seriamente: "vogliamo diventare un punto di riferimento per gli azionisti di maggioranza; non siamo qui per seguire la strategia del mordi e fuggi e a certe condizioni, è ovvio, potremmo essere interessati a rafforzarci". Per quanto riguarda, infine, una possibile candidatura di Cesare Geronzi, attuale presidente di Mediobanca, alla presidenza di Generali, pur sottolineando che è decisamente troppo presto per poterne discutere, Caltagirone ha dichiarato che il suo rapporto con Geronzi è di grande stima e rispetto. In particolare, l'imprenditore apprezza Geronzi per come ha gestito la sua banca e per come fa il presidente, dando notevole autonomia al management, "che è di grande livello". Francesca Gerosa Svizzera, scudo fiscale italiano ha messo sotto pressione banche 12/02/ Lo scudo fiscale italiano ha delle ripercussioni non trascurabili sulle banche svizzere in termini di deflussi e gli istituti elvetici dovranno adattare le loro strategie. Oggi la banca Sarasin ha annunciato che rivenderà la filiale ticinese Sarasin Colombo Gestioni Patrimoniali ai suoi fondatori italiani, meno di tre anni dopo averla comprata. Ai tempi l'acquisizione era stata motivata dal desiderio di rafforzare la posizione nel mercato italiano. Oggi l'istituto ha riconosciuto che gli ultimi sviluppi hanno spinto a trovare nuove opportunità in Italia. Il prezzo della transazione non è stato rivelato. Benedikt Gratzl, portavoce della banca, 4

5 interpellato sulle nuove strategie si è limitato a osservare che "differenti opzioni sono allo studio ma non possiamo essere più precisi". La decisione "è stata presa con i cambiamenti nel segreto bancario e le nuove regole dell'ocse" ha spiegato, non è dovuta nello specifico all'amnestia fiscale italiana". Cina, aumenta tasso minimo sulle riserve 12/02/ La Banca centrale cinese ha annunciato di avere alzato, per la seconda volta quest'anno, il tasso minimo applicato sulle riserve di 50 punti base. La misura, che sarà effettiva dal 25 febbraio, ha colto di sorpresa il mercato soprattutto alla luce del basso tasso inflativo registrato in gennaio. India, +16,8% annuo produzione a dicembre 12/02/ In India la produzione industriale aumenta in dicembre del 16,8% annuo. Il balzo, il più ampio dal marzo 1990 e molto più forte del 12% atteso, contrasta con il dato del dicembre 2008 quando gli effetti della recessione economica mondiale hanno costretto l'attività delle impresea ripiegare dello 0,2%. Il traino dal settore manifatturiero (+18,5%) e dalla produzione di beni di consumo durevoli (+46%). Crisi, banche e imprese a confronto: infrastrutture per spingere la ripresa Dibattito tra Francesco Gaetano Caltagirone, Alessandro Profumo e Corrado Passera: semplificare regole e iter veloci ROMA (14 febbraio) - E' proseguito oggi in una tavola rotonda al Forex di Napoli il dibattito sull'intervento di ieri dal governatore della Banca d'italia, Mario Draghi, il quale puntava l'indice sull'aumento dei costi dei conti correnti e poneva una serie di temi sulla crisi. Dalla tavola rotonda, che vedeva come principali protagonisti Corrado Passera e Alessandro Profumo, i due principali banchieri italiani, e Francesco Gaetano Caltagirone, presidente dell'omonimo gruppo e vicepresidente di Mps, è emersa come indicazione principale per l'uscita dalla crisi la necessità di realizzare infrastrutture. Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, ha sostenuto che «il massimo dell'interesse del consumatore si fa con la trasparenza e la concorrenza», aggiungendo che sulla concorrenza e sulla trasparenza, «in Italia abbiamo fatto un bel pezzo di strada». Passera è intervenuto anche sulla questione dei bonus delle grandi banche: «In giro per il mondo si sono viste cose inaccettabili quindi capisco che si sia creata una rivolta a certi meccanismi. In ogni caso ogni Paese fa storia a sé. In Italia abbiamo dimostrato, anche da questo punto di vista, un equilibrio che altri non hanno dimostrato». Caltagirone: le banche devono tornare sul territorio. L'ingegner Francesco Gaetano Caltagirone ha sostenuto che le banche italiane devono ritornare sul territorio e devono ritornare a valutare le imprese non più solo attraverso «una schermata di computer». Le banche italiane attraverso le fusioni hanno perso in parte il tradizionale contatto con il territorio e in alcune aree del Paese la mancanza di organi decisionali a livello locale allunga i tempi. È ora invece che la conoscenza di un imprenditore non sia più solamente «cartacea e mi pare che iniziative di questo genere siano state prese a livello bancario». Il sistema Italia e le banche italiane «hanno tenuto meglio rispetto alla crisi perché in Italia il risparmio non l'abbiamo distrutto. Qui il risparmio c'è e questa è la grande 5

6 differenza tra il nostro paese e gli altri. Prima - ha detto Caltagirone riferendosi ai vincoli europei di bilancio - ci hanno costretto a tagliare gli investimenti, e in particolare quelli in infrastrutture, per il rientro del debito e poi si sono accorti che non siamo come gli altri paesi perchè qui c'è il patrimonio». Salvare le aziende, non gli azionisti. Nelle crisi come quella attuale, dovute a un eccesso di debito, «le aziende vanno salvate, i loro azionisti no; altrimenti verrebbe alterato il principio di sana concorrenza». Le banche, ha aggiunto Caltagirone, devono quindi evitare transazioni che finiscano anche indirettamente per penalizzare gli operatori sani. «Al contrario gli asset di un'impresa vanno riallocati a proprietà più efficienti». Gli investimenti in infrastrutture sono la strada principale per uscire in maniera sana dalla crisi economica creando reddito per le generazioni future ed evitando di consumare stock patrimoniali investendo in beni di consumo, ha spiegato il presidente del gruppo Caltagirone. «In Italia - ha detto Caltagirone - c'è una domanda naturale e non artificiale di infrastrutture» e gli investimenti in infrastrutture non creano «solo debito ma anche reddito per le future generazioni. E questo senza considerare che «gli investimenti in infrastrutture potrebbero affrancare l'italia dalla necessità di esportare: come nel caso dello sviluppo del nucleare e dei benefici che questo può avere sulla bilancia commerciale italiana considerando il peso che ha l'import di energia». Sulla realizzazione delle opere Caltagirone sottolinea che si assiste sempre più ad un «potere intimidito, che sembra avere solo la facoltà di dire no», che non si assume i rischi. Esiste, a suo avviso, una «frantumazione del potere, dove per realizzare un'opera servono 70 autorizzazioni». Aspetto che scoraggia gli imprenditori italiani e anche quelli stranieri. Aspetto quest'ultimo, particolarmente sottolineato anche da Passera («ritardo infrastrutturale che penalizza la competitività») e Profumo («accelerare i tempi«. Non mi piace vivere in un mondo dove non esistono regole e, come avviene in Cina, tutto sia permesso alle imprese pur di realizzare le opere, stigmatizza il banchiere: mi piace però vivere in un mondo in cui si prendono decisioni»). Secondo Caltagirone si deve trovare ora un nuovo equilibrio e accelerare i processi decisionali nella realizzazione delle grandi infrastrutture. «Condivido assolutamente» la posizione del Governatore Mario Draghi, sulla necessità che le banche rafforzino il loro patrimonio sia attraverso la destinazione degli utili o attraverso aumenti di capitale, ha detto infine Francesco Gaetano Caltagirone, interpellato a margine della tavola rotonda organizzata da Il Sole 24 Ore Radiocor. Profumo: il problema sono le regole uniche in Europa. «Come europei dobbiamo essere fieri di quello che la Ue sta facendo in tema di regole per il settore bancario e noi italiani dobbiamo spingere perchè la riforma vada avanti con più forza», ha detto Alessandro Profumo, ceo di UniCredit. È «fondamentale» avere «un libro di regole unico in Europa». Se non avremo queste regole comuni «avremo molti problemi perché ad esempio quello che è capitale in Germania non lo è in Italia. Non c'è livello di gioco livellato» e questo «è un problema importantissimo: più forte sarà il ruolo della European Banking Authority, più forte sarà quello della supervisione». Molti problemi in passato sono «nati per la mancanza di una supervisione forte» e, in questo modo, «ridurremo i rischi di sistema, l'europa lo sta facendo». Draghi, ha ricordato Profumo, «lo ha detto fra le righe» che «anche se non siamo fortemente livellati con gli Stati Uniti non è un 6

7 problema. Iniziamo a fare il mercato unico europeo perché il cross border è fra l'europa e gli Usa e non fra i diversi Stati europei. Il nostro mercato è l'europa e se non avremo un mercato unico avremo anche meno crescita in futuro». La vicinanza al territorio è «un mestiere» per una banca, ma deve essere fatto «uscendo un po' dalla mitologia - ha specificato Profumo - Si dice spesso che le banche devono capire i piani industriali delle imprese, ma quando ero direttore di filiale del Banco Lariano e avevo 5mila clienti retail e un migliaio di pmi da seguire, mi dite come facevo a essere competente su tutto? Usciamo dalla mitologia e dagli slogan la specializzazione serve, ma qualsiasi modello organizzativo ha pro e contro. Capire cosa succede nei territori è fondamentale ed è un mestiere, capire i nostri clienti è fondamentale allo stesso modo, ed è un'altra specializzazione, ed ognuna con la sua specificità. Essere calati nel territorio non significa avere tutte queste competenze». Draghi: «Commissioni bancarie troppo care, presenterò una proposta al governo» dal nostro inviato NAPOLI (14 febbraio) - Non si stanca mai Draghi nel dire che i banchieri si giocano la loro reputazione soprattutto nel rapporto con la clientela. A Napoli, al convegno del Forex, li aveva tutti davanti. Quale migliore occasione per annunciare che manderà «nei prossimi giorni al governo una proposta organica di disciplina che porti a oneri espressi con chiarezza, perchè tutti i clienti possano fare un confronto tra le diverse banche, e la concorrenza possa finalmente operare senza l impedimento dell opacità». Draghi si riferisce all intera griglia delle commissioni bancarie. Dopo che la legge ha vietato la commissione del massimo scoperto sui conti correnti non affidati, e ne ha disciplinato l applicazione su quelli affidati, Bankitalia ha consultato più di 500 banche, per capire come si sono regolate. E, ha rilevato Draghi, «in circa un terzo dei casi l onere per il cliente è aumentato, anche se nella media si registra una riduzione». Peggioramento che si riscontra soprattutto per i clienti non affidati, che vanno in rosso ma non hanno contrattato con la banca scoperti di conto corrente. Si tratta di una platea enorme di famiglie italiane, che dopo l entrata in vigore della legge che doveva essere di tutela, paga di più invece che meno. Nel caso dei conti correnti non affidati delle famiglie Bankitalia ha rilevato un peggioramento delle condizioni nel 29% dei casi. Nel 40% dei casi le banche maggiorano il tasso applicato. E succede anche che la varietà di nuove commissioni introdotte in sostituzione della commissione di massimo scoperto «ha ridotto il grado di comparabilità del costo dello scoperto di conto». Le cose sono andate meno peggio con i conti affidati delle imprese: i casi di peggioramento si sono fermati, si fa per dire, al 12%. Troppe nuove commissioni, troppo difficile per i clienti confrontare le offerte delle varie banche, insiste il governatore. «Occorre che la loro struttura venga drasticamente semplificata». Serve una nuova legge «che superi le incertezze interpretative della precedente», Draghi a giorni manderà al governo la sua proposta. E evidente che ai banchieri questa mossa non piace. Lo dice chiaro il presidente dell Abi, l associazione bancaria, Corrado Faissola. «D accordo» sull obiettivo di semplificazione e di una maggiore trasparenza delle commissioni su affidamenti e 7

8 scoperti di conto, ma «no a nuove norme di legge sul tema che potrebbero determinare ulteriori distorsioni alle leggi di mercato». Meglio muoversi attraverso regolamenti, anzi attraverso l autoregolamentazione. «Sono in corso iniziative già esaminate con l Antitrust». Faissola sottolinea che proprio i dati di Bankitalia segnalano «una riduzione nella media delle commissioni che è pari a -41% per i conti affidati e a -35% per quelli non affidati». Draghi ha ricordato come dal 15 ottobre sia diventato operativo l Arbitro Bancario Finanziario, costituito da Bankitalia proprio per migliorare le relazioni tra intermediari e clienti. «Il flusso dei ricorsi da parte degli utenti è ininterrotto». E i collegi hanno già preso le prime decisioni «in diversi casi la lite si è risolta in favore del cliente prima ancora della pronuncia del collegio». Sono per il governatore «segnali molto incoraggianti». Ad aprile Bankitalia darà un quadro complessivo dei ricorsi. «Quadro che fornirà elementi utili per l azione di Vigilanza». R. La. Draghi: crescita italiana ai minimi europei. Cgil: disoccupati, nel 2010 andrà peggio Governatore: chiarire su mutui variabili e bonus manager Bersani critica governo. Brunetta: con lui in bancarotta ROMA (13 febbraio) - Il governatore della Banca d'italia, Mario Draghi, nel suo intervento al Forex di Napoli, lancia l'allarme sull'economia italiana: «Stiamo ora uscendo dalla crisi con un tasso di crescita basso, ai minimi europei» ha detto ribadendo la necessità di riforme strutturali per evitare il ripetersi delle crisi. E ammonisce che senza una vera ripresa dell'occupazione ci sono rischi sul Pil e per i consumi. Le parole del Governatore riaccendono i riflettori sulla crisi economica. Per il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani è «allarme lavoro». Il vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei, si dice inve ottimista sul Pil. Draghi: senza ripresa dell'occupazione, rischi per il pil. «Alla fine dello scorso anno vi erano in Italia oltre 600mila occupati in meno rispetto al massimo del luglio ha detto Draghi - La quota di popolazione potenzialmente attiva che è al momento forzatamente inoperosa è elevata e crescente. Finché la flessione dell'occupazione non s'inverte permane il rischio di ripercussioni sui consumi, quindi sul Pil». «Indagine sui conti correnti: in un terzo dei casi sono più salati». «Le commissioni sui conti correnti bancari hanno visto una riduzione in media, ma per circa un terzo dei casi l'onere è invece aumentato, con una forte differenziazione fra i diversi istituti di credito» dice Draghi, citando i dati dell'indagine di Via Nazionale presso oltre 500 banche, rappresentative di circa l'80% dei conti correnti offerti alla clientela. Draghi spiega come l'indagine, trasmessa al ministero dell'economia, cui le nuove norme hanno attribuito la vigilanza sulle commissioni bancarie, «sono disponibili da oggi sul sito internet della banca». «La struttura delle commissioni sui conti correnti bancari deve essere più semplice - dice Draghi - La varietà di nuove commissioni rende difficile per i clienti confrontare le diverse offerte. Un nuovo intervento legislativo, che superi le incertezze interpretative del precedente, appare necessario». Per questo la Banca 8

9 d'italia inoltrerà al governo nei prossimi giorni «una proposta organica di disciplina che porti a oneri espressi con chiarezza». «L'euro è saldo» dice Draghi, mettendo in evidenza come «occorre che nell'unione europea si formi la volontà comune di estendere alle strutture economiche e alle riforme di cui necessitano, la stessa attenta verifica, lo stesso energico impulso che sono stati esercitati negli ultimi anni sui bilanci pubblici. Dieci anni fa, all'avvio della moneta unica, si levarono voci a richiedere anche un governo economico dell'unione; furono sovrastate dai cori entusiasti che celebravano la meta raggiunta insieme all'impegno a resistere a ogni ulteriore integrazione». Epifani: per la disoccupazione 2010 peggio del «Siamo ancora dentro la crisi, e purtroppo il 2010 sarà ancora peggiore del 2009 dal punto di vista dell'occupazione: ci aspettano altri mesi di grande sofferenza - ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani - Finché la flessione dell'occupazione non s'inverte permane il rischio di ripercussioni sui consumi, quindi sul Pil. Il governo poteva sostenere di più l'economia, gli investimenti e i consumi. Da questa crisi uscirà un'italia diversa, ma su questo bisogna avere le idee. Serve una politica industriale complessiva per il Paese. Il governo deve fare di più, la natura della crisi riguarda soprattutto l'industria manifatturiera. La cosa che più mi impressiona non è il -5 di Pil, ma il -25% della meccanica industriale, cuore del sistema industriale: e se il cuore del sistema industriale ha perso un quarto di produzione nel 2009, questo vuol dire 400mila occupati in meno direttamente; e, indirettamente, oltre 800mila». Sul tema intervengono anche Uil e Ugl. La Uil condivide «le preoccupazioni di Draghi: occorre una riforma degli ammortizzatori sociali ed un patto per la ripresa». E l'ugl chiede di «agire al più presto, attraverso riforme strutturali e un piano nazionale di sviluppo». Il vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei, è d'accordo con Epifani sulla necessità di sviluppare una «vera politica industriale per il Paese», con scelte condivise per ricominciare a crescere e sui settori produttivi su cui puntare. Bombassei ritiene si possa guardare «con un pizzico di ottimismo» all'andamento del Pil per l'anno in corso. Bombassei ha aggiunto che «senza egoismi di categoria e senza ideologie si può tornare ai livelli di produzione precrisi anche in minor tempo rispetto ai 4-5 anni che abbiamo stimato». «Draghi richiama la verità dei fatti - spiega il leader Pd Pier Luigi Bersani - la ripresa è lontana ma il Governo è in tutt'altre faccende affaccendato». Pronta la risposta del ministro Renato Brunetta: «se avessimo accettati i consigli di Bersani e compagni saremmo in bancarotta». Casini: dichiarazioni serie ed equilibrate. «Le dichiarazioni del governatore Draghi sono serie ed equilibrate, estranee per natura alla contesa politica e come tali non strumentalizzabili da nessuno»ha commentato Pier Ferdinando Casini, leader dell'udc. «Detto questo è fin troppo chiaro che le nude cifre della crisi (basti pensare al pil al -4,9%) non induco a professioni di ottimismo. C'è da preoccuparsi e molto della situazione italiana e c'è la necessità che il governo passi dagli effetti speciali, dagli spot, alla realizzazione di piani concreti per la ripresa», conclude 9

10 Consumatori: Draghi dice cose che noi catastrofisti sapevamo ROMA (13 febbraio) - «Non c'era bisogno delle dichiarazione di Draghi per conoscere quanto drammatica sia la realtà socio-economica del nostro Paese. Per noi catastrofisti nulla di nuovo sotto il sole». I presidenti di Adusbef e Federconsumatori, Elio Lannutti e Rosario Trefiletti, commentano così l'allarme sulla bassa crescita del nostro Paese lanciato, oggi, dal Governatore di Bankitalia, Mario Draghi. «Ci auguriamo -dicono - che ciò tuttavia serva peraltro agli "imbroglioni" nostrani che hanno fatto di tutto per mistificare la realtà per potere veicolare risorse e favori verso i poteri forti, anziché indirizzarli a chi effettivamente ne ha bisogno, manovra che costituirebbe una iniezione di energia per il rilancio della domanda di mercato oggi ormai ridotta ai minimi termini». «Infatti, è naturale - sottolineano Lannutti e Trefiletti - che con l'aumento drammatico dei disoccupati e dei cassaintegrati, ci sia un'onda montante che si prolunga nel tempo e che, senza interventi, produrrebbe anche nel 2010 una forte contrazione dei consumi interni. D'altra parte, visto il contesto internazionale, non è ipotizzabile una ripresa molto forte, come sarebbe auspicabile, delle nostre esportazioni». «Ed allora, lo ribadiamo, in mancanza di seri interventi sul lato degli investimenti in ricerca ed innovazione ed in mancanza inoltre di un aumento del potere di acquisto delle famiglie a reddito fisso per almeno 1200 euro annui di detassazione, le previsioni che danno un aumento dell'1% del pil rimarrebbero pii desideri. Più realisticamente, tali previsioni - concludono Lannutti e Trefiletti - farebbero attestare la crescita nel 2010 a valori pressoché nulli, perseverando così casse integrazioni e licenziamenti in un circolo vizioso deleterio per l'economia del nostro Paese». Venti economisti britannici sposano la ricetta dei Tory Dal nostro corrispondente Leonardo Maisano Londra - Venti fra i maggiori economisti inglesi in una lettera aperta al Sunday Times hanno dato ai conservatori di David Cameron una spinta in più in vista delle elezioni di primavera. Compatti, nonostante il background ideologico differente, hanno di fatto promosso le politiche del Cancelliere ombra George Osbone e bocciato quello del Cancelliere in carica, Alistair Darling. Da Howard Davies, rettore della London school of Economics, a Ken Rogoff, docente ad Harvard, a Lord Desai, Pari del regno con i colori del Labour, sollecitano misure sul fronte della spesa da adottare nelle settimane immediatamente successive al voto. E', di fatto, quanto sostengono i Tory che hanno promesso tagli decisi con un Budget (la finanziaria inglese) straordinario da varare nei cinquanta giorni successivi al voto. Parole che avevano messo Osborne e Cameron in un angolo, accusati dal governo di voler punire i più deboli e soprattutto di frenare la debolissima ripresa britannica con misure troppo restrittive. Il Labour è fino ad ora stato molto più vago sul contenimento della spesa e sul rialzo delle imposte avendo adottato una linea ad alto tasso di demagogia che prevede l'innalzamento dell'aliquota irpef marginale dal 40 al 50 per cento per i redditi oltre le 150 mila sterline. Una mossa che per le maggiori think tank inglesi avrebbe un effetto paradosso: con un calo invece che un aumento del gettito. Gordon Brown ha sempre escluso sforbiciate alla spesa prima del

11 La lettera aperta degli economisti è chiara: «Per essere credibile l'azione del governo deve puntare a eliminare il deficit strutturale nel corso del prossimo Parlamento e per farlo le prime misure devono essere varate subito». Parole che secondo George Osborne significano che «il mondo dell'economia ha raggiunto il consenso» appiattendosi sulla linea dei Tory. Lord Desai ha insistito che la lettera aperta non vuole sposare una linea politica e penalizzarne un'altra. Come dire: la nostra tesi è neutra dal punto di vista ideologico. Eppure la ricetta coincide, di fatto, con quella de conservatori. Sull'uscita dalla recessione e soprattutto sulla via per evitare che la sterlina si trovi sotto lo schiaffo dei mercati come accade ora con l'euro, Tory e Labour si giocano le elezioni. La campagna elettorale è di fatto già cominciata anche se la data ipotizzata, 6 maggio, non è ancora stata confermata. La vittoria alle urne passa dalla consistenza del programma e da quello economico prima di tutto. Nei giorni scorsi le insistenze dei Conservatori per un taglio immediato della spesa avevano gettato un'ombra sulla coppia Cameron-Osborne e rafforzato il Labour. In queste ultime ore, invece, il pendolo è tornato a pendere a favore dei Tory. La mossa inattesa e bipartisan dei maggiori economisti britannici darà, ora, altro ossigeno all'opposizione accrescendone l'aura di credibilità che pareva gravemente minacciata. I sondaggi, lo ricordiamo, danno dieci punti di vantaggio ai conservatori ma resta prevalente l'ipotesi di un Parlamento impiccato senza, cioè, maggioranza assoluta. 14 febbraio 2010 Nel Cud debuttano i familiari di Silvia Bradaschia e Giuseppe Buscema Al via la compilazione dei modelli Cud 2010 con gli eventi eccezionali dell'aquila e i dati di tutti i familiari per i quali sono applicate le detrazioni. I datori di lavoro, infatti, entro fine febbraio dovranno procedere alla certificazione dei redditi corrisposti ai lavoratori e ai soggetti fiscalmente equiparati durante il periodo di imposta 2009, consegnando il modello Cud 2010 in doppia copia. La scadenza, quest'anno, è fissata al 1 marzo (il 28 febbraio cade di domenica) e interessa tutti i datori di lavoro, anche se non rivestono la funzione di sostituto di imposta; la certificazione, infatti, vale anche quale certificazione dei dati previdenziali Inps, Inpdap e Ipost. Il modello è quello approvato con provvedimento del direttore dell'agenzia delle Entrate del 15 gennaio 2010 e pubblicato sul sito con le istruzioni per la compilazione. Qualora il datore di lavoro decida di procedere alla consegna in forma telematica, dovrà accertarsi che i lavoratori siano dotati degli strumenti per ricevere e stampare la certificazione (risoluzione agenzia delle Entrate n.145/2006). I datori di lavoro che avessero consegnato ai lavoratori, il cui rapporto di lavoro sia già cessato, la certificazione utilizzando il modello dell'anno scorso, dovranno integrare i dati richiesti nel Cud 2010 non presenti nella versione 2009, oppure consegnare il nuovo modello interamente compilato. La principale novità è rappresentata dall'obbligo di indicare tutti i dati dei familiari 11

12 per i quali il lavoratore ha goduto durante il periodo di imposta delle detrazioni fiscali. L'indicazione dovrà essere effettuata analiticamente nelle annotazioni utilizzando il codice "BO". In tal modo il lavoratore potrà avere immediata contezza di eventuali detrazioni usufruite in misura maggiore, o non godute e procedere al recupero, o alla restituzione, mediante la presentazione del modello 730/2010 o Unico Debutta l'obbligo dell'indicazione in via autonoma per l'eventuale "Credito per famiglie numerose recuperato" (punto 38) e "Credito per canoni di locazioni recuperato" (punto 41). Al punto 11 "Eventi eccezionali" della parte A, il codice 3 va utilizzato dai contribuenti, residenti alla data del 6 aprile 2009 nel territorio della provincia dell'aquila colpiti dagli eventi sismici, per i quali è stata prevista la sospensione dei termini relativi agli adempimenti e ai versamenti tributari. Al punto 9 della parte B va indicata la data di iscrizione alla previdenza complementare qualora il lavoratore abbia aderito a uno dei fondi e sia stato occupato per la prima volta dal 1 gennaio Ai punti 54 e 55 dovranno anche essere indicati gli importi dei contributi alla previdenza complementare versati dai lavoratori di prima occupazione e dai datori di lavoro, rispettivamente nell'anno e nei primi cinque anni di iscrizione al fondo. Il Dl 168/2009 ha previsto la riduzione dell'acconto Irpef in misura pari al 20% (dal 99% è stato ridotto al 79%); i datori di lavoro hanno dovuto, pertanto, procedere al ricalcolo degli acconti da trattenere ai lavoratori e nel caso in cui la trattenuta fosse stata effettuata in misura maggiore, avrebbero dovuto procedere alla restituzione della differenza ai lavoratori con la busta paga di dicembre. L'esposizione dovrà avvenire come segue: nei campi 21 e 22 dovranno essere indicati gli importi effettivamente trattenuti. Bisognerà, altresì, procedere all'indicazione dei dati nelle annotazioni al modello col codice BQ. Altra novità riguarda l'esposizione dei dati relativi al trattamento di fine rapporto. L'indicazione dovrà essere effettuata in forma analitica indicando ai campi 132 e 133 l'importo del Tfr rimasto in azienda rispettivamente fino al e dal 2001 al Gli importi confluiti alla previdenza complementare dovranno essere riportati ai righi 134, 135 e 136. Al Forex i banchieri chiedono una politica per la crescita Dal nostro inviato Mara Monti NAPOLI. Investimenti in infrastrutture e regole certe per fare ripartire la crescita in Italia. E' la ricetta che banchieri e imprenditori sono pronti a sottoscrivere per non farsi trovare impreparati quando l'economia ritroverà il sentiero dello sviluppo. Davanti a una platea di 400 operatori finanziari riuniti a Napoli in occasione del 16 congresso del Forex, Corrado Passera, consigliere delegato e Ceo di Intesa Sanpaolo, Alessandro Profumo, Ceo di UniCredit group, Francesco Gaetano Caltagirone, presidente della Caltagirone Spa, e Donato Masciandaro, direttore del dipartimento di economia dell'università Bocconi, hanno illustrato la loro ricetta. «Per recuperare il ritardo infrastrutturale servirebbero miliardi per 6-7 anni - ha detto Passera nel corso del convegno organizato da Il Sole 24 Ore Radiocor - Sembrano cifre enormi, ma non lo sono considerando che ci sono soldi già stanziati ma non spesi, soldi disponibili da parte dei privati (noi stessi abbiamo già stanziato delle somme per autostrade che non partono) e 12

13 finanziamenti europei». Punta sulle infrastrutture anche Caltagirone, secondo il quale «nel nostro paese i bisogni reali sono soprattutto presenti nelle infrastrutture» e quindi più velocemente si realizzano queste opere più «rapidamente si esce dalla crisi». L'imprenditore scommette su due settori con grandi potenzialità: energia e nucleare, per rendere il paese meno dipendente «dall'energia importata». Certo, i finanziamenti privati sono indispensabili, ma le grandi opere non possono partire senza l'intervento pubblico. «Il problema non è se il capitale pubblico o quello privato siano buoni o cattivi ha detto Profumo ci sono alcune opere che senza le cosiddette partnership pubblico-privato non si faranno mai». Il problema, semmai, del rapporto con l'amminisrazione pubblica è la velocità dei processi decisionali. Su questo, Caltagirone ha denunciato la frammentazione dei processi autorizzativi in Italia che bloccano gli investimenti, ha difeso il ruolo delle banche che si assumono «rischi straordinari» nel finanziare il sistema e ha sottolineato la necessità del capitale pubblico per finanziare le infrastrutture, «senza non avremmo l'autostrada in Italia». Per mettere mano a un processo decisionale farraginoso ci vogliono regole certe. Donato Masciandaro è convinto che una delle cause dello scoppio della crisi negli Usa sia stata una eccessiva deregolamentazione, accompagnata da una politica monetaria lassista. Ecco perché «in Europa - ha detto - dobbiamo cominciare a ragionare su un unico mercato finanziario europeo, ma sopratutto su una unica vigilanza comunitaria». «Le regole le fanno le autorità, ma le banche devono fare i conti con uno scenario ancora difficile», ha detto Passera, elencando le tenaglie che schiacciano il sistema bancario dai volumi calanti, agli spread ai minimi livelli, al costo del rischio al massimo, all'elevata tassazione. «In questo scenario, ottenere profitti stellari è improbabile. Ci stiamo impegnando molto per garantire adeguati ritorni ai nostri azionisti, ma è probabile che resteremo improgionati nella morsa sicuramente quest'anno e parte del prossimo anno». Tuttavia, «non abbiamo chiuso l'ombrello del credito che ha tenuto - ha aggiunto Passera - proprio nella fascia delle pmi, con una quantità di accordato di 62 miliardi di euro non ancora utilizzato. La cosa che noi vogliamo di più è finanziare, fare credito». E per farlo, ha ricordato l'ad di Ca' de Sass, Intesa Sanpaolo ha scelto la strada della Banca dei Territori, con vantaggi del radicamento locale coniugato alla forza della grande banca nazionale e internazionale. «E' la strada che stiamo percorrendo da tempo e nella quale crediamo molto e vogliamo continuare a investire». Va bene essere vicini al territorio, «ma la specializzazione serve», secondo l'ad di UniCredit. Il quale ritiene che bisogna abbandonare «la visione mitica del direttore di filiale che sa fare tutto». E, «uscendo dalla mitologia», ribadisce con chiarezza che «la specializzazione è una cosa che serve». Perché «capire cosa succede nei territori è un mestiere, così come conoscere i clienti è fondamentale ed è un altro mestiere. Ognuno ha la sua specificità». 14 febbraio 2010 «Mediobanca-Generali? Idea assolutamente astratta» 13

14 Mediobanca e Generali? La fusione è per Francesco Gaetano Caltagirone un'idea «assolutamente astratta». A un giorno di distanza dal «voi sognate» di Cesare Geronzi, Caltagirone prova a ridimensionare l'entusiasmo generato dall'ipotesi di creare un asse finanziario lungo la direttrice Milano-Trieste. Ma le sue parole sono meno tranchant di quelle di Geronzi. La ricandidatura del presidente Antoine Bernheim o l'ipotesi di sostituirlo ai vertici del Leone con il presidente di Mediobanca Cesare Geronzi per Caltagirone sono invece premature. Il presidente del gruppo romano non si lascia sfuggire occasione per mostrare la sua presenza sul tema Generali e si prepara a fare la sua parte sullo scacchiere della finanza nazionale e internazionale: negli ultimi mesi ha accumulato azioni del Leone fino a quasi il 2% e in futuro non esclude l'interesse a salire. 14 febbraio 2010 Così Geronzi sull'ipotesi di fusione tra Mediobanca e Generali: «Voi sognate» "Voi sognate". Così il presidente di Mediobanca, Cesare Geronzi, ai giornalisti che gli chiedevano di una possibile fusione tra Mediobanca e Generali ipotizzata dai giornali nelle scorse settimane. Parlando a margine del Forex, Geronzi ha poi liquidato la questione di un suo possibile interesse per la presidenza di Generali: "Sulla questione siamo rimasti a quanto avevo già detto a ottobre". Sull'argomento è intervenuto anche l'amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo. La quota in Generali (3,3%) del colosso bancario di Piazza Cordusio - che con l'8,6% è primo azionista di Mediobanca (piazzetta Cuccia a sua volta controlla il 14,76% della compagnia del Leone) - è congelata. Ma Unicredit svolgerà appieno il proprio ruolo di azionista in Mediobanca se i cambiamenti avranno impatto anche sui vertici di Piazzetta Cuccia. Così Profumo in un'intervista pubblicata dal quotidiano Milano Finanza sul possibile arrivo dell'attuale presidente di Mediobanca, Cesare Geronzi, al posto di Antoine Bernheim, che ora guida la compagnia assicurativa. «Come tutti sanno - ha risposto Profumo a una domanda sul ruolo che Unicredit può svolgere in Generali - il diritto di voto corrispondente alla nostra quota è congelato. Quindi non abbiamo titolo per parlare». Il presidente di Unicredit, Dieter Rampl, vicepresidente del comitato nomine di Mediobanca, invece «quando sarà il momento, se verrà quel momento, esprimerà la sua opinione. È evidente - conclude Profumo - che se i cambiamenti al vertice delle Generali comportassero analoghi cambiamenti al vertice di Mediobanca non staremmo certo a guardare. Svolgeremmo in pieno il nostro ruolo di azionisti». 13 febbraio 2010 Salviamo le aziende, non gli azionisti di Francesco Gaetano Caltagirone (*) A quasi un anno e mezzo dal fallimento di Lehman Brothers e dall'irrompere nell'economia globale della sfiducia nei confronti degli intermediari bancari e finanziari, è tempo di un esame sereno dei rapporti tra banca e impresa. Nella lunga fase dell'emergenza è comprensibile che tra sistema delle imprese e sistema bancario si alimentassero polemiche. Per molte aziende in difficoltà 14

15 crescente la maggior prudenza bancaria nell'erogazione del credito è apparsa ingiusta poiché la crisi originava dalle banche. Ora che credito e impresa possono e devono pensare non più solo all'emergenza è bene che le polemiche lascino il campo a considerazioni di ordine fattuale. Personalmente ritengo che vi siano alcune osservazioni preliminari intorno a ciò che è avvenuto. Da tali osservazioni discendono alcune conseguenze rispetto alle quali vanno commisurati i correttivi prudenziali e gestionali più opportuni. Riduco le osservazioni iniziali a quattro. Investono, in ordine temporale: la natura del modello bancario egemone nel precrisi; la natura della domanda alimentata e sorretta da quel sistema; il criterio selettivo della domanda da sostenere oggi e per il futuro; l'insorgere di nuovi fenomeni di azzardo morale proprio mentre tutti si dicono protesi al contenimento di quelli che hanno provocato la crisi. Sui limiti e le conseguenze del modello bancario anglosassone descritto come più moderno e innovativo (estensione all'infinito del perimetro del credito attraverso le cartolarizzazioni senza adeguare il patrimonio) molto è stato detto. Per nostra fortuna, il sistema bancario italiano era ancora tra i meno decisamente avviati a quella trasformazione. Per questo siamo stati il paese occidentale che non ha registrato salvataggi bancari pubblici e ha contenuto le stesse garanzie pubbliche bancarie al minimo utilizzo reale. Mi limito a richiamare come tale modello si sia risolto in una specie di sfida impossibile alla legge di gravità. Infatti, la concentrazione eccessiva del rischio ha reso insostenibile, per qualche punto della catena, la gestione dell'onere. È il fenomeno sul quale continua ad accentrarsi l'attenzione dei regolatori, della politica e della comunità del business. La seconda considerazione riguarda una larga fetta di domanda mondiale che tale sistema ha finito per alimentare negli anni pre-crisi. Si tratta di una domanda la cui natura era da considerarsi ieri e va considerata - oggi e per il futuro - meramente artificiale. Vi ha concorso un'erronea metodologia di valutazione del rischio finanziario delle famiglie. Si è creduto che esso potesse essere diverso da quello praticato per i prestiti alle imprese. Principalmente negli Stati Uniti e in Gran Bretagna si sono indotte quote molto significative di famiglie a indebitarsi oltre il reddito disponibile stesso, cioè le si è spinte a intaccare lo stock patrimoniale che è garanzia per se stessi e soprattutto per le future generazioni. Si è trattato di un grave errore. Solo oggi i mercati iniziano a reagire nel giusto modo al problema della sostenibilità complessiva di un debito nazionale che va considerato nella somma totale di tutte e tre le diverse componenti che lo formano: il debito pubblico, quello delle famiglie, quello delle imprese non finanziarie. Pur con il nostro 106% di debito pubblico nel 2008, l'italia vedeva un debito delle famiglie fermo al 39% del Pil, rispetto al 96% degli Usa, al 110% dell'irlanda, al 100% della Gran Bretagna, al 61,5% della Germania e al 51% della Francia. E anche l'80% sul Pil di debito delle imprese italiane va confrontato con il 165% dell'irlanda, il 136% della Spagna, il 113% della Gran Bretagna, il 105% della Francia. Per questo, oggi, oltre che per la prudenza di bilancio del Tesoro, nel mercato dei debiti sovrani l'italia si trova dopo molti anni a rischiare assai meno di altri. Grazie a questo eccesso di debito insostenibile alimentato dagli intermediari finanziari, le famiglie sono state indotte negli Usa e in vasta parte dell'europa a consumi aggiuntivi artificiali. Bisogna dare per scontato che per un lungo lasso di tempo la domanda di quei consumi non potrà tornare al livello precrisi. 15

16 Una terza considerazione riguarda la natura della domanda che va sostenuta oggi dal sistema bancario e dalle politiche economiche e monetarie. A fronte della caduta dei consumi, la reazione istintiva che si produce in molti paesi è tentare di sostenere i livelli di domanda ai livelli precedenti la crisi. Anche in questo caso si tratta di un errore. Lo sforzo principale va destinato al sostegno di quella che può e deve essere considerata la domanda "naturale", non quella artificiale. L'imprenditore vero è colui che soddisfa la domanda che c'è: quella di cui il sistema ha bisogno, non quella creata artificialmente. La domanda "naturale" oggi in Italia è la domanda di infrastrutture. Diversamente, continuerà il falò degli stock patrimoniali dei consumatori, per un brusco e temibile risveglio di consapevolezza quando i tassi muteranno il loro segno. Si tratti di spingere all'acquisto di una nuova auto scontata per via degli incentivi pubblici ogni tre anni anziché quattro o di un qualunque altro bene di consumo non durevole, il voler giustificare tali scelte con la difesa dei livelli di occupazione precedentemente raggiunti dai diversi settori interessati determina un'uscita ritardata dalla crisi, a sua volta foriera di instabilità e distorsioni ulteriori. I consumi e gli impieghi da incoraggiare sono quelli che non intaccano ma accrescono il patrimonio - dei privati e collettivo - e che non comportano un servizio insostenibile ma, al contrario, generano flussi di reddito attraverso i quali si ripaga con ragionevole certezza il debito. È una generale transizione dall'eccesso di consumi non durevoli al rafforzamento di quelli di beni durevoli di cui abbiamo bisogno. A cominciare dalle infrastrutture: materiali e immateriali. Ma c'è anche un quarto fenomeno sul quale veramente quasi nessuno attira l'attenzione. Esso tocca la responsabilità preminente delle banche, non della politica. Riguarda i criteri da seguire nelle ristrutturazioni dei debiti delle imprese non finanziarie. Laddove l'intermediazione finanziaria è pressoché al 100% di esclusiva natura bancaria, come nel nostro paese, alle banche spetta evitare ristrutturazioni finanziarie di imprese che possano tradursi in nuovo e censurabile azzardo morale. Se si vuole che il mercato funzioni in piena trasparenza e remunerando in maniera corretta i rischi va evitato che le banche procedano proprio nei confronti delle imprese più e peggio indebitate a transazioni che riducono fortemente il loro debito e creano anche equity fresco a favore degli stessi azionisti di controllo responsabili di avventurose e instabili politiche aziendali. Si determina così un doppio vulnus al principio della giusta concorrenza tra imprese. Proprio quelle imprese verso le quali le banche sono state più generose in passato, magari in cambio di retrocessioni a pegno di asset acquistati a prezzi eccessivi grazie al credito bancario, sono le stesse imprese che oggi vengono premiate e sostenute. In tal modo l'imprenditore serio e misurato, che ha evitato prima della crisi il passo più lungo della gamba e l'eccesso di debito, si trova spiazzato due volte dalle banche, prima della crisi e anche oggi, a vantaggio di concorrenti più irresponsabili eppure premiati. Va rilevato, inoltre, che qualunque transazione "generosa" di una banca è un costo che viene spalmato, attraverso la crescita degli spread, su tutti gli operatori sani. Bisogna affermare con chiarezza un principio: nelle difficoltà da eccesso di debito le aziende vanno salvate, i loro azionisti no. Altrimenti il principio di sana concorrenza verrebbe alterato. Gli asset tangibili e intangibili di un'impresa vanno riallocati a proprietà più efficienti. Esattamente come, di fronte ad aziende senza più mercato, la politica deve tutelarne i dipendenti ma all'interno di un mercato del lavoro aperto e libero, non per forza nell'impresa com'era e dov'era. 16

17 Altrimenti, significa solo spendere denaro pubblico per difendere aziende improduttive. Da quanto sopra discendono i conseguenti correttivi da adottare. Circa il modello bancario vanno definiti alcuni ambiti di intervento. Il rafforzamento dei requisiti patrimoniali delle banche secondo Basilea 3 è cosa giusta ma va adottato progressivamente in modo da non determinare troppe restrizioni sull'ammontare degli impieghi. È urgente l'adozione di un'architettura di vigilanza condivisa e il più possibile analoga tra le tre diverse maggiori aree mondiali. Così come servono criteri condivisi per il sostegno agli intermediari "troppo grossi per fallire", ma con procedure chiare e definite preliminarmente. Sarebbe forse il caso, interpretando fedelmente lo spirito del diritto sulla concorrenza, di limitare le possibilità di superare quel tetto oltre il quale il soggetto non può più fallire. Bisogna, inoltre, valutare attentamente la possibilità di tornare indietro rispetto al modello di banca universale, tendenza radicale verso la quale è legittimo lo scetticismo, mentre sarebbe auspicabile la separazione per tipo di impieghi. Insieme alla ricapitalizzazione graduale delle banche è auspicabile che si ripatrimonializzino a mano a mano anche le imprese. Sarebbe quindi positiva una revisione delle caratteristiche dell'imposizione fiscale che oggi favorisce l'imprenditore quando immette capitale attraverso finanziamenti (per esempio le obbligazioni con aliquota al 12,5%) piuttosto che come capitale (imposizione al 27,5%). È chiaro, a questo punto, che la parte dovranno farla in tre: le banche, le imprese, ma anche lo stato. Il momento è propizio in quanto c'è abbondanza di capitali in mano ai privati - affluiti con lo scudo fiscale - che, se stimolati, si possono tradurre in equity per le imprese. Oltre alla selezione della domanda e all'esigenza di evitare azzardo morale anticoncorrenziale a vantaggio delle imprese imprudenti, vale la pena aggiungere che le banche italiane attraverso le fusioni hanno perso, in parte, il tradizionale contatto con il territorio creando una barriera fra l'imprenditore e i dirigenti della banca suoi interlocutori. In alcune aree del paese, cito l'esempio di Roma, la mancanza di organi decisionali a livello locale allunga i tempi e non permette più alle banche di dare una valutazione delle imprese oltre i numeri, essendo scemato il rapporto personale. Le imprese non possono essere ridotte a un mero numero in una schermata di computer. Questo è uno dei punti su cui bisogna intervenire. Che cosa si aspetta a superare il criterio dei rating solo patrimoniali elaborati dalle banche sulle imprese? A tenere finalmente conto di criteri tangibili come l'investimento in capitale umano e di altri intangibili come la regolarità dei pagamenti effettuati e ottenuti da clienti e fornitori? Francamente, mi sembra che di più e di meglio si possa fare. Banca e impresa litigiose a lungo andare fanno il male l'una dell'altra, ammoniva Luigi Einaudi. Anche del paese, aggiungo io. E non mi pare proprio, che possiamo permettercelo. (*) PRESIDENTE GRUPPO CALTAGIRONE 14 febbraio I banchieri a Draghi: «Pronti a finanziare lo sviluppo» di Redazione Passera e Profumo: «L ombrello del credito alle imprese non è chiuso». 17

18 Infrastrutture e nucleare i motori della ripresa NapoliLa spinta per la ripresa economica nel nostro Paese potrebbe essere rappresentata dalle infrastrutture. A ventiquattr ore dalla diagnosi del governatore Mario Draghi («l Italia esce dalla crisi con la crescita ai minimi»), sempre da Napoli arriva una ricetta: la ripresa si può rafforzare investendo in opere pubbliche di cui il Paese ha bisogno, a incominciare dal nucleare. E alla richiesta di maggiore trasparenza, le banche rispondono: su questo tema abbiamo fatto molti passi avanti. Ne sono convinti Francesco Gaetano Caltagirone, Corrado Passera (Intesa Sanpaolo) e Alessandro Profumo (Unicredit), insieme a Napoli per una tavola rotonda dedicata a banche e ripresa. «In Italia - spiega Caltagirone - c è una domanda naturale e non artificiale di infrastrutture», a cominciare dall energia. Così la realizzazione del nucleare, «non solo genera domanda ma affranca il Paese - afferma - dalla necessità di importare energia», i cui costi sono una palla al piede delle imprese. Concordano con Caltagirone sia Passera che Profumo. Ma come trovare le risorse? L amministratore delegato di Intesa Sanpaolo osserva che per recuperare il ritardo infrastrutturale servirebbero investimenti per miliardi di euro in cinque-sette anni. «Sembrano cifre grosse - aggiunge Passera - ma non lo sono, considerando che ci sono somme stanziate ma non spese, soldi disponibili da parte dei privati (la stessa banca ha stanziato somme per autostrade che non partono) e finanziamenti europei». Tuttavia, ricorda Profumo, il ruolo del capitale pubblico resta essenziale per realizzare le grandi opere. Inoltre, rimarca, bisogna risolvere un grande problema: rendere più veloci i processi decisionali. Si discute anche di banche, dopo le parole pronunciate sabato da Draghi. Caltagirone, che è anche vicepresidente e importante azionista del Monte Paschi, condivide «completamente» l invito del governatore a rafforzare il patrimonio delle banche anche destinandovi gli utili. Caltagirone invita inoltre le banche a tornare sul territorio, dato che l imprenditore sente la necessità del «rapporto personale, e deve essere valutato attraverso la conoscenza diretta della sua impresa». Un invito che non convince del tutto gli altri due banchieri. «C è una visione un po mitica del direttore di filiale che sa fare tutto - replica Profumo - ma quando si hanno 5mila clienti che vanno dal portiere del palazzo accanto alla Montedison, come si fa»? Quanto al rapporto con la clientela retail, aggiunge l amministratore delegato di Unicredit, bisogna fare un passo indietro dagli slogan, e ragionare tutti insieme». Le banche, dicono Passera e Profumo, non hanno chiuso l ombrello del credito nei confronti delle imprese: «Siamo pronti a finanziare lo sviluppo», conferma l ad di Intesa Sanpaolo. Tutti si augurano che le nuove regole di Basilea 3 non ostacolino la ripresa: «Sarebbe un peccato», dice Passera che tuttavia si sente rassicurato dalle parole incoraggianti pronunciate da Draghi («Basilea 3 non pregiudicherà la crescita»). L'occupazione femminile aumenta ma solo una su dieci assunta al Sud I dati Istat: in 16 anni occupate in più, ma solo il 12,1% hanno interessato il Meridione ROMA L aumento dell occupazione femminile nel corso degli anni, nella maggior parte dei casi, non riguarda le donne meridionali. In 16 anni, dal 1993 al 2009, a fronte di occupate in più appena 218 mila (ossia il 12,1%) hanno interessato le regioni meridionali, poco più di una su dieci. Che vuol dire, mediamente, ogni 18

19 anno, circa lavoratrici al Sud e nelle Isole contro circa 100 mila del resto d Italia. A segnalare questo particolare dato dell occupazione femminile è stata Linda Laura Sabbadini, direttore centrale dell Istat, in una recente audizione in Commissione lavoro al Senato, con all ordine del giorno il mercato del lavoro delle donne. Il tasso di occupazione femminile nel nostro paese si conferma fra i più bassi in Europa: appena il 46,1% di occupazione, inferiore di circa 12 punti percentuali rispetto a quello medio della Ue27. Del 1.8 milione di occupate in più nei 16 anni considerati, quindi, la parte più significativa ( ) è andata alle regioni del Centro-Nord. Al momento, il tasso di occupazione femminile è al 30,8% nel meridione, al 55,6% nel Nord-Ovest, al 56,9% nel Nord-Est. Ma c è anche il rovescio della medaglia. La crisi economica penalizza in generale sia uomini sia donne. Ma nell industria il calo dell occupazione femminile ha registrato nel terzo trimestre del 2009 una caduta più che doppia rispetto a quella rilevata fra gli uomini: le tute-rosa sono calate del 10,5% contro il 4,2% delle tute-blu. Nel corso del 2009, la discesa dell occupazione femminile ha interessato tutte le figure del mercato del lavoro: le dipendenti a termine, le collaboratrici, le autonome, fino a coinvolgere le occupate a tempo indeterminato. Fra l altro, il tasso di inattività femminile ha registrato significativi posizionamenti nel terzo trimestre 2009 al 64,2% (rispetto al 63% dello stesso periodo del 2008). In relazione al contributo delle donne al reddito familiare, in Italia - rileva l Istat - esiste ancora la tradizionale divisione dei ruoli di genere che vede l uomo responsabile del sostentamento economico della famiglia mentre la donna è ancora dedita principalmente alle attività domestiche e di cura. Una condizione molto più diffusa che in altri paesi europei, soprattutto per effetto dell ampio ricorso al part-time. Uno strumento, quest ultimo, che nel nostro paese è ancora «meno diffuso ed accessibile». «Le ragioni che spiegano lo scarso contributo femminile all economia familiare - sostiene Sabbadini - sono da ricercarsi anche, e probabilmente soprattutto, nella maggior presenza di donne in settori del mercato del lavoro meno retribuiti». Fanno eccezione le famiglie indigenti (il quinto più povero) dove invece è maggiore l apporto delle donne all economia familiare. «Ma in questo caso - aggiunge la ricercatrice - il fenomeno sembra più conseguenza delle precarie condizioni del partner, che del rendimento di elevati investimenti femminili in capitale umano». "No ad una legge sui conti correnti" Le banche frenano il piano di Draghi Appello del governatore di Bankitalia"Semplificare costi, avvisare su rischi". L'Abi: d'accordo ma no a via legislativa ROMA Costi dei conti correnti più semplici, magari con una legge di revisione della materia e un chiaro avviso sui possibili rischi in caso di aumenti dei tassi a chi ha sottoscritto e sottoscrive un mutuo variabile, allettato dagli attuali bassi livelli. Il governatore della Banca d Italia, Mario Draghi, nel suo intervento al Forex di Napoli torna a spronare le banche, cui riconosce una maggior solidità rispetto a quelle di altri paesi ma che, anche in vista delle nuove norme di Basilea 2, devono ulteriormente rafforzarsi destinando a patrimonio gli utili. Gli istituti di credito, inoltre, in occasione delle prossime assemblee dei soci dovranno fornire «informazioni esaurienti e dati puntuali» sull adeguamento delle regole su bonus e stipendi ai nuovi standard internazionali redatti dall Fsb di cui lo 19

20 stesso Draghi è presidente. Il governatore cita così i dati dell indagine di Via Nazionale presso oltre 500 banche, rappresentative di circa l 80% dei conti correnti offerti alla clientela e trasmessa al ministero dell Economia cui, per la nuova legge spetta la vigilanza sul tema. Le commissioni sui conti correnti bancari hanno visto una riduzione in media ma «per circa un terzo dei casi l onere è invece aumentato» con «una forte differenziazione» fra i diversi istituti di credito e una varietà «che rende difficile per i clienti confrontare le diverse offerte». Per il governatore «un nuovo intervento legislativo, che superi le incertezze interpretative del precedente, appare necessario» ma sul tema l Abi, per bocca del suo presidente Corrado Faissola, si dice d accordo con una maggiore semplificazione ma non per «via legislativa». Meglio la via regolamentare pena il rischio di «ulteriori distorsioni delle leggi di mercato». Il governatore rileva poi come cali il credito alle imprese sia per la debolezza della domanda sia per una maggiore severità delle banche e si avverta solo una moderata ripresa nei rilevamenti. Si mantengono alti i finanziamenti alle famiglie (+3% nel periodo dicembre 2008-dicembre 2009) in specie per i mutui a tasso variabili e per questo «occorre che i contraenti siano avvertiti del rischio che corrono in caso di aumenti di tasso». Le banche italiane poi sono chiamate ad affrontare le sfide del perdurare della crisi e del venire meno graduale delle misure di stimolo. Inoltre l aumento di incagli e rate non pagate prefigura un «ulteriore peggioramento nei mesi a venire» delle sofferenze. Draghi riconosce l intensa opera di rafforzamento messa in campo dagli istituti di credito attraverso aumenti di capitale, dismissioni e, in alcuni casi, ricorso ai Tremonti Bond ma le modifiche delle regole di Basilea avranno comporteranno «adeguamenti non trascurabili». Per questo gli utili conseguiti, come aveva già esortato nelle scorse settimane, dovranno essere destinati a patrimonio. Una misura che deve essere conciliata con le necessità di alcuni soci istituzionali come le Fondazioni che vedono altrimenti a rischio le loro erogazioni. Per il consigliere di Intesa Sanpaolo Corrado Passera comunque per le banche italiane non avranno ripercussioni dai problemi sul debito sovrano di Grecia, Portogallo e Spagna. Per il governatore c è ora «un approccio condiviso» a ridurre "l azzardo morale" per cui le istituzioni finanziarie si sentono protette dal rischio fallimenti e assumono nuovi rischi e anche si registrano progressi nel campo dei derivati, specie in quelli più speculativi come i Cds. «C è una buona armonizzazione tra le legislazioni (in Usa e Europa)» per accrescere la trasparenza e la stabilità del mercato. Eventi economici e finanziari del 15 febbraio (15/02/2010) La prima seduta della settimana e povera di eventi economici e oltretutto orfana di Wall Street che rimane chiusa per la festivita del President s Day. Cosi gli operatori dovranno accontentarsi della Bilancia commerciale dell Italia, complessiva e verso i paesi dell Unione Europea, prevista per le ore 10,00. Cinque ore prima, alle 5,30 si conosceranno i dati preliminari del Pil del 4 trimestre del 2009 del Giappone, seconda economia al mondo, e quelli della Produzione industriale a dicembre. Tornando in Europa nella mattinata e prevista la riunione dei rappresentanti dell Eurogruppo. Il tema al centro della riunione sara certamente il caso Grecia e le misure da adottare per evitare il default del debito ellenico. Sul fronte finanziario a Piazza Affari prende il via l offerta del prestito obbligazionario da 2 miliardi di euro emesso da Enel e destinato ai piccoli 20

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