I FATTI DEL RISORGIMENTO A 150 ANNI DALL UNITÀ

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1 I FATTI DEL RISORGIMENTO A 150 ANNI DALL UNITÀ Dalla rubrica mensile di RADIO MARIA «Problemi di storia della Chiesa» A cura del professor ANDREA ARNALDI Sabato 19 febbraio 2011 Nell approssimarsi dei festeggiamenti per i 150 anni di unità statuale italiana, desidero rendere omaggio con questa trascrizione al professor Andrea Arnaldi che da oltre due decenni tiene una seguita rubrica di storia per quella che definirei come una università popolare dell etere : Radio Maria. Manca una piccola parte della registrazione in cui il professore saluta i radioascoltatori e presenta il tema della lezione. Sappiamo che gli stati che non sono più legati da una comune visione, da valori comuni o da autorità sovrannazionali comuni e riconosciute, ma che cominciano a guerreggiare, a rivaleggiare, a contendersi il primato politico, il primato nei commerci, il primato militare, sono destinati a cadere. È chiaro che in un contesto di questo tipo, l esistenza di stati molto piccoli, come erano quelli che caratterizzavano la penisola e la nazione italiana costituivano una situazione di debolezza che avrebbe prima o poi finito per ingolosire qualche stato nazionale vicino, deciso ad espandere la propria influenza. Quindi, l idea di unità è un idea certamente giusta, che risponde a un esigenza precisa del tempo. Ora è chiaro, che come abbiamo detto pocanzi, ciò che fa la differenza nella valutazione che occorre dare ai fatti storici in questo caso parlando del Risorgimento italiano -, non è dunque l idea in sé di unità d Italia, ma sono le modalità con le quali questo ideale fu perseguito. Infatti venne ben presto messa da parte la ipotesi di unità federale sostenuta, come dicevo da autorevoli pensatori come Gioberti, Rosmini, Cattaneo e fatta propria dallo stesso Pio IX -, viene accantonata perché si impone una visione più ideologica: la visione di chi vuole esportare in Italia i principi della Rivoluzione francese e vede nel processo unitario una importante occasione per realizzare questo risultato. In altre parole, l esportazione in Italia dei principi della Rivoluzione Francese, il razionalismo, il relativismo, il centralismo statuale, l eliminazione delle diversità, soprattutto l abbattimento dell influenza pubblica della Chiesa cattolica. Ecco, questa visione, questa concezione di tipo ideologico-filosofico costituisce il vero fine dell élite intellettuale che si pone alla testa del movimento risorgimentale. Mentre la unificazione politica della penisola italiana diventa il mezzo, l occasione che si presenta sulla scena della storia affinché questo fine possa essere perseguito con possibilità di successo. È un po la logica, se vogliamo, che ritroviamo nel pensiero di Karl Marx a proposito dell utilizzo strumentale del proletariato. Uno dei maggiori studiosi del pensiero di Marx, marxista egli stesso: Rosemberg, in una delle sue opere scrive: «Nel cercare la possibilità della rivoluzione, Marx trova il proletariato». Proprio ad indicarci come il fine di Marx fosse fare la rivoluzione, abbattere le autorità politiche del suo tempo e sostituirvi la dittatura del proletariato. Quindi non c è un interesse filantropico di Marx per le cattive condizioni delle classi meno abbienti, ma c è un interesse primario per la rivoluzione che si incontra con una situazione economico sociale degradata nella quale potersi muovere a proprio agio. È un po quello che accadde allora. Le condizioni nel XIX secolo sono favorevoli affinché si possa parlare concretamente di unità politica della nazione. Coloro che intendono inoculare nel corpo sociale nazionale i germi delle idee rivoluzionarie provenienti dalla Francia incontrano le condizioni politiche favorevoli e cavalcano l onda del movimento unitario. È un movimento di pensiero e di azione che si afferma in Italia nel XIX secolo e che è anche continuatore in qualche modo del primo tentativo di esportazione in Italia dei 1

2 principi della Rivoluzione Francese, che è quello del cosiddetto triennio giacobino. Il periodo che va dal 1796 al 1799, nel corso del quale le armate francesi Scorrazzano per la penisola italiana, comandate dal generale Napoleone Bonaparte, cercando appunto di instaurare regimi politici di ispirazione francese, rivoluzionaria e di abbattere le antiche dinastie. Come è stato scritto a proposito di questo periodo, il periodo napoleonico rappresentò una frattura epocale nella storia italiana permettendo la formazione e l organizzazione delle classi dirigenti rivoluzionarie, giacobine o moderate, che getteranno il seme della successiva rivoluzione italiana, cominciata con i motti del 1820 e conclusa con la conquista di Roma da parte del Regno d Italia, nel nonostante la sconfitta di Napoleone, anche a causa del persistere della mentalità illuministica in molti alti dirigenti degli stati restaurati, l Italia non si libererà più dalle conseguenze culturali e giuridiche delle modifiche istituzionali introdotte nel corpo sociale durante il periodo napoleonico. Quindi vediamo come questo triennio giacobino inizia a ferire in modo indelebile il corpo sociale italiano. Ma certamente poi gli eventi, in qualche modo subiscono una fortissima accelerazione nella seconda metà del XIX secolo. quando il Risorgimento viene perseguito da questa élite culturale e politica che dirige il Regno di Sardegna, viene seguita facendo leva sull orgoglio e l ambizione della dinastia sabauda e su questa legittima aspirazione unitaria. E vengono perseguiti tenacemente due grandi obiettivi da questa classe dirigente, da questa élite. Il primo obbiettivo è la delegittimazione e il ridimensionamento del ruolo della Chiesa cattolica. Ed è un obiettivo strategico importantissimo. L Italia non sarebbe concepibile se non nella sua natura di nazione con un comune patrimonio culturale e religioso. In tutte le zone, in tutte le regioni italiane, per quanto possano esservi differenze nel modo di esprimersi, qualche uso, qualche consuetudine diversa, vi è comunque il sentimento dell appartenenza ad un unica nazione, e comunque certamente l appartenenza ad un unica fede. La presenza della Chiesa è un collante fenomenale e straordinario. Anzi, il collante di questa nazione! Scrive ancora il cardinale Biffi a questo riguardo: «L elemento più potente di aggregazione delle varie genti della penisola è stato il comune possesso della fede cristiana e del suo radicamento, almeno implicito, nelle menti, nei cuori, nelle coscienze. Il Vangelo di Cristo, a partire dalla fine del secolo IV, in ogni angolo della nostra terra è stato accolto e assimilato, ovviamente con tutte le lacune, le incoerenze, le contraddizioni comportamentali che non dovrebbero meravigliare nessuno. Tutte le genti d Italia hanno attraversato i secoli sorrette dalla certezza di provenire da un Dio Creatore e Padre, dalla speranza di una vita eterna, che va meritata nella vita terrena. Nell impegno a tentare di vivere come fratelli e a realizzare questo impegno anche nelle opere sociali e di carità. Questo patrimonio di convinzioni, che poteva talvolta essere posseduto da una forma confusa e sottintesa, ha segnato in modo decisivo la mentalità del nostro popolo. E, cosa che per la nostra riflessione è ancor più decisiva, questa fede non è rimasta chiusa nel segreto degli animi o nascosta sotto la splendida ripetitività dei riti, è fiorita socialmente in una cultura che ha arricchito di sé ogni modalità di esistenza, di elaborazione concettuale, di esperienza estetica, di vita. Molti tra i frutti più nobili e preziosi maturati tra noi dallo spirito umano in tutti i campi del pensiero, della poesia, dell arte, portano incancellabili i segni della loro origine, dalla visione cristiana». E dunque, quali sono questi obbiettivi tenacemente perseguiti dai fautori del Risorgimento Italiano? Come abbiamo visto, il primo è la delegittimazione e il ridimensionamento della Chiesa, che svolgeva un ruolo troppo importante e troppo centrale per poter rimanere al suo posto. Doveva essere eliminata o quantomeno ridimensionata. Il secondo obbiettivo è l annientamento degli stati italiani preunitari, in particolare del Regno delle due Sicilie. È molto importante perché ovviamente la presenza di un forte regno, radicato profondamente nel tessuto sociale, con una grande storia alle spalle, costituiva un ostacolo insormontabile, che avrebbe potuto essere eliminato solo manu militari (militarmente). 2

3 Come spesso, se non sempre, accade, quando si preparano dei conflitti bellici, una delle tattiche più utilizzate è quello della denigrazione dell avversario. La diffusione cioè di una leggenda nera che porti il pensiero comune a ritenere che il nemico contro il quale ci si sta per scagliare raccolga in sé tutte le nefandezze e le nequizie di cui si sia capaci. Stati retrogradi, superstiziosi, incapaci di produrre alcunché di buono, nei quali la popolazione geme aspettando solo di essere liberata. Occorre perciò ristabilire la verità storica, sia sullo Stato Pontificio che sul Regno delle due Sicilie. E a proposito della situazione che vi era nel Regno delle sue Sicilie è innanzitutto importantissimo notare che si tratta di Regno del Sud, Regno di Napoli, si tratta di un regno di antichissima storia e di alto lignaggio. Per come scrive Francesco Pappalardo: «Per più di 700 anni, da Ruggero II d Altavilla re di Sicilia dal 1130 a Francesco II di Borbone, Re delle due Sicilie fino al 1861, le terre del Mezzogiorno si sono ritrovate unite nella stessa realtà statuale». E più avanti, sempre questo notevole studioso della storia del mezzogiorno, parlando della costruzione della nazione napoletana, scrive: «Questa nazione ha le sue radici remote nella vigorosa sintesi, realizzata dopo il secolo VI, fra tradizioni autoctone, cultura greco-romana e apporti germanici. E la sua ossatura giuridica nell amministrazione normanna, che fra i secoli XI e XII ha dotato il Mezzogiorno di due nuove istituzioni fondamentali e di lunga durata: la monarchia unitaria e il feudalesimo. E ha avviato un processo di riorganizzazione delle istituzioni giudiziarie e amministrative degli ordinamenti sociali e dell economia. Attraverso l azione dei sovrani della casa di Altavilla e dei loro successori della casa di Svevia, si crea una compagine non uniforme ma dotata di un identità, di un volto riconoscibile, che pur non essendo forse riconducibile a un quadro unitario sul piano dei caratteri originali, dispone comunque di una sua koiné e coinvolge le popolazioni locali avviando alla formazione di una struttura morale unitaria del Mezzogiorno, come scrive Giuseppe Galasso». Ed è ancora Pappalardo che osserva: «Che a partire dall età angioina, dal 1266, l insieme dei caratteri, degli aspetti, che ontraddistinguono gli abitanti di queste contrade, la loro mentalità, le tradizioni e i costumi, quindi quel complesso di valori che attraverso i secoli hanno dato vita a originali situazioni storiche, giuridiche e culturali, favoriscono la maturazione di una identità nazionale napoletana sempre affiorante, al di là dell alternarsi di differenti dinastie nella conduzione della cosa pubblica». Quindi siamo di fronte a una grande storia, una storia plurisecolare. Una dinastia italiana di dinastie italiane in una terra unitaria. Come osserva lo storico Denis Max Smidt: «Desta sorpresa constatare che il primo battello italiano a vapore, il primo ponte in ferro, la prima ferrovia fecero la loro apparizione non in Piemonte, ma a Napoli, grazie ai reazionari Borboni». E, come osserva Rino Camilleri: «Il Regno delle due Sicilie aveva una delle monete più solide d Europa, aveva la terza flotta mercantile del continente, l emigrazione vi era sconosciuta, il debito pubblico inesistente. La sua industria era all avanguardia con un fatturato 10 volte superiore a quello piemontese. Vi era il primo bacino di carenaggio d Europa e la prima ferrovia d Italia. Il numeri do addetti all industria e di medici era il doppio di quello piemontese con il doppio della moneta esistente in tutto il resto della penisola. Tutto questo fu presentato dalla propaganda liberale come il peggiore dei mondi possibili». Vorrei attingere ancora a questo saggio di Francesco Pappalardo, che così osserva a proposito delle vicende che hanno coinvolto il Sud: «Il Sud dunque non è un area arretrata o sottosviluppata o un nord mancato, ma piuttosto una società dotata di una forte personalità storica e di una inconfondibile fisionomia, in cui si sono riconosciute per lunghissimo tempo tutte le sue componenti sociali, e che si è mostrata per lungo tempo impermeabile alla modernità. Il Sud non è neppure una periferia d Europa caratterizzata da una lunga separazione del mondo civile o da note di subalternità o di arcaicità. Né è il luogo di coltura della napoletanità intesa come isolato universo antropologico e culturale. Al contrario: nel Mezzogiorno si è sviluppata una delle molteplici versioni della civiltà cristiana occidentale. Ed è vissuta per secoli in uno stretto 3

4 rapporto con l altra Europa presente ovunque nel continente durante l età moderna e collocata idealmente sotto i Pirenei dal giurista e storico Francisco Elias de Tejada Ispinola, che per molto tempo ha rappresentato la sopravvivenza di un area di cristianità e ha costituito un limite all espansione della modernità intesa come insieme di valori globalmente alternativi al cristianesimo e alla sua incidenza politica e sociale. E ha costituito un luogo di resistenza all aggressione rivoluzionaria». Dunque questo è il Mezzogiorno d Italia, questa la sua storia, la sua connotazione culturale, morale e religiosa. Ecco perché l annientamento degli stati italiani preunitari rappresenta il secondo grande obbiettivo che l élite culturale del Regno di Sardegna persegue per giungere al suo disegno di unificazione politica nazionale su basi ideologiche. Si sviluppa il clima culturale del mito della Terza Roma. Dopo la Roma antica, dopo la Roma dei papi, occorre che Roma risorga prendendo il vessillo della Italia unita sulla base dei nuovi principi della Rivoluzione Francese. La strategia che viene utilizzata è una strategia diversificata, ora di tipo estremistico, più velleitario, più vessillare, ora di tipo più diplomatico, ora una persecuzione legislativa, ora un attacco militare. Tutte queste armi vengono utilizzate e dosate sapientemente. È sempre Max Smidt che scrive: «Ad un estremo vi era il metodo ortodosso della guerra aperta e dell azione diplomatica. All estremo opposto quello della cospirazione, del banditismo, dell assassinio. Oltre ai monarchici conservatori vi erano anarchici professionisti, agitatori repubblicani, contadini affamati, militari e studenti scontenti, tutti con fini e metodi d azione diversi, ma che contribuirono tutti spesso, senza averne l intenzione, ad attuare l unità d Italia». Ed ecco dunque che incontriamo l estremismo giacobino di un Mazzini, di un Garibaldi, del cosiddetto 2Partito d azione. Incontriamo l azione diplomatica, fine e importantissima di Cavour. Incontriamo la persecuzione legislativa, soprattutto nei confronti della Chiesa, e poi l aggressione militare nei confronti del Regno del Sud. L aspetto diplomatico è molto importante. Cavour realizza una fitta rete di relazioni diplomatiche e di alleanze militari, ottiene i decisivi aiuti di Francia e Inghilterra. Ricordiamo solo che nel 1855 Cavour decide di partecipare alla guerra di Crimea, che contrappone la Russia zarista all impero Ottomano, alla Francia e al Regno Unito. Il Regno di Sardegna scende in guerra al fianco di Francia e Regno Unito e dei Turchi ottomani per ingraziarsi la benevolenza di queste potenze internazionali, che infatti finanzieranno cospicuamente l azione risorgimentale in Italia. Infatti Cavour raccoglie i frutti del suo lavoro e si creano così le premesse per la nascita del grande Piemonte. Massimo D Azeglio, noi sappiamo, pronuncia la celeberrima frase, a lui attribuita: Fatta l Italia, adesso dobbiamo fare gli italiani. Il problema è che si è fatta l Italia con l intento di rifare gli italiani. Ma, come abbiamo detto, gli italiani esistevano da molti secoli e non avevano alcun bisogno di essere fatti. La frase di D Azeglio è una ammissione del fatto che l Italia, appena costituita con queste modalità, sia solo una espressione geografica ottenuta dalla conquista diplomatico militare piemontese e che il popolo è rimasto sostanzialmente estraneo a questa operazione. Perché questa estraneità del popolo? Perché il Risorgimento italiano resta una operazione di élite, di pochi. Ma le popolazioni restano estranee, indifferenti, quando non ostili agli accadimenti che si svolgono sul territorio nazionale, sia perché viene attaccata con una persecuzione aperta, ora di tipo legislativo, e successivamente di tipo militare, la presenza della Chiesa cattolica in Italia, sia perché si dà vita a una vera e propria guerra civile che insanguinerà tutto il Mezzogiorno d Italia. Quindi è certamente difficile convincere le grandi masse popolari della bontà delle cose che stavano constatando con i loro occhi. La persecuzione amministrativa e legislativa contro la Chiesa è un aspetto molto importante, molto rilevante. Si susseguono, soprattutto dal 1850 al 1865, una serie di leggi che mirano a impedire alla Chiesa di svolgere il proprio compito, di funzionare regolarmente. Viene disposta l abolizione del Foro ecclesiastico e di molte feste religiose, l eliminazione dei contributi statali alla Chiesa. Viene disposta la soppressione di centinaia di ordini religiosi, a partire da quelli contemplativi. Numerosi vescovi sono 4

5 incarcerati e altri esiliati. Tutti subiscono minacce e persecuzioni. Nel 1865, appena quattro anni dopo la nascita del Regno d Italia, su 229 sedi vescovile, 108 sono senza pastore. Il Governo impedisce la nomina di nuovi vescovi e il loro ingresso nelle loro diocesi. Non è un caso, è ancora Camilleri che osserva: «Il 1860 fu un anno di fuoco: una sequela interminabile di arresti, di processi, espropri, condanne di preti, di vescovi, di cardinali, con la chiusura di seminari e monasteri, che ridusse la Chiesa in Italia allo stremo. Nel vescovi erano in esilio, 20 in carcere, 16 erano stati espulsi e altrettanti erano morti per le vessazioni subite. Centinaia di sacerdoti e frati languivano in galera, 64 preti e 22 monaci erano stati fucilati nel Sud. Il Governo pretendeva di scegliere i vescovi e scioglieva di forza i comitati dei cattolici. In questa situazione non stupisce che il Papa si opponesse alle modalità con le quali l unità veniva perseguita. E, a proposito delle leggi antiecclesiastiche, uno storico non certamente ascrivibile a simpatie clericali, essendo di scuola marxista come Giorgio Candeloro, a proposito della legge di soppressione degli ordini religiosi, può scrivere: «La legge mirava a colpire gli ordini religiosi puramente ascetici e contemplativi da più di un secolo soggetti alla critica più corrosiva dell illuminismo e poi della democrazia e del liberalismo, che erano anche quelli giudicati più ostili al nuovo ordine di cose stabilito nel 1848». Un altro storico, studioso di grande fama, e anche lui certamente non simpatizzante per la causa cattolica, come Giovanni Spadolini, scrive pagine chiarissime. Ve ne leggo una: «Il governo italiano non si preoccupava certo di urtare la suscettibilità e le ire del Vaticano. Specie nell Italia meridionale, collegi e convitti laici avevano preso il posto dei vecchi seminari vescovili. Le opere pie erano state spogliate o soppresse. Eliminate le mense vescovili, limitate le funzioni vespertine e notturne, abolita l esenzione dei chierici dal servizio militare. I capitoli generali manomessi o sconvolti. L obolo di San Pietro ostacolato in ogni modo. Imposto il giuramento ai cattolici dichiarati. Il governo di Torino non aveva esitato in più di un caso a vietare ai vescovi di comunicare con Roma. Altri li aveva imprigionati, altri deportati, altri esiliati e altri confinati. Il Papa assisteva in quei giorni alle conseguenze tremende dell interferenza dello Stato nella vita della Chiesa, tali da dissolvere molti dei rapporti gerarchici, tali da ostacolare la vita stessa dei fedeli». Queste sono parole di Giovanni Spadolini, che possiamo considerare come un osservatore, potremmo dire, neutro ma ideologicamente schierato con i fautori del Risorgimento. E se lui scrive queste cose possiamo stare tranquilli che non si tratta di propaganda cattolica. Dunque è chiaro come l azione condotta nei confronti della Chiesa e del cattolicesimo non potesse incontrare il favore popolare. Ma il popolo non manifesta entusiasmo nei confronti dei fatti che si verificano nella penisola italiana anche per ragioni di carattere sociale, economico, politico. La povertà aumenta, i disagi, le privazioni, l aumento delle imposte le difficoltà sempre maggiori. Viene introdotta anche la tassa sul macinato, che viene a colpire il grano, che è la materia prima fondamentale di sussistenza di gran parte della popolazione. Le guerre del Risorgimento, le continue spedizioni, hanno un costo altissimo che il Regno di Sardegna decide di coprire, ma non vi riesce mai totalmente. Per questo si mettono in atto gli espropri dei beni ecclesiastici e degli ordini religiosi e con l aumento dell imposizione fiscale. Tutti questi fattori determinano un peggioramento della situazione economica e sociale. Aumentano le tensioni e si manifestano i primi evidenti segnali di aperta ostilità. Il popolo, in nome del quale si è detto di voler lottare, reagisce. Ma questo fenomeno verrà chiamato sprezzantemente brigantaggio. È però quella che possiamo definire la resistenza militare delle popolazioni del Mezzogiorno d Italia all ingresso delle truppe di occupazione garibaldine e poi piemontesi. Ne deriva un grave, devastante e sanguinosa guerra civile. Ciò che accade nel Mezzogiorno d Italia in questi anni e subito dopo il 1860 provocò un numero di morti di gran lunga superiore a quello di tutte le guerre del risorgimento messe assieme. E si tratta, appunto, di una guerra civile. Una guerra tra italiani. Quindi, quando ci viene presentato il Risorgimento come una guerra degli italiani contro gli 5

6 oppressori, gli occupanti stranieri, evidentemente c è qualcosa che non torna. Max Smidt scrive a questo riguardo: «La crudeltà di una guerra del genere non conosce limiti. Quando i piemontesi entrarono in territorio napoletano, nell ottobre 1860, una delle prime azioni del generale Cialdini fu di far fucilare sul posto ogni contadino che fosse stato trovato in possesso di armi. Era una spietata dichiarazione di guerra contro gente che non aveva nessun altro mezzo di difesa. E ottenne i risultati che erano da aspettarsi. Certamente è paradossale che l evento cardine del processo di unificazione naxionale sia stato reso possibile da una carneficina fratricida che pone di fronte una classe politica abituata a parlare francese e a ottenere aiuti di ogni genere dalla potente Inghilterra e un intera popolazione italianissima guidata da una dinastia altrettanto italiana. Così scrive una grande storico della storia del Mezzogiorno d Italia, come Carlo Alianello: «Vi furono battaglie stragi, assedi, ma soprattutto si fucilò, a torto o a ragione, per mille cause diverse senza null altro che un sospetto vago. Uomini, donne, vecchi e persino bambini. Secondo la stampa estera, dall ottobre 1861, quindi in 10 mesi, si contavano nell ex Regno delle due Sicilia 9860 fucilati, feriti, 918 case arse, 6 paesi bruciati, 12 chiese predate, 40 donne e 60 ragazzi uccisi, imprigionati, 1428 comuni in armi. Si parla di oltre briganti uccisi in questa guerra civile e altrettanti arrestati. È il momento in cui si rende più evidente la contrapposizione fra paese reale e paese legale, e cioè tra la gente e le istituzioni che andavano a instaurarsi. È ancora Francesco Pappalardo che ci aiuta ad approfondire questi concetti quando scrive così: «L arrivo dell esercito sabaudo, nel 1861, è accompagnato da una spoliazione economica, giustificata con le necessità dell unificazione, i cui effetti negativi si aggiungono a quelli della gestione finanziaria e della dittatura di Giuseppe Garibaldi. L istituzione del Gran libro del debito pubblico, in cui vengono scritti i debiti degli antichi stati italiani, oltre la metà dei quali di provenienza sarda, paradossalmente carica sulle popolazioni napoletane le spese dell invasione. L estensione immediata della legislazione tributaria e delle tariffe doganali sarde comporta un aumento del carico fiscale, che alla maggior parte dei sudditi dell ex Regno delle due Sicilie appare ai limiti della sopportabilità. E toglie ogni protezione alle industrie meridionali, che perdono anche l ausilio delle commesse statali, assegnate ora nella lontana Torino». È ancora il cardinale Biffi che ci aiuta a comprendere la drammaticità e la tragicità di questa situazione, quando osserva così: «Nella sua componente politicamente vincitrice, il movimento risorgimentale impose alle genti della penisola una ideologia obbiettivamente in contrasto con quella cultura cattolica che fino a quel momento aveva costituito praticamente l anima e l ispirazione di tutte le costumanze, le manifestazioni artistiche, le forme corali di festa, il culto della bellezza, di vita. Tutto ciò che il popolo italiano percepiva come davvero suo, o nasceva dalla visione cristiana o almeno ne era vigorosamente contrassegnato. Come era allora possibile che diventasse davvero popolare una unificazione e un rivolgimento compiuti senza giovarsi di questa forza spirituale antica e sempre viva, e anzi per molti aspetti in sua opposizione?». Ed ecco in questo contesto così difficile, così complicato, la popolazione viene a patire delle gravissime difficoltà di ordine economico. Una oppressione di tipo fiscale e amministrativo-burocratica intollerabile. Si ha la sistematica spoliazione delle risorse del sud d Italia, che genera il drammatico fenomeno dell emigrazione. È un problema gravissimo! Da questo momento in poi vi è chi ha stimato una emigrazione di oltre 120mila persone all anno. Secondo le stime più prudenti ne ho viste di molto maggiori -, dal 1876 al 1914 si calcolano almeno 5milioni di emigrati dalle terre del Sud. Osserva Alberto Torresani a questo riguardo: «La condizione dei nullatenenti si fece più dura perché gli antichi proprietari erano assai meno esosi dei nuovi. Inoltre, mentre gli enti ecclesiastici facevano ricadere gran parte della rendita agraria sotto forma di beneficienza ai più poveri, i nuovi proprietari dedicavano le rendite a spese di lusso, ai viaggi, all istruzione, alle vacanze. Si avverte dopo il 1870 in Italia, la caduta della tensione ideale. La corsa al benessere e alla sicurezza, che dettero alla società italiana 6

7 uno spiccato carattere borghese. Si cominciò a parlare di un crescente divario tra il paese legale e il paese reale. E d altra parte tutto questo è dovuto all ampliamento dei confini geografici del Regno di Sardegna e quelli del Piemonte all intera penisola. Vale a dire che l unificazione diventa di fatto una espansione territoriale piemontese. Ma c è un punto di particolare importanza, ed è la cosiddetta questione istituzionale tuttora aperta. La imposizione cioè di un modello centralista di stato e l annullamento, lo schiacciamento delle diversità locali, dei particolarismi, che avrebbero potuto essere adeguatamente preservati se si fosse adottato un modello federale di Stato. In realtà le conseguenze, gli esiti del movimento risorgimentale possono essere in qualche modi riassunti in tre grandi problemi, in tre grandi questioni ancora aperte, sulle quali è ben svolgere qualche considerazione avviandomi a concludere questo ragionamento. Queste tre grandi questioni sono la questione istituzionale, la questione cattolica e la questione meridionale. La questione istituzionale nasce proprio dall adozione di questo modello centralista, che tende ad annientare le particolarità locali. È la nascita del grande Piemonte. Non è un caso se la proclamazione del Regno d Italia avviene con una legge, la legge numero 4671 del Regno di Sardegna, composta da un unico articolo che recita così: «Il Senato e la camera dei deputati hanno approvato, noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue. Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi successori il titolo di re d Italia. Data a Torino il 17 marzo 1861». È emblematico. È significativo. È una legge del Regno di Sardegna con la quale semplicemente Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, acquisisce il titolo di Re d Italia. Mantiene la numerazione, però. Resta secondo, non diventa primo re d Italia! Perché loro stessi si vedono in continuità con il Regno di sardegna. È un regno di Sardegna un po più grande. Antonio Gramsci, anche lui non sospettabile di simpatie filo clericali o filo cattoliche, scrive in maniera molto chiara, molto semplice, una frase che va ricordata: «I liberali di Cavour concepiscono l unità come allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della dinastia, non come un movimento nazionale dal basso, ma come conquista regia. Nasce appunto in questo modo il grande Piemonte. Viene imposto a popoli diversi il modello di stato centralista, escludendo ogni forma di federalismo o di regionalismo. È il trionfo della burocrazia, della centralizzazione. Le stesse leggi applicate meccanicamente a tutte le latitudini». Uno storico italiano, Massimo Guidetti, scrive così: «La legge del 1865 adottò il principio dell uniformità dei comuni e delle province, creando istituzioni che si sovrapposero alle realtà regionali tradizionalmente costitutive del tessuto sociale e culturale italiano, trascurandole totalmente. E dall eterogeneità sociale ed ambientale dei comuni quali erano stati ereditati dai precedenti stati. Del resto i comuni non erano assolutamente rappresentanti della comunità degli abitanti. Era infatti richiesto un censo particolarmente elevato per poter essere elettori e quindi potenzialmente amministratore comunale. Inoltre il Sindaco era organo di nomina statale, così come il prefetto. Il sistema prefettizio a sua volta permise un efficace penetrazione del potere statale. Ciò che di fatto significava condivisione delle scelte governative, sostegno al partito al potere e controllo sostenuto sulla vita politica e sociale, anche delle più remote terre italiane». Quindi questa è la questione istituzionale, non ancora pienamente risolta, che suscita ancora contrasti, diffidenze, contrapposizioni. Poi vi è la questione cattolica, anch essa non risolta. La questione cattolica inizia nel 1848, quando Pio IX diventa il nemico numero uno della classe dirigente risorgimentale. Ed esplode nel 1870 con la breccia di Porta Pia, quindi con l attacco dell artiglieria piemontese contro le mura leoniane. La breccia di Porta Pia crea il problema giuridico della Santa sede, che viene risolta giuridicamente dal Concordato e dai Patti lateranensi, nel Patti Lateranensi, che concedono alla Santa Sede un piccolo Stato, una sovranità territoriale limitata allo Stato della Città del Vaticano. I patti Lateranensi del 29 chiudono solamente il nodo giuridico della questione romana. Ma la questione cattolica è più ampia, è più aperta, ed è rappresentata dal fatto che il Risorgimento ha cercato di 7

8 sostituire le radici tradizionali e cattoliche, proprie della nazione italiana, con un patriottismo laicista, senza riuscire a raccogliere un significativo consenso popolare. Questo fatto genera una ferita profonda che perdura tuttora. Una ferita che si esprime in ostilità, diffidenza e che non è ancora stata pienamente risolta. Accanto alla questione istituzionale e a quella cattolica, vi è poi la questione meridionale. Abbiamo parlato del dramma, della tragedia della guerra civile che insanguina il Mezzogiorno d Italia all indomani del È quindi la questione segnata da questa feroce guerra civile che per 10 anni insanguina il Mezzogiorno. È una ferita che causa la perdita di una parte rilevante delle inestimabili ricchezze spirituali e culturali della nazione. E colpisce con particolare violenza il Mezzogiorno, che tanto aveva dato alla storia e alla cultura cattolica italiana ed europea. Si tratta di tre ferite che hanno continuato a sanguinare con modalità diverse e diverse intensità nei 150 anni che sono trascorsi da allora. E soprattutto sono ferite che non sono mai state affrontate in maniera adeguata, perché si è sempre utilizzata la preclusione ideologica, la demonizzazione, la leggenda nera, il mito. In realtà, solo affrontando con coraggio questa sfida culturale si potranno sanare queste ferite che la società italiana non è ancora riuscita a rimarginare. È opportuno, come primo passo essenzialmente riscoprire la verità storica. Cercare di leggere i fatti, gli accadimenti, non più indossando le lenti deformate dell ideologia, della retorica, ma, con uno sguardo aperto alla realtà dei fatti storici, la comprensione degli stessi e al desiderio di superare i problemi. Lo scopo è quello di promuovere la riscoperta e la difesa delle radici storiche italiana e dell identità nazionale, nel rispetto delle autonomie locali, che può essere garantito da un vero federalismo, applicazione conseguente del principio di sussidiarietà. Occorre anche favorire il raggiungimento di una effettiva memoria condivisa, per esempio riconoscendo esemplarità ai cattolici che subirono la Rivoluzione italiana, come il beato pontefice Pio IX, tuttora oggetto di una leggenda nera ingiustificata e ingiustificabile alla luce degli accadimenti e dei fatti storici. E riconoscendo esemplarità anche ai cosiddetti vinti del Risorgimento e dignità dei luoghi di memoria dove si consumarono eccidi e violenze che non sarebbe giusto dimenticare. E che noi non vogliamo dimenticare. Mi piace chiudere questa conversazione su unità d Italia e Risorgimento con le bellissime parole utilizzate dal cardinal Bagnasco nel dicembre del 2010 a proposito delle radici culturali, morali e religiose d Italia. Il cardinale Bagnasco, Presidente delle Conferenza episcopale italiana ha detto: «È di tutta evidenza che lo Stato in sé ha bisogno di un popolo. Ma il popolo non è tale in forza dello Stato. Lo precede! In quanto non è una somma di individui, ma una comunità di persone. E una comunità vera e affidabile è sempre di ordine spirituale ed etica. Ha un anima. Ed è questa la sua spina dorsale. Ma se l anima si corrompe, allora diventa fragile l unità del popolo e lo Stato si indebolisce e si sfigura. Quando ciò può accadere? Quando si oscura la coscienza dei valori comuni, della propria identità culturale. Parlare di identità culturale non significa ripiegarsi o rinchiudersi, ma si tratta di non sfigurare il proprio volto. Senza volto, infatti, non ci si incontra, non si riesce a conoscersi, a stimarsi, a correggersi, a camminare insieme, a lavorare per gli stessi obbiettivi, ad essere popolo. Lo Stato non può creare questa unità, che è pre-istituzionale e pre-politica, ma nello stesso tempo deve essere attento, e preservarla, e a non danneggiarla. Sarebbe miope e irresponsabile attentare a ciò che unisce in nome di qualsivoglia prospettiva». Ed ora le domande dei radioascoltatori. Ascoltatore Buona sera a lei. Io sono un semplice cittadino, un ascoltatore di Radio Maria. Ho una piccola attività e ascoltavo questo bellissimo resoconto dopo anni e anni di silenzio. Ecco, sono veramente contento perché avete il coraggio di dire la verità sul genocidio perpetrato di fronte a tante popolazioni. Soprattutto dalle parti nostre, dell ascolano e la zona dell Acqua Santa in cui furono davvero devastati e oppressi la libertà e l indipendenza. La ringrazio per aver dato voce agli esclusi. 8

9 Ascoltatore Io volevo chiedere se possibile sapere qualche cosa sui cosiddetti plebisciti, e questo al fine di stabilire quella che fu la vera partecipazione popolare. Arnaldi Senza entrare nei dettagli possiamo certamente dire che il diritto di voto attivo era limitato su base censita ria, e lo è stato per molti decenni. I votanti erano quindi pochissimi, ed erano pochissimi i votanti anche fra gli aventi diritto. I plebisciti furono un tentativo eminentemente propagandistico con il quale si cercò di ammantare di adesione popolare alcuni dei passaggi nodali della vicenda risorgimentale, con percentuali che oggi definiremmo bulgare. Non possiamo perciò parlare di partecipazione popolare. Ascoltatore Mi chiamo Vincenzo e chiamo da Sant Antonio Abate, provincia di Napoli. Ho acceso la radio mentre lei stava parlando della questione meridionale e del famoso brigantaggio. Io ho letto alcuni libri e mi sento molto nello spirito della napoletanità e per questo soffro ancora per le cose brutte che sono state fatte qui al Sud, che fu conquistato, depredato e abbandonato. Sarebbe bello che almeno venisse tolto il brutto appellativo che venne dato, e cioè briganti, a coloro che poi vennero bruciati vivi nelle loro case, e che fosse trasformato in patrioti del Regno di Napoli. Si parla di oltre un milione di morti quaggiù in 10 anni. La ringrazio molto per ciò che ha detto. Ascoltatrice Buona sera. Senta, io volevo capire meglio la differenza che c è fra nazione e stato. Arnaldi Molto brevemente le dirò che la nazione è l insieme di valori di tipo culturale, sociale, linguistico, talvolta etnico, certamente morale e religioso che connota una determinata popolazione. Quindi, utilizzando questi parametri che potremmo sintetizzare in ciò che è la cultura di un popolo, noi possiamo dire che la nazione italiana esiste da almeno 1000 anni. Nessuno si sognerebbe di pensare che Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio, San Francesco e innumerevoli santi, artisti e scrittori del medio evo italiano non fossero italiani. Di fatto però lo stato italiano nasce nel Ecco, già questa considerazione ci aiuta a comprendere come siano due concetti diversi. C è poi lo stato federale, come la Confederazione Elvetica: la Svizzera. La svizzera è certamente uno stato unitario su base federale che riunisce nazioni diverse, culturalmente, linguisticamente, eccetera, ma è stata adottata la forma federale proprio per preservare le particolarità di ciascuno e tutelarle. Anche qui possiamo vedere come il concetto di nazione e il concetto di stato siano profondamente diversi. È molto importante questa distinzione perché, in occasione delle celebrazioni dei 150 anni di unità statuale italiana, si rischia di credere che l Italia, gli italiani e la nazione italiana, siano nati nel 1861, mentre in realtà esiste da mille anni. Ascoltatore Buona sera. Sono Massimo Cecchini da Livorno. Ciao, Andrea! È sempre un piacere ascoltarti e, come molti ascoltatori hanno detto, apprezzo il tuo coraggio in questo conformismo che attanaglia tutti quanti. Desidero farti due domande. In primo luogo desidero sapere se è possibile avere una relazione di quanto hai detto, o una registrazione, per poter così documentarci in caso di dialoghi su questo tema con amici. La seconda domanda, quella sostanziale, si riferisce allo show sciagurato di Benigni. Non so se l hai visto Ma come si fa a far passare per oro colato, per verità indiscutibili, tutte le fesserie, da Cavour a Garibaldi a Mazzini, ai Pisacane e chi più ne ha più ne metta? Cosa fare? Arnaldi Bene. Io ti ringrazio per la provocazione. Innanzitutto, per fortuna riesco a passare le mie serate meglio che non guardando questo tipo di trasmissione e di show. In ogni caso per quanto riguarda la prima domanda, la registrazione della trasmissione può essere chiesta alla direzione di Radio Maria, che le invia il Cd in formato mp3. Credo anche che si possa scaricare dal sito della Radio che mette on line le ultime trasmissioni. Per quanto riguarda la retorica patriottarda che ci viene ammannita da decenni attraverso i libri di testo e da 150 anni attraverso la toponomastica delle nostre città. Non ci sono città o paesi, anche i più piccoli, in cui non vi sia una piazza Garibaldi, una via Mazzini o una piazza Risorgimento. E adesso ci viene ammannita anche attraverso il festival di San Remo, questo fa parte del portato di certa retorica. 9

10 Il problema è che, guardando il programma delle celebrazioni per il centocinquantesimo dell unità d Italia, vedo che purtroppo sembra ricalcare il vecchio cliché poco incline ad aprire gli occhi sui fatti storici reali, a dar conto di come si svolsero i fatti e a cercare così un confronto, un approfondimento, un chiarimento che aiuti veramente a pacificare gli animi. Il programma delle celebrazioni ce l ho qua sotto mano -, si svolge in tutte le città che hanno avuto un ruolo importante (ovviamente secondo gli organizzatori), e si svolge così: Quarto: l impresa dei mille. Torino: Camillo Benso Conte di Cavour. Reggio Emilia, la festa del tricolore. A Roma verrà celebrata la Repubblica Romana, un episodio di vergognoso attacco alla Chiesa. Il Papa fu costretto a fuggire in esilio a Gaeta e rimanervi per 3 anni (nel 1849). Durante quell evento si assistette al saccheggio e vilipendio delle opere d arte delle chiese di Roma. Poi ci sarà la celebrazione a Marsala, per lo sbarco dei Mille. A Crotone i Fratelli Bandiera. A San Martino, per ricordare la celebre battaglia. A Caprera, in onore di Garibaldi. A Comacchio in onore di Anita Garibaldi. A Pisa in onore Giuseppe Mazzini. A Teano, l incontro tra il Re e Garibaldi. Essendo questo il programma, è evidente che sembra che non sia successo nient altro e nient altro abbia caratterizzato il Risorgimento. Che fare, mi chiede l amico di Livorno? È una bella domanda! Innanzitutto la cosa fondamentale è cominciare a raccontare le cose come veramente andarono, ma senza malanimo! Senza voler mettere in discussione l unità d Italia, che è un valore importante, ci mancherebbe! Ma cercando di capire come veramente andarono le cose. Quali furono le forze in campo? Come si svolsero i fatti? Perché certe ferite, che lacerano il corpo sociale italiano, sono ancora aperte? Da dove derivano? Chi ha aperto queste ferite? Perché sono ancora aperte? Cosa si può fare per chiuderle? Già il solo parlarne, discutere, far circolare queste idee, è molto. Ed è quello che, nel nostro piccolo, possiamo fare. Ascoltatore Buona sera! Sono Donato e parlo da un paese del Cilento. Sono in viaggio e ho ascoltato volentieri la sua trasmissione. Le faccio i complimenti perché penso che la sua chiarezza faccia bene al popolo italiano. Per questo le pongo una domanda. Il Governo, il 17 marzo vuole fare questa festa nazionale. Ma è una festa nazionale o il Sud dovrebbe pensare a celebrare un giorno di lutto per il Meridione, che continua a pagare le conseguenze di quegli eventi? E poi, lei che speranza da per la soluzione degli annosi problemi del Sud. Termino chiedendomi se i nostri governanti del Sud si sono posti questa domanda. Oppure pongo io una domanda, ma la storia, quella vera, la conoscono i nostri governanti? Arnaldi La ringrazio per la chiarezza, anche se le domande sono un po provocatorie. Io non vorrei esasperare i toni della polemica Lei dice: festa o lutto nel Mezzogiorno? Mi rendo conto del senso della domanda, anche alla luce di quello che io stesso vi ho raccontato. Però, ripeto, e lo dico credendoci: l unità politica dell Italia è un valore! Il problema è come è stata conseguita, con quali finalità e con quali mezzi. Questo fa problema checché se ne dica. Ed è giusto parlarne. Ma l unità è un valore. Per questo credo che non sia opportuno, al di là di tutti i distinguo e di tutte le precisazioni che è giusto e doveroso fare, mettersi di traverso o contestare il principio in sé Certo, per quanto riguarda il lavoro e le grandi difficoltà, la questione meridionale, che si è aperta e non si è mai chiusa, beh, chiaramente io non ho la soluzione. Sono però sicuro di poter dire che il Mezzogiorno non deve piangersi addosso e additare continuamente le responsabilità che ci furono! -, ma sappiamo anche che il Mezzogiorno ha grandi risorse morali e intellettuali alle quali può attingere. Poi è chiaro che se si riuscirà veramente ad arrivare ad una pacificazione nazionale seria, serena, si potranno risolvere anche i molti guasti che tuttora perdurano. Il mio ruolo è quello di raccontare i fatti. A ciascuno poi le proprie responsabilità! Ascoltatrice Buona sera. Lei ha parlato sempre della Chiesa come fede e come una Madre buona. Premetto che sono una cattolica praticante, e volevo farle notare che lei non ha mai parlato del fatto che lo Stato Pontificio aveva un potere temporale molto, molto forte. Tant è vero che anche in quello Stato c era la pena di morte, che è stata tolta pochi decenni fa! Quindi, questa rivoluzione che c è stata, di togliere il potere temporale, 10

11 non il potere cristiano, non il potere della fede!... Ma abbiamo avuto papi guerrieri, papi che andavano a combattere e ammazzavano la gente Arnaldi Ma scusi, dove li ha visti i papi che andavano a combattere e uccidevano la gente?... Ascoltatrice Lei che studia tanto li ha pur visti i papi guerrieri! Giulio II non era uno di quelli?... Arnaldi Ma guardi allora, diciamo così: lei pone un problema di ordine completamente diverso. Cioè lei dice sostanzialmente che, siccome lo Stato Pontificio era un potere politico che veniva esercitato anche con metodi discutibili e riconosceva la pena di morte, hanno fatto bene ad abbatterlo e quindi la Rivoluzione risorgimentale è positiva. Questo è il suo giro mentale. Però, abbia pazienza, ma non è stato fatto per questo! Nessuno di coloro che nel XIX secolo hanno mosso guerra alla Chiesa lo ha fatto perché la Chiesa aveva la pena di morte anche perché la pena di morte c era in tutti gli stati del mondo a quell epoca. E comunque nello Stato pontificio è stata usata pochissimo -. L attacco alla Chiesa e alla sovranità del romano Pontefice è stato portato col preciso scopo di annientarne la presenza, di distruggerne la possibilità di influenza sulle coscienze. Questo è stato il disegno di tipo ideologico! Quindi non si capisce come un cattolico possa essere favorevole a questo. Altra cosa è dire che, a seguito delle vicende risorgimentali, di Porta Pia e di quant altro, la Chiesa ha perso la sovranità politica-territoriale, e questo, tutto sommato, è divenuto un fatto positivo. Questa è una opinione che si può certamente sostenere, ma non si può leggere la pagina storica del Risorgimento, che fu essenzialmente anticattolico, dicendo che hanno fatto bene, perché la Chiesa era uno stato guerriero con pena di morte. Ecco, lo Stato Pontificio, che tra l altro aveva 1000 anni di vita, aveva un preciso compito che era quello di consentire al Romano Pontefice di esercitare in autonomia e libertà, senza dipendere da nessun altra autorità politica, la propria missione. La storia ha fatto si che per 1000 anni ci fosse una porzione di territorio, più o meno grande, soggetto alla sovranità politica del romano pontefice. Questo è sempre stato vissuto proprio come garanzia di autonomia e libertà. lei pensi quante cose sono successe in 1000 anni. Quante invasioni, quante popolazioni, quante minacce militari dall esterno si sono avute lungo la penisola italiana, e sempre lo Stato Pontificio è stata la garanzia di autonomia e di libertà. questo è il motivo per cui i Patti Lateranensi del 1929 hanno riconosciuto una sia pur piccolissima sovranità territoriale. Perché questo è garanzia di libertà e autonomia. Se il Pontefice, come è successo nel corso della storia della chiesa nell Esilio avignonese, se la santa sede risiedesse all interno di uno Stato, sarebbe soggetta in tutto e per tutto alle leggi di questo Stato, ai capricci di questo Stato, alle imposizioni di questo Stato. Questo è veramente inammissibile, inaccettabile! Ed è proprio il motivo per il quale quei patti hanno riconosciuto una sovranità politica sullo Stato della Città del Vaticano. Quindi, è importante, quando si analizzano i fatti storici, non prendere una delle conseguenze dei fatti (magari la conseguenza positiva della caduta del potere temporale, che era certamente un fardello impegnativo per il Pontefice), non prendere quindi una conseguenza di un fatto storico come se questa giustificasse le cattive intenzioni di coloro che questo fatto hanno promosso. Ascoltatrice Buonasera. Io sono una cittadina di Gaeta e volevo complimentarmi con lei per il chiaro quadro che era necessario fare. Per troppi anni la verità e stata taciuta presentando un quadro opposto a quello che era veramente avvenuto in Italia. Sappiamo che Gaeta è una città martire perché è quella che ha subito, come tutto il Sud, la tragedia di questa unificazione avvenuta in quel modo. A scuola ci sono state raccontate troppe fandonie, ed era giusto che dopo tanti anni finalmente uscisse fuori la verità delle cose. La verità rafforza l unità! Non eravamo contrari all unità, ma non nei modi in cui è stata fatta, che non fanno certo onore a chi ha ideato e messo in atto una cosa del genere. Ora si vorrebbe solo che i capi del Governo e il potere facessero qualcosa per questo Stato, che ha subito quelle atrocità. 11

12 Ascoltatore Buona sera. La ringrazio per l esposizione che ho molto gradito. Desidero porle una domanda. Quale ruolo ha avuto la massoneria in quel processo? Arnaldi - Beh, considerando che la trasmissione chiude fra tre minuti, la sua domanda apre uno scenario amplissimo e complicato. Certamente le società segrete hanno avuto un ruolo molto importante. La massoneria inglese in particolare con il finanziamento di gran parte delle spedizioni, compresa quella dei mille. E ancor prima le società segrete italiane, come la Carboneria, hanno svolto un ruolo fondamentale nella preparazione degli eventi. È chiaro poi che non bisogna esagerare il ruolo di questi organismi e di sposare tesi complottiste: tutto deciso dal grande vecchio. Ma certamente si tratta di realtà che si muovevano con efficacia a livello culturale, politico e finanziario, che sposavano la mire di tipo ideologico che stavano alla base del movimento risorgimentale italiano, così come è stato realizzato. Posso consigliare su questo tema un saggio che è appena uscito, pubblicato nel febbraio 2011 dall editore Cantagalli di Siena. Il saggio ha per titolo proprio , a 150 anni dall unità d Italia, quale identità? È un saggio molto interessante, composto da diversi autori. In esso vi è un capitolo dedicato alle società segrete. Anche Angela Pellicciari ha scritto un saggio intitolato I papi e la Massoneria. Il ruolo delle società segrete ci fu e fu molto importante che deve essere adeguatamente conosciuto e studiato. Bene, io ho esaurito il tempo a mia disposizione. Vi ringrazio per avermi seguito con la consueta attenzione e interesse. Vi auguro una buona serata e un buon proseguimento, sempre sintonizzati su Radio Maria. Buona sera a Tutti. 12

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