La rivolta dello zuccherificio

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1 I Camillas La rivolta dello zuccherificio Romanzo

2 Sito & estore Twitter twitter.com/ilsaggiatoreed Facebook il Saggiatore S.r.l., Milano 2015

3 La rivolta dello zuccherificio

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5 ATTENZIONE! CHI SONO I CAMILLAS QUESTO È NECESSARIO LEGGERLO! I Camillas nascono a Pordenone nel 1964 come duo formato da Ruben Camillas (chitarre, xilofono, voce) e Zagor Camillas (tastiere, cimbalo, voce); per 40 anni non producono niente ma nel 2004 succede qualcosa di straordinario: il rock n roll li vuole e loro accettano! Dopo che hanno accettato, vengono consacrati con un battesimo del fuoco. Rimasti indenni dal rogo, arrivano a produrre album di successo. A un certo punto capita a loro un avventura straordinaria da edizione straordinaria. Qui la raccontano e infatti questa è un edizione.

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7 La rivolta dello zuccherificio era stato il nostro quindicesimo disco. Nel Una torre di plastica poco propensa a farsi gomma. Avevamo individuato il titolo di mattina, dandoci le spalle a vicenda e battendo forte i talloni. Ora si trattava di partire e portarlo nel mondo. Il giro del mondo. Una nausea impercettibile e sopracciglia poco curate. Ci eravamo affidati a una società per i giri del mondo. Ci avrebbero trovato concerti, alberghi, pizzerie, marciapiedi, tende ombreggianti, stazioni, gelati. Sembravano affidabilissimi, quasi coreografi. Si sono presentati all imbarco con quattro invitanti guanti di pelle di pelli: vi serviranno, dicevano tutti ridolini. Abbiamo fatto sì con la testa, più veloci di qualunque puma. In questo modo ci siamo ritrovati in Antartide. L Antartide non ha alberi e non sfoggia varietà di colori. La data unica del concerto era a un festival nella più bella base antartica che avessimo mai immaginato. Vi si celebrava il memorial musicale «Il memorial musicale Alberto Lupo xxxiv edizione». Quella base era birichina. Aveva i bordi di zucchero ghiacciato e tremolava come fosse ubriaca. Nelle baracche cadeva sempre tutto e tutti si chinavano e ringraziavano e si sollevavano e si inchinavano poi si chinavano e ringraziavano. Avremmo fatto una canzone soltanto, ma molto lun- 9

8 ga. Mancavano ore: tempo perso, in pratica. Siamo usciti e c era la neve. Facciamo due passi nella neve. Tanto non si capisce se è presto o tardi. A pochi metri dalla baracca 52, quella con i peperoncini disegnati sulle pareti, vediamo una piccola grotta. Un ombra nella neve. Andiamo a vedere. Meglio di no. Dai. No no. Dai. Va bene. C era buio pesto, lo avevano ammaccato. Paura: è il buio. La grotta era ampia profonda e salubre. Niente ragni. Niente gufi. Nessun riverbero. Cos è quella cosa? Una scatolona di piombo profuma di lavanda! Una scatolona di piombo larga un ettaro sepolta nei ghiacci artici e profuma di lavanda. Un portagioie che sembrava triste, lasciato lì dagli alieni o da uomini primitivi privi di piumini. Questa scatolona che profuma di lavanda Aprila. Subito. Cosa c è dentro? Un bigliettone. Un messaggione. Un letterone. Leggilo. No. Dai. Va bene. Cari ragazzi, care ragazze, concludo quest anno la mia carriera di insegnante. Ho attraversato anni di mattinate scolastiche, incontrando piccoli umani di ogni forma e capaci di mirabolanti dispiaceri. Ma, paziente, ho sem- 10

9 pre amato le parole che scrivevate, annusandole prima di guardarle e accartocciando i fogli prima di stenderli di nuovo e dispormi alla lettura. Una vita bellissima. Oggi vi lascio. In questa scatola che profuma di lavanda trovate quanto sono riuscita a conservare alla furia dell ordine. Fatene buon uso, perché le giornate sono lunghe e non sempre finiscono di schianto. Cara, cara professoressa! Aveva raccolto tutto questo bendidio per noi! E lo aveva anche commentato. Così ci risparmiava di scrivere il libro che dovevamo scrivere: un tema via l altro, un commento della maestra via l altro, un alunno via l altro e il gioco era fatto! Quale gioco? Avevamo tutto per ingannare il tempo, che è un credulone, per buggerare il tempo basta qualche tema delle medie ritrovato in Antartide in una scatola di piombo da un ettaro che profuma di lavanda. Quanti bei quinterni a righe! Li leggemmo e voi con noi. Dai. 11

10 Buongiorno! Allora, ragazzi: oggi compito di italiano! Mi meraviglio che dopo tanti e tanti anni io riesca ancora a trovare titoli adatti Colocci! Smettila! Avete portato la squadra da 45 gradi e quella da 30? Colocci, ce l hai il goniometro? Bravo Bene, stendete le carrube e tracciate con calma le righe Intanto vi scrivo il titolo alla lavagna Avete tre ore, come al solito. Abbandonatevi alla superficie e non vi preoccupate degli errori di ortografia. Ve li correggo io. Sono professoressa. 12

11 Scrivete un thriller e intitolatelo: «Nero?» L auto nera nella notte è nera, e più nera di ogni sfondo che incontra è la sua velocità, ottusa fino all obiettivo che non è franchezza, ma falsità. L uomo sudato è nero e non luccica nel buio, non riflette più alcuna ansia e non cerca con lo sguardo nessuno: le sue gocce sono l alito dell aspirina con cui ha pranzato. Canederli e aspirina. È seduto al centro del sedile, come in groppa a un elefante, nell India che si porta dentro, con le aiuole piene di cadaveri di scimmia, quelle che sogna tutte le notti, con i carretti di mango che si scontrano agli incroci e tutti che ridono e fanno a spintoni. Lo slargo con i parcheggi gialli non aveva lampioni. I bambini e le bambine stavano in piedi davanti all uscita dell edificio, dove il Ragazzone aveva appena cantato, infagottato in un gilet con le frange, ciascuna delle quali portava inciso il suo nome in una lingua diversa, tranne la sua. Lo aspettavano per un consiglio sulla vita e magari un abbraccio. I genitori non erano preoccupati, perché l edificio era inquadrato nelle loro televisioni di casa e guardavano i loro figli gironzolare e sorridere. Lo spazio vuoto tra i loro corpi era colmato da un ticchet- 13

12 tio familiare e da improvvise campane a festa, che dai televisori si espandevano in tutta la città. Ma il buio era tanto quella sera, lo dicono anche le interviste dei mesi successivi, e ciascun bambino o bambina potrà testimoniare, se interpellato, che non si vedeva nulla e il profumo delle salsicce era così forte che non ci si poteva riconoscere nemmeno dall odore, perché il Ragazzone faceva cuocere salsicce per tutti e tutti ci si sentiva più fratelli e lui urlava dal palco «SALSICCE PER TUTTI!» ed era una festa ogni volta, si aspettava solo il grido e poi un basso continuo accompagnava il movimento ritmico della folla, che si disponeva ordinatamente davanti a uno dei piccoli casottini in legno di frassino e rinforzature in plastica rigida che circondavano il palco. Le salsicce offerte erano state prodotte appositamente per il Ragazzone ed erano fatte con carne di maiale tritata, peperoncino, malto, destrosio, frammenti di papaya. Il ripieno era contenuto in un budello di pelle di daino, lavorata con cura e resa sottile dallo strofinamento con pietre salate. Ogni salsiccia poteva permettersi di avere così un numero variabile di frange, da otto a ventiquattro, a segnalare la diversa quantità di destrosio. Le frange erano commestibili, come tutto il resto. Ogni volta la gente era felice. L auto si avvicina al parcheggio. I fari illuminano i bambini e le bambine e i loro occhi flettono il colore in un rosso fragile, mentre si allontanano per raggiungere i punti più bui, senza perdere di vista la porta da cui il Ragazzone uscirà. Manca poco. L auto è un taxi, dicono sottovoce gli addetti alla sicurezza, e la porta si apre quanto basta ad accogliere dall edificio la sagoma di un uomo con un cappello troppo alto rispetto al suo girocoscia. La folla si accalca. Il respiro dell uomo nell auto è nero di rassegnazione. Fra poco saremo in albergo. Pensavo di arrivarci prima. Dobbiamo prendere con noi il Ragazzone, è questione di accordi già 14

13 firmati. Non da me. Lo so, ma ormai non si può fare più nulla. Mi aspettavo altro da questo Paese. Abbia pazienza. Lo sportello si apre automaticamente e le borchie sugli stivali del Ragazzone lanciano l ultima rifrazione possibile ai flash delle macchinette, la mano a mezz aria si agita e le unghie sono nere, sporche di grasso di foca e carbone, con cui colora i suoi capelli da anni. Indossa ancora le manette d oro, come dicono i giornali. Entra e si trascina dietro lo sportello e di botto, come un sacco di riso lanciato da una nave in un porto della Cina, appoggia il culo sul sedile. Fu a quel punto che dicemmo molte parolacce. 15

14 Ho particolarmente cari i compiti in classe di italiano della maturità del Fu l ultima annata, per me. Ricevetti in regalo una riproduzione in peluche della Pietà di Michelangelo. Sorrisi, ma l oggetto non meritava comprensione. Terminato il lavoro nella scuola pubblica, ho poi insegnato nei collegi, nei corsi di qualifica del Fondo sociale europeo, nelle università private della costa, in un centro di formazione interno a una grande fabbrica di profilati in piombo. Ho avuto allievi alti e altri molto preparati. Le mie orecchie erano piene del gocciolare dell inchiostro delle penne a sfera e delle piccole lesioni della carta. Ho fatto docenze a gorilla che volevano imparare la lingua umana. Ho insegnato l italiano a corrieri di droga curiosi. Ho avuto come allievi frati, bambini muti, adulti distratti, general managers, direttori di cori, addetti alle vendite, sex offenders, vigili urbani, dirigenti di partito, vagabondi, cuochi, intrecciatori di vimini. Di ciascuno ho tutto quello che mi serve. State attenti, dunque. Non raccontate frottole: vi controllo. Raccontatemi cosa avete fatto durante le vacanze, quest anno sono state piovose. Su, ragazzi 16

15 Compro oro Il primo mese l ho passato a vedere documentari sul nazismo e a giocare a Ruzzle. I Compro Oro in città erano ovunque. I negozi di sigarette elettroniche stavano già entrando in crisi. Brutte le sigarette elettroniche e i polmoni affumicati. A volte mi addormentavo sul divano. A causa della gastrite avevo quasi smesso di bere caffè, non usavo più pepe nei cibi che mangiavo e cercavo di non bere bevande gassate. Bevevo tè caldo a casa oppure Estathé al limone o alla pesca in una pizzeria che faceva lievitare l impasto fatto con lievito madre per ore. Una pizza leggera e squisita. Di fianco c era una pasticceria che faceva i migliori bignè al cioccolato della città. Non avevo una ragazza in quel periodo. Avevo anche smesso quasi completamente di fumare. Anche se avevo da poco imparato a farmi sigarette da solo col tabacco sfuso. Nella mia stanza da letto c erano venti buste di plastica di quelle per raccogliere rifiuti differenziati ed erano piene di tutte le cose del trasloco. A volte rimanevo a dormire in negozio su una brandina verde acido. Avevo un cane bianco e nero con un collare rosso che mi accompagnava spesso alla fermata dell autobus. Poi una volta che io salivo sull autobus lui tornava a casa. Avevo un bellissimo giubbino di pelle scura che non potevo chiudere a causa della cerniera rotta. 17

16 Sempre, a questo punto del ricapitolare, divento affranto. Il colore delle pareti non è sufficiente e ogni contorno mi sembra inadatto. Predispongo mensole infinite sulle quali appoggiare le mie cose e sorrido simpatico ogni volta che non ci stanno. Ammicco a chi mi guarda, mi sporgo dai fogli e dalle inquadrature, cerco di non sudare, amplio la superficie di appoggio. Non avrei mai avuto il coraggio di fare come quelli che appallottolano il mondo e cercano un contenitore per la raccolta differenziata: io giravo per tutte le città che potevo, cercando bidoni generici, così moralmente discutibili. La loro anima è una storia di trasformazioni lente e veloci. Civiltà di batteri dotati di scrittura e rielaborazione epidermica, così da sgusciare poi fuori, nella notte fresca, a battere le mani alla luna, bianca candida santa, e poi tornare dentro a succhiare lo schifo e puzzare. Le notizie dei telegiornali si facevano sempre più strette. Mi spostavo spesso in treno. O a piedi. Quando il sole tramontava, mi avvicinavo ai circhi e chiedevo che mi affidassero il compito di regalare biglietti ai semafori. Di solito mi accoglievano gentilmente. Una volta mi hanno fatto porgere la sacca con tutti gli omaggi da una piccola scimmietta fulva, riflesso di tutte le giungle dei Sandokan del mondo, stretta la gola a una catena, occhi lucidissimi e asciutti. Le manine rugose stringevano con forza la cinghia di pelle e le sue braccia, parzialmente depilate, si allungavano verso di me e si ritraevano, con una ritmicità soffocante, così sono fuggito e ho cambiato circo. Sembravo sciocco, a volte sciocchino. Tutti quanti mi prendevano in giro per il mio sapore nauseabondo. Nella tutela dei singoli esseri armonici cercavo di restituire loro la giusta ricompensa. Avevamo appena aperto un nuovo stabilimento di significati ma nessuno aveva mai il coraggio di entrarci. In effetti le porte erano strettine e bassine, un vorticare di diminutivi sui quali sarebbe stato possibile pattinare, ma chi ne aveva il coraggio? Il mio socio, critico come soltanto gli angeli sanno esserlo, andava e veniva 18

17 nei dintorni e io mi sforzavo di rimproverarlo, ma lui era tutto urletti e mossettine. Si avvicinava e mi mordeva il mignolo. Si allontanava e colpiva i muri. Ritornava e mi strusciava le guance con i palmi tatuati. Poteva andare avanti così? Ero diventato l animale domestico di me stesso e troppo spesso mi lasciavo fuori della porta a mugolare. La sensazione che provavo più spesso era quella di essere diventato un angolo. Tutta quella gente con le buste, le borse, gli zaini. Erano matti? Erano miei dipendenti? Li stipendiavo? Avevo a che fare con loro? Sporadicamente mi permettevo il lusso di avvolgere le lenzuola con cellophane disinfettato. Le spie dell Armata russa erano i nuovi vigili urbani. Sparavano colpi in aria allo scoccare di ogni ora. Tutto sembrava diverso. Tutto sommerso è anche vero che io non ne ho mai subito le conseguenze. Le diaspore e le inquietudini le lasciavo scivolare agli altri. Io mi nascondevo nelle ciotole, e nei tuoni. Portavo gli occhiali a specchio, che cazzo volete? Poi però la mattina dovevo lavorare e il socio mi guardava così, tutto di traverso con gli occhi ancora più di traverso del possibile e, se venivo messo troppo a fuoco, cercava ancora maggiore trasversalità ed era capace di spostare i divani e i comò, pur di imbarazzarmi in quello sguardo e bloccarmi lì, nello spazio del vuoto da fare, delle mani sparite, della bocca zoppa. Cosa c è lì dentro? Un fucile? Ho passato l intera domenica a guardare documentari sul Vajont e su Ustica. Mi sono lavato i piedi all una di notte e mi son fatto la barba tre ore dopo. Poi alle sette di mattina sono andato a letto. Ho avuto così modo di pensare al tempo che passa mentre il tempo passava e io non lo occupavo con movimenti gesti discorsi, ma lo lasciavo stare lì, ad ansimare piano, il tempo appisolato, tutto raffreddato, rannicchiato negli angolini, in tutti gli angolini, già impolverato prima di accorgersi di esserlo, il tempo dell umidità fra le dita e del fresco in faccia, il tempo delle mattine che non faccio iniziare e apro la finestra, dai tempo!, esci, vai a lavorare, io vado a letto. 19

18 Oggi ho sfondato un Compro Oro con l auto. È stato un incidente. Ho chiesto scusa a caso qua e là. Poi sono andato dal dottore. Mi ha dato migliaia di schiaffoni. Sulla ricetta c era scritto: bevi duro, mangia grasso, sputa spesso, tre gocce al mattino di semifreddo e un bel cucchiaio di marmellata di ossa dopo pranzo. Ricordati che devi soffrire. Le ginocchia sono tuberi, nel mio viso c è un frutteto, sottopelle ancora acciaio, ho la pancia mongolfiera che mi sputa gli altipiani, i semafori sono tutti rossi e grossi, sono hamburger intestinali, oggi ho sete, ieri ho fame. Mi han fregato l autoradio. Oggi va meglio. Mi è spuntato un fiore nel cervello. Ho acceso fontane nei corridoi. Ho regalato una parete al mio vicino. Ho semplificato la gestione dello spostamento dei souvenir nella maggior parte delle mensole di casa. Ho fatto telefonate all improvviso. E poi la sera sono uscito e ho incontrato molte scritte. Gavettoni al cioccolato. Simpatie e fluorescenza. Ginnastiche d avvio. C era una festa in un ottagono con musica speciale. La gente aveva labbra piene d entusiasmo, occhi come rondini e balli molto belli. Ed è qui che mi sono fermato e ho ripensato, come ce l avessi lì davanti di nuovo, tutta insanguinata e tremante, vittima della casualità o di un intenzionalità che non ha parole e quindi non riusciamo a tenercela in testa lei la scritta rossa, quasi arabeggiante, caratteri stile tuffo in un bramino, la C sola da un lato, appena inclinata e così falce in attesa di martello il martello ero io, durissima fiancata destra di Audi 80 grigia, e poi l alfabeto illeggibile dei pezzettini, e soprattutto le O, il tutto tondo della certezza valoriale, il principio dello scambio primordiale, fuggito dalle banche svizzere, dal lingottismo, dai depositi di Paperoni, appoggiato lì, Compro Oro, ai bordi di ogni strada, visi uguali, dai a me e io do a te. A ogni curva. Su ogni rettilineo. Fino a che non sono arrivato. Io. La giornate scorrevano fiamminghe. Questo era un bel periodo per addomesticar le sdraie. Scivolare sui tappeti inconsapevoli del 20

19 botto. Il botto. Sì, il botto era tornato. Proprio qui sulla guancia. Ma dentro. Dentro la bocca avevo una fede nuziale incastrata tra l ex dente del giudizio e la mucosa sanguinante. Io non ero sposato, anche se non mi sarebbe dispiaciuto esserlo. Compro Oro. L incidente. La mia faccia sul volante che rimbalza già dolore e mi sputa su davanti, tra il commesso e lo scaffale. Il distruggere sulla schiena, sono ovatta momentanea. Non capisco più qualcosa. Troppa fretta che mi accade. Fretta fredda. Sono corso a giocare i numeri al Lotto Matto: 325, la frenata invisibile; 57, l ansimare in controtempo; 5589, l imitazione del coraggio; 972, la partenza dei Crociati all interno della mia testa. Sono entrato nella ricevitoria, quella all angolo, stretta, spinosa, modesta, cordiale. Ho puntato tutto e ho vinto. Grazie Compro Oro. I vicini si complimentavano con me, bravo bravo, io facevo movimenti con la testa e mi spettinavo a ritmo. Da tutte le parti arrivavano venditori colmi di doni e opportunità. Prenda questo tappeto. Prenda quest anfora d avorio. Prenda la mia torta di terra della Luna. La casa, la casa, non vuole prendere questa bella casa di fiato? Io cercavo di gestire le parole, mi proteggevo con le abitudini e quella dolce timidezza che mi fa sempre uscire molto vivo da tutte le brutte situazioni. Superficie tendenzialmente blu o nera, occupavo gli spazi consentiti e mediavo gli scambi mercantili. Le tasche piene di denaro sporco. Gli sguardi dei giocatori sconfitti. Il croupier nudo illuminato da dietro. Le palline numerate imprigionate coraggiose. Era ora di cena, di già. Arretrando e facendo ciao con le mani, recuperavo lo spazio necessario per fare piroette a caso e tornare per raccontarti tutto quello che mi era successo e mi sa che un vetro mi si è infilato nel ginocchio, fa un po male. Adesso a questo qui gli metto una nota! Non va bene fare così con i negozi Compro Oro: è da discoli! Sfacciato! 21

20 E ti sei scordato anche di dirmi che fine hai fatto fare alle vacanze. Scrivilo qui sotto in calce, su Sono i mesi, i mesi nello spazio vuoto di quel modo di fare che è gingillo e coerenza. Tengo le mani in tasca, sono un ragazzo a posto e faccio bolle con le salive. Hanno tolto i depositi dell oro. I negozi adesso fanno tenerezza e i denari sono compatti nelle scelte sagge per il futuro. Nessuno reclama, nessuno avanza nostalgia. Io tengo le schegge negli occhi e adesso vedo un po strisciato. Ma fa lo stesso, no? 22

21 Biglietto della fortuna n. 1 Non farti scappare il destino. Nessun lupo annusa due volte la stessa mano. 1 1 Iniziamo qui a raccogliere i sedici biglietti, contenuti all interno di altrettanti biscotti cinesi della fortuna, che la professoressa ha conservato nella scatolona. Sedici, non diciassette. I biglietti, in sequenza, motivano forse gli accadimenti drammatici che i diari della professoressa raccontano, fornendo una spiegazione alternativa agli eventi narrati, meravigliosi e stupefacenti. [N.d.Camillas]

22 Bambini, attenti! Non hanno ancora inventato la televisione! Quando la inventeranno, cosa guarderete alla televisione? 24

23 Stalin e Ollio Quarantasette scalini. Poi un pianerottolo grande con una porta sul lato destro. Di fronte, salendo, un arazzo turco che riproduceva la stanchezza degli umani e delle bestie a Sebastopoli. Arazzo mangiato dai tarli ai bordi, così che il fiume di sangue in cui si piantavano gli zoccoli era diventato un prato di corallo rosso, tutto rampicante e fragile. A sinistra la scala proseguiva con una seconda rampa, cinquantatré alzate da venti centimetri, con una battuta di larghezza variabile. Il nono gradino ne misurava otto, di centimetri, e chiedeva l attenzione. La urlava, te la infilava nelle ginocchia, te la stendeva sotto la pianta del piede. Stai attento, diceva. Era uno spazio prescrittivo, privo di parole e petulante. La prima rampa invece non esagerava mai. Composta di lastre di marmo verdi e beige, con venature nere e comiche, rimaneva una scalinata persuasiva, senza troppe differenze o somiglianze. Tutte le mattine lui saliva la prima rampa, si fermava sul pianerottolo e afferrava la maniglia della porta. Poi girava il collo e guardava verso la seconda rampa e gridava fortissimo, coprendosi la bocca con l avambraccio, perché sapeva che lo stavano ascoltando. 25

24 Quel giorno, quando la porta si richiuse dietro di lui, la scala rimase di nuovo sola. Si sedette sulla scrivania e soffiando nelle orecchie dei collaboratori cercava di non morire ancora e di sopravvivere a tutti. Tracciò, come ogni giorno, sottili tratti di inchiostro alla fine di colonne di parole. Si alzò e andò alla finestra. Persiane serrate strette, a muso duro, tese. Le vetrate riflettevano la divisa e lui dentro. Uno sfumare di verdi, dall alto in basso, muschio di stoffa, fino a piombare di colpo nel nero della cintura tesa sul ventre, percorsa da riflessi e sottili cicatrici, poco poco consumata intorno ad alcuni fori, a indicare il gonfiarsi e lo sgonfiarsi di un corpo di potere. Qui e là, quadratini colorati di battaglie, piccole croci di campagna di guerra, plotoni, reggimenti. Sulle spalle luccicavano le stelle e il peso della violenza. Un velo di polvere sul vetro che lo rifletteva lo rendeva simile a un cattivo ricordo o al mordicchiare una polpettina di fegato andato a male. Incrociò lo sguardo che era il suo e poi tornò a sedere. Sentì la pistola dura appesa al fianco, silenziosa, umida, protesa alla morte ma capace di rimanere lì, rannicchiata nella fondina, ad aspettar fortuna. Pensò alle venature del marmo della scala, ai segni e alle porzioni di spazio a cui ogni giorno dava nuovi nomi. Non voleva più comandare. Ma non sapeva a chi dirlo. Forse a Tarzan. Tarzan vive fra gli alberi nudo. Si arrampica e si sposta volando appeso a liane sempre a disposizione. Usa il coltello e non ha peli. Lui aveva visto molti film di Tarzan e non lo infastidiva il fatto che, causa esigenze contrattuali, cambiasse faccia e corpo. Non cambia mai la sua scimmia. Non diminuisce mai il suo potere e il suo controllo sulla giungla: sconfinata, generosa, non imbarazzante. Chiama a sé gli elefanti e leoni e felci e palme si piegano al suo richiamo. Piomba dal cielo sui suoi nemici e li abbatte appoggiandosi alle 26

25 loro spalle. Sorride al sole e si distende fino al ramo successivo. Non deve mettere in ordine la realtà. Gli basta afferrarla. Non sopporta invece quel ciccione americano. Quel modo di stupirsi sollevando le gambe da terra. La tendenziosità maligna del suo passo e la responsabilità che cerca di affidarci ogni volta che ci guarda. Un efficienza volgare e prepotente. Capitalista. Niente a che fare con Tarzan, che ride di gusto e non ha baffetti a solleticargli il naso. 27

26 Raccontare una fiaba è difficile, ma non raccontarla è quasi impossibile. Quando smetteranno di pensare ai cirri e ai nembi, quando sarà loro chiaro il ciclo dell acqua e lo scivolo sarà evidentemente arrugginito, quando le bambole faranno «oh!» anche avendo la pila scarica dietro, dentro la schiena, e tutti i cicciobelli si saranno organizzati in un sindacato, e quando l ammirazione l avrà vinta sulla ghiottoneria, allora se ne parlerà. Ma fino a quel momento, perché non fargli scrivere la fiaba? La natura fa le sue ciliegie, loro fanno le fiabe. Ecco, tema: non raccontare la fiaba, bensì un fatto che ti è accaduto. Avete sei settimane di tempo e non dovete usare lo sbianchettatore. Mentre lo scrivete non dovete mangiare né bere, ma potete fare la cacca. Potete picchiarvi e succhiare delle liquerizie. Cincischiate come volete. Prendete lucciole per lanterne e lampadine led per torce. Amate molto i gattini, fotografateli, inseriteli nelle bottigliette di Oransoda e vendeteli al mercato nero, al mercato arancione non li vogliono, i gattini. Fate ciao con la manina e spendete tutta la mancetta in minchiate. Potete farlo, lo so. Dai. Fatelo. Il tema inizia ORA! 28

27 L Orco Quando ci ha presi, un po accondiscendenti, saranno state le tre o le quattro di pomeriggio e il sole era ancora alto e tutto si era fermato, sospeso, immobile a perdifiato, e dovevamo accorgercene! Dovevamo accorgercene! poi invece è stato buio per un po nella tasca del suo cappotto in pannolenci c era odore di menta e mani, e quando ci ha tirati fuori, delicato cortese attento cordiale, il cielo non c era più e il soffitto era un muro di lego e intorno sedie e tavoli e cose per abitare. Il suo enorme muso era nitido negli affetti e nei bordi, sormontato da un vortice di ricci biondi e abbandonato in una pappagorgia che gli arrivava a metà del petto. Indossava adesso un comodo pigiama a righe sottili. Aprì con calma un tabernacolo dorato e ci infilò tutti e due dentro. Stretti e pronti a essere divorati, decidemmo di trascorrere il tempo rimasto raccontandoci a vicenda, o in coro, leggende sulla realtà: quella delle cose e quella dei corpi. Poi fummo mangiati con gusto il giorno successivo. Capita. 29

28 Al banco, muoviti! Al banco! Mi istigano il nervoso, se non scrivono. 30

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