Gerardo Maiella - santo del popolo

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1 CAPITOLO II Gerardo Maiella - santo del popolo G. D ' A d d e z i o L' "Amore" e gli "Amori' di San Gerardo "L'Amore che muove il sole e le altre stelle" è realmente il motore di ogni realtà come è la ragione ultima di ogni sentimento umano. Gerardo non fece eccezione a questa componente profonda dell'essere. Anche per lui l'amore fu il movente di ogni impulso interiore, fonte di beatitudine, pienezza di vita. Un amor unico con una triplice sfaccettatura: l'eucaristia, il Crocifisso, Maria Santissima e una meta: l'adesione gioiosa alla volontà dell'amato. È quanto mi propongo di illuminare nel presente capitolo. Il panino bianco Il primo amore di San Gerardo: l'eucaristia, pane di vita Quanto più ci si avvicina ad un santo, più si studiano i suoi scritti, più si ascoltano le testimonianze di quanti lo hanno conosciuto, tanto più si conoscono le ricchezze che l'amore di Dio, lo Spirito Santo, ha effuso in quel cuore. Così è di S. Gerardo Maiella. Nel corso di questo scritto non si diranno cose nuove, ma verranno ricordati fatti visti da angolature diverse, che assumono una luce nuova, un insegnamento nuovo, un'efficacia nuova ed una intercessione nuova. Si è detto che Gerardo abbia molto amato l'eucaristia, ed è vero. Si è detto che abbia molto amato la Madonna, ed è vero. Si è detto che abbia molto amato il Crocifisso fino ad esprimerlo nel suo volto, ed è vero. Si è detto che egli è il Santo della Volontà di Dio, che si sia trasformato in essa, ed è pur vero. Ebbene, con l'aiuto dello stesso Santo cercherò di mettere in luce questi amori, perchè, chi ama Gerardo, lo ami di più; chi non lo conosce scopra in lui queste ricchezze, per imparare ad amare l'eucaristia e la Vergine Maria, "mamma Immacolata", come egli amava chiamarla. Chi vuole conoscere Cristo crocifisso impari qualcosa da questo ' pazzerello" come lo chiamava Gesù stesso e si innamori della "bella volontà di Dio", come egli amava ripetere. Il Santo che "giocava" con Dio La preghiera fiorisce spontanea nel cuore bambino di Gerardo: ha appena cinque anni e da solo si reca al Santuario della Madonna di Capodigiano. Gli piace tanto la bella Signora che tiene il Bambino sul braccio sinistro. Incantato e sorpreso, vede il Bimbo staccarsi dalle braccia della Madre, avvicinarsi e invitarlo a giocare con lui. Quindi gli mette nella mano un panino bianco e profumato, mentre la mamma sorride dalla statua e questo succede per molti giorni.

2 Quel pane misterioso era presagio e preannunzio di un altro Pane, quello eucaristico, che sarà l'alimento del suo "affocato" amore per Gesù. Passeranno degli anni e molti avvenimenti porteranno Gerardo lontano. Un giorno, la sorella Brigida si reca a Deliceto, dove egli si trova, ormai religioso, e gli ricorda l'episodio che lei con la mamma aveva spiato un giorno. Gerardo, ricordando il fatto, afferma: "Ora so che quel bambino che mi dava il pane era lo stesso Gesù"; al che Brigida: "Andiamo a Muro, così potrai ritrovarlo nello stesso luogo"; "Non occorre", risponde Gerardo, "ora lo ritrovo in ogni luogo". L'episodio dell'infanzia segna l'inizio dell'ascesa spirituale di Gerardo e la predilezione di Gesù per lui. Il panino "misterioso" però non gli basta più da quando si è sentito nascere in cuore una fame ardente del pane di vita, il pane che lo nutrirà e lo fortificherà nelle prove della sua breve esistenza. Ormai si sente attratto fortemente dalla presenza di Gesù nel tabernacolo e con Lui intesse n dialogo grazioso: "Ma perchè Gesù non ti doni Q me come fai con mamma e con gli altri? Come loro, anch'io ti voglio bene e desidero stare in tua compagnia". "Figlio mio", osserva la mamma, "devi prima farti grande per ricevere la comunione... aspetta ancora... aspetta quando ti sarà permessa". Ma in un giorno di festa, il ragazzetto, convinto di essere ormai grande, si confonde tra la folla e si accosta alla balaustra. Giunto il suo turno, prende il piattino e, con in cuore tanta brama d'amore, apre la bocca, ma il sacerdote, vistolo così piccolo e macilento, senza molta delicatezza gli fa cenno di allontanarsi. Gerardo si allontana dal suo piccolo Gesù piangendo con il viso tra le mani. Il suo pianto dura tutta la giornata, ma spalanca le porte del cielo. Nella notte, mentre il piccolo finalmente si addormenta, l'arcangelo S. Michele lo sveglia, estrae dal ciborio un'ostia bianca, gliela pone sulla lingua e scompare. Un sogno? Lo stesso Gerardo la mattina seguente narra l'accaduto alla mamma, alle sorelle e alla signora Caterina Zaccardo: "Ieri il prete non mi ha voluto dare Gesù ma me l'ha dato questa notte l'arcangelo S. Michele". Da religioso egli confermerà l'episodio al suo direttore spirituale e all'orefice Alessandro Del Piccolo. x I due avvenimenti segnano profondamente l'animo del ragazzo e mostrano la predilezione del cielo per questo figlio della terra lucana, per questo povero in spirito. A dieci anni, Gerardo riceve ufficialmente, la prima Comunione. La sua preparazione è tale da diventare d'esempio per i coetanei. Suo proposito è ricevere spesso Gesù e prepararsi alla comunione con sacrifici e penitenze che l'amore gli sollecita nel cuore. Ricevuto Gesù, resta immobile, rapito in estasi, mentre il tempo perde per lui ogni concretezza; lo stesso gli accade quando si trattiene ai piedi del tabernacolo. Tuttavia non vuol essere solo a far compagnia a Gesù. Allora escogita degli stratagemmi che, agli occhi dei compagni, sembrano giochi. Mentre si trastulla insieme ad essi, ai rintocchi della campana che invita i fedeli alla benedizione eucaristica, raduna la garrula comitiva, dicendo: "Andiamo a visitare il nostro Signore carcerato"! Tutti applaudono e lo seguono quasi attratti da una forza che si sprigiona da questo innamorato in erba. Passano gli anni e gli avvenimenti modificano la vita di Gerardo. A ventitrè anni entra tra i figli di S. Alfonso Maria De' Liquori, come

3 fratello laico. Il suo amore per Gesù "carcerato" assume proporzioni gigantesche: ormai egli può sostare ai piedi di Gesù Sacramentato più a lungo, anche la notte; è facile perché tutti e due si ritrovano sotto lo stesso tetto. Una volta Gesù lo rimprovera cordialmente: "Pazzerello, che fai"? E Gerardo di rimando: "Non sei più pazzo Tu, che te ne stai rinchiuso nel tabernacolo? Se io sono pazzo, è per no amore". La semplicità di Gerardo incanta il cuore di Gesù, che si diverte ad attrarlo a sè anche nei momenti di grande lavoro, con detrimento della vita regolare, ma il fatto non convince il padre Cafaro, suo superiore, che una volta lo rimprovera per le sue "stranezze", umiliandolo fortemente. Gerardo accoglie il rimprovero in profonda umiltà e promette di essere obbediente. Ma, passando accanto alla chiesa si sente chiamare dal tabernacolo, al che Gerardo: "Via, Signore, lasciatemi andare per favore, ho da fare, altrimenti il padre superiore mi rimprovera". Poiché "l'oro si prova col fuoco e gli uomini cari a Dio nel crogiuolo dell'umiliazione" (Sir. 2, 5), così anche l'amore di Gerardo doveva essere purificato da una grande prova: la calunnia. Il 1754 fu un anno di grandi prove interiori per lui. La sua anima era nella notte più profonda. Niente più conforto da parte del Signore, ma solo amarezza per la sua povertà e la sua miseria. Per espresso ordine del suo superiore generale, il padre Alfonso, gli fu tolto anche il conforto che gli veniva dalla S. Comunione. Che cosa era avvenuto? Una giovane di Lacedonia, una certa Nerea Caggiano, dietro invito di Gerardo era entrata nel conservatorio di Foggia, fondato dalla M. Maria Celeste Crostarosa. Inizialmente si mostrò molto contenta, ma, essendo incostante, volle ritornare a casa. Niente di strano; ma in seguito la giovane si sentì umiliata e riversò il suo malanimo su Gerardo. Inventò di sanapianta una trama d'amore tra il nostro santo e una giovanetta figlia di un amico di Gerardo. Nerea si confidò con il suo confessore ed insieme scrissero a Sant'Alfonso. Come mai il grande moralista, abituato a ponderare le cose, prese subito provvedimenti drastici nei confronti di questo suo figlio? Era il Signore che, attraverso le vicissitudini umane, voleva purificare (amore del suo amico!... Gerardo fu richiamato subito a Pagani, alla presenza del suo superiore. Questi gli lesse le due lettere e attese da parte sua una giustificazione. Ma Gerardo taceva: dinanzi alla calunnia non trovò risposta migliore del silenzio! E Sant'Alfonso si convinse della veridicità dell'accusa. Avrebbe potuto espellere immediatamente dalla Congregazione il giovane religioso, ma si limitò a proibirgli ogni contatto con la gente di fuori e lo privò della S. Comunione. Senza il suo Gesù? Il colpo fu più forte della stessa calunnia. Rispose alla sentenza con un devoto cenno di assenso. Il suo cuore era lacerato, ma il suo volto continuava ad essere tranquillo. La calunnia non lo toccava minimamente, come pure il giudizio dei suoi confratelli che non lo vedranno più accostarsi alla Sacra Mensa. A tale prova si aggiunse la prova interiore: "Gesù non vuole più venire da me perché ne sono indegno! Ha voluto punire il mio poco amore"! Un giorno un padre lo invita a servigli la S. Messa. "Non mi tentate, mormora Gerardo, perchè vi strapperei l'ostia dalle mani"!

4 Qualcuno gli suggerisce di dire tutta la verità per essere riammesso alla Comunione. La sua risposta è perentoria: "C'è Dio: tocca a Lui pensarci! Si muoia sotto il torchio della volontà di Dio"! Qualcuno gli chiede: "Come fai a resistere senza la S. Comunione"? La risposta è quanto mai improvvisa e nuova: "Me la scialo nella immensità del mio caro Dio". Era quanto dire: - se Dio non vuol venire sacramentato, io lo trovo in tutte le creature e in ogni loro perfezione -. La situazione si protrae, ma Sant'Alfonso non è del tutto sicuro del comportamento di Gerardo. Perplesso nei suoi confronti, un giorno prova un forte desiderio di vederlo. Non ha ancora del tutto formulato il pensiero, quand'ecco presentarglisi Gerardo in persona. Ciò lo sorprende: "Che vuoi figlio mio"? "Mi avete chiamato, eccomi" Il superiore sconcertato decide di mandarlo a Ciorani sotto lo sguardo del p. Tannoia, con il quale Gerardo è in grande confidenza. Dieci giorni dopo arriva al superiore maggiore la relazione: "Sempre sereno, sempre ilare e, ciò che più stupisce, non muove alcun lamento circa la prova che gli è capitata; l'unico suo rifugio è Gesù che ardentemente desidera ricevere". A chi lo compativa rispondeva: "Mi basta avere Gesù nel cuore"! Altro trasferimento: Materdomini! Appena giunto, gli fu annunciato che l'indomani, per espresso ordine del Fondatore, avrebbe potuto fare la S. Comunione. Tutta la sua gioia incontenibile fu condensata in una frase ripetuta ad ogni istante: "domani farò la S. Comunione"! A sera chiese di ritirarsi in cella per la preparazione. L'indomani, dopo la Comunione, lo si cercò per ogni dove, ma non fu possibile trovarlo: aveva chiesto a Gesù di diventare invisibile e così fu. Intanto a Lacedonia la giovane Nerea, che non aveva misurato la gravità delle sue parole, fu presa da grande rimorso. Non riusciva più a vivere. Si vedeva già all'inferno senza possibilità di perdono. Si recò dal confessore e disse tutta la verità con grande meraviglia di costui! Bisognava porre rimedio al più presto. Una lettera partì subito per Pagani al Rettore Maggiore,.cui si dichiarava che: "L'accusa da lei mossa a fratel Gerardo era un orrendo tessuto di calunnie fatte per istigazione diabolica". Il padre chiamò.subito Gerardo e gli disse: "Figlio mio, perché tacere sempre senza dirmi neppure una parola sulla tua innocenza"? Con tutta tranquillità Gerardo rispose: "Padre mio, come potevo io farlo se la resola impone di non scusarsi e di soffrire in silenzio >1a mortificazione proveniente dal Superiore"? La prova aveva finalmente termine! Ma quali ricchezze aveva apportato al cuore di Gerardo: il suo amore per Gesù era grandemente cresciuto; poteva correre ormai come un gigante verso la fine della vita. Divino impiagato d'amore Il Crocifisso: segno di speranza Chi è innamorato di Gesù Eucaristia inevitabilmente diventa innamorato di Gesù Crocifisso.

5 Anche per Gerardo avvenne questa mirabile esperienza spirituale. Di giorno in giorno si faceva strada in lui un desiderio incontenibile di modellare la propria vita su quella del "Martire Divino% di immedesimarsi nella Sua morte sulla croce. La sua abituale espressione "Vado a far visita a Gesù carcerato", nascondeva, nella sua semplicità, la convinzione che, nella bianca ostia, si celasse il Cristo Crocifisso, sofferente d'amore per ili uomini. Chi ama Gesù fa ruotare tutta la vita su due grandi poli: la Eucaristia e la Croce. Gesù dal Cenacolo sale al Calvario e dal Calvario - dopo la Risurrezione - ritorna al Cenacolo, quasi ad indicare la continuità della sua donazione. Così a Gerardo l'eucaristia, memoriale della Passione, parlava di sacrificio e di amore crocifisso. Sentiva nascere e crescere in sè l'attrattiva perso la sofferenza, cercata con astuzie da innamorato ed accolta dalle mani talvolta brutali degli uomini nei quali vedeva gli strumenti che dio gli mandava per conformarlo al suo Gesù. Di occasioni non gliene mancavano ed egli stesso inventava forme sempre nuove. Arso d'amore, si servì dei suoi compagni ai quali chiedeva che lo disciplinassero, lo beffeggiassero, gli facessero scherzi ai quali egli si sottometteva per riprodurre in sè i motteggi che la soldataglia aveva compiuto su Gesù. Essi prendevano la cosa come uno scherzo, Gerardo no! Lui faceva sul serio perché la sua volontà eroica lo spingeva all'immedesimazione col sacrificio cruento di Cristo. Con i più intimi si lasciava scappare talvolta qualche parola che mostrava la verità del suo amore: "Dobbiamo soffrire se vogliamo dar gusto a Gesù Cristo che tanto ha sofferto per noi". All'avvicinarsi poi della Santa Quaresima, Gerardo tracciava un programma, sottolineandolo con frasi come queste: "Gesù è morto per noi ed io voglio morire per Lui". Durante la settimana santa, nel meridione d'italia, è tradizionale anche attualmente, la rappresentazione al vivo del Calvario, con grande concorso di popolo. A Muro il pio esercizio veniva rappresentato in Cattedrale dagli stessi cittadini con tale intensità, da richiamare non solo i muresi, ma anche gli abitanti dei dintorni. Gerardo era tra i primi "attori" e un anno ottenne di rappresentare Gesù sulla Croce. Per la veridicità della sua espressione suscitò un'enorme impressione in tutti, in modo particolare in mamma Benedetta che, nel riconoscerlo, svenne dalla commozione, lasciandosi sfuggire un grido soffocato: "Figlio mio"! Lo Spirito Santo lavorava quest'anima semplice e nella parola di Dio, ascoltata per bocca del parroco, gli rivelava la profondità del mistero del Dio "fatto carne e venuto ad abitare in mezzo a noi" (Gv. 1,14). Lo Spirito Santo lo addentrava nella comprensione del mistero della Passione, Morte e Risurrezione, facendoglielo sperimentare nella propria carne, in modo speciale nei giorni di venerdì, sabato e domenica. Ed infine gli faceva scoprire la verità sconvolgente dell'umiltà di Gesù. All'origine di tale fervente aspirazione c'era forse la spiritualità

6 francescana attinta dai padri cappuccini di Muro, a cui si aggiungeva la lettura del libro "L'anno doloroso" del cappuccino Antonio da Olivadi. Era un racconto popolare della passione del Signore, presentata per quadri dai toni violenti e dalle forti immagini. Essi, nella loro successione, movevano l'affetto del lettore e la sua volontà, spingendolo all'uniformità al "Divino Paziente". Perché la meditazione fosse più facile e continua, la Passione di Nostro Signore Gesù Cristo era presentata e messa a nudo nel suo svolgersi nel tempo, dal tramonto alle ore della notte e al mattino. Gerardo, cosa eccezionale per quei tempi, aveva frequentato con profitto le scuole e gli era quindi facile la comprensione del testo. Ottavia egli andava oltre la semplice lettura, oltre il semplice movimento dell'affetto. Portava agli estremi la sua follia della Croce, cercando con ogni mezzo di conformarsi e uniformarsi a Cristo. La sete di sofferenza, già presente nell'infanzia, crebbe in lui con il passare degli anni e con la scoperta di un amore sempre più ardente. Garzone presso il sarto Pannuto, al rintocco della campana che scandiva le ore della Passione di Gesù, egli sentiva un'attrattiva nuova: ogni ora era segnata da un quadro della sofferenza di Gesù che lo prendeva tutto. Gerardo genufletteva e rimaneva immobile, immerso nella contemplazione del suo Amato, spogliato, flagellato, con le carni a brandelli.(questo suo atteggiamento mandava su tutte le furie il capo garzone, uomo violento e rude che lo faceva oggetto di disprezzo e di percosse. Col volto sorridente, Gerardo continuava il suo colloquio, insensibile ai colpi, mentre quello infuriato gli gridava: "Ma perché ridi"? E Gerardo: "È Dio che mi batte". Solo gli innamorati di Gesù possono comprendere una logica tanto sconvolgente perché essi, come l'apostolo Paolo, possono affermare: "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal. 2, 20). Una mattina Gerardo giunse alla bottega con qualche minuto di ritardo. Fu ricevuto a pugni e a schiaffi. Per tutta risposta egli sorrise al suo persecutore che si infuriò maggiormente e gli gridò: "Ti prendi gioco di me, dunque" "No", rispose Gerardo, "io non mi burlo di voi". Il Pannuto, però, vedendo quel ragazzo sempre servizievole e sorridente, cominciò a insospettirsi. Un giorno arrivò improvvisamente e vide, come al solito, il povero Gerardo steso a terra mentre l'altro lo percuoteva. "Che succede qui"?, chiese. Il garzone rispose: "Chiedetelo a lui"! Gerardo chiese scusa, quasi fosse lui il colpevole e la cosa, per il momento, finì lì. Ma il padrone era rimasto colpito dal quel volto che nascondeva, sotto uno strano sorriso, tanta sofferenza. Alla sera lo seguì di soppiatto, mentre Gerardo, come era solito fare, si recava a ritemprare le sue forze presso l'amico Divino che, per amore degli uomini, aveva ricevuto percosse ben più gravi "Egli infatti è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità" (Isaia 53, 5). Il Pannuto non credeva ai suoi occhi: quel ragazzo dall'aria insignificante era là, davanti al tabernacolo, in estasi, col viso trasfigurato. Altro che scemo, quello! La mattina dopo, il capo garzone fu licenziato con grande dolore di

7 Gerardo. Come potrà d'ora in poi imitare la pazienza e la umiltà del suo Maestro Crocifisso? Ma il pane dell'umiliazione e della sofferenza non gli mancherà. Gerardo andò, come domestico, presso il vescovo di Lacedonia, mons. Claudio Albini, un eccellente prelato, uomo di pietà e di grande erudizione, ma di carattere difficile. Era un altro strumento nelle mani del Padre per amare sempre meglio il nostro santo. Qui egli si trovò subito a suo agio: il palazzo vescovile gli appariva, con i suoi vasti e silenziosi ambienti, come un convento dove avvertire meglio la presenza di Gesù, il "Divino Prigioniero" che viveva sotto il suo stesso tetto. Erano queste le sue richieste spirituali che gli permettevano di accettare, come un privilegio, una vita durissima: lavoro spossante, pazienza angelica, rigorosi digiuni, notti passate in preghiera, aspre flagellazioni con l'aggiunta di solenni riprensioni da parte di sua Eccellenza. Era felice perché, come l'apostolo, poteva ripetere: "Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi", (Rom. 8, 1821). Un giorno Gerardo andò, come di solito, al pozzo per attingere acqua. Aveva chiuso la porta di casa, ma inavvertitamente nel tirare su il secchio dell'acqua, la chiave gli sfuggì di mano. Già si sentiva negli orecchi le escandescenze di monsignore, facilmente irritabile. Corse costernato a prendere una statuetta di Gesù Bambino e, con grande semplicità, gli disse "O Gesù, tu solo puoi togliermi dall'impiccio. Sai quanto potrebbe dispiacere a sua Eccellenza questa mia sbadataggine". Prese una cordicella e, legatagli la statuetta, la calò nel pozzo. La gente accorsa, guardava incuriosita, quand'ecco, emergere, all'orlo del pozzo, il piccolo Gesù di gesso con la chiave nella manina. Da allora, quello che fu chiamato "il pozzo di Gerardiello", divenne meta di curiosità e di pellegrinaggio. La gente guardava con grande ammirazione il domestico del vescovo, ma sentiva compassione per lui, sempre così silenzioso, dimesso, macilento, quasi diafano, eppure costantemente servizievole e sorridente. Solo Gerardo non se ne dava pena. Dopo tre anni, questa vita dura finì. Mons. Albini morì; l'unico che lo pianse fu Gerardo: "Lo amavo tanto", diceva; "mi ha fatto del bene; mi amava come un padre"! Secondo l'ottica di Gerardo, che era quella della fede, gli aveva fatto veramente del bene in questa dimensione. Ritornò a Muro per continuare le sue effusioni con Gesù, sempre a caccia di altre occasioni di sofferenza per unirsi alla Croce di Cristo. Ora non gli bastavano più le sofferenze esterne. Ambiva a quelle interiori, per essere più simile al suo Signore, e Gesù non si fece attendere. Mentre il fisico andava logorandosi, lo spirito si affinava. Passano gli anni, entra tra i Redentoristi, e quando mancano pochi mesi alla morte, con il fisico logorato per le molte penitenze e il molto viaggiare a piedi, dietro i passi dei suoi padri missionari, nell'intimo del suo cuore scende una notte profonda. I fatti mistici e taumaturgici si moltiplicano, ma questi fenomeni più che essergli di sostegno, diventano una sofferenza e un tormento. È molto indicativa del suo stato interiore una lettera scritta alla Madre Maria di Gesù, priora del Carmelo di Ripacandida, dove egli si recava a

8 ritemprare le sue forze spirituali, parlando e ascoltando le monache sulla bellezza della vita religiosa. Siamo nel 1754, un anno prima della morte: "lo sono sceso di tal maniera che mi credo che non mi risolva più! E mi credo che le mie pene hanno da essere eterne. Ma non me ne curerei che fossero (eterne); basta che io amassi Dio ed in tutto dessi gusto a Dio! Questa è la mia pena: che mi credo che io patisca senza Dio. Madre mia, se non mi aiutate, son grandi guai per me. Perchè mi vedo tutto abbattuto e in un mare di confusione: quasi vicino alla disperazione. Mi credo che per me non vi è più Dio e la Sua divina misericordia; è finita per me! Vedete e mirate in che miserabile stato io mi trovo!". E in un'altra lettera è ancora più esplicito: "Io sto tanto afflitto e sconsolato per essere tanto crociato dalla divina giustizia che nulla più. Benedetta sia sempre la Sua divina volontà! E quello che più mi fa tremare e mi dà maggior orrore, temo di non perseverare! Dio non voglia; perché sarebbe la stessa cosa ad avvilirmi. Sopra di questo voglio che fai tutte le preghiere". L'anima di Gerardo è unita intimamente a quella di Cristo paziente sulla croce. Avendo il nostro santo preso su di sè il peccato di quanti ha avvicinato ed ancora di altri a lui sconosciuti, avendo esigito da Dio la conversione di molti, ora paga tali doni con la sofferenza più intima. E come Gesù, sembra dire "Padre, se è possibile, passi da me questo calice, però, non la mia, ma la tua volontà sia fatta." (Lc 22, 42). Come non guardare questo nostro santo come modello per partecipare alla missione di Cristo Salvatore? Gerardo, con questi suoi atteggiamenti interiori così profondi, ci invita a vivere di fede e di amore paziente, ad accettare tutte le sofferenze e le croci che non mancano nella vita. Esse, vissute con Cristo, sono un'espiazione per i nostri peccati e per quelli dei nostri fratelli. A ciascuno di noi è chiesto di completare nella nostra carne ciò che manca alla passione di Cristo. La vita di Gerardo si conclude come quella di Gesù: per lui il legno della croce è il suo letto, ove la tisi consuma quel povero corpo già consunto. Il 15 ottobre del 1755, festa di S. Teresa di Gesù, da lui tanto amata, dice con una certa arguzia al dottore Santorelli: "Così è, caro dottore, burlando burlando me ne muoio tisico"! Al che il dottore chiede a sua volta: "E perché proprio tisico?" "L'ho chiesto al Signore, perché voglio morire abbandonato come Lui! Sì, lo so che nella Congregazione si usa tutta la carità con gli infermi. Ma pure, quando si tratta di tisi c'è sempre qualche cautela, come la segregazione... ". Lo si udì dire: "Mio Dio, aiutami in questo purgatorio in cui mi avete posto"! Più che parole sono bisbigli che gli astanti riescono appena a percepire, quasi l'eco del gemito di Gesù nel Getsemani. Il dottore gli chiede; "Perché il purgatorio"? Risponde: "Ho chiesto a Gesù di patire il purgatorio per amor suo ed egli mi ha esaudito. Mi consolo pensando che, soffrendo così, dò gusto al Divin Redentore". Gli si avvicina un padre e gli chiede: "Che sofferenze sono?" E Gerardo: "Sono dentro le piaghe di Gesù ed esse stanno in me così da farmi patire continuamente le pene della Passione". Ma poco dopo: "Sì, patisco, ma questo è ancora poco per Te, o mio Gesù, che sei morto per me". Le condizioni si aggravano; ma lui non dà segni di impazienza. È gentile

9 con tutti. Si avvicina la notte e chiede al dottore di fermarsi, perché manca poco per lui. Ha quasi paura di stare solo; ma il dottore non crede imminente la fine. Può sembrare strano questo suo bisogno di compagnia. Ma forse Gesù non ha accettato i suoi al Getsemani? Anche in questo doveva assomigliare al suo Amico. Tutti vanno via; solo il fratello infermiere gli sta accanto, ma, stanco della giornata, si addormenta. All'improvviso si sveglia e si accorge che Gerardo sta peggiorando. Gli chiede un pò d'acqua: ecco il "Sitio" di Gesù. Il fratello corre in refettorio e lo trova chiuso. Mentre va a cercare la chiave sveglia il padre Buonamano, perché lo preceda dal malato. Quando i due arrivano Gerardo è agli estremi. Il fratello con un cucchiaio gli porge dell'acqua, ma il morente non l'avverte. Il padre Buonamano allora inizia le parole della raccomandazione dell'anima: "Parti, o anima cristiana, da questo mondo, nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo". E Gerardo, ubbidiente come sempre, reclina il capo sulla spalla sinistra. Non è più sulla terra. Ha incontrato il suo Gesù e Mamma Maria, che poco prima di spirare gli era apparsa nell'arco della porta, invitandolo a seguirla. La sua sete, non di acqua ma di amore, è stata pienamente estinta nell'oceano dell'amore: la SS. Trinità. Mamma Maria La Madonna, Madre della Chiesa "Gerardo perché non ti sposi?" Ecco la domanda che alcuni rivolgevano a Gerardo, vedendolo quasi sfaccendato, più interessato a vagare di chiesa in chiesa, che a sbrigare il poco lavoro della sartoria che aveva messo su in proprio, con un ben magro guadagno. "Mi sono sposato alla Madonna!" Era la sua risposta. Era così! Nessuno capiva il suo linguaggio. Ma come mai era così deciso e assorbito dall'amore di "Mamma Maria", come egli la chiamava? Bisogna risalire alla sua tenera infanzia per scoprire la grande predilezione che egli ha per la Madonna. Aveva allora sei anni, quando un giorno fu condotto, poco lontano da Muro Lucano, al santuario di Materdomini a Caposele, meta di pellegrinaggi dalle varie contrade della montagna. La folla seguiva una guida che marciava solenne alla testa della schiera orante, portando issata su di un bastone l'immagine di Maria. Le donne andavano cantando, portando i loro doni votivi da deporre sull'altare centrale. Anche Gerardo entrò e, puntando le piccole ginocchia sull'ingresso della chiesa, procedette così fino all'altare maggiore. Con tutta la gioia che portava in cuore, gridava a gran voce tutto il suo amore per Maria. Era Lei la bella Signora che qualche tempo prima nel santuario di Capodigiano gli aveva ceduto il suo Bambino perché giocasse con lui e gli aveva offerto un ' panino bianco" ancora caldo e profumato.

10 Giunto all'altare maggiore, guardava immobile, in silenziosa preghiera, l'immagine in alto, tra i ceri accesi, avvolta da nuvole d'incenso. Il tempo passava. A poco a poco la chiesa si vuotava ma il piccolo rimaneva lì, immobile. Ad un certo punto mamma Benedetta scuotendolo gli disse: "Suvvia, è ora di tornare a casa!" Gerardo sembrò svegliarsi; ma per qualche giorno rimase quasi assorto. (queste visite si ripetevano specialmente nelle feste della Madonna. In quei giorni Gerardo sembrava ebbro di gioia. Saltava e cantava per le strade, incurante di quanti potevano deriderlo per il suo comportamento. Era soddisfatto quando riusciva a comporre una specie di baldacchino sotto cui poneva un'immagine della Vergine, davanti alla quale si intratteneva in preghiera senza fine. Molti ricordavano una particolare manifestazione di affetto per Maria da parte di Gerardo: era la terza domenica di maggio e in cattedrale si celebrava la festa dell'immacolata Concezione. La folla era traboccante. In prima fila c'era Gerardo, il volto assorto, fiammeggiante d'amore per la Madonna. All'improvviso lo videro balzare in piedi, avvicinarsi alla statua, sfilarsi un anello dal dito e metterlo al dito di Maria dicendo: "Ecco, mi sono sposato alla Madonna". Con questo atto che poteva sembrare originale, o tutt'al più di breve durata, egli si era legato per sempre a Maria e rendeva pubblico il suo amore definitivo per Lei. Il gesto gli avrà ottenuto di certo il dono della purezza, che rendeva limpidi il cuore, lo sguardo e il comportamento di questo giovane. Maria gli aveva dato come compagno di giochi il suo Gesù ed egli Le mostrava la sua riconoscenza. Soleva dire spesso: "La Madonna mi ha rubato il cuore ed io gliel'ho dato". E la Madonna mostrò all'evidenza la sua predilezione per questo ' pazzerello di Gesù". A ventitrè anni Gerardo entra nella Congregazione del SS. Redentore, fondata da S. Alfonso Maria de' Liguori, autore del libro "Le glorie di Maria", tutto dedicato a questa cara Mamma e dono prezioso per il nostro santo. Ottenuto di far parte dell'istituto, Gerardo viene mandato al collegio di Santa Maria della Consolazione, a Deliceto. Era questo un romitorio, accettato qualche anno prima da S. Alfonso e trasformato poi in noviziato. Quando varcò la soglia del collegio, a Gerardo parve di entrare in paradiso. Era tanta la sua gioia che non diede alcuna importanza al saluto insolito rivoltogli dal superiore: "Che cosa ne faremo di costui?" Egli si portò ai piedi dell'altare della Madonna e riversò nel cuore di Lei tutta la tenerezza del proprio cuore e il desiderio di amare il suo Dio sopra ogni cosa. La nuova vita, l'ambiente saturo di Gesù e di Maria, accrebbero nell'anima semplice dell'aspirante, l'amore ai suoi "Due" e lo spinsero ad una più intensiva imitazione della loro vita. Compiuto il tempo della preparazione alla vita religiosa, Gerardo emise i voti, divenne membro effettivo della Congregazione e cominciò a dimostrare, anche pubblicamente, la sua maturità spirituale. Un giorno p. Cafaro ingiunse a Gerardo di accompagnare a Ciorani (SA) due aspiranti. Il viaggio fu lungo. A metà strada si fermarono all'osteria

11 della Ponterola. Qui sostarono per passarvi la notte. Gerardo ordinò la cena e si adoperò per rasserenare i due ragazzi stanchi e un pò immalinconiti per il recente distacco dalla famiglia. La cena fu servita dalla figlia dell'oste, una ragazzona bruna, che vedendo la giovialità ed il brio con cui Gerardo cercava di tenere allegra la comitiva, abituata com'era a trattamenti rozzi e volgari dei soliti avventori, rimase affascinata e per tutta la notte vi pensò. La mattina dopo, mentre Gerardo saldava il conto, gli si fece accanto, gli rivelò il suo amore e il desiderio di sposarlo. Gerardo, un pò stupito, un pò divertito, le rispose con un sorriso: "Oh! mi dispiace, ma io ho una sposa più bella, molto più bella di te"! Alla reazione irritata della ragazza, aggiunse: "Mi sono sposato alla Madonna"!, e la lasciò in asso senza continuare. Maria era il suo vero amore, la sua avvocata, il solo suo nome lo accendeva in volto di riflessi divini. Per lui Ella era una creatura di una bellezza incomparabile, a Lei derivata dalla concezione verginale, riflesso della bellezza di Dio. Tale era la purezza di questo giovane, che riusciva a scoprire in ogni donna una traccia di Maria. Quando conobbe le anime consacrate, in modo particolare le carmelitane scalze di Ripacandida, si lasciava andare a espressioni ardite: "L'unica ragione che mi tocca il cuore al vivo si è che tutte voi spose mi ricordate e rappresentate la Divina Madre". Nei suoi propositi scrisse: "A Maria SS. intendo fare questa decozione: dire un Ave Maria quando vedrò donne". Quanta purezza in questo cuore che va al di là delle apparenze umane e ritorna alla fonte, quando la donna uscì pura dalle mani del Creatore! La preghiera dell'ave Maria era per lui una forza irresistibile e se ne serviva come pegno e impegno. Nel 1751 ottenne di fare la professione e con entusiasmo promise di essere sempre fedele al suo Gesù crocifisso: "Che io muoia, Signore, per amor tuo, giacché 71c ti sei degnato di morire per amor mio"! E il Signore lo prese in parola! Appena fatta la professione si trovò immerso in una fitta tenebra. Tutti i fenomeni scomparvero: la preghiera, il contatto con Dio, niente più. Passò da luglio alla festa della Madonna Assunta come immerso in un antro buio, in uno stato di agonia indicibile. Perfino dal viso traspariva l'angoscia della sua anima. Tuttavia incominciò la novena della natività di Maria. Tutto era freddo intorno a lui. Sentiva il dolce Dio di un tempo come un giudice pronto a condannarlo. Ripeteva spesso a se stesso: "Anche l'inferno è poco per te"! Il cinque settembre giunse a Deliceto un chierico, un vero piccolo santo di appena diciannove anni: Domenico Blasucci di Ruvo del Monte (PZ). Quando Gerardo lo vide, penetrò nell'anima di lui e ne scorse tutta la purezza. Si sentirono attratti l'uno verso l'altro e si amarono come si amano i santi: in Dio. Erano tanto diversi: Gerardo un tizzone scoppiettante, Domenico una brace ardente sotto la cenere. "Fratello, ti senti male"? chiese Domenico nel vederlo; "Oh si, il mio cuore scoppia, non ne posso più". Accostatoglisi Domenico, pose una mano sul petto dell'amico, vi tracciò una croce e il cuore di Gerardo fu libero, come un uccello al quale sia stato spezzato il laccio che lo teneva avvinto alla terra: un volo sulle ali dell'amore; corsero a ringraziare

12 Mamma Maria e si impegnarono fino alla morte a recitare ogni giorno un'ave Maria: l'uno per l'altro. L'anello che li legava nel tempo e per l'eternità era Maria. Dopo pochi mesi Domenico morì, consumato più dall'amore che dalla malattia. Certamente in cielo, accanto a Maria, avrà tenuto fede alla sua promessa. Oggi, la Chiesa e il popolo di Dio lo invoca come venerabile Domenico Blasucci. Con l'andare del tempo la tenerezza di Gerardo per la Madonna assumeva espressioni sempre più delicate. Adornava gli altari a Lei dedicati, mettendovi tutto il suo amore di figlio. Se per scherzo gli veniva chiesto, quasi per stuzzicarlo: "Ami tu Maria"?, rispondeva: "Oh, come mi tormentate". Non poteva darsi pace quando gli facevano tali domande come se si potesse dubitare del suo amore e diceva: "vedete che cosa mi si chiede"? Una volta, entrando in una casa a Melfi, vide un'immagine della Madonna appesa alla parete. Fu preso da un eccesso d'amore tale che si sollevò dal suolo fino all'altezza del quadro, quasi per abbracciare il tesoro del suo cuore. Il corpo era così sottomesso allo spirito da rispondere immediatamente agli eccessi del cuore. Episodi del genere, molto frequenti nella vita del santo, potrebbero far sorridere noi del ventesimo secolo, così disincantati e inclini allo scetticismo, ma per Gerardo erano all'ordine del giorno. Egli neppure vi faceva caso: per lui ciò che valeva era la fede e non la forma delle sue manifestazioni. Quando usciva per la questua, portava con sè tante "cartelline dell'immacolata", cioè rettangolini di carta velina ritagliati con le forbici e con impresso il nome e l'immagine di Maria che egli offriva alla richiesta di qualche grazia. Suggeriva di prenderla con un pò d'acqua, come una pastiglia ordinata dal medico. Lo scopo era far comprendere che non era lui a compiere il miracolo, bensì l'intercessione della Madonna, alla quale essi dovevano rivolgersi con la fede e la fiducia di figli. In questo modo ricompensava anche i suoi benefattori che, al solo vederlo, lo caricavano d'ogni ben di Dio per il convento, riconoscendo che i doni da lui ricevuti erano ben più grandi, perché beni spirituali e di salute fisica. Una volta mentre era in viaggio, giunse al Santuario della Incoronata, nascosto nella solitudine di un bosco di querce, un pò distante da Foggia. Nel silenzio che avvolgeva ogni cosa, Gerardo si sentì preso da un improvviso, dolce delirio amoroso e cadde come morto a terra. Gli studenti, che egli accompagnava a Foggia, gli chiesero: "7Y senti male?" "No, è un'infermità che patisco". Quella che egli chiamava infermità era la forza irresistibile che lo indirizzava verso la Madonna, specialmente nelle vicinanze dei suoi santuari. Tale forza d'amore si rivelava nelle sue lettere specialmente in quelle scritte alla Madre Maria di Gesù, priora del Carmelo di Ripacandida: "Il nostro amoroso Gesù sia sempre con voi e Mamma Maria SS. vi conservi sempre nell'essere amoroso del nostro caro Dio". In uno scritto inserito nei propositi: "Esame del mio intento nascosto", scrive così: "E tu, mia unica gioia, Immacolata Vergine Maria, Tu ancora mi sii unica, seconda protettrice e consolatrice in tutto quello che mi

13 accadrà. Sii sempre l'unica mia avvocata appresso Dio per questi miei propositi". Intanto la salute di Gerardo andava peggiorando. Si moltiplicavano gli sbocchi di sangue. Racconta un suo compagno: "Egli pativa dolori di petto molto forti ed aveva gravi difficoltà nell'alzarsi la mattina, perciò mi disse di dargli l'ubbidienza mentale al primo tocco della campana. Così io facevo ed egli subito si buttava dal letto". Le continue emottisi impensierivano i fratelli anche se il suo buon umore vinceva le loro perplessità. Nascevano allora frizzi innocenti, quasi una gara d'amore tra lui e i confratelli. Un giorno Gerardo disse a padre Strina, innamorato di Gesù bambino: "7ù non ami Gesù bambino", al che il padre: "E tu non ami la Madonna"! Non l'avesse mai detto! A1 nome della Madonna Gerardo afferrò il padre per le mani e, tutto euforico, si mise a saltellare qua e là trascinandolo come una piuma. E Maria come si comportava con lui? Ella lo aspettava al Santuario di Materdomini. Sì, la casa di Maria, dove Gerardo doveva chiudere i suoi giorni sotto lo sguardo materno di Lei. Il 31 agosto 1755 Gerardo salì la collina di Materdomini per addormentarsi per sempre. Sulla parete di fronte al letto mise il suo grande Amico Crocifisso e sotto un'immagine della vergine Addolorata. Erano i suoi grandi amori e li voleva sempre davanti agli occhi. Vi posava spesso lo sguardo per attingervi forza e amore. Gesù e Maria erano i grandi martiri dell'amore e lui voleva associarsi al loro martirio: stava infatti per versare il suo sangue fino all'ultima goccia. La febbre cresceva, il petto si faceva sempre più ansimante e il cuore batteva con violenza per la febbre. Vedendolo così il dottore gli chiese se desiderava vivere o morire. Rispose: "Nè vivere, nè morire. Voglio ciò che vuole Dio"! Giunse il 15 ottobre, festa di S. Teresa di Gesù, fondatrice delle carmelitane scalze e sua grande santa. A1 tramonto chiese che ora fosse. "È l'ave Maria", "Ancora sei ore"! esclamò! e furono un vero martirio. Raccapriccianti visioni di diavoli cercavano di sottrargli la speranza del cielo. Si sentiva sotto una forte agitazione interiore: "Mio Dio, dove sei"? "Fammi vedere"! Pur nell'angoscia, le giaculatorie fiorivano sulle sue labbra. Infine tornò la calma. E la Madonna? Circa un'ora prima di morire lo si sentì dire: "Quanti abitini"! Visioni? Vaneggiamenti? O il ricordo del santo abitino della vergine del Carmine da lui donato alle molte anime incontrate lungo il cammino della vita? La Madonna era accanto al suo letto come è accanto ad ogni morente, perché ella è la madre di ognuno di noi. Una tradizione ci riferisce che ad un certo punto Gerardo confidò al fratello infermiere: "Ecco la Madonna! Rendiamole ossequio"! Fece per sollevarsi, ma ricadde sui cuscini col viso illuminato da un sorriso di cielo. Alluna di notte, dopo aver chiesto invano un pò d'acqua, giunta troppo tardi, reclinò il capo e si incontrò definitivamente con Gesù e con Maria. Era il 16 ottobre del Maria, porta del cielo, era venuta a prendere uno dei suoi figli prediletti.

14 Qui si sta facendo la volontà di Dio, come vuole Dio e per quanto tempo piace a Dio. La volontà di Dio e la provvidenza Queste le parole che Gerardo fece apporre su un cartello situato alla porta della sua cella, quando ritornò a Materdomini l'ultimo giorno di agosto, sentendo ormai vicino il giorno della sua morte. Possiamo dire che in queste parole egli abbia fortemente compendiata tutta la sua vita. Il P Innocenzo Colosio o.p. scrisse nel 1955 un articolo sulla rivista "Vita cristiana" nel quale, dopo aver letto attentamente le lettere di S. Gerardo, affermò: "Durante la lettura meditata degli scritti di S. Gerardo appena pubblicata, ebbi la percezione esatta che questa mirabile anima aveva un perno, un asse, un centro su cui posava la sua vita e questa era la volontà divina, amata, cercata con amore spasimante, con una passione travolgente. Capii che questa era la chiave per aprire i segreti del suo cuore, la ragione, l'ideale, lo scopo di tutta la sua esistenza. La caratteristica fondamentale della spiritualità gerardina è la perfetta conformità alla volontà di Dio e faccio voto che si faccia uno studio profondo ed esauriente sulla spiritualità concreta e vissuta dal santo". Non è mia intenzione addentrarmi in questa spiritualità in modo esauriente: ho avuto modo di farne oggetto di studio e di ricerca nella tesi di laurea in sacra teologica; in questo semplice lavoro voglio solo dare delle indicazioni pratiche per aiutare ciascuno di noi ad amare e a seguire la volontà di Dio, pietra fondamentale della nostra santità. Gesù venne nel mondo per compiere la volontà del Padre e restaurare il legame tra l'uomo e Dio. Da questa verità scaturisce il legame che ogni uomo ha con Gesù, la Via che lo porta a Dio. La lettera agli Ebrei dice che Gesù imparò l'obbedienza da ciò che patì e divenne perfetto. Vi è una scuola alla quale il Cristo si sottomise e divenne per noi un esempio per giungere alfine: la santità. Gerardo è entrato pienamente nella scuola del Cuore amoroso di Cristo. Egli ha lasciato piena libertà a Dio perché in se stesso continuasse, in certo modo, la vita di Gesù tra gli uomini del suo tempo. Gerardo è un illetterato, tuttavia ha lasciato degli scritti ricchi di tanta verità, quella che egli chiama "la mia verità": l'amore alla "divina volontà". Spigolando tra le lettere vediamo che egli esorta all'adempimento amoroso della volontà di Dio, che inevitabilmente passa per la croce. Questa è la perla preziosa che, trovata nel campo del mondo, si compra spendendo tutta la propria vita. Nei propositi che Gerardo scrisse vi è una frase indicativa: "Certi hanno l'impegno di fare questo e quello; ed io ho solo l'impegno di fare la volontà di Dio". "Mio caro Dio, unico amor mio, oggi e sempre mi rassegno alla vostra divina volontà, e in tutte le tentazioni e tribolazioni dirò: "Fiat voluntas tua". Terrò sempre gli occhi al cielo per adorare le vostre divine mani, che spargono su di me preziose gemme del divino volere". In questa breve preghiera troviamo l'atteggiamento fondamentale dell'anima di Gerardo, amante di Dio e della sua volontà. Questa era per lui la luce, la forza che permeava tutte le sue azioni: dall'infanzia

15 all'adolescenza e poi nella vita religiosa, fino alla consumazione compiutasi, in un certo senso secondo le parole del padre Buonamano: "Parti anima cristiana". Gerardo aveva sentito ben presto nel cuore il desiderio di farsi religioso. Provò presso lo zio cappuccino, p. Bonaventura, ma questi perentoriamente gli disse che una vita così austera non era fatta per lui. Gerardo non abbandonò l'idea e attese pazientemente il tempo di Dio. L'occasione venne, come è noto, all'arrivo dei padri Redentoristi per una missione a Muro. Tanto disse e tanto fece che alla fine fu accolto. Qui incomincia per lui il grande cammino verso il pieno compimento della volontà di Dio. Sappiamo tutti che la vita religiosa è la scuola del servizio di Dio: Gerardo vi si immerse pienamente. Quando era sarto e gli chiedevano il conto per il lavoro, diceva: "Fate voi"! Da religioso diceva: "Lasciate fare a me" e così lo battezzarono. I suoi confratelli lo presero in parola. Se c'era un lavoro extra o più pesante, Gerardo era in prima fila. Sotto la severa direzione del p. Cafaro, chiamato dallo stesso S. Alfonso "la verga di ferro", Gerardo si accorse ben presto che la sua vita veniva purificata nel crogiuolo. Il p. Cafaro faceva sul serio. Accortosi che Dio era largo di doni verso questo semplice figlio, usava stratagemmi impensabili per abbassarlo, per annichilirlo, per insegnargli l'umiltà. Ma Gerardo era più astuto di lui. Sapeva bene che Dio solo era autore di quanto avveniva in lui, dal momento che la sua miseria era fortemente illuminata dalla luce divina. Immerso in tenebre oscure, Gerardo si avvicinava al suo superiore per avere da lui un consiglio, un incoraggiamento, una parola di conforto, ma il padre, appena lo vedeva, lo cacciava via in malo modo, accrescendo ancor più la sua sofferenza tanto che un giorno gli disse che non osava più accostarsi a lui "perché ho capito che vi dispiace di vedere la mia faccia; ed io per non disturbarvi, mi privo delle vostre benedizioni, mentre io ho bisogno di voi per la guida dell'anima mia. Padre mio, voi siete così caritatevole, pieno di bontà, benigno e amabile con tutti solo di me vi siete annoiato. Non so perché che cosa vi ho fatto che mi siete così contrario? Forse sono i miei peccati"! Gerardo capiva bene che la volontà di Dio per lui era racchiusa nella parola del suo superiore e per questo andava mendicandola con tanta umiltà. Il p. Cafaro, rendendosi conto dei fenomeni mistici di cui era gratificato Gerardo, sulle prime lasciò correre, ma poi incominciò a rimproverarlo in privato e in pubblico al punto che Gerardo un giorno fu sentito gridare: "Non ti voglio! non ti voglio"! Così egli si schermiva davanti a Gesù che lo chiamava, nel desiderio di obbedire alla voce del superiore e di essere lasciato nel suo contesto umano senza tanti doni. Essi infatti diventavano un martirio nel martirio. Fonte di altrettante sofferenze fu per Gerardo il padre Criscuoli, che per breve tempo sostituì il superiore assente. Ma Gerardo reagiva dicendo: "Dio mi respinge per i miei peccati. Lui vuole così, sia fatta la sua volontà". La luce della fede e l'amore alla volontà di Dio gli facevano vedere nel superiore il suo amato Signore e prendere alla lettera le sue

16 parole. Un giorno, un fratello di nome Leonardo gli disse di prendere il cavallo e di andare ad Accadia per alcune faccende. Egli partì subito... andò così stanco da cadere a terra come morto. Appena il fratello lo vide gli disse: 'Perché non ti sei messo a cavallo"? "Non ne avevo il permesso"! "Perché non ti sei portato da mangiare"? "Nessuno me l'ha dato"! "Ebbene", disse il superiore, "da oggi in poi devi servirti del cavallo, hai capito"? Bisognava stare attenti nel dargli gli ordini, perché egli non scherzava con la parola del superiore. Preparato e formato a questa dura scuola dell'ubbidienza, Gerardo era più che mai disposto ad abbandonarsi totalmente all'azione di Dio in lui, qualunque cosa gli avesse chiesto. Ed eccolo disposto a percorrere tutte le contrade per accompagnare i Padri nelle missioni tra il popolo; a questuare per mantenere i giovani che si preparavano alla vita religiosa; in cerca di anime da salvare; in missione di pace per sedare le contese tra famiglie divise da odi inveterati ed, infine, per invogliare anime generose e belle a consacrarsi a Gesù nella vita religiosa. E quante devono a Gerardo il grande dono di essere divenute "spose" di Cristo! Tutto questo suo andare non era altro che un rispondere alla volontà di Dio che lo voleva missionario itinerante, anche se solo fratello laico. La Provvidenza volle che Gerardo avesse un nuovo superiore nella persona del p. Fiocchi, uomo intelligente e capace di condurre per le vie meravigliose del Signore questo gioiello di carità e di santità. Innanzi tutto gli ingiunse di uniformarsi alla vita di tutti gli altri, cibo come gli altri, cella da povero sì, ma come gli altri. In definitiva gli ingiungeva un tenore di vita più umano. Il padre contava sull'ubbidienza di Gerardo, sapendo quanto gli stesse a cuore compiere la volontà di Dio, suo cibo quotidiano. Gerardo divenne l'assiduo ambasciatore del p. Fiocchi. A1 primo cenno del superiore, Gerardo realizzava la sua missione con la semplicità e la diplomazia di chi ripone la propria fiducia solo in Dio. Da allora il campo di lavoro del nostro santo non ebbe confini. Il suo desiderio era ascoltare la voce interiore che lo guidava passo passo e gli faceva perfino scoprire i grandi peccatori che incrociava per le strade delle varie contrade. A riguardo si raccontavano fatti di una singolarità eccezionale, perché riferiti non da persone fanatiche, ma dai suoi stessi confratelli non certo molto creduloni. Una volta Gerardo si stava avvicinando a S. Agata di Puglia, quando interiormente sentì un richiamo: "Fermati, sta per arrivare un grande peccatore". Ed ecco un uomo, dall'aspetto poco rassicurante e molto deciso al male, secondo quanto Gerardo interiormente vedeva. Senza tanti preamboli lo apostrofo: "Fratello, dove vai"? Al che quegli rispose: "A te che cosa importa"? Gerardo insistette con tante domande da sconcertare e far arrabbiare il suo interlocutore. Ma Gerardo non era tipo da lasciarsi sfuggire la preda e lo abbordò con voce severa: "7ì sei un disperato che stai per dare la tua anima al diavolo"! Non l'avesse mai detto. Era come se Gerardo gli avesse posto la luna davanti ai piedi ad illuminargli il baratro dove stava precipitando. "Sì, rispose, è aero". E cadde in un desolato pianto. La severità del nostro santo si stemperò allora in una dolce tenerezza: "Non temere, va a Deliceto dal padre Fiocchi. Digli che ti manda Gerardo, fa una buona confessione e tutto si rimetterà a posto".

17 Con infinita gioia l'uomo fece quanto gli era stato consigliato; per vari anni rimase nel collegio offrendo la sua opera. Spinto da un desiderio di maggiore immolazione, si recò a Napoli dagli incurabili e morì vittima di carità. Di "fioretti" simili è costellata la vita di Gerardo. Ai giovani studenti di Deliceto una volta venne il desiderio di recarsi per devozione al monte Gargano dove era apparso l'arcangelo S. Michele. Le scarse risorse del collegio, però, rendevano inattuabile l'aspirazione di quei giovani. Qualcuno si fece coraggio e osò rivolgere la domanda al p. Fiocchi il quale rispose: "Impossibile! In casa non ho che pochi carlini. Quindi niente da fare". La richiesta, però, non fu abbandonata. Quando il nostro santo ritornò da Foggia, lo stesso padre Fiocchi, poiché conosceva il suo abbandono alla divina Provvidenza, si lasciò convincere a chiedere a Gerardo se la cosa fosse possibile. Gli mise subito davanti il fatto: non ci sono soldi. Gerardo accolse la notizia del pellegrinaggio con immensa allegria. Noi sappiamo quanto egli amasse questo Arcangelo fin dalla sua tenera età. Spalancò le braccia con gioia; ciò accrebbe l'entusiasmo dei giovani; "Come faremo?" fu la domanda che gli posero; "La provvidenza ci penserà". E si parte. Si era nella seconda metà di maggio. Il tempo era buono e tutti intrapresero il viaggio con grande lena. La carovana era ben composta e comprendeva anche due somarelli. Si arrivò a Foggia a notte inoltrata, contenti, ma stanchi e affamati dopo una marcia di trenta chilometri. Di primo mattino Gerardo fece trovare un carro fornito di sedili di legno ben allineati. Grande meraviglia! Chi pagherà? La provvidenza. Si diressero verso Manfredonia. Le bestie erano stanche e frate Antonio Di Gironimo sconsigliava di mandare avanti la carovana senza che prima si fossero fatti riposare i giumenti. Gerardo non era dello stesso avviso. Si doveva partire. Si mise alla testa del drappello, uno schiocco del frustino e... via! Giunsero a Manfredonia, consumarono le ultime provviste sul prato davanti al mare, con tanta gioia in cuore. Gerardo, in estasi davanti al meraviglioso spettacolo, benediceva il Creatore di tanta bellezza. Quando si risvegliò dal rapimento, contò il gruzzolo: diciassette grane! A che cosa potevano bastare? Il pensiero di Gerardo corse al suo Signore: comprò un mazzo di garofani, entrò nella chiesa del Castello, lo pose davanti al tabernacolo e si fermò a pregare: "Ora io ho pensato a Te, mormorò, ora tu devi pensare alla mia famigliola"! Nella chiesa aleggiò un'aria di cielo. I presenti, che non conoscevano per nulla il nostro Gerardo, sentirono come un alito nuovo di Spirito Santo. Due sacerdoti si accostarono a Gerardo e gli chiesero il motivo di quella carovana. Egli rispose con gioia: "È un pellegrinaggio dei giovani studenti del collegio di Deliceto ed io sto domandando al Signore che provveda Lui"! La semplicità della presentazione commosse i due sacerdoti: uno gli diede una buona somma e l'altro promise un bel turibolo, che comprò e mandò a Deliceto in breve tempo. Il gruppo intanto riposò nelle stanze del Castello e di primo mattino riprese il viaggio verso il monte Gargano. Gerardo fece noleggiare due mule, mentre lui stesso proseguiva a piedi, benché fosse rotto dalla fatica. Giunto sul luogo, fece sellare le mule sotto il campanile e con i compagni entrò nella navata del tempio dove s'immerse subito in una profonda

18 preghiera. Fu scosso all'improvviso dai giovani che non reggevano più dalla stanchezza e chiedevano di riposare. La mattina dopo tornarono in chiesa dove prolungarono fino a tardi la loro preghiera; quindi si prepararono per il pranzo. Gerardo fece i conti di quanto aveva per saldare il tutto. Pochi soldini. Allora, per tenere lieta la giovane comitiva affamata, uscì di corsa, comprò un pò di pane, ne fece delle fettine sottili come ostie e le distribuì scomparendo dalla loro vista. Dopo mezzogiorno ritornò per invitarli: "A tavola, a tavola"! Meraviglia di tutti: sulla tavola imbandita c'erano delle anguille fritte che emanavano un profumo delizioso! Chiamò l'eremita del posto, gli diede alcuni soldi pregandolo di andare a comprare il pane e il vino. Infine si prepararono tutti allegramente per ripartire verso casa. Ma Gerardo aveva stranamente un volto sdegnato. Che cosa era accaduto? L'oste pretendeva una somma eccessiva, senza dare spiegazioni di sorta. Al che Gerardo gli ingiunse: "Tu sei uno strozzino che succhia il sangue dei poveri e Dio ti punirà. Se non ti accontenti del giusto, le tue mule presto moriranno"! Non aveva ancora terminato di parlare, che giunse il figlio dell'oste: "Presto, correte, le mule stanno morendo"! L'oste rimase atterrito e, domandato perdono, chiese soltanto il giusto. chiedere i recipienti. Gerardo si arrabbiò. A passi concitati entrò nella taverna e ad alta voce apostrofò l'oste: "7b neghi l'acqua ai fratelli? Il pozzo negherà l acqua a te". Il tono di voce e l'impeto di Gerardo atterrirono l'uomo che, compreso del suo malanimo, rimise il secchio nella catena e ve lo lasciò per sempre. Il viaggio si concluse con grande soddisfazione di tutti, dopo la visita ad altri santuari e con l'infinita gioia di Gerardo che aveva avuto così la possibilità di effondere il suo spirito di amore e di venerazione a Maria. Aveva curato il viaggio nei minimi particolari, perché esso non fosse una semplice scampagnata, ma un vero pellegrinaggio. Tutti avevano goduto nel corpo e nello spirito, ma per Gerardo fu l'inizio della fine. Aveva sottoposto il suo corpo ad una immane fatica che presto lo incamminerà verso la morte. Con il declinare della salute aumentavano le pene dell'anima. Tanto più egli saliva nella luce di Dio, tanto più oscuro gli sembrava il cammino. Ma il Signore misurava le forze del suo prediletto. In questo periodo lo mise accanto ad anime "angeliche"; così le aveva definite S. Alfonso che le aveva conosciute in un corso di esercizi spirituali: erano le Carmelitane Scalze di Ripacandida. Gerardo si intratteneva spesso con loro, parlando di Dio con libertà di cuore perché si sentiva in sintonia con il loro spirito. La priora, la Madre Maria di Gesù, anima veramente contemplativa, trovò a sua volta grande aiuto in Gerardo in un momento assai difficile. Il monastero era nato per volere dello zio di suor Maria. Egli desiderava che le giovani vivessero lo spirito genuino della santa Madre Teresa di Gesù, fondatrice delle Carmelitane Scalze. Chiese per questo l'aiuto dei padri carmelitani di Napoli, ma questi tendevano molto alla mitigazione. A causa di ciò nacque una divergenza che si protrasse a lungo finché il vescovo di Melfi, mons. Basta, che pure aveva voluto la clausura e amava quelle anime, interdisse alle monache di comunicare con religiosi di altre congregazioni, causando loro grandi sofferenze. Anche a Gerardo, quindi,

19 fu proibito di recarvisi. La madre Maria se ne lamentò con il nostro santo, ma questi, sempre ligio al suo amore per la "bella volontà di Dio", scrisse alla suora in questi termini: "Se monsignore mio caro illustrissimo vi ha proibito lo scrivere, ha fatto bene, essendo questa la volontà del nostro caro Dio. Ed io assai godo che il Signore vi leva da tanti impicci, poiché son segni tutti che vi ama assai e vi vuole tutta ristretta a Lui;... Quando si tratta di volontà di Dio ceda ogni cosa. VR. lo sa meglio di me e di qualunque altro". Più avanti scrive: "Gran cosa è la volontà di Dio! Oh, tesoro nascosto ed imprezzabile! Ah sì, ben ti comprendo! Tu sai che tanto vali, quanto l'istesso mio caro Dio". In queste righe è compendiato il pensiero di Gerardo sulla volontà di Dio, da lui tanto amata e tanto desiderata, anche se per questa ha dovuto soffrire molto. E in un'altra lettera scrive: "Mi dite che mi contenti della volontà di Dio. Sì signore, levatemi questa e poi vedete cosa mi resta". Eppure Gerardo in questo tempo è afflitto da prove interiori laceranti e avrebbe bisogno di poter sfogare il suo dolore con un'anima a lui molto simile! Niente! Questa è la volontà di Dio e basta! Quando fu colpito dalla calunnia, soffrì fino allo spasimo non per essa, ma solo per la privazione del suo Gesù eucaristico, tuttavia si abbandonò a questa amata volontà, perché in essa sapeva di far piacere al suo Dio. Vivendo in questo sincero abbandono, era giusto che Dio stesso mostrasse verso di lui una condiscendenza straordinaria. Carico di stanchezza, sfinito dalle fatiche, Gerardo ritornò a Materdomini il 31 agosto 1755 correndo come un gigante nell'arena della volontà di Dio. Quando il superiore, il padre Caione lo vide, ne rimase sorpreso perché avvertì che ormai era giunta la fine per questo suo figlio. Erano tutti costernati. Solo Gerardo era nella calma. Entrando nella sua cella vi appose il cartello già noto: "Qui si stat facendo la volontà di Dio..." Il dottor Santorelli, al vederlo, esclamò: "È finita". Un giorno il padre Caione, visto che la fine si avvicinava, lo esortò a uniformarsi alla volontà divina e Gerardo con volto ilare: "Sì, padre, io mi figuro che questa sia la volontà di Dio e che io sia inchiodato su questo letto, come stessi inchiodato alla stessa volontà di Dio. Anzi mi figuro che io e la volontà di Dio siamo divenuti una cosa sola". Il 5 settembre il padre Buonamano gli portò il viatico. Mostrandogli l'ostia gli disse: "Ecco quel Signore che fra poco dovrà essere vostro giudice." Gerardo con calma e serenità rispose, quasi vedesse il suo Dio: "Signore, voi sapete che quanto ho fatto e detto, tutto ho fatto e detto per l'onore e la gloria vostra. Ora muoio contento, perché spero di non aver cercato altro, in tutto questo che la gloria vostra e lai vostra sola volontà". L'indomani, mentre Gerardo appariva ancor più sfinito, il p. Caione entrò nella cella e, mostrandogli una lettera, gli disse: "Ha scritto il p. Fiocchi. Leggi ciò che vuole". Gerardo, con fatica, lesse e si pose la lettera sul petto: "Signore si faccia di me secondo la tua volontà". Era l'ubbidienza del p. Fiocchi: "Stare bene e farsi passare gli blocchi di sangue". E così fu! Era l'ubbidienza, era la volontà del superiore, quindi Dio doveva rispondere. Si sentì meglio, il sangue e la febbre cessarono. Al dottore che lo vide senza febbre, ma macilento più che mai disse: "Ora non posso morire perché devo fare la volontà del p. Fiocchi! Vorrei poter

20 mangiare delle albicocche!" Al che il dottore rimase attonito: come dare delle albicocche ad uno che sta per morire? L'infermiere andò a prenderne una, Gerardo la mangiò, ne chiese un'altra e poi una terza. Al che il dottore si allontanò molto perplesso e la mattina dopo, il più presto possibile, si recò a Materdomini con la certezza di trovare Gerardo già morto. Quale non fu la sua sorpresa nel trovare la cella vuota, tutta riordinata e senza Gerardo! Si affacciò alla finestra e vide l'ammalato camminare lentamente appoggiato ad un bastone. Lo raggiunse: "Ma qui c'è il dito di Dio, disse, solo la fede nell'ubbidienza ha compiuto questo miracolo". Passarono i giorni: Gerardo era ormai impaziente di unirsi al suo Dio e così il suo Dio era impaziente di unirsi al suo prediletto. Giunse la sera del 15 ottobre, mentre sentiva prossima la fine, al suono dell'ave Maria lo si udì mormorare: "Ancora sei ore"; doveva compiere ancora un miracolo! Da Oliveto, verso le venti, giunse un corriere con una lettera per Gerardo. Era l'arciprete Arcangelo Salvatore che gli chiedeva la carità di far fermare la calcara della volta del santuario della Madonna della Consolazione. Il caso era grave. Gerardo ascoltò, chinò il capo sul petto e a stento disse: "Prendete un pò di polvere della statua di S. Teresa e dite all'arciprete di spargerla sulla calcara". Avvenne il miracolo che Gerardo astutamente aveva attribuito a Santa Teresa. Col passare delle ore tutti si ritirarono, rimase solo il fratello infermiere che vinto dalla stanchezza, si appisolò. Così colui che era passato sulla terra, segno di benedizione per tutti, consumò nella solitudine la sua ultima ora, abbandonato alla "bella volontà di Dio".

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