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1 Indice: Ricordando Gianpiero Il ruolo dei curati e degli abati valdostani nella esplorazione alpinistica Cogne 6 ottobre 2012 Convegno autunnale GISM Cani di montagna Amnesia Cronaca alpinistica di Antonio sannazzaro pag. 1 di Irene Affentranger di Sergio Marchisio di Giuseppe Garimoldi AA VV pag. 2 pag. 4 pag. 6 pag. 7 RICORDANDO GIANPIERO Mi è stato chiesto di scrivere alcuni ricordi della mia amicizia ed attività con Gianpiero. Mi sono sentito onorato e nello stesso tempo sommerso da tanti ricordi di un'amicizia più che cinquantennale. Cercherò di descriverne alcuni tra i maggiori di questa nostra lunga vita. La prima volta che cercai di organizzare con lui una salita, fu nella primavera del Nel calendario gite CAI era programmata la salita sci-alpinistica alla punta Gnifetti. Entrambi ci tenevamo alla compagnia di una Gentil Donzella (che alcuni anni dopo divenne mia Moglie). Gianpiero in quell'occasione preferiva fare qualcosa di più modesto. Io diplomaticamente cercavo di convincerlo a questa salita. Ai miei "proviamo, vediamo, ecc." mi rispose: tu hai gia i piedi dentro alla capanna Gnifetti! La gita per me andò a buca causa cattivo tempo (dopo la sgroppata da Gressoney al rifugio); per Lui non ho mai saputo se era riuscito ad organizzarne un'altra con la Gentil Donzella. In seguito combinammo insieme altre gite ed alle ferie d'agosto del 1959 decidemmo di salire qualche cima dell Oberland Bernese. Si aggregarono pure la Donzella (Luciana) e Sergio Caimotti. Io sapevo vagamente che esisteva un gruppo alpino di tale nome, ma Gianpiero, esperto cartografo, si documentò, specie su tutti i mezzi ferroviari ed automobilistici per raggiungere la capanna Concordia. Così ci trovammo sul treno per Briga, sul trenino per Fiesch (1050 m) da dove faceva capo un servizio di Jeep (auto fuori strada) per un albergo a lato del lago Märjelensee (2300 m): approfittiamo anche di questo servizio automobilistico. Arrivati al capolinea del mezzo motorizzato, stimiamo che per Gianpiero Barbero (a destra) e Antonio Sannazzaro le nostre casse finanziarie avevamo già speso troppo, per cui cerchiamo una durante un ascensione in Maurienne rustica grangia per passare la notte. Il giorno dopo risaliamo, con tempo Foto A. Sannazzaro splendido, il ghiacciaio dell'aletsch fino alla capanna Concordia. A frutto di tutta quella travagliata salita, riusciamo a mettere nel nostro carnet di vette il Mönch (4099 m), la Jungfrau (4158 m), il Finsteraarhorn (4273 m), l'aletschorn (4195 m) ed il Nesthorn (3824 m) partendo dai rispettivi rifugi. I soldi nei nostri portafogli erano pochini perciò, per alimentarci, avevamo deciso di portarci ognuno qualche chilo di spaghetti, dell olio e delle minestrine Knorr che gentilmente i custodi dei rifugi ci cuocevano. Dopo quindici giorni di tale alimentazione, la pasta asciutta ci faceva leggermente schifo. Con il passare degli anni realizziamo altre gite, sia invernali sia estive. Un'altra gita che ricordo volentieri è stata la traversata Cervinia-Gressoney. Usufruendo di un pullman organizzato dall Uget, un sabato pomeriggio di Pasqua partiamo da Torino per Cervinia; riusciamo a prendere l ultima funivia per Plateau Rosa e, con una bella luna e... tanta fortuna, arriviamo alla capanna Betemps. Fa parte del gruppo anche Luciana. Il giorno dopo saliamo al Sattel della Dufour con tempo splendido. Il terzo giorno, con tempo non più splendido, risaliamo il colle del Lys e scendiamo (la fortuna aiuta gli incoscienti) a Gressoney in mezzo alla nebbia. Gli anni passano e noi invecchiamo. Gianpiero, esimio cartografo, trova sempre qualche gita, nota e meno nota da compiere. Fino ad arrivare ai giorni nostri. Negli ultimi anni la Via Lattea favorisce gli anziani (non chiamiamoci vecchi) con abbonamenti giornalieri di libera percorrenza gratuiti e noi ne approfittiamo abbondantemente. Per conto mio, dopo tre ore di discese in pista, mi sento sazio. Gianpiero, superato il mio tempo, m'invitava sempre gentilmente, a fare ancora qualche discesa, e così le tre ore diventavano cinque. L'inverno scorso riusciamo, nonostante il freddo, ad andare tre volte in pista e mi dice, tutto felice, che nonostante l infarto dell anno precedente, si era ripreso perfettamente. Ma un altro male lo minava. Altri ricordi che ho delle attività in comune con Gianpiero sono quelli turistici. Verso il 1960 decidiamo di passare le ferie d'agosto in Germania. L'itinerario è la riva sinistra del fiume Reno e meta finale Amburgo. Il cartografo è sempre Lui e l automobile pure sua. Per il pernottamento scegliamo gli ostelli della gioventù (Jugendherbergen). Abbiamo qualche paura di non cavarcela con la lingua tedesca. Fra entrambi conosciamo quattro o cinque parole: bitte, danke, Autobahn, Kartoffeln (patate: di queste n'abbiamo mangiate a profusione). Superata la frontiera tedesca, sperimentiamo che la conoscenza della lingua

2 alemanna non serve; che la nostra gesticolazione con le dita è un ottimo sistema di comunicazione. L'anno successivo ripetiamo l esperimento turistico, però sulla riva destra. Arriviamo fino alla grande diga a nord dell Olanda. D'olandese non conosciamo né impariamo una sola parola: il nostro linguaggio ditale funziona benissimo. Un'altra attività di Gianpiero è stata quella nautica. Con un suo collega di lavoro ha navigato parecchio nell'arcipelago toscano. Un giorno l'amico Alberto mi telefona per informarmi che desidera fare una crociera con la sua barca a vela da Porto Maurizio a Port Grimaud. C è l inconveniente d'essere noi due soli. Telefono subito a Gianpiero proponendogli questa gita e lui, manco a dirlo, è dispostissimo a partecipare. Al nostro terzetto si aggrega pure Luciana. A notte fonda arriviamo al porticciolo di Port Grimaud con una bella luna piena. Il ritorno del giorno dopo a Porto Maurizio ci fa meditare sulla vita, che è bella se è varia. A questi ricordi potrei aggiungerne moltissimi altri, specie di genere alpino, ma preferisco fermarmi qui, sperando di incontrarlo in una vita futura ultraterrena, ove penso e spero ci siano tanti "Sonau" (dischi di musica sinfonica: così li chiamava e sperava di sentirli dalle orchestre celesti Franco Nebbia caduto all Ober Gabelhorn) e tante cime da salire. Gianpiero aspettami e nel frattempo, documentati su altre zone montane, possibilmente Himalaya e Ande, località dove non abbiamo avuto la fortuna di andare, e, formato nuovamente il nostro gruppo, avremo tutta l eternità per salirle. Ciao Gianpiero. IL RUOLO DEI CURATI E DEGLI ABAT1 VALDOSTANI NELLA ESPLORAZIONE ALPINISTICA COGNE - 6 ottobre CONVEGNO AUTUNNALE GISM Nella movimentata storia del rapporto fra l'uomo e la montagna ci fu un periodo estremamente interessante (grosso modo dalla seconda metà del Settecento fino ai primi decenni del secolo scorso) che ebbe grande importanza non solo dal punto di vista culturale ma anche per lo sviluppo dell alpinismo nelle Alpi: quello dei sacerdoti che perfino nei più sperduti borghi delle nostre vallate accolsero ed aiutarono i primi pionieri, anzi si unirono a loro nell esplorazione e nella conquista dei monti di casa. Il fenomeno si estese come un fuoco di prateria a tutto l'arco alpino. Per le Alpi orientali mi limito a ricordare la luminosa figura di Franz Senn il parroco dei ghiacciai, parroco di Vent nell'oetztal (Austria) ai piedi della Wildspitze e della Palla Bianca, nonché uno dei fondatori nel 1869 del Club Alpino Tedesco, il quale mise le propria canonica a disposizione dei primi alpinisti assetati di cime accompagnandoli in numerose prime ascensioni; inoltre diede vita a un primo nucleo di guide locali e soprattutto si dedicò alla realizzazione a sue spesa di una rete di sentieri che agevolassero l accesso non solo ai monti ma anche alle vallate limitrofe del Sudtirolo, Fu un'opera di portata eccezionale che Franz Senn pagò a ben duro prezzo indebitandosi sino alla fine dei suoi giorni. Oggi lo ricordano una lapide sulla facciata della sua ex canonica a Vent e soprattutto un frequentatissimo rifugio nelle Alpi di Stubai. Ma veniamo alle montagne di casa nostra, dove tutta una serie di esponenti del clero valdostano dal Vescovo sino all ultimo Abbé stanziato nel più dimenticato villaggio, si rivelarono decisi precursori e divulgatori entusiasti dell'alpinismo sia scalando cime di tutto rispetto, sia diffondendo con la parola e con gli scritti la conoscenza, la pratica e l'amore per la montagna. E poiché siamo a Cogne proprio da qui vorrei iniziare presentandovi l Abate Pierre-Balthazar Chamonin, per ben 50 anni parroco di Cogne, che a fianco della sua missione sacerdotale fece delle montagne l'oggetto di una attività appassionata. Nel 1842 ad esempio (quindi addirittura 21 anni prima che nascesse il CAI) effettuò in solitaria la prima ascensione della Tersiva, poi nel 1858 salì sulla Grivola e poco sotto la punta intonò un Te Deum con il cuore traboccante di riconoscenza verso l Onnipotente che gli aveva concesso di raggiungere quel piccolo paradiso sulla terra. Ma i meriti dell Abate Chamonin (più tardi riconosciuti anche dal CAl che nel 1869 lo nominerà socio onorario) non finiscono qui. Con i confratelli Jean-Pierre Carrel e Pierre-Louis Vescoz, suo Vicario, fonda la "Petite Société Géographique de Cogne": un trio eccezionale che fra il 1865 e il 1870 produce e dà alle stampe "La Géographie du Pays d'aoste, una miniera inesauribile di nozioni attinenti all archeologia, alla storia, alla mineralogia, all orografia dell'intera regione. In conclusione, l Abate Chamonin è stato una vera punta di diamante nella storia della cultura e dell'alpinismo valdostano e per questo gli ho voluto dedicare un ritratto più esauriente sul numero della nostra Rivista Montagna attualmente in distribuzione. Ora scendiamo ad Aosta a saliamo verso i ghiacci scintillanti del Gran Combin. Siamo a Valpelline. Qui fu curato per 33 anni l Abate Giuseppe Henry, degno emulo di Chamonin: insieme diedero vita a una rete di informazioni capillare, un opera meritoria che mi sembra valga la pena di riproporre all attenzione di questo nostro presente così labile e sempre alla ricerca di L Abate Joseph-Marie Henry nuovi valori. Giuseppe Henry, nativo di Courmayeur, figlio di una guida, era animato da una passione bruciante per la montagna che lo spinse a compiere centinaia di salite impegnative soprattutto nella sua valle, tanto che si guadagnò l appellativo di "Portiere della Valpelline". Vasta risonanza ebbe nel 1893 la sua impresa sul Monte Bianco quando accompagnò l Abate Giovanni Bonin per celebrare per la prima volta la Messa sulla più alta cima d'europa. Parallelamente alla sua vulcanica attività alpinistica diede impulso alla "Societé de la Flore Valdôtaine e creò a Courmayeur un giardino alpino a testimonianza della sua passione per la botanica. Pubblicò per i giovani alpinisti che allora cominciavano a cimentarsi sulle Alpi la prima "Guida della Valpellina, opera preziosa in cui svela come un magico segreto 1'esistenza di una valle che in verità è un sistema di valli a quel tempo pressoché sconosciute. Fu socio onorario del GISM e amico del cofondatore del GISM Adolfo Balliano che ne pubblicò gli scritti più letterariamente validi in un volume dal titolo Le raye du solei ( I pascoli del sole ), nel quale emergono due racconti deliziosi, autentici piccoli capolavori di poesia e di francescano amore anche verso gli animali che condividono il nostro cammino attraverso le meraviglie e anche le asperità del Creato. Eteila (Stella) è l'unica mucca che la famiglia possedeva e che dovette vendere per pagare il ricovero in ospedale del padre: oltre ad avere dato il proprio latte, alla fine sacrificò tutta se stessa per il padrone. Cagliostro invece è un asino che la fantasia dell autore fa salire fin sulla vetta del Gran Paradiso per dimostrare la facilità di quell ascensione. Il racconto brilla di cordiale

3 umorismo ed è stato scritto con una economia di mezzi e una incisività degne di un grande scrittore. E poi, sotto sotto, si nascondeva l intento di promuovere la frequentazione di quelle valli: una specie di promozione turistica ante litteram, e in mancanza di Internet, Google o Facebook ancora annidati fra le nuvole, un modesto simpaticissimo asinello poté benissimo servire allo scopo. E sempre per restare su questa linea, sapete che ci combina ancora quel mattacchione del nostro Abate? Programma un ascensione, facile facile (classificata à l'eau de rose") che ha luogo lo stesso giorno (8 agosto 1907) da parte di tre comitive su tre punte straordinariamente panoramiche: la Becca di Nona, quella di Viou e il Monte Fallère. Era pensata come una manifestazione non competitiva, tutti avrebbero dovuto giungere sulla rispettiva vetta più o meno contemporaneamente, ma strada facendo qualcuno si mise anche a correre e così primo a toccare il traguardo con numerosa schiera fu il Canonico Vascoz, che già alle 9 del mattino issò sulla Becca di Nona il drappo della vittoria. Questa triplice ascensione (event, si direbbe oggi) coinvolse buona parte della popolazione locale e ancora per parecchio tempo si continuò a parlarne nella Vallée. Ora l'abate Henry riposa ai piedi della sua chiesetta e chissà quali altri emozionanti racconti affida alla fresca canzone del Buthier invitandoci a salire con lui oltre i pascoli del sole, verso splendori che conducono alla soglia di un cielo affacciato su mille paradisi. Proseguiamo lungo la Dora e portiamoci su su, oltre La Thuile, fino al Passo del Piccolo San Bernardo. Là incontreremo un grande vecchio, un patriarca buono, amico dell Abate Henry e come lui innamorato dei fiori: l Abate Pierre Chanoux, creatore nel 1897 di quel giardino botanico La Chanousia" che dopo le disgraziate vicende belliche è rinato a nuovo splendore di profumi e di colori. "La Chanousia non deve morire" aveva esclamato la Regina Margherita passeggiando con l'ormai attempato Rettore dell Ospizio: un auspicio che finalmente si é avverato. Per quasi mezzo secolo, estate e inverno, il Solitario del piccolo San Bernardo veglia lassù: migliaia di montanari in cerca di lavoro passano il valico per emigrare in Francia: occorre accoglierli, rifocillarli, provvederli del necessario affinché giungano sani e salvi al primo posto di ricovero oltre frontiera. Quante volte, da solo o in compagnia dei due domestici, esce in corvée, ossia in perlustrazione, alla ricerca di eventuali infelici vaganti senza speranza di salvezza! Lo chiamano pure l ami des marmottes": anche queste bestiole a maggio si risvegliano e come i fiori aprono le loro corolle, così esse escono dalle tane, affamate e indebolite dal lungo digiuno. Che fa allora il buon Chanoux? Sparge intorno alle buche abbondante fieno secco affinché, ben nutrite, possano giungere a godere degli splendori dell estate. È altresì valido alpinista e se scala le montagne lo fa con animo di poeta. Miravidi (vidi cose meravigliose) battezza una cima di cui ha compiuto la prima ascensione, e "Doravidi" chiama la vetta nel gruppo del Rutor donde la vista spazia sull'intero corso della Dora fino a Chatillon, e "Vedette" le rocce che emergono dal ghiacciaio del Rutor. Fa tracciare a sue spese L Abate Pierre Chanoux sentieri e poi si fa anche archeologo: mette in luce le fondazioni delle mansiones romane, disseppellisce le fondamenta dell'antico ospizio costruito dai Benedettini, discopre la pagana colonna di Giove e la drizza sul vertice del colle, come simbolo della carità che affratella in Dio gli uomini tutti. Oggi sul colle, divenuto transito di pace, passano rombando camion, pullman, automobili e sovente lasciano un tanfo di benzina che non è esattamente il toccasana per i polmoni dei viandanti, e tanto meno per i ranuncoli, le genzianelle, i non-ti-scordar-di-me dagli occhi di bimbo, vaganti nell infinito. Ma se ci inoltreremo fra quelle aiuole percepiremo il messaggio che il loro innamorato ha così voluto trasmetterci affinché nell'immortalità della natura ascoltassimo il passo leggero del tempo che Dio ci concede su questa terra. Ora spostiamoci ancora una volta e andiamo in Val d Ayas a far visita all Abate Amé Gorret (per autodefinizione "L'ours de la montagne"): un personaggio eccezionale, colosso di corpo e di spirito, ormai divenuto un mito. Valligiano di umili origini, amico della prima Regina d'italia, vincitore del Cervino (si fermò poco sotto la cima per assicurare a Carrel e compagni il ritorno), prete bizzarro e ribelle, bevitore eccezionale e lingua tagliente. A questo proposito si tramanda il ricordo di un leggendario suo incontro a Courmayeur con Giosuè Carducci. Domanda Gorret: "Dì Carducci, quando hai detto che i Valdostani sono dei cretini, ti sei mai guardato nello specchio?". Dopodiché, chiarita la questione, entrambi con Giuseppe Giacosa, trascorsero insieme la notte tra bevute, chiacchiere e motti di spirito, La musa popolare si impadronì di quell essere straordinario e creò una specie di ballata, quella "Canzone del Gran Gorret" un tempo diffusissima in valle. In essa l Ours si celebra in prima persona: tace delle sue imprese alpinistiche, esalta invece il suo bracconaggio la sua povertà assoluta, la quasi disperata ricerca di amicizie, gli eccessi di bevitore inguaribile, I suoi atteggiamenti di spirito incapace di sotterfugi e compromessi indussero i suoi superiori a segregarlo per 21 anni a Saint Jacques d'ayas dove, privo di mezzi, di compagnia e di tutto, visse di pane nero inzuppato nel vino e nella grappa. Il che gli rovinò anche il fisico. Un solo spiraglio di luce, l amicizia della Regina Margherita che lo aiutava con qualche sussidio e andava a fargli visita nella sua tana di St. Jacques. Un giorno - si racconta - ella volle varcarne la soglia, ma l orso glielo impedì dicendo Qui so che l educazione esigerebbe ch io vi baciassi la mano, Maestà, ma non lo faccio. Siete ancor troppo giovane e bella e ciò potrebbe procurarmi dalle tentazioni". Soltanto un Abate Gorret poteva osare di pronunciare simili parole. Ma la Regina, per nulla offesa, rispose: Oh, l impenitente peccatore! Meritereste di essere punito. Ma siccome io non posso farlo perché siete un sacerdote, tenete questo bastone e battetevi da voi". Egli prese il bastone e lo tenne come una cosa sacra fine alla morte. Sbalestrato da una parrocchia all altra, ridotto al nulla e all impotenza totale, vede anche naufragare i suoi sogni di scrittore: vorrebbe pubblicare la Guida della Valle d Aosta che gli è costata dieci anni di ricerche, ma gliene manca il coraggio; ha composto un libretto autobiografico, ma l Editore ne smarrisce il manoscritto. Un altro, dedicato a Vittorio Emanuele II, raggiunge la seconda edizione, ma poi cade nel dimenticatoio. Ribellarsi, a che pro? Così, ridotto a un rudere, trova ospitalità nel Priorato di Saint Pierre, casa di riposo per i preti poveri e vecchi. Lì morì dimenticato: un grande ingegno naufragato nel nulla. Le Riviste alpine non mancarono di commemorarlo, sul Corriere della Sera apparve un brillante articolo di Francesco Pastonchi (come quasi 50 anni dopo farà Dino Buzzati in occasione della scomparsa di Ettore Zapparoli sulla parete est del Monte Rosa), infine il CAI inaugurò su un muro della casa a Saint Jacques una lapide con medaglione in bronzo. Poi

4 calò il sipario e la polvere dei decenni si accumulò spietata perché il destino aveva pronunciato una sentenza irrevocabile. E il Gran Gorret attende ancor oggi che gli venga fatta giustizia. Ma il tempo stringe, e chiudo. Molto a malincuore, perché di molti altri Abati valdostani vorrei parlarvi: dell'abate Giovanni Battista Carlogne di Saint Nicolas, delicato poeta, il félibre valdostano che nel dialetto natio cantò la sua terra; dell'abate Giovanni Bonin (quello della prima Messa sul Monte Bianco); del Canonico Giorgio Carrel, l amico degli Inglesi, che nel 1866 fondò ad Aosta la seconda Sezione del CAl e ne fu eletto Presidente; dell Abate Giovanni Gnifetti, il "parroco del monte Rosa ; dell'abate Emil Bionaz, parroco di Saint Nicolas, accanito e geniale fotografo. Ci si potrebbe soffermare per ore ed ore su questa schiera di sacerdoti che nell'ascensione delle cime furono spinti, più che dalla sete del sapere e del vedere, da quella forza spirituale che anela all'alto e che vorrebbe scorgere nelle ultime pietre di ogni cima un altare, con il cielo per cattedrale e l'armonia dell infinito per corale. Fra le montagne del Caucaso circola una strana leggenda. Sull Elbrus, che ne è la cima più alta, dimorava un tempo il sacro uccello Simurg. Con un occhio scorgeva il passato, con l'altro penetrava nel più recondito futuro); il suo batter d ali era come muggito di uragano e La vetta del Cervino, salito dall Abate Gorret con Carrel e compagni Foto Mauro Floredan muovendosi faceva tremare la terra. Ed anche signore degli elementi era: a un suo cenno il sole compariva sfolgorante o la nebbia si allargava come sudario sulle valli. Invisibile, Simurg stava forse acquattato sul culmine del suo trono quando anni fa vi giunsi con gli amici del CAl Torino. I granelli di una tormenta terribile mi avevano accecata e di Simurg sentii solo l alito. Da allora, su ogni cima conquistata con maggiore rischio e tribolazioni, mi pare di scorgerne gli occhi fiammeggianti: mi invita a proiettarmi verso un futuro ignoto, ma contemporaneamente a riaprire, come ho fatto oggi, il libro del passato, finché forse un giorno tutto sarà ancorato in un presente immutabile e colmo di certezze. CANI DI MONTAGNA Compagni di gita a quattro zampe "Il cane è il miglior amico dell'uomo": proverbio fra i più conosciuti, più antichi e più condivisi. Eppure un bastian contrario riuscì a capovolgerlo con questa interpretazione: "Se il cane è il miglior amico dell'uomo, significa che l'umanità è caduta molto in basso!". Non cercherò di dimostrare da che parte stia la ragione; mi limiterò a raccontare alcune mie esperienze concrete in compagnia dei cani, nell'impervio e meraviglioso ambiente della montagna. Giugno TERME DI VALDIERI (CN) 1368 m. Un viaggio di appena 120 km (ma complicato: cinque fra treni e corriere) termina all'alberghetto-rifugio frequentato da alpinisti, guide, cacciatori e gente di montagna. Poco distante campeggia la mole dello stabilimento delle Terme di Valdieri: un desolato mucchio di ruderi che ci ricorda la guerra da poco terminata. Mia moglie Irma è in dolce attesa mentre io sono impaziente di salire fra queste montagne sconosciute (severe ed affascinanti) dove ci fermeremo per una settimana. Oggi, mercoledì 24 giugno, ho in programma la salita completa dello spettacoloso Vallone di Lourousa: escursione che inizia proprio dal nostro alberghetto. Parto alle 8.10 e sono in compagnia di Bill, il cane dei Ghigo. Me lo hanno raccomandato loro: "...per non sentirsi solo e per prudenza. E non si preoccupi per Bill: non si è mai perso e riesce comunque a ritornare". E' (all'incirca...) un cane da caccia di media taglia (robusto, pelo bianco corto con larghe chiazze beige) impaziente di partire. La comoda mulattiera di caccia, con fitti tornanti nella faggeta e poi fra le conifere, ci conduce al rifugio Morelli (c m); una sosta ce la meritiamo. Vedendo che apro il sacco, Bill si accosta e poi - piantato sulle zampe e fermo come una statua - mi fissa mentre mangiucchio. Non ha la parola ma è quanto mai eloquente; non resisto: gli lancio pezzetti di pane e... perfino di formaggio: non ne sbaglia neanche mezzo. Riprendo la salita abbandonando la mulattiera principale per seguire, invece, un sentiero che si inoltra verso sinistra (Est) e sale al Colletto di Lourousa 2551 m. Il tempo è avverso: vento freddo, pioggerella intermittente, nebbie stabili sulle cime, piedi nella neve. La solitudine è sempre sovrana e greve ma il richiamo della cima è irresistibile. Non salgo; avanzo di mezzacosta tagliando i nevai sulla destra poi salgo obliquamente per canalini e gradoni rocciosi. Bill, svelto sulla neve, qui si arresta e guaisce penosamente innescando, in me, un caso di coscienza. Mi fermo; ma poi (egoisticamente?) mi tranquillizzo: ritroverò Bill al colletto. Continuo a salire... Finalmente raggiungo la sommità segnalata da un ometto e da... Bill! E' ansante ma senza rancore; anzi, scodinzola e mi accerchia con salti festosi. Sono le e sul culmine del Chiapous 2805 m pioviggina. Breve sosta per gustare il sapore della cima poi, ognuno per la traccia di salita, torniamo al colletto e di conserva scendiamo al rifugio Morelli. Il tempo migliora e favorisce una sosta da sibariti per entrambi. E poi giù, con visioni ammalianti (finalmente!). Irma, intanto, è salita ad incontrarci: gioioso momento; poi tutti e quattro scendiamo al rifugio: ore 19. Bill, lemme lemme, si dirige verso la cucina. Maggio LAGO LIAMAU. Valchiusella (TO) m. Sono trascorsi 37 anni, sempre ricolmi di passione per le montagne ma avari di incontri canini, salvo un'eccezione (memorabile) vissuta il 29 luglio Stavo salendo, con mio figlio e alcuni amici, verso la Punta Gnifetti del Monte Rosa: la giornata era cristallina, con stupefacenti visioni di monti prossimi e lontani. All'ultimo passaggio calziamo i ramponi e superiamo agevolmente la rampa di neve dura. Sorpresa! Un grosso cane ormai vicino, esitante ma tenace, ricalca le nostre orme fino a raggiungere la terrazza della Capanna Regina Margherita 4554 m! Riceve elogi, carezze e chicche da tutti quelli che sopraggiungono ma non dal suo "padrone", forse del tutto assente. Verremo a sapere che l'evento si ripete nei giorni seguenti: il nostro cane diventa famoso, immortalato dai fotografi nel biancore dei 4000 metri e infine osannato sui giornali, un vero protagonista dell'alta montagna.

5 Oggi, mercoledì 16 maggio 1990, sono invece fra montagne assai meno prestigiose: in Valchiusella, nel pieno del Canavese, teatro della sanguinosa rivolta dei Tuchini (XIV sec). Sono solo e inesperto di questa valle ingiustamente trascurata dagli alpinisti. Sorpasso il notevole paese di Traversella, poi una stretta rotabile mi permette di raggiungere (ore 9.30) la borgata Fondo 1074 m: da qui si prosegue soltanto a piedi. Si valica subito il Torrente Chiusella passando sull'antico ponte di pietre, ad arco unico, slanciato e stretto, alto sul torrente: un capolavoro (anno 1727) di arditezza e di estetica, vittorioso sulle alluvioni, l'invecchiamento e il calpestio di innumerevoli mandrie e pastori e muli. Sull'altra sponda (sinistra idrografica) si continua con una mulattiera selciata, dolce dolce ma soverchiata dagli alti e ripidi fianchi della valle. Mi accorgo di non essere più solo: una cagnetta di taglia medio-piccola trotterella al mio fianco: pelo scuro e ispido, come quello delle capre. Ci scambiamo occhiatine; probabilmente proviene dalla cantina-alberghetto adiacente al ponte, punto di richiamo per molte persone. Fra queste soltanto io (palese escursionista ignaro e sconosciuto) offrivo alla cagnetta la speranza di un'evasione ricca di spazio e di libertà. Presto arriviamo alla borgata di Tallorno 1222 m, attraversata dal torrente e ormai disabitata; fra le vestigia spicca la chiesetta ("Quivi nell'estate, abita un prete con l'obbligo della messa e scuola"): difficile non commuoversi... Lascio il fondovalle e salgo a sinistra con la mulattiera che segue il Rio delle Balme: l'inizio è ripido, su terreno selvatico. Poco sopra l'ambiente diventa quello tipico dei pastori: solchi, creste, pendii, asperità... tutto è rivestito di verde, di erba! La cagnetta è euforica, vivacissima e instancabile; per poterci intendere devo darle un nome "provvisorio", suggerito dalla montagna: scelgo "Eva" (acqua); suona bene, anche quando lo urlo. Alle siamo alla muanda (1775 m) che ci invita alla prima sosta: dal sacco escono i viveri che destano la fremente aspettativa di Eva. Amara sorpresa! Rifiuta il pane, abbaia e pretende il cioccolato. Ne ho poco... ma sono costretto alla rinuncia. Nebbie fosche avvolgono le cime ma, di tanto in tanto, fugacemente, le lasciano trasparire facendole sembrare più alte, misteriose, temibili. Se ci fosse il sole, qui si godrebbe la riposante e serena pace arcadica dei pascoli; oggi è l'opposto: la montagna è seria, ricca di suspense e di inquietante mistero. Ma questo, in fondo, è uno dei sapori emotivi che l'alpinista (quello innamorato delle Montagne e non solo di se stesso) gusta e desidera. Si riprende a salire. Incontro larghe chiazze di neve... Il sentiero è introvabile ed Eva (pazza di gioia) è chissà dove; probabilmente è passata in alto, a destra, sulla via "giusta". Io, cercando un passaggio sulla tavoletta militare Valchiusella, seguo il solco del Rio delle Balme e finisco al piccolo e pittoresco Lago Creus 1962 m, incassato in un severo anfiteatro di rocce nude, scoscese e ghiacciate. Bel quadretto di montagna forte ma, per me, repellente. Devo uscire da questa fossa; salgo verso destra e raggiungo una baita che spicca contro il cielo poi, più agevolmente, tocco l'alpe Buré e arrivo alla sua Bocchetta 2300 m. Molta neve; foschie leggere e luminose ora fanno sperare nel bel tempo. Le vecchie e tenui impronte di una comitiva alleviano la greve solitudine che non mi ha più abbandonato da quando Eva è scomparsa; le seguo e, d'improvviso, mi trovo sui banchi rocciosi che fanno da sponda al notevole lago Liamau 2336 m completamente gelato (sono le 14.05). Circondato da un grande anfiteatro di rocce dirupate, il lago è impreziosito dalla visione del Monfandì 2820 m, la cima sovrana della Valchiusella: indimenticabile la sua silhouette tagliata dalla profonda fenditura che gli dà il nome. Mi concedo la "vera" sosta, ormai necessaria. Ed Eva? Chissà mai dove si trova? Non l'ho più vista da un paio d'ore... forse è scesa. Apro il sacco e infilo le mani per frugarlo. Sorpresa: si è infilato anche il musetto di Eva! Sicuramente conosce questi paraggi poi, in ultimo, ha ricalcato le mie tracce arrivando all appuntamento con l apertura dello zaino. Affezionata a quest ultimo oppure a me? La verità non è importante; essere di nuovo insieme desta in me una gioia preziosa e schietta. Da ricordare. Marzo MADONNA DI COTOLIVIER (Oulx) m. La Valle di Susa (o della Dora Riparia) è una delle più importanti valli del Piemonte. Nella zona superiore spicca, al centro, il capoluogo di Oulx 1121 m dove la vallata si divide in due solchi: verso destra quello di Bardonecchia; verso sinistra quello di Cesana. La divisione in due solchi è originata da un crestone che si eleva sopra Oulx: boscoso e poco definito in basso, diventa netto e marcato in alto, nel tratto che dalla P.ta Clotesse 2872 m, scende alla Croce di San Giuseppe 2382 m terminando alla Madonna di Cotolivier 2105 m. Quest'ultima è una cappella storica, eretta sulla prominenza che domina Oulx. Il panorama che la circonda è stupendo per l'ampiezza e per le innumerevoli cime importanti, vicine e lontane, che lo compongono: uno spettacolo superbo. Il confine con la Francia è incombente e questi monti, che furono fittamente fortificati, sono anche solcati da una rete di mulattiere e stradine che, agli escursionisti, offrono itinerari molto soddisfacenti. All'escursionista invernale è consigliabile l'itinerario da Castello di Beaulard alla Mad. di Cotolivier (esposizione Nord) che è assai frequentato: da Natale a fine marzo le piste per sci e per racchette sono sempre battute. La mia esperienza va dal febbraio 1947 al febbraio 2008; in 61 anni, ho visto molti e notevoli cambiamenti ma non ho mai riportato delusioni. Però, i cani, ci sono? Racconterò di quello incontrato mercoledì 22 marzo L'amico Adolfo, al termine delle serpentine gelate che da Beaulard salgono a Castello, arresta l'auto nel vasto piano innevato a destra del campanile c m. Ci fu un tempo che questo parcheggio si riempiva di veicoli, oggi ci sono tre autovetture... Immersi nella severa grandiosità dell'ambiente invernale dove spicca la dominante Grand'Hoche 2762 m scendiamo alla vicina conca arrestandoci al ponticello del Rio Supire: il sole qui non arriva mai e il freddo è intenso. Chinati sulle racchette le fissiamo agli scarponi e, quando rialziamo lo sguardo, ammiriamo stupiti un magnifico lupo dal mantello biondo che emette sospirosi aneliti molto espliciti: vuole inserirsi nella nostra comitiva. Lo accettiamo (e lui già lo sapeva) ma non soffochiamo il nostro mugugno: Capito? Anche lui vive di turismo!. Gli cerchiamo un nome, che sarà effimero e banale ma utile: Bobi. Sono le 9.30; quota 1380 m. Tralasciamo la pista dei fondisti, che volge a sinistra (Est), e attacchiamo il pendio con inclinazione vivace; dal sommo ci guida il solco di una mulattiera. Alla nostra sinistra ci sono le numerosissime tracce specialmente di discesa del percorso normale. Il nostro itinerario, che diverge progressivamente da esso, verso destra (Sud), è segnalato bianco-rosso (ma non è il solo. Più affidabili sono i cartelli Variante diretta Pourachet ). Bobi trotterella sicuro, sempre davanti ma senza perderci di vista; per trastullarsi si è messo in bocca, di traverso, un bastone nodoso lungo circa 40 centimetri. Ogni tanto si riunisce a noi e scopriamo che il bastone è una mezza gamba di capriolo, vecchia e sanguinolenta: il richiamo della foresta? Ad una sosta molla l'osso barattandolo con i nostri bocconcini; è chiaro che conosce

6 l'itinerario e diventa la nostra guida. A quota 1900 m si attraversa un vasto piano (dove c'è un rudere moderno, di mattoni) seguito da un'impennata del bosco: è faticosa e all'uscita è sbarrata da una fascia rocciosa che aggiriamo sulla destra; ne esco con i crampi alle gambe. Qui ritroviamo, con meraviglia, il nostro Bobi che ha scansato, con largo giro a sinistra, la ripida trappola. Iniziamo il tratto superiore della foresta di larici; la pendenza si attenua e l'ambiente diventa fiabesco: fra i tronchi secolari il sole filtra e dà risalto alle innumerevoli tracce di animali selvatici, la quiete è profonda. Che delicata emozione! Sbuchiamo presto nel tepore del Colletto Pourachet 2052 m, sono le 13.38; di là, vicini, i tetti dell'alpeggio e del fu alberghetto. Che si fa? Ma come! Alla cappella. E' distante un chilometro, tutto sul filo di cresta a saliscendi e stretto, privo di pista battuta; alle arriviamo alla Madonna di Cotolivier 2105 m; ultimo Bobi, un po' titubante. L'immenso spazio che ci abbraccia esalta in noi l'euforia della vittoria (!). Seduti sui gradini dell'ingresso iniziamo la festa a tre; verso Bobi, che fremente ci fissa attentissimo, piovono leccornie. Intanto, con Adolfo, passo in rassegna le montagne del confine e do i primi morsi ad un pezzettone di groviera. Non ci è chiaro quale sia l'aiguille d'arbour; convinto d'averla individuata alzo di slancio la mano per meglio indicarla ma... è la mano che delicatamente stringe la scivolosa groviera. Questa vola in alto! Nei pochi millesimi di secondo che seguono vola anche Bobi, con le dentate fauci spalancate: precisione incredibile! La groviera sparisce per sempre. Un capolavoro del migliore amico dell'uomo. AMNESIA In città la primavera già si armonizza sul respiro dell estate, ma sui tremila la neve è ancora molta e gli sci sono benedetti perché l inverno quest anno è stato generoso, anche troppo a giudicare dai resti, grumosi di terra e di ramaglie, lasciati qua e là dalle valanghe. Una volta tanto la neve non si è accontentata della regola che gli concede il dominio della strada per il gran piano alla testata della valle, ma ha voluto strafare e, cosa che non succedeva da tempo, ha isolato dal resto del mondo l ultimo capoluogo e le sue frazioni. Dall alto della corriera le tracce dei suoi furori sono ancora ben visibili, ma intanto siamo giunti al sommo del paese, e il grande e malandato veicolo blu si svuota. Di qui al piano e dal piano al rifugio è solo più questione di gambe, ben presto armate di sci. Affrontiamo l esercizio con una baldanza che non tarda a portarci in vista del rifugio, anche Vulpot ci vede sbucare al sommo della balza e aggiunge alla minestra le mestolate d acqua necessarie alla conservazione del principio d uguaglianza distributiva. Al mattino le rocce altissime della Bessanese, arrossate dal sole, si stagliano sull azzurro ancora anemico del nuovo giorno e invitano a salire, esortazione che poco aggiunge alla nostra impazienza. Sul ghiacciaio la neve, indurita dal freddo notturno, non crea ostacoli, un crepaccio alla base del pendio che subito dopo si impenna, e conduce al Colle della Bessanese. Passeggiata tranquilla sul ghiacciaio del versante opposto ed eccoci al Col des Audras; di qui, fra roccia e neve, è tutto un saliscendi di cresta: Punta des Audras, Monte Collerin, dove gli sci un po aiutano e più ingombrano, sino all ampia sella ai piedi dell Albaron di Savoia. Il cielo intanto è decisamente virato al cobalto e i raggi del sole, così carezzevoli di primo mattino, hanno assunto un atteggiamento aggressivo di fronte al quale la neve si squaglia in lacrimosa poltiglia. Dalla Sella d Albaron la cresta presenta un primo tratto roccioso, poi prosegue nevosa verso la cima. Lasciati gli sci sulla sella e superate le rocce, proseguiamo mettendo attenzione al tratto alto, dove le cornici aggettano verso il ghiacciaio des Evettes. Raggiunta la vetta e ammirate le regali forme della Ciamarella e il candore della sua parete nord, ritorniamo sui nostri passi procedendo distanziati per non sovraccaricare la struttura di neve marcia. Seguiamo con attenzione le tracce di salita, ma la precauzione non è sufficiente, Franco è ormai oltre quando la cresta frana per un lungo tratto mettendo in moto l intero versante nevoso. Il versante in questione ha subito negli ultimi decenni, trasformazioni profonde e da compatto pendio di ghiaccio è ora ridotto ad una nera colata di pietrame instabile, tuttavia nei giorni della nostra avventura la sua metamorfosi era appena iniziata e ora, che lo smottamento lo ha svestito dalla neve di superficie, mostra la corazza cerulea con una rada brizzolatura di roccette affioranti, cosa che la mia schiena, pur galleggiando sulla neve in movimento, ha l occasione di verificare. Il distacco improvviso mi ha fatto fare un elegante volteggio in aria prima di precipitarmi verso il basso in un turbine bianco. La grande massa di neve ha la buona grazia di non travolgermi, si limita a trascinarmi con sé mantenendomi in superficie come un corpo estraneo a cui imprime una forza d inerzia sufficiente a farmi volare direttamente sul ghiacciaio. Fuori dal crollo, Franco mi ha visto sparire oltre il bordo della cresta e quando mi rivede inerte, trecento metri sotto, si affretta a ricuperare gli sci e a raggiungermi. Nel corso di qualche interminabile minuto sono un informe macchia nera sul candore del ghiacciaio, una scoria senza vita sputata lontano dalla valanga. Una scoria che tuttavia comincia a dare qualche segno. Mi libero a fatica dalla neve e affondando tento un passo traballante. I miei sensi sono intorpiditi, mi sembra di essere avvolto in una nebbia luminosa e senza avere piena coscienza mi guardo attorno senza capire cosa sia successo. Il vorticare della caduta mi ha scombussolato i sensi aprendo le porte ad un altrove sconosciuto dove gli unici riferimenti con la realtà sono la schiena dolorante e un impacciata difficoltà di movimento, il tutto sopraffatto e stemperato in uno stupore indefinito. Attraverso il torpore che mi invade avverto una voce lontana e scorgo una sagoma che si muove e si avvicina. Non riconosco la figura confusa che parla e si agita, ma nell allucinazione si sta aprendo una falla, con fatica comincio a mettere a fuoco l amico, ora mi è vicino e lo interrogo: Cosa è successo? Il corpo sconvolto reagisce a singhiozzo, tuttavia gambe e braccia stanno lentamente ritrovando la loro funzione; aiutato da Franco calzo gli sci e mi impegno a salire sulla sua scia. Riguadagnata la Sella d Albaron ora ho di fronte la discesa, ma mi occorre una lunga sosta per radunare le idee; Franco vuole sapere come mi sento, ma non so rispondere, sono concentrato sulle immagini e sui pensieri che lentamente riprendono una loro dimensione. Dalla confusione affiora un incubo fra dieci giorni dovrò sostenere l esame di maturità. È una presa d atto agghiacciante, il timore di aver dimenticato tutto mi precipita in un affanno che mi fa ripetere alla rinfusa formule di topografia e leggi di fisica, formule di diritto e dati di storia, non ho piena coscienza di quel che vado dicendo nel tentativo di esorcizzare l incubo. Franco è preoccupato dal quel mio bofonchiare senza senso, ma il tempo che passa, la discesa in sci, tutto aiuta la lenta ripresa della normalità, rimarrà nel tempo la schiena a testimoniare l avventura e a richiamarla imperiosamente alla memoria ancora molti anni dopo.

7 CRONACA ALPINISTICA Dent d Herens 4171 m di Davide Forni L estate si sa è il periodo preferito dagli alpinisti amanti (come il sottoscritto) dell alta quota per cimentarsi sulle grandi montagne alpine, i 4000 in special modo. C è chi li colleziona, chi li sogna da una vita o chi semplicemente aspetta tutto l anno, allenandosi e preparandosi, per poter fare una di quelle gite da ricordare. Venendo alla salita l organizzazione è stata la cosa meno difficile, eravamo tutti e tre belli pronti e carichi senonché, come succede da alcuni anni a questa parte, il meteo del mese di luglio comincia a fare i capricci, soprattutto nei week-end; arrivavamo già da due fine settimana brutti, uno dei quali non ci aveva permesso di salire in cima al Bernina e volevamo andare sul sicuro senza dover rischiare di tornare indietro. Monitorando le previsioni meteo per tutto l arco alpino occidentale decidiamo che è giunta l ora di provare a fare la Dent d Herens. Prenotato il rifugio il mercoledì (è piccolo e non vorremmo rischiare di restare fregati e dover dormire fuori) chiedo delle condizioni e il gestore lapidario mi dice: E in condizioni eccezionali!, figuriamoci se non dice così dico io, altrimenti chi andrebbe su a dormire? Dopodiché scatta il controllo continuo dei siti meteo fino al pomeriggio di venerdì quando nell ultimo frenetico giro di telefonate decidiamo che si può tentare, tutti i siti web danno infatti pioggia nel pomeriggio di sabato ma domenica al mattino è previsto cielo sereno e tempo stabile fino a un nuovo peggioramento previsto in serata. Andiamo allora! E così, dopo esserci organizzati con le macchine raggiungiamo la bellissima località di Place Moulin, sita proprio al fondo della Valpelline. Il tempo è strepitoso, è l ora di pranzo e dei peggioramenti previsti non c è traccia! Completiamo gli ultimi preparativi e poi siamo pronti si parte, comincia l avventura! Ci incamminiamo lungo il lago artificiale dagli splendidi colori e godiamo lo spettacolo delle magnifiche cime che costituiscono la testata della valle, dallo Chateau des Dames (salito assieme a fine maggio) alle Petites e Grandes Murailles per finire con la nostra meta, la magnifica Dent d Herens quanto è lontana! sarà veramente un viaggio eppure (questo me lo rinfacciano ancora adesso) io ci scherzo su pensando che mai avremmo impiegato così tanto tempo: io ho tutto il tempo che volete, mi basta essere al lavoro alle 9.30 di lunedì mattina perché ho una riunione importante. Raggiungiamo il Rifugio Prarayer e qui, data l ora, ci fermiamo per fare un bel pranzetto, dopodichè ci rimettiamo in cammino sotto un sole caldo e battente. Entrati nel vallone che fino a non molti anni fa era occupato dalla parte bassa del Ghiacciaio di Tsa de Tsan vediamo in lontananza il nostro rifugio è davvero lontano e quel che è peggio non si prende praticamente mai quota! La nostra cima invece non si vede, siamo troppo sotto, riusciamo a vedere solo il ghiacciaio delle Grandes Murailles sulla bastionata di fronte a noi. Arrivati in rifugio prendiamo subito posto nella nostra camera e sentiamo dal gestore gli aggiornamenti sulle condizioni della Dent d Herens, sembra che sia davvero in condizioni ottimali, tanto più che il rifugio è pieno e vanno tutti lì almeno vuol dire che non siamo gli unici folli a provarla! Per cena siamo messi nel primo turno, il rifugio infatti è piccolo e bisogna mangiare in due gruppi separati. Mangiamo bene e devo dire che l atmosfera raccolta del rifugio ha qualcosa di magico e di aggregante, tutti stretti su quei tavoli di legno a raccontarsi avventure passate e osservazioni sulla gita di domani attorno a noi foto e testimonianze storiche della vita del rifugio, autentico nido d aquila tra grandi montagne, contribuiscono a farci sentire la grandiosità del luogo. Dopo cena l ora di andare a letto arriva presto, ormai l attenzione e il pensiero sono tutti rivolti a domani, al gran giorno della salita nel letto tutti si sistemano e si distendono, ben presto cala un silenzio di tomba nella cameretta, rotto soltanto da un russatore incallito (maledetto, ce n è sempre uno!) a scandire il ritmo della notte e delle ore di attesa dormirò poco, la tensione si sente e nonostante si stia bene nel calduccio sotto le coperte, riesco solo ad assopirmi in alcuni momenti mi trovavo in mezzo a Mauro e Flavio, storici e fidati compagni di cordata da una parte avevo Flavio che ha iniziato una dura lotta col suo cuscino per trovare una soluzione comoda, la lotta durerà parecchio ma alla fine avrà la meglio, si addormenterà Mauro invece, come ogni notte in rifugio, inizia la consueta lotta con il suo sacco lenzuolo, maledicendolo in più occasioni e cercando anch egli una posizione confortevole ben presto si addormenterà anche lui il tempo passa, la notte scorre veloce e quando mi trovo nel dormiveglia e sto sognando (cosa non ricordo) arriva la sveglia è ora di partire! La stanza si anima e i più lesti partono verso il bagno per anticipare gli altri. Mi alzo stordito e sistemo le coperte, Mauro e Flavio fanno lo stesso e ben presto siamo sotto pronti a mangiare quando finiamo la colazione iniziamo i preparativi per la partenza, la saletta degli scarponi è veramente piccola, dobbiamo attendere e poi sistemarci in cucina per poterci vestire e preparare risultato? quando usciamo dal rifugio siamo gli ultimi! Non ci perdiamo d animo, partiamo decisi lo stesso, ci teniamo molto a salire la nostra cima io e Mauro poi abbiamo già vissuto il fallimento del 2006 e non vorremmo dover tornare un altra volta! Dopo la discesa dal rifugio (buoni 100 metri di dislivello) incomincia una dura salita sulla morena del ghiacciaio, ripida e con pietre mobili quando arriviamo sul ghiacciaio vediamo una fila di luci già distanti da noi. Ci fermiamo per prepararci e ripartiamo. Il primo tratto di ghiacciaio è tutto sommato bonario, c è qualche crepaccio ma è facilmente visibile ed evitabile; subito dopo la superficie s impenna con un pendio ghiacciato a 40 e oltre nello scollinamento finale, grossi e profondi crepacci da attraversare qui si comincia a fare sul serio! Superato questo primo passaggio impegnativo si arriva al plateau superiore del Glacier des Grandes Murailles, il paesaggio è veramente superbo e il cielo inizia a schiarirsi la notte lascia spazio al giorno e noi seguiamo la traccia attraversando grossi crepacci (uno a campana assolutamente pauroso) di cui si intravedono solo piccole fenditure ma dei quali si percepisce la presenza attenzione e concentrazione oltre a una forte determinazione ci consentono di arrivare in breve tempo all attacco del Colle Est di Tiefenmatten, da qui cominciano le vere difficoltà. La roccia qui è un vero schifo, si stacca tutto anche solo a guardarla e dei provvidenziali canaponi aiutano non poco la progressione nel primo tratto, il più impegnativo poiché verticale, ci dobbiamo tirare su di braccia, poi con le dovute precauzioni per non scaricare pietre sul compagno di sotto raggiungiamo la selletta del colle, dal lato svizzero un pendio di neve ripidissimo si perde nel ghiacciaio omonimo mentre alla nostra destra parte la cresta ovest della Dent d Herens altrimenti detta Tiefenmatten noi, dopo averla salita l abbiamo ribattezzata Te sei matten per quanto è lunga e impegnativa. Ci prepariamo bene con le corde e partiamo. Anche se non velocissimi procediamo decisi e superiamo vari torrioni (meno male che

8 doveva essercene solo uno!) non impegnativi ma via via sempre più esposti il ghiacciaio sottostante è sempre più distante e la nostra concentrazione aumenta di conseguenza. Quando siamo praticamente fuori dalla cresta, in vista del pendio nevoso che porta alla cresta sommitale, incontriamo le prime cordate in discesa e chiediamo lumi sul prosieguo della via ogni anno che passo in montagna mi faccio sempre più l idea che agli altri è meglio non chiedere nulla, tra una guida che ti suggerisce per la discesa di calarsi in doppia sulla parete (alta circa 300 metri) che dà sul ghiacciaio delle Grandes Murailles quando ovunque dicono che le soste sono state tolte (e il gestore lo confermerà al nostro ritorno) chissà perché non le usa lui allora??? e gente che fa sicura tenendo gli anelli di corda in mano mentre la compagna di cordata si cala scivolando su una placca di roccia aggettante nel vuoto sul sedere tornando a noi continuiamo la salita, la giornata è meravigliosa e il panorama si estende a perdita d occhio, non possiamo mollare e davvero non possiamo, mancano poco meno di 400 metri di dislivello. Il pendio di ghiaccio a metà della cresta sembra più dritto in foto, dal vivo è facilmente affrontabile tanto che in poco tempo siamo al suo termine e ci prepariamo per le placche finali. Si tratta di una serie di placconate rocciose non eccessivamente ripide sulle quali sono stati posizionati dei grossi fittoni di acciaio nuovi le condizioni sono ottime ma decidiamo comunque di fare dei tiri, meglio non rischiare! Il secondo tiro ci porta direttamente sulla cresta finale, uno dopo l altro ricordo ancora perfettamente l attesa prima che arrivasse il mio momento di salire, sono all inizio del camino roccioso celebre per la prima salita nella quale William Hall si fermò perché stanco, ricevendo in seguito l invito dai compagni a proseguire talmente era bella e vicina la vetta mentre sono assorto in questi pensieri arriva il tanto sospirato momento, tocca a me salire quando sbuco fuori sulla cresta finale non credo ai miei occhi di fronte a me il Cervino dal suo versante per me più bello e austero, attorno tutti i del Vallese e dietro il Monte Bianco un posto da sogno! In discesa dalla Dent d Herens Foto Mauro Floredan Ma è ai miei piedi che si trova lo spettacolo più grandioso ed elettrizzante sotto di me parte infatti la parete nord della Dent d Herens, metri di roccia e ghiaccio, pendenza nella parte superiore di 60 un vero e proprio muro! Ho la punta dei ramponi praticamente nel vuoto tanto è stretta la cresta rimango alcuni istanti bloccato dalla sensazione e dalla grandiosità dell ambiente! Ci pensa Flavio a riportarmi all ordine, chiamandomi e dicendomi di raggiungerlo a metà cresta dove c è un fittone di sicurezza. Camminare su quella cresta è stato veramente adrenalinico, dal lato valdostano non si percepisce tanto il vuoto poiché la parete, oltre a essere più bassa, è anche più articolata ma dal lato di Zermatt, brrrrrrrrrr raggiungo Flavio senza grosse difficoltà ma con la massima concentrazione e ci prepariamo per l ultimo tiro verso la cima che raggiungiamo poco dopo, sono circa le 12 e dobbiamo ancora scendere! Giusto il tempo di fare 2 foto in cima e ci prepariamo per le doppie che saranno lunghe e complicate in quanto la parete è particolarmente articolata e le corde ogni tanto si incastrano o si agganciano a diversi spuntoni. Con due calate siamo di nuovo sul pendio di ghiaccio e in poco tempo arrivano le nebbie. Non ci leghiamo nemmeno, il ghiacciaio qui è facile e si procede più spediti così. Arriviamo in poco tempo di nuovo sulla cresta con le nuvole che vanno e vengono velocemente e un vento via via più incalzante. Valutiamo se scendere in doppia ma decidiamo di fidarci di quanto scritto su Gulliver sulla mancanza delle calate successive e optiamo per proseguire sulla cresta anche se sarà lunga e certamente non facile i passaggi su roccia, infatti, non sono difficili ma da fare in disarrampicata e con esposizione totale richiedono impegno e concentrazione continui a metà cresta comincia pure a nevicare, sembra di essere a Natale! Ma ce la facciamo, cavandocela benissimo e raggiungendo nuovamente il Colle di Tiefenmatten; qui, con 2 brevi calate siamo finalmente sul ghiacciaio e una volta legati scendiamo verso il rifugio. Sono quasi le 6 e continua a nevicare ma ce l abbiamo quasi fatta. Raggiungeremo il rifugio alle 19.15, possiamo finalmente dire di avercela fatta! Iniziamo quindi la discesa nella luce della sera, procediamo lentamente siamo stanchi il pianoro sembrerà così infinito che in certi punti pensavamo di restare fermi! Ben presto arriverà il buio e così prendiamo la decisione di dividerci ovvero Flavio scenderà giù in fretta al Rifugio Prarayer per chiedere se ci possono dare un passaggio con la macchina fino alla Diga, io e Mauro invece procederemo più lentamente cercando di tenere un andatura per quanto possibile costante. La discesa è stata una vera odissea, una volta raggiunto il bosco cominciano i vari giri del sentiero per attraversarlo, con tanto di ponti sul torrente, fino alla strada sterrata che per entrambi sembrerà infinita unica compagnia una stellata paurosamente bella e lungo la strada un gruppo di ragazzi attorno a un falò che si accorge di noi e ci chiama, prima l uno e poi l altro siamo talmente intontiti che non sappiamo neanche se siano reali o se si tratti di allucinazioni, proseguiamo e finalmente, quando ormai non ci credevamo più arriviamo al tanto agognato rifugio Prarayer! Qui, riunitici con Flavio, decidiamo di passare la notte al caldo del rifugio ormai è mezzanotte passata e ci sarebbe ancora un ora per arrivare alla macchina decidiamo di non forzare. D accordo con il gestore per un passaggio in macchina la mattina seguente andiamo a dormire e dopo poco piombiamo tutti e tre in un sonno profondo siamo distrutti potenza della montagna! Poche ore dopo ci svegliamo per una bella colazione, pronti per cominciare la rincorsa verso i rispettivi lavori. In circa 20 minuti di continui scossoni arriviamo finalmente alla tanto agognata auto. Ci cambiamo velocemente e partiamo a razzo, sono le 7.10 e io ho una riunione di lavoro alle 9.30! Inizia una rincorsa continua, prima su statale e poi su autostrada. Arrivati alle macchine, prendiamo ognuno di corsa la propria roba e con dei saluti che dire veloci è poco torniamo ognuno alla propria vita e io riuscirò pure ad arrivare puntuale alla riunione dopo essermi lavato e cambiato! Solo alla sera, risentendoci al telefono prenderemo finalmente coscienza di quanto abbiamo fatto e di quello che abbiamo passato ce la ricorderemo per un pezzo questa salita!

9 Il Cervino 4478 m di Mauro Floredan Il Cervino rappresenta un po il simbolo dell alpinismo, per le sue forme inconfondibili che lo rendono la montagna perfetta per far salire la voglia di scalare e raggiungerne la cima. Mentre il Monviso è un po il padre per noi torinesi, ci appare ovunque, è pressoché sempre presente in ogni panorama, da ogni cima, lontano o vicino, il Cervino invece sembra volersi nascondere. Ma sempre, in ogni gita, raggiunta una cima o un colle, siamo lì a cercarlo e voler essere i primi a farlo notare. Almeno, per me è così. Avevo già provato l anno scorso a salirlo ma era stata una decisione troppo improvvisata. Mi ero alzato un sabato, svegliato dal vento forte, fuori una bellissima stellata. L idea, lo zaino velocemente, colazione, doppia, anzi tripla contando le soste fino a Cervinia. Mi era apparso all improvviso, come appare a tutti, appena dopo Antey St. Andrè bianco, enorme, inaccessibile. Avevo tentato comunque la salita, attirato dal cielo blu, che mi invitava ad avvicinarmi. Sembrava un ottomila quella montagna, incrostata di ghiaccio. Raggiunta a fatica la capanna Carrel, sotto un vento gelido e con tratti ghiacciati era stata già dura scendere a Cervinia il giorno dopo da lì, dopo una notte insonne e gelida, insieme ad almeno 50 persone. Quest anno ci sono tornato, dopo tre giorni di trekking nelle marittime, con cielo blu e caldo anomalo, passati a camminare senza pensare alle alte vette della Valle d Aosta. Evidentemente la nostra mente lavora anche senza accorgercene perché, il giorno dopo il rientro a Torino, avevo di nuovo lo zaino pronto. Solita notte di vento, stellata, previsioni di tempo stabile, solita colazione prolungata. Insomma anche quest anno non è che sia stata meno improvvisata. Ma in fondo anche io ero e sono la solita persona dell anno scorso. Incontro due simpatici alpinisti del Sud Tirolo a Cervinia. Mi chiedono scusa, sai dove si passa per andare sul Cervino?. La domanda era sicuramente da prendere come sai dove parte il sentiero per la capanna? ma io quella mattina indicai la cima e gli dissi E lassù, si vede anche la capanna sulla cresta. Ci siamo ritrovati in serata al rifugio, chiamiamolo così, Carrel e condiviso un pezzo di salita, scambiati mail per le foto e quell amicizia che nasce in pochi minuti, come non potrebbe succedere in centro città. Il rifugio è una baracca piena di tiranti, strumenti che rilevano l inclinazione e i cedimenti, un posto allegro insomma. Però haun ottima terrazza con spettacolare vista su Cervinia, la nord della Dent d Herens e un anfiteatro di ghiaccio, creste e famose vette. La salita, dunque, devo proprio dire qualcosa suppongo. Una serie di corde fisse nuove e spit in alcuni tratti, nulla, nemmeno segni di vernice per altri lunghi tratti, penso con l intenzione di mantenere curati solo i passaggi storici, che ormai tutti conoscono: la corda della sveglia, la gran corda, la scala Jordan, ecc. La corda fissa appena sotto la capanna Carrel è il passaggio più duro, a mio avviso. Il colle del Leone, il posto meno appetibile per una sosta merenda. Per tutto il resto, meglio leggere qualche recensione e relazione dettagliata. Io ne ho lette tantissime, era ora di andarci. Da solo, sulla via italiana, follia per alcuni, progetto realizzato grazie ad allenamenti ed esperienza, penso io. Ma volete togliere il sapore di raggiungere la cima italiana, toccare la croce, pensando a quanti famosi alpinisti, hanno provato lo stesso mio stupore, visto lo stesso panorama, compreso il grande Bonatti? E sono convinto anche che molti hanno pensato quello che ho pensato io Adesso dovrei anche scendere in qualche modo, dopo aver guardato in tutte le direzioni da quella vertiginosa balconata. Non c era nessuno in cima, ho avuto questo privilegio, solo un alpinista fermo sulla cima svizzera per pochi secondi, poi la solitudine e il vento. Ho incontrato in discesa alcuni alpinisti che avevo superato in salita, compresi i ragazzi tirolesi. L occasione per qualche foto e le strette di mano. Poi discesa nella nebbia, forse la parte più avventurosa. Compresa una doppia in cui mi sono ritrovato faccia a valle ad ammirare Cervinia molto sotto di me, proprio in un momento in cui la nebbia si era diradata. Forse un ultimo regalo che la montagna ha voluto farmi. Ci tornerò, magari con amici, anzi, sicuramente con amici, perché è un esperienza e un emozione che dev essere condivisa. Visolotto 3348 m di Flavio Coffano In discesa dal Cervino Foto Mauro Floredan Venerdì 14 settembre, h 19 circa: Mauro son Flavio! Com è? Ciao Flavio. Eh, bene dai mi risponde, come sempre. Facciamo qualcosa domani? gli chiedo. Seguono 25 minuti buoni di telefonata per decidere dove andare: il meteo è ottimo ma a causa delle nevicate abbondanti di inizio settembre molte mete ambite non sono in condizioni. Cosa facciamo, cosa non facciamo sempre il solito dilemma. Alla fine Mauro se ne esce con una delle sue: Potremmo fare il Visolotto in giornata! Eh, dai! rispondo io. Mauro: Bene, allora ci troviamo alle h 3.30 al solito parcheggio Caspita penso tra me e me ma in fondo me lo aspettavo. Sabato 15 settembre, ore 3.30 puntuali. Ci scambiamo i soliti saluti un po assonnati e partiamo per la Val Varaita. Stavolta alla nostra allegra comitiva si aggrega Fabrizio, un simpatico ragazzo conosciuto il week-end precedente durante la gita sociale GEAT al Monviso. Ore 6 del mattino, arriviamo alla frazione Castello. Scendere dalla macchina è uno shock termico: l estate sta davvero finendo. Ci prepariamo in fretta e furia, al buio, e poi subito su dalle rampe iniziali del sentiero almeno ci si scalda! Risaliamo il vallone del Vallanta. Pascoli, alpeggi, silenzio, primi colori autunnali ed il Visolotto che si staglia possente in fondo alla valle. Mi fermo, respiro a fondo, sorrido, poi guardo la nostra montagna, che da quella prospettiva sembra inaccessibile, e riprendo a

10 camminare con passo costante. Alle ore 8 raggiungiamo il Rifugio Vallanta, in perfetto orario, e ripartiamo dopo una breve sosta. Passano solo 30 minuti e ci rendiamo conto di avere sbagliato strada: la neve ha ricoperto l esile traccia del sentiero che porta al Colle delle Cadreghe e noi siamo passati oltre senza accorgercene. Diamine, ora che si fa? Torniamo indietro? No, testardi intraprendiamo un lungo traverso per non perdere quota e dopo altri 20 minuti circa ci troviamo ai piedi del nevaio del colle. Siam già stanchi ma Mauro ci sprona: Forza ragazzi, è tardi!. Impugniamo la picca e attacchiamo il ripido pendio senza ramponi. La neve tiene ancora, ma che fatica ragazzi! In vetta al Visolotto Foto di Flavio Coffano Ore 10 circa, arriviamo finalmente alla base della parete che, nonostante la stagione e l esposizione a sud, è già bella carica di neve. Mentre mangiucchiamo qualcosa, scrutiamo la roccia cercando di intuire la via di salita. Ecco un ometto, andiamo dice Mauro. Risaliamo lentamente i pendii e le cengie ricoperte di neve. Il percorso non è segnato. Più volte ci fermiamo per leggere la relazione ma, nonostante tutto, sbagliamo strada. Per ben due volte inizio a pensare che falliremo Poi però, calandomi con una doppia dalla via di salita, intravedo in alto a destra una sosta: Mauro, è lassù la via, la vedi?. Attendo che Fabrizio e Mauro si calino. E lassù la via, la vedete? gli ripeto. Sì risponde Mauro dai vai su tu. Mi fermo stupito. E la prima volta che Mauro mi lascia andare da primo. L idea mi esalta ma, al tempo stesso, mi sento responsabile. Poi però parto in quarta. Dopo altre 2 ore di scalata, annaspando in 50 cm di neve, quasi senza accorgermene, arrivo al colletto della cresta sommitale E fatta! penso. Soddisfatto lancio un urlo: E fatta ragazzi! E fatta! Di fronte a me la Pianura Padana, il Monte Rosa, il Bianco, il Cervino, montagne e ancora montagne all orizzonte. Dietro di me, impressionante, la parete nord del Monviso che senza preavviso rilascia ruggendo scariche di pietre. Mi fermo, tolgo il casco, e alzando la testa al cielo blu cobalto, penso che per me è questa la felicità. Pochi minuti dopo arriva Fabrizio: E allora?! gli dico Che figata! mi risponde E la prima volta che faccio un cosa del genere! In che senso? gli chiedo E la mia prima uscita alpinistica! risponde in fibrillazione Caspita!, penso tra me e me complimenti bello! Il resto è normale routine: le foto di vetta, la discesa in doppia, la neve che sfonda, l eterno sentiero di rientro e l arrivo alla macchina alle h 22. Rientriamo a Torino alle h 23.50, stravolti, dopo quasi 16 ore ininterrotte di cammino. Qualcuno dice che siamo pazzi, altri ancora che non abbiamo niente di meglio da fare, altri che ci prendiamo gioco della vita. Io dico invece che ci muove una grande passione che ogni domenica ci spinge a nuove sfide sempre consapevoli dei nostri piccoli grandi limiti.

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