EMMANUEL BOVE I MIEI AMICI

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2 EMMANUEL BOVE I MIEI AMICI Traduzione di Beppe Sebaste Feltrinelli

3 Titolo originale dell'opera MES AMIS Flammarion, 1977 Traduzione dal francese di BEPPE SEBASTE Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano Prima edizione in "Impronte" febbraio 1991 ISBN X

4 1. I Quando mi sveglio, la mia bocca è aperta. I denti sono unti: lavarli la sera sarebbe meglio, ma non ne ho mai il coraggio. Agli angoli delle palpebre mi si sono asciugate delle lacrime. Le spalle non mi fan più male. Una ciocca di capelli induriti mi copre la fronte. Li butto all'indietro con le dita aperte. È inutile: come pagine di un libro nuovo, si raddrizzano e mi ricadono sugli occhi. Quando abbasso la testa, sento che la barba mi è cresciuta: mi punge il collo. La nuca tiepida, resta li sulla schiena con gli occhi aperti, le lenzuola tirate fino al mento perché non si raffreddi il letto. Sul soffitto ci sono macchie di umidità: è così vicino il letto. Sotto la carta da parati, in certi punti passa dell'aria. I mobili assomigliano a quelli esposti dai robivecchi, lungo i marciapiedi. Il tubo della stufa è fasciato da imo straccio, come un ginocchio. In alto, sopra la finestra, un avvolgibile rotto pende di traverso. Quando mi allungo, sento contro la pianta dei piedi le sbarre verticali del letto, come un equilibrista sulla corda. I vestiti, che mi pesano sopra le gambe, sono tiepidi e piatti da una parte soltanto. I lacci delle scarpe sono senza punte. Se piove la camera diventa fredda. È come se non vi abbia dormito nessuno. L'acqua, scivolando per tutta la superficie del vetro, corrode lo stucco e forma una pozzanghera per terra. Quando il sole sfavilla da solo nel cielo proietta la sua luce dorata al centro della stanza. Allora le mosche tracciano sul pavimento mille linee rette. Ogni mattina, la mia vicina canta senza le parole mentre sposta i mobili. La sua voce è attutita dalle pareti. Ho l'impressione di essere dietro a un grammofono. Spesso la incrocio nelle scale. Fa la lattaia. Alle nove torna per riordinare la casa. Il feltro delle sue pantofole è macchiato da gocce di latte. Mi piacciono le donne in pantofole: le gambe hanno l'aria più indifesa. In estate le si vedono le mammelle e le spalline della sottoveste, sotto la camicetta. Le ho detto che l'amavo. Lei ha riso, sicuramente perché non ho un bell'aspetto e sono povero. Preferisce gli uomini che portano un'uniforme. L'hanno vista: aveva una mano sotto il cinturone di una guardia repubblicana. Un vecchio occupa un'altra stanza. È ammalato gravemente: tossisce. Sulla punta del suo bastone c'è un pezzo di gomma. Le scapole gli fanno due gobbe sulla schiena. Ha una vena in rilievo che gli attraversa la tempia, tra l'osso e la pelle. La giacca non gli tocca più le anche: saltella come se le tasche fossero vuote. Il poveruomo sale i gradini uno per volta, senza lasciare mai la ringhiera. Quando lo vedo aspiro quanta più aria possibile, per oltrepassarlo senza dover riprendere fiato. La domenica viene a trovarlo sua figlia. È elegante. Le fodere del suo paltò sembrano le piume di un pappagallo. Sono così belle che mi chiedo sempre se non sia alla rovescia. Quanto al cappello, esso ha un grande valore perché, quando piove, viene sempre in taxi. Questa signora sa di profumo, di profumo vero, non di quello che vendono nei tubetti di vetro. Gli inquilini della mia casa la odiano. Dicono che, invece di fare la bella vita, sarebbe meglio che togliesse il padre dalla miseria. Anche la famiglia Lecoin abita sul mio pianerottolo. La mattina presto fanno suonare una sveglia. Al marito io non piaccio. Però con lui sono gentile. Ce l'ha con me perché mi alzo tardi. Con gli abiti da lavoro avvolti sotto il braccio, tutte le sere torna a casa verso le sette, fumando una sigaretta inglese - ciò che fa dire alla gente che gli operai si guadagnano bene da vivere. È alto e muscoloso. Basta un complimento per servirsi della sua forza. L'anno scorso ha portato giù il baule della signora del terzo piano, anche se a fatica, perché il coperchio non si chiudeva.

5 Quando qualcuno gli rivolge la parola si mette a fissarlo, perché immagina che voglia prenderlo in giro. Al minimo sorriso dice: "Lei sa... quattro anni di guerra... io. I tedeschi non me l'hanno fatta... Non sarà mica lei a farmela..." Un giorno, passandomi vicino ha detto sottovoce: "Fannullone!" Sono diventato pallido e non ho saputo che cosa rispondere. La paura di avere un nemico m'impedì di dormire per una settimana. Pensavo che mi volesse picchiare, che mi odiasse a morte. Eppure, se solo il signor Lecoin sapesse come amo i lavoratori, come ho compassione della loro vita. Se sapesse quante privazioni mi costa la mia piccola indipendenza. Ha due figlie che picchia soltanto con le mani, per il loro bene. Dietro le ginocchia hanno dei tendini. Il loro cappello è tenuto da un elastico. Mi piacciono i bambini, così, quando incontro quelle due monelline, rivolgo loro la parola. Allora camminano all'indietro, e bruscamente, senza rispondermi, si mettono a scappare. Ogni martedì la signora Lecoin lava le scale. Il rubinetto scorre tutto il giorno. Man mano che le brocche si riempiono cambia il rumore. La sottana della signora Lecoin è fuori moda. La sua crocchia è così stretta che si vedono tutte le forcine. Spesso fissa lo sguardo su di me, però io non mi fido, perché è molto probabile che voglia tendermi una trappola. D'altronde è senza petto. Appena uscito dalle lenzuola mi siedo sul bordo del letto. Le gambe mi penzolano a partire dal ginocchio. I pori delle cosce sono neri. Le unghie dei piedi sono dure e taglienti: un estraneo le troverebbe brutte. Mi alzo. La testa mi gira, ma la vertigine scompare quasi subito. Quando c'è il sole, una nuvola di polvere che scappa dal letto brilla un minuto nei raggi, come la pioggia. Per prima cosa mi metto le calze, altrimenti mi si incollano dei fiammiferi alla pianta dei piedi. Appoggiandomi a una sedia mi infilo i pantaloni. Prima di mettermi le scarpe esamino le suole, per rendermi conto della loro durata. Dopo metto sul secchio della toeletta la bacinella dell'acqua, che ha l'orlo dello sporco del giorno prima. Ho la mania di lavarmi piegato, a gambe aperte, con le bretelle agganciate solo dietro. Al reggimento mi lavavo così dentro la marmitta del rancio. La bacinella è così piccola che quando immergo entrambe le mani l'acqua si rovescia. Il sapone non fa schiuma: è troppo sottile. Uso un solo asciugamano per le mani e la faccia. Se fossi ricco, farei la stessa cosa. Una volta lavato mi sento meglio. Respiro dal naso. I denti sono nitidi. Le mani mi rimarranno bianche fino a mezzogiorno. Metto il cappello. L'orlo è ondulato dalla pioggia. Il nastro è alla moda: è messo dietro. Appendo lo specchio alla finestra. Mi piace guardarmi in faccia alla luce. Mi trovo più bello. Gli zigomi, il naso e il mento sono illuminati; un'ombra annerisce il resto del volto. Si direbbe che sono stato fotografato al sole. Bisognerebbe che non mi allontanassi mai dallo specchio, perché è di qualità scadente. A distanza mi deforma l'immagine. Mi esamino accuratamente le narici, l'angolo degli occhi, i molari. Questi ultimi sono cariati. Non cadono mai, si rompono. Aiutandomi con un altro specchio cerco di sorprendere il mio profilo. Allora ho l'impressione di essere sdoppiato. Gli attori del cinema conoscono sicuramente questo piacere. Poi apro la finestra: la porta si mette a vibrare, la stampa del '14-'18 si muove contro il muro. Sento battere dei tappeti. Vedo dei tetti azzurri di zinco, dei camini, una bruma che si muove mentre un raggio di sole la trafigge, e la torre Eiffel con l'ascensore in mezzo. Prima di uscire do un'occhiata alla camera. Il letto è già freddo. Dal guanciale escono a metà delle piume. Nelle gambe della sedia ci sono dei buchi per le sbarre di legno. Le due sezioni del tavolo tondo sono sbilenche. Quei mobili mi appartengono. Me li ha regalati un amico prima di morire. Li ho disinfettati io stesso con lo zolfo, perché ho paura delle malattie contagiose. Nonostante queste precauzioni, per molto tempo ho avuto paura. Voglio vivere. Indosso il soprabito. Faccio fatica, perché la fodera delle maniche è scucita. Metto il libretto militare, la chiave e il fazzoletto sporco, che scricchiola quando lo piego, nella tasca

6 sinistra. Ho una spalla più alta: il peso di questi oggetti la dovrebbe abbassare. La porta non si apre del tutto. Per uscire mi abbottono e passo di traverso. Le piastrelle del pianerottolo sono crepate. Una sbarra di ferro con tre buchi pende dal finestrino. La ringhiera delle scale finisce nel muro, senza pomelli di vetro. Scendo le scale rasente il muro, dove i gradini sono più larghi. Per non sporcare le mani evito di tenermi alla ringhiera. Alle serrature delle porte ci sono mazzi di chiavi penzolanti. Mi sento leggero, come il primo giorno di uscita senza soprabito. L'acqua della bacinella mi bagna ancora le ciglia e il fondo delle orecchie. Compiango quelli che dormono ancora. Incontro sempre la portinaia. Appoggia gli zerbini sulla ringhiera per scopare sui pianerottoli, oppure strofina un corridoio con uno spazzolone giallo. Le dico buongiorno. Lei mi risponde appena, guardandomi le scarpe. Lei vorrebbe essere sola nella casa, dopo le otto. 2. Abito a Montrouge. Gli edifici nuovi della mia strada hanno ancora l'odore di pietra tagliata. La mia casa, invece, non è nuova. Il gesso della facciata cade a pezzi. Le finestre sono attraversate da delle travi di sostegno. Il tetto fa da soffitto all'ultimo piano. Le imposte si fissano al muro con un gancio, quando non c'è vento. L'architetto non ha scolpito il suo nome sopra il numero. Di mattina la strada è tranquilla. C'è una portinaia che scopa per terra, davanti alla sua porta soltanto. Quando le passo vicino respiro col naso, per via della polvere. Dalle finestre socchiuse spio gli appartamenti del pianterreno. Vedo delle piante verdi che sono state appena annaffiate, dei paralumi fatti con bossoli di granata rossastri e rilucenti, delle lame di parquet sottili e tirate a cera, disposte a zig zag. Quando il mio sguardo incontra quello di un inquilino, sono imbarazzato. A volte un panno bianco si muove ad altezza d'uomo dietro una tenda: qualcuno si lava. Prendo il caffè in un barettino sotto casa. Lo zinco del banco ha il bordo ondulato. Nel pavimento lavato con lo straccio si indovina l'età del legno. Un grammofono, che andava prima della guerra, è girato contro il muro. Ci si chiede che cosa ci faccia lì, visto che non funziona. Il barista è gentile. È piccolo come un soldato che sta in coda al reggimento. Ha un occhio di vetro che imita così bene quello vero, che non so mai quale sia quello buono - il che è fastidioso. Mi pare che si offenda quando gli guardo l'occhio finto. Mi ha giurato di essere stato ferito in guerra. Ma si dice che fosse già orbo nel Il brav'uomo si lamenta in continuazione. Gli affari non vanno più. Ha un bell'asciugare i bicchieri davanti ai clienti, dire "Grazie, signore; arrivederci, signore; lasci pure aperto": non viene nessuno. Vorrebbe che la guerra fosse dimenticata. Rimpiange l'anno A quell'epoca, pare, la gente era onesta, socievole. L'esercito si faceva rispettare. Si poteva fare credito. Ci si interessava ai problemi sociali. Quando parla di queste cose, tutt'e due gli occhi - falsi - gli diventano umidi, e le ciglia si uniscono tra loro formando delle piccole ciocche. L'anteguerra si è oscurato così in fretta che non riesce a credere che è ormai solo un ricordo. Anche noi affrontiamo insieme i problemi sociali. Ci tiene. Per lui è la prova che la guerra non l'ha cambiato. Ogni giorno mi assicura che in Germania, paese meglio organizzato del nostro, non esistono più mendicanti. I ministri francesi dovrebbero vietare la mendicità. "Ma è vietata!" "Ma andiamo! E tutti quegli straccioni che vendono lacci da scarpe! Sono più ricchi di lei e di me." Siccome non mi piace litigare, mi guardo bene dal rispondere. Mando giù il caffè, che una goccia di latte ha fatto diventare marrone, pago ed esco. "A domani!" grida mentre ripone la tazza ancora calda sotto un filo d'acqua che si può chiudere solo dalla cantina.

7 Più lontano c'è una drogheria. Il padrone mi conosce. È così grasso che il suo grembiule è più corto davanti che dietro. Gli si vede la pelle sotto i capelli a spazzola. I baffi "all'americana" gli turano le narici e devono impedirgli di respirare dal naso. Davanti al negozio ha un banco piuttosto stretto - per maggior prudenza - con sopra sacchi di lenticchie, prugne secche e vasi di caramelle. Per servire viene fuori, ma pesa all'interno. Un tempo, quando restava sulla soglia, ci mettevamo a parlare. Mi chiedeva se avevo trovato qualcosa, oppure mi diceva che avevo un'ottima cera. Poi rientrava facendomi un segno con la mano che voleva dire: "A un'altra volta". Un giorno mi pregò di aiutarlo a trasportare una cassa. Avrei acconsentito volentieri, ma ho sempre avuto paura delle ernie. Rifiutai balbettando: "Non sono forte, sono un grande invalido." Dopo quell'incidente non mi ha più rivolto la parola. Nella mia strada c'è anche una macelleria. Dei quarti di carne sono appesi per i tendini a degli uncini d'argento. Il banco da lavoro è consumato al centro, come uno scalino. Dei filetti di bue legati tra loro sanguinano su della carta gialla. La segatura s'incolla ai piedi dei clienti. I pesi forbiti sono allineati in ordine di grandezza. C'è anche una griglia, come se temessero che la carne possa scappare. Di sera, attraverso la griglia verniciata di rosso, vedo delle piante verdi sul marmo nudo dell'entrata. Il padrone della macelleria non si ricorda di me: ho comprato soltanto quattro soldi di scarti per un gatto scabbioso, l'anno scorso. La panetteria è tenuta bene. Tutte le mattine una ragazza lava l'entrata. Dei rivoli d'acqua scorrono lungo il marciapiede. Dalla vetrina si vede la bottega intera, con gli specchi e le decorazioni di legno stile Luigi XV, e le torte messe sopra dei piatti di fil di ferro. Sebbene la panetteria sia frequentata solo da persone agiate, io faccio parte della clientela, tanto il pane costa uguale dappertutto. Spesso mi fermo davanti a una merceria dove i monelli del quartiere comprano i petardi. Fuori, su un tavolo, ci sono dei giornali piegati di cui si può leggere solo la metà del titolo. Soltanto "l'excelsior" è disteso come una tovaglia. Guardo le immagini. Le foto troppo grandi raffigurano sempre le stesse cose: un ring, una rivoltella con le cartucce. Appena la merciaia mi vede arrivare esce dal negozio, seguita da un odore di giocattoli dipinti e di cotone nuovo. È magra e vecchia. I vetri dei suoi occhiali sembrano lenti d'ingrandimento. Una reticella da bambinaia le imprigiona la crocchia di capelli secchi. Le sue labbra sono rientrate nella bocca e non ne escono più. Il grembiule nero le modella un ventre che sembra fuori posto. Per cambiare cinque franchi scompare nel retrobottega. Le chiedo come sta. Non rispondermi sarebbe troppo scortese; così scuote la testa. La porta che ha lasciato aperta mi fa capire che aspetta che me ne vada. Un giorno ho sollevato il giornale per leggere dei caratteri molto piccoli. "Costa tre soldi." Mi venne voglia di farle sapere che avevo fatto la guerra, che ero un invalido, avevo la medaglia militare e prendevo la pensione, ma capii subito che sarebbe stato inutile. Andandomene ho sentito la porta che si chiudeva con un rumore di parafango. Sono costretto a passare davanti alla latteria dove lavora la mia vicina. Mi disturba, perché sicuramente ha raccontato della mia dichiarazione d'amore. Devono farsi beffe di me. Allora cammino più in fretta, distinguendo, con un colpo d'occhio, dei pani di burro striati con un filo, dei paesaggi sulla carta dei camembert e una retina sopra le uova, a causa dei ladri.

8 3. Quando mi viene la voglia di lusso vado a passeggiare intorno alla Madeleine. È un quartiere ricco. Le strade odorano di lastricato di legno e di tubi di scappamento. Il turbine di gas che segue gli autobus e i taxi mi schiaffeggia il volto e le mani. Davanti ai caffè, le voci che percepisco un istante sembrano uscire da un altoparlante che gira. Resto in contemplazione delle automobili ferme. Le donne lasciano una scia di profumo. Attraverso i viali solo quando un agente interrompe il traffico. Immagino che malgrado i miei abiti logori le persone sedute ai tavoli nelle terrazze mi notino. Una volta, una signora seduta di fronte a una teiera minuscola mi ha osservato. Felice, colmo di speranza, sono tornato sui miei passi. I clienti però hanno sorriso, e il cameriere mi ha i cercato con gli occhi. Mi sono ricordato a lungo di quella sconosciuta, della sua gola, dei suoi seni. Di sicuro le ero piaciuto. A letto, quando udivo suonare mezzanotte, ero certo che lei mi pensasse. Ah, come vorrei essere ricco! Il collo di pelliccia del mio soprabito susciterebbe ammirazione, soprattutto in periferia. La giacca mi starebbe aperta. Una catenina d'oro mi attraverserebbe il gilet; un'altra d'argento congiungerebbe il borsellino alle bretelle. Il portafogli si troverebbe nella tasca posteriore dei pantaloni, come quello degli Americani. Un orologio da polso mi obbligherebbe a fare un gesto elegante per guardare l'ora. Metterei le mani nelle tasche del gilet coi pollici in fuori, e non come fanno i nuovi ricchi, lungo i risvolti. Avrei un'amante, un'attrice. Andremmo insieme a prendere l'aperitivo nella terrazza del più grande caffè di Parigi. Per farci passare, il cameriere sposterebbe i tavolini come se fossero botti. Un pezzo di ghiaccio galleggerebbe nei nostri bicchieri. Il giunco delle nostre sedie non si spaglierebbe. Andremmo a cenare in un ristorante con le tovaglie e dei fiori di diversi steli. Lei entrerebbe per prima. Degli specchi ben lustri rimanderebbero cento volte il mio profilo, come una fila di lampioni a gas. Quando il direttore s'inchinerebbe per salutarci, lo sparato gli si inarcherebbe dal colletto alla pancia. Il violinista indietreggerebbe un po', poi si slancerebbe in avanti sulla pedana, dondolando. Delle ciocche di capelli gli ballerebbero sugli occhi, come se fosse uscito da un bagno. A teatro occuperemmo un palco. Sporgendomi potrei toccare il sipario. Da tutta la sala ci osserverebbero coi binocoli. Di colpo, le luci della ribalta, dietro le abat-jour di zinco, illuminerebbero il palcoscenico. Scorgeremmo il profilo delle scenografie e, dietro le quinte, degli attori immobili. Un cantante di mondo, con i lustrini, alla fine di ogni strofa ci lancerebbe uno sguardo. Poi una ballerina compirebbe delle evoluzioni sulle punte dei piedi. Le luci rosse, verdi e gialle dei fari che la seguono, le scivolerebbero via docilmente, lievi, come la patina di colori delle illustrazioni a buon mercato. Al mattino andremmo al Bois de Boulogne, in taxi. Vedrei i gomiti dell'autista che si muovono. Dai vetri sobbalzanti delle portiere distingueremmo li persone ferme da quelle che sembra che camminino lentamente. Quando, dentro una curva, il taxi ci sposterebbe facendoci scivolare sul sedile, ci scambieremmo un bacio. Una volta arrivati scenderei per primo, abbassando la testa, poi porgerei la mano alla mia compagna. Pagherei senza guardare il tachimetro. Lascerei la porta aperta. Verremmo spiati dai passanti; farei finta di non accorgermene. Riceverei la mia amante in una garçonnière, al pianterreno di una casa nuova. Delle palme piatte di ferro forgiato proteggerebbero la porta del palazzo. Il campanello brillerebbe in mezzo a una targa di bronzo. Già dall'ingresso si riconoscerebbe, in fondo al corridoio, il legno rosso di un ascensore.

9 Al mattino mi farei una doccia. La mia biancheria saprebbe di ferro da stiro. Due bottoni sganciati nel gilet mi darebbero un'aria disinvolta. La mia amante arriverebbe alle tre. Le toglierei il cappello. Ci siederemmo su un divano. La bacerei sulle mani, sui gomiti, sulle spalle. Dopo sarebbe l'amore. Ormai ebbra, la mia amante si lascerebbe cadere. I suoi occhi ruotanti mostrerebbero il bianco. Le slaccerei il corpetto. Avrebbe indossato, per farmi piacere, una camicetta col pizzo. Poi si abbandonerebbe sussurrando parole d'amore, e mi bagnerebbe il mento a forza di baci. LUCIE DUNOIS A volte mangio alla mensa dei poveri del V Arrondissement. Sfortunatamente non mi piace molto, perché siamo troppo numerosi e bisogna arrivare in orario. In qualunque stagione facciamo la coda sul marciapiedi, lungo un muro. I passanti ci squadrano. È sgradevole. Preferisco la piccola bottiglieria delle rue de Seine, dove mi conoscono. La padrona si chiama Lucie Dunois. Il suo nome, in maiuscole di smalto, è incollato alla vetrina. Mancano tre lettere. Lucie ha la pinguedine del bevitore di birra. Un anello di alluminio, ricordo del marito morto al fronte, le orna l'indice della mano sinistra. Le sue orecchie sono molli. Le sue scarpe sono senza tacco. Tutti i momenti si soffia sui capelli che le scappano dalla crocchia. Quando si piega, la gonna le si apre di dietro come una castagna. Le sue pupille non sono in mezzo agli occhi, ma troppo alte, come negli alcoolizzati. La sala sa di botti vuote, di topi, di risciacquatura. Sul tubo del gas c'è un'elica di amianto che non gira. Di notte il becco illumina fin sotto i tavoli. Un manifesto - Legge sulla repressione dell'ubriachezza - è attaccato al muro, bene in vista. Dall'elenco telefonico vengono fuori delle pagine. Uno specchio macchiato, graffiato dietro, decora una parete. Mangio all'una: il pomeriggio mi sembra meno lungo. Due muratori in camicia bianca, le guance sporche di gesso, bevono un caffè che per contrasto sembra molto nero. Mi metto in un angolo, il più lontano possibile dall'entrata: odio sedermi vicino a una porta. Dove sono seduto io hanno mangiato prima degli operai. Il tavolo è sporco di gusci d'uova e delle carte di un formaggino svizzero. Lucie è gentile con me. Mi porta una minestra tutta fumante, del pane fresco che si sbriciola, un piatto di verdura e a volte un pezzo di carne. Finito di mangiare, il grasso mi resta attaccato alle labbra. Ogni tre mesi, quando prendo la pensione, do cento franchi a Lucie. Non deve guadagnarci molto con me. La sera aspetto che tutti i clienti siano usciti, perché sono io a chiudere la bettola. Spero sempre che Lucie mi trattenga. Una volta mi ha detto di restare. Dopo avere abbassato la saracinesca con un'asta, rientrai carponi nel locale. Il fatto di trovarmi in una bottega chiusa al pubblico mi fece un'impressione strana. Non mi sentivo a mio agio. La gioia dissipò questi pensieri. Adesso scrutavo con più indulgenza quella che sicuramente sarebbe diventata la mia amante. Non doveva piacere molto agli uomini, ma era pur sempre una donna, con dei seni grossi e fianchi più larghi dei miei. E poi mi amava, perché mi aveva chiesto di restare. Lucie stappò una bottiglia impolverata, si lavò le mani con del sapone minerale e venne a sedermisi di fronte. Dell'unto le luccicava ancora sull'anello e intorno alle unghie. Mio malgrado, tendevo l'orecchio ad ogni rumore della strada.

10 Eravamo imbarazzati, perché lo scopo troppo visibile della mia presenza sopravanzava la nostra intimità. "Beviamo," disse asciugando il collo della bottiglia col grembiule. Chiacchierammo un'ora. L'avrei baciata volentieri se non avessi dovuto fare il giro del tavolo. Era meglio aspettare un'occasione più favorevole, soprattutto per un primo bacio. D'un tratto mi chiese se conoscevo la sua camera. Naturalmente risposi: "No". Ci alzammo. Un brivido mi fece stringere i gomiti. Prima di tirare la cordicella della lampada a gas, accese una candela. Le gocce di cera che le caddero sulle dita seccarono subito. Le fece saltare con l'unghia, senza spezzarle. La fiamma della candela vacillò nella cucina, poi si appiattì mentre salimmo le scale, ripide come pioli, che conducevano alla camera. La seguivo con la mente vuota, camminando istintivamente con la punta dei piedi. Abbassò la candela per illuminare il buco della serratura, poi aprì la porta. Le persiane della camera erano chiuse, come di sicuro lo erano state tutto il giorno. I panni del letto pendevano dallo schienale di una sedia. Si vedevano le strisce rosse del materasso. L'armadio era semiaperto. Pensai che i risparmi di Lucie dovevano essere là dentro, sotto una pila di biancheria. Per delicatezza, guardai da un'altra parte. Mi mostrò gli ingrandimenti fotografici che ornavano le pareti, poi si sedette sul letto. La raggiunsi. "Come trova la mia camera?" "Molto bella." All'improvviso la strinsi, come per impedirle di cadere. Non si difese. Incoraggiato dal suo atteggiamento la baciai mille volte, mentre con una mano la spogliavo. Mi sarebbe piaciuto, alla maniera dei grandi innamorati, staccarle i bottoni e strapparle il vestito, ma il timore che mi facesse un'osservazione mi trattenne. Ben presto le restò solo il busto. Le stecchette erano storte. Un laccio le legava la schiena. I seni si toccavano. Le slacciai il busto tremando. La camicetta aderì per un attimo alla vita, poi cadde. Lo tolsi a fatica, perché il collo troppo stretto non passava dalle spalle. Le lasciai solo le calze, perché secondo me è più bello. Del resto sui giornali le donne svestite hanno sempre le calze. Finalmente apparve nuda. Le sue cosce traboccavano sopra le giarrettiere. La colonna vertebrale le ammaccava la pelle all'altezza delle reni. Era vaccinata sulle braccia. Persi la testa. Dei brividi mi corsero lungo il corpo, simili a quelli che scuotono le gambe dei cavalli. L'indomani mattina, verso le cinque, Lucie mi svegliò. Era già vestita. Non osavo guardarla perché, prima dell'alba, non sono bello. "Sbrigati, Victor, bisogna che scenda." Anche se mezzo addormentato, capii subito che non voleva lasciarmi solo nella camera: non si fidava di me. Mi vestii in fretta e, senza lavarmi, la seguii nelle scale. Richiuse la porta a chiave. "Va' a sollevare la grata." Ubbidii, poi mi sedetti, sperando che mi offrisse un caffè. "Puoi andare, fra poco arrivano i clienti." Anche se adesso era la mia amante, me ne andai senza chiedere nulla. Da allora, quando vengo a mangiare, lei mi serve come al solito, né più né meno.

11 1. HENRI BILLARD La solitudine mi pesa. Vorrei avere un amico, un vero amico, oppure un'amante a cui confiderei le mie pene. Quando si erra tutto il giorno, senza parlare, la sera ci si sente stanchi nella propria stanza. Per un po' di affetto dividerei quello che possiedo: i soldi della pensione, il mio letto. Sarei così delicato con la persona che mi fosse amica. Non la contrarierei mai. I suoi desideri sarebbero i miei. La seguirei dappertutto, come un cane. Avrebbe solo da dire una battuta, e io riderei; qualcosa la renderebbe triste, e io piangerei. La mia bontà è infinita. Eppure, le persone che ho conosciuto non hanno saputo apprezzarla. Billard non più degli altri. Ho conosciuto Henri Billard in un assembramento davanti a una farmacia. Gli assembramenti nelle strade mi provocano sempre apprensione. Il timore di trovarmi davanti a un cadavere ne è la ragione. Ciononostante, un bisogno che non è curiosità dirige i miei piedi. Pronto a chiudere gli occhi, tento mio malgrado di aprirmi un varco. Non mi lascio sfuggire nessuna esclamazione dei curiosi: cerco sempre di sapere prima di guardare. Una sera, verso le sei, mi trovai in mezzo ad una folla, così vicino al poliziotto che la tratteneva da poterne distinguere il battello della città di Parigi sui suoi bottoni d'argento. Come sempre in ogni assembramento, delle persone spingevano da dietro. Nella farmacia, di fianco alla pesa, stava seduto un uomo privo di sensi, con gli occhi aperti. Era così basso che la sua nuca appoggiava contro lo schienale della sedia, mentre le gambe gli penzolavano come un paio di calze stese ad asciugare, la punta rivolta per terra. Ogni tanto le pupille gli facevano il giro degli occhi. Un gran numero di macchie gli lustrava il davanti dei pantaloni. Una spilla gli chiudeva la giacca. Le premure del farmacista, il poco conto in cui i curiosi tenevano gli abiti del disgraziato e l'interesse che questi suscitava, mi sembrarono anormali. Una donna, il collo avvolto da un fazzoletto spesso, mormorò guardandosi intorno: "Sarà debolezza". "Non spingete... non spingete," consigliò un uomo anziano. Una commerciante, che intanto spiava la porta aperta del suo negozio, informò il pubblico: "Nel quartiere lo conoscono tutti. È un nano. I veri disgraziati sono orgogliosi, non si fanno notare. Quello lì non è interessante: è uno che beve". Fu allora che il mio vicino, a cui non avevo ancora prestato attenzione, osservò: "Se beve, ha ragione". Questa opinione mi piacque, ma se approvai fu solo quanto bastava perché lo sconosciuto se ne accorgesse. Ecco dove conducono gli eccessi," disse un signore che aveva dei guanti le cui dita erano piatte. "Fino a quando la rivoluzione non avrà spazzato via la società moderna, ci saranno sempre dei disgraziati," profferì un vecchio a voce piuttosto bassa, lo stesso che prima aveva consigliato di non spingere. Il poliziotto, che aveva un'aria enigmatica per via della mantellina che gli occultava le braccia, si voltò, e i perdigiorno si lanciarono tra loro delle occhiate, per far capire di non essere d'accordo con quell'utopista. "Finiscono tutti in quel modo," biascicò una massaia, la cui dentiera si era staccata per un attimo dalle gengive. Un signore, che senza volere imitava le smorfie del nano, approvò scuotendo la testa. "Perché non viene portato all'ospedale?" domandai all'agente. Avrei potuto chiederlo ad uno dei miei vicini. Invece no, preferivo interrogare la guardia. In questo modo mi sembrava che il rigore della legge si sarebbe attenuato soltanto per me. Il nano aveva chiuso gli occhi. Respirava con il ventre. Ogni secondo un brivido gli scrollava le maniche e i lacci delle scarpe. Un filo di saliva gli colava giù dal mento. Dalla camicia semiaperta si vedeva un capezzolo, piccolo e appuntito, come se fosse bagnato. Il pover'uomo stava sicuramente per morire. Spiai il mio vicino. Stava arricciandosi i baffi. Un bottone dorato gli chiudeva il collo della camicia.

12 Basso, magro e nervoso, era simpatico a uno come me, alto sentimentale e indolente. La notte stava calando. I lampioni a gas, anche se già accesi, non illuminavano ancora. Il cielo era di un azzurro freddo. C'erano dei disegni geografici sulla luna. Il mio vicino si allontanò senza salutarmi. Credetti di indovinare dal suo atteggiamento indeciso che sperava che lo raggiungessi. Esitai un momento, come chiunque altro avrebbe fatto al mio posto, visto che dopo tutto non lo conoscevo: la polizia avrebbe potuto benissimo ricercarlo. Poi, senza più riflettere, lo raggiunsi. La distanza era stata così breve che non ebbi il tempo di preparare cosa dire. Dalla mia bocca non uscì alcuna parola. Quanto allo sconosciuto, non si curava di me. Camminava in modo buffo, appoggiando il tacco prima della suola, come un negro. Teneva una sigaretta dietro l'orecchio. Mi rimproverai di averlo seguito; ma vivo solo, non conosco nessuno. L'amicizia sarebbe per me una consolazione così grande. Adesso lasciarlo era impossibile, perché camminavamo uno accanto all'altro nella stessa direzione. Tuttavia all'angolo di una strada mi venne voglia di scappare. Ma non feci nulla. "Hai una sigaretta?" mi chiese all'improvviso. Istintivamente lanciai un'occhiata al suo orecchio, ma, per non urtarlo, abbassai rapidamente lo sguardo. Secondo me avrebbe dovuto prima fumare la sua sigaretta. È anche vero che poteva essersene dimenticato. Gli diedi una sigaretta. L'accese senza informarsi se me ne restassero e continuò a camminare. Io lo seguivo sempre, imbarazzato di fronte ai passanti per la sua indifferenza. Avrei voluto che si voltasse, che mi facesse delle domande, cosa che mi avrebbe permesso di assumere un atteggiamento. La sigaretta che gli avevo offerto aveva rafforzato il nostro rapporto. Non potevo più andarmene. D'altronde preferisco sopportare un fastidio che commettere una scortesia. "Vieni a bere un bicchiere," mi disse fermandosi davanti a una bottiglieria. Rifiutai, non per gentilezza, ma perché temevo che non avrebbe pagato. Mi hanno già fatto questo scherzo, bisogna essere diffidenti, soprattutto con gli sconosciuti. Insistette. Avevo un po' di soldi nel caso che si rifiutasse; entrai. Il padrone, seduto come un cliente, tornò rapidamente dietro il banco. "Buonasera, signori." " Buonasera, Jacob. " Il soffitto della sala era basso come quello di un treno. Sulla cassa c'erano dei biglietti ridotti per un cinema. Il mio compagno domandò un boccale di birra. "E tu, che cosa prendi?" "Come lei." Avrei preferito domandare un liquore, ma la mia sciocca timidezza me lo impedì. Il mio vicino mandò giù un sorso di birra, poi, asciugandosi i baffi pieni di schiuma, mi interrogò: "Come ti chiami?" "Bâton Victor," risposi come al reggimento. "Bâton?" "Sì." "Che nome! " disse facendo il gesto di colpire un cavallo. Lo scherzo non mi era nuovo. Mi stupì da parte di un uomo che sembrava riservato. "E lei, come si chiama?" "Henri Billard." Se la paura di offenderlo non mi avesse trattenuto, avrei preso in giro anch'io il suo nome facendo finta di giocare a biliardo. Il mio compagno aprì un portamonete e pagò.

13 Non avendo sete, feci fatica a finire la birra. All'improvviso mi venne l'idea di offrire qualcosa. Resistetti. Dopotutto Billard non era mio amico. Ma di fronte alla prospettiva di trovarmi solo per strada divenni debole. Feci il vuoto nella mia mente affinché nessuna considerazione mi potesse trattenere e, con una voce che udii come se parlassi da solo, esclamai: "Signore... Beviamo quello che vuole lei". Ci fu un silenzio. Ansioso, ero in attesa della risposta, paventando un sì quanto un no. Finalmente rispose: "Perché dovrei farti spendere dei soldi? Tu sei povero". Balbettai qualcosa per insistere: fu inutile. Billard uscì lentamente, dondolando le braccia e zoppicando un po', di sicuro perché era restato immobile. Lo imitai, zoppicando anch'io senza ragione. "Arrivederci, Bâton." Non mi piace lasciare una persona con cui mi sono intrattenuto senza conoscere il suo indirizzo né dove poterla rivedere. Quando, mio malgrado, mi succede, vivo per molte ore una specie di malessere. Il pensiero della morte, che di solito allontano rapidamente, mi ossessiona. Quella persona, andandosene per sempre, mi ha ricordato, non so perché, che morirò solo. Guardai tristemente Billard. "Beh, andiamo, arrivederci Bâton." "Se ne va?" "Sì." "La rivedrò, magari da queste parti?" "Ma sì." Tornai a casa tutto pensieroso. Per rifiutare quello che gli avevo offerto, Billard doveva veramente avere buon cuore. Sicuramente mi voleva bene e mi capiva. Sono così rari quelli che mi vogliono un po' di bene e mi capiscono! 2. L'indomani, svegliandomi, pensai subito a lui. Riepilogai a letto le fasi del nostro incontro. I tratti di Billard mi sfuggivano. Per quanto cercassi di rammentarmi un volto con dei baffi, dei capelli, un naso, l'espressione non veniva mai. Come sarei contento se diventasse mio amico! Uscimmo insieme la sera. Mangeremmo insieme. Quando mi mancherebbero i soldi lui me li presterebbe e, beninteso, farei lo stesso con lui. Lo presenterei a Lucie. La vita è così triste quando si è soli e si parla soltanto con persone che ci sono indifferenti. La giornata trascorse lentamente. Nonostante il frastuono della città sentii suonare tutte le ore, come di notte quando non si dorme. Vivevo nell'attesa. Ogni momento un sudore freddo mi dava l'illusione che ci fosse dell'aria tra la camicia e il corpo. Il pomeriggio passeggiai in un parco. Poiché conosco i numeri romani mi divertii a calcolare l'età delle statue. Ogni volta fui deluso: non avevano mai più di cento anni. La polvere mi offuscò assai presto il lucido delle scarpe. I cerchi con cui giocavano i bambini giravano su se stessi prima di cadere. Sulle panchine stavano sedute delle persone, schiena contro schiena. Quello che osservavo distraeva soltanto i miei occhi. Nella mia testa c'era Billard. Finalmente giunse la sera. Rifeci le strade che avevamo percorso io e Billard. Mi fece uno strano effetto, perché nella mia testa erano associate ad un assembramento. Non c'era nessuna ragione che mi aveva impedito di andare a zonzo già prima nei pressi del caffè Jacob, ma sapevo che rivedendo Billard alla stessa ora del giorno prima, avrei avuto meno l'aria di cercarlo. Avrebbe supposto che passavo nel suo quartiere tutti i giorni, verso le sei. Il posto non era lontano. Il cuore, battendo, mi faceva sentire la forma del seno sinistro. Ogni secondo mi asciugavo le mani umide sopra le maniche. Un odore di sudore usciva dalla giacca aperta. Immaginavo il padrone dietro il banco, e Billard che stava bevendo una birra, come ieri.

14 Sulla punta dei piedi, le mani sul vetro per non perdere l'equilibrio, vidi sopra la tendina rossa l'interno del caffè Jacob. Billard non c'era. Mi indispettii. Mi ero figurato che Billard, che mi voleva bene, sarebbe venuto con la speranza di parlarmi. Guardai la pendola di un fornaio. Segnava le sei. Non tutto era perduto: poteva darsi che Billard lavorasse. Mi allontanai prendendo la decisione di tornare venti minuti dopo. Lo avrei trovato là di sicuro. Avremmo parlato: avevo tante cose da dirgli. Per ammazzare il tempo girovagai lungo un viale. Gli alberi, cinti da una griglia di ferro, avevano l'aria di stare in piedi come soldatini di piombo. Vedevo i passeggeri nei tram illuminati. I taxi, corti e bui, sobbalzavano sopra il pavé. A forza di accendersi e spegnersi, due insegne non attiravano più l'attenzione. Guardai per una mezz'ora il prezzo delle scarpe, delle cravatte, dei cappelli. Mi fermavo anche davanti alle gioiellerie. Le etichette minuscole erano alla rovescia. È impossibile sapere il prezzo degli orologi e degli anelli senza entrare nelle gioiellerie. Adesso Billard doveva starmi aspettando, perché dopo tutto a me ci teneva, altrimenti non mi avrebbe offerto una birra. Temendo all'improvviso che fosse arrivato e subito ripartito, mi affrettai per tornare al caffè Jacob. Ero contento che fosse notte. Grazie al buio, il padrone e i clienti non mi avrebbero visto. Li avrei osservati dalla strada. E, se Billard non ci fosse stato, non avrebbe letto la delusione sul mio volto. I cento metri che ancora mi restavano da percorrere mi sembrarono interminabili. Avevo voglia di prendere un passo da ginnastica, ma la paura di sembrare ridicolo mi trattenne: non ho mai corso per strada. E poi corro male, come una donna. Giunsi finalmente davanti al bar. Dopo essermi acceso una sigaretta spiai l'interno della sala. Billard non c'era. La vista mi si annebbiò triplicando ai miei occhi ogni passante, le automobili e le case. Capisco che certe persone avrebbero potuto ridere della mia emozione. Quello che era accaduto non avrebbe colpito nessun altro oltre me. Sono troppo sensibile, ecco tutto. Un minuto dopo mi allontanai, completamente abbattuto. Invece di reagire cercai di aumentare la mia tristezza. Mi chiusi in me stesso, facendomi più piccolo e miserabile di quello che sono. Così trovavo una consolazione alle mie disgrazie. Billard non era venuto. Nella vita mi è andata sempre così. Non ha mai risposto nessuno al mio amore. Chiedo solo di amare, di avere degli amici, e resto sempre solo. Mi fanno l'elemosina, poi mi evitano. Il destino non mi ha davvero favorito. Inghiottii la saliva per non piangere. Camminavo dritto davanti a me, una sigaretta ancora spenta sulle labbra, quando vidi un uomo che stava fermo davanti a un lampione. Credetti in un primo momento che si trattasse di un mendicante, perché loro stanno spesso immobili. Improvvisamente dalla bocca mi uscì un grido, involontario come un singhiozzo. L'uomo era Billard. Portava un soprabito sgualcito come quello degli annegati. Vicino al riverbero, alla luce pallida di quel lampione all'aperto, si arrotolava una sigaretta. "Buongiorno, signor Billard." Si voltò, mi guardò e non mi riconobbe, cosa che mi contrariò. Tuttavia gli perdonai subito la mancanza di memoria. La notte era fitta. I suoi occhi, abituati alla luce del lampione, non si adattavano al buio. "Sono io, Bâton." Allora leccò la carta della sigaretta per il lungo.

15 Aspettai, e perché non si accorgesse che stavo fumando una sigaretta già fatta, la spensi contro il muro e me la misi in tasca. "Tu dove mangi?" mi chiese. "Dove mangio?" "Sì." "In qualsiasi posto." "Vieni con me, conosco un ristorante a buon mercato." Lo seguii. Quando cammino di fianco a qualcuno, senza volere lo spingo contro il muro, così mi controllai. Appena il marciapiede diventava più stretto scendevo sulla strada. Ogni volta che borbottava qualcosa, pensavo che mi rivolgesse la parola: non avrei mai voluto che mi prendesse per un indifferente. La gioia di aver ritrovato Billard mi toglieva l'appetito. Benché fossi assillato dal desiderio di parlargli di me, dei miei vicini, della mia vita, non mi usciva una parola di bocca. La timidezza mi paralizzava tutto tranne gli occhi. È anche vero che non ero molto legato al mio compagno. Anche lui aveva di sicuro mille cose da raccontarmi, ma come me non osava. Dietro un'apparenza rude, era un uomo sensibile. "Ho comprato un camembert, ce lo divideremo. Di solito ceno con mia moglie. Oggi non c'è." Lo guardai. La carta della sua sigaretta non bruciava. "Lei è dunque sposato?" "No, convivo soltanto." Il mio buonumore svanì di colpo. Una decina di pensieri mi attraversarono la testa contemporaneamente. Mi ricordai della mia camera, di Lucie, della mia strada. Il mio futuro consisteva in una serie di giornate monotone. Sì, ce l'avevo con Billard perché aveva una donna. Un'amicizia solida non ci poteva più unire perché una terza persona l'avrebbe turbata. Ero geloso. Perché allora avevo seguito quello sconosciuto? Mi aveva disorientato. Per colpa sua, la solitudine ora sarebbe stata ancora più pesante. Tutti questi pensieri non mi impedirono di aggrapparmi a un'ultima speranza. Magari la sua amante non era bella! Sarebbe bastato che fosse brutta perché mi sentissi meglio. "È carina?" chiesi sforzandomi di avere un'aria distratta. Coi modi sicuri delle persone prive di delicatezza, mi rispose che era magnifica, e che malgrado avesse solo diciott'anni aveva già un petto da donna. Me ne indicò perfino il posto, con le sue mani paffute. Adesso avevo solo un'idea: andare via. L'ingiustizia della sorte era davvero troppa. Billard aveva una verruca e i piedi piatti, ed era amato, mentre io che sono più giovane e più bello, vivevo solo. Non avremmo mai potuto intenderci. Lui era felice. Di conseguenza non gli interessavo. Era meglio che me ne andassi. Continuavamo a camminare. Io cercavo un pretesto per scappare. Come mi sarebbe piaciuto stare seduto, umile, solo e triste, all'angolo del ristorante della rue de Seine. Là, almeno, nessuno si accorgeva di me. Billard era davvero privo di tatto. Se fossi stato sposato, io non l'avrei detto. Doveva sapere che non si raccontano le proprie fortune a un disgraziato. Tuttavia non mi decidevo a lasciare il mio compagno. C'era un pensiero, cresciutomi nell'anima in disparte, che mi ridava coraggio. Forse quella donna non amava Billard. Forse lui soffriva. Come mi sarebbe stato simpatico, allora! Lo avrei consolato. L'amicizia avrebbe addolcito i nostri dolori. Ma, nel timore di una risposta affermativa, evitai di chiedergli se la sua donna lo amasse. "Cos'hai? Sei triste?" mi domandò. La mia tristezza, che fino a quel momento non aveva cessato di aumentare, svanì di colpo. L'interesse che Billard mi rivolgeva era una realtà, mentre i miei pensieri erano solo le divagazioni di un infelice. Lo guardai con gratitudine. "Sì, sono triste." Mi aspettavo dei lamenti, qualche confidenza. Restai deluso: mi consigliò di reagire.

16 Ci fermammo davanti a un ristorante. La pittura della facciata si stava scollando. Su un vetro, i passanti potevano leggere questa frase: Chi vuole può portarsi il suo mangiare. "Entra," disse Billard. Abbassai una maniglia a forma di becco che aveva una catenella tremolante. Alcune persone si voltarono. Restai sulla soglia della porta. "Allora, entra!" "No, prima lei." Mi passò davanti. Fu allora che notai che ero stato io ad aprire e chiudere la porta. La sala era ammobiliata da lunghi tavoli e alcune di quelle panche da refettorio che si sollevano da una parte quando ci si siede. Il fumo delle sigarette formava delle spirali, come lo sciroppo in un bicchiere d'acqua. Davanti a ogni cliente si allineavano in piedi un bicchiere e una bottiglia da un litro. Con un coltello, avrebbero potuto suonare della musica. Ci sistemammo uno di fronte all'altro. Billard cercò di togliersi il camembert dalla tasca. Era stretta. Dovette adoperare tutt'e due le mani. Poi, da cliente abituale, chiamò la padrona per nome: "Maria!" Era una bella campagnola, che tutti i momenti si asciugava le mani fino al gomito. Quando camminava le si muoveva il petto, e dei soldi le tintinnavano nella tasca del grembiule. "Due mezzi litri e del pane." "Mezzo litro per me è troppo." dissi, ma un po' tardi. "Pago io... Pago io." "Ma lei non è ricco." "Che non diventi un'abitudine." Non avevo nessuna intenzione di abusare della generosità del mio vicino. Per questo quel suo che non diventi un'abitudine mi ferì. Sono molto suscettibile. Non troverò mai un uomo buono e generoso? Ah, se fossi ricco, come sarei capace di dare! Un cane, che aveva soltanto un pezzetto di coda, venne ad annusarmi le dita. Lo respinsi, ma riprese con una tale ostinazione che arrossii. Eppure le mie dita non avevano nessun odore. Per fortuna arrivò la padrona, col collo della bottiglia tra le dita e il pane sotto il braccio. Cacciò via con dei calci quella brutta bestia. Billard tastò il camembert con l'indice e lo tagliò in due. Me ne diede metà, la più piccola. Ci mettemmo a mangiare, lentamente, a causa della carta trasparente che s'incollava al formaggio. Quando Billard beveva, io lo imitavo. Per gentilezza, facevo in modo che il livello del mio vino non scendesse più in fretta del suo. Non sono abituato a bere, perciò non tardai molto a diventare allegro. I vecchi pidocchiosi che chiacchieravano nell'angolo mi sembrarono tutti dei saggi. Versai il resto del vino e, come mi aspettavo, nel bicchiere non venne granché, a causa del fondo della bottiglia. Mi appoggiai al tavolo. Per la prima volta guardai il mio vicino negli occhi. Anche lui aveva finito di mangiare. Pulendosi i denti con la lingua faceva un rumore di baci. Cercò del tabacco nelle tasche. Senza esitare gli offrii una sigaretta. Ero disposto a raccontare la mia vita e a dire, in un impeto di sincerità, tutto quello che in lui mi era dispiaciuto. "Lei sembra avere un buon cuore, signor Billard," dissi constatando che il vino mi aveva cambiato la voce. "Sì, ho un buon cuore." "C'è così poca gente che capisce la vita." "Ho un buon cuore," continuò Billard seguendo il suo pensiero. "Ma bisogna esser prudenti, se no la gente ne approfitta della tua bontà. Sai, Bâton, è per colpa di un amico che ho perduto il posto." Quelle parole mi contrariarono di nuovo e, per trovare un punto sul quale potessimo essere d'accordo, saltai da un argomento all'altro.

17 "Ho fatto la guerra." Estrassi il portafogli e gli mostrai il libretto militare col mio nome, tutto scritto in maiuscole, sulla copertina. "Anch'io ho fatto la guerra," mi disse mostrandomi a sua volta delle carte. Le aprì. Mi mise nelle mani la sua piastrina di riconoscimento, una ciocca di capelli appiattita da una lunga permanenza nel portafogli, la sua fotografia di soldato in servizio permanente di fianco a un mobile, di intrepido accanto a un secchio, e quella di un gruppo di fanti in mezzo ai quali c'era una scritta che diceva: "I ragazzi della l a C.M. Mai nessun problema". "Lo vedi quello?" "Sì, lo vedo." "Beh, è morto, anche quello là..." Facevo finta di interessarmi a tutto questo, ma non c'è niente che mi annoi quanto i portafogli degli altri e le fotografie dal tergo bisunto. Eppure, quanti ne ho visti durante la guerra, di portafogli e di fotografie. Se non fossi stato brillo non avrei mai mostrato le mie carte. Billard doveva essersi infastidito. Poiché cercava ancora dentro una busta, temetti che volesse mostrarmi delle donne nude. Odio quelle cartoline. Riescono solo ad aumentare la mia miseria. "Ero a Saint-Michel," dissi tanto per parlare di me. Invece di ascoltarmi e di pormi delle domande, disse: "C'ero anch'io". "Sono invalido e riformato." Gli feci vedere la scheggia di granata che mi aveva ferito. "Vivi da solo?" mi chiese Billard ripiegando le sue carte. "Sì." "Ci si annoia." "Oh sì!... Soprattutto io che sono così sensibile... A me sarebbe piaciuta una vita in famiglia. Ecco, ascolti, lei signor Billard, se fosse mio amico, sarei felice, completamente felice. La solitudine e la povertà mi disgustano. Vorrei avere degli amici, lavorare, insomma vivere." "Ce l'hai un'amante?" "No." "Eppure le donne non mancano." "Sì, ma non ho i soldi. Una donna mi darebbe dei pensieri. Bisognerebbe mettere della biancheria pulita per gli appuntamenti." "Ma su, andiamo, figurati se le donne badano alla biancheria. Ovviamente, se vuoi frequentare una borghese è un'altra cosa. Lascia fare a me, ti troverò un'amante; ti distrarrà." Se veramente mi avesse trovato una donna, giovane e bella, che mi amasse e non facesse caso alla mia biancheria, perché non avrei dovuto accettare? "Ma è difficile trovare una donna carina." "Non oggigiorno; la mia ha lasciato tutte le sue fiamme per me. Sono davvero felice con quella giovinetta." Volevo un amico infelice, un vagabondo come me, verso il quale non si è tenuti a nessun obbligo. Avevo creduto che Billard fosse quell'amico, povero e generoso. Mi ero sbagliato. Mi intratteneva raccontandomi ad ogni momento della sua donna, e questo mi faceva sprofondare in una grande malinconia. "Bâton, vieni domani da me, dopo cena, così vedrai la piccola. Abito in rue Gît-le-Coeur, Hotel du Cantal. Accettai, perché non osavo rifiutare. Sapevo benissimo che non ho mai il coraggio di andare a trovare delle persone felici. Dunque, le mie relazioni finiscono sempre in maniera ridicola? Ci alzammo. Mi vidi nello specchio fino alle spalle; avevo l'aria di essere in Corte d'assise. Anche se sotto l'effetto dell'alcol, mi riconobbi. Tuttavia il contorno del busto era sfumato, come l'ombra di qualcuno troppo allungata.

18 Attraversai la sala seguito da Billard. Fuori, un vento brutale mi schiaffeggiò il viso, come dal finestrino di un treno. Per un attimo ebbi la tentazione di accompagnare l'amico, ma mi trattenni: a cosa sarebbe servito? Del resto non ci intendevamo. Lui era amato, ricco e felice. E poi suonarono le nove. Non avrei osato salutare per primo; Billard era meno delicato. "A domani, Bâton." "Sì, a domani." Andai dritto davanti a me finché incontrai una strada familiare. I caffè erano pieni, caldi e illuminati. Anche se non avevo sete, il desiderio di prendere qualcosa mi assillava. Resistetti, finché mi venne in mente che non avevo fatto nessuna spesa inutile. Entrai in un bar. Un vapore come di un bagno galleggiava intorno al banco. Un cameriere osservava un bicchiere in trasparenza. Ordinai la cosa meno cara: un caffè liscio. "Grande?" chiese il cameriere. "No, piccolo." 3. Trascorsi la giornata successiva a ripetermi che non sarei andato da Billard. Sarebbe stato capace di accarezzare la sua amante davanti a me. Lei si sarebbe seduta sulle sue ginocchia. Gli avrebbe solleticato l'orecchio. Quelle effusioni mi avrebbero esasperato. Gli innamorati sono egoisti e scortesi. L'anno scorso, nella camera della lattaia, abitavano dei giovani sposi. Tutte le sere restavano affacciati alla finestra. Dal rumore dei baci intuivo se si baciavano sulla bocca o sulla pelle. Per non sentirli mi trascinavo per strada fino a mezzanotte. Quando rientravo, mi spogliavo in silenzio. Una volta, disgraziatamente, mi cadde di mano una scarpa. Si svegliarono e il rumore dei baci riprese. Furioso, picchiai contro il muro. Siccome non sono cattivo, mi pentii di averli disturbati. Dovevano sentirsi confusi. Decisi che avrei presentato loro delle scuse. Ma, alle nove del mattino, degli scoppi di risa attraversarono nuovamente il muro. I due innamorati si stavano prendendo gioco di me. La sera, dopo cena, vagabondai sul boulevard Saint-Germain. I negozi erano spenti. Dei lampioni ad arco illuminavano le foglie degli alberi. Dei tram lunghi e gialli scivolavano senza le ruote, come scatole. I ristoranti si stavano svuotando. Nell'aria risuonarono le otto. Anche se Billard non era l'amico dei miei sogni, non cessavo di pensare a lui. La mia immaginazione si costruisce degli amici perfetti per l'avvenire ma, nell'attesa, mi accontento di chiunque. Era possibile che la sua amante non fosse bella. Ho notato che le donne che non conosciamo ce le figuriamo sempre belle. Al reggimento, quando un soldato mi parlava della sorella, della moglie o della cugina, pensavo subito a una ragazza stupenda. Non sapendo come passare il tempo mi diressi verso l'hotel du Cantal. Cammin facendo pensai di ritornare indietro, ma la prospettiva di una serata vuota allontanò quasi subito questa debole intenzione. Rue Gît-le-Coeur ha l'odore di acqua putrida e di vino. La Senna scorre vicino alle sue case umide. I bambini che si incrociano portano in mano delle bottiglie. I passanti camminano sulla strada: non ci sono automobili da evitare.

19 Qui e là, uno di quei negozi deserti che chiudono tardi la sera vende verdura cotta, puree verdi e patate fumanti dentro un bigoncio di zinco. Era troppo presto per andare da Billard. Non mi piace sorprendere la gente, perché immaginano che si cerchi di sapere cosa stiano mangiando. Il soprabito mi intorpidiva le spalle. Una fitta al fianco mi costringeva a camminare ricurvo. Quando, di sera, ci si siede su una panchina, si fa davvero compassione. Entrai allora in un bar della place Saint-Michel e, come al solito, ordinai un caffè nero. Appesi il cappello in un angolo, di fronte a uno specchio. Sopra le pareti di ceramica, delle belle Egiziane riempivano delle brocche. Due signori, con completi alla moda, giocavano a scacchi. Non conoscendo le regole di questo gioco, non riuscii a capire nulla delle evoluzioni geometriche delle pedine. Il cameriere, con la giacca d'alpaca tagliata sull'addome, mi portò un caffè. Era gentile. Mi portò anche l"illustration" dentro un cartone. Avevo appena aperto la rivista che l'odore della carta patinata mi ricordo che non mi trovavo nel mio ambiente. La sfogliai ugualmente. Per guardare le fotografie dovevo sporgermi, perché facevano dei riflessi. Ogni tanto davo un'occhiata al cappello, per assicurarmi della sua presenza. Giunto agli annunci, richiusi il cartone. Sul piattino della tazza, piena di caffè freddo, erano segnati trenta centesimi. Sperai che fosse il prezzo della consumazione; ma, essendo i piattini di prima della guerra, temevo costasse di più. "Cameriere!" Nello spazio di un secondo sollevò la mia tazza e asciugò il tavolo che pure non si era sporcato. "Trenta centesimi, signore." Pagai con una moneta da un franco. Avevo pensato di dargli due centesimi di mancia. All'ultimo momento, temendo che non fosse abbastanza, ne lasciai quattro. Uscii. La schiena non mi faceva più male. Il caffè mi scaldava ancora la pancia. Percorrevo la strada con la sicurezza e la soddisfazione di un impiegato che ha lasciato l'ufficio. La sensazione di avere un ruolo nella folla mi metteva di buonumore. Mi portai alla bocca la mia ultima sigaretta, benché avessi voluto conservarla per l'indomani mattina. Pur avendo dei fiammiferi, preferii chiedere da accendere a un passante. Un signore stazionava su di un terrapieno fumando un sigaro. Mi guardai dall'avvicinarlo, perché so che agli amatori di sigari non piace dare da accendere: ci tengono alla cenere del loro sigaro. Più distante, sulla mia strada - poiché avevo una strada - un altro uomo stava fumando. Togliendomi il cappello mi rivolsi a lui. Mi porse la sua sigaretta e, per non tremare, appoggiò il dito contro la mia mano. Le sue unghie erano curate. Un anello con sigillo gli ornava l'anulare. Il polsino gli scendeva fino al pollice. Dopo averlo ringraziato tre o quattro volte, me ne andai. Ho pensato a lungo a quello sconosciuto. Cercavo di indovinare che cosa pensasse di me, e se facesse anche lui le stesse riflessioni. Ci si tiene sempre a fare bella figura con le persone che non si conoscono. 4. Sopra la porta dell'hotel du Cantal c'era una sfera bianca con delle maiuscole, come una palla del Louvre. Entrai. Attraverso una tenda riconobbi una sala da pranzo che doveva fungere da ufficio, una credenza con delle file di colonnine minuscole, un casellario in cui stavano in piedi delle lettere. Bussai sul vetro, piano, per paura di romperlo. Si aprirono delle cortine e un uomo seduto si rovesciò all'indietro per vedermi. "Desidera?" "Il signor Billard, per favore."

20 Mi rispose senza cercare. "Trentanove, sesto piano." Al primo piano il tappeto finiva. Ogni porta era numerata. Dei fagotti di lenzuola ingombravano le scale. Salendo i gradini pensavo all'amante di Billard. Per cacciare l'emozione che mi stava invadendo, mi ripetevo: è brutta... è brutta... è brutta... Raggiunsi l'ultimo piano del tutto senza fiato. Mi sembrava che il cuore cambiasse di posto tanto mi batteva forte. Finalmente bussai. La porta era sottile: rimbombò. "Chi è?" "Sono io." Dire il mio nome sarebbe stato più semplice ma, per timidezza, cercai di evitarlo. Il mio nome, nella mia bocca, mi fa sempre una strana impressione, soprattutto dietro una porta. "Chi?" Non potevo più tacere: "Bâton". Billard aprì la porta. Scorsi una donna seduta e, nello specchio dell'armadio, l'intera stanza che vi si rifletteva. La ragazza era bella. I capelli ricci le si attorcigliavano come se fossero bruciati dalla luce della lampada. Restai sbalordito sulla soglia, pronto a scappare. Lei si alzò e mi venne vicino. Allora, una folle gioia mi impedì di parlare. La sensazione di un alito caldo che mi accarezzava il volto mi fece rabbrividire. Pur senza essere esuberante battei Billard sulla spalla e, nonostante l'allegria, quando ritirai la mano mi sentii ridicolo. Avevo voglia di ridere, di ballare, di cantare: l'amante di Billard era zoppa. La stanza era banale. Avrebbero potuto ugualmente abitarla un rumeno, una ragazza facile o un impiegato. Il camino era ingombro di giornali sui quali erano stati appoggiati delle pentole, uno spazzolino da denti in piedi in un bicchiere e delle bottiglie. "Dai, Nina, prepara il caffè! " La ragazza accese una stufa a petrolio macchiata di giallo d'uovo. Quell'offerta, che mi obbligava a restare, mi fece molto piacere. Sicuramente per non aver l'aria di accorgersi del silenzio, che diventava più imbarazzante via via che passava il tempo, Billard si mise a cercare un dado dentro una scatola di attrezzi, mentre la sua donna asciugava con il pollice l'interno di alcune tazze. Quanto a me, avrei voluto parlare, ma quello che mi veniva in mente da dire avrebbe denotato troppo l'intenzione di por fine a una situazione ridicola. Quando non mi guardavano ispezionavo la stanza con lo sguardo. Il vapore che usciva dalla caffettiera prendeva forme contorte. Le federe dei cuscini, sopra il letto, al centro erano nere. "Vuoi del latte?" Risposi che per me era uguale. Ci sedemmo intorno al tavolo. Per paura di sfiorare i piedi dei miei ospiti, ritrassi le gambe sotto la sedia. La rapidità con cui era stato preparato il caffè mi era dispiaciuta. Sapevo bene che, dopo aver bevuto, avrei dovuto andarmene. Nina ci servì tenendo il coperchio della caffettiera. "Il suo caffè deve essere buono," dissi prima di averlo assaggiato. "Viene da Damoy, il negozio." Lo mescolai a lungo, affinché una volta bevuto non restasse zucchero in fondo alla tazza. Poi inghiottii dei piccoli sorsi, facendo attenzione a non rovesciare nulla durante la traiettoria dal piattino alla bocca. "Ancora?" domandò Nina. Anche se la tazza era piccola rifiutai, per gentilezza.

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