Emanuele Torreggiani. Tempo Presente Istantanee da un campo di battaglia romanzo

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1 Emanuele Torreggiani Tempo Presente Istantanee da un campo di battaglia romanzo Non cercate la resurrezione della carne, ma dalla carne. Enneadi, Plotino EMANUELE TORREGGIANI cronista Via Cavour 19 Magenta (MI)

2 - Quante volte bisogna morire per imparare a vivere? Così ti sarai mille volte domandato Francesco Tunda davanti ai mille volti che hanno accompagnato la tua domanda. E adesso, tu seduto al tavolino di un caffè all'aperto nella piazza dominata dalla Cattedrale, sai dire la risposta. La sai, adesso che sei andato incontro alla guerra. Adesso che hai imparato a stare in ascolto del grande lamento che veniva dal sottosuolo. La morte aveva affondato le sue mani nella vita dell'uomo. La guerra. - Oh, la guerra. E in questo suono ti sei riconosciuto. A te, come a tutti quelli della tua generazione, era mancata la guerra. - Oh, la guerra. La lunga orazione che ti aveva accompagnato per tutti i tuoi anni. Orazioni e lacrime. Ma quelle lacrime, che avevi visto scorrere lungo volti ormai antichi, totem davanti al viaggiare della vita, fatti tutti i conti non erano le tue lacrime. - Non lo erano ancora. Potrai dire adesso. E allora tu sei voluto andare. Vedere la guerra. Ascoltare il grande lamento. La guerra. Un suono fasciato di sangue. Fu verso le nove di sera, vigilia di Pentecoste, una pioggia fredda, violenta, luminosa. Annuncio di bora. Viaggiò tutta la notte. Ed il mattino appresso le colline già verdi sgelavano il nevischio dentro un cielo terso. La giornata si annunciava tiepida. Bella da vedere. Per il lungo tratturo che conduce alla città, ancora non la si avvista là nella valle, una cengia sterrata ricavata sugli strapiombi del fiume incassato, ti indicano, per accompagnare la via, nitide nere croci. - Ferro inchiodato col ferro. Ti sei detto. Le prime che tu avessi mai visto così superbe di morte, campeggiare davanti allo splendido palcoscenico offerto dalla natura. - Quante volte bisogna morire per imparare a vivere? Ancora non avevi imparato a domandarti, Francesco Tunda, riprendendo dall'ultimo posto di blocco, nido di mitragliatori, cavalli di frisia, spirali di filo spinato, dove hanno controllato i vostri documenti e lasciapassare e scrutato i vostri volti e ammonito. - Giorno di tregua. E' stato detto. - Anche ieri c'era la tregua. - Otto morti e venticinque feriti. - Questa la tregua, giornalisti. I soldati sono ragazzi, siedono sui sacchetti di sabbia e fumano. Sorridono ai fotografi e levano le due dita in segno di vittoria. Scattano i flash. - Oh, la guerra. E adesso, dalla grandiosa corte della tua memoria dove nessuno è mai morto davvero e nessuno vive davvero si sporge quel soldato, giovane e bello, con gli occhi miti della truppa, occhi inconsapevoli, che si era alzato per risponderti sulla via da seguire e staccando la mano dall'anca ti aveva indicato, misurando il silenzio, spazi lontani, verso occidente. Eccola quindi adesso quell'immensità indicata. L'Occidente, un'immensità priva di promesse. Il silenzio. 2

3 Ti eri detto, per anni, che ti mancava la guerra. La strada scende nella valle. Ultimo cartello. Zona di guerra. - Sei ancora in tempo a scendere. Ti sei detto. - Devi dirtelo. In verità l'hai pensato. La strada curva e sprofonda nella valle. Luce e silenzio. - Oh, come ti batte il cuore. Se vuoi respirare devi farlo a bocca aperta. - Oh, come ti batte il cuore. Dunque eccola, la guerra, come ti si è offerta nel suo accecante panorama. - Oh, come ti batte il cuore. Bui, dentro un cielo terso che non hai allora esitato a definire di azzurra arroganza, i bianchi grattacieli del centro direzionale commerciale e turistico ustionati dal fosforo. Tombe vuote. E d'intorno, nell'infilata del tuo sguardo, la cascata delle case, le direttrici viarie, i dedali di vicoli e cortili, gli slarghi, le piazze, gli ampi parchi. Un agguato di pietre e travi e ferri e legni e finestre e porte spalancate. E silenzio. E luce. E silenzio. - Oh, come ti batte il cuore. Se vuoi respirare devi farlo a bocca aperta. Nel silenzio il tuo sguardo entra in un soggiorno intonacato a calce che impenna stravolta l'architrave maestra sorretta dal pallido legno contorto della libreria e già mostra il vasellame tritato della cucina sfondata dentro la camera da letto dove, davanti all'unica poltrona di marocchino rosso ricevuta in eredità, l'anta dell'armadio sbatte, aprendosi e chiudendosi, sui ricami rosa di un abito da sposa. E guizza il ratto. - Oh, come ti batte il cuore. Se vuoi respirare devi farlo a bocca aperta. - Quante volte bisogna morire per imparare a vivere? Adesso saprai dire Francesco Tunda davanti a quella città dove i soldati attraversavano di corsa gli incroci e rasentavano i brandelli di muro. - Oh, come battono i cuori. E sulle loro spalle adolescenti, ingigantite dalle uniformi mimetiche, tra la polvere dei calcinacci, visibile scorreva il fremito della paura. Respiravano a bocca spalancata. Uomini. Luce omogenea. Non arretrava negli anfratti, nei corridoi, nei pertugi. Non costruiva zone d'ombra. Luce accecante. La città era aperta. Scoperchiata dentro quella luce. Una visione, l'istantanea infilata del tuo sguardo, di strangolata bellezza. La forma compiuta della distruzione. La città era lì. Adesso, a distanza di anni, la vedi in ogni suo luogo. - Una coppa di luce ricolma di sangue. Potrai dire. - Oh, come ti batte il cuore. Se vuoi respirare devi farlo a bocca aperta. - Dove sei dio? Ti sei domandato. E adesso tu sorridi, Francesco Tunda, scuotendo il capo, a quella tua banale, sciocca quindi arrogante, domanda. 3

4 - Dove sei dio? Ti eri domandato. Era lì. Lì. Davanti ai tuoi occhi. E tu gli stavi andando incontro. - Dio si mostra sui campi di battaglia, nudo. Sei entrato nel silenzio della bellezza strangolata di vie dal rigore geometrico. L'angolo retto del lastrico levigato. Nel silenzio di imperi sconfinati nella polvere. - Polvere illirica. Polvere romana. Polvere ottomana. Polvere ausburgica. - Granuli. Bronzo e pietra macinati con le foglie morte dei tigli trebbiati dalle raffiche. E silenzio. Luce e silenzio. Scartando tra il pietrame rotolato sul selciato battuto dalle granate la natura, liberata dagli uomini consacrati alla guerra, riconquistava terreno. E lì, sull'ingresso di quello che era stato presumibilmente un asilo, cresceva la rosa canina, il sambuco e il fico selvatico. Avanguardie primordiali che restituivano alla valle le forme originarie. Le colline brune, le rocce grigie, le rocce bianche, le rocce rosa, i cedri verdi, il cielo azzurro, l'andare del fiume. Il silenzio delle acque, il silenzio dell'aria, il silenzio del bosco. Forme di una natura disabitata. - Oh, non ti batte più il cuore. Rintanato. Acquattato nella profondità del tuo corpo. La tua bocca spalancata, nuda al respiro. Nella città scoperchiata dentro quella luce omogenea si mostrava un ordine estraneo ad ogni teologia. - Un ordine dipinto. Così ti sei detto. - Un ordine primordiale al respiro, al battito, al movimento. Un ordine nel quale il tempo è sconosciuto. Un ordine nel quale la vita umana non trova forma. Era stata ripudiata. Uccisa. - Oh, come ti batte il cuore. Se vuoi respirare devi farlo a bocca spalancata. La città mostrava, in quella luce omogenea, il disordine statico della creazione primordiale disabitata dalla parola di dio che aveva vinto il mondo. Caverna a cielo aperto. Nel silenzio del battito del tuo cuore hai percepito l'eco di un grande lamento. Veniva dal sottosuolo. Visceri. Caverna di urla senza uscita. Il suono della guerra. - Oh, come ti batte il cuore. Se vuoi respirare devi farlo a bocca spalancata. - Oh, il colpo del mortaio. Trema la terra. Trema il cielo. E batte il cuore. - Questa città vive infossata nel suo ventre. Nel suo sottosuolo. Visceri. Così ti sei detto dentro quella luce accecante. Dentro il silenzio della città dove il battito del tuo cuore era senza respiro, oscurato da una luce senza sole, senza prospettiva. Anche gli animali più domestici avevano abbandonato la città. Avevano cercato scampo nel fitto dei boschi urlando in fuga dai lamenti che non riuscivano più a sopportare degli uomini accecati quindi preda del terrore. - Oh, come ti batte il cuore. Se vuoi respirare devi farlo a bocca spalancata. - Oh, il colpo del mortaio. Trema la terra. Trema il cielo. E batte il cuore. - Dove sei? Ti eri domandato. - Fasciato nel suono della guerra. Ti sei detto. Erano anni, i tuoi anni, che andavi cercando questo luogo dominato da singoli istanti. L'istante della vita. L'istante della morte. Ti accoglieva la guerra, nella sua definizione di tregua, al tocco del mortaio e della mitraglia. Aveva 4

5 bussava al tuo destino. Eri entrato nella caverna a cielo aperto. Nel tuo sangue scorreva la paura. - Oh, come ti batte il cuore. Se vuoi respirare devi farlo a bocca spalancata. - Oh, il colpo del mortaio. Trema la terra. Trema il cielo. E batte il cuore. Sul piazzale antistante l'ospedale, dove nell'inverno gli alberi sono stati segati al suolo, un ufficiale con tre soldati di scorta si è presentato. - Signori. Mi è stato comandato di accompagnarvi a vedere la guerra. Bene, seguitemi in fila indiana. Ha detto. - Oh, come ti batte il cuore. Batteva il cuore. I blindati, a tutela della tregua, vanno e vengono in uno sventolio di bandiere sudice di fango. E sventolano lungo il viale dei Tigli le tovagliette dei due caffè occupati da militari smontati dal turno di guardia. Tu e il Capitano sedete al sole fermo di mezzogiorno, respirate l'odore di grasso minerale e lozione da barba e il profumo dei cedri. Respirate la polvere. In alto il ronzio di un caccia sorvola circolarmente la caverna a cielo aperto, a tutela della tregua. Di là dal palazzo di sei piani che protegge il viale, la linea del fronte cittadino. Di là dal palazzo ustionato una luce che non conosce tregua radia gli interni delle case, i giardini di peschi e ciliegi. Fitto lo sciamare degli insetti. Di là dal viale la radura di macerie. Neppure l'eco di un colpo isolato perfora il silenzio. - Ma adesso andiamo. Così il Capitano. - Avanti signori, venuti fin qui per vedere. In un crescendo di macerie hai guadagnato la prima linea. Il Capitano apre in avanguardia di sette passi, due soldati ti serrano i fianchi. Un altro copre le tue spalle. Davanti ti si mostra la terra di nessuno. La zona morta. Il sole si cristallizza in mille riflessi di vetri e porcellane sbriciolate. Lontananze di secolari abitazioni. Superba distruzione. Lì, oltre il terreno minato, a tiro utile, i fortilizi degli altri. - Oh, gli altri. - Cosa devo fare io? Cosa devo fare, io ho voglia di vivere ma mi vergogno. Mi vergogno davanti a tutti questi morti. Mi vergogno. Mi dica lei giornalista, voi che sapete, cosa posso fare io. Io, una vedova di tutti i suoi figli. La vestaglietta di cotone le si apre mostrando una carne trasparente dove le vene affiorano e il sangue pulsa. Lei non ci bada. La donna abita in prima linea. Annaffia allo scoperto, nel caldo sole, la verdura in un odore di carne morta. - I pazzi non vengono uccisi. Così il Capitano. Dal terreno che la donna ha vangato affiorano teschi. Come un cigolio ha accompagnato le parole della donna che subito ride. Ride. Una gallina beccava nel cranio spaccato di un sepolto. La donna ride. - Capitano, passa da me questo calice. Avresti voluto dire ma non hai osato. Quel giorno non hai osato. 5

6 I soldati tacevano guardandosi attorno con apprensione. - Entrare. Ha ordinato il Capitano. Hai lasciato Il sole del primo pomeriggio. Il silenzio immobile. La risata della donna che prova vergogna. Sei entriamo in un pertugio tra le macerie. Disceso nel buio. Calato dentro la bocca del sottosuolo. La torcia all'ingresso illumina debolmente. - Stare bassi. - Giù la testa. Ti viene in faccia subito il puzzo caldo della trincea. L'odore del vomito, della diarrea, del piscio, della merda, dell'hascisch, dell'alcool. Carponi nella fanghiglia. Cento metri, una torretta di guardia. Un metro cubo di sacchetti di sabbia, un periscopio dentro una feritoia, un soldato. Gli altri sono lì davanti. Venti metri. La prima linea. - Oh, gli altri. Il soldato di guardia è seduto su una poltroncina di vimini. Il mitragliatore al fianco, bombe a mano, maschera antigas. - Nessun problema. Dice il Capitano. Alla luce che cade nel riflesso degli specchi il soldato sta leggendo. Tu scosti la copertina. Lui non dice nulla. Scendi Mosè di William Faulkner. Molto tempo prima, questo soldato di ventisette anni, insegnava inglese in un liceo. Così ti è stato detto testualmente, tempo dopo. - Avanti. In silenzio. Così il Capitano. Si deve risalire. Nello scoperto che acceca. Il respiro è avido. - Silenzio assoluto. Tre metri dagli altri. - Oh, gli altri. Il respiro è avido. Dalla postazione hai visto nitidamente i sacchetti di sabbia e le feritoie. - Oh, gli altri. L'aria è immobile. - Piano. - Uno per uno. Esegui l'ordine di salire per i gradini di un palazzo. Il corpo dell'edificio è cavo. La scalinata centrale, qualche brandello di muro portante. - Stai rovistando in un teschio. Ti sei detto. Il Capitano conduce dentro la terra di nessuno. Nel mezzo delle linee. Dall'alto, l'ultimo piano, il quarto, i fotografi scattano sui fronti. - Aria buona. Dice il Capitano. - Buona vista. Dice il Capitano. - Interessante panorama. Dice il Capitano. Ma non ci sono morti. Non ci sono spari. Non c'è il sangue. Insomma, non c'è la notizia. Fatti tutti i conti dov'è la notizia?, diranno. Quale agenzia acquisterà mai il grand'angolo di un campo di battaglia che tace. Fatti tutti i conti dov'è la notizia?, diranno. Quale agenzia acquisterà mai il primo piano di un campo di macerie. Fatti tutti i conti dov'è la notizia?, diranno. Quale agenzia acquisterà mai il dettaglio di una scarpa da tennis fusa dal fosforo nel cemento. Fatti tutti i conti dov'è la notizia?, diranno. Il Capitano ha riposto l'automatica. Si leva in piedi. Mostra il suo corpo. - Il cadavere? Domanda. 6

7 - Ecco il cadavere. Dice il Capitano. - Bella casa. Dice il Capitano. - Ottima costruzione. Dice il Capitano. - Anche una camera con vista. Dice il Capitano. - Bella la vita. Dice il Capitano. - I cecchini? Tu hai domandato. - Se sparano si muore. Ha detto il Capitano. - Aspettiamo la granata. Ha detto il Capitano. - Aspettiamo con fiducia. Ha detto il Capitano. - Scendi Mosè. Avresti voluto dire al Capitano. Ma non l'hai fatto. - Eri nella guerra. Ti sarai detto in silenzio. E ti sei alzato. Il respiro avido nell'aria immobile. Ti sei alzato. Macerie e macerie e macerie. Scendi Mosè. Macerie a perdita d'occhio. Macerie e silenzio. Scendi Mosè. Poi tre colpi, quattro colpi, una raffica. Saranno esplosi a trecento metri. Forse dieci. Forse sul muro del palazzo cavo. Giù di corsa. Giù nella terra. Giù nell'impasto della natura umana. - Oh, gli altri. - Oh, gli altri che quel giorno non hanno voluto uccidere. - Nessuno è riuscito a fotografare almeno la raffica. Tu avrai sentito dire poi, testualmente. - Nessuno mai. Così il Capitano. Siete a ridosso del fiume. Non lo si vede. Si sente l'acqua che va. Dal periscopio della torretta vedi le vestigia di un ponte. L'arco proteso nel vuoto. - La morte di Icaro. Ti sei detto. E hai annotata la tua immagine sul taccuino consapevole che, fatti tutti i conti, non fa notizia, come ti diranno. Manovrando il periscopio vedi le vestigia degli alberghi. E sacchi e sacchi e sacchi di sabbia. Scorgi un filo di fumo. - Oh, gli altri. E silenzio. - Avanti, signori. Ecco. La postazione collima con quella degli altri. Due metri dividono. Un filo di fumo. E silenzio. - Avanti, signori. Si devia nella terra. Dentro la terra si risale, un tratto allo scoperto e si vede il fiume. Otto metri dagli altri. Respiri a bocca spalancata. Il fiume scorre nella gola. Silenzio. I gabbiani stallano poi nella caduta cabrano improvvisi, da un lato e dall'altro della prima linea. - I ragazzi che hai incontrato sono i più belli del mondo. Ti sei detto. - I combattenti sono i migliori uomini del mondo. Ti sei detto. - Avanti, signori. - Stare bassi. - Giù la testa. - Vuoi far cambio con la mia dannata vita? La voce ti prende alle spalle. Ti volti nell'oscurità. Scorgi un profilo di un volto rischiarato da una luce che cade, riflessa da un periscopio. Un giovane soldato, scolpito nella trincea, ti ha posto la domanda. Ti vede sbigottito e sorride. Forse non si aspettava una tua risposta. Ma adesso sei tu che non puoi evitartela. La sua domanda è precisa. - Vuoi far cambio con la mia dannata vita? Ti ha chiesto. A te, Francesco Tunda. 7

8 - Il mio cuore è con quelli di prima linea. Il mio cuore è con quelli che si fanno uccidere... soldati, missionari... così avresti voluto dire al giovane soldato. Ma non l'hai detto. Non lo potevi dire. Non puoi dire nessuna di queste parole. - Sei un principe davanti al mare della morte. Ti compiaci di dirti. Tu che ti sei scelto il privilegio di solo vedere. Vedere la morte senza subirne. Dunque non sono tue quelle parole. Non hai diritto di parola. Quelle parole non sono tue come non erano tue le lacrime che avevi visto scorrere lungo volti antichi. Ma la domanda ti è stata posta. Adesso la tua risposta. Adesso, davanti a questo giovane soldato, scolpito nella trincea, che ti ha posto la domanda. Adesso non puoi svicolare. Adesso non hai scampo. Adesso non hai una via di fuga. - E se fosse lui? Ti sei domandato. - Ti meravigli che lui possa essere qui? Ti sei detto. La sentinella sorride. - Può essere qui e con gli altri. Ti sei detto. La sentinella sorride. Devi respirare a bocca spalancata. Sono sbarrati i tuoi occhi davanti alla domanda. - Vuoi far cambio con la mia dannata vita? C'è un prezzo da pagare per entrare nel regno dei morti. - Non puoi fuggire senza fine. Ti sei detto Francesco Tunda. Abitare la verità. Questo il prezzo. Scendi Mosè. Le hanno conficcato uno spiedo nel sesso. Il ferro è uscito tra le scapole. E' stata arrostita sul fuoco. Dalla nera carne che rimane di lei, lei avrà avuto dodici anni. Nessuno sa come si chiama. Non si saprà mai. Non importa a nessuno. Oggi lei è carne. Nera carne da mostrare col ferro. La si fotografa col ferro. La si seppellisce col ferro. Forse vagava per i boschi in cerca di sua madre, di suo padre, dei suoi fratelli, del suo piccolo gatto, del suo piccolo cane. Di una piccola parola. Cibo per i suoi assassini, è stata inghiottita. Nessun nome riconduce questo suo corpo nella lista degli scomparsi. Lei adesso è lì, nera carne spiaggiata sul marmo bianco, eterno, dell'obitorio. L'unico reparto dell'ospedale illuminato dalla luce vera del sole. Nera carne. Il tallone rosa indica una bambina bionda, forse bruna. Davanti al suo corpo si tace. Si tace sempre dell'assassinio. Francesco Tunda non hai tentato, e neppure era tuo potere, di allontanare l'infilata del tuo sguardo. Prepotere delle sequenze. Istanti. Hai visto. 8

9 Mani che spogliano. Mani che serrano per aprirla. Potresti riconoscere l'impronta di quelle mani. L'avvio dello squartamento. Mani e mani, busti senza volto, l'assassinio non ha identità, avanzano col ferro dalla punta temperata dal fabbro sull'incudine. Hai visto il ferro che batte sul ferro e udito l'eco di quel suono che rimbomba nella caverna aperta della città. Hai visto e respirato l'odore acre del ferro rovente. Il cigolio dello spiedo che ruota. Ruota e ruota. Arde la carne nella fucina. Ruota e arde, così la terra sul suo asse. - Solo i morti hanno finito di vedere la guerra. Ti sarà stato detto, - Spero sia morta subito. Che l'abbiano fatto da morta. Hai detto ad alta voce sapendo che la tua voce mentiva, mentiva a chi ti ascolta, mentiva a te per affermare una consolazione. - Ma impossibile. Ti sei detto. - Adesso è impossibile mentire. La tua voce, un suono fasciato nel sangue. Il corpo della bambina è stato rinvenuto giorni fa, nera carne, al termine della notte, nell'abisso della luce. E' stato rinvenuto così come tu lo vedi adesso. Lungo il viale dei tigli in fiore. I soldati di ronda non compresero immediatamente cosa fosse. Il cane di pattuglia guaì. Sfuggendo allo strozzo batté in fuga per i fitti boschi delle colline. Ma la diserzione di un cane da battaglia come il termine della notte non si può fotografare. Per giorni le armi tacquero. Per giorni la morte era fuggita dalla città. L'agenzia occidentale sborsa diecimila marchi per lo scatto, le indicazioni via GSM sono chiare: primo piano, primissimo piano, dettaglio dell'ingresso del ferro nel sesso. Diecimila cinquecento marchi se si ricostruisce il palcoscenico del ritrovamento. I cinquecento marchi, come cifra massima, ma meglio trattare, meglio risparmiare, in aggiunta al prezzo pattuito si intendano il compenso alle comparse che si prestano per la recita. Il Capitano disse di no. - Nessuna fotografia per favore. - Per favore. Disse. La sua voce direttamente sradicata al silenzio del sottosuolo. - Per favore. Ha ripetuto. Ma non viene ascoltato.... Il calcio di noce dell'ak 47 aderirebbe con naturalezza alla tua spalla sinistra. Il medio destro scorre sull'otturatore sapientemente oliato. L'arma bilanciata con ironica scienza attende, pronta, che tu interrompa il respiro per lasciare scorrere, appena l'indice sinistro sfiora il grilletto, la raffica breve. Tre colpi in linea. Non è necessario aggiustare la mira. Il fotografo alzerebbe le mani al soffitto indietreggiando d'un passo dalla sua posa, spalle al muro dell'obitorio. - Spalle al muro. La sua mano destra armata di macchina fotografica sarebbe più levata della sinistra. - Spalle dentro il muro. Quasi le slogherebbe dall'omero aderendo alla ceramica. Il tuo sarebbe stato un gesto voluto, cercato. Raccolta l'arma appoggiata al tavolo, puntata e armata. Dal sottosuolo... non lo sai da dove e neppure hai immediatamente riconosciuto la tua voce... due monosillabi precisi... alzate... puntate... geometrie di una lingua a te estranea. I soldati, la vostra scorta come prescritta dal regolamento, avrebbero immediatamente obbedito, con sollievo. Il fotografo dentro il tiro rilascia meccanicamente il nervo dell'indice, il flash acceca le piastrelle bianche del muro. Entrano nell'obbiettivo. L'abbassarsi delle vostre canne gli consentirebbe, mani e mezzo busto, il deflusso del piscio... Il Capitano è uscito. E tu non ha detto neppure una parola. Hai lasciato fare. Hai lasciato che venissero scattate le foto seguendo i precisi ordini dell'agenzia. - Quante volte bisogna morire per imparare a vivere? E questa domanda inizia a vestirti, Francesco Tunda. 9

10 Hai dato un nome alla bambina dal tallone rosa. - Ingeborg. Così l'hai chiamata nel tuo silenzio. - Provate a fotografare questo nome, Ingeborg. Avresti voluto dire ai fotografi accalcati intorno a quel corpo che ha fatto fuggire la morte. - Portala via. Via. Ti sei detto. - Via. Là, sul grattacielo ustionato dal fosforo. Portala là in alto. Hai raccolto il corpo conficcato nel ferro. ll corpo dell'angelo dalla carne nera. - E' pesante questo corpo da sorreggere con le sole braccia. Pesante. Avresti voluto portarla via dal palco dell'obitorio dove vengono scattate le fotografie. Mille flash, primo piano, primissimo piano, dettaglio dell'ingresso del ferro nel sesso, per il mercato dell'informazione. Avresti voluto portarla via per deporla sull'altare più alto della città. Avresti voluto che il solo Capitano ti accompagnasse. I giovani soldati sarebbero fuggiti, inseguiti dalla marea dell'orrore. E correndo sarebbero scivolati sulla polvere, sulle migliaia, centinaia di migliaia di bossoli, e sarebbero caduti, e caduti si sarebbero rialzati, le mani sanguinanti, e avrebbero abbandonato le armi, senza più fiato per gridare. - Nessuna fotografia per favore. - Per favore. Avresti voluto il Capitano. Solo lui. Avreste camminato a lungo tra le grandiose rovine del quartiere universitario, tra le ville e i palazzi e gli istituti di rigore austrongarico. Avreste camminato pesantemente sul selciato di macerie. Mattoni, infissi, vetrame, biblioteche, materassi, abiti, scaffalature. Avreste camminato, un passo sopra l'altro, su di un tappeto di bossoli indifferenti alla capocchia di una mina lì in agguato. Avreste camminato attraversando appartamenti e cortili e sale di riunione e cucine e bagni e camere da letto e studi medici e uffici commerciali e chiese. Avreste camminato tra le carcasse di auto, camion, carri blindati, fusti di cannoni. Avreste camminato tra le macerie dove si aggirano vecchi che alle prime ombre si dividono la cerca del giorno e rientrano alle loro buche. Vi avrebbero seguito con gli occhi, i vecchi, lo sguardo distante, perduto in una lontananza mille volte infinita, dentro una voce che nessuno conosce. Avreste camminato indifferenti all'agguato dei cecchini. Con le sole braccia non più capaci di sostenere il peso del corpo di nera carne. Avreste camminato nella città. La caverna a cielo aperto. - Ecco. Ti saresti detto nel tuo camminare. Andiamo lungo una cattedrale in cui il sacerdote è stato assassinato. E' stato assassinato ieri, l'altro ieri o appena il giorno appresso e il suo sangue non è ancora secco. Guardate come è ancora vischioso, come vive, come lascia traccia, ma la memoria di lui assassinato è già scomparsa. Dileguata. Ed è accaduto ieri, solo ieri. Appena eri. E nessuno che lo conosce più. Che l'ha mai conosciuto. Che l'ha mai incontrato. Che l'ha mai visto. Che l'ha mai sentito. Nessuno che lo cerca. Andiamo recando l'unico dono di lutto ad un mondo che vive nel sottosuolo e ovunque tace. Tace. La città... La caverna a cielo aperto, fatti tutti i conti, per l'infilata del tuo sguardo è una Cattedrale sotto le cui volte rimbombano i passi dei turisti... e scattano i mille flash delle foto che nessuno andrà mai più a rivedere. Avresti desiderato che il Capitano ti avesse domandato, lassù, lassù sull'altare del candido grattacielo ustionato dal fosforo, nell'andare delle raffiche di bora, avresti desiderato che l'ufficiale ti avesse domandato. - Cronista, com'è il volto di dio? - Questo di Ingeborg è il volto di dio. Così avresti risposto. 10

11 L'avresti detto sussurrando, con la tua voce fasciata di sangue. E nel silenzio della città tutti avrebbero udito. Avresti voluto sorreggere Ingeborg, il corpo di nera carne, davanti al mondo. E l'hai fatto. Sul palcoscenico della tua esistenza, dove non muore mai nessuno, sorreggi Ingeborg. Ti piace immaginare che gli assassini di Ingeborg, ebbri di orrore, si siano macellati l'un l'altro, a colpi d'ascia, con autentica ingordigia. - Ecco chi andate cercando. Guardatela. Guardate il volto di dio. Così ti sei detto. - Del tutto inutile che mi domandiate chi sia stato. Non so rispondere. Qualcuno impazzisce per un giorno. Per una notte. Qualcun altro impazzisce per sempre. Così il medico all'obitorio, quando i flash sono placati Dai lineamenti potrebbero avere cinquant'anni. Trenta, ti diranno. Mentre parla insegue un pensiero che solo lui conosce. Vi accompagna dai feriti, nel reparto sotterraneo. Dati clinici. Ferita di cecchino. Ferita di granata. Ferita d'incidente d'auto. Ferita di silenzio. Chiama un'infermiera e ordina che venga lavato via il siero da sotto il letto di un agonizzante. Nel reparto sotterraneo i giornalisti passano in rassegna i feriti. Nell'afa di eguali respiri della camerata si vedono scorrere, l'audio azzerato, i cartoni animati trasmessi da un circuito televisivo americano. L'orso Yoghi, il vil Coyote, la pantera Rosa. Si inumidiscono le labbra nei bicchieri di cartone della Coca Cola. Scorrono gli umori vitali che colano dai materassi in larghe chiazze sul linoleum. I cadaveri vengono mostrati ai parenti, agli amici, ai commilitoni, solo quando il rigor mortis ha restituito al volto la serenità propria di un pomeriggio festivo. I bambini giocano con la neve. I bambini non hanno slittini. Nessuno compra slittini ai bambini. Nessuno lavora. Non ci sono soldi. C'è la guerra. I bambini giocano con la neve. I bambini non capiscono le regole di un mercato nero che non procura slittini. I bambini hanno recuperato un sacco di plastica che riempiono con la paglia trovata nella stalla dove c'era l'asino e si lasciano scivolare. Un giorno i bambini non hanno più visto l'asino. L'asino era stato macellato nella notte ma nessuno lo disse ai bambini. Con la venuta della neve i bambini hanno scordato l'asino. - Benedetta neve che li fa stare zitti. - Benedetta neve che li fa giocare. - Benedetta neve. I bambini giocano e ridono nella neve che cade. Ridono e scivolano giù. La neve cade e cade. Non si ricorda a memoria d'uomo che sia mai caduta tanta neve come oggi che c'è la guerra. - Maledizione alla neve... - Maledizione alla guerra... - Maledizione bambini... Benedizione... maledizione... benedizione... maledizione. Maledizione... I bambini non capiscono. Fanno spallucce. Loro vogliono giocare e giocano e giocano, non si stancano mai di giocare. Si allontanano dalla strada, dal cortile di casa, si avvicinano alle falde della collina. I bambini giocano. Scivolano, saltellano, si rotolano nella neve. Affondano nella neve che viene. I bambini giocano e ridono nella neve che cade. E la neve si fa tutta di sangue e terra. Ecco, adesso tutti sanno che lì sotto c'era una mina. Subito la polizia militare pianta il cartello mine e circonda lo squarcio con un nastro giallo ma la neve cade e cade. Nasconde. Oggi i bambini gridano e piangono. 11

12 Le mamme si strappano i capelli e aprono la bocca in un urlo che non esce. Nelle madri il dolore viene custodito. Cresce e le accompagna. Sempre e ovunque. Poi un giorno travaglia. Oggi i bambini gridano e piangono. I papà ritornano sulla linea del fronte decisi più che mai a farla finita. Si espongono, la bora scompagina il ciuffo rabbioso dei capelli. E cadono colpiti in piena fronte. I bambini feriti sono pallidi. Il loro sangue si è sciolto con la neve. Il loro papà è stato seppellito e la loro mamma gira per il deserto delle macerie a cercare un pezzo di legno per il fuoco, a cercare pane e carne che baratta con un anello d'oro, con un paio d'orecchini, con un Cristo incastonato d'argento che ha ascoltato cento generazioni dalla sua parete sul muro di pietra intonacato a calce. Ma quando tutto è finito, ma quando non c'è più nulla, e il Cristo viene osservato di là dai vetri blindati di una vetrina sulla piazza dell'occidente, ma quando tutto è finito, ma quando non c'è più nulla... neppure il guardarsi allungare la mano... neppure un pasto di neve... allora le madri cercano un ramo robusto tra gli alberi del bosco. Ti è stato detto che la stagione propizia è la tarda primavera, l'estate e l'inizio dell'autunno quando il legno è ancora resistente perché elastico. Il gelo dell'inverno lo rende fragile e i rami schiantano con un colpo secco, da fucilata. Nelle notti d'inverno gli schianti che venivano dal bosco tenevano in allerta i corpi di guardia ed i soldati lasciavano partire larghe raffiche nel buio del coprifuoco. Solo quando sono morte le madri piangono... ecco il compimento del dolore nel travaglio... ma nessuno ci bada. Ti è stato detto che quel pianto non è che gelata umidità di una notte sospesa nel bosco. Oggi i bambini hanno perso una gamba. Oggi i bambini hanno perso un braccio. Oggi hanno la mascella fracassata in una gabbia di acciaio. Sdraiati sui lettini del reparto mentre passano i giornalisti salutano e sorridono. I bambini non sanno più ridere. I bambini sorridono. Oggi giocano con un bambolotto di pezza. Oggi hanno le gambe fasciate, le braccia fasciate, la testa fasciata. Le infermiere quando arrivano, e arrivano continuamente lungo il minuscolo caldo reparto, carezzano i bambini e mandano loro baci scartando caramelle. Oggi i bambini sono ghiotti di baci. Oggi baci e caramelle per i tutti i bambini. Nessun bambino parla. Nella camerata il silenzio vive, e un gatto, l'unico gatto della città, tiene compagnia ai bambini, di letto in letto. I bambini con le gambe fasciate, le braccia fasciate, le teste fasciate, sorridono. E il gatto fa le fusa con un raggio di sole. I giornalisti camminano sul linoleum del piccolo reparto e lasciano grossolane tracce di scarponi. - La mina è grande come un pacchetto di gauloises. Di plastica, non viene segnalata dai metal detector. Non scoppia per uccidere ma per mutilare. Una scienza gaia. Così tu, Francesco Tunda, via GSM, al tuo diretto superiore mille miglia verso Ovest, nella terra dove tramonta il sole. Tu hai avvertito che la mano del tuo diretto superiore, vestito di piombo e d'oro, batte con violenza sul mouse. E' l'ora in cui si incomincia a chiudere le pagine. - Signori si chiude, avrà gridato alla redazione... chiudere... chiudere... - Ho capito. Ho capito. Mutilare senza uccidere. Ho capito, ma qual'è la notizia? E riattacca. - Già, fatti tutti i conti, dov'è la notizia? Nel silenzio dei campi di battaglia gli uomini vanno incontro a se stessi. Caracollano curvi. La testa incassata nelle spalle, gli occhi infossati, la piega amara delle labbra, le guance ispide di barba, le mani sudicie. 12

13 Nel silenzio dei campi di battaglia gli uomini vanno incontro a se stessi. Nell'odore del grasso minerale per le armi, dei corpi sporchi, della polvere di maceria, delle secrezioni in fermento, del gasolio dei blindati al passo, del lezzo di un corpo in putrefazione sommerso dalle macerie. C'è sempre un corpo che marcisce solitario. Il suo odore rimane a lungo nelle nari e in gola, sul palato che una saliva vischiosa lega ai denti. Entra nei vestiti, dentro la pelle. Entra nel respiro. La sua morte respira con te. - Così sarà il mio odore. Ti sarai detto Francesco Tunda. Nel silenzio dei campi di battaglia gli uomini vanno incontro a se stessi e si ritrovano. Tu, giornalista, guardi i bambini in coda per la zuppa con la ciotola tra le mani giunte. Osservi come sono attenti che neppure una briciola cada al suolo, e quando poi, la dividono con il cagnolino, il passerotto, la formica. Tu, con il pass giallo della stampa appuntato al petto, attraversi il campo di battaglia e osservi come ti si fanno da parte. - E allora, ti sei detto, sei tu, tu ad essere fuori posto in questo mondo, tra questa gente. Tu che non fai in tempo ad arrivare che già riparti. Fatti tutti i conti sei venuto qui solo per andare incontro a te stesso. E ritrovarti. Sull'altopiano, dirimpetto al mare laggiù, nella radura illuminata dal sole calante, dove l'erba è verde e gli abeti scuri e le betulle bianche e il cielo azzurro e la terra bruna e splendida l'acqua del ruscello, pascolava il candido gregge. Al tuo apparire sulla soffice erba della radura ti sono venuti incontro i cani pastori grigi e arruffati uggiolando e scodinzolando. Immacolati agnelli belavano al seno delle madri. I tre ragazzi di pattuglia sciolsero i ranghi. Il vento veniva dal mare e sapeva di sale, di terra, di ginepro e ancora d'un vago fuoco di bivacco lungo i dorsali delle colline. Luminosi e miti gli occhi dei cani. Ti sei inchinato davanti alla loro gioia per una reciproca carezza. Il Capitano, come sempre al tuo fianco, di spalle alla scoscesa che dava al mare e di là dal mare all'occidente, scrutava, l'occhio tutt'intorno, dal gregge al limitare della radura. Ti sgambetta e tu scivoli sulla terra e i cani rivoltati sulla schiena che stavi carezzando si rizzano col ringhio in gola e la sua automatica opaca punta al fitto degli abeti scuri. L'acciaio dei carrelli cadenza e i ragazzi corrono. Le canne alzate. - Giornalista. Ti ha chiamato. - Vieni piano. O.K. Già a metà del gregge ti investe il denso ronzio degli insetti. Al pastore era stata tagliata la gola e gli insetti andavano e venivano chiamati dall'odore della sua abbandonata decomposizione che il vento portava dentro il bosco. Da giorni gli insetti andavano e venivano a sciami e un grande ragno che aveva tessuto la sua tela carica di prede banchettava proprio sopra il volto del pastore. - Anche questa è creazione. Ti sei detto. - Via subito. Così il Capitano. Ancora la stessa notte, uscendo dal ristorante sulla costa, dove brevi onde, anticipo di mareggiata, unghiavano le ghiaie hai dato uno sguardo lassù, alla radura dell'altopiano illuminato dalla luna. 13

14 Ti è sembrato che arrivasse il denso ronzio degli insetti che andavano e venivano anche nel bianco sonno della notte, insaziabili. Il gregge immobile, mite e candido. Il grande ragno al banchetto. E i due cani piangevano. L'ottica, non sai se sia, come ti è stato detto, la migliore in commercio. - Non è per niente questo che ti importa. Ti sei detto. Ma non ti puoi sottrarre ad una certa enfasi. Dettagli che registri. - Fatti tutti i conti i dettagli sono significativi. Sempre. Ti dici. Dettagli tecnici. L'ottica è montata sul binario di un fucile a colpo singolo. Calibro da 20 millimetri. Canna d'un metro e settanta in acciaio al manganese brunito antiriflesso. Calcio sagomato in legno con base alla spalla in gomma assorbente il contraccolpo. Innesti a baionetta. Razionale la meccanica. Elementare, quindi, la manutenzione. L'unico punto d'ingrasso svitabile con una moneta. Il pezzo, equilibrato sul cavalletto in acciaio antiriflesso al carbonio, consente al tiratore un tiro efficace di mille cinquecento metri. Dopo l'uso lo si compone in una commisurata valigia d'alluminio antiriflesso satinato. Dettaglio cronometrico. Record di montaggio, posizionamento ed esecuzione, centottanta secondi. Dettagli di un artigianato senza frontiere. Ottica. Russa su brevetto austriaco. Cartuccia. U.S.A., stato del Montana. Canna. Gran Bretagna, stato del Galles. Corpo e minuteria metallica. Italia, regione Toscana. Calcio. Spagna, regione della Catalogna. Valigia. Indonesia su progetto della Corea del Sud. Assemblaggio. Nuova Zelanda. Dettagli finanziari. Il set completo - ottica, arma, cavalletto, valigia, del peso complessivo di dodici chili - viene proposto a settemila marchi. Cinquemila dollari. Tremila sterline. Dieci milioni di lire. Dettaglio indiscreto. - Meglio, molto meglio in marchi. Ti è stato detto testualmente. In subordine i dollari. Dettagli operativi. Piazza di pagamento tramite apertura di credito. Confederazione Elvetica. Stato di Israele. Liechtenstein. Singapore. Svezia. Vietnam. Dettaglio indiscreto. - Meglio, molto meglio Singapore. Ti è stato detto testualmente. In subordine Liechtenstein e Vietnam. - Per un pagamento in contanti, danaro alla mano, direttamente dal rappresentante. Un italiano - unica lingua parlata il genovese - residente nel Principato. Così, testualmente. Rappresentanza. Principato di Monaco. Spedizione. Nuova Zelanda per lo stato di Israele, di Svezia, di Canada. Consegna. Trenta giorni dal pagamento. Amsterdam. Amburgo. Riga. Tallinn. Dettagli mancanti. Non ti è stato detto se si effettuano sconti per acquisti in quantità. Questa tua curiosità non è stata affatto considerata. 14

15 Dunque l'ottica ti permette di vedere, in modo chiaro e distinto, i dettagli dell'abitare la caverna a cielo aperto mille metri avanti. Hai guardato col tuo occhio miope e messo a fuoco. Limpida la facciata incolore di quella casa, laggiù. Mille metri. Un mezzo piano, una finestra sfondata. Ecco, sul davanzale un piccione morto. Il cranio e il corpo svuotati dalle formiche, le penne imporrite, le formiche vanno e vengono. Dentro la stanza aperta una sedia impagliata. Da mille metri puoi contare le trecce dello schienale. L'impagliatura è sdrucita. Una casa popolare, deduci sempre per via dell'ottica chiara e distinta. - Scarta un centimetro ogni mille metri. Afferma, con la soddisfazione propria del progettista, un ragazzo che hai chiamato Paolo. Paolo, fiero del suo pezzo, è un cecchino. - D'accordo adesso ti dici. Tu sbagli a scrivere che Paolo è un cecchino. Corretto sarebbe se tu scrivessi che Paolo fa il cecchino in quanto Paolo è un ragazzo di ventidue anni. Ma le cose a mezzo metro non sono così chiare e distinte come a mille. A mezzo metro Paolo, capelli neri occhi neri e denti gialli, mentre parla ti ghigna sul muso. Gli puzza forte il fiato, i molari sono marci. Il naso dritto è sporco. Paolo è piccolo e minuto. Il fucile lo sovrasta di una testa. Il fucile è suo. Il suo ingaggio comprende anche il noleggio, per così dire, del suo fucile. Se lo porta sempre con sé. Dappertutto. Non lo lascia mai. Lo maneggia, mani piccole e tozze e unghie sudicie, con sorprendente agilità. Nelle sue braccia la forza della determinazione, non dei muscoli. - Scarta un centimetro ogni mille metri. Un tiro basta. E fumo una sigaretta. Così Paolo del suo lavoro. Ha detto tutto. Concretamente. Mentre parla ti si fa sotto. Minuto. Meccanico, quasi immobile nei pochi rapidi movimenti. La carnagione scura, figlia della canna brunita. Ti si fa sotto a dieci centimetri e ti immerge nel marcio del suo odore. Anche quando fuma la bocca gli puzza forte. La carne marcisce. Tu fai un passo indietro per uscire dall'ondata. Fai due passi indietro e fumi e tiri dentro forte anche se non ne hai voglia. Non gli domanderai quanti ne ha uccisi. La sua esistenza operativa testimonia. Paolo vede, in modo chiaro e distinto, a mille metri come a due metri e mezzo come a dieci centimetri. Paolo vede. Evidentemente l'ottica aiuta. Ti lascia un poco di respiro. Non ti viene sotto adesso. Tu te ne stai lì, spalle al muro, braccato. Lui carezza, per intero, la lunga canna montata sul cavalletto. E ruota di pochi gradi il fucile che ora punta sulla strada percorsa da ignari pedoni che camminano, i calzoni pencolanti sulle gambe magre, nell'ombra del sole. Ancora in marzo larghe pozze profonde un palmo gelano al crepuscolo. Le hai osservate a lungo. Specchi ovunque dove, con l'ultimo respiro di luce, scorrono le nubi, s'interrogano le macerie, ammutoliscono gli abitanti. Passa la vita. Paolo scruta nell'ottica. Sfiora il grilletto. Ma dentro lì, in questa zona dove ora ha ruotato il pezzo, i passanti non sono bersagli eseguibili. Il contratto non lo prevede. Paolo è un ragazzo di ventidue anni che ha le idee chiare e distinte. Mentre ti parla ti espone il suo chiaro punto di vista e meccanicamente ti prende le misure. Paolo, ovviamente senza proferire parola, ti obbliga a comprendere che tu, per via che lui ha imparato in modo inequivocabile a distinguere, dovresti morire. Dovresti essere un tiro. Per via che questo ragazzo di ventidue anni ha le idee chiare e distinte, sull'immediato Paolo ti uccide. Tu sei morto. Tu non lo sai il perché, ma lui lo sa. E mentre ti osserva il petto, tu comprendi che lui ti prenderebbe lì. 15

16 - Oh, come ti prenderebbe. Lì ti vorrebbe colpire. La testa da una parte, ciondolante, caracollante nella polvere della strada, tra i bossoli e le foglie morte, le gambe dall'altra, lontano, di là dalla strada tra i rovi, e il tuo petto svaporato in una nuvola di fuoco. Così il tracciante di Paolo, da mille metri con lo scarto di un centimetro. Nel petto della vasta pianura dove corre il sangue. E mentre Paolo ti osserva, tu hai compreso che nel suo desiderio sei la sua preda di oggi. - Oh, come ti ha preso. Non ti spara oggi, Paolo. Oggi non può farlo. Ma gli piacerebbe tanto. - Oh! così tanto. E' così felice di vederti ucciso che gli cambia, l'ucciderti, l'espressione del viso. Egli, Paolo, adesso sembra felice. Ha perfino un buon odore, adesso. La feccia marcia del suo alito marcio, adesso che tu sei morto, tirato da lui, la testa da una parte, le gambe dall'altra e il petto svaporato in una nuvola di fumo acre, tu che adesso sei niente tra i rovi, carne per cani, carne per volpi, interiora per serpi, ora profuma di buono. Paolo ti sorride. Ti ha scaricato dentro il tuo respiro il suo lezzo di marcio. E i suoi denti, all'ombra della sera, sono bianchi. Denti bianchi, affilati. Tu lo saresti stato un buon bersaglio per Paolo, se ti fosse capitato di passare dall'altra parte dell'ottica che serve il suo pezzo. Quando è venuto il momento di andare, lui ti ha teso la mano sudicia che tu hai stretto con vigore. Paolo, un ragazzo di ventidue anni. Dettagli diplomatici. Ti verranno a dire che Paolo, fatti tutti i conti, è un problema. Paolo, il ragazzo che a ventidue anni ha idee chiare e distinte è un problema. - Quando questa guerra sarà esaurita i ragazzi come Paolo saranno un problema. Così ti verranno a dire. E tu, tu comprendi dentro le tue viscere, in quelle viscere che Paolo avrebbe voluto vedere, ed ha solo sognato di vedere, fumare lungo i rovi, carne per i cani, carne per le volpi, carne per i topi, carne per le serpi... tu hai compreso il problema. Quando, e alla fine, fatti tutti conti, il calibro da 20 millimetri dovrà tacere, ci sarà da risolvere il problema. - Cosa ne faremo di questi ragazzi? Si dirà. E la si cercherà la soluzione ad un tavolo di un caffè, dove, fatti tutti i conti, vengono pianificate le scelte autentiche della politica di ogni latitudine. Il gesto delle mani sarà dapprima vago, poi, nel silenzio che conferma l'ipotesi gestuale, semplicemente sbrigativo. Fatti tutti i conti la guerra è finita. - Ecco, adesso vedi anche tu in modo chiaro e distinto. Ti sei detto. - Oh, Ci sarà segatura e gusci d'ostriche e mozziconi sul pavimento e aria di ristagno nel caffè... lezzo di acque motose e ferme... lezzo di acque da rigovernatura... Quell'odore di morte che già gli risciacqua, a Paolo, in bocca. - Quante volte bisogna morire per imparare a vivere? Ti domandi Francesco Tunda. - Quante volte? Le campagne sono aperte. Spelate. Disabitate. Marmo. La terra incolta sino all'orizzonte. Nude le strade sterrate dove hai camminato. Il passo lento. Il passo cauto, inseguito da un filo di polvere. Hai camminato nei villaggi deserti. Case, mattoni, pilastri e pietre annerite, dove ti sei addentrato. Il capo incassato. Case dove, come ti era stato ordinato, non hai spostato un mattone o raccolto la testolina di una bambola. Case dove il fuoco ha divorato. Ha mangiato la cucina, ha mangiato il tappeto, ha mangiato il letto, ha mangiato il quadro, ha mangiato le travi. 16

17 Case di affreschi di fuoco. Case senza casa. Case dove ti sei chinato e in una pozza nerastra di neve sciolta e petrolio hai raccolto la Polaroid di un matrimonio. Dagli abiti e dalla Ford Capri parcheggiata sullo sfondo della strada davanti alla casa avrai detto fine anni Settanta. Lei, il viso sfocato, ha i capelli rossi di henné lunghi e lisci e ride. Ride e ride, come ridono le ragazze innamorate. - Nessuno lo sa. Ti dice il Capitano. Tu, nella loro casa, nella casa dove il fuoco ha affrescato di nero il bianco della calce, hai infilato la foto della ragazza nella tasca del gilet. Il capitano ordina di fare piano. La parola d'ordine in questa casa è piano. - Piano. Le parole del Capitano sono azioni. - Correre. Silenzio. Ferma. Lunga ferma. Camminare senza rumore. Piano. Lì davanti problema. Indietro. OK. Piano. Il Capitano, voi pronti ad uscire dalla casa degli affreschi del fuoco, ha ordinato con un gesto. Solo, sulla soglia annerita davanti ad uno spicchio di cielo azzurro, disabitato di voli, suoni e nubi, punta l'automatica in un luogo che lui solo intuisce. - Giornalisti. Ha gridato nello scavo disabitato delle macerie. - Giornalisti. Ha ripetuto. Qualcuno, da qualche parte, rispose. - Piano. Ha detto il Capitano. - Adesso molto piano. Uno per uno, chini, siete ritornati all'auto. Un soldato, molto più giovane di te, ti teneva la sua mano sul capo. Lei, il viso sfocato, avrà avuto i capelli rossi d'henné lunghi e lisci. Lei rideva. La Polaroid ti mostra come rideva vent'anni fa una ragazza innamorata. Rideva e veniva avanti correndo, il sorriso e le braccia aperte. Correva lungo la strada in discesa. Alle sue spalle l'insegna al neon di un piccolo ristorante. Azzurra, ampia e lunga la gonna e il bolero al busto fasciato di bianco. La macchia verde della collina e la strada gialla. Il muso della Ford tirata a cera. Puzza il petrolio nella tasca del tuo gilet. - Nessuno lo sa, ti aveva detto il Capitano. La puzza del petrolio nella tasca del tuo gilet grava nell'abitacolo. - Nessuno lo sa. Ha ripetuto il Capitano. Tu non hai cercato un nome per la ragazza. Nel suo sorriso tu puoi coniugare tutti i nomi. Un'immagine colta di corsa ti ritorna. Lungo la strada in discesa l'auto, un percorso stretto, infossato, cinto da tozzi muri a secco. La luce limpida di un sole avviato ad Occidente. Deserta la campagna delle colline a lievi terrazzi di vite. Faceva già freddo, ed era l'inizio dell'autunno. Dietro una curva, sulla scoscesa, il muro di pietra di una casa contadina a filo della strada. Già oltrepassata dall'auto quando sulla porta ecco un uomo. Un vecchio. - Così ti era sembrato, Tunda. Ma l'avrai rivisto, nell'immagine che ritorna, non poi così vecchio. Era vestito a lutto come sempre i contadini davanti alla luce del giorno che muore. Nero e bianco e candidi i capelli. 17

18 Perdeva lo sguardo sul fianco della sua collina. Non si sarà distratto per l'auto in corsa. Saldo sulla soglia di pietra osservava lo squarcio dei cingoli che i carri armati nella terra rossa, sbranati i terrazzi, avevano scorciato la via, di traverso per la collina. Diretti alla valle. Laggiù il villaggio dove a distanza di giorni ancora un trave fumava lento, denso, dentro un cielo indaco. - Non lo hai scorto il volto dell'uomo, Tunda. Trapassati di corsa, nel silenzio d'ansia che anticipa sempre nei luoghi di battaglia la venuta della notte. Eppure sei certo d'averlo visto mille e mille volte il volto di quell'uomo dallo sguardo fisso e perso nelle viscere del suo vigneto devastato. Era il volto del custode della terra cui nulla ha potuto. Era il volto dell'uomo cui nulla possono più illusioni e desideri. Era il volto dell'uomo che conosce le nubi dal corso del vento e dice del sole e della luna e del tempo dell'innesto. E non ha amici. Voci e risse. Ogni giorno per i vigneti rimbocca un terrazzo, sfanga, sotto la pioggia, un rigagnolo di sassi rotolanti e, l'occhio allenato, li conficca a rinforzo nella secolare muraglia divisoria, stacca dal vitigno la foglia secca che ombra la tenera, e, semplicemente, chiede a Dio la puntualità delle stagioni. L'avevi incontrato mille e mille volte, quell'uomo, nelle tue contrade occidentali. L'avevi incontrato senza vederlo. Lo hai visto di corsa quel giorno. E ti fece memoria dei mille e mille altri. Ammutolito sulla soglia contava ore e giorni e settimane per porre riparo ai solchi dei blindati. Raccogliere i sassi in gerla e ammontonarli, rimborsare il terrazzo sulla collina, trapiantare i giovani vitigni e legarli col refe al tirso. Riannodare l'unico legame che conosce con quella terra che lo ha visto nascere e lo vedrà morire. Ti fu detto che sette giorni addietro tra quelle colline fu improvviso lo scontro tra i carri. Molti soldati caduti tra le case del villaggio e tutto il villaggio e molti civili e animali e carri incendiati. E quando tu sei passato, deviando dalla via di ritorno consueta, i soldati avevano ripulito il terreno, come si dice, e disseminato manciate di mine per le colline. Non ci doveva essere nessuno tra le colline se non qualche pazzo inamovibile come quel vecchio, che non era poi così vecchio, ma vecchio di pazzia. - E non tornate più. Così l'ufficiale al posto di blocco. Un ordine il suo, non un monito. Molti i soldati caduti, dunque. Ed erano poveri ragazzi come poveri ragazzi erano quelli che stavano ancora gridando alla vittoria. E il Capitano che ti raccontava come erano accaduti i fatti era anche lui un povero ragazzo, ma sapeva di esserlo un povero ragazzo. Per questo motivo parlava senza gridare e senza eccitarsi. Parlava con frasi brevi, precise. Tralasciava ogni aggettivo. Quasi parlasse d'altro. Avrebbe preferito tacere, come l'educazione ricevuta gli aveva insegnato, di un crimine. Del villaggio hai memoria del quadrivio. Uno slargo a gomito di piazza. La stazione della posta sventrata. Una tendina rosa impigliata al ferro dell'architrave. E delle case accartocciate il buio interno. Proseguendo ad Ovest, verso la strada conosciuta, avete guadato un ruscello dal ponte sbriciolato e sulla china dolce della collina veniva avanti il cimitero. Un palcoscenico di croci e steli. Non hai detto, nel silenzio d'ansia che impone la notte nei luoghi di battaglia, di fermare. Era già la notte. Andavate nel buio scorgendo sulla via i consueti riferimenti, parlando dunque di nessun argomento e ridendo consapevoli delle vostre voci metalliche. Avevate lasciato alla notte il villaggio ormai da ore. La costa. Un ristorante. Luci sul mare. Ti parve, Tunda, entrando in quell'aria carica di profumo di cibo e tabacco e uomini e donne, ti parve di cancellare quell'immagine del vecchio pazzo per sempre o di non averlo addirittura mai visto. - Non avresti mai voluto vederlo. Ti sei detto, Tunda. - Questa è la verità. Non avresti mai voluto vederlo. E l'avevi scorto appena... i suoi capelli candidi... scorti appena... simili a lana candida come neve... scorto appena nella corsa feroce dell'auto, ma non abbastanza da sfuggire alla sua presenza... che ritorna. Lui, silenzioso custode della terra ferita. 18

19 Un giorno, al limitare di un minuscolo villaggio, presepe di tre case, hai visto entrare nella radura, usciva dalla foresta, un uomo. Camminava caracollando tangenzialmente verso di voi. I soldati, tutti giovanissimi, che ti scortavano, arretrarono d'un passo indurito, aprendo il cerchio protettivo a copertura della tua vita. L'uomo che avanzava indossa abiti civili privi di contrassegni, giacca e calzoni impastati di una terra nera, scavata con le mani nelle profondità del suolo. Veniva dalla foresta che circonda la radura. Cadenzava l'andare, un passo un metro, sull'erba secca dell'autunno. Prima ancora che tu riuscissi a scorgere i lineamenti del suo volto l'odore della carne morta cacciava il profumo dei cedri mossi dalla lieve brezza del primo crepuscolo di tregua. Due baionette gli pendevano alla cinta e a tracolla una carabina di precisione. Il volto chiuso in una celata di terra compatta, così i capelli, lunghi e duri, sulle spalle. Sul petto una collana di orecchi infilzati nel filo di ferro spinato. Attraversò il vostro drappello immobile. Ammutolito. Hai seguito con lo sguardo quell'uomo che indossava un sudario scavato nella terra più profonda. Quell'uomo capace di attraversare i muri di pietra della case dalle porte sbarrate, dalle finestre sbarrate, con le madri atterrite contro le pareti con i figli stretti alla vita, gli occhi sbarrati, per consumare i suoi pasti. - Il golem. Hai detto al Capitano al tuo fianco. - Un morto che si aggrappa ai vivi. Ti ha detto. E, come intuendo una tua plausibile domanda, aggiunse che quando tutto sarebbe finito questi morti bisognava fermarli. - Fermarli? Tu hai domandato. - Abbatterli. Così testualmente il Capitano. Era stato un falegname, ti fu detto. Abitava in un paese, di cui si è perso nome, luogo e memoria, tra le valli. Gli erano stati uccisi la madre ed il padre, la moglie ed il figlio. Ti è stato detto, testualmente, che per sopportare il dolore delle sue morti, l'uomo, che stava scomparendo alla vostra vista, si era strappato tutti i denti con una tenaglia. - Viandante nel nero vento. Disse il Capitano. - Il mostro. Hai detto. - Colui che si manifesta senza maschera. - Ecco il Cristo senza speranza. Ti sei detto. - Senza fede. Il Cristo che obbedisce alla vendetta. - L'uomo disperato. Il cobalto della notte era già alle tue spalle e tu hai sentito di amare, amare profondamente quell uomo già vecchio che, con mano tremante e voce tremante, la tua paura e la sua paura, ti chiedeva, l automatica puntata al tuo petto, un palmo dal tuo cuore, ti chiedeva ragione della tua presenza e tu, le braccia aperte, orizzontali al suolo, il cielo alto e limpido, ma in quel giorno e in quell ora non così distante, tu hai sentito di amare quell uomo, la voce e la mano armata, estensione del suo spirito immerso nella paura, tu hai sentito di amarlo mentre lui, gli occhi ingabbiati senza scampo nella paura, lui ti chiedeva. E tu hai risposto con l unica parola della sua lingua che in quel momento hai sentito di dire. - Va bene. Hai detto. L'hai detto in faccia a quell'uomo armato. Le sue labbra, un filo estremo, esangui. 19

20 - Va bene. Hai detto. - Tu devi ritornare a casa. Ti sei detto mentre quell'uomo ti puntava al petto l'automatica. - O ritorni subito o mai più. Se non torni dovrai uccidere. Così ti sei detto davanti a quell uomo che ti puntava al petto l automatica. - Va bene. Hai detto. O ritorni o ucciderai. Ucciderai uno come lui, più giovane o più vecchio. Non ha alcuna importanza. Ma ucciderai. - O ritorni subito a casa o ucciderai. Ti sei detto, e questa era la tua certezza. Cristo si è lasciato uccidere per non uccidere. O perdonarli o ucciderli. Ucciderli tutti. Estinguerli col furore di un re. Questa è la verità. Li ha perdonati. Ha lasciato fare. Si è lasciato uccidere per non uccidere. Se ne avesse ucciso anche solo uno non avrebbe smesso di uccidere. Non sarebbe stato capace neppure lui, dio, di sopprimere la chiamata del sangue. - Va bene. Hai detto. - Fai quello che vuoi. Fa come ti pare. La mia vita non è più mia. Te la offro. Puoi uccidermi se vuoi. L immagine di quel momento si è sviluppata nella tua memoria. Adesso la vedi perfetta. L uomo ti puntava al petto l automatica. Tu eri vivo ma fuori dalla tua vita. - Va bene. Hai detto. Era quello che andavi cercando. Essere vivo ma fuori dalla tua vita. Fuori dal mondo. Ed hai allargato le braccia. Non le hai alzate. E un gesto automatico alzare le braccia. E un gesto di resa. Tu non hai alzato le braccia. Le hai allargate. Orizzontali al suolo. Terra svangata, aperta, bruna. Hai osservato le zolle, bellissime di viola. Tutto il campo, dal quale, come per incanto l uomo armato era sorto, nato dalla terra, tutto il campo era viola. Tu hai allargato le braccia. E' quel segno, l allargare le braccia, che fissa l immagine per sempre nella tua memoria. - Va bene. Hai detto. - Non ti ucciderò, ti sei detto. Avevi davanti un uomo. Tremava. Un uomo. L'uomo che aveva vangato il campo. E abitava laggiù, in quella casa di sassi, nel deserto di una valle disabitata. Sassi e terra. Tremava il suo braccio armato. Tremavano la sua ispida barba, i suoi denti radi, i suoi occhi, il filo estremo delle sue labbra esangui. Tremava tenendo l'automatica quasi l'offrisse. A te, suo carnefice. - Quante volte bisogna morire per imparare a vivere? Ti domandi, Francesco Tunda osservando, nel ritorno dell'immagine, quell'uomo che tremava. - Quante volte sei già morto per aver imparato a vivere? Tu gli hai domandato nel tuo silenzio. Tremava quell'uomo, con la sua mano da lavoro. - Va bene. Hai detto. Hai allargato le braccia. Assaporando nel farlo il sapere di sentirti vivo ma fuori dal mondo. Un gesto eterno, ti sarai detto molto tempo dopo rivivendo quell immagine portata alla perfezione dal gesto. L'eterna pietà. E adesso, adesso sai di avere amato quell uomo che ti teneva sotto tiro. Hai condiviso e compreso la sua paura, il suo dolore. Tremava. Una leggera pressione sul cane e l automatica ti avrebbe sfondato il petto. Caduto all indietro di cinque passi. E morto nella terra svangata. Ma tu hai detto va bene. 20

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