Gian-Andrea Rolla. Il funerale della balena

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2 Gian-Andrea Rolla Il funerale della balena

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4 A Jean Léonard e a Federico

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6 Molto stanco. Solo al mondo. Cerco di far bene, già: fai del tuo meglio per i familiari, gli dai da mangiare, gli compri i vestiti, li mandi a scuola, e poi quelli si guardano intorno e ti sbattono fuori. Non so cos è successo... dove ho sbagliato. Forse sono stato troppo buono. John Fante, La confraternita dell uva

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10 1 A quel Golfo non si scappa. C è una mistura di timo e ginestra nell aria, gocce di alghe e salvia, polvere di mare e rugiada di monti, un abluzione che cattura, sempre improvvisa, inattesa. Anche se c è buriana da giorni, passi le sere, le notti a sgroppare per il lungomare, a un metro dalle onde, dal vento e dagli scogli, il sale marino ti penetra la pelle e sei stregato. C è nel Golfo una magia spinta dai venti, aroma d Africa e profumi atlantici. Gira nel Golfo, fa vortici e capriole, ti piglia naso, gola, occhi, scende nel ventre, brulica dentro. Le donne non stanno più dritte, s allungano, si torcono e gli uomini diventano arieti. Il Golfo d Afrodite, il Golfo di Venere cattura i più deboli, ma imbriglia anche i forti, anche gli dei. È il Golfo degli dei per un poeta del pane che nessuno capì. Angelo, angelo mio, poeta e veggente, non è un lavoro, non è un mestiere, non è la scelta più saggia se vivi vicino a gente vispa, laboriosa, avara, cattiva, piccola, come chi ora abita quelle terre di vento, Erxe, Venere, Portino. Ti puoi anche chiamare Angelo, ma per la gente del Golfo diavolo sei e diavolo resterai. Willy Omero ebbe destino peggiore di Angelo. Per alcuni un pazzo, per altri un ladro, per pochi un eroe mancato. William Omero è un nome impegnativo per uno scrittore. E per uno scrittore fallito, un nome che va oltre la beffa. La storia degli Omero è storia strana, storia che traballa. Dicevano d aver sangue greco e di discendere dal poeta. Ma troppo pochi furono i greci a scegliere di rimanere nel Golfo dopo la vittoria di Roma sugli Apuani. Fossero stati di più, avrebbero svelenito quel mondo, con la loro logica, la matematica, il canto, il filosofare, il buon senso di Epicuro, la gioia di Dioniso. Comunque, per gli Omero dirsi solo greci non significava 9

11 gran cosa. Quei greci non erano che mercanti, vagabondi e ladri, a zonzo per i mari liguri. E i liguri, dei primitivi nascosti nelle caverne marine d una costa ventosa e fredda. Raccontarono invece che in Liguria Omero inventò Circe, Calipso e Polifemo, per riscaldarsi le notti e la solitudine. Marinai e pastori s avvicinarono ad ascoltare il suo canto e quindi intere famiglie, tribù, villaggi si riunirono attorno alla sua voce. Presto, nella folla rapita e commossa, Omero colse le donne più forti e le ragazze più libere. Ci vedeva ancora, il giovane Omero, quando navigava da quelle parti e non sapeva se diventare cantore o mercante d olio, ma intanto lasciava che la sua testa inventasse battaglie, eroi, complotti, duelli, vendette, amori traditi e amori fedeli e sognando Penelope, rapiva Elena. Certo, la storia della discendenza da Omero sa tanto di storiella raccontata per darsi delle arie, ma è la loro storia e così la racconteremo, Gian. Lascia che sia io a cominciare. William Omero o Willy occhilanguidi, come lo chiamava sua madre, discendenza omerica o meno, è stato l unico uomo che ho amato. L ansia, il desiderio, il tormento, il dubbio, la festa, il calore, la malattia della mia vita li ha riuniti soltanto lui, Willy occhilanguidi. I brividi più squassanti, la nostalgia più profonda, la speranza più forte... è a lui che li devo. Ora sono vecchia e Willy è morto da un po. Tu, Gian, sei tornato dopo quella visita, quando non lo incontrasti per poco, sono passati tanti anni. Se vuoi raccontare la sua storia, facciamolo. Io sono poetessa e tu scienziato. Sei un medico famoso, uno psichiatra molto apprezzato. E coraggioso, a quel che leggo. Insieme faremo conoscere Willy Omero e la sua storia. E la storia della sua gente e della sua terra, l estremo levante ligure, la terra tra il Golfo e il Fiume. La storia della nostra fa- 10

12 miglia, Gian. Famiglia scomparsa, sei l ultimo esemplare, l ultimo mohicano. Faremo questo racconto insieme. Io so raccontare, ma tu sai ricordare. Ho bisogno di te, della tua memoria e del tuo ordine. Sono sempre più immersa nell oblio e nel caos. Devo sbrigarmi. Iniziamo da Domenico Barca, un massone toscano con il vizio del biliardo. 2 Domenico Barca detto fiocconero, per via di quella cravatta anarchica che non toglieva mai, neanche se metteva il pigiama, approfittò dell Unità d Italia e della presa coloniale sull Africa per spostarsi dalla Maremma a Venere, in Liguria, e fare soldi nelle costruzioni militari. Venere era uno sputo, ma c era l arsenale della marina militare, le grandi commesse pubbliche, la costa da consolidare con fortezze, bunker, torri d avvistamento e la diga di scogli da rafforzare, la diga l aveva voluta Napoleone. Domenico fiocconero era un bravo muratore che come tanti toscani imparò l arte dai tecnici dell Alsazia Lorena, la scienza germanica dell edilizia militare. E a Venere poteva spacciarsi da impresario edile. Gli indigeni erano dei poveri bruti, capaci solo di fare un po d uva passa e di grattare muscoli dagli scogli. La manodopera costava niente. Calavano morti di fame, i pastori dalla Lunigiana e dalla Garfagnana, e quattro centesimi di quindicina sembravano oro del Perù per gente che non aveva mai visto un soldo. Domenico fiocconero era un uomo ancora giovane e forte quando arrivò a Portino con due figli già ragazzi, Libero e Valentina, e sua moglie Marina che presto sarebbe stata incinta di Anna, che sarà detta Serena, la prima della stirpe concepita e nata in Liguria. 11

13 Domenico non era alto, lo pareva, per via di quel portamento così fiero senza essere marziale, la testa su e gli occhi azzurri che guardavano dritto, non come il militare che sta sull attenti ma guarda in alto perché ha il cranio vuoto. Aveva mani grandi, bicipiti da pugile, capelli tagliati a spazzola, biondi, grigi e coi riflessi azzurri. Una durezza tranquilla, da uomo contento d essere chi è e dov è. E poi a Domenico fiocconero piacevano i liguri, come lui erano massoni e libertari e odiavano i preti, i doganieri e i tedeschi. Le donne sole e vogliose erano tante, navigavano tutti, e gli inverni, le annate, gli imbarchi non finivano mai. Ci stava bene, non volle più tornare a Pitigliano. Ma quando Marina, bella e debole come un angelo, morì partorendo Serena, Domenico divenne di botto vecchio e pigro e la forza che gli rimase la diede alle sue notti bianche, non chiuse più occhio, cominciò con il biliardo, intere nottate, vinceva tutti, ma al mattino era stanco e perdeva quel che aveva vinto durante la notte. La famiglia di Marina inviò Amabile, la figlia più piccola, la sorellina preferita di Marina. Amabile aveva vent anni, ma non era stata ancora promessa, il vecchio Fernando suo padre parlò spiccio, gli occhi bassi, le parole ingarbugliate dai baffi. Così ha da funzionare, Marina è sempre stata delicata, la più bella di tutte voi, ma era come un passerotto. Tu sei forte, hai occhi da tedesca, e sei anche bellina, Domenico sarà contento. Col tempo si vedrà se sposarti con lui. Ora vai così come sei, hai da pensare a Domenico, alla neonata e ai bambini, Libero è già ragazzino e Valentina non è così piccola. E devi pensare a Domenico, è un bell uomo e lavoratore, un impresario, poi vediamo se ti si sposa. Ma Domenico la guardò poco o punto, qualche notte forse, nessuno lo sa. Mentre risaliva la Toscana, tratti in carro e tratti in treno, Amabile la testa l ebbe tutta presa dai ricordi di Marina, le belle nozze di primavera della sorella, quei balli allegri, 12

14 la gran mangiata di cinghiale e funghi, la musica dei violini e delle fisarmoniche. I bambini li aveva tenuti in cascina quando la sorella andava al mercato e si sarebbe sicuro intesa con loro e con la piccola neonata. Con Domenico aveva scambiato solo il buongiorno e la buonasera, ma se c era da fare quel che diceva il babbo si sarebbe fatto, la Madonnina avrebbe pregato per lei e spiegato tutto al buon Dio, che ci manda ste disgrazie per farci più buoni, così poi dopo morti ci piglia in braccio, siam figli suoi. Amabile crebbe Serena, Libero e Valentina e poi i figli di Serena, Leone poverino e quel discolo di Ivo. Curò Leone dal mal di petto e gli infuse gioia e coraggio. Se stai bono, ti fò l aglio fritto e domeni a ti porto a veder signori he mangian i gelato. Ma signori siamo anche noi, nonna. I soldi del gelato li abbiamo anche noi e la mamma ce li dà quando vogliamo. La tu mamma un ti dà nulla he ci ha tanto da fà, te tu stà bono, c è già quel discolo di Ivo a fà bischerate. Amabile fece felici tutti e tutti l amarono come una Maddalena solerte. Più di tutti Leone, ma anche Ivo e prima ancora Serena che la chiamava mamma, e Libero e Valentina che la chiamavano Amabile, come fosse una sorella più grande. Il vecchio Domenico trasse conforto a vedere figli e nipoti seguiti con tanta cura, ma per lui ne cavò nulla o poco. Lui per sé ebbe solo biliardo, cazzotti e donne, fino allo sprofondo. Libero, primogenito di Domenico, sentì il petto che gli diceva d agire prima che suo padre se ne andasse tutto nel vecchiume. Quindi lo svaligiò e scappò in Marocco con il genovese Battista Novi, che aveva conosciuto al porto di Venere. Battista aveva una zia a Tangeri, un sostegno lo avrebbero avuto, almeno per iniziare. I due ci pensarono due minuti, si guardarono negli occhi, una bella risata e partirono in Marocco a bordo d un peschereccio francese che raschiava con le reti il fondo marino da Gibilterra a Viareggio e ritorno. 13

15 Arrivati a Tangeri, ridotti due stracci per le nausee marine, si trascinarono barcollando fuori dal porto e, guidati da un bambino arabo che tirava un carretto con sopra le loro valigie e un baule d attrezzi rubato a Domenico, si diressero verso le ville dei coloni. Capirono in fretta come funzionava e in tre settimane montarono un bar in una piccola piazza da dove partiva una strada sterrata verso il mare, le spiagge preferite dei francesi e degli spagnoli. Battista, lo ammazzò subito a coltellate un marito geloso, un ebreo che commerciava tessuti e viaggiava troppo, lasciando la moglie quasi vecchia, ma ancora in carne, tra le braccia dei giovani europei appena sbarcati a Tangeri come loro. Così Libero si trovò da solo con il bar sulle spalle, piazzò una mitragliatrice, comprata da un legionario francese, e cominciò a sparacchiare a mezz aria per tenere lontano quegli arabi perdigiorno che volevano commerciare con lui o soltanto mendicare, a volte chiedere un lavoro, sempre, chissà perché, augurare che la pace fosse con lui, Salamaleikum. A lui interessavano i danari, l argent, della pace non sapeva che farsene. Vai via o ti sparo! Sa fi! Portami tua figlia piuttosto, che te la sfrego. Ce l ho il peperoncino, anche l hascish c ho. Porta via i tuoi stracci puzzoni e torna con una puttana velata, truccata da puttana, che muove la panza, che poi gliela muovo io la panza. Ratatatatatatatata! Presto il bar divenne una trattoria, quindi un albergo, poi recintò un pezzo di spiaggia e piantò cabine di legno, docce e spogliatoi, e poi coprì la spiaggia di ombrelloni e sdraie e presto le spiagge attrezzate, rubate, requisite, occupate, sfruttate divennero due, tre, quattro, cinque, sei, sette, fino a quando sua sorella Valentina lo raggiunse con l eredità del vecchio Domenico e insieme impiantarono un grande hotel a Rabat, per quelli che nelle colonie contavano davvero, colonnelli spagnoli, governatori francesi, mercanti libanesi, diplomatici americani, nobili arabi, giro d amanti altolocati e 14

16 incontri di mafia coloniale. Libero e Valentina divennero ricchi. Ma ora Libero era vecchio, malato, dimenticato dai potenti, alla fine di tutto, più di ottant anni, quasi morto. Non erano più i tempi delle mitragliatrici, dei mariti gelosi, degli arabi messi sotto dalla sua jeep quando andava al mercato e loro non si spostavano, erano finiti i tempi dei soldi veloci e ora gli arabi di soldi ne facevano più di tutti e lui era finito, insieme a quei tempi. Non era più quel giovane ladro di famiglia che rideva mentre sparava sopra i turbanti degli arabi e li faceva correre via dalla piazza del suo ristorante, non aveva più neppure uno dei suoi bei capelli rossi, non erano più verdi i suoi occhi, ma grigi e pieni di sangue, non c erano più denti nella sua bocca a divorare aragoste, astici, granchi e cicale marine, non c era più linfa nelle sue braccia corte e nodose, nel suo petto peloso dove il cuore sembrava scoppiargli felice mentre sbatteva una serva contro un armadio per sbrigarsela lì in cucina e i cuochi, i camerieri e gli sguatteri guardavano per terra. Non c era più nulla del barbaro, solo la nostalgia delle sue malefatte gioiose. E allora, patetico come ogni buon criminale alla fine del giorno, Libero sognava di tornare alle colline di Pitigliano, di rivedere il paese che improvviso ti toglie gli occhi dopo l ultima curva. Desiderava anche fare un passo a Portino, il borgo di mare vicino Erxe, ci viveva sua sorella più piccola, Anna detta Serena, sposata a un bel cuoco navigante, Federico boccafatata, Federico Omero. E c era la tomba di suo padre Domenico, dove inginocchiarsi e chiedere perdono. A Tangeri, Libero non aveva che Mina per sentirsi ancora vivo. 15

17 3 La chiamavano Mina, pigro diminutivo di Amina. Amina Defferre. Mina era per la famiglia, per il quartiere. Mina, come la cantante italiana. Stesso nome e stesso viso, solo più minuta e più scura. Era nata a Tangeri. Suo padre era un cuoco marsigliese, Maurice Defferre, lavorava con Libero da non più di due anni. La madre di Mina, Ramata Chaker, era una puttana del porto di Tangeri, una berbera che non volendo più correre dietro alle capre di suo padre preferì fin da bambina farsi rincorrere a sua volta, ma da omacci in calore. Fu lei a dare il primo scolo africano a Maurice e insieme allo scolo la prima e unica figlia. Fu lo scolo che fece di Mina quella che fu. E fu sua madre a spiegarle cosa vogliono gli uomini, mentre suo padre le insegnò come catturarne la gola. Così Mina fu grande in cucina quanto a letto. Una gioia della carne e una dannazione della libertà. Mina rimaneva nell albergo di Libero quando la madre non faceva il suo mestiere. Ramata riceveva i clienti nella loro piccola casa bianca dietro il porto, ma quando chiudeva bottega, se ne andava in montagna dai suoi vecchi per regalare a famiglia e villaggio soldi, medicine, vestiti. Non portò mai Mina con sé. Era la figlia di un infedele che non s era voluto convertire per averla, come Regola Divina impone. Suo padre, per non avere la bambina tra i piedi nell albergo, la lasciava alle serve di Libero, ma tutti sapevano che Mina era la figlia del cuoco e nessuno la usò mai come serva. Sembrava tranquilla, pensosa, sola, triste, giocava con delle scodelline e guardava la gente, rispondendo educatamente a tutte le domande. Mina fu subito d una bellezza da donna serpente. A dodici anni, appena donna, le stavano tutti dietro, camerieri, sguatte- 16

18 ri, clienti, il vecchio Libero e anche i suoi servi e i suoi creditori. Finivano gli anni Sessanta. Libero voleva tornare a Pitigliano, e morire lì, nella campagna, tra le colline di tufo, le vacche, i cinghiali, i cacciatori, le anatre e i tacchini, le tombe degli etruschi, i tartufi, i poeti, i minatori e i discorsi inutili della gente, contadini, pastori di capre, fantasmi di re etruschi e artisti stranieri che bazzicavano quelle terre. Il vecchio piangeva sempre. Soltanto Mina lo divertiva. Per Libero, Mina dodicenne valeva le sette esperte mogli francesi, spagnole e italiane che lo avevano impoverito, senza dargli un figlio, sistematicamente tradendolo con passanti, parenti, ruffiani, contabili, sportivi e turisti. La ragazzina affondava la testa fra le sue gambe e alla fine lui appariva finalmente contento, finalmente in pace, riconciliato. Solo con lei e solo in quei pomeriggi. Un uomo così ricco, così vecchio e forte, che abbisogna di una ragazzina povera e serva, che strani gli infedeli! Questo pensava Mina. Libero era stato un duro, ma ora era vecchio e grasso e moriva di diabete e cancro, avrebbe voluto portarsela con lui e morire tra le sue braccia a Pitigliano, gli occhi sul tufo arancione del tramonto. Mina, bella come uno spicchio di luna, sempre sorridente, sottile, saltellante, la pelle di bronzo, gli occhi verdi, lince giovane, i capelli neri e rame tirati su per copiare le donne grandi, quel vitino che le mani rugose di Libero stringevano tremanti, e poi così ben profumata, truccata da puta, certo, ma solo per lui, solo quando Libero la chiamava nel suo grande letto e se ne stavano sotto la zanzariera interi pomeriggi, dalla canicola all imbrunire e lui le regalava sete e gioielli e lei metteva lunghi orecchini che sfioravano la pancia del vecchio quando si chinava e lo succhiava e lui avrebbe tanto voluto montarla, ma gli faceva male tutto. Mina la sua bambina, la figlia che non aveva mai avuto. Era felice lo stesso e dimenticava tutto, i debiti, le mogli, la Maremma, la Liguria, Portino e Pitigliano. 17

19 Fu quindi a dodici anni che Mina cominciò a vendersi. Ma Mina pensava solo d imitar la mamma. Quante bambine imitano la mamma o le sorelle più grandi? O le vicine più belle? Il suo ricordo chiave, quello che ogni notte le tornava in forma d incubo e le ha assicurato insonnia e rabbia per tutto il tempo che ha vissuto, era il ricordo della sua solitaria attesa, dei suoi occhi contro la porta sempre chiusa della camera di sua madre, dalla quale giungevano mugolii, risatelle, ringhi, sbuffi, grida di liberazione, quella porta che separava Mina da sua madre. Il cigolio della porta che finalmente s apriva s era stampato nei tre cervelli, il cervello della ragione, il cervello dell emozione e il cervello del serpente, stampato da quando appena camminava, da quando appena cominciava a balbettare le prime parole, mescolando arabo, francese, spagnolo e berbero. L attesa tra un cigolio e l altro era sempre più lunga, sempre più lancinante, sempre più obesa. Solo quando la porta s apriva, Mina tornava a respirare aria pura. Sua madre accompagnava fuori il signore che era rimasto con lei e finalmente una carezza, un bacio, un sorriso, un istante di profumi di gelsomino e rose, fino a quando un altro signore entrava e la mamma riservava a lui carezze, baci, parole e sorrisi di benvenuto. La porta si chiudeva e Mina tornava alle sue scodelline, su quel pavimento sconnesso di cemento leggero. Le crepe sempre più profonde facevano intravedere la terra nera, i vermi e i topi e i ragni, baldanzosi e tranquilli abitanti sotterranei di Tangeri. Ma era una buona terra pensava Mina, mescolandola con acqua e pane secco e preparando così pranzi immaginari a sultani immaginari. Era la figlia del grand chef Defferre, sapeva bene come catturare il palato di sultani, principi e ricchi signori. Ricchi signori come Monsieur Libero. Ben presto, per poter resistere ai rari cigolii della porta della felicità, dei tre cervelli di Mina fu quello del serpente a farla 18

20 da padrone, uccidendo il cervello dell emozione e asservendo il cervello della ragione. E fu Monsieur Libero il primo a farne le spese. Un pomeriggio la fece sedere sulle sue ginocchia e come da un cilindro fece uscire un gran gelato alla crema, senza toglierle gli occhi di dosso mentre lo leccava lenta e diffidente. «Se ne vuoi un altro, fai prima con me il gioco del gelato.» Mina, il gioco lo fece. Era buffo quel piccolo gelato di carne, ma il signor Libero sembrava così contento! E quando il vecchio le sorrise e cominciò a prometterle dei gelati veri, la lampadina s accese nel cervello di serpente di Mina. Non voglio un altro gelato come premio, Monsieur, voglio il corrispondente in denaro del gelato. E la prossima volta di due gelati. E la volta dopo il corrispondente di tre gelati, e quando arriveremo a dieci, voglio il corrispondente di venti e a venti di mille. Che me ne faccio dei soldi, Monsieur Libero? Quel che fan tutte le donne come me, comprarmi una robe, un vestito. Non sono ancora una donna? Sarà, ma ho stracci come questo per vestire, ciabatte come queste per camminare. E non voglio aspettare d esser donna per cambiar di guardaroba! Voglio delle robes, beaucoup de robes. E tante ne voglio, tante da dimenticare gli stracci, i vermi, la terra nera, i topi, il cous cous senza sugo e le sardine vecchie, il groviglio di lische disperate che le nostre pance sanno ormai così ben digerire. Non ho neppure un velo! E un solo paio d orecchini da bambina, impiantati da quando son nata per non confondermi con i maschi. Voglio i soldi, Monsieur Libero, l argent. I signori, quando salutano la mamma, mica le lasciano un gelato. Sono soldi quelli che vedo. Lei li arrotola e se li infila nel reggipetto, tutta fiera, la testa alta. E quando papà le grida che non vuole più quel viavai di signori a casa, almeno quando torna dal lavoro, allora la mamma tira sul tavolo i soldi e il tavolo si copre di soldi e papà non dice più nulla, guarda per terra, 19

21 pensa ai soldi che lui non porta mai perché li perde al gioco, ai dadi, alle carte, e allora la mamma sembra una regina, una regina in trionfo su voi infedeli. E io sono la principessa sua figlia, Monsieur Libero. Quando Libero morì, senza rivedere né Pitigliano né Portino né niente e venne sepolto a Tangeri, sua sorella Anna, detta Serena, partì dalla Liguria per i funerali e fu lei a portarsi Mina in Italia. L altra sorella di Libero, Valentina, era morta di tifo da qualche anno, della famiglia di Domenico fiocconero rimaneva soltanto lei, ed era già vecchia. Serena era abituata alle serve, ne aveva sempre avute, ma ora non poteva più permettersele. Gli affari andavano come andavano. Serena apriva la stagione estiva del ristorante appena suo marito Federico boccafatata, navigante e cuoco cambusiere, sbarcava e svuotava la cambusa della nave, ma Federico era diventato vecchio e non navigava più. Ora i viveri bisognava comprarli. La botta finale la prese dall assicurazione. Le aveva sempre fregate, tre incendi purificatori (uno ogni dieci anni) e via, s apriva un nuovo esercizio. La quarta volta andò male. Corruppe il giudice e se la cavò con poco, ma l ultimo ristorante dovette metterlo su con i suoi soldi, una vera scalogna! Diventò avara, parsimoniosa diceva lei, ma quando vide Mina non resistette. Era sola, il marito Federico era morto, Willy, il nipote fedele, aveva cominciato l università e l altro nipote, Ernestino, era una buriana assoluta. Come avere in casa una scimmia che gioca con i candelotti di dinamite già accesi. Gli inverni erano lunghi. La Nera l ultima serva andava da lei solo se c era burrasca, odiava i fulmini e le tempeste. E con la nuora, con Maria, sempre brilla, faceva tristezza anche passare una mezz ora. Quell arabina invece era così pulita, tranquilla, bellina e obbediente, messa a posto poteva passare per una siciliana, per una calabrese. A Portino ce n era di quella 20

22 gente, siciliani, napoletani, calabresi, ed erano buoni, lavoratori, mica zingari come parevano, andavano in chiesa e votavano comunista. E poi il piacere di una serva, di una serva araba e africana! Il paese s inchinerà maggiormente al nostro passaggio. Promise alla madre di Mina di farla studiare e poi sposarla con un italiano ricco, e di difenderla sempre dai curiosi o dai giovanotti male intenzionati. Il padre di Mina era scappato a Marsiglia per via degli usurai, perdeva troppo a carte e ai dadi, ma la madre di Mina era a Tangeri e volle un mucchio di soldi per lasciarla andare. Serena la comprò col lascito di Libero, una vendita in piena regola. La sera prima di partire, Mina scavò una piccola fossa nella corte polverosa di casa e vi seppellì le sue scodelline. Dei vecchi vestiti, delle ciabattine consunte, dei primi orecchini, quei minuscoli, vergognosi orecchini d oro rosso, s era già sbarazzata da tempo. Per valigia ebbe un sacco di cuoio vecchio di suo padre. Un sacco vuoto, l eredità di papà! Lo odio lo odio lo odio! Ho posto solo per i regali di Monsieur Libero, perle, oro, sete, veli e vestiti. Ma sua madre le requisì ogni gioia e lei rimase con qualche vecchia scarpa, dei pantaloni di ragazzo e nuovi stracci di cotone, qualche maglia di lana per gli inverni europei: un corredo da serva, d altro non hai bisogno, figlia. L ultimo getto di terra, che coprì per sempre le sue scodelline di bambina, le mandò un brivido freddo lungo la schiena, fino al suo cervello di serpente che quella sera pareva esploderle di rabbia. Il brivido mosse dentro Mina la memoria delle ore passate con Fatì e Mariam, le sue amiche vicine di casa, che neppure due scodelline avevano per giocare con lei ai pranzi fatati, pranzi che ingannano e fanno innamorare sultani e ricchi mercanti. Suo padre aveva sottratto dalle cucine le scodelline 21

23 per lei, mentre le sue piccole amiche potevano solo giocare a farle da serva perché non portavano nulla al gioco. Erano quindi loro a raspare la terra e cercare i vermi e i topi morti da cucinare. Eppure Fatì e Mariam non erano le ultime del quartiere. Il padre di Fatì era macellaio e quello di Mariam poliziotto. Ma le madri non ricevevano signori come sua madre, soldi in più non ce n erano. Neppure una scodellina avevano per giocare e neanche ciabattine di pelle vecchia, a piedi nudi rimanevano finché il freddo di dicembre le obbligava a zoccoli di brutto legno e calze di lana grezza. Fatì e Mariam avevano pianto ed erano scappate via correndo, quando Mina, tutta fiera, aveva annunciato il suo viaggio in Italia. «Vai a far la serva, cosa credi?» aveva gridato Mariam, mentre Fatì si teneva le mani sugli occhi per nascondere le lacrime che le uscivano dalle dita e le bagnavano il collo. «Qui nessuno mi vuole bene» disse Mina. «Noi ti vogliamo bene!» gridarono i singhiozzi di Mariam. «Tu non sai vedere. Tu non ascolti le voci. Noi ti vogliamo bene! Gli infedeli ti faranno serva!» Ma diventerò la padrona, gridò il serpente dentro il cranio di Mina. Corsero via quando videro il fantasma del diavolo appollaiarsi sui bei capelli ramati di Mina e accarezzarle le guance con mani lunghe e verdi. Rimasta sola, Mina si sedette sullo scalino che separava la porta di casa dalla piccola corte e guardò tranquilla i raggi del tramonto tagliare i vicoli del quartiere. In quel punto, Tangeri era un labirinto. Ma lei sentì d aver trovato l uscita. Il porto non era più una frontiera e il mare era una grande strada che portava in qualsiasi punto del mondo. Il mattino della partenza, l alba spuntò tra nuvole fredde e nere. Serena arrivò in taxi davanti alla casa di Mina. Non per genti- 22

24 lezza, solo per essere certa che Mina non fuggisse. Era già stata pagata. Bel pasticcio, sarebbe stato. Mina era pronta, il sacco in spalla e sembrava felice di partire. Salutò la madre che fingeva di disperarsi, due baci sulle guance e poi via come un fulmine sadico. Salì sulla nave per Genova come una habituée di crociere, nella traversata fece a un marinaio quello che faceva al vecchio Libero, guadagnando così i suoi primi spiccioli fuori Patria. Si mosse a tavola nell ammirazione di Serena che temeva fosse una selvaggia come i suoi nipoti. Vomitò dignitosa per le onde del Golfo del leone ed ebbe le lodi di ufficiali, belle signore e turisti sudati per i suoi modi compiti e la sua erre francese. Lasciata Genova e i suoi polverosi rumori di ferro che sbatte invano su banchine moribonde, dormì nel treno come una viaggiatrice esperta, cullata dagli altoparlanti delle stazioni e dal clangore leggero delle rotaie. Non degnò Portino di uno sguardo, quando il taxi da Venere lasciò l ultima galleria e il paese le apparve splendente quel mattino così nitido, le sua case gialle e rosa a specchio sul mare e la sua corona d ulivi. Né prestò attenzione alla sua cameretta di serva. Un lettino con una coperta militare, un comodino, un vecchio abat-jour, un armadio di legno buio, un buco di vergogna nel grande appartamento al pianterreno di Serena, davanti alla verde tettoia e al giardino fiorito che subito odiò. Anche se dalla sua camera si vedeva il Mediterraneo, non pensò alla fuga, a tuffarsi in quel mare e nuotare fino a Tangeri. Posò il sacco sul piccolo letto e sorrise tranquilla davanti allo specchio quadrato appeso a un chiodo: una cornice di plastica blu, ma grande quanto bastava per guardarsi negli occhi e darsi coraggio. 23

25 4 Prima di tutto, Serena impose a Mina di pregare come i cristiani, dicendole subito di smetterla con quel tappetino e quegli inchini a Oriente. E di dimenticare l arabo, di conservare il francese, ma di parlare solo toscano, che non c è lingua più benedetta. Non le insegnò altro che rispettare gli orari perché, per il resto, Mina sapeva fare tutto. Io sono una vecchia signora mi sveglio quando gli uccelli sentono l arrivo del sole e cantan felici il nuovo giorno la prima colazione a letto un ovo alla cocche un caffè un succhino d arance e del pane tostato poco burro marmellata di fichi o di castagne o d arance mi piaccion le bucce così tenere e amare un tuo sorriso e un bel buongiorno son la mia prima colazione voglio che apri le finestre della camera mentre ho la tazzina del caffè in mano questo è il servizio che devi usare me lo comprò a Londra il mio povero marito io devo sentire l aria nuova del giorno mentre prendo il caffè anche se piove devi aprire le finestre tanto l acqua non entra il geometra Ferro sapeva far le case e conosceva i venti alla toeletta vado sola ma tu mi pettinerai i miei capelli son sempre rossi e lunghi come quando avevo i tuoi anni al mattino bado all esercizio la Nera fa la spesa e Maria sistema i tavoli scrivo il menù del giorno e striglio camerieri e sguatteri sono occupata tu sistemi la camera e mi prepari la colazione che prendo alle due del pomeriggio pasta senza pomodoro usa panna e besciamella carni bianche amo la vitella il coniglio il pollo alla Villeroy è il mio preferito insalata verde dell orto mio e frutta del frutteto nostro la frutta nell acqua e nel ghiaccio dopo la frutta il dessert inverto l ordine perché così mi pare se non c è liquore nel dolce finisco con un marsala poi mi ritiro per la siesta il secondo caffè del giorno è alle tre e mezzo e il the alle cinque e 24

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