Eric- Emmanuel Schmitt. Oscar e la dama in rosa. SCRITTORI CONTEMPORANEI

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1 Eric- Emmanuel Schmitt. Oscar e la dama in rosa. SCRITTORI CONTEMPORANEI Proprietà letteraria riservata. Editions Albin Michel S. A., RCS Libri S. p.a., Milano. ISBN Titolo originale dell'opera: Oscar et la dame rose. Traduzione di Fabrizio Ascari. Prima edizione Rizzoli Prima edizione BUR Scrittori Contemporanei gennaio Undicesima edizione BUR Scrittori Contemporanei maggio Per conoscere il mondo BUR visita il sito www. bur. eu Per capire come un grande scrittore può, in poche pagine immaginarie, affrontare ed esaurire l'intreccio fra l'amore e la morte. Marta Brancatisano, Corriere della Sera magazine * Oscar ha solo dieci anni, ma la sua vita sta già per finire. La leucemia lo sta uccidendo. E lui lo sa. Lo sa ma non può parlarne con nessuno, perché i grandi per paura fanno finta di non saperlo. Nell'ospedale in cui il bimbo passa le sue giornate, solo l'anziana signora vestita di rosa, che va sempre a trovarlo, intuisce la sua voglia di risposte. E gli suggerisce un gioco: fingere di vivere dieci anni in un giorno e scrivere a Dio per raccontargli la sua vita. Oscar ci sta-, così si immagina di vivere a vent'anni, a quaranta, a novanta. A centodieci, dieci giorni dopo l'inizio del gioco, si addormenta. Ha lasciato un biglietto sul comodino: "Solo Dio ha il diritto di svegliarmi". * Eric- Emmanuel Schmitt (Lione 1960) è drammaturgo, saggista e romanziere di fama internazionale. Tra i suoi libri ricordiamo Il vangelo secondo Pilato (2002) e Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (2003), dal quale è stato tratto il film omonimo con Omar Sharif. ***** A Danielle Darrieux.

2 Caro Dio, mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo. Ti avverto subito: detesto scrivere. Bisogna davvero che ci sia obbligato. Perché scrivere è soltanto una bugia che abbellisce la realtà. Una cosa da adulti. La prova? Per esempio, prendi l'inizio della mia lettera: «Mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo». Avrei potuto esordire dicendo: «Mi chiamano Testa d'uovo, dimostro sette anni, vivo all'ospedale a causa del cancro e non ti ho mai rivolto la parola perché non credo nemmeno che tu esista». Ma se ti scrivo una roba del genere, fa un brutto effetto e ti interesseresti meno a me. E io ho bisogno che t'interessi. Inoltre mi farebbe comodo che tu avessi il tempo di farmi due o tre piaceri. Ti spiego. L'ospedale è un posto strasimpatico, con un sacco di adulti di buon umore che parlano forte, con un mucchio di giocattoli e di signore in rosa che vogliono divertirsi con i bambini, con amichetti sempre disponibili come Bacon, Einstein o Pop Corn, insomma. L'ospedale è molto gradevole se sei un malato gradito. Io non faccio più piacere. Da quando sono stato sottoposto al trapianto di midollo osseo, sento proprio che non faccio più piacere. Quando il dottor Dusseldorf mi visita, la mattina, lo fa di malavoglia, lo deludo. Mi guarda senza dire nulla, come se avessi commesso un errore. Eppure ho affrontato con impegno l'operazione; sono stato bravo, mi sono lasciato addormentare, ho avuto male senza gridare, ho preso tutte le medicine. Certi giorni ho voglia di insultarlo, di dirgli che è stato forse lui, il dottor Dusseldorf, con le sue sopracciglia nere, a sbagliarla, l'operazione. Ma ha un'aria talmente infelice che gli insulti mi restano in gola. Più il dottor Dusseldorf tace con il suo sguardo sconsolato, più mi sento colpevole. Ho capito che sono diventato un cattivo malato, un malato che impedisce di credere

3 che la medicina sia straordinaria. Il pensiero di un medico è contagioso. Adesso tutto il piano, le infermiere, gli interni e le donne delle pulizie mi guardano nello stesso modo. Hanno l'aria triste quando sono di buon umore; si sforzano di ridere quando racconto una storiella. È vero, non ridono più come prima. Solo Nonna Rosa non è cambiata. Secondo me, è comunque troppo vecchia per cambiare. E poi è anche troppo Nonna Rosa. Nonna Rosa non te la presento, Dio, è una tua buona amica, visto che è stata lei a dirmi di scriverti. Il problema è che sono l'unico a chiamarla Nonna Rosa. Dunque, devi fare uno sforzo per capire di chi parlo: fra le signore in camice rosa che vengono da fuori a passare del tempo con i bambini malati, è la più vecchia di tutte. «Quanti anni ha, Nonna Rosa?» «Riesci a tenere a mente i numeri con tredici cifre, Oscar?» «Oh! Lei esagera!» «No. Qui non devono assolutamente sapere la mia età, altrimenti mi cacciano e non ci vedremo più.» «Perché?» «Sono qui di contrabbando. C'è un'età limite per essere una signora in rosa. E io l'ho superata abbondantemente.» «È scaduta?» «Sì.» «Come uno yogurt?» «Sss!» «O. K.! Non dirò nulla.» È stata davvero coraggiosa a confessarmi il suo segreto. Ma con me ha avuto fortuna. Sarò muto anche se trovo strano, viste tutte le rughe simili a raggi di sole che ha attorno agli occhi, che a nessuno sia venuto il sospetto. Un'altra volta sono venuto a conoscenza di un altro suo segreto e così sono sicuro, Dio, che potrai identificarla. Passeggiavamo nel parco dell'ospedale e lei ha pestato una cacca. «Merda!» «Nonna Rosa, ma che brutte parole dice!» «Oh, ragazzino, lasciami in pace! Parlo come voglio.» «Oh, Nonna Rosa!»

4 «E muovi le chiappe. Stiamo passeggiando, non facendo una corsa di lumache.» Quando ci siamo seduti su una panchina per succhiare una caramella, le ho chiesto: «Com'è che parla così male?» «Deformazione professionale, piccolo mio. Nel mio mestiere ero fottuta se avevo un vocabolario troppo delicato.» «E che mestiere faceva?» «Non mi crederai...» «Le giuro di sì.» «Lottatrice di catch.» «Non le credo!» «Lottatrice di catch! Mi avevano soprannominata la Strangolatrice del Languedoc.» Da quel momento, quando ho una botta di tristezza e Nonna Rosa è sicura che nessuno può sentirci, mi racconta i suoi grandi tornei: la Strangolatrice del Languedoc contro la Macellaia del Limousin; la sua lotta per vent'anni contro la Diabolica Sinclair, un'olandese che aveva delle granate al posto delle tette; e soprattutto la vittoria della coppa del mondo contro Ulla- Ulla, detta la Cagna di Bùchenwald, che non era mai stata battuta, nemmeno da Cosce di Acciaio, il grande modello di Nonna Rosa quando era lottatrice. I suoi combattimenti mi fanno sognare, perché immagino la mia amica sul ring com'è adesso, una vecchietta in camice rosa un po'"traballante, intenta a dare un sacco di botte a delle orchesse in costume da bagno. Ho l'impressione di essere io. Divento il più forte. Mi vendico. Dio, se con tutti questi indizi non indovini chi è Nonna Rosa, o la Strangolatrice del Languedoc, allora devi smettere di essere Dio e andare in pensione. Sono stato chiaro? Torno ai fatti miei. Insomma, il mio trapianto ha molto deluso qui. Anche la mia chemio deludeva, ma era meno grave finché c'era la speranza del trapianto. Adesso ho l'impressione che i medici non sappiano più che cosa proporre, e che mi considerino un caso pietoso. Il dottor Dùsseldorf, che la mamma trova così bello, anche se per me è un po' forte di sopracciglia, ha l'aria sconsolata di un Babbo Natale che non abbia più regali nella sua gerla. L'atmosfera si deteriora. Ne ho parlato al mio amico Bacon. Per la verità non si chiama Bacon,

5 ma Yves. Lo abbiamo chiamato Bacon perché gli si addice molto di più, visto che è un grande ustionato. «Bacon, ho l'impressione che i medici non mi vogliano più bene. Li deprimo.» «Figurati, Testa d'uovo! I medici sono tosti. Progettano sempre un sacco di operazioni da farti. Io ho calcolato che me ne hanno promesse almeno sei.» «Forse li ispiri.» «Probabilmente.» «Ma perché non mi dicono semplicemente che morirò?» Allora Bacon ha fatto come tutti all'ospedale: è diventato sordo. Se dici «morire» in un ospedale, nessuno sente. Puoi star sicuro che ci sarà un vuoto d'aria e che si parlerà d'altro. Ho fatto la prova con tutti. Tranne con Nonna Rosa. Allora stamattina ho voluto vedere se anche lei in quel momento diventava dura d'orecchi. «Nonna Rosa, ho l'impressione che nessuno mi dica che morirò.» Mi ha guardato. Avrebbe reagito come gli altri? Per favore, Strangolatrice del Languedoc, resisti e conserva l'udito! «Perché vuoi che te lo dicano se lo sai già, Oscar?» Uffa, ha sentito. «Ho l'impressione, Nonna Rosa, che abbiano inventato un ospedale diverso da quello che esiste veramente. Fanno come se si venisse all'ospedale solo per guarire. Mentre ci si viene anche per morire.» «Hai ragione, Oscar. E credo che si commetta lo stesso errore per la vita. Dimentichiamo che la vita è fragile, friabile, effimera. Facciamo tutti finta di essere immortali.» «È fallita la mia operazione, Nonna Rosa?» Nonna Rosa non ha risposto. Era il suo modo di dire di sì. Quando è stata sicura che avevo capito, si è avvicinata e mi ha chiesto, in tono supplichevole: «Non ti ho detto nulla, naturalmente. Me lo giuri?». «Giuro.» Abbiamo taciuto un momentino per riflettere un po'. «E se scrivessi a Dio, Oscar?» «Ah no, non lei, Nonna Rosa!» «Cosa, non io?» «Non lei! Credevo che non fosse bugiarda.» «Ma non ti dico bugie...»

6 «Allora perché mi parla di Dio? Mi hanno già raccontato la frottola di Babbo Natale. Una volta basta!» «Oscar, non c'è alcun rapporto fra Dio e Babbo Natale.» «Sì. È la stessa cosa. Ti riempiono la testa di tutt'e due!» «Immagini che io, una ex lottatrice di catch con centosessanta tornei vinti su centosessantacinque, di cui quarantatré per K. O., la Strangolatrice del Languedoc, possa credere per un attimo a Babbo Natale?» «No.» «Beh, io non credo a Babbo Natale ma credo in Dio. Ecco.» Ovviamente, detto così, cambiava tutto. «E perché dovrei scrivere a Dio?» «Ti sentiresti meno solo.» «Meno solo con qualcuno che non esiste?» «Fallo esistere.» Si è chinata verso di me. «Ogni volta che crederai in lui, esisterà un po' di più. Se persisti, esisterà completamente. Allora, ti farà del bene.» «Che cosa posso scrivergli?» «Confidagli i tuoi pensieri. I pensieri che non dici sono pensieri che pesano, che si incrostano, che ti opprimono, che ti immobilizzano, che prendono il posto delle idee nuove e che ti infettano. Diventerai una discarica di vecchi pensieri che puzzano, se non parli.» «O. K.» «E poi, a Dio puoi domandare una cosa al giorno. Attenzione! Una sola.» «E una nullità, il suo Dio, Nonna Rosa. Aladino aveva diritto a tre desideri con il genio della lampada.» «Un desiderio al giorno è meglio di tre in una vita, no?» «O. K. Allora posso ordinargli tutto? Giocattoli, caramelle, un'auto...» «No, Oscar. Dio non è Babbo Natale. Puoi chiedere solo cose dello spirito.» «Esempio?» «Esempio: del coraggio, della pazienza, dei chiarimenti.» «O. K. Capisco.» «E puoi anche, Oscar, suggerirgli dei favori per gli altri.» «Non esageriamo, Nonna Rosa, un desiderio

7 al giorno me lo tengo per me!» Ecco. Allora Dio, in occasione di questa prima lettera, ti ho mostrato un po'"il genere di vita che conduco qui, all'ospedale, dove adesso mi considerano come un ostacolo alla medicina, e mi piacerebbe chiederti un chiarimento: guarirò? Rispondi di sì o di no. Non è molto complicato. Sì o no. Ti basta cancellare la menzione inutile. A domani, baci, Oscar. P. S. Non ho il tuo indirizzo: come faccio? *** Caro Dio, bravo! Sei fortissimo. Addirittura prima che abbia impostato la lettera, mi hai dato la risposta. Come fai? Stamattina giocavo a scacchi con Einstein nella sala di ricreazione quando Pop Corn è venuto ad avvertirmi: «Ci sono i tuoi genitori». «I miei genitori? Non è possibile. Vengono solo la domenica.» «Ho visto l'auto, la jeep rossa con il tettuccio bianco.» «Non è possibile.» Ho alzato le spalle e ho continuato a giocare con Einstein. Ma siccome ero preoccupato, Einstein si fregava tutti i miei pezzi e la cosa mi ha innervosito ancora di più. Se lo chiamiamo Einstein non è perché sia più intelligente degli altri, ma perché ha la testa molto più grossa. Sembra che dentro ci sia dell'acqua. Peccato, se ci fosse stato del cervello, avrebbe potuto fare grandi cose, Einstein. Quando ho visto che stavo per perdere, ho smesso di giocare e ho seguito Pop Corn, la cui camera da sul parcheggio. Aveva ragione: i miei genitori erano arrivati. Devo dirti, Dio, che abitiamo lontano, i miei genitori e io. Non me ne rendevo conto quando ci abitavo, ma adesso che non ci abito più trovo che è veramente lontano. Perciò i miei genitori possono venirmi a trovare solo una volta alla settimana, la domenica, perché la domenica non lavorano e io nemmeno. «Vedi che avevo ragione» ha detto Pop Corn. «Cosa mi dai per averti avvertito?» «Ho dei cioccolatini alle nocciole.» «Non hai più delle fragole Tagada?»

8 «No.» «O. K., vada per i cioccolatini.» Ovviamente non si ha il diritto di dar da mangiare a Pop Corn, visto che si trova qui per dimagrire. Novantotto chili a nove anni, un metro e dieci di altezza per un metro e dieci di larghezza! Il solo indumento in cui entri completamente è una tuta sportiva americana, le cui righe sembrano avere il mal di mare. Francamente, siccome siamo convinti che non potrà mai smettere di essere grasso e ci fa pietà tanto la fame lo tormenta, gli diamo sempre i nostri avanzi. Un cioccolatino è minuscolo rispetto a una tale massa di lardo! Se abbiamo torto, allora anche le infermiere smettano di infilargli delle supposte. Sono ritornato nella mia stanza ad aspettare i miei genitori. All'inizio non ho visto passare i minuti perché ero senza fiato, poi mi sono reso conto che avevano avuto quindici volte il tempo di arrivare da me. A un tratto, ho capito dov'erano. Mi sono infilato nel corridoio e, di nascosto, sono sceso dalle scale; poi ho camminato nella penombra fino allo studio del dottor Dusseldorf. Bingo! Erano là. Le voci mi arrivavano da dietro la porta. Siccome ero sfinito per la discesa, mi sono fermato alcuni secondi per rimettermi il cuore a posto e allora tutto si è guastato. Ho sentito quello che non avrei dovuto sentire. Mia madre singhiozzava, il dottor Dusseldorf ripeteva: «Abbiamo provato di tutto, credetemi, le abbiamo tentate tutte» e mio padre rispondeva con voce soffocata: «Ne sono sicuro, dottore, ne sono sicuro». Sono rimasto con l'orecchio incollato alla porta di ferro. Non sapevo più che cosa fosse più freddo, se il metallo o io. Poi il dottor Dùsseldorf ha detto: «Volete abbracciarlo?». «Non ne avrò mai il coraggio» ha detto mia madre. «Non deve vederci in questo stato» ha aggiunto mio padre. Ed è stato allora che ho capito che i miei genitori erano due vigliacchi. Peggio: due vigliacchi che mi prendevano per un vigliacco! Siccome dallo studio arrivava il rumore di sedie che si spostavano, ho intuito che stavano per uscire e ho aperto la prima porta che mi sono trovato davanti.

9 È così che mi sono ritrovato nel ripostiglio delle scope dove ho passato il resto della mattinata perché, forse non lo sai, Dio, ma i ripostigli delle scope si aprono dall'esterno, non dall'interno... come se avessero paura che di notte le scope, i secchi e gli strofinacci tagliassero la corda! A ogni modo, non mi dava fastidio trovarmi rinchiuso al buio, perché non avevo più voglia di vedere nessuno e perché le gambe e le braccia non mi rispondevano più tanto bene, dopo il colpo che avevo ricevuto sentendo quello che avevo sentito. Verso mezzogiorno, ho udito un gran trambusto al piano di sopra. Ascoltavo i passi, le corse. Poi si sono messi a gridare il mio nome dappertutto: «Oscar! Oscar!». Mi faceva bene sentirmi chiamare e non rispondere. Avevo voglia di scocciare il mondo intero. Dopo, credo di aver dormito un po', poi ho percepito il ciabattare della signora N'da, la donna delle pulizie. Ha aperto la porta e ci siamo fatti paura l'un l'altra e abbiamo urlato fortissimo: lei perché non si aspettava di trovarmi là dentro, io perché non mi ricordavo che fosse così nera. Né che gridasse così forte. Dopo c'è stata una bella confusione. Sono venuti tutti: il dottor Dûsseldorf, la capoinfermiera, le infermiere di servizio, le altre donne delle pulizie. Invece di sgridarmi, come avrei creduto, sembravano sentirsi tutti in colpa e ho capito che bisognava approfittare in fretta della situazione. «Voglio vedere Nonna Rosa.» «Ma dove ti eri cacciato, Oscar? Come ti senti?» «Voglio vedere Nonna Rosa.» «Come sei finito in quel ripostiglio? Hai seguito qualcuno? Hai sentito qualcosa?» «Voglio vedere Nonna Rosa.» «Bevi un bicchiere d'acqua.» «No. Voglio vedere Nonna Rosa.» «Prendi una boccata di...» «No. Voglio vedere Nonna Rosa.» Un pezzo di granito. Una roccia. Una lastra di cemento. Niente da fare. Non ascoltavo nemmeno più quello che mi dicevano. Volevo vedere Nonna Rosa. Davanti ai suoi colleghi, il dottor Dùsseldorf appariva piuttosto seccato di non avere alcuna autorità su di me. Ha finito col cedere. «Chiamate quella signora!» Allora ho acconsentito a riposarmi e ho

10 dormito un po'"nella mia stanza. Quando mi sono svegliato, Nonna Rosa era lì. Sorrideva. «Bravo, Oscar, ce l'hai fatta. È stato un bello schiaffo per loro. Ma il risultato è che adesso mi invidiano.» «Ce ne freghiamo.» «Sono brave persone, Oscar. Bravissime.» «Me ne sbatto.» «Che cosa c'è che non va?» «Il dottor Dùsseldorf ha detto ai miei genitori che sarei morto e loro sono scappati. Li detesto.» Le ho raccontato tutto nei particolari, come a te, Dio. «Mmm» ha fatto Nonna Rosa «mi ricorda il mio torneo a Béthune contro Sarah Youp La Boum, la lottatrice dal corpo unto d'olio, l'anguilla dei ring, un'acrobata che si batteva quasi nuda e che ti sgusciava fra le mani quando cercavi di farle una presa. Combatteva solo a Béthune dove vinceva ogni anno la coppa di Béthune. Beh, io la volevo, la coppa di Béthune!» «Che cos'ha fatto, Nonna Rosa?» «Dei miei amici le hanno gettato addosso della farina quando è salita sul ring. Olio più farina, era pronta da friggere. In tre croci e due movimenti, l'ho spedita al tappeto, Sarah Youp La Boum. Dopo di me, non la chiamavano più l'anguilla dei ring, ma il merluzzo impanato!» «Mi scuserà, Nonna Rosa, ma non riesco proprio a capire il paragone.» «Ma è lampante! C'è sempre una soluzione, Oscar, c'è sempre un sacco di farina da qualche parte. Dovresti scrivere a Dio. E" più forte di me.» «Anche per il catch?» «Sì. Anche per il catch, Dio sa il fatto suo. Prova, Oscar. Che cos'è che ti fa più male?» «Detesto i miei genitori.» «Allora detestali moltissimo.» «È lei a dirmelo, Nonna Rosa?» «Sì. Detestali moltissimo. Quando ti sarai sfogato, ti accorgerai che non era il caso. Racconta tutto a Dio e, nella tua lettera, chiedigli di venirti a trovare.» «Lui si sposta?» «A modo suo. Non spesso. Addirittura di rado.» «Perché? È malato anche lui?» Allora ho capito dal sospiro di Nonna Rosa che non voleva confessarmi che anche tu, Dio, sei

11 messo male. «I tuoi genitori non ti hanno mai parlato di Dio, Oscar?» «Lasci perdere. I miei genitori sono dei cretini.» «Certo. Ma non ti hanno mai parlato di Dio?» «Sì. Solo una volta. Per dire che non ci credevano. Loro credono giusto a Babbo Natale.» «Sono proprio così cretini, Oscar?» «Non se lo immagina! Il giorno in cui sono tornato da scuola dicendo loro che dovevano finirla di raccontare fesserie, che sapevo, come tutti i miei compagni, che Babbo Natale non esisteva, avevano l'aria di cadere dalle nuvole. Siccome ero piuttosto furioso di essere passato per un idiota nel cortile della ricreazione, mi hanno giurato che non avevano mai voluto ingannarmi e che avevano creduto sinceramente che Babbo Natale esistesse, e che erano molto delusi, ma davvero molto delusi nell'apprendere che non era vero! Due autentici deficienti, le dico, Nonna Rosa!» «Dunque non credono in Dio?» «No.» «E la cosa non ti ha incuriosito?» «Se mi interesso a quello che pensano i cretini, non avrò più tempo per quello che pensano le persone intelligenti.» «Hai ragione. Ma il fatto che i tuoi genitori che, secondo te, sono dei cretini...» «Sì. Dei veri cretini, Nonna Rosa!» «Dunque, se i tuoi genitori che si sbagliano non ci credono, perché non dovresti crederci tu e chiedergli una visita?» «D'accordo. Ma non mi ha detto che è infermo?» «No. Ha un modo molto speciale di far visita. Ti viene a trovare con il pensiero. Nel tuo spirito.» Questo mi è piaciuto, l'ho trovato fortissimo. Nonna Rosa ha aggiunto: «Vedrai: le sue visite fanno un gran bene». «O. K., gliene parlerò. Per il momento, le visite che mi fanno più bene sono le sue.» Nonna Rosa ha sorriso e, quasi timidamente, si è chinata per darmi un bacio sulla guancia. Non osava andare fino in fondo. Chiedeva il permesso con lo sguardo. «Su. Mi baci. Non lo dirò agli altri. Non voglio rovinarle la reputazione di ex lottatrice.» Le sue labbra si sono posate sulla mia guancia e la cosa mi ha fatto piacere, ho sentito un calore, un solletico, un profumo di cipria e di sapone.

12 «Quando torna?» «Ho il diritto di venire solo due volte alla settimana.» «Non è possibile, Nonna Rosa! Non aspetterò tre giorni!» «È il regolamento.» «Chi lo fa il regolamento?» «Il dottor Dùsseldorf.» «Il dottor Dùsseldorf, in questo momento, se la fa addosso quando mi vede. Vada a chiedergli il permesso, Nonna Rosa. Non scherzo.» Mi ha guardato esitante. «Non scherzo. Se non viene a trovarmi tutti i giorni, io non scrivo a Dio.» «Proverò.» Nonna Rosa è uscita e mi sono messo a piangere. Prima non mi ero reso conto di quanto avessi bisogno di aiuto. Non mi ero reso conto, prima, di quanto fossi veramente malato. All'idea di non vedere più Nonna Rosa, capivo tutto e mi scioglievo in lacrime che mi bruciavano le guance. Per fortuna ho avuto un po'"di tempo per riprendermi prima che rientrasse. «È tutto sistemato: ho il permesso. Per dodici giorni posso venire a trovarti ogni giorno.» «Me e me soltanto?» «Te e te soltanto, Oscar. Dodici giorni.» Allora non so che cosa mi ha preso, ho ricominciato a singhiozzare. Eppure so che i ragazzi non devono piangere, soprattutto io, con la mia testa d'uovo, che non somiglio né a un ragazzo né a una ragazza, ma piuttosto a un marziano. Niente da fare. Non riuscivo a fermarmi. «Dodici giorni? Va davvero così male, Nonna Rosa?» Anche lei aveva voglia di piangere. Si tratteneva a fatica. L'ex lottatrice impediva alla ragazza di un tempo di lasciarsi andare. Era bello da vedere e mi ha distratto un po'. «Che giorno è oggi, Oscar?» «Diamine! Non vede il mio calendario? È il 20 dicembre.» «Nel mio paese, Oscar, c'è una leggenda che sostiene che, durante gli ultimi dodici giorni dell'anno, si può indovinare che tempo farà nei dodici mesi dell'anno seguente. Basta osservare ogni giornata per avere, in miniatura, il quadro del mese. Il 20 dicembre rappresenta gennaio, il

13 21 dicembre febbraio, e così via, fino al 31 dicembre che prefigura il dicembre seguente.» «È vero?» «È una leggenda. La leggenda dei dodici giorni divinatori. Vorrei che ci giocassimo, tu e io. Soprattutto tu. A partire da oggi, osserverai ogni giorno come se ciascuno contasse per dieci anni.» «Dieci anni?» «Sì. Un giorno: dieci anni.» «Allora, fra dodici giorni, avrò centovent'anni!» «Sì. Te ne rendi conto?» Nonna Rosa mi ha baciato, ci prende gusto, lo sento, e poi se n'è andata. Allora ecco, Dio: stamattina sono nato e non me ne sono reso conto bene; è diventato più chiaro verso mezzogiorno, quando avevo cinque anni, ho guadagnato in coscienza ma non è stato per apprendere delle buone notizie; stasera ho dieci anni ed è l'età della ragione. Ne approfitto per chiederti una cosa: quando hai qualcosa da annunciarmi, come a mezzogiorno per i miei cinque anni, sii meno brutale. Grazie. A domani, baci, Oscar. P. S. Ho una cosa da chiederti. So che ho diritto a un solo desiderio, ma il mio desiderio di un attimo fa più che un desiderio era un consiglio. Sarei d'accordo per una visitina. Una visita in spirito. Trovo la cosa fortissima. Mi piacerebbe molto che me ne facessi una. Sono disponibile dalle otto del mattino alle nove di sera. Il resto del tempo dormo. Talvolta schiaccio dei pisolini anche durante la giornata, a causa delle cure. Ma se mi trovi così, non esitare a svegliarmi. Sarebbe stupido mancare all'appuntamento per così poco, no? *** Caro Dio, oggi ho vissuto la mia adolescenza e non è andato tutto liscio. Che roba! Ho avuto un sacco di noie con i miei amici, con i miei genitori e tutto a causa delle ragazze. Stasera non sono scontento di avere vent'anni perché mi dico che, uffa, il peggio è alle spalle. La pubertà, grazie tante! Una volta sola può bastare! In primo luogo, Dio, ti faccio notare che non sei venuto. Oggi ho dormito pochissimo, visti i problemi di pubertà che ho avuto. Dunque mi sarei accorto se ti fossi presentato. E poi, te lo

14 ripeto: se sonnecchio, scuotimi. Al risveglio Nonna Rosa c'era già. Durante la colazione mi ha raccontato i suoi combattimenti contro Tetta Reale, una lottatrice belga, che ingurgitava tre chili di carne cruda al giorno, annaffiata da ettolitri di birra; sembra che l'arma più potente di Tetta Reale fosse l'alito, a causa della fermentazione carne- birra, e che solo quello bastasse a mandare al tappeto le sue avversarie. Per sconfiggerla, Nonna Rosa aveva dovuto improvvisare una nuova tattica: mettere un passamontagna, impregnarlo di lavanda e farsi chiamare la Giustizierà di Carpentras. Il catch, dice sempre, richiede anche dei muscoli nel cervello. «Chi ti piace di più, Oscar? «Qui? All'ospedale?» «Sì.» «Bacon, Einstein, Pop Corn.» «E fra le ragazze?» La domanda mi ha bloccato. Non avevo voglia di rispondere. Ma Nonna Rosa aspettava e, davanti a una lottatrice a livello internazionale, non si può tergiversare più di tanto. «Peggy Blue.» Peggy Blue è la bambina blu. Sta nella penultima stanza in fondo al corridoio. Sorride gentilmente ma non parla quasi mai. Si direbbe una fata che si riposi un po'"all'ospedale. Ha una malattia complicata, la sindrome del bambino blu, un problema di sangue che dovrebbe andare ai polmoni e che non ci va, rendendo tutta la pelle azzurrognola. È in attesa di un'operazione che la renderà rosa. Io trovo che sia un peccato. La trovo bellissima in blu, Peggy Blue. C'è un sacco di luce e di silenzio attorno a lei, si ha l'impressione di entrare in una cappella quando ci si avvicina. «Glielo hai detto?» «Non mi pianterò davanti a lei per dirle "Peggy Blue, mi piaci tanto".» «Sì. Perché non lo fai?» «Non so nemmeno se sa che esisto.» «Ragione di più.» «Ha visto la testa che ho? Dovrebbe apprezzare gli extraterrestri, e di questo non sono sicuro.» «Io ti trovo molto bello, Oscar.» Allora Nonna Rosa ha frenato un po'"la conversazione. È piacevole sentire questo genere di cose, fa drizzare i peli, ma non si sa più cosa rispondere esattamente.

15 «Non voglio sedurre solo con il mio corpo, Nonna Rosa.»» «Che cosa provi per lei?» «Ho voglia di proteggerla dai fantasmi.» «Cosa? Ci sono dei fantasmi, qui?» «Sì. Tutte le notti. Ci svegliano e non si sa perché. Si ha male perché pizzicano. Si ha paura perché non si vedono. Si fa fatica a riaddormentarsi.» «Ne percepisci spesso, tu, di fantasmi?» «No. Io ho un sonno molto profondo. Ma Peggy Blue la sento spesso gridare la notte. Mi piacerebbe molto proteggerla.» «Vaglielo a dire.» «A ogni modo, non potrei farlo veramente perché, la notte, non si ha il permesso di lasciare la propria stanza. È il regolamento.» «I fantasmi conoscono il regolamento? No. Sicuramente no. Sii furbo: se ti sentono annunciare a Peggy Blue che monterai di guardia per proteggerla da loro, non oseranno venire stasera.» «Ma... ma...» «Quanti anni hai, Oscar?» «Non lo so. Che ore sono?» «Le dieci. Vai per i quindici anni. Non credi che sia ora di avere il coraggio dei tuoi sentimenti?» Alle dieci e mezzo mi sono deciso e sono andato fino alla porta della sua stanza, che era aperta. «Ciao, Peggy, sono Oscar.» Era sdraiata sul suo letto, sembrava Biancaneve quando aspetta il principe, quando quei coglioni di nani credono che sia morta, Biancaneve come le foto di neve in cui la neve è azzurra e non bianca. Si è girata verso di me e allora mi sono chiesto se mi avrebbe scambiato per il principe o per uno dei nani. Io avrei detto «nano» a causa della mia testa d'uovo, ma lei non ha aperto bocca ed è questo il bello con Peggy Blue, che non dice mai niente e che tutto resta misterioso. «Sono venuto ad annunciarti che stasera e tutte le sere a venire, se vuoi, monterò di guardia davanti alla tua stanza per proteggerti dai fantasmi.» Mi ha guardato, ha battuto le ciglia e ho avuto l'impressione che il film andasse al rallentatore, che l'aria diventasse più rarefatta, il silenzio più silenzioso, che camminassi come nell'acqua e che

16 tutto cambiasse avvicinandomi al suo letto, illuminato da una luce che scendeva da chissà dove. «Ehi, vacci piano, Testa d'uovo: sarò io a montar di guardia a Peggy!» Pop Corn stava nel vano della porta, o piuttosto riempiva il vano della porta. Ho tremato. Certo che, se avesse fatto lui la guardia, nessun fantasma sarebbe più riuscito a passare. Pop Corn ha strizzato l'occhio a Peggy. «Eh, Peggy? Tu e io siamo amici, no?» Peggy ha guardato il soffitto. Pop Corn ha ritenuto fosse una conferma e mi ha trascinato fuori. «Se vuoi una ragazza, prendi Sandrine. Peggy è zona proibita.» «Con quale diritto?» «Con il diritto che ero qui prima di te. Se non sei contento, possiamo batterci.» «In realtà sono supercontento.» Ero un po'"stanco e sono andato a sedermi nella sala dei giochi, dove, per l'appunto, c'era Sandrine. È leucemica come me, ma la sua cura sembra riuscire. La chiamano la Cinese perché porta una parrucca nera, lucida, dai capelli dritti, con una frangia, che la fa somigliare a una cinese. Mi guarda e fa scoppiare una bolla di gomma americana. «Puoi baciarmi, se vuoi.» «Perché? La gomma non ti basta?» «Non sei nemmeno capace, scemo. Sono sicura che non lo hai mai fatto.» «Questa poi, mi fai proprio ridere! A quindici anni l'ho già fatto parecchie volte, posso assicurartelo.» «Hai quindici anni?» mi fa lei, sorpresa. Controllo il mio orologio. «Sì. Quindici anni passati.» «Ho sempre sognato di essere baciata da un grande di quindici anni.» «Certo, è allettante.» E allora mi fa una smorfia impossibile con le labbra che spinge in avanti, simili a una ventosa che si schiacci su un vetro e capisco che aspetta un bacio. Voltandomi, vedo tutti i compagni che mi osservano. Non ho modo di tirarmi indietro. Devo essere un uomo. E il momento. Mi avvicino e la bacio. Mi afferra con le braccia, non riesco più a staccarmi, sento del bagnato e, tutt'a un tratto, senza avvertimenti, mi rifila la

17 sua gomma. Per la sorpresa, l'ho mandata giù. Ero furioso. È in quel momento che una mano mi ha battuto sulla schiena. Le disgrazie non arrivano mai sole: i miei genitori. Era domenica e lo avevo scordato! «Ci presenti la tua amica, Oscar?» «Non è mia amica.» «Ce la presenti lo stesso?» «Sandrine. I miei genitori. Sandrine.» «Sono lietissima di conoscervi» dice la Cinese assumendo un'aria sdolcinata. L'avrei strozzata. «Vuoi che Sandrine venga con noi nella tua stanza?» «No. Sandrine resta qui.» Tornato a letto, mi sono reso conto che ero stanco e ho dormito un po'. A ogni modo, non volevo parlare con loro. Quando mi sono svegliato, ho visto che naturalmente mi avevano portato dei regali. Da quando sono ricoverato in permanenza all'ospedale, i miei genitori hanno qualche difficoltà con la conversazione; allora mi portano dei regali e trascorrono dei pomeriggi schifosi a leggere le regole del gioco e le istruzioni per l'uso. Mio padre si accanisce nello studio dei foglietti illustrativi: anche quando sono in turco o in giapponese, non si scoraggia. È campione del mondo del pomeriggio domenicale sciupato. Oggi mi ha portato un lettore di compact. Non l'ho potuto criticare anche se ne avevo voglia. «Non siete venuti ieri?» «Ieri? Perché mai? Possiamo solo la domenica. Che cosa te lo fa pensare?» «Qualcuno ha visto la vostra auto nel parcheggio.» «Non c'è una sola jeep rossa al mondo. Le macchine sono intercambiabili.» «Sì. Non sono come i genitori. Peccato.» Sono rimasti impietriti. Allora ho preso il lettore e ho ascoltato per due volte Lo schiaccianoci, senza fermarmi, davanti a loro. Due ore senza che potessero dire una parola. Sistemati. «Ti piace?» «Sì. Ho sonno.» Hanno capito che dovevano andarsene. Erano a disagio in modo evidente. Non riuscivano a

18 decidersi. Sentivo che volevano dirmi delle cose e che non ce la facevano. Era bello vederli soffrire a loro volta. Poi mia madre si è precipitata contro di me, mi ha stretto molto forte, troppo forte, e ha detto con voce scossa: «Ti voglio bene, mio piccolo Oscar, ti voglio tanto bene». Avrei voluto resistere, ma all'ultimo momento l'ho lasciata fare, mi ricordava il tempo passato, il tempo delle coccole pure e semplici, il tempo in cui non aveva un tono angosciato per dirmi che mi voleva bene. Dopo credo di essermi addormentato un po'. Nonna Rosa è la campionessa del risveglio. Arriva sempre al traguardo, nel momento in cui apro gli occhi. E in quel momento ha sempre un sorriso. «Allora, i tuoi genitori?» «Nulli come al solito. Beh, mi hanno regalato Lo schiaccianoci.» «Lo schiaccianoci? Questa è bella. Avevo un'amica che si chiamava così. Una campionessa formidabile. Spezzava il collo delle sue avversarie fra le cosce. E Peggy Blue, sei andato a trovarla?» «Non me ne parli. È fidanzata con Pop Corn.» «Te lo ha detto lei?» «No, è stato lui.» «Un bluff!» «Non credo. Sono sicuro che le piace più di me. È più forte, più rassicurante.» «Un bluff, ti dico! Io, che sembravo un topo sul ring, ne ho battute tante di lottatrici che somigliavano a balene o a ippopotami. Per esempio, Plum Pudding, l'irlandese, centocinquanta chili a digiuno in slip prima della sua Guinness, avambraccia come cosce, bicipiti come prosciutti, gambe come colonne. Niente vita, impossibili le prese. Imbattibile!» «Come ha fatto?» «Quando non è possibile la presa, vuol dire che una è rotonda e che rotola. L'ho fatta correre, per stancarla, e poi l'ho atterrata, Plum Pudding. Ci è voluto un argano per rialzarla. Tu, Oscar, hai l'ossatura leggera e poca ciccia, questo è certo, ma la seduzione non dipende solo dall'osso e dalla carne, dipende anche dalle qualità del cuore. E di qualità del cuore tu ne hai in abbondanza.» «Io?» «Và a trovare Peggy Blue e dille quello che hai

19 sullo stomaco.» «Sono un po'"stanco.» «Stanco? Che età hai a quest'ora? Diciott'anni? A diciott'anni non si è mai stanchi.» Nonna Rosa ha un modo di parlare che dà energia. La notte era scesa, i rumori risuonavano più forti nella penombra, il linoleum del corridoio rifletteva la luna. Sono entrato da Peggy e le ho allungato il mio lettore di compact. «Tieni. Ascolta il valzer dei fiocchi di neve. È talmente bello che mi fa pensare a te.» Peggy ha ascoltato il valzer dei fiocchi di neve. Sorrideva come se il valzer fosse un vecchio amico che le raccontava cose buffe all'orecchio. Mi ha restituito l'apparecchio e mi ha detto: «È bello». Era la sua prima parola. È carina, no, come prima parola? «Peggy Blue, volevo dirti: non voglio che ti faccia operare. Sei bella così. Sei bella in blu.» Ho visto bene che le mie parole le facevano piacere. Non lo avevo detto per questo, ma era chiaro che le faceva piacere. «Voglio che sia tu, Oscar, a proteggermi dai fantasmi.» «Conta su di me, Peggy.» Ero fiero da matti. Alla fine, ero stato io a vincere! «Baciami.» E" veramente una cosa da ragazze il bacio, come se per loro fosse davvero un bisogno. Ma Peggy, a differenza della Cinese, non è una viziosa, mi ha teso la guancia e darle un bacio è piaciuto anche a me, per davvero. «Buonanotte, Peggy.» «Buonanotte, Oscar.» Ecco, Dio, questa è stata la mia giornata. Capisco che l'adolescenza venga definita l'età ingrata. È dura. Ma alla fine, a vent'anni suonati, le cose si aggiustano. Allora ti rivolgo la mia richiesta del giorno: vorrei che Peggy e io ci sposassimo. Non sono certo che il matrimonio appartenga alle cose dello spirito, se è questo il tuo settore. Esaudisci questo genere di desiderio, il desiderio da agenzia matrimoniale? Se non è di tua competenza, dimmelo al più presto affinché possa rivolgermi alla persona giusta. Senza voler metterti

20 fretta, ti segnalo che non ho molto tempo. Dunque: matrimonio di Oscar e Peggy Blue. Sì o no. Vedi se ce la fai, la cosa mi andrebbe proprio. A domani, baci, Oscar. P. S. A proposito: qual è, insomma, il tuo indirizzo? *** Caro Dio, ecco fatto, sono sposato. È il 22 dicembre, mi avvicino ai trent'anni e mi sono sposato. Per i figli, Peggy Blue e io abbiamo deciso di rimandare a più avanti. In effetti, credo che non sia pronta. È successo stanotte. Verso l'una del mattino ho sentito i lamenti di Peggy Blue che mi hanno fatto saltar su a sedere sul letto. I fantasmi! Peggy Blue era tormentata dai fantasmi mentre le avevo promesso di montare di guardia. Si sarebbe resa conto che ero un incapace, non mi avrebbe più rivolto la parola e avrebbe avuto ragione. Mi sono alzato e ho camminato fino alle urla. Arrivando alla stanza di Peggy, l'ho vista seduta sul letto che mi guardava venire, sorpresa. Anch'io dovevo avere un'aria stupita, poiché all'improvviso avevo Peggy Blue di fronte a me intenta a fissarmi con la bocca chiusa, eppure continuavo a sentire le grida. Allora ho proseguito fino alla porta seguente e ho capito che era Bacon che si torceva nel letto a causa delle sue ustioni. Per un attimo mi sono sentito la coscienza sporca, ho ripensato al giorno in cui avevo appiccato il fuoco alla casa, al gatto, al cane, quando avevo persino arrostito i pesci rossi (beh, credo che più che altro siano bolliti). Ho pensato a quello che dovevano aver vissuto e mi sono detto che, dopotutto, era meglio che ci fossero rimasti piuttosto che avere continuamente a che fare con i ricordi e le ustioni, come Bacon, malgrado gli innesti e le creme. Bacon si è raggomitolato e ha smesso di gemere. Sono ritornato da Peggy Blue. «Allora non eri tu, Peggy? Ho sempre immaginato che fossi tu a gridare la notte.» «E io credevo che fossi tu...» Stentavamo a credere a ciò che succedeva e a ciò che ci dicevamo: in realtà ciascuno pensava all'altro da un pezzo. Peggy Blue è diventata ancora più blu, il che

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