V E R D O N E E D I T O R E

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1 VERDONE EDITORE

2 Con il patrocinio di REGIONE ABRUZZO Presidenza del Consiglio Regionale Presidenza della Giunta Regionale Provincia di Pescara Comune di Atri Commissione Nazionale Italiana per l UNESCO Con il patrocinio ed il contributo di Provincia di Teramo Comune di Giulianova Con la sponsorizzazione di Antico Laboratorio Orafo Armando Di Rienzo - Scanno Questo volume è stato pubblicato con il contributo della Grafica e composizione ALFREDO VERDONE CASTELLI (TE) TEL FAX it COPYRIGHT I diritti sono riservati

3 ASSOCIAZIONE ITALIANA INSEGNANTI di GEOGRAFIA SEZIONE ABRUZZO abruzzo dignità antiche e identità future Giulianova Lido (Te) ottobre Convegno Nazionale Associazione Italiana Insegnanti di Geografia 5 Convegno Nazionale Associazione Italian Insegnanti di Geografia - Giovani 14 Corso Nazionale di aggiornamento e sperimentazione didattica geografie verdone editore

4 Il Presidente della Repubblica ha inteso manifestare il proprio riconoscimento al 53 Convegno dell Associazione Italiana degli Insegnanti di Geografia assegnando una speciale medaglia commemorativa.

5 Questo fascicolo, che vede la luce in occasione del 53 Convegno Nazionale dell AIIG, raccoglie pensieri sulla geografia proposti da autori con formazioni e competenze eterogenee. Se è vero che i pensieri appaiono talvolta liminari rispetto ai canoni istituzionali della disciplina, è tuttavia vero che è proprio della geografia non escludere aspetti dell agire umano che, combinandosi con gli elementi della natura, li modificano modificandosi, nel contempo, essi stessi. La varietà dei punti di vista e dei metodi di approccio, dalla trattazione compiuta ai frammenti alle citazioni letterarie, si offre, allora, come intenzione di produzioni contaminanti e provocatorie. Agnese Petrelli 5

6 nicola aversano gianfranco battisti rolando d alonzo emilio de grazia gino de vecchis valeria di felice franco farinelli cristiano giorda lucia lo presti peris persi agnese petrelli maria pitì carlo brusa cristina morra, alessandra borgi daniela pasquinelli d allegra geografie 6

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8 Presunzione e fatti Vincenzo Aversano Che la Geografia non goda, in generale parlando, di buon apprezzamento e trattamento sul versante scolastico, accademico e nella comune considerazione da parte degli operatori e osservatoriesterni, è un dato indiscusso, come dimostrano da ultimo gli scarsi risultati delle battaglie difensive che pur l AIIG ha generosamente condotto. Alla richiesta di scrivere qualche libera riga sulla nostra disciplina, in occasione del convegno nazionale d Abruzzo, decido di rispondere con brevi riflessioni, quasi alla buona, su qualcuna delle tante cause che sono all origine, a mio modesto avviso, di tale scarsa considerazione. Ritrovo la prima di esse - e mi dispiace, ma lo dico prima di tutto a me stesso - nel fatto che la Geografia, oltre ad essere scienza di superficie, da molti viene praticata, nell approccio concreto di ricerca e dei relativi risultati di conoscenza e nella trasmissione didattica, con una certa superficialità, che spesso rasenta la banalità. E ciò a fronte di grandi enunciazioni e autoelogi di massima (che stavolta non mi appartengono), del tipo La Geografia è la sola scienza che studia i rapporti Uomo-Ambiente. Tale affermazione, di solito accettata acriticamente perché data per scontata, se per un verso contiene una non veridica avocazione di esclusività, per un altro non esaurisce tutto l oggetto di studio e le potenzialità della nostra scienza. Essa ha il torto, in primis, di essere troppo generica e omertosa, giacché, a proposito di tale interazione con la Natura, non specifica trattarsi di rapporti intrattenuti da Uomini non astrattamente considerati, ma localizzati, portatori di una loro civiltà e divisi in razza, sesso, età e soprattutto in categorie socio-economico-culturali, per lo più all interno di un organizzazione politico-statuale estremamente mediante e filtrante, quando non tragicamente coattiva nel caso di realtà dittatoriali. Dal canto suo, poi, la Natura, dopo il primo impatto con la componente antropica, comincia a umanizzarsi e perde sempre più la sua verginità di ambiente fisico, per modo che non è più distinguibile in essa il tasso di naturalità e quello di umanizzazione : chi potrebbe negare che nemmeno i poli o i ghiacci eterni delle alte vette sono più intatti, se non altro per gli effetti indiretti dell intervento umano, che comporta ad esempio le piogge acide a distanza, la circolazione globale dei gas emessi e simildicendo? Dunque, la Natura si rapporta nel tempo in veste diversa, via via più antropizzata, rispetto all energia espressa dall uomo con le sue attività materiali e spirituali, comportando un tipo di- Carlo Emilio Gadda LA COGNIZIONE DEL DOLORE Di ville, di ville!; di villette otto locali doppi servissi; di principesche ville locali quaranta ampio terrazzo sui laghi veduta panoramica del Serruchòn - orto, frutteto, garage, portineria, tennis, acqua potabile, vasca pozzonero oltre settecento ettolitri: - esposte mezzogiorno, o ponente, o levante, o levante-mazzogiorno, o mezzogiorno-ponente, protette d olmi e antique ombre dei faggi attraverso il tramontano e il pampero, ma non dai monsoni delle ipoteche, che spirano a tutt andare anche sull anfiteatro morenico del Serruchòn e lungo le pioppaie del Prado; di ville! di villule!, di villoni ripieni, di villette isolate, di ville doppie, di case villerecce, di ville rustiche, di rustici delle ville, gli architetti pastrufaziani avevano ingioiellato, poco a poco, un po tutti, i vaghissimi e placidi colli delle pendici preandine, che, manco a dirlo, digradano dolcemente : alle miti bacinelle dei loro laghi. Quale per commissione d un fabbricante di selle di motociclette arricchito, quale d un bozzoliere fallito, e quale d un qualche ridipinto conte o marchese sbiadito, che non erano riusciti né l uno a farsi affusolare le dita, né l altro, nonché ad arricchire, ma purtroppo nemmeno fallire, tanto aveva potuto soccorrergli la sua nobiltà d animo, nella terra dei bozzoli in alto mare e delle motociclette per aria. Della gran parte di queste ville, quando venivan fuori più civettuole che mai dalle robinie, o dal ridondante fogliame del banzavòis come da un bananeto delle Canarie, si sarebbe proprio potuto affermare, in caso di bisogno, e ad essere uno scrittore in gamba, che occhieggiavano di tra il verzicare dei colli. Noi ci contenteremo, dato che le verze non sono il nostro forte, di segnalare come qualmente taluno dè più in vista tra 8

9 verso e più complesso di sinergia. E lascio da parte qui l idea, che merita ben altri approfondimenti socio-politici ed etici, secondo cui anche l Uomo verrebbe naturalizzato dal sistema produttivo, onde essere meglio sfruttato ed alienato... Se, dunque, questo luogo comune sull oggetto di studio della Geografia, per la sua genericità, omertosità e ipocrita neutralità va fortemente ridimensionato, non meno discutibile, per la sua parzialità, esso appare anche dal punto di vista scientifico: la Geografia, infatti, oltre i rapporti verticali tra comunità umane e natura fisica, studia quelli orizzontali tra popolazioni, stati, enti, produttori e così via, ossia i contatti nello spazio tra uomini, conoscenze e cose materiali. In definitiva, allora, sulla superficie terrestre e nel tempo la combinazione tra interazioni verticali e orizzontali finisce per diventare nei fatti una catena di cause-effetti incrociati, cioè il sistema-territorio (e non semplicemente ambiente o ecosistema), con le sue fattezze e la sua vitalità interna, che è scientificamente analizzabile e socialmente controllabile nella sua completezza solo, ovviamente, con un approccio sistemico, attraverso la costruzione, nella fase più avvertita e avanzata, di modelli, le cui variabili devono essere attentamente predeterminate (di vario tipo e incidenza nel fisico, nel demografico, nel socio-economico, nel politico, ecc.). Niente paura: anche quando non vuol o non sa far ricorso alla matematica, il geografo umano e/o umanista deve attivare, nel suo piccolo, un approccio sistemico, sforzandosi di prendere in considerazione, con mente libera e critica, quante più variabili possibili nella sua ricerca. Solo così si può giungere a quel tipo di conoscenza utile e applicabile progettualmente sul territorio, volta cioè a rettificarne il grado di entropia eco-socio-economico-culturale con interventi anentropici. L obiettivo non è semplice da conseguire, già solo per il fatto che a questo punto subentra più pressantemente e talora drammaticamente il problema della scala di ricerca e di intervento (si pensi già solo ai costi...), che non può essere se non un progetto pianificatorio volto a finalità di sviluppo sostenibile e integrato. È evidente che una geografia fatta, e magari applicata così, comporta non più una mente e un cuore soli, ma intere équipes di studiosi delle più varie branche dello scibile (fino ai tecnici) che però analizzino insieme interdisciplinarmente le problematiche che si vogliono comprendere e risolvere. A ben vedere, siamo arrivati nel cuore della descrizione regionale, documentata, metodologicamente avvertita, pronta per l uso pianificatorio verso obbiettivi condivisi anche dal basso. Ebbene, ognun sa che oggi, paradossalmente, la corografia, che meglio sarebbe definire corologia, in quanto arricchibile da fonti e approcci sempre più raffinati e sapienziali, è stata quasi abbandonata e viene guardata quei politecnicali prodotti, con tetto tutto gronde, e le gronde tutte punte, a triangolacci settentrionali e glaciali, inalberasse pretese di chalet svizzero, pur seguitando a cuocere nella vastità del ferragosto americano: ma il legno dell Oberland era però soltanto dipinto (sulla scialbatura serruchonese) e un po troppo stinto, anche, dalle dacquate e dai monsoni. Altre villule, dov è lo spigoluccio più in fuora, si raddrizzano su, belle belle, in una torricella pseudosenese o pastrufazzianamente normanna, con una lunga e nera stanga in coppa, per il parafulmine e la bandiera. Altre ancora si insignivano di cupolette e pinnacoli vari, di tipo russo o quasi, un po come dei rapanelli o cipolle capovolti, a copertura embriacata e bene spesso policroma, e cioè squamme d un carnevalesco rettile, metà gialle e metà celesti. Cosicchè tenevamo della pagoda e della filanda, ed erano anche una via di mezzo fra l Alhambra e il Kremlino. Poiché tutto, tutto! era passato pel capo degli architetti pastrufaziani, salvo forse i connotati del Buon Gusto. Era passato l umberto e il guglielmo e il neoclassico e il neo-neoclassico e l impero e il secondo impero; il liberty, il floreale, il corinzio, il pompeiano, l angioino, l egiziosommaruga e il coppedè-alessio; e i casinos di gesso caramellato di Biarritz e il d Ostenda, il P.L.M. e Fagnano Olona, Montecarlo, Indinàpolis, il Medioevo, cioè un Filippo Maria di buona bocca a braccetto col Califfo: e anche la Regina Vittoria (d Inghilterra), per quanto stravaccata su un ottomana turca: (sic). E ora vi stava lavorando il funzionale novecento, con le sue funzionalissime scale a rompigamba, di marmo rosa: e occhi di bue da non dire, veri oblò del càssero, per la stireria e la cucina; col tinello detto office: (la qual parola esercitava un fascino inimmaginabile sui no- 9

10 quasi con sospetto, in nome di una analisi territoriale per problemi, che spesso fa scomparire dalla presa in considerazione proprio le base fondante della riflessione geografica: lo spazio. Ecco perché chiunque voglia oggi svolgere attività o professione di geografo, a vari livelli, deve mettere in conto una preparazione (o almeno buoni rudimenti) sulle più varie materie del versante naturale, economico-sociale, demografico insediativi urbanistico, non senza una conoscenza storica dei meccanismi di stratificazione territoriale, cioè dei processi passati che hanno generato le fattezze attuali di micro-meso-, macro-regioni, se non di tutto il pianeta. Non è poco! Pertanto, se un consiglio mi sento di dare a chi voglia incamminarsi nella avventura della ricerca-didattica geografica, lo richiamerei al massimo dell umiltà e lo avvertirei così: studiare studiare studiare, avere plurimi contatti personali e di rete con esperti di differenziate branche dello scibile, evitare gli approcci superficiali o banalizzanti e puntare su obiettivi di salvaguardia ecologica, di produttività efficiente e di giustizia socio-economico-culturale generalizzata (uso chiamarla eco-effiquity), a tutte le scale fino a quella globale. Un consiglio che ho sempre dato a me stesso, non importa con quanto effettivo profitto: l importante è mettercela tutta nel provare a far scienza con coscienza... velli Vignola di Terepàttula). Coi cessi da non poterci capire se non incastrati, tento razionali erano, di cinquantacinque per quarantacinque; o, una volta dentro, da non arrivare nemmeno al sospetto del come potervisi abbandonare: cioè a manifestazione alcuna del proprio libero arbitrio. Ché, per quanto libere, sono però talvolta impellenti e dimandano, comunque, un certo volume di manovra. Con palestra per i ragazzi, se mai volessero cavarsi lo sfizio; non parendogli abbastanza flessuosi e snodati tra una bocciatura e l altra, tra il luglio e l ottobre. Con tetto a terrazzo per i bagni di sole della signora, e del signore, che aspiravano già da tanto tempo, per quanto invano, sia lei che lui, all abbronzatura permanente (delle meningi), oggi così di moda. Con le vetrate a ghigliottina uno e sessanta larghe nel telaio dei cementi, da chiamar dentro la montagna ed il lago, ossia nella hall, alla quale inoltre conferiscono una temperatura deliziosa: da ova sode. Ma basti, l elenco delle escogitazioni funzionali. Fra le ville della costa di San Juan, lungo lo stradone del Prado (saettavano i rimandi rossi dei loro vetri avverso il taciturno crepuscolo), c era anche, piuttosto sciatta, e ad un tempo stranamente allampanata, Villa Maria Giuseppina; di proprietà Bertoloni. Il crepuscolo, e il suo fronte malinconioso e lontano, appariva striato, ad ora ad ora, da lunghe rughe orizzontali, di cenere e di sanguigno. La villa aveva due torri, e due parafulmini, alle due estremità d un corpo centrale basso e lungo; tanto da far pensare a due giraffe sorelle-siamesi, o incorporàtesi l una nell altra dopo un incontro a culo indietro seguito da unificazione dei deretani. Dei due parafulmini, l uno pareva stesse meditando un suo speciale malestro verso nord-est, oh! una trovata: ma diabolicamente funzionale: e l altro la stessa precisa cosa a sud- 10

11 Una scelta di vita Gianfranco Battisti Vede, dottor Battisti, la Geografia è una materia difficile. Prima bisogna raccogliere la cartografia, indi documentarsi sulle caratteristiche dell ambiente fisico, quindi sull evoluzione storica del territorio, sulle caratteristiche del popolamento, la sua cultura scritta e materiale, gli assetti economici, le condizionanti politiche e solo allora si può cominciare ad affrontare il lavoro scientifico vero e proprio. Questo, a un di presso, il discorso che mi fece un giorno il mio maestro, Eliseo Bonetti, quando stavo letteralmente muovendo i primi passi nel mitico Istituto di Geografia della Facoltà di Economia e Commercio dell Università di Trieste. Un discorso necessario, non essendomi io laureato in Geografia, ma quanto pesante! Perfettamente congruente, del resto, con il carattere di un austero professore, che mi aveva accolto nel suo Istituto con la serafica domanda: Lei conosce il tedesco? 1 Pur essendo ordinario di Geografia economica, Bonetti mise subito in chiaro che per lui, la Geografia era una disciplina integrale. Convinzione che non smentì mai, pur avendomi esonerato - fui il primo nell Istituto - dalla tradizionale trafila di studi sul paesaggio e sulla casa rurale, per catapultarmi direttamente nella nuova Geografia (teoretica e quantitativa) alla quale stava dedicando ormai tutte le sue energie. Erano i primi anni 70, con l avvento dei modelli quantitativi e dell approccio deduttivo anche nella Geografia italiana. Tutto un mondo, o meglio, una visione del mondo che per me si rivelava quanto mai affascinante. Del resto, riandando con la memoria a quegli anni, Angelo Turco scriverà con nostalgia delle mongolfiere che Bonetti andava silenziosamente liberando nel cielo ancora piuttosto chiuso della nostra consociazione. Iniziava così, in modo non tradizionale, la mia avventura accademica. Altrettanto casuale era stato il primo, fondamentale incontro con la nostra disciplina, segnato dalla fortissima personalità di Alessandro Cucagna 2. Incaricato di insegnare la Geografia economica e commerciale all altrettanto mitico I.T.C: Leonardo da Vinci (una delle glorie perdute della Trieste di un tempo, dove insegnerà anche Giorgio Valussi 3 ), il Nostro irrorava le menti dei giovanetti a lui affidati con una 1. G. Battisti, Eliseo Bonetti: ritratto di un geografo, Riv: Geogr. It., vol. CXIII (2006). 2. G. Battisti, Alessandro Cucagna ( ), Boll. Soc. Geogr. It., Sr.XI, vol.v (1998). 3. A. Bissanti, G. Patrizi, P. Persi, G. Battisti, G. Zanetto (a cura di), Giorgio Valussi per la Geografia, A.I.I.G., Urbino est; e cioè d infilare il parafulmine, non appena gli venisse a tiro, sul confinante di destra: e l altro invece su quello di sinistra: rispettivamente Villa Enrichetta e Villa Antonietta. Accoccolate lì sotto, in positura assai vereconda, e un po subalterna rispetto alle due pròtesi di Villa Giuseppina e, pittate di chiaro, avevano quell aria mite e linfatica che vieppiù eccita, o ne sembra, il crudele sadismo dell elemento. Questo sospetto della nostra immaginosa tensione era divenuto scarica della realtà il 21 luglio 1931, durante l imperversare d una grandinata senza precedenti nel secolo, che locupletò di pesos papel tutti i negozianti di vetri dell arrondimiento. Descrivedre lo spavento e i cocci di quella fulgorazione così inopinata non è nemmeno pensabile. Ma il diportamento scaricabarilistico dei due parafulmini ebbe strascichi giudiziari, - subito instradati verso l eternità - tanto in sede civile, con rivendica di danni-interessi, perizie tecniche, contro-perizie di parte, e perizie arbitrali, mai però accettate contemporaneamente dalle due parti; quanto in sede penale, per incuria colposa e danneggiamento a proprietà di terzi. E ciò perché la causa apparì, fin dal suo principio, delle più controverse. Che ce ne impodo io, protestava il vecchio Bertoloni, un immigrato lombardo, se quello ludro non sapeva neanche lui dove andare?. Il fulmine infatti, quando capì di non poter più resistere al suo bisogno, si precipitò sul parafulmine piccolo; ma non parendogli, quella verga, abbastanza insigne per lui, rimbalzò subito indietro, come una palla demoniaca e schiantò su quell altro, un po più lungo, della torre più alta, e cioè in definitiva allontanandosi da terra, cosa da nemmen crederci. Lì, sul riccio platinato e dorato, aveva accecato un attimo il terrore dei castani, sotto la nuova veste d una palla ovale, - fuoco paz- 11

12 messe di nozioni - tutte splendide e splendidamente comunicate - che raddoppiavano praticamente il corso. Da una parte infatti vi erano le tematiche economiche come da programma ministeriale, dall altra, come condimento sapientemente amalgamato, vi era una sintesi del corso di Geografia umana che egli andava contemporaneamente impartendo nelle aule universitarie. Così tanto era il sapere che ci pioveva addosso, che un intera classe, stenografando a tutta velocità (ed eravamo talvolta ai vertici nazionali per questa tecnica) non riusciva a prender nota di tutto quanto veniva dalla cattedra e insieme dalla lavagna. Ché Cucagna era anche un bravissimo disegnatore di carte. Era, il suo, un sapere onnicomprensivo, in cui tutto si tiene, che vuole rendere contezza della totalità delle cose visibili sul pianeta: suolo, sottosuolo, soprassuolo, mari, atmosfera. Un programma da ammazzare un bue e difatti a fine anno non si contavano gli esami a settembre nonché le bocciature. Ma anche i bocciati, anche gli studenti ai quali il solo nome di Cucagna faceva (e talvolta fa ancora) drizzare i capelli in testa, concordavano sul carattere eccezionale delle sue lezioni. Che erano di livello accademico, e di elevato spessore. Chi scrive, che fino ad allora aveva considerato la Geografia una materia arida e noiosa, non passò indenne da questa prova del fuoco. Cucagna mi aprì a forza il cervello, costringendomi ad accettare una visione della Geografia come disciplina vincente, vera e propria sintesi del sapere. Il risultato fu che presi coscienza di avere delle esigenze intellettuali e che la professione del contabile proprio non era il massimo a cui aspirare. Fu forse da lì che presi la decisione di tentare la strada del giornalismo o meglio del giornalismo scientifico, premessa naturale (ovviamente per me, oggi sono in grado di comprenderlo) per il lavoro che avrei fatto dopo la laurea. Due maestri hanno dunque segnato i miei primi anni, anche se Cucagna lo avrei rivisto solo molto dopo, data la rigida compartimentazione che caratterizzava la vita accademica del tempo. Entrambi i maestri mi condussero ad una visione integrale della Geografia, ma a dire il vero all epoca non vi dedicai una riflessione significativa. Tali e tante erano le carenze che andavo riscontrando nella mia preparazione, così forte era lo stimolo ad entrare in azione al più presto, così tanta la preoccupazione di mandare in istampa delle scempiaggini o delle ovvietà, che non c era proprio il tempo per porsi questioni epistemologiche troppo elevate. Erano gli anni in cui si consumava anche in Italia la scissione tra la Geografia umana e quella fisica, assorbita dal più promettente ambito delle Scienze della terra. Io avevo lavorato come giornalista scientifico, ma la mia preparazione nel mare magnum delle scienze nazo a bilicare sulla punta, - come fosse preso da un bieco furore, nell impotenza: ma in realtà dispanando e addipanando un gomitolo e controgomitolo di orbite ellittiche in senso alternativo un paio di milioni di volte al secondo: tutt intorno l oro falso del riccio, che difatti aveva fuso, insieme col platino, e anche col ferro: e smoccòlatili anche, giù per la stanga, quasi ch È fussero di cera di candela. Poi starnazzò un po dappertutto sul tetto, sto farfallone della malora, e aveva poi fatto l acròbato e la sonnambula lungo il colmigno e la grondaia, da cui traboccò in cantina, per i buoni uffici d un tubo di scarico della grondaia medesima, resuscitandone indi come un serpente, intrefolàtosi alla corda di rame del parafulmine piccolo, che aveva viceversa l incarico di liquidarlo in profondo, sta stupida. E in quel nuovo farnetico della resurrezione si diede tutto alla rete metallica del pollaio retrostante il casamento della Maria Giuseppina (figurarsi i polli!), alla quale metallica non gli era parso vero di istradarlo issofatto sulla cancellata a punte, divisoria delle due proprietà confinanti, cioè Giuseppina e Antonietta: che lo introdusse a sua volta senza por tempo in mezzo nella latrina in riparazione, perché intasata, del garage dell Antonietta, donde, non si capì bene come, traslocò immantinente addosso alla Enrichetta, saltata a piè pari la Giuseppina, che sta in mezzo. Ivi, con uno sparo formidabile, e previo annientamento d un pianoforte a coda, si tuffò nella bagnarola asciutta della donna di servizio. Stavolta s era appiattito per sempre nella misteriosa nullità del potenziale di terra. - Furono le diverse perizie che via via permisero di delineare, per successivi aggiustamenti, in un atlante di carta bollata, questo catastrofico itinèraire. Ciò in un primo tempo. In un secondo tempo, furono le perizie stesse a in- 12

13 turali era giocoforza lacunoso. E poi, c era tanta cultura economica da imparare, soprattutto nel suo versante storico. Sarà l esperienza sfortunata del primo concorso a cattedra ad allargarmi gli orizzonti, visto e considerato che in quelle tormentate vicende mi avevano ritenuto non indegno di ricoprire un insegnamento di Geografia umana. Solo più tardi invece, e sempre in collaborazione, verranno piccoli contributi di carattere ecologico. Insomma, un procedere al modo dei gamberi, dato che si dovrebbe (ma ne siamo poi sicuri?) procedere dalle Scienze della terra e dall ecologia biologica verso quella umana. Posso dunque confessarlo: non so tutto, neanche in Geografia, ma sembra che questo mi venga perdonato. Del resto, Chi è senza peccato, scagli la prima pietra. Chi legge, potrà adesso comprendere meglio la mia visione della disciplina, il modo in cui opero concretamente. Un modo assai semplice, anche se non propriamente comodissimo. In breve, cerco sempre di ripercorrere nella mente le vicende storiche che hanno portato alla costruzione dei fatti geografici che mi trovo ad indagare. Storia dell uomo ed insieme della natura, delle opere e delle idee, soprattutto dei progetti e delle visioni sulle quali questi ultimi poggiano. In una parola, la mia Geografia è essenzialmente storia della Geografia, dei singoli luoghi piuttosto che della disciplina. Sembrerebbe un approdo condiviso da un discreto numero di colleghi, eppure ci sono delle sfumature che mi distaccano da molti, che pure stimo e di cui mi sento amico. Ho infatti maturato la convinzione che la Geografia sia contemporaneamente una disciplina essenzialmente scientifica, nel senso di un corpus di fenomeni misurabili in quanto concretamente inseriti in una realtà che per quanto attiene ai nostri sensi è estremamente concreta e dunque vera, reale. Qualunque sia l interpretazione culturale che di essa possiamo dare. Che poi dal punto di vista fisico la materia possa risultare composta di particelle, che magari queste possano avere una natura insieme corpuscolare e ondulatoria, nihil obstat. Questo appartiene però al campo di altri specialisti, che operano ad una scala incommensurabilmente diversa dalla nostra. Tanto diversa da risultare all atto pratico ininfluente. La scala, elemento geografico per eccellenza, rimane dunque un discrimine fondamentale fra le branche della scienza, per la quale la parcellizzazione del reale costituisce un metodo indispensabile di lavoro, non un limite invalicabile. E dunque, fisica e biologica, antropica ed economica, teorica ed applicata, regionale e generale, pur sempre di Geografia si tratta. Una disciplina, la nostra, che per sua natura coniuga assieme Uomo e Natura. Una correlazione di cui si sente un enorme bisogno di questi tempi. Disciplina integrale, dunque, intesa come opera collettiva dei suoi cultori. Non perché ce torbidar le acque, ossia a mescolar le carte, a tal segno da rendere impensabile ogni configurazione di percorrenza. Il muratore di villa Enrichetta, con il buon senso proprio dè paesani, affacciò una sua ipotesi, d altronde plausibilissima: che l ultimo indietreggiamento del giallone, così lo chiamò, fosse dovuto al fatto d aver trovata intasata la canna della latrina, per cui non potè usufruire del passaggio necessario a un tanto fulmine. Ma gli elettròlogi non ne vollero sapere d una simile ipotesi, e sfoderarono delle equazioni differenziali: che pervennero anche a integrare, con quale gioia del cav. Bertoloni si può presumere. Parallelamente a ciò, nel mito e nel folklore del Serruchòn si fece strada l idea che il pianoforte sia strumento pericolosissimo, da carrucolar fuori in giardino senza perdere un istante, non appena si vede venire il temporale. La disgrazia, per il cav. Bertoloni, sarebbe stata ancora sopportabile, se durante l elaborazione delle perizie di parte e la celebrazione d un primo tentativo di procedura arbitrale, a complicare maggiormente le cose, e a stroncar netta ogni speranza di composizione, un secondo fulmine non fosse caduto sulle tre ville, omai affratellate dalla lubido celeste; e cioè due anni dopo la scarica della bagnarola, nel giugno del 33. Chiamati ad ennesima perizia i più occhialuti ingegneri elettrotecnici di Pastrufazio, essi arrivarono in locum una stupenda mattina di mezzo agosto, con ogni sorta di strumenti in scatola, delicatissimi, e ohmetri e ponti di Wheatstone portatili, d una fragilità estrema: ma in quel giorno si celebravano a Terepàttola le esequie di Carlos Caconcellos, il grande epico maradagalese che era venuto a mancare due giorni prima, piombando nella costernazione il mondo letterario, e i poeti epici in 13

14 lo hanno insegnato gli uomini di altre epoche, ma perché questa è la realtà dell umana avventura. Un avventura che si lascia ridurre solo per poi ricomporsi in sintesi via via più complesse, senza peraltro l ambizione di poter un giorno chiudere con le nostre mani il libro della vita. Possiamo comprenderlo se poniamo mente all opera di Karl Ritter. La sua descrizione del mondo si arresta, per il naturale estinguersi dell autore, dopo 19 volumi, nei quali non riesce nemmeno ad esaurire due continenti. 4 Non a caso, tutti noi limitiamo sempre più l ambito territoriale (e temporale) delle nostre ricerche. Si pone a questo punto il problema didattico. Così tante e variegate le Geografie, esse ci interrogano circa la natura e la quantità delle nozioni che, pur senza rinunciare alla qualità del messaggio, possiamo ragionevolmente pretendere di trasmettere ai nostri allievi. I quali, nella quasi totalità, non faranno mai i geografi né tanto meno ambiranno a diventarlo. Alcuni episodi riportati nelle brevi note biografiche con cui ho aperto queste considerazioni valgano da antidoto alle nostre pur legittime aspettative. Personalmente, in seguito di ciò ho fatto tesoro. particolare misura. Sicchè gli ingegneri, nella villa deserta, e privata anche del custode, non avevano potuto combinar nulla. 4 L opera riuscirà al suo allievo Elisée Reclus, il quale in 19 volumi compendia in effetti la Geografia universale. Ma siamo su un piano diverso, dati i tempi. 14

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16 Il Conforto della Geografia Rolando D Alonzo L ultima sezione dell atlante comprende: avvertenze per la ricerca dei nomi stranieri, terminologia geografica. È denominata indice dei nomi. Nelle sue pagine compaiono, in colonna e in ordine alfabetico, nomi conosciuti e nomi sconosciuti. Accanto a essi, dopo trattini o parentesi, sono allineati numeri interi e lettere dell alfabeto maiuscole e minuscole. Indicano le pagine dove si trovano le porzioni di terra o di mare che interessano, i quadranti particolari che riportano i nomi delle varie località e i loro punti di riferimento e, inoltre, i gradi calcolabili della latitudine e della longitudine a essi riferibili. Ma, oltre a questi percorsi grafici, le lettere indicano, con discrezione e infallibile esattezza, rotte particolari, cammini sinuosi e suggestivi, poco visibili a occhio nudo, strade lunghissime e sentieri brevi, intersezioni fatali, luoghi di uno spazio non geometrico; indicano a volte, a seconda delle stagioni e dell inclinazione del sole o del colore del cielo al crepuscolo, le curve traiettorie della memoria o del sogno, gli angoli più intimi dell anima. Non so fino a che punto il pensiero possa avventurarsi su delle mappe colorate, fitte di nomi, segni e numeri precisi. Ma so bene quanto l incantesimo della fantasia debba alla tonalità del blu oltremare o del celeste, alle sfumature del verde o dell ocra, in che misura il ricordo può attingere la sua energia immaginativa dalla connessione dei nomi e dalle distanze, simbolicamente e proporzionalmente stabiliti dalle varie scale e dai segni convenzionali. So che la nostalgia e l abbandono, il destino e l avventura si commisurano spesso ai piccoli rettangoli colorati dell altimetria o della batimetria e che in ogni slancio di entusiasmo si accende una favilla più intensa delle altre, la quale indica il punto nave del viaggio immaginario o ricordato. È certo che ogni empito di ottimismo e di progettualità può avere, come temporaneo riscontro visibile, la scelta di una determinata pagina di questo prezioso libro. L orizzonte che si intravvede al di là del nitido rilievo di un luogo remoto, mai visitato, mai nominato prima è l indefinibile linea di confine tra reale e irreale, tra magico e allusivo, tra passato e futuro, tra eventi accaduti e quelli che accadranno. È una linea di inchiostro nero che separa il cielo dalla terra, la terra dal mare, una linea sulla quale si evidenziano e si succedono minuscole sillabe e sparse consonanti, cifre di una for- Dino Campana CANTI ORFICI Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa sulla pianura sterminata nell agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva: tra il barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio: e a un tratto dal mezzo dell acqua morta le zingare e un canto, da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso. Inconsciamente io levai gli occhi dalla torre barbara che dominava il viale lunghissimo dei platani. Sopra il silenzio fatto intenso essa riviveva il suo mito lontano e selvaggio: mentre per visioni lontane, per sensazioni oscure e violente un altro mito, anch esso mistico e selvaggio mi ricorreva a tratti alla mente. Laggiù avevano tratto le lunghe vesti mollemente verso lo splendore vago della porta le passeggiatrici, le antiche: la campagna intorpidiva allora nella rete dei canali: fanciulle dalle acconciature agili, dai profili di medaglia, sparivano a tratti sui carrettini dietro gli svolti verdi. Un tocco di campana argentino e dolce di lontananza: la Sera: nella chiesetta solitaria, all ombra delle modeste navate, io stringevo Lei, dalle carni rosee e dagli accesi occhi fuggitivi: anni ed anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo. Inconsciamente colui che io ero stato si trovava avviato verso la torre barbara, la mitica custode dei sogni dell adolescenza. Saliva al silenzio delle straducole antichissime lungo le mura di chiese e di 16

17 mula che conferiscono alla comune scrittura l incorruttibile splendore dell oro, l abbagliante riflesso del sole allo zenit, il calcinante spaesamento del bianco totale, la sacrale mestizia della cenere, l ineluttabile compiutezza di ogni dolore, di ogni fine. E, soprattutto, il fulgore della resurrezione. Perciò Lidia, dopo la scomparsa di Egeo, soleva trascorrere tutte le notti col viso curvo sulle pagine dell atlante e con la matita rosso e blu segnava il percorso di quelle divisioni mandate allo sbaraglio. Pensava che il suo uomo non l avrebbe mai abbandonata, se non con la morte. Ma no, che dico? Nemmeno con la morte. Sì, perché da quel giorno in cui i loro corpi si ebbero bagnati nell acqua chiara del Turchino, fondendosi nell abbandono e nel piacere, all improvviso scrosciare sprizzante dell onda, da quel giorno nemmeno il fango, la decomposizione e i vermi avrebbero potuto dividere la loro carne, il loro sangue che diveniva linfa verde. alito di vento, rugiada. Beviti almeno questa tazza, chè sono già le due e mezza e non hai cenato. Ester posava sul tavolino, lì, accanto all atlante, il vassoio con il the, lo zucchero e i biscotti. Ester Celeste. Non lo fai tornare, se segni quelle pagine con i tuoi geroglifici! Ogni notte la stessa canzone, ogni notte la stessa disperazione. Lidia deperiva ed erano già cinque mesi che non giungeva una lettera. I bollettini di guerra non parlavano di quel fronte, ma solo di vittorie italiche nei cieli e sui mari. Sarà prigioniero e non può scrivere, proseguiva la donna. Vedrai che prima o poi verrà da oriente un colombo bianco... e se bianco non sarà eia eia alalà! Ecco, canti come la cicala ebbra di sole, pensava Lidia, la quale mai rispondeva alle insinuazioni, e non sai che anche te domani verranno a prelevare, per chiuderti ben bene nella Casa di Lanciano! Tutti ci rinchiuderanno, una buona volta. Così la faremo finita. Quando si levava il sole e i carri già cominciavano a muoversi dall Incoronata verso la marina e verso shangai, Ottavio si scapicollava tra le ripe e i canneti per giungere al villino poco prima che Celeste spalancasse le persiane del piano terra, quelle verso oriente, per fare entrare i raggi e il calore del giorno nuovo. Era l unica della casa che a quell ora impossibile ciabattasse tra la cucina e la dispensa, per mettere ordine e preparare la colazione. Le signorine si rivoltavano ancora tra le lenzuola, nelle stanze di sopra: Anna sognava i lunghi abbracci di Mario, lo studente del Politecnico conosciuto l estate precedente sulla spiaggia di Termoli, Elvira immaginava di correre sulla Cisitalia color alluminio di Amedeo Nazzari, Olga gemeva per conventi: non si udiva il rumore dei suoi passi. Una piazzetta deserta, casupole schiacciate, finestre mute: al lato in un balenìo enorme la torre, otticuspide rossa impenetrabile arida. Una fontana del cinquecento taceva inaridita, la lapide spezzata nel mezzo del suo commento latino. Si svolgeva in una strada acciottolata e deserta verso la città. Maria Corti CATASTO MAGICO [ ] Secondo ragione si dovrebbe ritenere che la notte stia finendo. È terminata la lunga salita per le balze dell Etna avvolte nella qualità notturna di un buio stellato con frammenti di luce. L alba appare silenziosa all orizzonte coi suoi chiarori azzurri. L uomo è sul filo esatto del cratere. Può chiamarsi il filosofo presocratico Empedocle o l inglese Patrick Brydone che guardava e pensava nel 1770 o un viaggiatore dall estro vagante della fine del nostro millennio. L aria comincia appena a schiarirsi nello spazio immenso del quale a fatica si scorgono i confini nella calma senza suoni. Mare Mediterraneo e terre sono nella penombra ancora indivisi, come furono nel paziente corpo del Caos, e attendono che la luce della prima alba li separi. Le stelle brillano ancora e segnano il misterioso legame cosmico tra il loro fuoco sidereo e quello ipogeo entro l Etna a quindici chilometri di profondità. Una stessa fine forse li attende nel catasto magico dell universo. A poco a poco le stelle si spengono, da est avanza la luce ed è un assistere alla biblica creazione del mondo. Dai tremila metri del vulcano nell immenso silenzio si scorge il tremolio lucido del 17

18 il suo amor fugace, quell amore avvampante e tenero, perduto nel giro della festa di san Valentino. Celeste era il loro lare domestico. Conservava tutte le memorie della famiglia, ordinava con la sua mano veloce ed esperta ogni angolo, ogni cassetto, custodiva i ricordi, proteggeva grandi e piccoli con occhio vigile, vivido di gioia e bontà, benediceva i signori che l avevano presa da bambina, all orfanotrofio. Aveva sposato il destino della famiglia ed era la donna più felice del mondo. Perciò canticchiando a bocca chiusa quell aria di Lehar, che aveva udito fin dalla prima festa tenuta nel salone della vecchia casa di paese, la sera del giugno millenovecentoventinove, si accostò alle ante della persiana, per aprirle. Il sole già striava con lame d oro le mattonelle del pavimento, disegnando una scala orizzontale tra l uscio del corridoio e la basola della porta finestra. Lei vi frusciò sopra con le pianelle di lenci azzurro e fece scattare la serratura. Eccolo qui, il piantone! sussurrò mentre scostava l asse di legno. La sentinella dei nostri risvegli. Ottavio era già lì, appoggiato al tronco del pino che dominava lo spiazzo e la cancellata. Paonazzo e ansimante, le mani chiuse a pugno, posate sui fianchi, seguiva con gli occhi il movimento dell alta persiana che girava sui cardini. Non appena essa fu accostata al muro, fece un passo in avanti, si mise sull attenti. Buongiorno, Celeste. Una pausa strategica, un guizzo tagliente che forò la penombra sonnolenta dell ingresso, là dove il pendolo era sempre fermo alle ore undici. Anche a te, aggiunse la donna, gettando un lungo sguardo liberatorio al cielo, all orizzonte marino, Anche a te che hai fatto la solita levataccia... Egli lasciò cadere e, preso dal compito della sua missione, si schiarì la gola. In due giorni ci prenderemo Karcov!. Certo, ceerto, tagliava corto lei, accingendosi a rientrare. E le signorine? Stanno bene? Benone. Dormono e sognano. Cantano pure. Lidia ha notizie di... Due dispacci abbiamo ricevuto ieri sera... Replicò seccamente Celeste, salutando con la mano il suo interlocutore.... da quei nuvoloni neri del temporale! Per Ottavio era tutto. Se ne corse da Manlio, alla conceria, per riferigli quanto aveva potuto scucire da Celeste: ossia la disperazione della famiglia, le scarse notizie ricevute soltanto per mezzo di un nuvolone nero di temporale, il bla bla bla delle tre sorelle, le quali invece di godersi il mare del mattino se ne stavano nelle stanze di sopra a cincischiare le loro mare azzurro che si separa dall immobilità delle rocce nere. Si tace, immobili. Forse non siamo più capaci di sopportare la perfezione. Un culbianco, che stava su una roccia fissando l oriente e l avanzare dell alba, allorchè chiara la vide volò ad ali spiegate verso il cono terminale del monte, avanzò lungo una navata di rocce nere, le unghie levate e tese nell economia della difesa. Poi lo zampettio di qualche martora, leggerissimo, pone fine al silenzio delle vette. A un tratto trionfante il fascio luminoso del sole spunta dal basso e batte felice sotto le cime sui fiori rosa disposti a corona attorno ai pulvini verdi della saponaria, sui licheni grigio-argento, rossastri, gialli e trasforma in una macchia dorata il giallo trionfante delle ginestre arboree. Più giù sui duemila metri la luce tocca i pulvini spinosi dell astragalo, la borraccina azzurra coi fusti fioriti azzurro-viola, il lupino selvatico e i pulvini grigio-argentati dello spino santo. La natura ha l arte della divagazione, le serve per approssimarsi alla complessità delle cose reali, dei fiori reali. Difatti l abbondanza a grandi altezze della vegetazione colorata pulviniforme non è che naturale difesa dai venti. L esito visivo è una pietra lavica coperta di un morbido tappeto persiano. Ora il sole avanza e da lassù si vede la grande scena dell isola Trinacria. Contemplarla vuol dire entrare nello smarrimento di Pindaro, che ospite di Gerone da Siracusa guardava «l Etna nevoso, colonna del cielo» o nella curiosità degli abitanti iblei, di Comiso ad esempio, dove Bufalino fissando al lontano orizzonte il monte dei monti ne celebrava «la familiare innocenza, monte sì da slanci collerici e distruttivi, ma che non ha mai ucciso nessuno se non per accidente fortuito o imprudenza suicida (preoccupandosi in quest ultimo caso di restituire alla luce ameno un 18

19 pene d amore, a fare chissà quali pensieri e chissà quali azioni, nell intimità profumata e scura delle stanze da letto. E di Lidia, soprattutto, di quella che faceva torcere le budella all amico, notte giorno, e fermentargli il sangue dentro le vene. Corri, Ottavio, corri, ché c è un posto per udire, un posto per parlare e una parola buona ti vale una pelle di capra, immacolata e tenera. Non ci deve tornare qui! Che se lo porti via una granata, se lo roda il tifo dei prigionieri, ma qui quello non ci deve tornare. Era l ossessione di Manlio, Egeo. Il Mirmidone, lo chiamava lui, da quando l aveva visto un giorno entrare in casa della ragazza. Una settimana appena dopo che s era smontato il campo estivo che i militari avevano organizzato sotto la piana del paese. Proprio come i soldati di Achille, davanti le mura di Troia. Solo che lì, in paese,non c era alcuna spiaggia. Sì, nei pressi scorrevano il Trigno e il Treste; i due corsi d acqua nostrani potevano paragonarsi, con un salto di fantasia, a quelli che bagnavano il territorio di Ilio. Insomma il Mirmidone era il Mirmidone, lo straniero, venuto da lontano. Il Mirmidone gli aveva portato via la donna che lui avrebbe voluto sposare. Bene, se pure avesse avuto la fortuna di scampare alle battaglie, alla prigionia, alla fame, alle malattie infettive, se pure fosse riuscito a varcare le Alpi e scendere nella pianura padana, egli l avrebbe fermato, accoppato con le sue mani, avvezze a squartare pecore, agnelli e capretti. Accoppato lì, sul greto sabbioso del Po, in qualche golena abbandonata dove si radunano cani randagi e speranze di fuggiaschi. Ecco. Doveva apparire una disgrazia, oh, anche un suicidio perfetto, alla grande. Io, fedele alla patria, capitano della cavalleria reale, io mi suicido, perché troppo grande è la gioia di rivedere le amate sponde, troppo grande il dolore di essere un superstite, mentre i miei commilitoni sono stati massacrati dai Russi, tutti fatti fuori sulla neve gelata. Io, bacio la mia terra e mi sparo alla nuca, proprio come uno che conserva per sé segreti inimmaginabili.... Manlio era cresciuto nella cattiveria, nella cattiveria vegetava, sognava e sperava. E perciò godeva nel prestare soldi e tormentare poi i suoi creditori, godeva nel calunniare le ragazze che non lo guardavano nemmeno, godeva nel veder morire di consunzione vecchi e malati incurabili. Godeva dei fallimenti altrui, godeva di tutto il male che avvolgeva la tranquilla vita dei comuni mortali. Egli ne era immunizzato, non credeva in nulla, soltanto al possesso delle cose desiderate, al momento, certo, un momento che poteva pure durare qualche anno, ma non si fasandalo della vittima)». Chi se lo fosse dimenticato, il sandalo che volò su apparteneva al suicida filosofo Empedocle, il quale a detta di Eliano nelle Storie varie calzava sandali di bronzo. L incanto metafisico della vetta alla luce dell alba ormai è svanito. Avanza lentamente l ora meridiana, portatrice di demoni, che ha altro compito nel ritmo naturale e insinua nella mente speciale attenzione all isola di Sicilia, emersa dal mare, nell età mitica della sua genesi, come una zattera, terra che tanti fantasmi nel corso dei secoli creò e per un oscura pulsione dei suoi abitanti chiuse proprio dentro le viscere di quella che affettuosamente chiamano «a muntagna». Altra ancora l attitudine all ora crepuscolare, quando l enorme ombra piramidale dell Etna si stende per venti miglia sulla pianura sicula, invadendo così la metà occidentale dell isola come fosse ombra di uno di quei giganti inghiottiti e incatenati nel ventre di fuoco, Encelado o Tifeo. Può darsi non si tratti di puro fatto tellurico-atmosferico, gesto fisico fondamentale del monte, ma di cosmica metafora di quell inaccessibile oscurità del Male che Lawrence attribuì a «un ottusa gente sicula». L ombra del monte sull isola al tramonto entusiasmava il sobrio storico polacco Michal Wisniewski, che nel suo Viaggio in Italia, Sicilia e Malta, edito nel 1848 a Varsavia, scriveva: «Uno di questi tramonti basta per tutta la vita». Anche Alexis de Tocqueville nel Viaggio in Sicilia è colpito dalla visione di un ombra dell Etna che si allunga fino a coprire la terra attorno a Trapani, ma non è immobile, si sposta a vista d occhio, si allunga, si ritrae come l ombra di un essere animato. Anche Tocqueville parla di «spettacolo com è dato vederne una volta sola nella vita». In ogni storia d amore si par- 19

20 ceva illusioni su niente. Soltanto che lui voleva vincere, come vince il male sul bene. Perché il bene è soltanto una fantasia, un ipotesi, mentre il male è reale, ci tiene sempre immersi nel suo gorgogliare universale, un mostocotto di sangue e porcherie che si chiama vita. E di porcherie Lidia ne aveva fatte parecchie in quei giorni. Disgustose, irraccontabili. Che ti sei messa in testa tu? Olga si spinzettava le sopracciglia seduta davanti lo specchio della toelette. Non tollerava le scenate della sorella, la quale, in un ennesimo scatto di isteria, aveva strappato tutti i santini della madre, conservati in un astuccio cremisi, tutti fatti a pezzettini e gettati sotto il letto. Alza il sedere dalla tazza, acconciati come ti pare, vattelo a cercare dove vuoi, quello lì, se hai tanta voglia di farla finita. Non lo chiamava per nome, Olga, il fidanzato della sorella: Quello lì!. Non l aveva ancora accettato. Ma forse non aveva accettato il fatto che Lidia avesse avuto la fortuna di assaporare l amore vero prima di lei. Lei aveva saputo sedurre soltanto uno sgarzellino, nipote del fattore, a cui per due mesi doveva correggere le versioni di latino. Una bravata da fata maligna, quella, soltanto per vedere la reazione del giovanottino. Tu non puoi immaginare come mi fa male il tuo sguardo di commiserazione e di invidia! Ma chi te lo invidia quello lì, che adesso magari sarà mezzo congelato nella tormenta... Quello lì domani... Sa il fatto suo quello lì. Finita la tormenta, quello lì si metterà a cercare le pecorelle russe, di isba in isba. Vedrai! Tornerà prima degli altri, questo mi dice la testa. Dentro un cappotto di legno tornerà, se non lo vai a salvare tu, da tutta quella neve, da tutti gli agguati, da tutte le vulve di segale! Schifosa! Lidia le scaraventava addosso le pantofole, l asciugamano bagnato, il pettine e si precipitava giù a pianterreno, dove Elvira già aveva cominciato a far scorrere sulla tastiera le sue belle dita impazienti.... I tuoi capelli neri, le tue labbra... Mentre la sorella si svagava un poco con le romanze di Tosti, lei tentava di far fagotto, un pezzo di pane, una susina, tre confettini alla cannella, ma poi, ecco il solito conato, il solito crampo alla pancia, il capogiro. Si gettava allora in un angolo, si contorceva come una biscia presa al laccio e dava la testa al muro, una, due, tre volte fino a farsi tumefare la fronte. la di qualcosa di unico, che ha avuto luogo una sola volta, e perciò è indimenticabile. Tutti nella vita si è stati trafitti da un irrepetibile, unico momento, donde la sua fascinazione. Forse in ognuna delle tre ore magiche, l alba, l ora meridiana, la crepuscolare scatta l insidia e il monte compie la sua opera. Dunque si può guardarlo fino a morirne? Si può esserne uccisi? L uomo ascolta le voci forti dell immaginario, in un drammatico mistero di alta qualità sente l impulso a scivolare nel cratere, spiare fra le caverne vulcaniche, i condotti sotterranei, passare da uno strato di terra all altro, divenire veramente terrestre sotto un cielo di pietra. Lo sognò Italo Calvino a proposito di un altro vulcano, il Vesuvio, nella bella prosa Il cielo di pietra: «Non so se quest immagine corrisponde a ciò che vidi o a ciò che immaginai; stavo già sprofondando nel mio buio, i cieli interni si chiudevano a uno a uno sopra di me: volte silicee, tetti di alluminio, atmosfere di zolfo vischioso; e il variegato silenzio sotterraneo mi echeggiava intorno coi suoi boati trattenuti, coi suoi tuoni sottovoce». [ ] Gilles Clément MANIFESTO DEL TERZO PAESAGGIO L alternanza d alberi e d erba solca il paesaggio, lo anima di prospettive curve rilanciate da un rilievo dolce e profondo. L equilibrio delle ombre e delle luci obbedisce a un dispositivo di cui si può intuire l economia. L immensità del territorio toccato da un simile equilibrio può ingannare il viaggiatore: si tratta forse di un progetto? Di un prodotto casuale della storia? Divisione dei lotti, dispersione degli insediamenti, variazione del rilievo: 20

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