Non ti perdono. di Chris Madison

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2 IL ROMANZO Scrivere di viaggi e mete esotiche è il grande sogno della giornalista americana Julie Cooper. La testata londinese Travel Mag la spedisce invece in crociera lungo le desolate coste scozzesi insieme ad altri undici passeggeri. La noia del viaggio cede però presto il passo all inquietudine per l omicidio del brillante uomo d affari Jonathan Westwood. La crociera viene sospesa, tutti i partecipanti vengono ritenuti sospettati e trattenuti in un hotel sulla costa, dove Julie inizia subito a cercare di capire cosa possa essere accaduto. Quando l ispettore Ashford-Tompkins raggiunge l hotel per condurre le indagini, rifiuta l aiuto di Julie Cooper: ben presto, però, si troverà a un punto morto. Tutti hanno un alibi, nessuno un movente. Chi è l assassino? Quale la pista da seguire? Di chi fidarsi? L AUTRICE Dopo anni come responsabile delle relazioni internazionali di un associazione non-profit, Chris Madison ha lasciato il suo lavoro per dedicarsi alla gestione di una piccola azienda a conduzione famigliare. Vive nell Italia del Nord e passa il suo tempo libero tra gli Stati Uniti e l Inghilterra. Non ti perdono è il suo primo romanzo.

3 Non ti perdono di Chris Madison

4 2014 Libromania S.r.l. Via Giovanni da Verrazzano 15, Novara (NO) ISBN Prima edizione ebook ottobre 2014 Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo volume può essere riprodotta, memorizzata o trasmessa in alcuna forma o con alcun mezzo elettronico, meccanico, in disco o in altro modo, compresi cinema, radio, televisione, senza autorizzazione scritta dell Editore. Le riproduzioni effettuate per finalità di carattere professionale, economico o commerciale o comunque per uso diverso da quello personale possono essere effettuate a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da CLEARedi, Corso di Porta Romana n. 108, Milano 20122, e sito web L Editore dichiara la propria disponibilità a regolarizzare eventuali omissioni o errori di attribuzione. Progetto grafico di copertina e realizzazione digitale NetPhilo S.r.l. Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale e indipendente dalla volontà dell autore.

5 Non ti perdono

6 Prologo Quasi non si accorse dei passi regolari che si avvicinavano lungo il sentiero. Si voltò di scatto, ancora assorto nei suoi pensieri, pensando che lui lo avesse seguito per chiarire le cose e per spiegargli che era stato tutto un malinteso. Ma si era sbagliato, non si trattava affatto di lui. Avrebbe dovuto saperlo: non era stato un errore, ma una scelta calcolata in ogni minimo dettaglio. Sei tu gli disse senza nemmeno salutarlo. Mi hai quasi spaventato. Le mani avevano iniziato a sudargli, nonostante non facesse affatto caldo. Non era da lui. L altro non gli rispose subito. Si limitò a sorridere. Ti ho spaventato? gli chiese, scuotendo la testa. Dopo tutti questi anni...? Di cosa stava parlando? Era impazzito? Avrebbe voluto chiederglielo, ma non riuscì a formulare nessuna domanda. Cos è? Sei rimasto senza parole? L altro non sorrideva più. Lo osservava con una strana espressione negli occhi. Stai facendo finta di non sapere niente? Di cosa stai parlando? gli chiese. Il suono della sua stessa voce lo fece trasalire. Era paura quella che sentiva? L uomo si avvicinò di qualche passo, facendolo indietreggiare sul sentiero sterrato. Pronunciò due sole parole. Un nome e un cognome. Non gli servì altro per capire di chi si trattava. La consapevolezza lo colpì in pieno volto, come uno schiaffo a mano aperta. Adesso hai capito? Non poteva essere vero. Lo aveva sempre saputo, ma aveva scelto di ignorare la questione. Un turbine di pensieri confusi gli affollò la mente. Cosa ci faceva lì? Com era possibile? Era un caso o lo aveva fatto di proposito? Cosa voleva da lui? Vuoi dei soldi? Forse avrebbe potuto dargli del denaro. Nella sua vita aveva sempre risolto tutto in quel modo. Gli avrebbe fatto un assegno con

7 molti zeri per metterlo a tacere, per farlo tornare da dove era venuto. L altro scoppiò a ridere. Dei soldi? E cosa me ne faccio dei tuoi soldi? Scrollò le spalle. Oltre al denaro, non gli veniva in mente altro. La situazione lo stava mettendo fortemente a disagio. Doveva concludere la faccenda in fretta, limitando i danni. Cosa vuoi da me allora? L uomo di fronte a lui alzò le mani al cielo, come se non avesse una risposta. Quello che voglio, gli disse, avvicinandosi di qualche passo, sono delle spiegazioni. O almeno delle scuse per tutto quello che non ho avuto, e per tutto quello che non hai fatto. Non sapeva cosa dire. Se non voleva dei soldi tanto peggio per lui. Non aveva altro da offrirgli. Glielo disse. Temo che la tua proposta non mi interessi. No, no, no rispose l altro scuotendo la testa, avvicinandosi ancora. Sentì lo stomaco contorcersi dalla rabbia. Non me ne frega un cazzo di te, ho problemi ben più grossi da risolvere. Senza rendersene conto gli raccontò quello che aveva scoperto solo il giorno prima. Si maledisse per averlo fatto, e decise di provare a risolvere la situazione una volta per tutte. Ascoltami, facciamo finta che questa conversazione non sia mai avvenuta. Io continuo per la mia strada e tu per la tua, ok? E si voltò, senza nemmeno aspettare la sua risposta. Riprese a camminare lungo il sentiero, sperando che l altro non lo seguisse. Sentì dei rumori alle sue spalle, e fu soddisfatto. Anche quel problema era risolto. Sorrise, e un istante dopo si accorse di aver perso l equilibrio. Non riuscì ad attutire la caduta con le mani, e si trovò a terra. Solo in quel momento si rese conto del dolore alla testa. Provò ad alzarsi, ma fu inutile. Sperò che l altro non se ne fosse andato, e che lo aiutasse a rimettersi in piedi. Quando lo sentì avvicinarsi, tirò un sospiro di sollievo. Grazie al cielo, sei qui. Aiutami ad alzarmi. Adesso vorresti il mio aiuto, eh? Ma cosa aveva in mano? Una pietra? Mi hai colpito? Parlare gli costò una fatica immensa, come se le parole si rifiutassero di uscire dalle labbra. L altro non si degnò nemmeno di rispondergli. Lo vide salirgli a cavalcioni, sentì il suo peso sul torace, e le sue mani che si stringevano intorno al collo. Provò a liberarsi, ma l altro era troppo forte e lo sovrastava. La vista stava iniziando ad annebbiarsi, e poco alla volta ebbe la sensazione di aver perso la

8 sensibilità alle mani e alle gambe. Smise di lottare. Chiudere gli occhi era più facile, gli costava meno fatica. Forse solo così sarebbe riuscito a cavarsela. Io non ti perdono... sibilò l uomo. Era talmente vicino che sentì il suo fiato caldo sul collo. Provò a rispondergli, ma perse conoscenza. Quando riaprì gli occhi era da solo. L altro era sparito. Dopo tutto non lo aveva ucciso. Provò a girare la testa per guardarsi intorno, ma era troppo faticoso. Tentò di urlare, ma dalla sua bocca uscì solo un sussurro. Cercò di muovere un braccio, e con una fatica immensa riuscì a prendere il cellulare dalla tasca esterna della giacca. La mano gli tremava, e sperò con tutto il cuore che il telefono non gli cadesse. Se fosse finito a terra non avrebbe mai avuto la forza di riprenderlo. Lo avvicinò agli occhi ma aveva la vista appannata. Il dolore al torace si era acuito: era come se un masso lo stesse schiacciando. Premette i tasti e raccolse tutte le forze per chiedere aiuto. Era sicuro che lui avrebbe capito e che lo avrebbe aiutato. Chiuse gli occhi, e sentì le lacrime calde che gli rigavano le guance. Ora poteva riposarsi un po. Tra poco sarebbero arrivati a soccorrerlo e tutto sarebbe finito.

9 Capitolo 1 Mercoledì 11 settembre 2013 Il viaggio non era ancora iniziato e già sentiva la stanchezza addosso, pesante come la nebbia che scendeva dalle colline verso il porto di Fort Douglas. Cercò di convincersi che in fondo non era solo lavoro, ma più che altro una vacanza. E per di più era pagata per scrivere un articolo in cui avrebbe dovuto convincere i lettori del Travel Mag che una settimana in crociera nelle Highlands scozzesi era il regalo migliore che potessero farsi. La sala d attesa del porto era quasi deserta di mercoledì pomeriggio, e mancava ancora un ora all imbarco. Avrebbe potuto aspettare in un bar in centro, oppure andare all ufficio turistico di Fort Douglas e raccogliere informazioni sul luogo di partenza della crociera. Crociera era una parola grossa: la Arbroath Pride non era nemmeno una vera nave da quello che aveva capito, ma più che altro un battello che avrebbe dovuto trasportare i passeggeri durante il giorno da un porto all altro, per scaricarli poi alla sera in qualche albergo isolato dove avrebbero passato la notte. Già si immaginava la noia mortale: ore e ore di navigazione ogni giorno senza niente da fare se non guardare il paesaggio dal ponte del battello, e aspettare di attraccare in qualche villaggio deserto. Magari ci sarà un bar a bordo, e la connessione a internet, pensò. Così avrebbe potuto lavorare a un paio di recensioni di ristoranti da inviare in redazione. Chissà come sarebbero stati i suoi compagni di viaggio. Probabilmente coppie di anziani alla ricerca di qualche emozione nel selvaggio nord scozzese. Una prospettiva tutt altro che allettante: aveva davanti una settimana intera in compagnia di un manipolo di appassionati di bridge e di gossip sulla famiglia reale. Non aveva fatto altro che pensarci da quando era scesa dal letto quel mattino alle cinque. Era stata un idea di Paul, il suo capo redattore. Un bell articolo per il numero di novembre sulle bellezze della

10 Scozia. E secondo Paul, lei era la persona migliore per scriverlo. Essendo americana, avrebbe avuto un approccio diverso da quello dei colleghi inglesi, e sarebbe stata in grado di invogliare altra gente a intraprendere lo stesso viaggio. L inizio non era stato dei migliori. La sveglia all alba, la corsa dal suo appartamento in Neal Street, l inutile ricerca di un taxi su Long Acre. Avrebbe dovuto pensarci la sera prima e prenotarne uno. Ormai viveva a Londra da quattro anni e avrebbe dovuto sapere che era improbabile o addirittura impossibile trovare un taxi alle cinque e mezza di mercoledì mattina a metà settembre. Intanto l umidità dell aria le si era già incollata ai capelli e al soprabito, e la prospettiva di prendere la metropolitana a Covent Garden non aveva contribuito a migliorare il suo umore. Da Victoria Station aveva preso il treno fino all aeroporto di Gatwick, e qui finalmente si era imbarcata sul volo per Edimburgo. Si trattava di un volo breve, poco più di un ora, ma finalmente aveva potuto chiudere gli occhi e dormire un po nell atmosfera ovattata dell aereo. Le era sempre piaciuto volare, così come aveva sempre amato gli aeroporti. Avevano un qualcosa di esotico a modo loro, e le davano la sensazione che tutto fosse possibile. Ma non questa volta. Fece un rapido calcolo e si guardò intorno nella sala d aspetto del porto: il suo viaggio era durato quasi otto ore, contando anche il tragitto in bus dall aeroporto di Edimburgo alla Waverley Station, e le oltre tre ore in treno fino a Fort Douglas. Non aveva neanche cambiato paese, eppure si sentiva stanca come dopo un volo intercontinentale. Tutta quella fatica per trovarsi in una sala d aspetto grande come un bar, con le pareti arancioni, la moquette per terra, e una decina di sedie sdrucite. I lettori del Travel Mag non sarebbero stati certo allettati da una prospettiva del genere. Avrebbe dovuto pensare a qualcosa per rendere il racconto del viaggio da Londra a Fort Douglas come l inizio di un avventura unica. O forse avrebbe dovuto scrivere la verità. Andate in crociera nei Caraibi. O nel Mediterraneo, dove organizzano delle vacanze vere, lontane da quella uggiosa giornata di settembre che, per fortuna, tra qualche ora sarebbe finita. Per far passare il tempo iniziò a osservare le uniche tre persone che erano entrate nella sala d attesa: una giovane coppia di australiani, e un uomo sulla sessantina con una grossa macchina fotografica al collo. Chissà, forse un vedovo. O uno psicopatico alla ricerca di qualche vittima. Senza quasi rendersene conto, aveva ricominciato con la solita abitudine che prendeva il sopravvento quando si annoiava: osservava le persone intorno a lei, ascoltava pezzi delle loro conversazioni e immaginava le loro storie. Era un espediente che aveva perfezionato nel corso degli anni, quando viaggiava da sola per

11 lavoro. Una cena da quattro portate può essere interminabile senza una persona con cui parlare, e lei non era certo il tipo da fare amicizia con i vicini di tavolo. Era molto meglio immaginare cose improbabili, inventandosi delle storie basandosi su stralci di conversazioni sussurrate. L uomo con la macchina fotografica si era allontanato per rispondere al telefono, passandosi una mano sui capelli radi. Non era inglese, probabilmente svedese, o norvegese. Non riuscì a capire nulla, ma rimase affascinata dalla cadenza cantilenante della lingua e dal suono aspirato ogni volta che l uomo pronunciava la parola ja. Aveva l aspetto triste, ma gli occhi rivelavano una curiosità particolare. Forse non era uno psicopatico dopotutto. Perché viaggiava da solo? Per quale motivo era partito da Stoccolma, da Oslo o da Bergen, per venire in un posto sperduto come quello? Forse era troppo noioso per avere degli amici o una moglie con cui andare in vacanza. L uomo si voltò verso le vetrate che davano sul porto, senza smettere di cantilenare al cellulare. Inutile immaginare la sua storia. Del resto poteva essere uno dei suoi compagni di viaggio, e in tal caso avrebbe avuto una settimana di tempo per capire quale motivo lo avesse portato a Fort Douglas. Forse era meglio concentrarsi sulla coppia australiana: almeno parlavano la sua lingua, erano giovani, e forse anche simpatici. Lei era bionda e formosa, non in maniera provocante, ma piuttosto in quel modo tipico delle ragazze di campagna abituate alla vita all aria aperta. Forse veniva dall outback australiano e aveva una fattoria dove allevava capre e produceva formaggio. E lui sicuramente era un surfista di By ron Bay : alto, biondo e abbronzato, proprio quello che ci si aspetta da un australiano. Sicuramente si erano conosciuti all università, dove lei studiava agraria e lui veterinaria. Basta. Doveva smetterla. Aveva poco più di trent anni ma se fosse andata avanti così, nel giro di qualche anno sarebbe diventata una zitella ficcanaso. In fondo non c era niente di male a essere ficcanaso, fintantoché la cosa non faceva male a nessuno. Si limitava a osservare i fatti e a trarre delle conclusioni plausibili. Sicuramente i due australiani erano in viaggio di nozze. Lo capì dalle fedi scintillanti, lucide, e dalle altrettanto scintillanti occhiate che si lanciavano. Erano lì da al massimo tre quarti d ora e non avevano smesso un attimo di tenersi per mano e di sussurrare l uno nell orecchio dell altra. Magari anche loro stavano passando il tempo come lei, immaginando storie fantasiose sul nordico solitario, e facendosi gli affari degli altri. È libero? La voce di fianco a lei la riportò alla triste sala d aspetto. Prego, non c è nessuno. Controvoglia tolse la sua borsa di cuoio scuro

12 dalla sedia accanto. Americana anche tu? Fece un cenno di assenso con la testa, senza voltarsi, fingendo di leggere le sul suo iphone. Speriamo che questo non abbia voglia di parlare. Spesso aveva notato come gli americani avessero sempre un impulso sfrenato a fare amicizia con i connazionali all estero. Soprattutto in Europa. Forse perché speravano di vivere un avventura romantica indimenticabile, di trovare l uomo o la donna dei loro sogni e di iniziare una nuova vita nel Vecchio Continente. Si domandò se questo non fosse proprio quello che era successo a lei, anche se a dire la verità non era partita per l Europa alla ricerca dell amore. L aveva trovato a casa, a Seattle, e insieme si erano trasferiti a Londra con l idea di costruire un futuro insieme. Ma non aveva voglia di pensare a Sam proprio ora. Ormai era passato del tempo, e per di più era già abbastanza di cattivo umore. Anche io sono americano. Ma questo lo hai già capito. E forse avresti dovuto capire che non mi interessa, pensò Julie. Mi chiamo Alex. Alex Taylor. Sarebbe stato poco carino rifiutare la mano tesa di fianco a lei, così si voltò, senza troppo slancio, e ricambiò la stretta di mano. Julie Cooper. Piacere. Incrociò il suo sguardo, e registrò gli occhi scuri, la pelle abbronzata e i capelli castani spettinati. Ebbe la tentazione di dirgli che nonostante sembrasse simpatico, non gliene importava niente di chi fosse, cosa facesse e dove andasse, ma optò per qualcosa di più neutrale. Scusami, sono troppo stanca per fare conversazione. Ho bisogno di provare a dormire per un po. E senza aggiungere altro mise il cellulare nella borsa, usò la sciarpa come cuscino tra la testa e lo schienale della sedia, e chiuse gli occhi. Alex rimase senza parole davanti alla maleducazione dell americana. Voleva fare solo un po di conversazione aspettando che la Arbroath Pride salpasse. Non ci vedeva niente di male. E ora la sua vicina di sedia era voltata dall altra parte, la coda di capelli castani scomposta e il collo piegato in una posizione innaturale. Si aspettava un minimo di calore, di simpatia. Quali sono le possibilità di trovare un altro americano al porto di Fort Douglas in un pomeriggio di settembre? Entrambi sembravano soli, per cui avrebbero almeno potuto provare a scambiare qualche parola. Non che sperasse di fare amicizia così su due piedi, e meno che mai era alla ricerca di un avventura. Per la prima volta da mesi era lontano da casa e aveva sognato quella

13 vacanza da molto tempo. Era esausto, e quella crociera in Scozia era stata l unico obiettivo che gli aveva permesso di andare avanti. Era stata la sua stella polare al mattino quando si alzava nel suo appartamento di Brooklyn, durante il viaggio in metropolitana verso Bleecker Street, nelle lunghe giornate passate al lavoro, fino a quando la notte quasi crollava sulla linea F. Adesso finalmente era in Scozia, e il suo sogno stava per iniziare. Sarebbe stata una settimana fantastica, come l aveva immaginata da mesi. Avrebbe conosciuto gente simpatica a bordo del battello, e avrebbe visto posti favolosi. Doveva essersi addormentato anche lui, perché il suono di un campanello nella sala d aspetto lo fece sussultare. Alex si stiracchiò prima di alzarsi, e raccolse il grosso zaino da trekking. Il ragazzone biondo e abbronzato aiutò la bella ragazza che era di fianco a lui ad alzarsi dalla sedia, e poco alla volta il gruppo formato da una dozzina di persone iniziò a recuperare borse, borsoni, trolley, giacche e cappelli e ad avviarsi verso la porta che conduceva al molo. Si avvisano i signori passeggeri che la Arbroath Pride è pronta per l imbarco. Il capitano e l equipaggio prevedono di salpare entro venti minuti. Siete pregati di mostrare la vostra carta di imbarco all addetto al pontile B. Nel frattempo l americana era sparita. Peccato, non gli sarebbe dispiaciuto avere un amica durante il viaggio, qualcuno con cui parlare del più e del meno. Sbadigliò rumorosamente e si sistemò in spalla il grosso zaino, mettendosi in coda dietro al gruppo di passeggeri che come lui erano in attesa di salire a bordo. Carta d imbarco in mano, sorrise al ragazzo che controllava l accesso al molo. Sembrava avere poco più di diciotto anni. Cristo, speriamo che non sia il capitano della nostra nave. Si immaginava qualcuno con più esperienza, il classico capitano con la barba bianca e la pancia morbida dovuta alle ore passate dietro al timone con una tazza di tè e un vassoio di scones, o qualcosa del genere. Uscendo dalla porta che conduceva al molo, per poco non si scontrò con la sua non-amica Julie. Attenzione, blocchi il passaggio. Non ne aveva intenzione, ma suonò più scortese di quanto volesse. Scusa. Questa volta la ragazza abbozzò un sorriso. Si era sistemata meglio la coda di cavallo e sembrava quasi meno antipatica. Sembra che dovremmo sopportarci per una settimana disse Alex sorridendo. Già, sembra di sì. Scusa per prima... ma sono stanca e ho bisogno di un caffè. Si avviarono verso il molo, lui con lo zaino in spalla e lei facendo scorrere

14 rumorosamente il trolley sul legno consumato del molo, senza parlare. Ho letto su internet che c è un bar a bordo. Potrei offrirti un caffè se ti va, per farmi perdonare. Lei lo guardò con sospetto. Perdonare di cosa? Sono stato invadente prima. Volevi stare per conto tuo. Ok. Ok? Ok nel senso di sì, sei stato invadente, o sì, accetto il caffè? Decise di non pensarci troppo. Di dove sei? Sei di nuovo invadente. Guardandola di profilo gli sembrò di vederla sorridere. Sono invadente. E non conosco nessuno qui. Pensavo che potessimo fare amicizia. Non cerco amici. Sono qui per lavorare disse Julie sollevando il trolley per la maniglia, precedendolo sulla passerella di ferro che portava finalmente alla Arbroath Pride. Vorrei solo un po di compagnia, parlare con qualcuno che capisca la mia lingua. Ci sono tante persone qui che capiscono la nostra lingua gli fece notare. Sì una decina tra australiani, inglesi, norvegesi o svedesi, chi li capisce questi quando parlano tra di loro... Dodici lo interruppe lei. Dodici cosa? Dodici passeggeri. Due coppie di inglesi in pensione, una coppia di australiani in luna di miele, altri due americani, uno svedese o norvegese, un inglese terrorizzato all idea di salire su una nave. E noi due. Fa dodici. Più l equipaggio. Come faceva a sapere tutte quelle cose? Non aveva detto di voler dormire quando lui aveva provato a iniziare una conversazione con lei? Lavori per la CIA? No, per una rivista. Lui la guardò con aria interrogativa. Osservo le persone e mi ricordo i particolari continuò Julie. Non era poi così male dopo tutto, poteva anche essere divertente passare del tempo con lei. Finalmente erano saliti a bordo. L aria nella sala d aspetto del porto di Fort Douglas era stantia, e aveva sperato di potersi imbarcare il più in fretta

15 possibile. Era arrivato con largo anticipo rispetto all orario di partenza, ma era abituato così. Non gli piaceva farsi aspettare ed essere costretto a fare le cose di corsa, come aveva fatto quell inglese dall aria insolita. Erik Larssen lo aveva visto entrare per ultimo, in fretta e furia, aprendo con impeto la porta della sala d attesa del porto. Non si poteva fare a meno di notarlo: aveva un abbigliamento bizzarro, soprattutto considerando che dovevano affrontare una crociera lungo la costa scozzese, e non un viaggio nella metropolitana di Londra. Quando aveva preparato la valigia la sera prima nella sua casa di Stavanger, Erik aveva scelto con cura quali capi portare con sé. Aveva optato per un abbigliamento comodo e sportivo, adatto alle lunghe camminate e al clima umido. L inglese ritardatario non doveva essere stato così previdente. Ma del resto gli inglesi ci tengono alla forma, e forse quell uomo non voleva rinunciare al suo stile nemmeno in crociera. Aveva osservato attentamente anche gli altri passeggeri, ma nessuno di loro si era mostrato interessato a lui. Sperava soltanto di non dover passare la maggior parte della vacanza da solo, a trafficare con la sua macchina fotografica. Come durante la sua ultima crociera, l estate precedente, insieme a Ingebjørg. Lei amava scherzare sul fatto che quando erano insieme sembrava prestare più attenzione alla sua macchina fotografica che a lei. L anno prima erano partiti da Bergen, imbarcandosi sull Hurtigruten, uno dei vecchi battelli delle poste norvegesi utilizzati come navi da crociera. Prima di imbarcarsi avevano trascorso la giornata in città passeggiando tra le vie del Bryggen, l antico quartiere anseatico. A fine mattinata avevano preso la funicolare che portava al monte Fløyen, e Inge aveva insistito per pranzare nel ristorante che a lui era sembrato troppo pretenzioso. Senza aspettarlo, era entrata, e dopo nemmeno cinque minuti erano stati accompagnati a un tavolo con una vista mozzafiato sul fiordo. Il conto era stato piuttosto salato, ma ne era valsa la pena. Quello era stato l inizio della loro ultima vacanza insieme. Un paio di mesi dopo il loro rientro, Inge aveva fatto vacillare tutte le sue certezze. Altre coppie di loro conoscenti si erano trovati nella stessa situazione, ma fino ad allora aveva sempre pensato che fosse una cosa che succedeva ad altre persone. Lei gliene aveva parlato una sera a cena, comunicandogli la notizia senza battere ciglio. C è una cosa che ti devo dire aveva esordito Inge sorridendo con dolcezza, come era solita fare. Lui aveva annuito, invitandola ad andare avanti, e continuando a mescolare la zuppa nel piatto. Non ci sono mai le parole giuste per dirlo... E per me è molto difficile affrontare l argomento, ma non ce la faccio più a nasconderti la verità.

16 A malapena era riuscito a chiederle di cosa si trattasse, continuando a tenere gli occhi fissi sul piatto. E lei glielo aveva detto, senza tanti giri di parole. Erik aveva deglutito, poi aveva espirato a fondo. Da quanto tempo? le aveva chiesto. Lei era stata in silenzio per un po, poi si era alzata per risciacquare le pentole nel lavandino. Da qualche mese. Non si era nemmeno voltata per guardarlo negli occhi, così si era ritrovato a fissare la schiena di Inge, avvolta in un vecchio cardigan. Si era sentito mancare la terra da sotto i piedi, all istante, e si era alzato da tavola senza rivolgerle la parola. Quella sera non se l era sentita di dormire accanto a Inge, e aveva preferito il divano del salotto al loro letto matrimoniale. Non aveva chiuso occhio tutta la notte, e non aveva fatto altro che ripensare alle parole di sua moglie. La rabbia era sopraggiunta immediatamente: prima nei confronti di Inge, poi verso sé stesso, per non essersi accorto di niente. E alla fine la rabbia aveva lasciato posto alla tristezza. Poco alla volta aveva iniziato a sentire la mancanza di Inge, di come era prima. Un tempo lo prendeva continuamente in giro per le sue abitudini maniacali: per come sistemasse le confezioni di conserve nella dispensa, dalla più grande alla più piccola, per come allineasse le ciabatte di fianco al letto prima di andare a dormire. In un paio di occasioni avevano parlato di come affrontare la situazione, ma a entrambi era sembrato impossibile trovare una soluzione. In realtà Inge aveva le idee molto chiare sul da farsi, ma lui non era riuscito a rassegnarsi. Fare come aveva suggerito lei significava perderla per sempre, e rinunciare a tutto quello che avevano costruito insieme. Per un paio di mesi né Inge né Erik erano tornati sull argomento, fino a quando all improvviso aveva capito cosa fare. Ci aveva pensato tutta la notte, senza riuscire a prendere sonno. Il giorno successivo aveva studiato tutto nei minimi dettagli: aveva trovato diversi siti internet, e addirittura dei forum di discussione. All inizio il pensiero gli aveva fatto accapponare la pelle, al punto che due o tre volte aveva chiuso il browser e si era spostato dalla scrivania, come a volersi allontanare fisicamente dall idea. Ma poco alla volta si era lasciato convincere, trascorrendo sempre più ore soprattutto di notte, di modo che Inge non se ne accorgesse a leggere le storie di chi lo aveva già fatto. Si era registrato su un forum, ed era riuscito a scoprire come procurarsi tutto l occorrente. Era stato necessario andare fino a Oslo, ma tutto era andato secondo i piani. Gli era quasi venuto un infarto prima della partenza per paura di essere fermato dalla polizia per le strade della capitale, oppure durante il lungo viaggio in treno. Ma ce l aveva fatta, ed era tornato a casa a Stavanger. La

17 sera stessa non aveva fatto nulla: aveva preparato una cena leggera, e poi aveva messo l acqua nel bollitore per le due tisane, una per lui e una per Inge. Per un momento aveva dubitato della sua forza di volontà, ma poi aveva guardato sua moglie e aveva fatto quello che doveva fare. Non se ne era pentito, nemmeno per un attimo. Da quella sera, Erik era diventato un uomo solo, e lo sarebbe rimasto per il resto della sua vita. Il vociare degli altri passeggeri della Arbroath Pride gli fece tornare in mente che quella era la prima vacanza da quando Inge non c era più. La sua vita era cambiata, non c era modo di tornare indietro, e quella crociera era il primo passo verso la normalità. Prese posto a uno dei tavolini, avendo cura di sistemare il suo trolley sotto la sedia in modo che fosse ben allineato ai riquadri della moquette che rivestiva il pavimento. Nella sala da pranzo della Arbroath Pride erano al riparo dalla pioggia battente e dal vento che sferzava la pelle. L americano aveva ragione, c era un bar. Julie decise di ordinare subito un caffè bollente, e magari anche qualcosa da mangiare. Le sembrò che Alex volesse dire qualcosa, ma il capitano batté le mani due volte per richiamare l attenzione dei dodici passeggeri. Il più strambo era senza dubbio l inglese arrivato per ultimo. Con la sua ventiquattrore di pelle e il suo impermeabile beige macchiato dalla pioggia, sembrava appena uscito da una banca della City. Forse aveva sbagliato treno e anziché scendere a Hackney o in qualche altro sobborgo di Londra si era ritrovato per errore al porto di Fort Douglas. Perché sicuramente era nervoso e incazzato nero, e continuava a guardare l orologio, senza smettere di camminare avanti e indietro. Forse pativa il mal di mare. Allora perché andare in crociera? Il capitano diede loro il benvenuto a bordo, spiegando che sarebbero partiti da lì a pochi minuti alla volta di Caiystane, dove avrebbero passato la notte. Il secondo del capitano si accinse a leggere la lista dei passeggeri, invitando i presenti a rispondere ad alta voce. Bryson Hellen e Bryson Nick, gli australiani in viaggio di nozze. Risposero all unisono anche all appello. Cooper Julie. Alzò la mano e confermò la sua presenza, anche se avrebbe voluto essere dall altra parte del mondo e non su una carretta del mare con un gruppo di persone che volontariamente non avrebbero passato nemmeno dieci minuti insieme. Ma si trattenne dall esternare questi pensieri, e sorrise. Fogarty Anna e Fogarty Timothy, la prima coppia di pensionati. Lei piccola e paffuta, lui alto e con una testa di capelli biondi arruffati.

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