CALVIN 02/5/97 05/9/97

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1 CALVIN DI Marco Costa 02/5/97 05/9/97 1

2 Sono un gay intrappolato nel corpo di una donna. Sono innamorata della solitudine. Mi chiamo Calvin,niente cognome per adesso,nessun soprannome,solo Calvin e basta. Sapere?Beh,è giusto,voi vorreste sapere di me,di quello che mi è successo,di quello che mi piace e di quello che detesto,è giusto,d accordo,cominciamo con qualcosa di personale,un accenno biografico per esempio,due o tre cosine sulla mia infanzia,mio padre,mia madre,il nonno,la scrofa,la grande casa nella prateria e roba del genere.little big Horn,questa ridente cittadina della provincia Americana,vi dice niente?mettiamola così,nell universo c è un enorme pianeta azzurro o quasi,su questo pianeta c è una grossa zatterona chiamata America,in questa zatterone c è un lembo di terra chiamato Montana,e nel Montana,oltre alle vacche e agli indiani c è un paesino che odora di tabacco,e in quel paesino c è una bambina,carnagione chiara e capelli biondi come il grano,la birra,l alba.quella bambina sono io,calvin. Permettetemi una divagazione storica;dalle mie parti corre una leggenda,se la tramandano i vecchi cow boys con la pancia,almeno credo,personalmente la sentii per la prima volta da mio nonno ( con tutto che lui un cow boy non lo è mai stato ) che disse qualcosa del genere:<<dormi piccola mia,dormi o gli spiriti dei caduti ti porteranno con loro nella terra.>>forse non diceva proprio così,non mi ricordo,ma lasciatemi finire.si tramanda che al crepuscolo,quando sulla vallata che vide la disfatta di Custer,planano come un sudario le note del silenzio e viene ammainata la bandiera,gli spiriti dei caduti escano dalla terra in cui perirono,che riprendano la posizione di battaglia e al fulgore incerto e spettrale della luna e delle stelle rivivano nell aria immota e carica di odori la passione concitata dell antica battaglia.quasi ogni giorno,insieme a Guglielma,la mia scrofa,andavo per quella vallata mentre il sole scendeva giù,e gli stormi di anatre selvagge salivano su su nel cielo,talmente in alto che l occhio non le distingueva fra le nuvole.andavo da quelle parti tremando come una foglia,con i pugni stretti nelle tasche dei pantaloni,con gli occhi lucidi di pianto,volevo vedere,nonostante fossi terrorizzata da ogni minimo rumore,volevo vedere gli spiriti dei caduti.purtroppo questo non successe mai,così un bel giorno mi stufai di aspettare e lasciai andare la questione,risentita e disillusa.a riscrivere di quei giorni provo una certa nostalgia,ma con ciò non voglio dire che vorrei tornare bambina,no,quello che mi manca in realtà sono i colori,l arancione del tramonto,le nuvole viola,il ventre rosa sottilmente lanoso di Guglielma sul quale adagiavo la testa e mi godevo lo spettacolo,e i rumori,il ritmato verso delle anatre,il sibilo quasi impercettibile del vento fra gli stepi secchi,lo sciaquettio dei ruscelli sui ciottoli neri,il grugnire screziato di Guglielma e il ciabattare di mio nonno nella notte, quando di nascosto trafugava il whiskey dalla credenza e si versava un bicchierino...era un adorabile ed inguaribile bugiardo lui,ne trovava sempre una nuova per spiegare il continuodiminuire della bottiglia,a sentir lui potevano esser stati i topi o gli spiriti dei caduti oppure io,sì,arrivò persino ad accusarmi.ma le sue bugie non facevano mica male a nessuno,direi quasi che facessero parte di una personale visione della vita,una filosofia,un arte esatta con tanto di regole cui attenersi.alla mattina,durante il pranzo,la sera prima di coricarsi,non la smetteva mai di dire bugie,ogni occasione era buona per raccontare di quando a Parigi aveva schiaffeggiato Picasso (mio nonno non era mai stato in Europa)dello sbarco in Normandia (fu scartato dall esercito per via dei piedi piatti e per un sospetto 2

3 turbamento psichico)della notte d amore che aveva passato con la Diethric,di quando era stato a pranzo con il presidente Roosvelt,di quella volta che era andato a Città del Messico a piedi e compagnia bella.nessuno più gli prestava attenzione,nessuno si prendeva la briga di contraddirlo,di smascherare quell menzogne così male articolate,nessuno tranne me.quand è morto,due anni fa,al suo funerale la gente anzichè piangere,rideva,ricordando sottovoce le panzane più eclatanti del nonno. Ammetto di non aver detto molto,forse avrei dovuto prepararmi una scaletta degli avvenimenti o qualcosa del genere invece di saltare di qua e di là come un fottuto Pindaro,ma in questo modo avrei forse descritto un periodo storico,avrei dato a voi lettori uno spaccato di vita provinciale americana e niente più,ma non è questo che mi interessa,questo non dovrà essere un romanzo di genere con una lei che incontra un lui si amano viaggiano e muoiono,per quella roba ci sono i rotocalchi rosa,se volete una storia di relazioni impossibili con vendette e tradimenti chiudete pure questo libro e accendete la televisione.se ho preso la penna in mano è stato per vedere che cosa sarebbe successo,un po come quando andavo nella vallata ad aspettare di scorgere gli spiriti dei caduti,avevo paura,ma volevo vedere,la curiosità è femmina,e nessuna è più femmina di me. Ci sono molti modi per chiamare una donna,ognuno con sfumature sottilmente differenti dal precedente sinonimo:ragazza,pollastra,femmina,pupa,tipa,sgualdrina,moglie,madre,vecchia,figlia,zitella,sposa,bambo la,bellezza,befana,gallina,coniglietta,venere,vecchia ciabatta... ma nessuno di questi termini è per natura appropriato poichè ogni donna è,senza saperlo,per natura astuta e subdola,sempre sfuggevole,il peggior nemico dell uomo se vogliamo,la sua tortura preferita.per me essere donna è essere orgogliosa.non ricordo neancheun momento della mia vita in cui abbuia desiderato essere un uomo.ci chiamano il gentil sesso,il sesso debole,ma non fatevi illusioni,per ogni donna che ride ci sono tre uomini che piangono. E così che vorrei che la mia narrazione cominciasse,lasciamo stare la mancanza di nessi logici e compagnia bella,e iniziamo a parlare di fatti,partendo per esempio da quando mi sono trasferita a New York per rincorrere il mio sogno di essere pittrice ed ho scoperto che la gente ti vuole bene spassionatamente,come crediamo si possa amare solo nei film,se si hanno due tette alte e sode come le mie... 3

4 Passare da un paesino che odora di tabacco come Little Big Horn ad un gigante febbricitante dai mille profumi come New York per me fu scioccante,inquietante,come se un pesce rosso dopo aver vissuto per ventun anni in una boccia di vetro venisse di colpo catapultato nell oceano,quanto meno spaesante.sapevo già tutto della delinquenza,dei criminali,del Diavolo e tutto il resto,ma la vita è troppo breve per avere paura,ero libera finalmente,solo questo m importava,ero giovane dopotutto,solo imprudente potevo essere. Andavo a stare a Soho,in affitto da un critico cinematografico di nome Roman,sui ventitrè anni o giù di lì,un tipo a posto,si era definito la prima volta che ci parlai al telefono,un po eccentrico ma a posto.<<anche Adolf Hitler era eccentrico!>>mi aveva urlato mio nonno mentre preparavo i bagagli,ma in fondo rischiare mi piaceva,l avevo fatto per tutta la mia bucolica esistenza,fin da bambina quando andavo a raccogliere il miele nel più grande alveare selvatico del Montana,e le api mi ricoprivano tutto il corpo,senza mai pungermi.comunque,piombai a casa sua alla fine di Agosto,doveva essre l ora di pranzo o quasi,bussai ripetutamente ma Roman venne ad aprirmi soltanto dopo un minuto o due,un tempo troppo lungo per non destare sospetti,con tutto che lo sentivo armeggiare per la casa provocando un baccano tipo un Attila epilettico.venne ad aprirmi infine,e la prima cosa che notai di lui,fu la prominente erezione mal nascosta dai pantaloni del pigiama. <<Salve,ciao...io sono Roman,tu...Calvin,vero,Calvin,è così che...>> <<Indovinato,sono io,ma perchè mi guardi le tette?>>sollevò bruscamente lo sguardo passando a fissarmi la cima dei capelli mentre sul viso si dipingeva una vergogna spudorata o roba del genere.<<posso entrare?>> Alzò le spalle,spalancò bocca e occhi ed allargò le braccia.<<p-prego,entra.>>pronunciò con voce da eunuco,non che abbia mai sentito parlare un eunuco intendiamoci,ma quella fu l impressione che mi diede. Mentre disfacevo i miei bagagli nella stanza di cui ero padrona assoluta(parole sue) gli domandai ingenuamente di parlarmi di lui,mi sembrava un gesto carino tutto qui,un modo per toglierlo dall imbarazzo,per sfiaccare l insistente erezione che mi sentivo puntata addosso come il dito dello zio Sam. Avevo agito con imprudenza credo,verso le sette di sera non aveva ancora smesso di parlare,continuava a fumare sigarette,fece fuori qualcosa come due pacchetti e mezzo,a gesticolare come un tarantolato,imitando il tono di voce di tutti i personaggi della sua dannata biografia,sembrava un folletto allucinato,aveva un gran testone con un principio di calvizia,un mento prominente,bocca larga,e occhi spiritati,disse di essere un esperto di b-movies,un grande ammiratore di Charles Bronson o come diavolo si chiama lui,disse di preferire la Coca Cola all acqua,il cinema al teatro,di amare il kitsch,il trash,i dadaisti,la Pop Art e Pamela Anderson,mi assicurò di essere un eterosessuale convinto (ma questo l avevo 4

5 già intuito) di non avere abitudini particolarmente anormali tranne quella di dedicarsi alla masturbazione almeno tre volte al giorno,quasi pianse confessandomi che da piccolo sognava di poter far parte dell Ateam,per farlo tacere fui costretta ad invitarlo a cena,al ristorante cinese giù in strada la cui insegna mi illuminava la stanza d un tenue bagliore rosso.non smise di parlare neppure quando andai al bagno,dal di là della porta mi raccontò della rivalità esistente fra il proprietario del Cinese,da lui ribattezzato,il maestro Miaghi,e Rocco,il proprietario del ristorante Italiano Il sole di Sicilia,suo dirimpettaio.in passato la loro inimicizia si era trasformata in una vera e propria guerra fatta di lanci di merda sui camerieri del Cinese,e di vetrine cosparse di salsa agrodolce.non avevo niente di speciale di cui parlare,sicchè lo ascoltai senza fiatare,mentre mi pettinavo i corti capelli biondi all indietro. Picasso diceva sempre:nessuno conta per me veramente.gli altri sono come granelli di polvere che danzano nel sole,un buon colpo di scopa ed ecco,sono svaniti.senza un ben preciso motivo mi venne in mente quella sera al ristorante,tra gli involtini e le alghe fritte,le sue parole schioccarono fra le mie tempie come sull attenti,così per un attimo m arrestai di colpo a guardare Roman,che sorrideva da mezz ora con un pezzo d alga fra gli incisivi.forse quella era la paura di affezionarmi,anche se può sembrare ridicolo ipotizzarlo visto che lo conoscevo da così poco tempo,ne ero stranamente convinta,qualcosa mi diceva che il macrocefalo logorroico che avevo davanti un giorno sarebbe diventato qualcosa di indispensabile nella mia vita.tutto questo mi sorprendeva intendiamoci,ero a New York da nemmeno ventiquattrore e già mi ero ingarbugliata con i sentimenti così non mi restava da fare che una sola cosa,ubriacarmi e via discorrendo,secondo la regola d oro dettatami da mio nonno:quando il cuore brucia,spegnilo con della buona birra,se la fiamma è alta reggerà,altrimenti non ne valeva la pena. <<Vorrei bere qualcosina,conosci un posto da queste parti?>> <<Certamente,ne conosco a centinaia,insomma hai qualche preferenza,gusti particolari?>> <<Beh,i bar che preferisco frequentare sono quelli dove la gente non va per divertirsi con gli amici,ma per disperarsi,per nascondersi dietro ad un boccale di birra.>>roman rimase di sasso,spiazzato,senza parole.naturalmente mentivo spudoratamente,dalle mie parti c era soltanto un bar dove non era permesso che una donna entrasse,una bettola frequentata dai residenti sconfitti e dai camionisti di passaggio.e va bene,era una bugia,ma dovevo pur cominciare da qualche parte se volevo diventare una pittrice,un artista del calibro di Picasso, per poter un giorno dire:gli altri non esistono,sono granelli di polvere e compagnia bella...è la sconsideratezza una virtù che spesso si accompagna alla fortuna,ed io sono sconsideratamente bugiarda,qualcosa di fenomenale,mai visto,dopotutto già sapete di mio nonno!ma non perdiamoci in piccolezze,lasciatemi dire del bar in cui ci muovemmo,più che un locale era una fratta,umida e malfrequentata,nascosta in agguato,in un vicolo addormentato e stonato chissà dove nel quartiere,era lì e sembrava che mi aspettasse,come un palcoscenico senza l attrice principale,occupato dalle ombre e dai cattivi pensieri di chi in quella taverna opprimente ma stranamente rassicurante aveva dimenticato,o vissuto,come lui,il Pitone,perfettamente calato nel suo habitat naturale di birra,sfiducia nel prossimo e sigarette spente fuori dai posaceneri sbeccati,come se per tutta la vita mi avesse atteso a quel tavolo tondo ed inciso,alzò gli occhi su di me,per trasformarmi da entusiasta selvaggia contadinella del Montana nell orecchio mozzato di Van Gogh con quel che segue e via discorrendo.era il mio primo giorno a New 5

6 York e già ero un altra persona,potevo finalmente essre,la possibilità di compiere errori non mi spaventava più,tutto era possibile,non avevo più paura.nello stesso tempo attratta e respinta dalla sua figura repellente e dura di spacciatore mi dimenticai di Roman,non riuscivo a far altro che ronzargli intorno come un avvoltoio sulla preda,confusa ma felice,ancora legata al passato,stretto nelle valigie abbandonate nel buio della mia nuova stanza,ma ansiosa di spiccare un salto verso il futuro,verso il Pitone,atroce e sublime spacciatore,angelo oscuro tutto d un pezzo,corruttore di anime coperto di pelli d animali,rettili per l esattezza,un criminale forse,dal viso squamato e gli occhi piccoli e ballerini che scrutavano,scrutavano,la vita al rallentatore di quella fratta chiamata L Urlo,senza mai fermarsi,come due comete,voraci.davanti al suo tavolino stava ritto un ragazzotto con le mani infilate nelle tasche che tentava disperatamente di mostrarsi superiore dinanzi alla cupa presenza del suo spacciatore;da quel che riuscii a carpire,matt,questo il nome del ragazzotto s era lamentato per una presunta dose mandata male;prima della risposta del Pitone passarono due o tre minuti di nervoso silenzio:<<credi nella chiesa Matt?Ammiri i preti e le suore che spendono la loro vita per gli altri?servivi messa quand eri piccino,nella parrocchia del tuo quartiere,forse è questo che vuoi farmi capire,volevi bene a tua madre,volevi bene a tuo padre,hai la tua bella fotografia con il cielo sfumato alle spalle appiccicata sulla patente,non manchi di rispetto alle donne e qualche volta vai anche a trovare la nonnina rinchiusa nell ospizio,non è così forse?tu gli porti i cioccolatini,quelli che gli piacciono tanto ma che sai non può mangiare per via del diabete,niente da obiettare su tutto questo,ma tu credi che avere una nonna all ospizio e qualche bella fotografia nel salotto ti dia il potere di accusarmi,tu credi che io ti stia truffando,o che abbia truffato mai qualche tuo amico?dì,l ho mai fatto?l ho fatto?no,dimmelo,l ho fatto,sono un cazzo di avido bidoniere eh?ne ho forse l aspetto?tu mi conosci,mi conosci da tempo,quanti anni sono che vieni da me,uno?due?fino ad ora non ti eri mai lamentato,sono sempre stato preciso e puntuale,e lo sai perchè?no,te lo dico io perchè,alla luce di una possibile ecatombe nucleare,tutto quello che ci resta è la lealtà.e quella Matt,non la compri e non la vendi.ad Harlem sono sleali,i Portoricani sono sleali,ti sembro un negro io?o un ispanico figlio di puttana?no,sono il Pitone,il tuo spacciatore da due anni,questa io la chiamo lealtà,o fedeltà,o fiducia.non credi in queste cagate?dovrai pur rispettare qualcosa.ma guarda,tu guarda con che cazzo di occhi mi stai fissando,mi credi un verme?pensi che ti voglia raggirare?beh,amico,sappi che ti sto parlando con l innocenza d una madre che sciacqua le palle del suo pargoletto,le cose stanno così Matt,io non sono un missionario,e tu non sei un mendicante,tu non mi stai facendo un favore ed io non ti sto regalando niente,questi sono affari,e negli affari è giusto,devi andarci con i piedi di piombo,tu non sei sicuro dell investimento,diciamo che la mia azienda nonostante l ottimo curriculum non ti offre abbastanza garanzie,fai bene.forse tu hai una numerosa famiglia da mantenere o una mamma malata che so io,un padre alcolizzato da riabilitare,certo quando si hanno dei fardelli così pesanti da sostenere non è il caso di lanciarsi in acquisti tanto spericolati,ma sì,investi questi tuoi venti ricchissimi e sudatissimi dollari in occasioni dal sicuro rendimento,ecco... che ne diresti di pop corn e Coca Cola?>>E con insolenza sdegnata gettò i venti dollari in faccia a Matt. <<Pitone,mi dispiace se in qualche modo... non volevo offenderti,parlavo per voce di altri,insomma mi era stato chiesto di dirti così,vedio io,non le pensavo quelle cose che ho detto,hai ragione,tu,sei un tipo 6

7 onesto,non vorrei che fra di noi si rovinasse qualcosa,per favore,dammi una venti,mi dispiace,sul serio mi dispiace.>>piagnucolò Matt,mortificato,a capo chino. Il Pitone lo accontentò,sospirando come chi non ce la fa più ad alzarsi alla mattina cercando di convincersi:oggi sarà un buon giorno.aspettai ancora,prima di entrare nella sua vita,domandai a Roman se lo conoscesse,se potesse presentarmelo,ma lui si incespicò,biascicò che forse era meglio se una ragazza come me non...e bla,bla,bla,un mucchio di stronzate.mi misi in fila,fra i clienti,e quando giunse il mio turno,anzichè tendere i soldi dall altro capo del tavolo e sussurrare la dose sottovoce,mi sedetti di fronte a lui e gli strinsi la mano dicendo:<<mi chiamo Calvin,molto piacere.e tu?>> Il Pitone si passò la lingua sui denti provocando uno stridulo rumore di risucchio,un evidente provocazione. <<Calvin e poi?>> <<Calvin e basta.>> <<Non hai un cognome?>> <<Io no,mia madre ce l ha,mio padre ce l ha,ma sono loro non miei,io mi chiamo Calvin,e questo nome è solo mio,mi segui?>> <<Credo di sì.>> <<E allora,il tuo nome?>> <<Pitone.>>Soggiunse con fierezza. <<Pitone e basta?>> <<Credo di sì.>> <<Vedi Pitone,già cominciamo ad andare d accordo.>> <<Se tenessi le gambe più larghe diventeremmo amici per la pelle.>> Le sue provocazioni non m intimidivano,me l aspettavo. <<Potrei farlo,se tu non fossi così rude.>> <<Posso offriti qualcosa?>> <<Per me un Southern Comfort e...>>cercai Roman con gli occhi,e lo scovai appollaiato su di uno sgabello.<<roman tu che prendi?>>gli domandai facendo cenno di avvicinarsi al tavolo. <<E lui chi cazzo è?>>gracchiò il Pitone,sbigottito e disilluso dal terzo incomodo che si avvicinava al tavolo.guardai i suoi occhi rientrare nelle fosse del cranio come una tartaruga nel suo guscio.probabilmente già mi vedeva sopra di lui a cavlcarlo con una frusta di cuoio ed un cappello cow boy,a sbattermi facendo versi da rodeo e tutto questo soltanto per un paio di volgarità e sguardi alla Humprey Bogart,beh no,era andato molto lontano dalla verità,ci voleva ben altro per calarsi oltre il mio ombelico,per farsi quattro passi tra i miei fianchi. <<P-piacere Roman Paulette.>> <<Lui è Roman,è mio padre.>> A questo punto ero già sicura che il leale Pitone sarebbe stato mio amico e spacciatore per sempre. Poco prima delle due avevo la sua lingua in bocca,e le sue mani sui miei seni,roman era di fronte a noi impalato,inespressivo,come un catus in mezzo al deserto,forse era stato ferito dal mio atteggiamento,forse avevo turbato il suo equilibrio sessuale,non me ne fregava un cazzo,lui viveva la sua vita da catus ed io 7

8 mi creavo la mia nuova da donna,non da bambina,non da ragazza o da figlia dei pincopallino che hanno la fattoria due miglia da noi,ho detto da donna. Non ho mai fatto attività sportiva in vita mia. Il mio sport è la vita. La mia vita è ozio. Il mio ozio è l amore. E quello era solo il mio primo giorno da quelle parti,ma ad averlo saputo,per il resto poi non successe gran che,le novità che all inizio m avevano gonfiato il petto d entusiasmo ed euforia si tramutarono in routine,non feci praticamente nulla,conobbi gente famosa,saltai i preliminari,lasciai che pagassero i conti,che facessero l amore con me e che mi abbandonassero dopo due settimane dicendomi che la mia sicurezza morale li distruggeva come uomini,sì,praticamente niente.per vivere esposi il mio corpo a sguardi indiscreti,entrai in un agenzia di modelle e scatto dopo scatto costruii la mia solitudine,mi procurai la possibilità di essere indipendente e stanca,giravo di qua e di là senza andare in nessun posto in particolare,con i libri sotto braccio e le mani sporche di vernice,se mi ricordo bene non facevo altro che parlare,con Roman,con il Pitone,con Dio-che mio nonno si era ostinato a farmi credere non esistesse-e con i cani che zampettavano fra le pozzanghere per strada,volevo che anche loro sentissero quello che avevo da dire,che era tanto ed era importante,così non mi risparmiavo per nulla al mondo,lungo le strade,nei negozi,dentro casa,con gli uomini,bruciavo ed esageravo,consumando le suole delle scarpe e la lingua,gli occhi,e l anima,sbattuta per i crocevia a tarda notte sotto la luce timida della luna ostinata,e quando pure mi stancavo,atterravo sulle panchine nei parchi,coperta dal silenzio della desolazione,sparuta ma segretamente liberata nella trama senza via d uscita della notte perchè sapevo quello che nessuno sapeva,perchè non avevo nessuno che mi aspettava alzato fino a tarda notte,preoccupandosi per me,forse proprio perchè non avevo nessuno,il nonno era morto,guglielma era morta,e tutti gli altri erano un problema che si poteva tenere lontano con una lettera di poche righe circostanziali ed un francobollo da mezzo dollaro.la guerra non c era,il mio water funzionava ancora ed avevo i soldi per bermi un Southern tutte le sere,non potevo lamentarmi no? Mi ricordo che pensavo:questi,diavolo sì,questi sono gli anni più belli della mia vita. E poi lo conobbi,fortuna,destino,sventura,questo non lo so,a cavallo di quei mesi gelidi d un Inverno spietato,in uno di quei giorni che minacciano,di notte,una luna da farti piangere,che ti rendono sicura di te e spazzano via ogni residuo di modestia,così da farti devastare il mondo intero senza rimorsi.intendiamoci,potevo anche aspettarmi in una stagione così generosa un colpo di fulmine autentico,in cui le tette alte e sode non c entrano,in cui sin dal primo sguardo non vedi l ora che i vostri 8

9 corpi si uniscano e si giurino eterna fedeltà,ma ciò non significa che sarebbe dovuto accadere sul serio,e con una violenza tale da farmi dimenticare anche solo per pochi minuti,il motivo della mia presenza sulla terra,la pittura.me ne andavo rovistando per negozi d antiquariato a chiedere il prezzo di mobili che non mi sarei mai potuta permettere,infilata in una sciatta maglietta con l effige del Che,trovata a pochi spiccioli sul banco dell usato al mercato del martedì giù al Village,dove essere artista non è poi così pretenzioso,dove potevi incontrare Ginsberg lavare i panni sporchi nei lavatoi a pagamento,con le mani infilate nei jeans larghi.e successe una cosa strana,per la strada,non ricordo con esattezza quale,incrociai un rasta con uno stereo sulle spalle che emetteva le tropicali note jamaicane del Marley,quello che è in tutti noi,redemption song,la poesia in musica che ci fa credere a tutti che aprire un bar sulla spiaggia bianca di Negrille sia la risposta a tutti i problemi,comunque,ne fui attratta a tal punto che cambiai direzione e lo seguii nei sotterranei della metropolitana,fin dentro il vagone,dove mi sedei tra indaffarati lavoratori e depressi perditempo.ispezionai le pubblicità appese sopra gli appositi sostegni,e tra reclame che sponsorizzavano corsi di pranoterapia e viaggia organizzati in Terra Santa per la modica cifra di... trovai l invito a visitare la mostra di Andy Warhol.Guardai immediatamente l orologio di Topolino che avevo al polso come per autoconvincermi che avevo qualcosa di meglio da fare,un impegno improrogabile magari,ma la mia attenzione corse subito all agenda che avevo in borsa,un regalo di due anni fa,ancora vuota;non avevo avuto neppure la fantasia di inventarmi qualcosa da fare,sicchè la possibilità di non andarci era esclusa,l invito era accettato e il destino segnato. Tutto cominciò davanti alla serigrafia di Marilyn,in una sala deserta e silenziosa,almeno all inizio,con la mia esile fugura piegata in bizzarre posizioni per cogliere dalle più disparate angolazioni i colori e le espressioni di un opera che erroneamente viene giudicata identica a se stessa se non per la varietà cromatica sparsa da Warhol su quell incantevole volto.dapprima in piedi,centralmente,quindi seduta,diagonalmente verso sinistra,e poi in punta dei piedi,vicinissima al dipinto,e in lontananza,con le spalle appoggiate al muro opposto,e sdraiata a terra supina e a testa in giù,in verticale,posizione che durò ben poco per via della precarietà,voi capite,e in ginocchio a dieci metri dal dipinto,e a sei metri,e a cinque metri e a tre,a due,a uno,quando una mano morbida sfiorò la mia spalla,aprendo il sipario su una storia d amore incerta e brutale che nello stesso m arricchì e fece vacillare,incerta sull oggetto del mio amore e del mio odio-e per un attimo quasi pensai di non voltarmi e lasciare le cose com erano,poichè sapevo che voltandomi sarei corsa giù per una scarpata ripida e nebbiosa che mi avrebbe portato a dividere albe e tramonti con qualcuno che fino ad allora non avevo neppure saputo della mia esistenza,e questa situazione mi sembrava ragionevolemte giusta ma allo stesso tempo incredibilmente ironica-ad ogni modo lo feci,mi voltai e come se non bastasse,per aggravare le cose sorrisi allo sconosciuto.<<sa cosa mi piacerebbe?>>gli domandai prima che l attempato argenteo signor nessuno potesse fiatare.<<stare dall altra parte.>>soggiunsi tornando a fissare la Marilyn di Warhol che pareva avesse gravato il suo sorriso di una compiaciuta scaltrezza,e mi rattristai,poichè sapevo che mi sarei innamorata di quel signore troppo vecchio per me che mi avrebbe fatto attirare gli sguardi curiosi dei passanti per la strada,ma nello stesso momento mi balenò in mente la verità:ci sono le donne,ci sono gli uomini e c è la morte che prima o poi ti trova.capii che era inutile fuggire o sperare di diventare Sharon Stone,inseguire l utopia della rivoluzione continua o smettere di fumare,tanto valeva divertirsi e rischiare fra le braccia di 9

10 quell uomo.<<se non sono troppo indiscreto,posso chiederle perchè faceva quelle strane mosse davanti al quadro?>> <<Non riuscivo a vedere bene.>>risposi senza distogliere lo sguardo dalla Marilyn complice. Il signore aggrottò le sopracciglia,passandosi una mano sul mento mentre ispezionava attentamente il dipinto. <<Chi?>>Domandò infine incuriosito. <<Andy Warhol!>> <<Andy Warhol,giusto...>>Ripetè sottovoce cercando invano di nascondere lo sbigottimento sotto i lineamenti induriti e inaspriti dal tempo. <<Vuole una gomma da masticare?>> <<Soltanto se la smette di darmi del lei?>> <<Cominci lei,mi fa sentire una vecchia.>> Il signore si strinse nelle spalle come per schivare quella parola così tagliente.<<d accordo,come ti chiami?>> <<La gomma...>> <<Come?>> <<La vuoi o no?>> <<Oh,sì,cioè no,veramente saranno dieci anni che non ne mangio una.>> <<Prendine una,sono alla cannella,non si attaccano ai denti ed hanno il gusto più lungo della media,sai è difficile trovarne con tutti questi pregi.>> <<Oh beh,in questo caso... grazie.>>e ne prese una,infilandosela in bocca con movimenti così goffi ed impacciati che me venn da ridere e non potei trattenermi. Mi fissò inebetito,con la bocca semi aperta,la gomma ancora in evidenza,non ancora masticata. Doveva esserne passato del tempo dall ultima volta che qualcuno gli aveva riso in faccia. <<Calvin.>>Dissi per toglierlo dall imbarazzo di chi non capisce. <<Cosa?>>Ma allora era un vizio! <<E il mio nome stupido,calvin.>> <<Calvin eh?credevo fosse un nome da uomo.>> <<Mica male come riflessione,e ne hai delle altre?>> <<Dio,non riesco a capirti,ma cosa... che fai?>> <<Sto sfiorando il quadro.>>seguivo il contorno della Marilyn con la punta delle dita curiose. <<Non puoi...ma poi,perchè?>> <<Per sentire.>>risposi sinceramente. <<Che cosa?>> <<Andy Warhol.>> Il signore alzò entrambe le mani in segno di resa. <<Un giorno qualcuno farà la stessa cosa su un mio dipinto.>>dissi fissando un punto indefinito nella tela. <<Sei una pittrice?>> 10

11 Annuii compiaciuta,poichè niente poteva farmi felice come sentirmi chiamare a quel modo.pittrice.calvin,una pittrice.siete tutti invitati alla mostra di Calvin.Voi,lì,seduti in metropolitana,alzatevi,andate a vedere la mostra di Calvin,potreste fare degli incontri interessanti.andiamo,muovetevi. <<Winston Malinowsky,molto piacere.>>mi tese la mano. <<Malinowsky,come l antropologo?>> <<La tua cultura mi sbalordisce,e dimmi,sai qualcos altro?>>meglio così,non mi stavo innamorando di un cretino. <<Sei dirigente d una compagnia d assicurazioni?>> <<Perchè?>> <<Senza un perchè,così.>> <<No,sono uno scrittore.>> <<Credevo che non esistessero più,davvero,non se ne vedono molti in giro,sono tutti giornalisti o sceneggiatori.>> <<Hmm... sapessi invece come è facile trovarne.>> <<E dove?>> <<Nei libri,calvin,nei libri.>> E allora decisi di provarci,di vedere se sarebbe stato l uomo dall altra parte del letto,o un semplice nome scritto nel Diario. <<La vuoi una Coca?>> Rullo di tamburi. <<Sarebbe l ideale.>> Ed ecco ancora quella frase:ci sono gli uomini,ci sono le donne,e c è la morte,che prima o poi ti trova. <<Andiamo>> Così la Marilyn mi vide allontanarmi dalla platea e salire su quel palcoscenico illuminato che è l amore,e il destino,sottobraccio ad un uomo troppo vecchio per me,tetro e scaltro,vestito di grigio con le orecchie pronunciate in avanti,e la fronte rugosa,tra le cui pieghe si perdeva il tempo dello scrivere,il ritmato ticchettio della penna sul foglio bianco,della macchina da scrivere,dei tasti del computer,e dove le parole si urtavano e combattevano per venire fuori,al mondo,aggrappate e strette dentro libri impolverati, in biblioteche sconosciute,mute,che nessuno avrebbe mai letto,l una con l altra a rincuorarsi e farsi forza,perchè leggere era importante,ed un giorno qualcuno se lo sarebbe ricordato;loro erano una memoria che non poteva essere cancellata. Comprammo due Coche dal distributore automatico all entrata della mostra e scendemmo per la strada,decisi a berle sul prato di Central Park.Filammo tra la folla,che era tutta un sorridere e masticare,con la Coca stretta in pugno e l imbarazzo che gonfiava e approfondiva i nostri respiri,nessuno di noi due sapeva bene cosa dire così tacemmo finchè non fummo di fronte al laghetto nel parco dove starnazzavano le anatre che un tempo avevano così colpito Holden Caulfield,uno dei beniamini della mia primavera letteraria..ci sedemmo sul prato.winston,vinto dalla curiosità,tentò di farmi parlare,dov ero 11

12 nata,chi erano i miei genitori,qual era il mio fiore preferito e roba del genere,ma non era questo che volevo,così risposi succintamente alle sue domande:<<little Big Horn,nel Montana... un uomo e una donna... il girasole!>>mi sembrava di aver ottemperato ai miei obblighi di interlocutrice,così voltai quel genere di domande verso di lui ma con maggiore indiscrezione e puntigliosità.e quell amorevole vecchia ciabatta piena di storie si raggomitolò su di sè;era uno di quegli uomini che non sono abituati a parlare di loro stessi,che temono nell eccesso verbale di peccare di suepebia,ma che in tutti i casi non vogliono rinunciare a dare un quadro esaustivo della propria persona,così ti buttano lì qualche informazione laconica tipo:<<mah,che vuoi che ti dica,non so,ho vinto il premio Nobel per la pace,ho scalato l Everest e fatto il giro del Mondo sette volte volte bendato e con un piede solo.>>avete capito il genere,comunque.ed ecco sussurrate con falsa timidezza le sue imprese (culturali) in riva a quel lago puzzolente,con gli occhi cinerei puntati sulle stringhe delle scarpe lucide,ancora incredulo di ciò che sta accadendo,lui,winston Malinowsky,ex militante dell estrema destra,ex professore Universitario,ex sindaco di Minneapolis (sua città natale),ex critico d arte ed ex un sacco di altre cose,attuale responsabile della pagina culturale del Daily News e scrittore militante,con il culo sull erba macchiata dall orina dei cani nel Central park a parlare di sè con una femmina troppo carina per essere intelligente di quasi quarant anni più giovane di lui. Di colpo interruppe la sua concisa narrazione biografica per soffocare un rutto,ma non c è uomo al mondo che non sappia che è impossibile farlo quando si beve Coca senza rischiare di sgasare l anidride carbonica dal naso,che poi fu proprio quello che successe. Strizzò gli occhi piccoli e incavati per il fulmineo e lancinante dolore. E fu allora che lo baciai. Repentinamente,senza infondere troppa enfasi nel farlo.non volevo perdermi la tempesta di smorfie e sensazioni che si spande sul volto di legno di un quasi sessantenne quando viene baciato da una ragazza che potrebbe essere sua nipote,e le mie aspettative non vennero deluse. Dagli occhi rossi e lucidi cadde una lunga lacrima,forse per il rutto chi lo sa. Si contrasse,spegnendosi per un istante o due,come se di colpo si fosse accorto di essere nudo in uno stadio gremito di spettatori. Con il chiaro intento di imprimere quel ricordo nella memoria allargai gli occhi sulle linee del Central Park,mesto e indolente sul volgere di quelle ore di tardo pomeriggio che muiono nel fiammeggiare del tramonto per rinascere sera;il cielo pareva essersi abbassato sulle nostre teste,era di un arancione cangiante,come se qualcuno avesse spalmato della confettura di albicocca sulle nuvole aggrovigliate che si specchiavano sul lago,di tanto in tanto increspato dal sollevar d ali di quelle vecchie anatre acciaccate. Si udì il suono lontano d un clacson,lo stridere dei copertoni sull asfalto,l eco confuso di un imprecazione. Alzammo contemporaneamente le spalle e sorridemmo sottovoce,complici e più vicini che mai. D un tratto un anatra s alzò dal lago e volò in cerchio sopra di noi. M infilai la felpa. Winston inclinò la testa bianca su una spalla e mi prese la mano. Nel diluvio del silenzio si mise a fischiettare. 12

13 Ed io ero felice. E lo era anche lui. <<Sono completamente allucinato dalla tua persona,mi hai rovinato la vita!>>mi avrebbe gridato contro un giorno,ma adesso no,c erano solo il lago,le anatre e questa matta e insensata storia d amore che nasceva in un tardo pomeriggio arancione,era ancora troppo presto. Ebbi giornate massacranti,liste di appuntamenti ed impossibilità di spuntini lampo con ulcera da stress,pomeriggi che sapevano di sale d attesa e:<<il Signor tal dei tali è in riunione,ma se vuole accomodarsi di là...>> e ancora rotocalchi bugiardi d intrattenimento snervante e corse in taxi per le vie trafficate del centro con la mia cartellina dei disegni,lo zainetto colorato dietro le spalle e le mani sporche di vernice.l american way of life non accettava ritardi o giornate no,era inflessibile ed esigentissima,così delle volte mandavo tutto al diavolo con una scrollata di spalle e me ne restavo sul mio letto a laccarmi le unghie d azzurro.ma la sera era diverso,con la pioggia o con la neve,anche se fosse scoppiata la guerra civile o la Bomba Atomica,io ero di fuori,per le strade incalzanti a rincorrere avventure pericolose,o nei locali,ovunque ci fosse qualcuno di particolarmente inadatto alla Terra,con la matita in mano a scarabocchiare sui fogli bianchi le mie impressioni figurative su tutta quella gente che affrontava la vita con esclamazioni tipo:hey!wow! e compagnia bella.li vedevo litigare,e ne ero affascinata,li vedevo parlare del più e del meno,e ne ero affascinata,li vedevo persino tacere e ne ero affascinata,a dire il vero tutto a quei tempi mi affascinava,ben poche cose mi infastidivano,tranne forse l odore del latte andato a male e quei ventenni che alla prima occasione di lavoro investivano tutto il ricavato in un fondo pensione,per il resto,i palpeggiamenti screanzati del Pitone,gli sguardi indiscreti di Roman attraverso il buco della serratura mentre mi facevo la doccia,l odore di pollo alle mandorle che veniva fuori dal ristorante di Miaghi,gli scippi e i furti in periferia,le cacche dei piccioni sui marciapiedi e i ripetuti no degli onniscenti mercanti d arte,facevano tutti parte della confusa sinfonia pop con tanto di 13

14 ritornello:<<nessuno conta per me veramente.gli altri sono come granelli di polvere eccetera eccetera.>>,che sognavo un giorno di poter ritrarre con le lacrime agli occhi su una enorme tela adoperando i colori più chiassosi e le tecniche più istiganti.e non ho dimenticato Winston che solo alla pagina scorsa abbiamo abbandonato in riva al lago con le anatre e la mia mano nella sua,che diventò il mio uomo o roba del genere dopo un romantico e ottocentesco corteggiamento a base di vino Borgogna e rose rosse lasciate di pomeriggio, mentre ero al lavoro,sul mio guanciale,sotto gli occhi increduli di Roman che tra una recensione e l altra trovava il tempo per dirmi:<<tu...tu e Matusalemme?Insieme?Ma sei matta?magari ci vai anche a letto...>> <<Ancora no.>>lo rassicuravo io. <<Lo spero per te,potrebbero denunciarti per tentato omicidio!>> E chi poteva biasimarlo,si vedeva portar via l archetipo delle sue elucubrazioni masturbatorie da un attempato e taciturno scrittore probabilmente impotente! <<Roaman,io vado.>>dissi aprendo la porta. Sospirò.<<Delle volte,sai,delle volte mi viene voglia... come di gridare,sai quella smania ossessiva di rompere tutto,di calpestare i cocci che hai frantumato fino a farli diventare polvere,di correre di qua e di là gridando: Non potete farmi questo,ma poi ci penso su e decido che è meglio farsi una sega>>biascicava fra i denti dandomi le spalle,sprofondato sul divano con il telecomando in mano. Mi fece tenerezza. Lo raggiunsi da dietro,reclinai la sua testa e lo baciai sulla bocca. Una volta uscita di casa,non mi mossi prima di sentire le molle del divano cigolare. Ebbene,un minuto dopo cigolarono. Cenammo fuori mano,vestiti a festa e tutto il resto,ma stranamente separati dalla disagevole sensazione di doverci nascondere,nessuno dei due lo fece notare ma entrambi lo sapevamo benissimo,quella infida società che sembravamo non calcolare era invece spinta sulle nostre spalle,ci piegava e disturbava con il suo fiato marcio sul collo e noi lì tesi e cogitabondi nei nostri abiti freschi di lavanderia a toccare le stoviglie con patetico interesse soltanto per prendere tempo e nasconderci a vicenda il timore che: <<Professor Malinowsky buonasera,>>e così che lo chiamò il giovane cameriere prodigandosi tutto in sorrisi,strette di mano e leccate di culo,<<passato bene la settimana?la trovo in ottima forma!>> <<Se sapesse... una settimana da dimenticare.>>mi sembrò che volesse tagliar corto il discorso. <<Beh,delle volte capita,vuole che nel frattempo le porto il solito aperitivo della casa?>> Winston annuì. <<E per la sua bella figliola?>>domandò rivolgendosi a me,rendendo reale il nostro timore. Alzai lo sguardo su Winston d un tratto cinereo e corrucciato,aggrappato ai braccioli della sedia con le mani nervose pronto ad aggredire il cameriere ed a perdere la faccia con i proprietari di quel ristorante che frequentava da quasi dieci anni. <<Veramente sono sua nipote.>>asserii caparbia cercando una scintilla di vita nei suoi occhi vuoti e neri come due fori di proiettile sul cofano d una macchina. 14

15 L inopportuno cameriere alzò una mano,scusandosi con brio e riformulando in maniera esatta la richiesta. <<Anche per me l aperitivo va benissimo.>> Non appena se ne fu andato,winston,stringendo il tovagliolo nella mano ringhiò fuori dai denti:<<stronzo!>> <<Sai che ti dico,quest anno gli Yankees stanno facendo un ottimo campionato.>> <<Mi ero ripromessa di venire a New York,semplicemente per diventare una pittrice e invece mi sono ritrovata a fare la lolita disoccupata nei bar frequentati dal vecchio Duoloz,ansiosa di provare tutto e rispondere male a tutti,non è un ironia?ma ti giuro che una volta ero un umile e timida contadina.>>dissi mentre passeggiavamo mano nella mano nella notte ubriaca di New York,con la lingua sciolta dal vino,giù per la Terza Avenue. <<Non lamentarti,sei la prima persona che incontro in vita mia cui è stato permesso inseguire il suo sogno.>> <<Credi che un giorno potresti scrivere di me?>> <<Forse,se mi trovassi a corto di idee.>> Mi fermai a dare degli spiccioli ad un barbone negro che ringraziò con le lacrime agli occhi di chi in giovane età aveva sognato di diventare un campione di basket. <<Potresti inventarti una favola,ed io potrei essere la protagonista,vediamo... potresti metterci un principe cattivo,un energumeno di duecento chili pieno di muscoli e di peli,sì,uno stronzo di principe che mi tiene prigioniera nelle latrine di un favoloso castello medioevale e... cos altro?un drago,forse un bellissimo drago verde innamorato di me,un drago che scrive le poesie e parla francese.>> <<Francese?>> <<Sì>>Sorrisi,annuendo.<<Un drago che uccide il principe e mi si scopa sulla spiaggia.>> <<Cosa?>> <<Hai sentito zuccone.>>e sottolineai l espressione colpendolo alla fronte con un debole schiaffetto. <<E perchè dovrei scrivere una panzana del genere,tu e un drago verde che parla francese,che copulate sulla spiaggia!e una storia orribile.>> <<Non è orribile.>> <<Ma non è neanche romantico.>> <<Io preferirei copulare con un drago piuttosto che svegliarmi in mezzo al bosco con il bacio d un principe.>> Winston s infilò le mani nodose nel fondo delle tasche lente.<<ma così sarebbe più romantico.>> <<Forse,ma i principi non scrivono poesie.>> <<Ah già.>> <<E se poi gli puzzasse il fiato?capita sai,i nobili in genere hanno sempre qualche magagna del genere,sono sordi o hanno gli occhi storti,o gli puzza il fiato.>> <<Non è vero,nei film sono sempre bellissimi,alti,occhi azzurri e capelli biondi.>> <<Nei film certo,ma nella realtà hanno sempre qualche pecca,per via delle incrociazioni genetiche,hai presente quelle strane combinazioni,i matrimoni fra consanguinei,uno si sposa con la lontana cugina,i 15

16 figli della sorella della cugina si sposano con le figlie della zia,e i figli dei loro figli se la fanno con i figli degli altri figli,mi segui,tra nobili è raro che uno si sposi un estranea totale,qualcuno di un rango inferiore,che ne so,la pescivendola o la farmacista,se la fanno tra di loro per paura che il sangue blu venga contaminato da quello banalmente rosso di un bulletto di quartiere,e diavolo,questa storia va avanti da secoli,voglio dire alla fine diventano per forza di cose tutti parenti,e si sa cosa succede,uno se la fa con la sorella ed esce fuori l uomo lupo.>>saltellai,accelerando il passo,distanziandolo d alcuni metri. <<E secondo questa logica...>>mi voltai di scatto facendomi ironicamente seria.<<uno che va con la sorella diventa padre di un nobile principe dall alito pesante?>> Spalancai le braccia e feci un inchino reverenziale,come se stessi recitando una parte.<<beh sì,ecco può essere di sì,e può essere di no,vedi,non è così facile,>>alzai il dito indice come una maestra che riprende un alunno svogliato.<<può venire fuori con l alito pesante,e può venir fuori con i peli sui palmi delle mani,o con enormi caccoloni oblunghi che escono fuori dalle narici,chi sa dirlo quale meraviglioso scherzo la natura ha in serbo per noi?>> <<Dì...>>Iniziò gonfiandosi di coraggio,abbassando il tono della voce fino a renderla quasi un sussurro confessionale. <<Cosa?>>Mi avvicinai,spalla a spalla. <<Io ti spavento?>> <<Non hai l alito pesante,vero?>> <<Non scherzare,dico sul serio,io... ti spavento?tu non mi conosci affatto e...>> <<E appunto credi sia meglio andare a letto insieme.>> <<Non volevo dire questo.>> <<E perchè no?>> <<Perchè,perchè...quanti perchè,non lo so,io,non so cosa risponderti,sembri così sicura di tutto quello che fai,non... non riesco a capire perchè dovresti provare attrazione per me.>> <<La conosci la storia dei porcospini?>> <<Quali porcospini?>> <<Quei due procospini che cercano calore nelle vicinanze dei loro corpi e finiscono col pungersi l un l altro,ma nonostante ciò insistono ad avvicinarsi,a stringersi.provano e riprovano,a volte ferendosi gravemente,perchè l istinto di accoppiarsi e di amarsi è superiore a qualsiasi dolore.>> Incrociammo lungo il marciapiede una turba di filippini ubriachi che ridevano dei loro accendini con la musichetta.<<hai mai visto...>>sospirò aggrottando le sopracciglia come un condor fa con le sue ali per planare sull erba.<<un filippino senza quegli orrendi jeans scoloriti apposta?>> Alzai un braccio all improvviso per richiamare l attenzione.<<taxiii!>> Un auto si fermò poco più avanti. <<Dove andiamo?>> <<A vedere che tipo di elettrodomestici usi!>> Come mi sembrò dopo aver fatto l amore?in quel letto straniero dalle gelide pesanti lezuola?mi sembrò giusto alzarmi,anche nuda nel mezzo del suo sonno,e passeggiare nel buio a me sconosciuto di quella 16

17 enorme dimora selvaggiamente disordinata.sfioravo con la mia ombra nuda i mobili e gli oggetti che su di essi erano accatastati in pile sbilenche,mucchi,colonne;sembrava di muoversi in un antico continente dimenticato,un luogo fuori dal tempo e dallo spazio,un sarcofago dei pensieri smarriti che taceva per non infastidire il sonno del suo sovrano.guardai fuori dalla finestra le mille luci di New York,ero al diciassettesimo piano di un grattacielo che sapeva di moquette beuge e schede magnetiche per entrarvi.presi a caso un volume dalla medioevale libreria tarlata.mi spinsi sotto la finestra,a leggere alla luce della luna:<<fu adunque in Toscana una badia et ancora è,posta sì come noi ne veggiam molte,in luogo non troppo frequentato dagli uomini, nella quale fu fatto abate un monaco il quale in ogni cosa era santissimo,fuor che nell opere delle femmine..>>diavolo!ricacciai l arcano volume nella sua nicchia polverosa,tra i suoi simili. Winston borbottò qualcosa nel sonno. Sprofondai in una poltrona di velluto e fissai l alto soffitto bianco. D un tratto mi tornò in mente una vecchia storia di mio nonno sul perchè nessuno dovrebbe mai sposarsi.parlava di un suo vecchio compagno di scuola che a causa del matrimonio era morto di noia a soli quarant anni,e fu trovato nel letto di morte con la vestaglia,le pantofole e la settimana enigmistica ancora fra le mani.dal canto mio,non volevo esser violentata ogni giorno,ma nemmeno aspettare la menopausa in fila al mercato per comperare il rabarbaro.esistevano delle accettabili alternative chi lo nega.personalmente avevo le idee chiare,volevo un uomo che mi accendesse il barbeceu alla domenica,e volevo potermi alzare,nel cuore della notte per dipingere gusci d uovo svuotati del contenuto. Di giorno la casa faceva più paura. Il romanticismo dei chiaroscuri sui mobili e la quiete che impregnava le pareti erano un vago ricordo. Facendo colazione mi resi conto delle misure esagerate dell appartamento-300/350 metri quadri-il sole del mattino aveva svelato la maniacale sovrabbondanza di libri,riviste,blocchi per appunti,fascicoli e vecchie fotografie in bianco e nero,sparpagliati in costruzioni pericolanti,per terra,fra le colonne d acciaio che spuntavano qua e là e i mobili d epoca sistemati senza criterio accanto ad un juke box rotto o ad un totem Malinesiano in cartapesta.le pareti,là dove riuscivo a scorgerle, erano di colore azzurro intenso ed erano state interamente occupate dalle stampe impossibili di M.C.Escher,quel simpatico mattacchione che costruiva nei suoi quadri con matematica precisione un tutt unico di figure che s intrecciavano,combaciando con esattezza,e creando un risultato omogeneo,seriale,angoscioso.il primo istinto che ebbi fu di farmi strada fra i castelli di libri cresciuti sul parquet e vedere se nella ghiacciaia conservava arti mozzati di minorenni,ma quando il mio occhio saturo scorse,stipata in un angolo lontano,la vecchia macchina distributrice di gomme colorate da un penny,addolcii il mio timore e tornai a bere il caffè nella tazza gialla. Winston appoggiò sul tavolo un mazzo di chiavi. <<Mi piacerebbe ritrovarti qui,stasera quando torno.>> Lo guardai mentre si faceva il nodo alla cravatta.aveva sospesa sui tratti invecchiati del viso la tenerezza di un bambino che si infila i vestiti del padre per giocare a fare il grande. Raccolsi le chiavi senza dire nulla. 17

18 <<Devi lavorare oggi?>> Finii il caffè nella tazza.<<no.>> <<Cosa pensi che farai?>> <<Dipingo.>> <<Io devo andare,resta pure quanto vuoi,e chiudi quando esci.>>disse e mi baciò sulla fronte con il coraggio e la ferma speranza di chi crede di aver finalmente vinto sul resto del mondo. Lo vidi chiudersi la porta alle spalle,e restai sola con quell esercito di libri incomprensibili. Sentivo quelle pagine osservarmi,una sensazione fortissima e spossante nello stesso tempo. In mattinata tornai nel mio appartamento.roman calato sullo schermo del suo portatile scriveva un articolo sull icona del viso duro nella storia del cinema,da Humprey Bogart ad Harvey Keithel.Mi salutò mentre superavo la soglia di casa con la tela e i colori sottobraccio con un verso indefinito da ventriloquo. <<Questi sono per te!>>winston mi aveva sopreso alle spalle,mettendomi sotto al naso macchiato di vernice un mazzo di rose gialle. Lo ringraziai con un lungo bacio. Passò qualche minuto prima che si abituasse alla presenza di un estranea fra i suoi appunti e le vecchie inutili chincaglierie.una volta superato il colpo si dedicò a studiare il mio quadro. Era una veduta di Little Big Horn di notte,sotto una pioggia dirompente.avevo lavorato tutto il giorno su quelle gocce d acqua piovana che,nelle mie intenzioni,avrebbero dovuto dare la sensazione di scolorire il paesaggio,portarsi via,nel loro incessante scorrere e fluire,le tinte delle case,dello steccato,del piccolo caffè all angolo illuminato dalle candele per via del blackout causato dal temporale. <<Che cos è?>>domandò infine a voce bassa,quasi per paura di offendermi. <<Sono io.>>ed eccomi lì,un altra volta a sorprenderlo. Indietreggiò di qualche passo,intimamente toccato dalle mie parole. <<E bello.>>fu tutto quello che si lasciò sfuggire dalla bocca,ma la verità era un altra,e non me l avrebbe mai detta. Si accese una sigaretta,e dopo un paio di boccate di sicurezza e impudenza tornò a dire:<<hai qualche galleria dove affiggerli?>> Lo guardai incuriosita per vedere dove sarebbe andato a parare. <<Voglio dire,hai qualche contatto?conosci qualcuno?hai intenzione di affiggerli?>> <<C è un locale sulla settima che mi paga cinquanta dollari per esporne sei.>> <<Un locale?...un bar?>> <<Un pub,disco pub,per l esattezza.>> Winston si nasose dietro il silenzio e sgattaiolò in cucina a mangiare qualcosa. <<Hai fame?>>mi chiese poco dopo mentre armeggiava ai fornelli. <<No,grazie.>>E calai il pennello in quel non luogo sulla tela. Di questi tempi è politicamente corretto prendere delle decisioni. 18

19 Io l ho presa,ho deciso che non andrò mai più a quelle feste dove ti offrono salatini al posto delle sacrosante patatine.i salatini saranno pure belli a vedersi,ma hanno il sapore di plastica squagliata sulla lingua. Fui trascinata da Winston per dozzine di party a fare il jolly tra pilastri di cultura che combattevano le loro ancestrali rivalità a colpi di Ezra Pound e metafore su questo e quello,restando così prigioniera delle strette di mano dei canuti poeti e professori Universitari di glottologia,in piedi vicino alla finestra con il mio aperitivo in mano,a ripassare in mente le redention songs di Marley e le lacrime della Dickinson gettate su quella terra Americana brulicante di cavolfiori e girasoli,senza mai lamentarmi del fatto che Winston e compagni predivano la fine del mondo puntualmente ogni sera ciancicando teorie ermetiche sulla futura supremazia dei personal computer e compagnia bella,mentre fuori la gente si ubriacava e rincorreva la morte alla fine del lungo peregrinare per le stazioni di questa imprevedibile vita,che inesorabile li avrebbe colti in un giorno imprecisato prima di Natale al lato di un binario nel profondo bosco,con la terra nella bocca spalancata e l erba umida negli occhi vitrei.e non vi dico poi di quella volta che uno di loro,un editore ebreo paralitico,mi chiese che cosa ne pensassi della violenza che segnava le personalità delle nuove genrazioni-aiutata da una smorfia sbarazzina dissi che la sola cosa che mi colpiva era il fatto che un orologio,seppur fermo,avrebbe segnato per due volte al giorno l ora esatta.qualcuno aveva sorriso,qualcun altro ironicamente aveva battuto le mani.tutto qui,mi ero guadagnata l esilio a vita dai simposi su Walt Whitman e l erotismo anale. Incantata dalla figura riflessa nello specchio,di notte,mi scoprivo troppo bella per dormire,e così mentre Winston commetteva i suoi sonni rivoluzionari io mi dileguavo e contorcevo e rincorrevo tra i tentacoli febbricitanti di New York,al suono jungle di un ritmo stonato,tra i corpi dei diversi che alzano sempre quelle scadenti bottiglie di vino al cielo e recitano Corso,a dimenticare chi ero e da dove venivo,capace di dare del tu a chiunque,per la strada,mi indicasse la sua via,senza fare ipotesi o congetture,lasciando che il mio cuore battesse sopra tutti i luoghi comuni e il mio stomaco brontolasse la morte di Bukowsky,andavo in quei luoghi oscuri del nostro corpo a cercare la saggezza e la virtù e l arte di saper invecchiare,perchè era la sola cosa possibile,un cielo stellato,sempre lo stesso,sui prati del Montana come sui parcheggi abusivi di Soho dove si nascondevano i New Agers a meditare sul male e sullo smog,ed enormi TI AMO che si confondevano sui muri con i graffiti di Samo e le rughe del tempo,nostro venerabile padre che fra cent anni di <<Domani vedremo.>>,ci avrebbe inghiottiti tutti,senza proroghe.non ho mai pensato che mi sarei comprata una villetta a schiera alla periferia di San Francisco,che avrei aspettato un aumento di pensione seduta in poltrona a indovinare la frase misteriosa alla televisione con i talloni spaccati infilati in pantofoline con il tacco,ho invece sempre sentito bruciare per me il CRASH BOOM BANG che delle volte investe il vicinato il quale prontemente trasloca per cercare un erba meno verde della sua,perchè avrei dovuto perdermi la gioia di vedere film dell orrore in una casa vuota?non faceva per me essere una cicciona che sorseggia milk shake in un qualsiasi fottuto fast food che puzza di fritto,e ripete all amica frigida in continuazione:<<ho ragione?ho ragione o no?>>un giorno avevano detto che il bene è innaturale ma possibile,ma non per questo mi ero messa a studiare filosofia,la ragion pura o pratica la lascio a chi non ha mai un appuntamento cui correre incontro,per me preferisco la vita dei maiali;si dice 19

20 che essi si rigirino nel fango,o nella paglia sudicia quant è maggiore il loro bisogno d acqua.cos è per me quell acqua? Oltre ogni ragionevole dubbio,la voglia di esserci. In esilio dalla storia che oggi vi sto racontando,mi scopro a rimpiangere quel gusto salato di vergogna e maleducazione sulla lingua,difficile da deglutire,al tempo di quelle prime ovulazioni e delle prime risposte trovate senza chiedere,spiate dal buco della serratura o in quei silenzi disagevoli faccia a faccia,tempi zeppi di manuali sull educazione sessuale e pettegolezzi al telefono e sfacciataggine sopra tutti i chiodi fissi degli adulti,ma arriva pure il momento triste e senza ragione di dire basta e cominciare un nuovo capitolo acquistando maggior libertà ma smarrendo la follia di sussurrare Ti amo a chissà quale bullo in un auto parcheggiata davanti casa,di cui oggi non ricordi più il nome.ad ogni passo nel tempo ho perso qualcuno.il destino è di starmene per conto mio,ma non voglio dire che per tutti è così:promesse,tradimenti,sofferte riconciliazioni,anzi vi imploro,non smettete mai di credere che tutto vada come è scritto nella carta dei cioccolatini.se potessi venderei dieci anni di questi eleganti saliscendi per un giorno ancora della mia mitica infanzia folk a quattro zampe per la pianura,nascosta fra le erbacce che graffiavano il volto rosso a spiare le abitudini degli ultimi indiani d America accampati in ridicole riserve ai margini del fiume! 20

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