Casa del Vino della Vallagarina Isera 12 ottobre 2013 NOVEXNOVE

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1 Casa del Vino della Vallagarina Isera 12 ottobre 2013 NOVEXNOVE IL VIGNAIUOLO E' L'USIGNUOLO DEL TERRITORIO Nove autori per l'articolo nove della Costituzione [Ivetta Bono, Domenico Colella, Nicoletta Dicova, Aurora Di Mauro, Paola Domenichini, Franco Gaddoni, Lorenzo Magnabosco, Davide Menghi, Rossella Paggini, Antonietta Reina] da un idea di Gianni Morgan Usai

2 BIMBA, UN LAGREIN di Ivetta Bono Era stato, per quasi quarant anni, l alito di vento che aveva animato i suoi passi, il suo apparente vivere, il suo intercedere lento e regolare nella quotidianità. La brezza leggera di terre mai dimenticate, fruttuose e produttive, ricche di cuori fieri e generosi. Di cieli limpidi, dove neppure alle nuvole è concesso di sostare se non per pochi attimi, perché solo per pochi attimi è lecito sognare. Il suo ricordo, la linfa vitale la fitta di una dolce ferita che aveva edulcorato i momenti più difficili, di solitudine tra la folla, di scarse vendemmie dell anima. Quarant anni prima Il suo ricordo. Il suo sapore. Il suo profumo. Il ricordo di una vendemmia che l aveva dissetato, che gli aveva restituito la vita. Yves barcollò per un attimo tra i suoi pensieri. Stringeva la bottiglia tra le dita, incredulo, senza avere il coraggio di confessare a se stesso il sottile piacere masochista e liberatorio che lo stava pervadendo, in cui, segretamente, si era crogiolato per tanti anni. Quello stesso alito di vento che lo aveva ossigenato e che ora lo rendeva inaspettatamente ebbro del ricordo. Bimba Bimba era lì racchiusa in quella bottiglia, tra le sue dita. Con gli occhi profondi e limpidi del cielo, caldi e comprensivi, un po sognanti, un po inquisitori, che traducevano ogni più piccola sfumatura di lei. I suoi occhi, due cieli scuri e senza nuvole, schietti e senza più sogni Bimba era trasparente, leggibile, sfacciatamente sincera nel suo compassato silenzio. Bimba lo leggeva dentro. Ora, all improvviso, in quella cantina fredda e apparentemente vuota, era di nuovo tra le sue dita. Tutto bene, signore? Le piace la casa? Molto Mi piace molto. Avrebbe voluto gridarlo, avrebbe voluto urlare che Bimba era tornata che la visita a quella casa non poteva essere casuale. E che quella non era una casa, era la sua dimora persa e ritrovata. Torni a casa? No, tesoro, torno dalla mia famiglia. Da coloro che contano su di me. Da coloro che non posso lasciare. Ma la mia dimora, la dimora della mia anima e del mio corpo sei tu. Mi ami? Non chiedermelo non posso permettermi di rispondere. Poche banali domande. Scarne banali risposte. Di copioni conosciuti, di sentieri già percorsi da chi, per una volta, decide di rimettersi in gioco, di seguire i sentimenti, di sbandare godendo delle ecchimosi e del cuore sanguinante. Bimba aveva sorriso, dolce e comprensiva. Sapeva che la vita era eterna lotta ed eterna conquista ma aveva smesso di combattere da tempo. La lotta non le apparteneva. Il suo guscio, fatto di delusioni, tradimenti e sconfitte, le calzava a pennello. Tanta fatica per crearlo, guai a chi l avesse violato. Oltrepassarlo per lei avrebbe significato, inevitabilmente, altra sofferenza. Niente altro che sofferenza. C era solo la sofferenza oltre il suo guscio, al di là

3 dei suoi calici profumati. E mi porti un Lagrein Un Lagrein, signore. Bimba, un Lagrein a questo tavolo. Bimba, un Lagrein. Su quella espressione avevano giocato a lungo nei mesi successivi. Nei luoghi appartati, nei momenti rubati, tra le lenzuola disfatte e intrise di complicità, passione, malinconia, fragranze. Lei gli sorrideva e godeva di ogni piccolo attimo di questo regalo immenso che la vita le aveva inaspettatamente donato. Bimba, un Lagrein. A volte il solo labiale, a distanza, in modo pudico, apriva ad ambedue orizzonti infiniti. Sostituiva le parole che nessuno dei due poteva permettersi di proferire. E gli occhi di Bimba ridevano. Non conosceva il francese, soltanto qualche termine inerente al suo lavoro, ma per compiacerlo aveva imparato qualche espressione, che unita al suo sguardo loquace la rendevano perfetta agli occhi di Yves. Bisous, a bientot baci, a presto. Erano questi i ciottoli della strada impervia e scivolosa che stavano percorrendo. Era questa l inconsistente solidità della loro splendida meravigliosa follia. I loro baci, la loro illusoria continuità. Il Lagrein era scivolato corposo nel calice di Yves, che amava questo vino come amava le terre che lo producevano. Yves non indugiava mai, non ne aveva tempo, non ne aveva voglia. Il lavoro e la famiglia, la fatica e il guadagno. La corsa con il tempo, anche se la meta non la si raggiungeva mai. La corsa con se stesso, tra boschi, fiumi e laghi di quel Trentino così amato, nei ritagli di tempo. Qualche svago, ogni tanto. Raro, controllato, programmato. Programmata la sua vita, i suoi viaggi, il quieto vivere. Per questo amava quel Lagrein austero, schietto, senza fronzoli, di un eleganza essenziale che delicate dita femminili stavano facendo scivolare nel calice accanto al suo piatto Il profumo dolce di vaniglia della sommelière sembrava intrecciarsi alle note dei frutti del sottobosco che stavano pervadendo le sue narici in modo allettante, e da ambedue si sentiva rapito. Per la prima volta, si sentiva arrivato. Finita la corsa, fermato il tempo. La ringrazio mademoiselle E sempre un piacere, signore. Bimba, un Lagrein. Una breve espressione che l aveva totalmente appagato. Nuotava nelle parole, Yves, ormai più per dovere che per piacere. Tante, troppe parole che ormai gli apparivano assolutamente insignificanti. Di rado, dalle labbra e dal cuore di chi intervistava riusciva a percepire un guizzo di vita. Le parole sempre uguali, la vita sempre uguale. Le persone sempre uguali. Forse la vita mancava a lui, forse no. Nessun alito di vento, calma piatta. Andava bene così. Bimba si esprimeva con un altro linguaggio. E sempre un piacere, signore. Non rammentava l ultima volta in cui, dopo un intervista, avesse detto a se stesso la medesima cosa. Il piacere? Mah, forse il dovere. L edonismo non apparteneva al suo ordinato incedere. E Bimba, l inaspettato soffio di vita profumato alla vaniglia, aveva riempito il suo vuoto, lui il vuoto di lei, spiritualmente, carnalmente, in un connubio totale e totalizzante da cui il resto del mondo era stato escluso.

4 Tenera, dolcissima, accogliente, Bimba lo avvolgeva di carezze e passione. Discreta, schiva, capace di grandi sorrisi e iperboli di inavvicinabile e cupa disperazione. La sua pelle era lusinghiera, le sue forme erano morbide e mediterranee e riempivano il vuoto delle sue mani divenute insaziabili, un vuoto che non sapeva potesse esistere, di cui non era mai stato consapevole. Bimba, che riservava la sua sensualità solo per lui che per lui giocava con i suoi lunghi riccioli, che alle sue carezze rabbrividiva e gemeva sottovoce. A volte non vorrei essere mai nata gli confessava. Bimba, all improvviso, sgattaiolava nel suo guscio. Non dire così, tesoro. Vale sempre la pena vivere. Chi parlava così? Yves? Forse il padre amorevole che doveva essere? O forse lo stoico marito a lungo atteso? Non ne sono sicura se dovrò perderti, non ne sono sicura sigillava il discorso Bimba. Lei lo fissava, allora, chiedendosi se anche quella risposta facesse parte dell esistenza preconfezionata del suo amante, o davvero ci credesse. Poi pensava che forse lui aveva ragione. Che anche per un solo istante di pura felicità, ne valeva la pena. E gli sorrideva, ubriaca dei suoi baci e mai sazia delle estasi dei loro incontri, del loro reciproco viversi. Yves aveva assimilato il profumo e il calore di ogni centimetro della sua pelle. I frutti del sottobosco di quel Lagrein stregato gli tornavano alla mente accarezzando il suo corpo armonioso, le sue curve così perfette per i suoi palmi, così aderenti alle sue labbra More, mirtilli vaniglia, rovere Dolce Bimba che sei il mondo, dolce Bimba che sei diventata il mio mondo Così suadente, materna, protettiva nella tua insicurezza di angelo senza ali, di donna delusa. Come te, nessuna mai. Torno in Francia Ci scriveremo, ti telefonerò. In redazione potrai scrivermi ogni volta che vorrai e io ti telefonerò tutti i giorni. Il suo inconfondibile accento francese la stordiva, più di ogni vino che avesse mai assaggiato. Yves, je suis ivre Yves, sono ubriaca, diceva ridendo in modo sguaiato, senza freni e senza limiti. Ubriaca di te. Come te, nessuno mai. L oblio a lungo cercato nelle note variegate della sua professione giaceva nelle dita di lui, nelle sue labbra calde e mai paghe, capaci di farla fremere di farla vivere. Yves teneva la bottiglia polverosa tra le mani. Lagrein, 1973 recitava l etichetta sbiadita. Trento, 12 settembre 1973, recitava l ultima lettera di Bimba. Che non sbiadì mai.

5 Visita a Vallagarina dallo spazio di Domenico Colella [Racconto ispirato alla fantascienza] L oggetto sbucò sibilando dagli spazi siderali. Aveva puntato sull Europa, poi verso l Italia, infine verso il Trentino. Cominciò a sorvolare una spianata coperta di vigneti le cui foglie in quella soleggiata mattina dell ottobre 2013 avevano un caratteristico colore dorato e rossiccio. Da che mondo veniva questo strano oggetto? E perché stava passando proprio nel Trentino, per l esattezza in Vallagarina? Per saperlo bisognava spiare dentro l oggetto, ormai non lontano dal terreno. E per capire cosa dicevano gli esseri presenti nel veicolo disponiamo per fortuna di un traduttore intergalattico, in grado di decifrare le lingue dei più lontani e sconosciuti pianeti della galassia. Allora grazie al traduttore possiamo rivelare chi sono i misteriosi visitatori. Intanto una sorpresa: se vi aspettate degli esseri con tre teste, due occhi e quattro braccia dovete ricredervi: i visitatori sono tali e quali a noi, forse sono un po più pallidi perché il loro pianeta Altair 4, un satellite ad est di Saturno non è molto soleggiato. O meglio era molto soleggiato. Poi pian piano gli astri vicini al pianeta che come il sole per noi scaldavano quel pianeta si sono pian piano spenti. I governanti di quel mondo hanno allora inviato in ogni angolo dello spazio intergalattico degli esploratori per trovare una nuova terra in cui trasferirsi o almeno trascorrere qualche periodo dell anno. Adesso magari qualcuno si spaventa e gli vengono in menti i marziani bellicosi della Guerra dei Mondi. Tranquilli. Diciamo subito che gli altairiani sono pacifici. In più le loro conoscenze scientifiche potrebbero tornarci utili. Da secoli questi civili e pacifici alieni hanno imparato a viaggiare con disinvoltura nello spazio. Noi terrestri invece, come sapete, non abbiamo saputo fare passi significativi da quel lontano 1961 in cui riuscimmo a lanciare un uomo attorno alla terra. E anche lo sbarco sulla luna del 1969 non ha aperto la strada ad una esplorazione pacifica dello spazio. Ma torniamo all interno dell astronave pilotata da due coraggiosi cosmonauti: Gog e Magog. Gog è più anziano, ha 517 anni: è il saggio della spedizione, Magog invece è più giovane, ha solo 213 anni. Ah, dimenticavo gli abitanti di Altair 4 sono molto più longevi di noi. Gog per esempio i suoi 517 anni li porta benissimo. Vedendo i due piloti dareste 50 anni al primo (il più anziano, Gog) e al massimo 30 al secondo (Magog). Va bene, sentiamo cosa hanno da dire. -Magog: Ecco Gog stiamo scendendo: guarda che meraviglia Da uno schermo in effetti si vede il bellissimo paesaggio della Vallagarina, vigneti a perdita d occhio ma anche il castello medioevale, lo splendido Monte Baldo e, più sotto, il lago di Garda. -Gog: Accidenti che bellezza: il nostro analizzatore non si è sbagliato di certo. Ricordi le direttive che gli avevamo dato? Magog: -Certo: identificare nell universo il territorio con il miglior clima, la migliore vegetazione Gog: - ma anche le migliori specialità alimentari, sane e saporite, adatte al nostro popolo così stremato

6 Magog: Eh sì ormai le nostre terre sono coperte da ghiacci eterni e la temperatura è sempre più bassa qui è tutto così rigoglioso: ma quelle piante presenti in modo massiccio magari vengono utilizzate dai nativi. Per cosa? Magog allora interroga il cervello elettronico che dà subito una risposta. 2 -Magog: Ecco si tratta di una pianta coltivata; dà origine a dei frutti che si chiamano uva. Da questi frutti i nativi ricavano con una complessa lavorazione una bevanda che si chiama vino. Questa qualità si chiama Marzemino -Gog è incuriosito. Vino.. che cos è il vino? E questo vino si chiamerebbe Marzemino Magog interroga ancora il cervello elettronico. Poi conclude: -E la bevanda preferita dai terrestri: è moderatamente alcolica. Ogni regione delle numerose in cui si suddivide il pianeta Terra ha il suo tipo di vino locale. Gog: -Mi è venuta voglia di assaggiare questo Marzemino. Il cervello elettronico dice che era prediletto da un personaggio storico che amava risiedere in quella valle: Mozart si chiamava. Nota dell autore: a questo punto il lettore si potrebbe chiedere come può questo cervello elettronico sapere tante cose di una regione per lui lontanissima, persa nella galassia. Una ragione c è: il cervello raccoglie continuamente messaggi ed informazioni dal nostro pianeta, sia dal web che da normali trasmissioni o messaggi telefonici. All occorrenza quindi può sciorinare una mole impressionante di dati, notizie, informazioni su qualunque cosa. Certamente anche sul Marzemino. Gog: - Va bene abbiamo visto abbastanza. Adesso scegliamo un centro abitato abbastanza importante e scendiamo a visitarlo. Direi questo (indica un punto sullo schermo): si chiama Rovereto è al centro di una bella valle. Dài Magog atterriamo Magog-Certo capo, scendiamo subito. Superate le vigne l oggetto identificò uno spiazzo proprio alla periferia di Rovereto e cominciò la manovra di atterraggio. C è da dire che la popolazione della Vallagarina è molto accogliente e appena l oggetto volante toccò terra i valligiani vennero incontro ai cosmonauti per dar loro il benvenuto. In testa il sindaco di Rovereto che per l occasione si trovò a dover improvvisare un discorso in quattro e quattr otto. Temeva di non essere capito ma fortunatamente grazie al traduttore intergalattico di cui abbiamo parlato non ci furono problemi. In effetti l oggetto volante era finalmente sceso in una spianata e Gog e Magog uscirono all aperto. Respirarono subito a pieni polmoni la fresca aria della Vallagarina. Indossavano tute spaziali fosforescenti che piacquero ai valligiani. Il sindaco si fece loro incontro e li accolse calorosamente. Dopo essersi schiarito la voce, incominciò: -Cari trasvolatori intergalattici come sindaco di Rovereto voglio darvi il più cordiale benvenuto nella nostra valle. Sapevo che le caratteristiche di

7 Vallagarina erano apprezzate un po dappertutto ma non pensavo addirittura di avere visitatori dagli spazi siderali. Da che pianeta venite? -Da Altair IV, un satellite di Saturno rispose pronto Gog mentre il giovane Magog era un po intimorito. Aggiungendo: - E vi ringrazio della accoglienza. I nostri due popoli potranno cooperare assieme per la pace ed il progresso. Per cominciare la vostra valle potrebbe diventare una splendida meta per le nostre vacanze Vi pagheremo in spazio-dinari e, se credete, vi assisteremo nei viaggi spaziali. -Ne saremmo lieti dichiarò convinto il sindaco e per conoscerci meglio vi invitiamo a colazione; mi pare che siate simili a noi e quindi apprezzerete le nostre abitudini alimentari. Detto fatto. Una delegazione che comprendeva il sindaco ed i maggiorenti di Rovereto si trasferirono alla Casa del Vino di Isera dove i due spaziali poterono gustare le varie specialità alimentari della Vallagarina e soprattutto i suoi vini deliziosi. 3 Gog e Magog chiesero subito il Marzemino e venne subito organizzato un brindisi alla fraternità astrale tra i popoli. Il vino di Mozart era più che adatto ad un brindisi del genere. Il pranzo che seguì fu luculliano in quanto si volle far conoscere ai due altairiani le varie specialità alimentari della Vallagarina, dai salumi, alle lumache, ai formaggi Monte Baldo e Vezzena e alla fine il tutto coronato da un bicchierino di grappa locale. Dopo il lauto pasto Gog e Magog presero due stanze al Leon D oro. La mattina dopo visitarono il MART e il museo di Depero. -Accidenti osservò Gog oltre alle bellezze naturali c è anche un rilevante patrimonio artistico. Anche Magog era estasiato. E siamo alla fine della nostra storia che, speriamo, un giorno possa realizzarsi davvero. Da quel giorno a vedere e gustare le attrattive di Vallagarina non vengono più popoli di tutto il mondo ma anche di altri pianeti. Venne anche aperto un ufficio viaggi su Altair 4 ed organizzati viaggi per gli infreddoliti abitanti di quel lontano ed inospitale pianeta. Meta Vallagarina. C è da dire che quando ritornano su Altair 4 dopo un periodo di vacanza gli altairiani hanno un aspetto molto migliore. Eh sì l aria, il clima, il cibo ed il vino di Vallagarina fanno miracoli. (fine ma continua )

8 Non mi parlare dei solfiti, parlami delle persone divagazioni enoiche vallagariniane [Eugenio Rosi, vignaiolo di Vallagarina] di Nicoletta Dicova Isera, 12 ottobre 2013 Casa del Vino della Vallagarina Dovendo definire in qualche maniera questo mio scritto ( definire il proprio scritto è un po come mettere l etichetta su un vino, ma io amo quelli senza), forse il termine più appropriato che mi viene in mente sarebbe divagazioni enoiche. Vallagariniane, pseudo parola che mi piace, perché mi ricorda un po wagneriane.. Questa è una divagazione enoica vallagariana, scritta un pomeriggio di ottobre su un terrazzo soleggiato trentino. Nulla di più e nulla di meno.. Ci trovavamo alla Casa del Vino a Isera al pranzo organizzato dall amico Gianni Usai, ideatore del laboratorio, 9 aspiranti scrittori. Vino di accompagnamento: il marzemino di Eugenio Rosi, vignaiolo di Vallagarina. Conoscevo Eugenio dalle manifestazioni, mi aveva subito colpito per i suoi vini e per la sua personalità. Mi ricordavo bene le mani di Eugenio, ruvide e sporche, mani da vero vignaiolo e il suo sguardo penetrante che come se vedesse cose che gli altri non vedono.. Non mi parlare dei solfiti, parlami delle persone All improvviso,durante il nostro pranzo letterario e sorseggiando il suo vino mi è tornata in mente questa frase di Eugenio Rosi, è tornata ed è rimasta lì, potente e dominante. Me l aveva detta una sera a Londra questa primavera. Eravamo ad una cena organizzata dal suo importatore inglese tutti professionisti del vino - produttori, importatori, giornalisti. Con l avanzare del tempo e dei bicchieri svuotati diventavamo sempre meno professionisti per rimanere semplicemente persone. Persone legate al Vino, che lo fanno o che ci gravitano attorno. Non si trattava più di una cena di lavoro, ma piuttosto di un momento di condivisone, di confronto e complicità, una serata tra amici, tra persone...nel vino, come in tutte le cose d'altronde, sono le persone a fare la differenza.. Non i solfiti, non i lieviti indigeni e in un certo senso nemmeno il terroir. O meglio, tutti questi elementi fanno la differenza eccome, ma solo se filtrati dalla prisma dell Uomo, tutto passa per la sua sensibilità e coscienza.nulla di questi elementi si può manifestare se non attraverso l Uomo.. Non mi parlare dei solfiti, parlami delle persone Anche nel mondo del vino, come un po in tutte le cose, siamo riusciti a fare confusione e a smarrire la strada maestra andando spesso e volentieri dietro a delle apparenze piuttosto che alla sostanza.

9 Mi capita ogni tanto di sentire affermazioni del genere: Bevo solo vini certificati biologici Io ormai bevo solo Borgogna e Champagne, beh, per la verità anche Bordeaux e Riesling tedeschi, ma solo se d antan L Italia del vino che conta per me è concentrata 90% tra il Piemonte e la Toscana Bevo solo i 3 bicchieri o i Parker sopra 90 punti, cosi vado sul sicuro Hanno senso affermazioni del genere? A mio avviso, poco e nulla. Credo che nel vino, come in tutte le cose importanti della vita, l essenza rimane velata, non si vede, ma piuttosto si intravvede..le cose non sono mai solo quel che sembrano.... Non mi parlare dei solfiti, parlami delle persone.... L essenziale si vede con il cuore, non con gli occhi avrebbe detto il Piccolo Principe.. L energia di un vino non si sente con il palato e con le narici, ma si percepisce con le papille dell anima. Questa energia proviene oltre che dalla Terra e dal Cielo anche dall Uomo, o meglio, dagli intenti che lo animano nel suo atto di fare vino, dalla sua sensibilità e dalla ricchezza del suo mondo interiore. Dietro il mondo dei fatti c è tutto un mondo, invisibile e nascosto, di idee, intenti e sensazioni,e questi due mondi sono indissolubilmente connessi.. Come un fil rouge il vino lega Cielo e Terra trafiggendo l Anima dell Uomo.. Il vino è una promessa che facciamo a noi stessi.. Una confessione intima che ci fa la Terra.. Una rivelazione sublime che ci fa il Cielo.. Il vino - Promessa, Confessione e Rivelazione- Uomo, Terra e Cielo uniti in un unica, indivisibile entità.. Mi viene in mente un mio amico vignaiolo in Piemonte che una volta mi ha detto: Io non sento più il bisogno di andare in chiesa, io credo nel Vino. C è un profondo significato filosofico dietro queste parole.. Non mi parlare dei solfiti, parlami delle persone Penso a Eugenio Rosi, penso ai miei tanti amici vignaioli. Penso alle loro mani, rugose e sporche di vino e terra. Sono mani che toccano la terra, che la lavorano, che la plasmano e si fanno plasmare in lei.. Sono le mani più belle che ho mai visto Penso ai loro occhi, pieni di luce,occhi illuminati di un ardore interiore, di un sogno, forse folle, ma autentico e vero.. Sono gli occhi più belli che ho mai visto Le persone che hanno un sogno, le persone che vivono guidate da questo sogno,emanano una luce propria.. Anche questa grande verità me l ha insegnata un amico del vino, un fotografo, che ha dedicato la sua vita al vino e ai vignaioli e che vive in un camper girando i vigneti d Italia. Questo era il suo di sogno. I suoi occhi sono pieni di luce e il suo sorriso è vero. Oggi a pranzo abbiamo bevuto il vino di Eugenio Rosi. Eugenio Rosi, un vignaiolo di Vallagarina. Bevendolo, ho pensato alle sue mani e al suo sguardo. Ho chiuso gli occhi ed ho visto le sue mani e i suoi occhi. Gli occhi e le mani sono le due cose più importanti in una persona, da li capisci tutto, essi non sanno mentire...di un vignaiolo mi basta conoscere gli occhi e le mani per capire chi è....le mani, perché toccano la Terra e gli occhi, perché guardano il Cielo..

10 ..Il vino è cielo nella terra e terra nel cielo.. Il mio sogno è quello di fare un giorno un mio libro sul vino. Senza le pretese di parlare di tutti i bravi produttori, ma solo di quelli che ho conosciuto io nel mio percorso e che mi hanno insegnato qualcosa. Non parlerò quindi dei migliori al mondo, ma di quelli che lo sono nel mio mondo. Parlerei poco dei vini e tanto delle persone, poco dei sentori, e tanto delle sensazioni. Quando questo sogno starà per diventare realtà, significherà che anche io starò per iniziare a emanare una luce interiore propria.. Non mi parlare dei solfiti, parlami delle persone Come un ritornello,un tormentone, mi risuona di continuo in mente quella frase....i vini belli nascono da persone belle.. I vini puri nascono da persone pure..i vini spirituali nascono da persone spirituali.. Solo un vino che viene dall Anima, può toccare l Anima.. Mi ricordo un vigneto ad Ovada che avevo visitato tempo fa su cui era esposto un cartello con la scritta Il miglior pregio di un vino è la sincerità di chi lo produce. Non potrei essere più d accordo. Andando a scavare dentro me stessa, andrei a scoprire che il mio amore per il vino naturale nasce in realtà da una ricerca interiore, da un bisogno profondo dell autentico e del vero. Una ricerca forse un po disperata. Forse un po alla Don Chisciotte. Una ricerca che potrebbe farmi apparire a volte agli occhi degli altri forse bizzarra, eccessiva, strana. Ma è una ricerca che non potrei non fare, di cui non potrei sottrarmi senza deformare me stessa. Un bisogno di poesia, in un mondo sempre più disincantato Un bisogno di fermezza, in un mondo sempre più mutevole e frenetico La vite, con le sue radici saldamente aggrappate alla Terra e i rami speranzosamente protesi verso il Cielo rappresenta per me tutto questo, la quadratura del mio cerchio. Sono profondamente affascinata dalla figura del vignaiolo, di quel concetto di uomo-vigna, di quel I am wine, dell essere vino, di tutti i legami espliciti e impliciti, visibili e invisibili,che si creano tra un Uomo e la sua Vigna. Un piccolo uomo sotto un grande cielo che coltiva il suo piccolo pezzo di terra.. Il lavoro del vignaiolo è sostanzialmente un lavoro svolto in solitudine che lascia tanto tempo e tanto spazio alle riflessioni. Stare da solo a lavorare la mia vigna mi aiuta a liberare l anima e la mente, mi mette in pace con il mondo e con me stesso mi aveva detto una volta un amico vignaiolo. Fare un lavoro che richiede manualità, rispettando i ritmi della natura è un toccasana per lo spirito e per il corpo.. Ripenso alla Vigna anche da un altro punto di vista, mistico religioso:..il Nuovo Mondo....Noè esce dall Arco e la prima cosa che fa è piantare una Vigna....La Vigna- stipulazione, promessa, speranza e redenzione....la Vigna- conferma della misericordia e della nostra unione con Dio.. Il vino, frutto della fusione tra celeste e terrestre, tra spirito e materia è da sempre stato uno dei canali principali che l Uomo ha avuto a disposizione per

11 connettersi con il divino.....di Vino Divino. Il vino esiste dai tempi pre-cristiani, fa parte della storia dell Umanità da circa 8000 anni, entra successivamente nei sacramenti cristiani ed è stato preservato negli anni bui del Medioevo proprio grazie alla cristianità e ai monasteri....il vino è una metamorfosi, una trasformazione dell uva, degrado della materia e ascesa dello spirito L uva, frutto del matrimonio tra Cielo e Terra, muore come Uva per rinascere come Vino Sento che il mio pensiero si alza in alto, molto in alto,quasi lo smarrisco di vista.. Vola verso altri mondi lontani, mistico-filosofici...cerco di afferrarlo, di farlo atterrare. Mi concentro sul paesaggio attorno. Vallagarina, un caldo pomeriggio di ottobre, limpido e soleggiato. Attorno a me, montagne, case,strade, vigneti. La vendemmia è finita, si sentono i primi passi dell autunno che cammina nei boschi e pesta le foglie secche. C è sole, quel sole autunnale che illumina i colori e li degrada nello stesso tempo. Il sole di ottobre che accarezza senza picchiare... Silenzio, sensazioni di autunno e di montagna, dolcezza e malinconia.. Guardo il paesaggio attorno a me e l armonia del luogo pian piano placa il mio spirito irrequieto. E un paesaggio ordinato e sereno, in cui tutto sta al suo posto senza stonare: i boschi, i vigneti, le case, i frutteti, le strade.. Tutto è Integro e coeso. Non è un paesaggio vergine e intatto, ma nemmeno stravolto dall Uomo- è addomesticato, un esempio di fusione e integrazione tra Uomo e Natura. Il mio sguardo accarezza le vigne ordinate, le case, i boschi Sono tutti li, al loro posto, esattamente dove dovrebbero essere Convivono e coesistono Pacificamente E il paesaggio del Trentino, il paesaggio di Vallagarina. Mi sento avvolta da questo spirito costruttivo, positivo e disciplinato che nelle mie idee ha sempre contraddistinto le persone trentine. Uno spirito attento e rispettoso, con un forte senso dell ordine. Uno spirito cooperativo. Mi attraversa la mente il pensiero che anche la stessa Casa del Vino dove abbiamo pranzato è un progetto che unisce cantine grandi e piccole, che cooperano e collaborano per raggiungere un obbiettivo più alto e importante, che coinvolge tutto il territorio, tutta la comunità, non più i singoli. Alla base di progetti come quello ci sono sempre le persone, persone che hanno avuto la saggezza e la umiltà di capire che il vino di Vallagarina appartiene a tutto il territorio e non ai singoli artefici....non mi parlare dei solfiti, parlami delle persone.. Penso che siamo qui oggi, alla Casa del Vino, 9 aspiranti scrittori di età, provenienza e estrazione professionale diversa per condividere con il mondo e con noi stessi le emozioni e le sensazioni suscitate dal territorio di Vallagarina e dai suoi vini. Questa giornata è stata possibile, grazie all impegno e la volontà dell amico Gianni Morgan Usai, ideatore del laboratorio, ma anche di un gruppo di persone trentine dietro le quinte,incontrate o no, che hanno lavorato su questo progetto e si sono impegnati per farlo avvenire. A tutti loro, un grazie.

12 ..Le persone belle ci sono dietro, ma anche attorno al vino, il vino unisce le anime belle.. Penso a Gianni stesso, persona di rara sensibilità e cultura che ho conosciuto grazie al vino ad una degustazione anni fa.. Penso a Aurora, bella persona che ho incontrato oggi a questo evento,che ha realizzato un suo piccolo-grande sogno personale, creando uno suo progetto di uno spazio relazionale e culturale. Guardando negli occhi di Aurora si vedeva la luce, quella luce interiore che illumina le persone che hanno trovato il proprio sogno e che hanno il coraggio e la forza di viverlo.. Negli occhi di Aurora si vedeva l aurora, quella dello spirito, l unica che veramente importa che sia vissuta....penso alle persone, vivo per le persone, per quelle anime belle sparse in giro per il mondo....le anime belle dovrebbero cercarsi e connettersi, comunque si chiamino i focolari attorno ai quali si siedano: Vino, Arte, Musica, Lettura.. Rileggo questo mio scritto, ispirato dal Vino e dalla Vallagarina, timorosa e titubante.. Non so bene nemmeno io stessa cosa esattamente voglio dire, so solo che ho bisogno di dire.. ***..Bevo vini senza solfiti e scrivo scritti senza solfiti.....scrivo come respiro, come faccio l amore, come bevo vino.....spontaneamente e naturalmente E un scrivere-flusso, non conto parole, non ho direzione, solo ispirazione.....scrivo in una sorta di abbandono, guidata dalle sensazioni e dalle emozioni, dalla saggezza dell irrazionalità.. ***...E uno scrivere discontinuo e frammentato, caotico,di slanci e di ritiri, intimo e nudo...uno scrivere inesperto,immaturo e goffo, ingombrante e inopportuno.. Uno scrivere vulnerabile e fragile, timoroso di rimanere incompreso.. (ma disperatamente bisognoso di uscire alla luce) Uno scrivere-sorgente in cui nemmeno io stessa ci ho mai veramente creduto e che ho sempre intasato con le pietre pesanti delle mie paure e insicurezze.. Ma forse è arrivata l ora di rimuoverle.. Ci voleva un Gianni Usai.. Ci voleva il laboratorio di scrittura.. Ci voleva il vino di Vallagarina.. Ma soprattutto ci volevano le persone, quelle persone speciali che mi hanno accompagnata nel corso della mia vita, in certi istanti o nel mio quotidiano e che sono stati i miei maestri.. Le persone, le anime belle, sono loro la mia più grande ispirazione.. Quelle persone, vignaioli o no, che in ciò che fanno ci mettono l anima, e che prima di essere persone di testa, sono persone di cuore.. A tutti loro, un grazie...

13 LO SGUARDO SULLA VIGNA di Aurora Di Mauro Sblam! Eccolo. L uomo, come sua abitudine, scendendo dall auto si fece annunciare dal rumore della portiera chiusa con violenta indifferenza. Tanto era in campagna. Era sempre così quando arrivava alla casetta. Per questo Claudio dentro di sé lo chiamava Mr. Sblam. Anticipò a mente il suo avvicinarsi. Se lo immaginò che attraversava con passi larghi il pezzo di campo, un tempo seminato a mais, che fungeva da parcheggio e che dalla strada accompagnava all ingresso di terra e ciottoli di fiume che apre alla piccola casa rosa, vicina al Piave. Lo vide arrivare. Camminava, come al solito, tenendo aperte le gambe come se avesse un barile tra di esse. Claudio era seduto al tavolo di legno che era stato costruito appena il nuovo proprietario era arrivato ad abitare lì; l aveva messo proprio sotto il grande gelso che dava ombra anche alla casetta: per tener al fresco le fate, disse allora. Era uno spazio, sacro, di pace. Se stavi seduto dove ora lui era, potevi vedere l intero edificio in un colpo d occhio tanto era piccolo e a misura d uomo; e se invece giravi le spalle alla casetta, entravi con lo sguardo in un paesaggio fatto di visioni che si susseguivano senza fretta, senza confusione, quasi tenendosi per mano, passeggiando: un ampio spiazzo che coronava la piccola dimora, metà giardino e metà agorà verde, poi un po più in là l arruffarsi selvatico della stretta boscaglia che porta al fiume; infine, oltre (ma dovevi allungare bene lo sguardo) potevi vedere alzarsi al cielo, come i riccioli dorati scappati alle forcine della bella testa di Maria, alcuni filari dell antico vigneto allevato a Bellussi. Buondì Claudio! Tuto bén? Non valeva la pena rispondere. Mr. Sblam già cercava con lo sguardo Giacomo. Era lui, il proprietario della vigna, che gli interessava vedere. Non certo quel pacifico signore, professore di scuola media di giorno ed oste di sera, che si ostinava a mettersi in mezzo tra lui e l anziano contadino, un tipo nodoso nel cervello come gli arbusti del suo decrepito vigneto. Giacomo è in vigna. Le parole gli uscirono senza timbro. Non era proprio sicuro che il suo amico fosse lì. Chissà, forse stava riposando nella casetta, fresca in questo mese di agosto terribilmente caldo fin dal suo inizio; se lo immaginò sdraiato d un fianco a guardare da una finestrella le cime degli alberi, ad ascoltare il fruscio delle foglie svegliate dal veloce passaggio di scoiattoli, dal frullare delle ali dei picchi; e si chiese se quello che aveva visto scivolare accanto a sé un ora prima non fosse piuttosto uno dei tanti elfi che popolano il bosco e che Giacomo conosce per nome con la confidenza che dà solo la più profonda amicizia o la più autentica follia. L uomo vide la figura massiccia, di media statura, del contadìn nell ombra, perché un raggio di sole gli copriva la vista e i begli occhiali di marca non bastavano a sgombrare la luce dalla sua strada. El contadìn stava in silenzio, in piedi sullo stretto sentiero che i passi e la natura avevano formato tra un filare e l altro. Giacomo. Queste vigne stanno morendo. Come lei. Semo tuti drìo morire. Xé la natura. Giacomo non girò nemmeno le spalle.

14 Guardava oltre, verso un altrove che superava persino il suo stesso vigneto. Cercava, con lo sguardo della memoria, una valle a lui lontana, in tutti i sensi. L uomo di città non rispose alla funerea saggia frase del contadìn, e attaccò a sgranare il solito rosario di frasi confezionate: perché si ostina? non ce la fa da solo a tenere in vita il vigneto, a star dietro ai terreni, a tener su la casa; perché non vuole prendersi un po di soldi facili, e vivere in serenità gli ultimi anni; chedioleregaliunavitalungalungalunga; ed invece? un giorno la troveranno morto, con la faccia riversa sulla terra, magari dopo una di quelle tante alluvioni che sommergono questi campi ad ogni acquazzone; ultimamente sempre più, come mai? non vede che gli arbusti son diventati nani a forza di essere soffocati dalla melma argillosa che vomita il fiume quando esonda? morirà soffocato anche lei; si rassegni, i tempi son cambiati, i paesaggi son cambiati, le persone son cambiate! cosa e a chi serve quella vecchia casetta rosa? Tanto, anche se non vende a noi, un domani i suoi nipoti raderanno tutto, la casetta, i terreni, gli alberi, e li venderanno a chi semina ancora mais, neanche fossimo tutte galline! pensi invece a quale bene farebbe se questo posto diventasse l albergo di cui il paese ha bisogno! l azienda che rappresento vuole costruire, mica distruggere; non farà mica cose faraoniche, cosa crede? lasci perdere sto bugigattolo, non ha neanche il riscaldamento faremo diventare quella specie di stalla un luogo pieno di comfort, e vedrà quanti turisti verranno a scoprire il nostro paesaggio naturale! Naturale! Giacomo sussultò a quella parola! Perché le parole son cose serie; glielo aveva insegnato Maria. E lui, con il tempo, lo aveva imparato. Aveva portato a maturazione la sua consapevolezza di cittadino nel mondo come un vignaiolo segue il farsi adulto del suo grappolo, dal tralcio al bicchiere. E lungo il viaggio della vita. Per questo, quando lesse la carta costituzionale (capitò un giorno d inverno, per curiosità), non aveva trovato la parola in cui lui si riconosceva. No, non era d accordo con quell articolo nove. C era qualcosa che non andava, c era un espressione che sembrava salvezza, ed era invece condanna. La nenia di quell uomo ormai non la sentiva nemmeno più. Erano altre le parole che gli succhiavano i lobi delle orecchie. Si lasciava carezzare dai raggi di sole, ancora così forti a quell ora del pomeriggio che incammina alla sera. Aveva pena per quell uomo che non sapeva cosa volesse dire il sonoro dell anima, che preferiva ascoltare il clangore della distruzione che le sue parole emettevano. L anziano chiuse gli occhi, lentamente, e si lasciò andare al ricordo del primo bacio che dette a Maria. Successe proprio lì, dove era lui adesso. Un altro posto sacro. Stretti i filari oggi per far passare un trattore a raccogliere i grappoli, ma allora allora erano larghi giusti perché i corpi di due amanti si potessero abbracciare, stando sdraiati sul tappeto di fiori (quanti! quanti che ghe jera! gialli, azzurri, bianchi si confondevano con il vestito in mussola di Maria) che solo i vigneti di Giacomo aveva: el gà un zardìn quell omo lì, a forza de usare il solfato di rame i dise bah. Un eden gli sembrava quel posto, ma non perché la natura si dipanava nella sua totale libertà di essere se stessa: arbusti, foglie, alberi, fiori, fili d erba e poi gli alberi da frutto, i fichi, i pomi Era un eden perché era il luogo dove si incontrava con lui Nero (così la chiamava il fratello di lei, il Piero, per via di quella sua chioma corvina, che chiamava una delle lucide cromie di cui era vivido il vino della valle da dove lei veniva, la val Lagarina). La sua dolce eppur tempestosa Maria. Ci mariteremo un giorno le

15 sussurrò all orecchio, dopo quel lento bacio. La sua lingua non voleva perdere il sapore persistente della bocca di lei. E come la vite con il suo albero ci sorreggeremo fino all ultimo dei nostri giorni. Sarò il tuo salice, amore mio. Non fu così. Meglio dimenticare. Sospirò. Tornò a sentire il clangore: la sua vigna sta morendo; anzi, è già morta!. Morta? Cossa disito? Non vedi i grappoli? Questo è un vigneto libero, uno spirito libero, come erano un tempo i nostri terreni; ci sono uve che son sorelle con quelle di territori vicini: baccò, clinto, clintòn, la fragola nera, quella bianca e poi la Isabella (ma mi ea ciamo Seibel, parché me ricorda il bel vetro di Muràn, rosa trasparente come la pelle di Maria). Alzavi il viso al vento e sentivi che la terra arrivava lontano, come quando ghe gera el dominio de tera su cui el leòn de San Marco aveva piantato saldamente le sue zampe. Una repubblica di uve, ma tutte indipendenti. Anche la valle di Maria fu dominio della Serenissima. Glielo disse lei, che era di Isera. L anima suonava ancora, lo chiamava con la memoria al bacio che dette a Maria all ombra delle foglie di vite che si aprivano sui rami disposti a raggio, come un ombrello protettivo anche del loro amore. La bellussera c è ancora. Ricamava allora un arco trionfale sul loro amore. Ricorda che guardò a lungo quel volto trasparente, non voleva dire parole che fossero stupide, banali, da contadìn. Lei era figlia del fabbro del paese, aveva studiato un po più di lui, leggeva i rotocalchi e anche qualche libro che uno che dicevano facesse lo scrittore le prestava; uno venuto da fuori, dal vicentino. Abitava in un paese vicino. Chissà, forse era innamorato di lei. Ancora oggi si sentiva bollire il sangue a quel pensiero, gnanca fusse un teròn (e, ironia della sorte, un teròn sposò poi Maria, proprio uno della bassa Italia; meglio dimenticare). Appoggiò le sue labbra secche e sottili su quelle morbide e polpose di lei: sai di frutta, sei dolce, come il marzemino.lei gli morse un labbro, con uno sguardo sfrontato; gli ci voleva quella staffilata dei suoi occhi nocciola per confermargli che quella donna avrebbe fatto perdere la testa anche al don Giovanni mozartiano; donna suprema come quel vino. L ho bevuto, sai? Si sedette impettita nel dirlo, allungando le gambe sul prato vinoso e prendendo in mano qualcuno di quei sassi che la greve del fiume regalava come diamanti al terreno sabbioso del vigneto. Quando son andata dal Morandotti, a Céneda l unico che produce qui in Veneto il marzemino. Papà aveva nostalgia della nostra valle. Anche un bicchiere di marzemino lo avrebbe aiutato a non spegnere il cuore. Alzò il bicchiere e disse: guarda Nero, ha il colore dei tuoi capelli! I Morandotti avevano fatto, alla buona, una serata dedicata al Da Ponte, il librettista di Mozart. Lo sapevi che era veneto? Proprio di Céneda. Lo vedi? La mia valle e la tua pianura son sorelle, grazie ad un vino! Rise e mi restituì veloce il bacio. Parole troppo complicate per il cervello nodoso di Giacomo. Lui allora non sapeva nemmeno chi fosse Mozart. Oggi lo sa, ma non c è Maria con lui. Meglio dimenticare. Oggi tutto quello che sa riempie le serate con l amico Claudio, nell osteria che ha rilevato con il suo consuocero al centro del paese. Poco distante dalla casa di quello scrittore. Allora, vende? Le faccio un ultima offerta. Definitiva. Giacomo non aveva bisogno di parlare. Il suo sguardo lasciò per un momento il vigneto, le labbra di Nero, ll greto del Piave, la casa piccola e rosa dove gli fanno compagnia elfi e fate e si fermò sul volto dell uomo. Due sillabe furono

16 nei suoi occhi, per salvare una lunga storia. Anzi, tante storie. Lei è matto!, urlò l uomo. Ma chi si crede di essere? Il Presidente della Repubblica? Cosa crede di tutelare? Questo paesaggio cambierà, nonostante lei. Qui le do ragione, e la voce di Giacomo si fece tagliente. E vero, il paesaggio cambia comunque noi, perché siamo noi! E per questo che non credo nell articolo nove della Costituzione! Ecco, il sangue che ribolle ancora. La Repubblica tutela il paesaggio Ah, sì? E quale paesaggio? Chi stabilisce quale è il paesaggio? Per persone come lei il paesaggio è anche una teoria di capannoni lungo le autostrade, a pochi metri, magari, da una villa palladiana; oppure la casa di un poeta trasformata in un bed and breakfast, propinando al turista un falso chilometro zero della genuinità. Si abbassò ad inchinarsi alla sua terra, congiunse le mani prendendo tra i palmi la sabbia, l argilla, i ciottoli e ci affondò il viso: è la natura disse con voce più profonda, quasi rivolto a se stesso è la natura che dobbiamo tutelare; è ogni singolo elemento della terra e dell ambiente. Poi ognuno se li combina quegli elementi, come fossero i quadratini del gioco dei quindici, e lo chiama di volta in volta paesaggio. Articolo nove: mi tuteli anche il paesaggio urbano? Il paesaggio dell archeologia industriale? Ecco, tieni: eccoti un bell esempio di archeologia vinicola!!. E lanciò i suoi proiettili di terra e sassi verso la vigna. Claudio vide il sorpasso pesante dell uomo che cavalcava, come l olandese volante, la botte immaginaria. Forse questa volta sarà davvero l ultima che sentirà sblam. Ho fatto quello che ho potuto. Al suono della voce Claudio si girò. Il cuore ebbe un sussulto, ma fece finta di nulla. Non era la voce di Giacomo. Non poteva essere lui, che se ne sta prigioniero in un ospizio. Claudio lo sapeva, ma fece finta di nulla. Anch io sto facendo quello che posso. Non sono solo. Mi stanno aiutando degli amici: Enzo, Moreno, Francesco, Aurora, Andrea, Simone, Giovanni, Gianni, amici non solo di qui, ma che come me vogliono che resti intatto il tuo sguardo sulla vigna; è un gruppo spontaneo, indipendente. Come la vigna di Giacomo. Ho scritto qualcosa. Dì a Enzo e a Moreno che facciano finta di aver trovato questi fogli nascosti in casetta. Per fortuna la mia opera letteraria è rimasta incompiuta! Ma pensate voi a quale sillaba consegnare la memoria di questa storia. Claudio si alzò. Aveva voglia di abbracciare l amico, ma pensò che forse le braccia gli sarebbero tornate alle spalle, come presumibilmente succede nel parlatorio dell Ade. Non sei tu. Non puoi essere tu Sei un elfo, un salabello sei. Stava finendo il giorno, ormai. L upupa si accomodò sul gelso. E perché no? Il nome che mi aveva dato Montale è perfetto per un elfo. E allora ciao Jaufré. Ben tornato alla tua casa delle fate.

17 LA BELLEZZA DELL'INTERO di Paola Domenichini A fine estate, in un tempo indefinito - nella memoria degli abitanti collocato tra la Grande Furia dell Adesc i, che trascinò via le malghe più belle sommergendo i campi della Gresta ii, e il Miràcol del Borèr iii, indenne dopo essere precipitato nella Gola dei Fusi con il suo carro carico di tronchi - giunsero nella valle due fratelli. A chi chiedeva da dove arrivassero, i forestieri raccontavano di aver vissuto nel Covelo di Rio Malo iv ma di aver in precedenza girato le piazze del mondo verso Est. Pur molto diversi nell aspetto - l uno biondo e silenzioso, scuro e di rustica allegria l altro - erano entrambi cortesi nei modi, e questo induceva a creder vera l origine che si attribuivano di fioli del vecchio nobile Enanzio v e della gentile Faja. vi Da subito i valligiani accolsero le tanto diverse nature di Marzapane e Marzevino - così erano stati ribattezzati da qualcuno cancellando in fretta il ricordo dei nomi dichiarati all arrivo -con la stessa tranquilla curiosità che sempre li coglieva guardando desigual vii l alternanza del sole sui monti e della pioggia sulle colline, le varietà di terreni che il fiume e i torrenti percorrevano, il malgualìvo viii contrasto tra gialli e rossi nel marmo delle cave di Castione ix. Il giorno prima che i forestieri comparissero al villaggio, un giovane caorar x era tornato a valle sudato e rosso in viso, gridando di aver visto sullo Stivo xi due grandi orsi, uno nero e uno albino, ritti in piedi tra due grabbe xii conficcate nel terreno, intenti a mangiare marroni. E anche se una betònega stramba in seguito si mise a malignàr di un oscuro legame tra i due fatti, presto tutti dimenticarono di interrogarsi sui motivi che avevano condotto i fratelli in quella valle. Col tempo nessuno si stupiva più che si cibassero dei soli frutti della terra: bacche di mòra e ampòma, grànteni e giàsen, zirese e armàndole xiii, pom gialle e verdi, per e nus, accompagnate da pastocia xiv di patate o da una panada xv, e annaffiate di acqua insaporita con miele, glicine, rose, viole mammole, erba menta e chiodi di garofano. Talvolta, nei giorni di festa, accettavano con garbo frìtole e fredàgoi xvi ancora calde, qualche fetta di carne affumicata di cavallo, una sgéva xvii del monte Baldo xviii, una brocca di latte tiepido o di vino fresco, portati in dono dalle feune, xix che nelle battute scherzose di Marzevino e nel sorriso triste di Marzapane cercavano una distrazione dallo sfachinàr della giornata. Ché, non conoscendone l età, alle putele i due fratelli sembravano mateli, e alle vecchie parevano om madùri. Pur partecipando con zelo alle ricorrenze della piccola comunità, entrambi mantenevano una vita alquanto solitaria. Li si vedeva certe mattine incamminarsi lungo la strada del miele o verso il ventaglio di terrazzi morenici del Brentonico, xx percorrere l erta salita Scanuppia xxi in cerca di funghi rari o della straordinaria vista dell àgola xxii. Fortunati, d altronde, sapevano di esserlo, giacché ancora gnifèli xxiii avevano

18 avuto dalla sorte il dono di incrociare nel loro peregrinàr tra i massi dei Lavini, xxiv le grandi pèste di un animale sconosciuto, del quale non fecero mai cenno ad alcuno, probabilmente giunto da un mondo prima dell inizio dei tempi. Al ritorno, en gual not, xxv i cani si avvicinavano per snasàr l odore di fieno emanato dal loro folàr xxvi, sempre in ordine e pulito, che nei colori cinerini, ruggine e verde-acciaio a molti ricordava il manto familiare del gallo cedrone. Venne un dì che la pacifica valle fu invasa da un antica paura: lungo la via dell'ancino xxvii giunse il patàn xxviii di un re forèst venuto dal Nord per annunciare la prossima costruzione di una strada che consentisse al nuovo popolo, e al suo esercito, di trasferirsi nel territorio dei Quattro Vicariati. xxix La minaccia implicita nel messaggio era attenuata dalla promessa di nuove intrade xxx per gli abitanti che, nel lavoro di manovalanza e nello sgrandàr del commercio, potevano prefigurare un futuro più facile, meno schiavo della benevolenza di terra e cielo. Mentre tra i più giovani il timore fu soppiantato in fretta dalla curiosità e dall attesa, ciascuno fantasticando per sé un destino di agrimensore o il matrimonio con una bella straniera, gli anziani si scambiavano, incontrandosi, sguardi storni xxxi e pensieri di pericolo. Fu quasi naturale, così, che decidessero di consultarsi con i due ospiti ormai familiari, ai quali il passato di viaggiatori, insieme alla condotta sobria e riservata, avevano negli anni aggiudicato una condivisa reputazione di saggi. E in quell occasione, oltre all ascolto attento delle loro preoccupazioni, gli interlocutori trovarono un accoglienza insolitamente loquace. Il primo a parlare fu Marzapane che raccontò a lungo - oltre alla bontà dei mille vini, ogni volta diversi, che avevano incontrato negli angoli più disparati del vicino Oriente - delle ricchezze dei territori attraversati, spesso distrutte da guerre e invasioni che, laddove non c erano comunità coese, riuscivano a dezipàr ogni bellezza come il gelo brusa la gemma della vite. E ragionò sui significati sempre identici che dapartùt governano gli scontri tra potenze di mare e di terra, pur nelle molteplici geometrie dei luoghi e dei tempi. Tradendo la sua natura riservata, Marzapane affermò con appassionata chiarezza un convincimento nel quale gli ascoltatori trovarono risonare l eco di pensieri vaghi e inespressi che li avevano talvolta attraversati nei filò xxxii arent el fogolàr xxxiii : dall inizio del mondo potenti idee hanno guidato la formazione di altrettanto potenti regni - che fosse la consacrazione di un regno nuovo o la continuazione di uno ereditato dal passato - e ogni grande regno è sempre stato la rappresentazione di un disegno. Venne poi il turno di Marzevino di contàr la segreta via del caso, o forse meglio era chiamarlo destino, che li aveva condotti in quella valle attraverso la rota xxxiv di un antica memoria familiare. Alla morte del vecchio pàre avevano ricevuto in lascito un baule, foderato di vellutata seta color sangue, da anni custodito tra le cose preziose. Vi erano riposti ordinatamente somènza di fiori ed erbe aromatiche, grigie sgeve xxxv calcaree e rocce dai colori vivaci ricche di fossili, sacchetti di terra sabbiosa e argillosa in tope xxxvi chiare e scure, grasse o secche al tatto, un campionario infinito di foglie dai ricami e sfumadùre più varie, sarmenteli, xxxvii stèle xxxviii e rametti tagliati in modi differenti, strope xxxix e picaréli xl, marze e talee, radici di forme e intrecci immaginifici. Su una pergamena incollata all interno del quercio xli era tracciata una mappa

19 percorsa dal segno di fiumi e torrenti, costellata dai profili di vette e dai confini tra valli, trapunta dalla posizione di borghi, rocche, castelli o dalla macchia azzurra dei laghi. E nella ricchezza misteriosa del disegno, privo di nomi e di riferimenti cardinali, i due fratelli avevano trovato la spengiuda xlii a circàr en do quell enciclopedia materiale avesse tratto le sue tante voci. Nel loro lungo andare nomade i due fratelli avevano spesso creduto di incontrare in un luogo o nell altro il modello di quel disegno, ma ogni volta un particolare, magari piccolo e poco appariscente come lo è il piccolo fiore di vite, non tornava, quasi che le somme non coincidessero mai col totale. E proprio in quella valle avevano trovato ciò che Marzevino chiamò la Bellezza dell Intero, la manifestazione di quella tràma unica che sa intrecciare, ovunque in modo diverso, la grande mano della natura con l opera silenziosa della mente umana, imprimendo il suo stampo su un luogo. Un particolare carattere, manifesto nell odore resinoso dei boschi di poèc' xliii e nella sistemazione delle coltivazioni sulle colline, nella forma dei filàr e nei colori delle faggete, nel taglio delle pédre sui tetti delle malghe e nel sapore gentile del vino, nelle sfumature delle ninfee riflesse sulle acque di un lago e nel gusto succoso delle mele. Una ricchezza che nessun cataclisma per mano dell uomo né della natura poteva rovinàr, e che la comunità era in grado di conservare alimentandola con un sapere sedimentato nel tempo e, insieme, con lo scambio tra il diverso sentire di ciascuno. E a molti, nel piccolo gruppo intento ad ascoltare, queste parole fecero pensare al miràcol de la boidùra xliv, che ogni volta rende vivo il vino consentendo di conservarlo, fa levàr il pane facendolo morbido e nutriente, trasforma il liquido latte in sostanze dense e saporite. Tornando a casa, con la mente affollata di nuovi pensieri tra cui galleggiavano le nùgole xlv de veci cruzi, i valligiani alzarono lo sguardo in giro sul paesaggio familiare, su quella bellezza dell entrèk che - con i suoi frutteti ordinati nel fondovalle, con i vigneti accuditi come giardini, con i suoi isolati masi fortificati, con gli eremi e le sue imponenti gésie xlvi - ora si mostrava come un grande regno governato da un idea ben più grande delle loro minuscole vite. Un regno protetto con il lavoro comune e difeso con le idee dei singoli, ma tanto aperto da conquistare il cuore di nuovi popoli con il carattere forte della sua gente e con la potente bellezza della sua natura. Tempo dopo, lo stesso giorno in cui Marzapane e Marzevino, ormai avanti negli anni, senza alcun addio lasciarono la valle, un vecchio malgaro vide in lontananza sul Monte Altissimo xlvii doi màcete xlviii in movimento contro il sole che tramontava, una scura e una chiara, che avrebbe giurato essere le sagome di due cuccioli d orso.

20 UNA VALLE DA SOGNO di Franco Gaddoni e Davide Menghi Si erano trovati al casello di Imola. Avrebbero fatto il viaggio con l auto di Franco, mentre Davide avrebbe lasciato la sua in un parcheggio. La destinazione era la Casa del Vino di Isera, Vallagarina, qualche chilometro sopra Rovereto. Avrebbero partecipato a un laboratorio di scrittura che aveva come tema l articolo 9 della Costituzione Italiana, in relazione al paesaggio della valle, ai suoi vigneti, alla sua cultura del vino. La cosa che li faceva sorridere era che loro, di vino, non sapevano praticamente nulla, se non che: una volta era uva, era alcoolico, poteva essere di tre quattro colori, e che, quando un sommelier lo assaggiava, pareva si fosse fatto un acido, perché dopo averlo annusato e poi assaggiato, cominciava a parlare in modo sconclusionato, sparando sostantivi e aggettivi a caso. Senti, dopotutto, se è vero che abbiamo scritto un giallo ambientato nel mondo delle orchestre di liscio, e noi di omicidi e liscio non sappiamo una beatissima fava... L appuntamento alla Casa del Vino era fissato per la tarda mattinata del sabato, ma loro avevano deciso di partire la sera prima per potersi concedere una cena tipica in un tipico locale trentino, e per non doversi alzare presto il giorno seguente. Usciti dall autostrada, seguendo l indicazione per un agriturismo, si erano arrampicati per un certo numero di chilometri, dapprima sulla strada asfaltata, poi su un stradina bianca. Era già quasi buio, e si distinguevano solo i profili dei monti e, di fianco alla strada, i filari di viti che si susseguivano quasi senza soluzione di continuità. La cena fu quasi trionfale, annaffiata da vino che, nella loro totale ignoranza, apprezzarono al punto da essere da ritiro della patente, anche al solo guardarli. Rendendosene conto, chiesero di poter dormire in una delle stanze dell agriturismo. Ci dispiace, ma le apriamo solo d estate, ma state tranquilli, che tanto qui non vi ferma nessuno. Risalirono in auto, Tanto Isera è qui vicino. Ho il navigatore rotto, ma rifacciamo la strada a ritroso, e giù troviamo le indicazioni. Dopo più di un ora si distinguevano solo i profili dei monti e, di fianco alla strada, i filari di viti che si susseguivano quasi senza soluzione di continuità. La luna faceva capolino tra una nuvola e l altra, rischiarando, a tratti, un panorama senza nessuna luce visibile. - Non c è nenache un anima a cui chiedere e mi si chiudono gli occhi. - Sì perché io invece sono fresco come una rosa! - Quindi come la mettiamo? - Il mio cellulare è morto. - Il mio non prende. Siamo a posto! - Senti, sai cosa facciamo? Non è freddissimo, dietro ho un plaid degli anni settanta, ancora di quella lana buona che tiene caldo, parcheggiamo e, col sonno che abbiamo e l alcool che naviga nei vasi, si fa mattina in un baleno.

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