I N D I C E. Capitolo I: Tracce, pag. 1. Capitolo II: Il silenzio di Elisa, pag. 15. Capitolo III: Il perdono, pag. 26

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1 I N D I C E Capitolo I: Tracce, pag. 1 Capitolo II: Il silenzio di Elisa, pag. 15 Capitolo III: Il perdono, pag. 26 Capitolo IV: Ritorsione, pag. 32 Capitolo V: Sindrome Kafkiana, pag. 38 Capitolo VI: Incontri, pag. 43 Capitolo VII: Navigando.nel passato, pag. 62 Capitolo VIII: Improvvisamente la verità scende dal cielo, pag. 69 Capitolo IX: La notte delle stelle, pag. 78 Capitolo X: Tracce per sempre, pag. 86

2 CAPITOLO I TRACCE La sabbia scotta sotto ai piedi. E vero...lo spesso strato calloso che li protegge - formatosi in chissà quante centinaia di chilometri percorsi senza scarpe - ha assunto ormai la consistenza di una vera suola di cuoio. Eppure la sabbia scotta. Il sole, alto in mezzo al cielo, picchia terribilmente, brucia sulla pelle. Saranno le due, massimo le tre del pomeriggio, di una giornata di piena estate, o estate avanzata. Probabilmente agosto, chi lo sa! D altronde meglio così. I guai veri giungono con la stagione invernale. Anche in questa indefinita località delle coste mediterranee l inverno è pur sempre inverno. Pioggia, vento, freddo, talvolta anche neve. Prima che giunga il prossimo dovrò confezionarmi una qualche sorta di indumento innanzitutto. Lo scorso inverno avevo ancora addosso qualche lacero straccio. Ora solo questo straccio rinsecchito e martoriato della mia pelle. E poi la necessità di un rifugio, un rifugio sicuro che riesca a nascondermi possibilmente per tutta la stagione fredda, ed efficace a ridurre i rischi di malattie e i disagi di vario tipo. D estate sono libero dall incombenza di questi problemi. E anche la ricerca di cibo è assai meno difficoltosa : frutta selvatica, radici, erbe in abbondanza, pesci nei fiumi, crostacei e bivalvi sulle coste, l intensa vita animale nei boschi e nelle praterie. Di sicuro maggiori e diversificate opportunità di procacciarsi alimenti. Senza considerare che, durante gli spostamenti, mi è lecito sperare di trovare i pochi rifugi e i villaggi, un tempo abitati, che sono scampati al saccheggio o alla distruzione e, quando ho fortuna, posso avvalermi dei loro depositi di provviste. Certo, questi ritrovamenti stanno diventando sempre più rari, ma non impossibili. Il sole oggi, comunque, sta prosciugando le scarse energie fisiche delle quali ancora dispongo. Il refrigerio prodotto dalle acque marine sulle membra sporche, sudate, affaticate, ancora mi solletica la mente. Meglio non assecondare la tentazione di tornare a bagnarmi. Ho già bivaccato abbastanza a lungo sulla costa, nello stesso tratto di litorale. Bisogna stare attenti a non esagerare. Troppo rischioso. Fermarsi più di qualche giorno in un posto cosi scoperto e di così facile accesso, equivale a consegnarsi volontariamente nelle loro mani. LORO non perdonano simili ingenuità. Si spostano di continuo ovunque. Figuriamoci se non individuerebbero chi ha avuto l incoscienza di sostare troppo per godere di confortevoli spazi aperti, che si lasciano perlustrare a vista da chilometri di distanza. E poi quelle piccole impronte umane, quasi certamente di donna, mi stanno 1

3 ossessionando, non potevano essere impronte di uno di loro. No! Erano impronte di un essere umano, e anche molto recenti, altrimenti il vento le avrebbe cancellate dalla sabbia. Quanti mesi, anzi anni, che non ne vedevo! Quando mi sono imbattuto in quelle impronte sono rimasto sbigottito, incredulo. Chi non lo sarebbe stato al mio posto? Ero quasi rassegnato all idea di essere l unico sopravvissuto del pianeta, o almeno di tutta l area mediterranea. E invece...no, non posso essermi sbagliato. Qualcuno, forse di sesso femminile - non certo uno di loro - era passato, da massimo due o tre giorni, di lì. Dovevo ad ogni costo stabilire un contatto. Dopo anni tornavo a sperare. E così ho tentato di seguire la direzione di quelle tracce. Ci sono riuscito per un paio di giorni. Poi d improvviso più niente, come se l essere che inseguivo fosse stato un angelo e si fosse messo a volare. Posso immaginare che quell essere che le ha lasciate, resosi conto del pericolo che rappresentavano per la sua vita, abbia usato qualche stratagemma per cancellarle. Anch io ho fatto altrettanto, servendomi di un cespuglio di erica a mo di scopa per cancellare le mie. E finché il terreno che sto percorrendo si mantiene di consistenza così sabbiosa devo continuare a fare altrettanto. Ma... che strano! -...come mai quell essere non ha cancellato fin da subito le proprie? Una fortuna per lui che abbia provveduto a cancellarle io. Fortuna...? Mah...! Potrebbe darsi che non le avesse lasciate per mera sbadataggine, ma con un preciso intento, quello di trasmettere un segnale a qualcuno. In questo caso, al contrario, sarebbe una sfortuna per lui che mi ci sia imbattuto io. O forse il segnale non era diretto specificamente a qualcuno e con qualche preciso scopo, ed era invece il segnale di sopravvivenza lasciato per eventuali altri esseri umani ancora in vita? O forse ho sognato tutto quanto, considerato che sono passati altri due giorni senza che abbia più potuto trovare alcuna altra traccia, esaurendo nel frattempo le scorte d acqua e cibo? Il sole scotta tremendamente, mi sento sfinito. I morsi della sete e della fame stanno sostituendosi alla preoccupazione di ritrovare le tracce dell essere. Non ho più la capacità di ragionare, sembra evaporata anche la materia grigia. In quest area così arida, senza un briciolo d ombra per chilometri intorno, mi sto squagliando come una medusa, accasciato sulla sabbia, con idee improbabili e confuse che frullano per la testa inutilmente. Non riescono a produrre alcunché di decisivo, di stimolante per attivare le energie residue. La pelle dei testicoli, così floscia e appiccicosa per il sudore, si è avviluppata di granelli di sabbia. Una leggera brezza mi solletica tra i peli del petto e del pube, una carezza deliziosa sulle cosce. Che voglia di carezze! Che voglia di coccole e di parole calde e amiche! Che voglia di qualcuno con cui parlare! Non so più nemmeno se sono ancora capace di parlare. 2

4 La macchia intricata. I boschi dell entroterra. Ecco cosa devo fare! Non posso più temporeggiare, trastullarmi con la speranza di idilliaci incontri. Devo dirigermi al più presto tra la folta vegetazione dell entroterra. All orizzonte scorgo una linea cupa di tenui rilievi che contrastano con l intensa luminosità del cielo. Di sicuro là troverò dei boschi per nascondermi, e acqua, ombra, frutta, erbe di ogni tipo, e la compagnia di istrici, tassi, cinghiali, daini...avverto di nuovo stimoli all azione, deboli, ma sufficienti. Con le scarse energie fisiche che mi rimangono e il sostegno della caparbietà, mi rialzo in piedi. Un senso di vertigine, la nebbia agli occhi. Tutto appare confuso e sbiadito intorno a me. Pochi attimi.ora sembra di nuovo tutto normale. Un altra flebile folata di vento scivola sulle membra sudate, un brivido di frescura, ritrovo un vigore insospettabile. Sono pronto. Punto con lo sguardo ad ovest, verso i lontani rilievi collinari. Mi attendono dure ore di cammino. Che stupido trovarmi costretto a intraprenderlo in pieno giorno, sotto questo terribile sole estivo! Al diavolo le impronte! Se non le avessi incontrate ora me ne starei sdraiato all ombra di una frondosa quercia, o a respirare l aroma della resina dei pini. Al diavolo quelle tracce! Vada a farsi fottere chi le ha lasciate. Stringo nella mano destra la scopa di erica. Le mie gambe si mettono in movimento. Il sole scotta, incendia le spalle scarnite. Mi trovo a camminare da più di un ora nel mezzo di una fitta gariga di cespugli, spesso spinosi. Lo stracciabrache, il ginepro coccolone, i ramoscelli rigidi della fillirea, frammisti in associazioni densissime alle varie altre specie di piante mediterranee, mi flagellano la cute, quando sono costretto a creare dei varchi per continuare nella direzione prefissata. Se avessi una roncola! Non esiterei a sacrificare un po dell integrità di questi luoghi selvaggi. Il sole, per fortuna, è scomparso all orizzonte e il chiarore serale che ancora diffonde si accompagna a questa dolce frescura che ha la capacità di rivitalizzare la mente e il corpo. Ma, non bastassero i dolorosi graffi inferti dai cespugli, ora si aggiungono, con la consueta esasperante puntualità, le fastidiose punture di orde fameliche di zanzare. Un ora di terribili assalti ai quali non sono mai riuscito ad abituarmi. Il verso del cuculo, che a volte mi giunge da lontano e a volte da vicino, nella sua lenta ripetitività mi suggerisce che non vale la pena lasciarsi afferrare dalla stizza. Le cose così vanno, da milioni di anni, così andranno per chi sa quanto ancora. Le radici che ho succhiato lungo il cammino, le manciate di bacche che ho divorato, hanno attenuato i morsi della sete, meno quelli della fame. Con il rumore che ho prodotto attraversando il fitto fogliame, nemmeno una piccola talpa, un moscardino, una tartaruga si sono lasciati acchiappare alla sprovvista, così da dare un po di consistenza alla dieta del 3

5 giorno. Pazienza, probabilmente domani andrà meglio. Poi sento che...qualcosa sta cambiando. Per quanto il buio stia ormai prendendo il sopravvento e la visibilità si sia ridotta quasi a zero, ho l impressione che la macchia si diradi. Si aprono via via spazi più ampi, piccole radure in cui alloggiano robuste sabine marittime e contorti pini. Addirittura qualche leccio, di taglia arbustiva più che arborea, ma sono lecci, non mi posso sbagliare. Gli indizi sono più che sufficienti, per l esperienza decennale che ho maturato nascondendomi tra le foreste di ogni latitudine e altitudine. La macchia cespugliosa sembra cedere il posto ad un vero e proprio bosco, e ciò non può che confortarmi. Potrò esplorarlo con tutta calma nei giorni seguenti e - perché no? - se lo trovassi abbastanza accogliente e sufficientemente esteso da garantire protezione per un lungo periodo, potrei anche incominciare a pensare ad una sistemazione per la stagione fredda. Meglio pensarci per tempo, prima che il freddo mi colga impreparato creandomi non poche difficoltà. D altronde...il mio programma di impegni per il prossimo futuro non è certo saturo di priorità irrinunciabili. Bene! In questo momento l unica preoccupazione è trovare un giaciglio comodo per la notte, poi domattina penserò al resto. Là, sotto quella sagoma ricurva di pino, credo proprio faccia al caso mio. Con il fogliame di lentisco e di quel piccolo alloro che ho appena strusciato coprirò il corpo. Che notte profumata si prospetta! Il silenzio è quasi perfetto. Come di consueto, da un po di tempo a questa parte, sarà la rassicurante cantilena dei grilli ad accompagnare la dipartita dalla veglia. Un grido d allarme di civetta interrompe il mio sonno, e soprattutto il bellissimo sogno che stavo facendo : parlavo e parlavo, con logorrea irrefrenabile, ad interlocutori umani. Non topi e lucertole, serpenti o pettirossi, no, solo uomini, migliaia di uomini intorno a me, in un turbinio frastornante di inesauribile gioiosità. Parlavo, ridevo, saltavo da un interlocutore all altro accarezzando le loro facce sorridenti. Erano donne, uomini, bambini, anziani, centinaia, migliaia, in una piazza sconfinata, brulicante solo di esseri umani. L urlo ha spazzato via tutto. Sollevo il busto. Il cuore tambureggia con violenza nel petto. Con gesti rapidi della testa mi guardo intorno. Silenzio, buio pesto. Man mano si delineano le ombre dei cespugli, si ripristinano i contorni delle cose. Trattengo il fiato per alcuni secondi, per percepire eventuali presenze. Solo il coro di grilli, monotono, imperturbabile, tranquillizzante. Nient altro. Ma resto immobile ancora per lunghi minuti, per prudenza. Una sottovalutazione delle circostanze potrebbe risultarmi fatale. Lo so per esperienza, anche se fino ad oggi mi è andata sempre bene. Ho corso parecchi rischi in passato per non aver ponderato a sufficienza gli elementi che mi circondavano in determinate situazioni. La fortuna mi ha aiutato ad uscirne indenne. Prima o poi potrebbe 4

6 abbandonarmi. Un tenue fruscio proviene da dietro le spalle. Ci siamo. Ho fatto bene a diffidare. Qualcosa c è! Forse uno dei tanti animali notturni in cerca di cibo. Anzi, quasi sicuramente. Ma debbo verificare. Balzo in piedi e corro alla cieca verso il luogo da dove è provenuto il rumore. Vado a sbattere contro dei cespugli, cerco convulsamente di districarmi. Il piede destro inciampa su qualcosa di rigido.per la spinta mi ritrovo a terra aggrovigliato ancor più tra i cespugli. I graffi mi bruciano sulla pelle, le dita del piede rimasto impigliato sono doloranti, una certa apprensione mi assale. Per la tensione psicologica riesco a drizzarmi in piedi con uno scatto felino. Mi immobilizzo. Attendo un rumore. Se qualcuno c è e si muove, non può non far rumore. Passano lunghi momenti di silenzio, durante i quali resto fermo come una statua, trattenendo ancora il respiro. Maledetto, fatti sentire! Una goccia di sudore scivola da sotto le ascelle lungo il costato. Un brivido...ora basta!. Chi è là? Chi sei? Esci fuori... A pochi passi di distanza percepisco un nuovo leggero fruscio. Volto lo sguardo in quella direzione. Avverto la tensione crescere dentro di me, ma rimango incerto sul da farsi. Distinguo i contorni frastagliati della sommità di alcuni cespugli che ondeggiano come mossi da un soffio di vento. Poi un nuovo fruscio, ancora più forte. Poi un altro e un altro ancora, in un caotico susseguirsi di rumori che progressivamente si allontanano. Qualcuno sta scappando, ormai è chiaro. MA CHI? Scarto l idea di corrergli dietro a che servirebbe? Con questo buio non andrei certo lontano, senza contare che potrebbero capitarmi sgradevoli eventi. No, ormai è andato, chiunque fosse. Meglio lasciarlo andare. E poi...chi altro poteva essere se non un animale? Una volpe, anzi no... a giudicare dal gran rumore che ha fatto fuggendo sembrava un animale di taglia più grossa, un cinghiale, magari un daino. A pensarci bene non ho avvertito quel caratteristico, pesante scalpitio delle zampe al suolo che di solito si avverte quando un animale fornito di zoccoli scappa allorché si sente scoperto. E allora...? Comunque non credo ci sia da preoccuparsi più di tanto. Se fosse stato qualcuno...qualche animale con capacità e volontà di infierire, ne avrebbe avuto sicuramente l opportunità con questo buio, pur considerando il fallimento del fattore sorpresa. Non tornerà, per questa notte non tornerà. Meglio provare di nuovo a dormire, restandomene prima acquattato e in allerta per un po di tempo. Là dove avevo improvvisato il giaciglio, recupero le frasche sparpagliate intorno e mi sdraio appoggiando il mento sulle braccia incrociate. Rimango in ascolto dei più infimi rumori della notte, dei grilli che non ne vogliono sapere, per fortuna, di tacere, del silenzio, del meraviglioso silenzio che mi circonda... 5

7 Il chiarore soffuso del crepuscolo penetra sotto le palpebre. Mi ridesto. Un brivido di freddo corre sulla pelle, mi raggomitolo tutto abbracciando le ginocchia. Percepisco al contatto la sottile patina di umidità che si è depositata, durante la notte, sulle membra intorpidite. Mi coglie un tremito convulso che non riesco a reprimere. Nemmeno riesco a trattenere violenti impulsi di tosse. Devo alzarmi! Devo muovermi al più presto per riattivare la circolazione sanguigna. Dovrò iniziare quanto prima a conservare le pelli degli animali predati, onde poter confezionare qualche indumento. Sono ormai parecchie mattine che mi sveglio infreddolito e rischio di prendere qualche malanno. Se potessi trovare qualche abito umano! Ma dove? Neanche più le carogne degli esseri umani si riescono a trovare! Sono di nuovo in piedi, inizio a saltellare girando intorno al pino sotto il quale ho trascorso la notte. Se qualcuno mi vedesse ora, avrebbe di che dubitare della mia sanità mentale, pensando magari che mi sono immedesimato in un guerriero cheyenne che danza intorno al fuoco. Ma chi vuoi che mi veda! Sento che tornano a scaldarsi gli arti, a sciogliersi i muscoli, a riattivarsi le energie. Sento di essere pronto anche per questa ennesima giornata di solitudine. Ora che ci penso.- il cuore prende a pulsarmi di botto -..stanotte ho avuto visite! La macchia è ancora avvolta nell ombra, ma non più così tanto da impedirmi di scrutare nei dintorni per rilevare eventuali impronte lasciate dal visitatore. Il terreno, per ampi tratti, è morbido, impregnato di componenti sabbiose e dunque...diamoci da fare! Incomincerò a perlustrare l area dalla quale durante la notte erano provenuti i rumori, poi allargherò il raggio di osservazione, percorrendo anelli concentrici via via sempre più grandi. Da oltre un ora sto scrutando ogni angolo, ogni cespuglio, ogni spazio aperto e...nulla! Non un ramo spezzato, non una mezza impronta, non una qualsiasi traccia sospetta. La luce è poi tornata nel frattempo a illuminare anche i luoghi più intricati e angusti. Non c è metro quadrato nel raggio di centro metri intorno che non abbia visitato almeno un paio di volte. Incredibile! Assurdo ma vero. Nulla di nulla. Ora poi il terreno risulta in più punti smosso dal continuo andirivieni. Anche ci fosse stata qualche impronta, sarebbe assai difficile distinguerla con sicurezza dalle mie. Avverto irritazione e scoramento. Mi appoggio al tronco di un leccio e scruto la vegetazione circostante. Il posto è incantevole. Ora, in piena luce, riesco ad apprezzarne tutta la bellezza. Una nebbia leggera l avvolge completamente e dona ad esso quel fascino così misterioso che, pur già visto mille volte, non mi lascia mai indifferente. Con lo sguardo cerco di spaziare il più lontano possibile in direzione opposta a quella della costa che ho lasciato il giorno 6

8 precedente. Come avevo già intuito, l ambiente va progressivamente assumendo l aspetto di una maestosa foresta. I tronchi degli alberi sono sempre più possenti e alti. Almeno in questo la giornata si prospetta interessante. Credo di aver trovato un degno luogo ove poter tentare di fissare la mia prossima dimora invernale. E ovvio che nei prossimi giorni dovrò esplorare in largo e lungo la foresta, per saggiarne l estensione e le risorse potenziali, sperando che risultino sufficienti a soddisfare le esigenze vitali per un lungo periodo di tempo. E questa, tutto sommato, è la fase meno sgradevole dei miei continui, interminabili spostamenti. E bene che dia inizio subito, con questa deliziosa frescura mattutina, alla meticolosa perlustrazione che, è assai probabile, mi terrà occupato non per poco. E allora forza, coraggio! In questi momenti sento rinascere il desiderio di continuare a vivere. Se la vita ha un senso, è in questo desiderio che si nasconde. Ho percorso poco più di un chilometro, forse due, e un sommesso mormorio, appena percepibile ma ben definito, mi suscita allegria. So bene a cosa attribuirlo : un fiume, un torrente, comunque delle acque che scorrono. Difficile decifrarne la portata, ma mi basta sapere che di sicuro qualcosa del genere troverò. Inizio a correre lungo un pendio poco scosceso, incurante dei graffi sulla pelle lasciati dagli arbusti di erica, che non posso evitare di strusciare. Ho la smania di arrivare prima possibile. Non avverto nemmeno il fastidio sotto ai piedi di spine, ramoscelli appuntiti, aghi di pino o quant altro mi capiti di calpestare. La terra frana sotto i miei piedi...splash! Ci sono già dentro, immerso fino al collo, col respiro interrotto per l impatto gelido. Che meraviglia!...brrrrr...che freddo! Che bella questa violenta sensazione di purificazione! Che piacere strapparsi di dosso la sozzura e, per un momento, il peso insopportabile dei pensieri! Tutto sembra riacquistare significato quando si è colti da improvvisa gioia. Perché c è gioia se non c è senso? Se non ci fosse un senso di che cosa si dovrebbe gioire? E solo un piccolo fosso, che scorre lento, quasi lo facesse contro voglia, oltretutto difetta di trasparenza, anzi è quasi torbido. Eppure...è semplicemente bello trovarcisi dentro. Volteggio, mi immergo, riemergo, arranco con mani e piedi sul fondo sollevando nugoli melmosi. Allungo le mani fuori dell acqua e accarezzo il muschio e le felci che ricoprono alcune rocce. Non ho alcun motivo di darmi fretta, distendo le membra e le lascio galleggiare. L odore intenso che emana dai margini fangosi mi inebria come una droga, ho voglia di mordere qualcosa, e allora mordo l acqua, ne ingurgito grosse boccate e con essa le infinite particelle in sospensione che si sono sollevate dal fondo. Il sole è già ben visibile tra i rami degli alberi e decido di sollevarmi, infreddolito, con la pelle d oca e la tremarella come quando mi sono appena svegliato. Ma quanta 7

9 pacatezza e, allo stesso tempo, vitalità sento dentro! Vengano ora ad arrostirmi quei raggi di sole dai quali durante il giorno cerco scampo. Anzi, vado io da loro, ne ho proprio bisogno. Riprendo a camminare lungo un margine del fosso alla ricerca di uno spiazzo esposto. Cosa vedono i miei occhi! Sono stupito, quasi incredulo, di ciò che appare in un punto del terriccio umido. Sento crescere un tale entusiasmo che vorrei mettermi a saltare come un cavallo imbizzarrito. Due, tre, quattro...proietto lo sguardo metro dopo metro lungo la sponda...decine e decine di impronte...umane! Le stesse che avevo scoperto sulla costa. Non sto sognando...allora non avevo sognato! Preso da febbrile entusiasmo mi chino ad osservarle una ad una, per accertarmi se siano di uno o più esseri umani. Ad un primo esame sembrano tutte uguali, di taglia piccola, di almeno due o tre centimetri più piccola dell impronta del mio piede. Non ho alcun dubbio...le STESSE che ho già incontrato. E poi, una semplice coincidenza di ritrovamenti, cosi poco distanti nel tempo e nello spazio fra loro, e così somiglianti, sarebbe altamente improbabile. Comunque sia QUALCUNO C E ed è molto vicino. Queste impronte sono freschissime, di massimo alcune ore. Non mi deve sfuggire. Ma perché fugge? Da che cosa fugge se anche lui, o lei, è un essere umano? Sono quasi convinto, a questo punto, che sia lo stesso essere che mi ha fatto visita durante la notte. Ma perché allora è scappato? Che occasione incredibile di incontro è sfumata! Rientro con i piedi nell acqua per evitare di creare confusione tra le mie impronte e quelle già impresse sul terreno. Scruto attentamente entrambe le sponde del fosso per centinaia di metri ed in entrambe le direzioni del fosso. Non riscontro alcun altro minimo indizio di passaggio, se non quello degli animali più comuni che popolano il bosco. Ritorno sulla zona del ritrovamento e cerco di dedurre il senso di marcia delle impronte. Non risulta cosa facile sulle prime. L area di calpestio si estende per alcune decine di metri, anche a distanza dal fosso, mostrando varie direzioni di marcia. Come se l essere si fosse messo tranquillamente a passeggiare avanti e indietro o a cercare qualcosa nei dintorni. Poi, dove il terreno acquisisce di nuovo compattezza, le impronte non sono più rilevabili. Rifletto a lungo e intanto il sole sale, lo sento addosso, dentro di me, con crescente insofferenza, nonostante la densa protezione fogliare degli alberi. Arrivo ad una conclusione, l unica che mi sembri plausibile : l autore delle impronte è, con molta probabilità, entrato nel fosso in un punto più a valle del suo corso, molto più indietro del punto nel quale sono poi entrato io. Vi ha camminato dentro per un lungo tratto in modo da rendere più difficile ad un eventuale inseguitore - che sarei poi io - il proposito di rintracciarlo. Quindi, considerandosi ormai fuori pericolo, ne è uscito e si è persino 8

10 concesso una pausa distensiva prima di continuare il cammino. La zona di ritrovamento dovrebbe, di conseguenza, essere il punto di uscita dal fosso e non di entrata. Per mia fortuna ho incrociato il corso d acqua proprio all altezza di questo punto. Altrimenti ora starei girovagando senza un preciso obiettivo. Invece ho ritrovato uno scopo immediato da perseguire, incontrarmi quanto prima con questo essere umano. Potrebbe rappresentare una svolta fondamentale per la mia esistenza. Oltre tutto le probabilità che vi riesca sono decisamente aumentate. Solo poche ore di cammino ci separano l uno dall altro ed ho la certezza della sua vicina presenza. Riprendo di buona lena a camminare all interno del bosco, quasi convinto di trovarmi alle spalle della mia più importante preda da alcuni anni ad oggi. Caccia grossa questa volta. Non tollererei un fallimento, non me lo posso permettere, sarebbe catastrofico... Chi l avrebbe mai detto! Se per gli uomini è sempre valso il detto che la speranza è l ultima cosa a morire, credo di aver imparato a mie spese che nemmeno per lo scoramento c è mai fine. Forse non saprò mai quale delle due emozioni abbia più capacità di persistere e di dir l ultima parola nella vita di un uomo. Sono passati cinque lunghissimi, maledettissimi giorni da quando ho lasciato quelle testimonianze silenziose sulla riva del fosso. Non ne ho più trovata una, nonostante l attenzione profusa ad indagare anche sui più piccoli dettagli dell ambiente boschivo. Non un particolare, non un piccolo ramo spezzato di recente che potesse lasciar pensare, o quantomeno dubitare, del passaggio di un essere umano. Ora è notte. Un spicchio di luna è ricomparsa in cielo e getta tenui riflessi sulle foglie. Le zanzare hanno da poco cessato di compiere il loro abituale, martoriante punzecchiamento. Io non ho invece ancora cessato di flagellare con le unghie la cute per i postumi pruriginosi delle loro punture. Non mi trovo in una situazione confortante, tuttavia...avverto un vago senso di consolazione. Il bosco è grande, immenso, come mai mi sarei aspettato ed addirittura augurato di trovare. Questo allevia in parte la frustrazione prodotta dal mancato incontro. Rimane aperta la possibilità di poter affrontare con adeguate risorse la prossima stagione fredda, di poter continuare a vivere in una prospettiva di minor disagio rispetto ad altri periodi del passato. Non è poco, e finché c è vita...oltre alla consueta dieta a base di erbe, bacche e radici, in questi cinque giorni non ho trovato difficoltoso integrare l alimentazione con più energetici prodotti di carne. Ne hanno fatto le spese due moscardini e una volpe. Era da settimane che non mangiavo a sazietà. Carne fresca, cotta. Ma che fatica con quei bastoncini per appiccare il fuoco! E da tanto tempo che ho esaurito le scorte di fiammiferi rinvenuti nell ultimo rifugio scoperto. Che ricordo angoscioso mi è rimasto di quella volta! E come se il puzzo di morte si fosse appiccicato 9

11 alle mucose delle narici. Solo cadaveri incontrai in quell orribile antro di montagna, cadaveri in putrefazione, con le membra maciullate e decomposte, ricoperte di vermi e di topi. Il tanfo aveva saturato i lunghissimi corridoi bui. Con una torcia rinvenuta su una parete dell entrata ne esplorai una parte, arraffai tutto quello che di utile trovai sparso qua e là, fino a che irresistibili conati di vomito mi costrinsero ad andarmene in tutta fretta. Fu l ultima volta che vidi esseri umani, o meglio, quello che restava di esseri umani. Non ebbi il coraggio di appropriarmi dei loro abiti, talmente erano sporchi e puzzolenti. Ora me ne pento, avrebbero fatto comodo. D altronde si trattava semplicemente di indossarli dopo averli lavati con cura nel più vicino ruscello. Non fui così avveduto e lungimirante, tanto ero preso dal raccapriccio e dalla nausea. Seguì l istinto di scappare e basta, ma non proprio a mani vuote. Portai via un discreto bottino che ho saputo ben impiegare per lungo tempo : torce, alimenti secchi che erano appesi alla volta, fiammiferi, bevande imbottigliate, corde, persino un pettine e un ascia. Già, l ascia. Se avessi ancora quell ascia! Sono stato di un imperdonabile sbadataggine a smarrirla. Ma ormai è inutile piangere sul latte versato. Finirò per impazzire se torno sempre a rimuginare sulle disavventure passate. E necessario che pensi al presente, a questo magnifico bosco tutto da scoprire, a questa luna che si è di nuovo affacciata in cielo e illuminerà le mie prossime notti, a questa carezzevole frescura che...forse sto già impazzendo! Ho la sensazione di udire il suono di un pianoforte...persino il ricordo di un pianoforte che suona adesso mi viene in mente. Sono troppo spossato dalle angosce, dai desideri, da questo senso di solitudine che mi perseguita da anni, dalle continue frustrazioni. Se non riesco a concentrarmi sul presente prima o poi vedrò danzare folletti, vedrò...il pianoforte...il PIANOFORTE! Questo non è un ricordo, E UN PIANOFORTE CHE SUONA...DAVVERO! Col palmo delle mani comprimo le orecchie, con forza, per alcuni secondi. Chiudo gli occhi. Creo il vuoto assoluto tra me e il mondo. Tolgo le mani dalle orecchie, riapro gli occhi. Una lontana cantilena di grilli, il respiro affannoso, i battiti veloci del cuore...il PIANOFORTE! E VERO, AUTENTICO...STA SUONANDO! Faccio alcuni passi in una direzione qualsiasi e mi fermo. LO SENTO ANCORA, vagamente, ma lo SENTO. Scatto verso la direzione opposta, correndo percorro poche decine di metri e mi fermo di nuovo...e una MELODIA, percepisco una melodia...non distinguo quale ma mi sembra di conoscerla. Provo uno struggimento come soltanto la musica, da piccolo, riusciva a causarmene. Appoggio un braccio al tronco d albero che è vicino per concedermi un attimo di riflessione. Che cosa sta suonando...chi è che suona! Non voglio che sia un sogno, non voglio che cessi di suonare. Ho paura di ritrovarmi solo 10

12 nel silenzio della foresta...non può finire così...e riprendo a correre tra le ombre dei cespugli, con la voglia di aggrapparmi a quella speranza, di non lasciarla svanire. Corro, corro evitando di impattare sulle sagome scure che si parano innanzi, appena delineate dallo scarso chiarore lunare. Corro col cuore in gola, con l affanno dovuto più all emozione che allo sforzo. Il rumore dei cespugli che si aprono al mio passaggio e dei piedi che si abbattono pesantemente al suolo a ritmo sostenuto, coprono quella melodia, ma so che proviene da là, davanti a me, e corro per arrivare prima che sparisca, che si dilegui nel buio. E necessaria un altra verifica. Voglio essere certo di aver sentito ciò che credo di aver sentito. Arresto di colpo l andatura, con le labbra aperte, trattengo il respiro che preme sui polmoni per sprigionarsi con furia, mi sforzo di ammansire le più infime oscillazioni del corpo, tendo le orecchie in estenuanti attimi di attesa, lunghissimi attimi di tensione durante i quali bramo di catturare ancora quelle dolcissime vibrazioni sonore, di udirle fluttuare negli spazi silenziosi della foresta, forti e sconvolgenti come il ruggito di una tigre...il cuore è uno stantuffo chiassoso che non posso zittire...e sì che lo vorrei - zitto! ZITTO! -.. BEETHOVEN!...PER ELISA!...Per Dio, non mi posso sbagliare! Se ho invaso i confini della follia, viva la follia! Che bello lasciarsi dannare l anima, lasciarsi avvolgere e travolgere da una sequenza melodiosa di note che sembra impossibile poter riascoltare, permettere al ricordo di tornare a lacerare il presente con così carezzevoli bisbigli. Le gambe riprendono a volare come il vento, il vento sferza le membra, la gioia impazza e illumina la notte, i rami e le foglie frustano la pelle senza far male, inciampo, rotolo sulla polvere che si appiccica al corpo sudato, mi rialzo e salto come una gazzella, corro, corro, tutto l ossigeno della foresta è mio, i polmoni se ne appropriano senza ritegno in spasmodica complicità con la natura tutta, che tutto consente, almeno per una volta, al sogno, alla follia. Cado ancora e ancora, ripetutamente, e sempre mi ritrovo in piedi a correre con la polvere tra i denti, il corpo imbrattato di humus, l odore penetrante di terriccio entro le narici. Il richiamo di quella melodia è ammaliante come quello di una sirena, ma, allo stesso tempo, straziante per l assurdo contesto in cui si situa. Sono frastornato, confuso, dolorosamente felice, felice di esserci per la prima volta dopo quei terribili giorni dell immane disgrazia di tanti anni fa. Tutto avrei potuto immaginare, non certo di trovarmi ad assistere, fuori programma, ad una sonata per pianoforte. E che sonata! Le mie orecchie si erano forse dimenticate di quale suono avessero gli strumenti musicali, ma non la mia anima. Dalla memoria si può cancellare ogni ricordo, ma assai 11

13 difficilmente si possono cancellare quei ricordi che coinvolgono la nostra sensibilità più profonda, là dove probabilmente solo la musica riesce ad arrivare. E non mi interessa di sapere se sono vivo, se sono pazzo o se sto delirando. Voglio solo ascoltare ancora. Sono sicuro di essere prossimo ad una svolta della mia esistenza. Finalmente un esperienza davvero significativa mi attende. Devo fare attenzione a non sciupare tutto. Molta attenzione! E bene che rallenti l andatura, che proceda con cautela, che eviti di provocare, con la mia apparizione improvvisa, incontrollabili reazioni di spavento all artefice di questo imprevedibile intermezzo musicale...già! Chi sarà mai costui...o costei che suona? Ma certo! Lo stesso essere che ha lasciato le impronte, quelle impronte che mi stanno facendo impazzire! Ma cosa suona...davvero un pianoforte? Ho sta semplicemente ascoltando una riproduzione dell opera di Beethoven? Possibile possa disporre di una fonte di energia e possa ancora conservare incisioni musicali? Ogni risposta ha dell incredibile. Al diavolo questi inutili interrogativi. L importante è che non cessi di suonare. Devo far presto, ma con cautela...devo far presto! Saranno i miei occhi a svelare il mistero. Una casa...una villa. Una villa nel bosco! La sagoma che si delinea alta tra i fusti e le chiome degli alberi è precisa e inconfondibile. Lo sbalordimento costituisce solo un aspetto secondario di ciò che provo in questo momento. La suggestione che mi coglie credo possa paragonarsi alle emozioni di un bambino completamente perso in un immaginario fiabesco. Sì...adesso ricordo persino lo straordinario incantesimo in cui riuscivano a trasportarmi le fiabe più belle che ebbi la fortuna di ascoltare o di leggere da piccolo. Ma questa che sto vivendo non è una fiaba, io non sono più un bambino, e in quella casa qualcuno, o qualcosa, sta suonando una melodia di Beethoven. Distinguo un chiarore al suo interno, una luce fioca...tremolante...forse una candela. Istintivamente chino la schiena, poi mi dispongo carponi e procedo con molta circospezione dietro i cespugli, i quali, per fortuna, abbondano, avvinghiano persino le mura della villa, forse si sono insediati anche dentro. Grazie allo spicchio di luna che si staglia nel cielo stellato e consente una visibilità, per quanto difficoltosa, comunque sufficiente, ed anzi, in questo caso, addirittura ideale per tentare una manovra di accostamento, intravedo la trama reticolare in pietra, corposa, massiccia, delle mura esterne. Incredibilmente la sua struttura appare integra, constatazione che accresce in me lo sbigottimento. Come diavolo ha potuto conservarsi fino ad oggi? Nonostante mi sforzi di rimandare gli interrogativi a dopo, sempre di nuovi continua ad affollarsi la mente. Debbo controllare questa impazienza che mi divora. Assolutamente è necessario conservare freddezza e lucidità se non voglio rovinare tutto. Una parola...! 12

14 Con questa melodia straziante, poi, meravigliosa, eseguita in modo perfetto, senza tentennamenti ed errori, a giudicare almeno dalla sua capacità di stravolgere così la mia anima. Come farò ad entrare là dentro! Sto di nuovo tremando tutto, e non per il freddo questa volta. Coraggio...ormai sono vicino! Sdraiato al suolo continuo ad avanzare strisciando, con la nuda pelle sulla nuda terra, col bacino sollevato di quel tanto a evitare dolorosi sfregamenti del pene. Quel che vedo della villa dovrebbe essere la facciata anteriore. Non distinguo la porta d entrata, che con molta probabilità è situata nella zona d ombra non irradiata dai riflessi lunari, ma solo quella luce fioca che trapela dall apertura di una finestra. Aggirerò la villa per cercare un possibile accesso nella sua parte laterale o posteriore. Un dolore acuto al palmo della mano destra mi avverte che ho incappato in qualcosa di tagliente. Mi accorgo in ritardo che sto strisciando su una miriade di frammenti di vetro. Bestemmio...in silenzio, con la mente, me la prendo con Dio e alcuni santi, i cui nomi non so come abbiano fatto a riemergere nella memoria. Stringo la mano dolorante, avverto una fuoriuscita di sangue...cazzo!...non ci voleva! Non dispongo di alcunché in dosso per tamponare la ferita. Poco male, non penso che morirò dissanguato per un taglietto, e poi...se ci sono vetri in terra, quasi sicuramente c è una finestra senza vetri sopra di me! Saggiando con la massima prudenza il terreno intorno, sollevo piano tutte le membra e mi riporto in piedi. Mi appoggio alla parete ruvida delle mura, è il lato dell edificio nascosto ai raggi lunari. Inizio a palpare con le mani in ogni direzione...ci siamo! Un vuoto, la finestra, gli infissi in legno, due ante chiuse senza vetri. Trovo la maniglia d apertura ad una certa altezza. Con un po di sforzo riesco a girarla...è fatta. Ora la musica mi investe in pieno volto, è come se mi trovassi a teatro, su un palchetto centrale di primo ordine. Spalancate le ante senza fare il benché minimo rumore, appoggio le mani - una delle quali dolorante e sanguinante - sul davanzale. Con uno slancio mi sollevo da terra, appoggio anche le ginocchia sul davanzale...un nuovo dolore acuto, lancinante, questa volta alla rotula sinistra. Ancora vetri, d istinto mi rigetto con i piedi fuori e torno nella posizione iniziale. Mentre i nomi degli stessi santi di prima si ripresentano alla memoria, a subire i peggiori insulti mentali attinti dal becero inventario giovanile, accarezzo il ginocchio che fa male...un liquido caldo, ancora sangue. Continuando di questo passo, suppongo che, alla persona alla quale sto per presentarmi, apparirò non certo nell aspetto più tranquillizzante per guadagnarmi un immediata fiducia. Nella migliore delle ipotesi sembrerò un disgraziato appena scampato da un avventura orrorifica. Ma cosa ci posso fare? Magari potessi presentarmi come un tempo l etichetta richiedeva ad un 13

15 invitato di intervenire ad un pranzo di gala! Bando alle sottigliezze, qui è in gioco tutto il mio futuro, forse il futuro stesso dell umanità. Colui che mi troverò davanti farà di sicuro le medesime considerazioni, capirà, dovrà capire! Pulisco il davanzale dai residui di vetro che vi sono depositati da chissà quanto tempo, vi risalgo sopra senza altre conseguenze. Mi calo nella stanza, leggero come una piuma per non fare rumore e per non ricevere altre taglienti sorprese. Scendo in punta di piedi, avverto altri pezzi di vetro e il parquet del pavimento. Mi dirigo a passi felpati, nell oscurità quasi totale, verso il tenue bagliore che si irradia dalla stanza attigua, da dove prepotente e dolce, inarrestabile e travolgente, proviene il suono melodioso del pianoforte. Arrivo, mio caro amico! Se sapessi da quanto tempo ho atteso questo momento! 14

16 CAPITOLO II IL SILENZIO DI ELISA Un mondo inverosimile si apre ai miei occhi. Un mondo che credevo potesse far parte solo dei sogni o di vaghi, lontanissimi ricordi del passato, inimmaginabile per il presente reale che sto vivendo. Un grande salone immerso nella penombra, con pochi ma essenziali elementi di arredo in legno che proiettano lunghe ombre sul pavimento. Un enorme biblioteca ricolma di libri occupa quasi interamente due pareti del salone, dal pavimento al soffitto. Al centro un tavolo circolare, sulle gambe del quale riesco a distinguere, più che altro a dedurre, per via della silhouette non lineare dei loro contorni, elaborate intarsiature. Intorno ad esso otto sedie con schienali che disegnano curve regolari e simmetriche ai lati. Una delle due pareti lunghe, quella non occupata dalla biblioteca, è priva di mobili ma interamente tappezzata di quadri, decine di quadri. In pochissimi secondi la mia mente elabora le migliaia di informazioni visive, vaghe, confuse, distorte, ammantate dal velo della penombra, che provengono da quella parete. Impensabile, semplicemente incredibile, nomi rimasti innominati per chissà quanto tempo, vorrei d improvviso poterli urlare come si può urlare la propria gioia irrefrenabile di fronte a una scoperta sensazionale...matisse, Renoir, Klee, Gauguin, Picasso, Kandinsky, Cezanne, Van Gogh... e altri...mille altri lottano per uscire fuori, riemergere alla memoria. Sento i rimproveri di quei fantasmi del passato... Come puoi dimenticarti di me!. Sono riproduzioni di quadri di grandi pittori. Qui tutta l atmosfera è grandiosa. Sembra di essere penetrati nel regno della cultura. Di colpo riemergono, non so da dove, risvegliate da questa miscela gloriosa di elementi - il puzzo antico dei libri, i colori dei quadri, le note di Beethoven le esaltanti emozioni che si scatenavano in me, ancora adolescente, durante le lezioni di filosofia sulla saggezza socratica, il sapere di non sapere. Ma allora, adesso lo so, la comprensione che avevo acquisito di quella filosofia era in verità parziale, era limitata all aspetto in positivo della consapevolezza di non sapere. In questo momento credo invece di poterne cogliere il suo aspetto in negativo, quello dell ignoranza del sapere, del quale la mia stentata e solitaria sopravvivenza ne costituisce la testimonianza più evidente. E quella esaltazione ritorna dunque solo come un ricordo che si sbriciola nella vergogna di me stesso. Non ho il coraggio di guardare in fondo, verso l ultima parete dell ampio salone da dove proviene la fioca e tremolante luce di candele, da dove un mondo di morti è tornato a 15

17 rivivere grazie alle note musicali, fluttuanti nell aria attraverso i secoli, le pareti e la foresta, perché non si possono imprigionare entro confini temporali e spaziali. Con la coda dell occhio saggio prima quel tanto che basta ad evitare gli effetti devastanti di una sorpresa consumata tutta d un botto. Adesso i dettagli, ad uno ad uno, con parsimonia. Una grande vetrata, di dimensioni quasi pari a quelle dell intera parete, si intuisce dietro tendaggi chiari, aperti per una larga fessura al centro, dalla quale si sprigiona la debole luce che poc anzi avevo intravisto nell oscurità della foresta. Di fronte un pianoforte, un VERO pianoforte, un immenso pianoforte, quello che da dieci minuti appena sta sconvolgendo la mia esistenza. Sul suo ripiano superiore, ai due angoli estremi, due candele accese, una per parte, consumate a metà. La cera liquefatta si addensa sulla superficie nera imbrattandola, sembra far parte integrante di essa, come un increspatura che ne impreziosisca la fattura antica. Due mani, due braccia nude, si muovono sulla tastiera con garbo, eleganza, padronanza. Un corpo nudo, di schiena, sinuoso e carnoso, soprattutto all altezza dei glutei, prosperosi ed eccitanti, schiacciati su uno sgabello circolare di legno. Dei capelli ondulati lunghissimi, neri, raccolti e strozzati in fondo alla schiena da un nastro. Un corpo di DONNA, bianchissimo, bellissimo, che pur privo di esagerate ridondanze carnose, richiama alla mia mente certi dipinti rinascimentali. Difficile decifrare il coacervo di emozioni che si affolla dentro di me. Di sicuro avverto un certo imbarazzo, per la consapevolezza di aver infranto la purezza di questa intimità sacrale, come se stessi sfregiando un opera d arte. Nel contempo, di sicuro, sono entusiasta di questa scoperta che rende tangibili i miei sogni. Di sicuro sono preda di un eccitazione che non ha eguali per intensità nei ricordi. Faccio due, tre passi avanti...il parquet scricchiola sotto i piedi, proprio nel preciso istante in cui si esaurisce l esecuzione di una scala di note e si interpone una brevissima pausa prima che l esecuzione prosegua. Lugubre come il rintocco di campana nel profondo della notte, sgradevole come una stonatura. La musica accenna a riprendere, sotto la spinta di un appassionata concentrazione da parte della sua esecutrice, due tre note appena, poi cessa, il silenzio si dilata paurosamente. Per alcuni interminabili secondi restiamo immobili. Le dita delle sue mani sono rimaste pietrificate in strane forme articolari che trattengono crome e biscrome rimaste incompiute. Ho appena il tempo di rendermi conto dell assurda, stupida, imperdonabile modalità di manifestarmi che, tra le tante possibili, ho finito per attuare. Più idiota di così difficilmente avrei potuto esserlo. La rigidità delle sue membra è assai eloquente. Vorrei poter rimediare...con una parola...ma quale?...la sua testa si gira di scatto, i suoi occhi sono già sopra di me. Il leggero bagliore 16

18 laterale delle candele è sufficiente a mostrarne il terrore di cui sono colmi. Due grandi occhi impauriti, come quelli di un cervo che ha di fronte a se un terribile predatore. E come il cervo, che dopo aver istantaneamente acquisito coi propri sensi la piena dimensione della sciagura che sta vivendo, con un balzo repentino e potente tenta di sottrarsi al pericolo e di dileguarsi, così la donna scatta in piedi facendo rovesciare a terra lo sgabello, e con pochi abili salti si precipita alla vetrata... NO...NO...FERMA!, le grido alle spalle, movendo passi rapidi in avanti. Allunga un braccio verso la maniglia della portafinestra, probabilmente con l intenzione di aprirla e darsi alla fuga, poi ci ripensa, forse perché mi sente troppo vicino, si volta e appoggia mani e schiena alla vetrata. Arresto anch io l andatura evitando di accostarmi troppo, per non costringerla a reazioni inconsulte. Impossibile però proibire ai miei occhi un analisi, per quanto fugace, delle meravigliose membra che hanno di fronte, così candide e impudiche, così sensuali e provocanti, nonostante palesemente contratte dalla paura. Ella, forse in ciò con ragione prevenuta, deve aver avvertito la flessione lussuriosa del mio sguardo, e si porta con gesto istintivo le mani sul pube. Ascolta...- alzo la mano destra in segno di pacificazione -...non hai nulla da temere, non ho alcuna intenzione... Inaspettatamente si volta di nuovo verso la maniglia, l afferra e la gira, tentando di sfruttare la mia esitazione. D un lampo vedo sfumare il miraggio rincorso da tanti giorni. Non posso permetterlo!...corro disperato verso la donna. FERMATI!...FERMATI!... Ha già spalancato la portafinestra quando riesco ad avvinghiare con le braccia i suoi fianchi. Lei geme, si divincola per sottrarsi alla presa, ma le mie braccia non mollano. I nostri corpi sono quasi per intero pressati l uno contro l altro, cosce contro cosce, il pene contro le natiche, il petto contro la schiena. Nonostante la cruenta situazione creatasi tra i due corpi, l uno proteso alla fuga l altro ad impedirla, l uno proteso a riconquistarsi la libertà perduta l altro a negarla, il contatto forzatamente prodottosi accende nei miei sensi una sublime eccitazione erotica. Il calore, il sudore, l odore e la morbidezza della sua carne, mi fanno rammentare, per contrasto, i lunghi anni di privazione che ho dovuto subire. Le mie braccia stringono ancora più forte, per trattenere più a lungo possibile quella fonte di piacere della quale avevo quasi perso il ricordo. Un dolore acuto sul muscolo del braccio destro, i suoi denti tentano di strapparmi la carne di dosso. Ma che diavolo stai facendo...ferma! Disgraziata... 17

19 La collera si fa strada dentro di me, lascio la presa col braccio sinistro e le afferro i lunghi e folti capelli, li strattono con furore fino a costringerla a staccare i denti dalla carne. Svincolata parzialmente dalla stretta delle braccia, con un vigore del tutto inatteso, si rigira frontalmente e conficca tutte le unghia delle sue dieci dita sulle mie gote. Non resisto nemmeno un secondo a quegli artigli che vogliono devastarmi il volto, emetto un grido e allontano la testa all indietro, ma senza riuscire a togliermeli dalla carne. Nello sforzo di ritrarmi indietro, senza però staccarmi dal suo corpo, viene meno l equilibrio e precipito di schiena sul parquet, trascinandomi appresso anche lei. Indomita, a terra sopra di me, ora cerca persino di tirarmi fuori gli occhi dalle orbite. Sento di aver raggiunto il limite della pazienza e della capacita di sopportazione del dolore, istintivamente lascio partire un pugno rabbioso che si abbatte sulla sua mascella. Un tonfo secco, e subito dopo, con mio gran sollievo, si allenta la morsa tenace al viso. Pervaso da un ira incontenibile, non conto più i pugni, di destro e di sinistro, che lascio partire, alcuni dei quali vanno a vuoto, ma la maggior parte giunge più o meno a segno. Non un solo grido è sfuggito dalle sue labbra. Il suo corpo è ora abbandonato, immobile, sopra il mio, non mostra alcun segno di reazione. Credo di averla tramortita. La spingo da una parte appoggiandola sul parquet in posizione supina. Mi sollevo e mi dispongo in ginocchio accanto a lei. Le sfumature chiaro-scure prodotte sulle sue membra, finalmente rilassate, dalla luce delle candele, ne evidenziano le morbide curve e i dolci rilievi dell addome e dei seni. Il suo volto, reclinato da una parte, con gli occhi chiusi e le labbra aperte, dalle quali fuoriesce un piccolo rivolo di sangue, mi appare semplicemente stupendo. Avverto un gran bruciore su tutto il viso e sul muscolo del braccio destro, vi struscio blandamente le mani sopra, poi guardo le mani, sono sporche di sangue. Ovunque guardi sul mio corpo scorgo macchie di sangue e anche sul suo. Non riesco a trattenere un residuo di collera, le mollo un rovescio di sinistro al volto. Maledettissima stronza! La sua testa, scossa dal colpo, si reclina dalla parte opposta. Non un gemito, non una parola, non una sillaba. Una vampa di calore mi attraversa tutto, provo improvvisamente una vergogna indicibile e, allo stesso tempo, una compassione struggente per quel corpo esanime e indifeso, cosi bello, delicato e ignobilmente maltrattato. Perdono...ti chiedo perdono! Sono un lurido verme, lo confesso. Ho rovinato tutto...speravo in un incontro amichevole - intanto con le dita le tolgo delicatamente il sangue dalla bocca -...e invece ho causato un putiferio. Ho dato per scontato con troppa facilità che anche tu, nonostante stessi scappando, non so di preciso da cosa, avresti accettato di buon grado di confrontarti serenamente con me. Ritenevo che avresti dato la 18

20 stessa importanza che do io a questo incontro. In fin dei conti siamo rimasti così pochi, per quanto mi è possibile capire! Le accarezzo le gote che si stanno tumefacendo, il collo, i capelli. Nessuna reazione da parte sua. E in stato di assoluta inerzia, sembra svenuta. Ma il suo respiro è ancora affannoso per la colluttazione sostenuta. Ti prego...dimmi qualcosa, sono anni che non parlo con qualcuno, ho assolutamente bisogno di sentire la voce di qualcuno, questo puoi comprenderlo, vero? Non era affatto nelle mie intenzioni usare violenza nei tuoi confronti. Lo so, ho avuto una reazione esagerata...ma era del tutto involontaria, puoi credermi, davvero! Ho perso la testa...d altronde anche tu non scherzavi, mi stavi facendo proprio male...guarda, guarda il mio viso, ho ancora sangue fresco sulle guance, sulla barba! Il suo silenzio è esasperante, la sua passività scoraggiante. Non è svenuta, l ho notata deglutire, forse il sangue che le è rimasto in bocca. Ha chiuso anche le labbra. Mi vuol dimostrare che non vuol proprio parlare con me, che il suo mutismo è volontario. Apre gli occhi, finalmente. Sono davvero grandi e meravigliosi come quelli di un cerbiatto. Brillano, forse per delle lacrime incipienti ; le sue pupille scure sembrano muoversi, ma è solo la luce tremolante delle candele che vi si riflette a dar l impressione del movimento. Dimmi come ti chiami...dimmi un nome, uno qualsiasi...ti prego, te ne sarò eternamente grato. Anzi no, non è necessario... che importanza vuoi che abbia, in questo contesto, il nome di battesimo. Ti darò un nome io, appropriato a questa situazione, a suggello del nostro...burrascoso incontro. Sì...lasciati chiamare...elisa...che ne dici? E un nome stupendo che tu hai riportato alla mia memoria e dunque...dimmi qualcosa, qualsiasi cosa...ti prego Elisa...mandami a quel paese ma dimmi qualcosa... Il desiderio da troppo tempo represso comanda la mia mano destra che scivola, avidamente ma delicatamente, sui grandi e morbidi seni. Distendo il palmo e le dita per contenere il più possibile quelle protuberanze carnose. Le palpo il ventre, le solletico tra i peli del pube, le accarezzo le cosce lunghe e muscolose. Il pene si erge sfacciato, lo sento duro come la pietra. Va bene! Se hai proprio deciso di non parlare, se proprio non hai alcuna intenzione di fraternizzare con me...ebbene...sei libera di andartene o, se preferisci, me ne andrò via io, come è giusto che sia, dato che sono io l intruso. A questo puoi rispondere, dimmi una sola parola, fa un solo cenno e toglierò il disturbo...ma fallo subito, ti scongiuro, o sarà troppo tardi. 19

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