SERGIO BOFFETTI QUANDO LA PIOGGIA CORRE.

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2 SERGIO BOFFETTI QUANDO LA PIOGGIA CORRE

3 QUANDO LA PIOGGIA CORRE Copyright 2011 Zerounoundici Edizioni Copyright 2012 Sergio Boffetti ISBN: In copertina: Immagine Shutterstock.com Finito di stampare nel mese di Febbraio 2012 da Logo srl Borgoricco - Padova Ogni riferimento a personaggi realmente esistiti è puramente casuale.

4 A mia madre, ovunque essa sia. S.B.

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6 Canto per dire le mie lacrime, quando canto è come quando piango. Danzo per dire la mia gioia, quando danzo è come quando rido. (anonimo rom)

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8 7 1. Abbandono Un aereo nel cielo, chissà dove sarà diretto Ecco finalmente il momento, l ora di fuggire lontano da questo posto. Dopo aver visto quell aereo dalla finestra della mia stanza me ne sono andato, lasciando la porta di casa mezza aperta. Ho portato con me soltanto uno zainetto con i miei risparmi, la mia tromba e uno spuntino, nel caso mi venisse fame. Percorro rapidamente i campi che si estendono davanti a me cercando di non voltarmi mai indietro, per evitare ripensamenti. Guardo l orologio che mi regalò papà e allungo il passo. La terra, ancora umida di rugiada, m infanga le scarpe da ginnastica. Mi volto in direzione dei colpi che sento battere dietro di me. Il signor Arturo sta zappando il suo orticello mentre sua moglie strappa le erbacce con due braccia orribilmente muscolose. Non sospettano che ho intenzione di non tornare mai più. Il signor Arturo non sa nemmeno cosa significhi non tornare più a casa, lui capisce solo le sue pecore e loro capiscono solo lui. Ora mi sta venendo il senso di colpa per aver rubato due mele dal suo albero, ieri sera, ma dal suo sorriso sembra non se ne sia accorto. Anche Lisetta mi saluta spalancando la bocca. Deve avere perso un altro paio di denti dall ultima volta che l ho vista. Chissà come farà a masticare. Forse frulla tutto e beve con la cannuccia. Ricambio il saluto e mi metto a correre. Inizio a pensare che non vedrò mai più quei campi, quelle unghie nere, quelle facce lerce. Ancora una piccola corsa e senza accorgermene raggiungo la stazione dei treni. Mi siedo sull unica panchina e aspetto, picchiettando nervosamente con le dita sulle ginocchia. Quando sono nervoso picchietto sempre con le dita sulle ginocchia, anche se non serve a niente. Il vento è sempre più freddo, mi stringo stretta la sciarpa rosa che ho al collo. Intorno a me non c è nessuno. È troppo presto, penso. Vedo avvicinarsi un vecchio signore con una pipa che gli penzola dalla bocca.

9 8 Sto contando i soldi che tengo nel portafogli quando mi sembra di sentire lo sferragliare di un treno. Il capostazione avvisa che è diretto a Bergamo e quindi ricomincio a contare. «Dove stai andando?» Mi volto. È il vecchio con la pipa. «Non so soltanto lontano da qui. Ho uno zio che vive in Francia» rispondo, rimettendomi il portafogli in tasca e guardando altrove, per fare che smammi. «Capisco» risponde il vecchio, annuendo «quindi arrivi a Milano e poi prendi il diretto per Parigi?» «No. Arrivo a Torino e poi andrò a piedi. Mio zio sta vicino al confine con l Italia.» Il signore ride e tossisce facendo un gran baccano. «A piedi da Torino fino in Francia?» «Non so, farò l autostop problemi miei» rispondo, cercando di mantenere la calma. Mentre il treno riparte, il vecchio si allontana a passo lento da dov era venuto. Ancora solo. Ricomincio a contare i miei soldi, ma qualcosa m interrompe di nuovo. Stavolta è un profumo intenso di ciambelle alla crema. Mi entra dal naso come un onda e lo sento strisciare sotto la lingua e poi giù nella gola. Chiudo gli occhi e lascio ciondolare la testa, finché l onda non mi trasporta lontano. Sono sulla Cinquecento di Mamma con il solito senso di nausea e la testa pesante. Lei sta parlando, ma io non l ascolto. Ho in mano una scatola di ciambelle e la fame mi stringe lo stomaco. Sono seduto sul dannato sedile posteriore, perciò potrei aprire la sca tola e prenderne una senza che se ne accorga. Così faccio un colpo di tosse per coprire il rumore della confezione che si apre, infilo una manina ed estraggo una grossa ciambella alla crema. La inghiotto in due bocconi. Mentre mangio Mamma continua a parlare di smalto per le unghie e io prendo un altra ciambella, poi un altra e un altra ancora. La fame sembra aumentare, anziché diminuire. Lei si volta verso di me. «Cazzo!» strilla, sterzando bruscamente.

10 9 Si ferma sul ciglio della strada, scende dall auto e fa scendere anche me. Mi fa accostare al marciapiede e mi guarda dall alto dei suoi tacchi a spillo. Io reggo ancora la scatola fra le mani, come un paggio tiene il cuscino con le fedi nuziali. Lei me la strappa dalle mani e la esamina attentamente. «Tutte! Tutte le hai mangiate, schifoso ingordo!» urla con quella mezza Camel fra le labbra rosse, «ora mi dici cosa porto alla zia Adelaide? Forza, piegati in avanti!» dice, dandomi un colpetto sulla schiena. Io mi piego e lei mi infila due dita in gola fino a farmi vomitare tutte le ciambelle. «Non ti meriti di avere lo stomaco pieno mentre io ho i crampi dalla fame!» Il fischio di un altro treno mi riporta alla realtà. Iniziano a formarsi nel cielo nubi affusolate simili a lombrichi. Qualcun altro si sta avvicinando a me. È un ragazzo alto e con dei capelli neri legati sulla nuca. Ha in mano una scatola di ciambelle e mi guarda strano. Salgo sul treno diretto a Milano Centrale occupando il primo sedile che trovo libero. Il ragazzo si siede proprio di fronte a me. Inizia a piovere e il treno riparte lentamente. Le gocce di pioggia iniziano a correre sul finestrino alla mia sinistra e io faccio l indifferente, non le degno proprio di uno sguardo. Delle formiche iniziano a camminarmi dentro alla testa e le voci dei passeggeri diventano sottili. Quando la pioggia corre significa che sta arrivando qualcosa di brutto, che forse piangerò. Devo solo stare ad aspettare. Se cerco di spiegarlo nessuno mi crede, ma è proprio così che vanno le cose. E più mi muovo, più tutto peggiora. Così devo starmene zitto e immobile, mentre intorno a me tutto precipita. Il ragazzo mi sta sorridendo. Presumo stia macinando i miei stessi pensieri. «Qui piove sempre» gli dico. «Come dici?» «Te ne vai per questo, vero?» «No» risponde, ridendo «certo che no» Mi maledico per avergli fatto una domanda tanto stupida. Lui apre un piccolo quadernetto e inizia a scarabocchiare qualcosa con una matita consumata. Non mi rivolge più la parola.

11 10 Vedo passare nel corridoio del vagone il vecchio signore con la pipa in bilico. Sembra possa cadergli dalla bocca a momenti. Il ragazzo continua a scrivere muovendo le labbra. Mi alzo, con la scusa di levarmi il giubbino, e lo guardo dall alto. Indossa un soprabito nero da becchino dal quale spunta una camicia bianca, sbottonata sul collo. Le sue sopracciglia vanno su e giù, le sue spalle sono grosse quanto quelle del signor Arturo. Penso di non averlo mai visto prima. Mi risiedo ma non riesco a smettere di fissarlo. Ha qualcosa negli occhi, nel profumo alza lo sguardo verso di me. Non sopporto di essere osservato a lungo, ma il suo sguardo addosso mi rassicura. «Sei frocio?» mi chiede all improvviso, lasciandomi di pietra. «no» rispondo io, senza sapere in realtà cosa avrei dovuto rispondere per non dire una bugia. «Credo di no» preciso. «E allora perché ti vesti in quel modo strano?» «Io suono nei locali.» «Veramente? Musica composta da te?» «No, io suono soltanto. La musica la scriveva mio padre.» «E che tipo di musica suoni?» «Punk, jazz e tu cosa fai?» «Il poeta.» «Il poeta?!?» «Sì, ti sembra surreale?» «No, solo che non sapevo ci fosse davvero qualcuno a fare questo mestiere.» «Non è il mio mestiere» sorride «soltanto una passione.» Il treno si ferma. «Qual è il tuo nome?» gli chiedo. «Abraham, e il tuo?» «Il mio non mi piace» rispondo, guardando le goccioline di pioggia ferme sul finestrino «dammene uno tu.» «Mmmh» sfoglia in fretta il suo quadernetto «Nadir?» Annuisco. Il treno riparte e Abraham ricomincia a scarabocchiare. La sua pelle mi ricorda il libro di Oliver Twist che mi regalò il vecchio col pancione che stava al bancone della biblioteca. La copertina era morbida e liscia, e quando leggevo qualche pagina, la sera, mi ci addormentavo sopra

12 11 respirando il profumo del cuoio. Abraham sembra interessato solo alle sue poesie. «Tu dove vai?» gli chiedo. Lui non mi sente. O forse non vuole dirmelo. Fa lo stesso Qualcuno mi scuote forte. «Ehi, siamo arrivati bimba» mi sveglia Abraham con un ghigno malizioso. Scendiamo dal vagone e mi accorgo di non aver messo il giubbino. «Io vado a Torino» alzo la voce mentre infilo le maniche «sai da dove parte il treno?» Abraham allunga il passo e viene presto inghiottito dalla folla. Poi mi cerca, sgrana gli occhi e mi strilla: «Datti una mossa o lo perderemo!» Il treno è gelido, Abraham prende a pugni il condizionatore e lo maledice. Io mi siedo di nuovo di fronte a lui, che si rituffa nel suo quadernetto nero. Le ruote iniziano a muoversi, le gocce sul finestrino prendono una forma stretta e allungata, alcune si dividono, altre resistono. Io mi appoggio allo schienale mentre continua a piovere. Mi abbandono e chiudo gli occhi. Lo stridio dei freni mi risveglia. Cerco di riprendermi e mi ricordo subito di Abraham. È strano, ma ho la sensazione di aver sentito le sue mani accarezzarmi mentre dormivo. Poi abbandono l idea. Impossibile. Lui non c è più. Mi informo di quanto tempo manca prima di arrivare a Torino. Solo mezz ora, devo aver dormito molto. Quando il treno giunge a destinazione penso che non ho mangiato niente dalla sera prima. Scendo di corsa e cerco disperatamente un bar. L aria è più calda di quella del treno e mi tolgo la sciarpa che ho attorcigliato un milione di volte intorno al collo. Appena vedo lampeggiare un grosso hot dog fuori da una tavola calda, mi ci infilo e ordino tutto quello che voglio, in modo che mi basti per un po. Esco dalla stazione e mi guardo intorno. Solo lì mi accorgo che non so dove abita zio Ulisse. So che vive in Francia, ma la Francia è enorme, molto più di Bergamo e della Lombardia.

13 12 Penso davvero che farei meglio a tornarmene a casa. Qui sono solo, disperso, senza nemmeno sapere da che parte andare. Come vorrei che Fra fosse qui con me. Lui sa sempre esattamente cosa fare. Il telefono è gigantesco. Inserisco le monete una a una e faccio il numero a memoria. Prego che risponda lui «Pronto?» Ha la voce di quando si è appena svegliato. Mi sembra di vederlo, con il ciuffetto biondo sugli occhi e l alito che sa di biscotti. Scommetto che porta la solita felpa di John Cena che gli ho regalato per Natale. A me il wrestling non è mai piaciuto molto, ma a Francesco sì. Lo vedevamo insieme la domenica pomeriggio, sdraiati sul suo letto a luci spente. Sua madre ci portava i biscotti con i canditi da sgranocchiare mentre lui tifava per John. Anche a me piaceva John Cena, ma non badavo molto al suo modo di combattere. Guardavo i suoi mutandoni rossi e stretti cercando di immaginarmi Fra vestito allo stesso modo. «Ma chi sei?» mi chiede ancora la sua voce. «Chi è?» urla sua madre dalla cucina. Io non so che dire, la sua voce mi fa martellare il cuore. «Sei tu?» bisbiglia, facendomi rabbrividire. Mi ha scoperto «si può sapere dove ti sei cacciato? Ti stiamo cercando dappertutto» Riaggancio e tiro un sospiro profondo. Mi avvicino all edicola e compro una cartina. Con un dito indico dove mi trovo e con un altro il confine per uscire dall Italia. «Cazzo, deve essere interminabile da fare a piedi!» dico ad alta voce. Devo assolutamente farmi dare un passaggio. Mi chiedo dove potrei trovare qualcuno disposto a dare uno strappo a un ragazzino e mi viene in mente la statale. Ci arrivo dopo dieci minuti e rimango sul ciglio della strada per un bel pezzo. Provo a pensare a quello che ho visto fare nei film e metto fuori un braccio con il pollice alzato. Spero che si fermi qualcuno che vada nella mia stessa direzione. Qualcuno che non faccia troppe domande e che non voglia soldi. Mi basta aspettare pochi minuti prima che un auto inizi a rallentare e si fermi proprio davanti a me. «Dove vai?» mi chiede una donna con un marmocchio calvo accanto. «Francia.» «Allora non posso aiutarti.»

14 13 Riparte e io mi sposto più avanti dove c è una rientranza. Allargo le gambe e riprovo. Continuo così per tutto il pomeriggio, cercando di farmi notare. Quelle che si avvicinano sono tutte donne e nessuna di loro va in Francia. Forse è meglio se vado davvero a piedi come ho detto al vecchio con la pipa. Ci impiegherò un eternità ma ho tutto il tempo che mi serve. Non dovrò più andare a scuola, da oggi. Due auto si fermano contemporaneamente. Quella grigia è più vicina a me. Mi fa gli abbaglianti. Il finestrino si abbassa e due occhi sporgenti mi squadrano dal lato del guidatore. «Allora?» mi dice l uomo con un sorriso «che cerchi?» Allunga il collo verso di me e un raggio di luce illumina la sua faccia. É molliccia e giallastra, come l impasto della pizza. Gli mancano parecchi denti e i pochi rimasti hanno il colore della cenere. Sto per rispondere alla sua domanda, quando estrae dalla tasca un sacchetto trasparente e lo fa oscillare tenendolo con due dita. Mi allontano velocemente entrando nella macchia che costeggia la strada. Cerco di correre più in fretta che posso e rimango nascosto dietro a una betulla fino a che non sento l auto rimettersi in moto. «Ehi!» mi urla con una voce falsamente gentile «ehi, torna qui bello, non aver paura. Ti farà stare meglio!» «Ti farà stare meglio» mi dice Mamma «è per il tuo bene. Su, apri quella bocca.» Mi ci mette due pastiglie grosse come due olive. Mi si fermano in gola e sto per soffocare. «Bevi» continua, come sapesse tutto quello che bisogna fare per stare bene. «Perché tu non le prendi?» «Perché io non sto male. Non so che cazzo ti sei mangiato c era qualcosa di scaduto in frigorifero?» controlla il cartone del latte su ogni lato «le hai ingoiate?» «Sì» «Bravo il mio musicista» sorride, stampandomi le sue labbra rosse su tutto il corpo. Poco alla volta torno verso la statale, fermandomi ogni cento metri per accertarmi che nessuno mi stia pedinando. Il cielo inizia a farsi lentamente buio. Non pensavo di essermi inoltrato così tanto, eppure mi sembra di

15 14 riconoscere gli alberi che mi circondano. Non so come, ma sono sicuro che siano gli stessi che ho visto mentre scappavo, sebbene non abbia seguito un vero e proprio sentiero. Una volta riemerso dalla boscaglia è ormai buio. Non distinguo più i colori delle auto né chi le guida. Vedo solo i fari sopraggiungere alle mie spalle e passare oltre. Mi fermo e tiro fuori un braccio, sperando che il primo a fermarsi abbia un aria rassicurante. Dopo qualche secondo mi accorgo di una luce, più avanti, nascosta dagli alberi. Mi avvicino senza far rumore, finché non vedo un fuocherello con delle persone attorno. Sembrano tutte donne, dalla voce. Una è bionda ossigenata e l altra, seduta sul ciglio della strada, è senza scarpe e porta un gonnellino viola. Quando non volete far rumore c è sempre qualcosa che vi frega, ve lo garantisco! Senza farlo apposta pesto qualcosa di metallico, una lattina di Red Bull che qualcuno ha lanciato dal finestrino in corsa. Una delle due tipe, quella in piedi, si volta di scatto. «Ehi, che c è da guardare? Non hai mai visto niente di simile?» La sua amica senza scarpe ride continuando a guardare il fuoco. Io cerco di distogliere lo sguardo per farle smettere, ma la bionda si avvicina e parla più forte. «Dico a te! Non hai mai visto una donna che aspetta il marito per strada?» «il marito di chi?» chiedo. La ragazza senza scarpe scoppia a ridere piegando la testa indietro e chiudendosi la camicetta aperta. «Ehi, questo è forte, Jess! Questo ti mangia intera con tutti i tacchi!» dice, guardandomi di sfuggita. «Fai lo spiritoso, eh?» dice la bionda ossigenata, mettendosi anche lei a ridere con la sua voce catarrosa. Non capisco perché ridano. Dev essere per i miei jeans attillati che ho preso dall armadio di Mamma. Di vita vanno bene, ma li ho dovuti arrotolare alle caviglie perché sono un po troppo lunghi. «Chi aspetti? Anche tu qualche marito?» mi chiede la bionda. «No, cerco un passaggio» «Per l inferno? No perché anche noi andiamo là e se vuoi te lo diamo noi uno strappo!» e giù di nuovo a ridere da matte. Dal bosco arrivano delle voci. Devono esserci altre ragazze come loro ma c è troppo buio per vederle. Mi volto e vedo una fila infinita di fari sfrecciare sulla strada, ma tutti proseguono senza rallentare. Solo un auto sta procedendo lentamente a

16 bordo strada. Ha un solo faro, quello sinistro. Si ferma qualche metro più in là e inizia ad abbagliarmi. Mi avvicino, faccio un respiro profondo e salgo a bordo. Mi aspetto qualcuno come l uomo di prima, ma ormai sono disposto a tutto in cambio di un passaggio. Sono stanco, affamato e distrutto. Una mano profumata da signora si avvicina alla mia, io volto la testa di scatto e trovo una donna sorridente. «Sono Marta» dice con una voce troppo pulita per essere vera. «Piacere» rispondo, pulendomi la mano nei pantaloni e stringendo la sua. «Hai bisogno di un passaggio, piccolo?» «Non sono piccolo» rispondo. «Scusami, non volevo» sembra davvero spiaciuta «dove sei diretto?» «Vado in Francia.» «Dove esattamente? La Francia è grande» dice, mentre si strofina le lenti degli occhiali con un fazzoletto che sa di lavanda. «Di preciso non so basta che mi lasci sul confine e poi mi arrangio da solo.» «Come vuoi» dice, immettendosi di nuovo sulla statale. Io guardo fuori in cerca di qualcosa di interessante, è quasi notte. «Posso chiederti cos hai nello zainetto?» La guardo diffidente. Sembra innocua. «Un po di soldi, una mela e una tromba.» «Una tromba?» «Sì, me l ha regalata mio padre.» «Davvero?» dice con tono estasiato «fantastico!» Vorrei farle sentire un pezzo, ma non so se le interessa. «Sono troppo invadente se» «Se?» «Se ti chiedo di suonarmi qualcosa?» Estraggo la mia tromba, la pulisco un po e inizio a suonare Nefertiti. È la prima canzone che papà mi ha insegnato e andrebbe suonata con il sax. La termino pensando di non averla mai suonata così male. Pulisco l imboccatura e la ripongo. La signora accosta al bordo della strada. Sento che mi sta osservando e mi infastidisco. Quando mi volto verso di lei per dirle di smetterla, mi accorgo che sta piangendo. «Cos è successo?» le chiedo. Continua a fissarmi con gli occhi lucidi. «È» 15

17 16 «stupenda. Tu sei stupendo.» Io abbasso lo sguardo e ringrazio. Mi addormento contro la portiera e sogno papà. Mi risveglio in preda alla fame, anche se avrei voluto continuare a dormire. Mi trovo fra lenzuola azzurre in un grande letto matrimoniale. Alla mia destra ci sono delle candele accese e nell aria c è odore di incenso. Mi alzo e raggiungo la porta muovendo le braccia come fanno i ciechi. Marta mi sta venendo incontro. Lei sa camminare al buio. «Dove sono?» chiedo. «A casa mia» risponde sottovoce «vieni.» Mi prende per mano e mi conduce in un enorme stanza piena di specchi. Al centro, su un tavolo ben apparecchiato, ci sono pizza, patate fritte, crostate e fette di pane tostato. Il paradiso dovrebbe essere una cosa del genere. Guardo Marta come per chiedere il suo permesso e lei annuisce. Mi precipito sul cibo e inizio a mangiare qualsiasi cosa, cominciando da un dolce che sa di mirtillo. Nei giorni seguenti succede sempre la stessa cosa: Marta esce di casa al mattino presto per delle commissioni, poi rientra per pranzo e mi porta al La nuit, sotto casa sua. Al pomeriggio mi fa sempre visitare il paese e la sera mi prepara la cena più squisita del mondo. Con lei è tutto così bello, semplice, leggero. Di notte non parlo più nel sonno. Sogno soltanto montagne di dolci e di libri. Io vorrei esagerare, ma Marta mi raccomanda di non leggerli tutti insieme, altrimenti mi viene la carie. La casa di Marta è quella che disegnavo sempre quando ero a scuola, e lei è la mamma che mettevo in quei temi che dicevano: Parla dei tuoi genitori, della tua casa, dei tuoi amici, o cose così. Però io adesso non voglio una casa, non voglio un altra Mamma. Una mattina, all alba, mi alzo in punta di piedi. Prendo qualche provvista dalla cucina e me ne vado con il mio zaino in spalla. Le strade di Bardonecchia profumano di resina e l aria nelle pinete è fresca, non c è niente di più lieve. Percorro alcuni chilometri senza incontrare nessuno. A volte mi chiedo se ho fatto una cazzata andandomene di casa. Ma poi estraggo dalla tasca didietro dei pantaloni

18 17 una foto di Mamma, che ho portato con me proprio per questa evenienza. È una di quelle fotografie con il bordo bianco che si fanno alla stazione. Fisso le sue guance così rosse, più rosse della sua stessa sciarpa; quegli occhi che mi ordinano di stare zitto e di non fare cazzate. La sua bocca si apre, mi sta per sgridare, è furiosa perché sono scappato. Poi sopraggiungono la nausea, i capogiri e allora ricaccio la fotografia in tasca e mi fermo un attimo per riprendermi. È proprio durante una di queste soste che improvvisamente un ricordo mi indica la direzione da prendere. Mi trovavo su una roccia, con la schiuma dell acqua che mi scorreva sotto i piedi. Papà era accanto a me e fischiettava una di quelle canzoncine che ti mettono proprio il buonumore. Io lo guardavo appendere l esca all amo della sua canna da pesca e poi gettarla lontano, nell acqua gelida. «Ora tocca a te» il suo tono era incoraggiante «tieni ben stretta l impugnatura e fai scorrere il filo con tutta la tua forza.» Il vento soffiava forte e il fiume iniziava ad agitarsi sotto di noi. Papà teneva d occhio i miei movimenti e annuiva orgoglioso. «Bravo, così» diceva «basta che tu segua il rumore del vento e saprai in che direzione buttare la tua esca. È come la musica: ti basta possedere quella dote naturale che ti permette di sentire nel profondo ciò che suoni e sarà come se il tuo strumento suonasse da solo. Sarà la tua energia a far vibrare le sue corde o risuonare la sua cassa.» Mi piaceva stare ad ascoltare la sua voce, anche se non sempre capivo cosa intendesse dire. Tutti avrebbero vo luto un papà come il mio, parola d onore. «Avevo circa la tua età anzi» disse, soffermandosi un attimo «ero alto così» e mise una mano all altezza del mio naso. «proprio un nanerottolo. Mio padre decise di portarmi con sé per lavorare nella sua autorimessa. Ricordo come fosse ieri quell odore di grasso e quella tuta blu che avevo dovuto rimboccare non so quante volte per non inciamparmi camminando. Arrivavano le macchine più belle di tutta Bergamo e io rimanevo a bocca aperta nel vederle sollevate sul ponte e smontate in ogni loro pezzo. I motori andavano a finire sul retro, dove mio padre li riparava con una precisione maniacale. Il resto dell auto invece, la scocca, il telaio e tutto il resto, rimaneva nell androne in attesa di essere riassemblato. Mi insegnò a ricollocare un motore al

19 18 posto giusto e a riparare una marmitta bucata. A volte, quando i lavori erano troppo pesanti per un bambino, mi faceva trasportare i pneumatici o le singole parti della carrozzeria. La sera tardi, quando tornavo dall officina sudicio e sfinito, suonavo, o meglio cercavo di suonare, una vecchia chitarra che mi aveva portato un fratello di tua nonna dall America. Imparai le note in poche settimane, cercando di riprodurre il blues che ascoltavo alla radio. Mio padre non voleva che suonassi, pensava che mi distraesse dallo studio e dal lavoro. Ma io non potevo farci nulla, era la mia vita. Solo quando suonavo potevo dire di essere davvero in pace.» Continuavo ad ascoltarlo e sembrava che le sue parole fossero magiche perché avevo già riempito quasi due ceste di trote e anguille. Era come se tutte quelle parole finissero nell acqua del fiume e si tramutassero nei pesci che poi io ripescavo e mettevo nella cesta. «Tutto proseguì così finché un bel giorno non squillò il telefono. Chiamai mio padre e i suoi operai, ma sembravano essere tutti spariti. Sollevai la cornetta. Dall altro capo del filo una voce bassa e sicura chiese di poter parlare con qualcuno e io non seppi cosa dire. Mio padre emerse dall oscurità e mi strappò il ricevitore di mano. Sì la sua voce si fece più incerta Ah, è proprio lei? dal tono deferente sembrava stesse parlando con una persona illustre. Senz altro, venga pure quando preferisce Senz altro, a dopo. Gli chiesi chi fosse ma non mi disse altro che di preparare gli attrezzi, le chiavi inglesi e il carrello con le viti e i bulloni davanti all entrata dell autorimessa e di iniziare a pulirli: il cliente tanto atteso sarebbe arrivato a momenti. Mi misi a sfregare in modo frenetico, a levare il grasso dalle chiavi una ad una fino a farle brillare, mi arrampicai sul portone d entrata per togliere le ragnatele accumulate nei mesi. Mentre l impeto mi rendeva sempre più concitato, apparve sull uscio un giovane uomo che io conoscevo bene, come conoscevo ogni dettaglio del suo viso, anche se era la prima volta che lo vedevo dal vivo. Quanti quaderni avevo riempito con i ritagli di giornale che parlavano delle sue imprese sportive, quanti pomeriggi avevo trascorso davanti alla TV facendo il tifo per lui, e ora era proprio lì, di fronte a me. Sono Felice Gimondi disse con fare sbrigativo Tuo padre sa già. Io rimasi immobile. L auto è parcheggiata qui di fronte. Stavo formulando la risposta quando mio padre mi soggiunse alle spalle e mi chiuse la bocca che avevo spalancata. Lascia, va di là disse me ne occupo io!»

20 Raccontandomi le sue avventure, papà dava una voce diversa a ogni personaggio. Un giorno portò anche me a trovare il campione di ciclismo nel castello in cui abitava. «Poco dopo portò dentro la sua Alfa Romeo rossa fiammante. L interno aveva ancora l odore della pelle nuova. Al posto del guidatore c era un coprisedile con la figura di una cameriera da drive-in su pattini a rotelle. Mi ci sedetti sopra e sprofondai lentamente. La chiave era nel cruscotto. La girai, premetti la frizione come facevano gli operai di papà e mi avviai lungo il viale di pini che precedeva l autorimessa. Felice Gimondi, impegnato a chiacchierare con mio padre delle lotte sindacali che in quel periodo stavano agitando il cuore delle città, non sentì il rombo del motore che si allontanava e diventava sempre più debole. Pensai che non gli sarebbe spiaciuto se io avessi fatto un giretto sulla sua auto. Del resto dovevo pur capire cosa c era che non andava nel motore.» «Inizialmente ebbi qualche problema con il cambio, ma poi capii la giusta sequenza delle marce e quando dovevano essere cambiate. Presi la strada provinciale per Bergamo e proseguii sempre dritto, in direzione delle valli» Una piccola trota intanto abboccò al mio amo. Non mi sarebbe affatto piaciuto trovarmi al suo posto, appeso per un gancio mentre cercavo qualche traccia d ossigeno. «rischiai una dozzina di incidenti, ma a quei tempi le strade non erano trafficate come oggi, perciò me la cavai sbandando o sfiorando qualche muro di cinta. Fu solo quando superai Milano e presi con cautela la direzione di Novara che mi resi conto di avere parlato con il mio idolo in carne e ossa, di essergli stato tanto vicino da poter sentire l odore del suo dopobarba al pino silvestre, di avere quasi sfiorato quelle gambe muscolose, le stesse gambe che mulinavano sotto il sole rovente delle estati italiane. L auto che stavo guidando apparteneva a un campione che aveva vinto per tre volte il giro d Italia con la sua bicicletta, e per poco l eccitazione di questa consapevolezza non mi fece andare a sbattere contro qualche casa o investire qualche pedone. Ma la mia fuga con quell Alfa Romeo non durò ancora molto. L ebbrezza del momento mi fece calcolare male le distanze, e dopo un paio di tornanti percorsi in quarta finii in un fossato fangoso e tu ce l hai un idolo?» Pensai a Britney, a quando io e Martina ascoltavamo le sue canzoni dallo stereo di Francesco, senza che lui lo sapesse. Ci mettevamo i vestiti e i trucchi di Mamma e ballavamo Crazy sul suo letto, davanti allo specchio. 19

21 20 Ma certamente papà si aspettava qualcun altro come risposta, tipo un calciatore o un ciclista. Così dissi di no, che non ne avevo di idoli. «Be, a ogni modo» continuò, tornando a sorridere «balzai fuori dall auto come in un telefilm poliziesco e rimasi a guardare la carrozzeria lucida sprofondare sempre più nella terra argillosa. Poi mi voltai, scrollandomi di dosso quel po di rimorso come si fa con le briciole di pane, e proseguii a piedi sulla stessa strada.» «E dove sei andato poi?» gli chiesi. «Percorsa quella strada nei campi, raggiunsi un piazzale con tanti camion, doveva essere una ditta di autotrasporti. Aspettavo che due camionisti levassero le ancore per mettermi a dormire in qualche angolo, ma non sembravano volersene andare. Uno urlava all altro che sarebbe andato in Francia a consegnare dei barili di birra bionda e l altro, su un camioncino più piccolo, rispose in un dialetto comprensibile che anche lui sarebbe andato in quella direzione, ma si sarebbe fermato a Torino. Il camion più grande si avviò e la marmitta emise un fumo nero e denso. Il rimorchio era coperto da un telo blu e fissato ai bordi tramite degli elastici. Io potevo mettermi a dormire lontano da quell odore di gasolio bruciato, ma secondo te fu questo che feci?» «No» «Cosa avrei potuto fare di più utile?» «Salire sul camion?» «Esatto! Mi nascosi fra i barili di birra e rimisi a posto il telone.» «Ti portò in Francia?» chiesi. «Sì, fece tre o quattro soste e poi si fermò definitivamente in uno spiazzo di terra battuta. Scesi dopo aver spillato qualche sorso di birra dalla spina di una botte, e corsi via. Certo non avevo più sete, ma avevo ancora tanta fame. I soldi per mangiare li trovai in un locale dove mi assunsero come strumentista in una sgangherata band di jazzisti in pensione.» Il nome di quel locale era troppo magico per poterselo dimenticare: La Sibylle. Ecco, è lì che andrò. Mi metto subito in viaggio, anche se sono stanco ed è quasi notte. Ho bisogno di mettere qualcosa sotto i denti, anche se non ho proprio fame. Ho tanta voglia di quella polvere bianca che Mamma chiamava neve, ma ci scommetterei la pelle che quello non è il suo vero nome.

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