BIBLOS TELLER. Volume 3 - Dicembre 2010 a cura di Giuseppe Di Grande VITA E MORTE

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1 BIBLOS TELLER Volume 3 - Dicembre 2010 a cura di Giuseppe Di Grande VITA E MORTE Tutti i diritti dei racconti di questa raccolta appartengono ai rispettivi autori INDICE PRESENTAZIONE di Giuseppe Di Grande L'ANGELO CUSTODE di Franca Bernardi LE VITE E LE MORTI DI TOM HELLFINGER di Maurizio Luminoso L'ALFA E L'OMEGA di Mena Mascia IL PREMIER E IL GATTO di Pier Luigi Giacomoni IL TULIPANO di Silvia Peroni AL COMMISSARIATO di Nicola Zambetti UNO SPICCHIO D INDIA di Elisa Brezzi LE ALI di Giuseppe Di Grande LA VITA OLTRE IL SOGNO di Silvana Valente UNA RIVELAZIONE STUPEFACENTE di Massimo Maccaferri LA RUOTA di Mariangela Zaccone LA PASSEGGIATA di Pino Furci L'INSOSTENIBILE PESANTEZZA DELL'ESSERE di Fernanda Flamigni 94

2 PRESENTAZIONE Finalmente siamo di nuovo insieme. Raccogliere i racconti di questo terzo numero di Biblos Teller non è stata una cosa per nulla facile. Infatti pubblico questo terzo volume dopo ben un anno dal precedente. Credo che sia fisiologicamente accettabile perdere un po' di smalto e di grinta man mano che si va avanti. Poi il tema di questa volta penso che non sia stato molto di aiuto e facile da affrontare. D'altronde non abbiamo nulla da biasimarci, poiché, chi più e chi meno, siamo scrittori in fasce, e allontanare ciò che scriviamo dal nostro personale vissuto molte volte diventa difficile, se non addirittura impossibile. Biblos Teller 3 contiene racconti che narrano di vita e di morte, di amore e di odio, di tutte quelle situazioni legate a questi due passaggi inevitabili dell'esistere. Vi anticipo che questi racconti vi lascieranno un segno, vi faranno provare delle emozioni, a volte positive, altre negative. Il consiglio che posso darvi è quello di immergervi nelle storie belle che non mancano, e di leggere con distacco quelle più amare; tenendo sempre presente che questi sono solo racconti della fantasia e della sensibilità di noi autori, e non racconti di vita vissuta. Nonostante tutto, questo terzo volume contiene ben tredici racconti, numero impennatosi proprio negli ultimi due mesi, e soprattutto in queste settimane di dicembre. Adesso bando alle ciance: è tempo di andare avanti. Vi lascio ai racconti e vi auguro buona lettura. Giuseppe Di Grande

3 1 L'ANGELO CUSTODE Su di una minuscola isoletta a forma di stella che emergeva da un argenteo laghetto abitato da curiosi pesciolini e fiori ancor più strani, viveva un'allegra famigliola: mamma, papà ed un bimbo buono e vivace. La loro casetta era rosa, a forma di cono; sembrava di abitare in un ridente cappello fatato. Gli abitanti della felice casetta si chiamavano: mamma Chiarastella, papà Felice ed il piccolo Omar. Non erano ricchi, ma possedevano una barchetta verde di nome Speranza, minuscola come un guscio di noce, nella quale facevano delle lunghe passeggiate sul lago. Un giorno, durante una delle passeggiate, si alzò un gran vento; i capelli della mamma, neri e lucidi come il velluto, si aprirono a corolla come la coda del pavone quando fa la ruota. Il vento soffiava sempre più forte, cosicché dovettero rientrare riuscendovi a fatica. La mamma prese un brutto raffreddore tanto che si ammalò gravemente e morì. Il piccolo Omar andò a piangere per la sua mamma sulla sponda del lago; tra i singhiozzi diceva: Chi mi condurrà per mano d'ora in poi a passeggiare nei verdi prati? Chi mi canterà la ninna nanna dandomi il bacio della buona notte? Un gabbiano che volava sopra di lui sentì i suoi lamenti e si intenerì. Ora chiedo al bimbo perché piange tanto - pensò fra sé e si posò sulla sua spalla. Piango perché la mia mamma è volata in cielo - rispose Omar alla domanda del gabbiano. E come si chiama la tua mamma? Chiarastella, perché lo vuoi sapere? - chiese il bimbo a sua volta

4 all'uccello. Perché devo andare in paradiso per discutere col buon Dio su questioni riguardanti noi gabbiani e una volta lassù la cercherò per portarle i tuoi saluti. Oh sì, grazie! disse Omar al buon gabbiano, pieno di gratitudine nei suoi confronti Posso venire anch'io con te? Voglio andare dalla mamma!. Oh, mi dispiace! Lo farei volentieri, ma non posso; sei troppo pesante per le mie piccole dimensioni! Se fossi un'aquila ti porterei, ma su quest'isola non ce ne sono, vivono sui monti a centinaia di miglia di distanza da qui. Allora mentre voli verso il paradiso disse il piccolo asciugandosi i lacrimoni puoi passare sui monti per chiedere ad un'aquila se può farmi questo favore? Mi dispiace, ma non posso aiutarti rispose l'uccello perché se solo tentassi di avvicinarla, mi mangerebbe in un sol boccone. Allora, - disse Omar deluso quando arriverai in cielo ed incontrerai la mia mamma devi dirle di tornare qui; il mio papà ed io la rivogliamo con noi. Glielo dirò senz'altro, vedrai che tornerà. Il gabbiano sbatté le ali e volò via. Omar si accorse che si era fatto buio e la notte era umida e fredda. Rientrò in casa correndo; il papà, con gli occhi lucidi di pianto, l'attendeva, seduto vicino al caminetto: Piccino mio, è ora di dormire! Vieni a fare la ninna fra le mie braccia.- disse l'uomo. Le forti braccia del papà lo rassicurarono, ma sentì la mancanza di quelle morbide della mamma; comunque si addormentò. Il papà lo depose nel lettino e uscì. Omar sentì un fruscio d'ali: un tiepido vento riscaldava la stanza. Il suo angelo custode l'accarezzò e rimboccandogli le coperte gli disse: La tua mamma ti sta aspettando!. Il leggiadro angelo mise il piccolo sotto la sua ala per proteggerlo dal

5 freddo e cullandolo nel suo sogno lo condusse verso il paradiso. Durante il viaggio incontrarono la stella Orsa Maggiore che li salutò e gli chiese dove fossero diretti. Se desiderate che vi faccia strada, vi guiderò molto volentieri con la mia luce disse ella. Grazie mia buona stella, ma conosco molto bene la strada rispose l'angelo non devi disturbarti per noi!. Mentre volteggiavano, una nuvola rosa che viaggiava fluttuando nella loro direzione, li salutò. L'angelo disse: Se saliamo a bordo di questo soffice tappeto del cielo, arriveremo più in fretta a destinazione!. Si distesero allora sulla nuvoletta e Omar le disse: Portami dalla mia mamma! Il rosato batuffolo del cielo ubbidì. Mentre si dirigevano verso il paradiso si imbatterono in un gruppo di stelle filanti che danzavano, intrecciandosi nelle loro code l'una con l'altra allegramente. Quando arrivarono a destinazione l'angelo custode di Omar, di nome Benedetto, andò a cercare quello di Chiarastella. Benedetto chiese all'altro angelo di nome Aurora dove fosse la mamma di Omar; ella rispose che era appena arrivata e si trovava ancora davanti alla porta d'ingresso del paradiso, in attesa che le indicassero il suo posto. Con un alito di vento volarono all'ingresso e Omar balzò fra le braccia della mamma. Sono venuto a prenderti, -le disse-devi tornare con noi! Ora non posso rispose lei perché sono appena arrivata, ma fra un anno tornerò; una mattina sentirai picchiare sui vetri della tua finestra e dovrai aprirmi subito, altrimenti potrei dissolvermi nell'aria. Verrò in forma di colomba e dovrai chiamarmi Pia; sarò un candido uccello di pace e resterò sempre con voi. Non dir niente al babbo perché voglio fargli una sorpresa. Per ora devi accontentarti di vedermi in sogno.

6 Appena ti addormenterai, Benedetto verrà a prenderti e ti condurrà da me. Lo baciò e si avviò al suo posto. Quando Omar si svegliò il sole splendeva, creando divertenti giochi di luce sui vetri della sua finestra. Chiamò il suo papà e gli disse sorridendo: Ho appetito! Il babbo sorrise a sua volta felice di vedere il piccolo spensierato come prima. Omar fece una gustosa colazione e appena finito di mangiare corse fuori a giocare sotto il sole con un aquilone; giocava tutto il giorno, ma quando si faceva buio non vedeva l'ora di dormire per andare dalla sua mamma. Ella mantenne la promessa; trascorse un anno esatto ed una mattina Omar sentì picchiare sui vetri. Dormiva ancora, ma balzò in piedi per non far attendere la bella colomba; aprì e con sua grande sorpresa vide che l'uccello della pace dalle piume di seta aveva sulla testa un ciuffo nero che ad Omar ricordò gli inconfondibili capelli della sua mamma. La colomba sbatté le ali in cenno di saluto e disse: Eccomi, sono tornata per restare sempre con te!. Da quel giorno la bella colomba parlante fece compagnia al piccolo Omar prendendo parte a tutti i suoi giochi e partecipando a tutti gli avvenimenti della famigliola. Ella non si limitò solo a partecipare, ma si preoccupò di organizzare loro una ancor più gradevole esistenza. Ogni giorno diceva al babbo cosa e come cucinare gustosi pranzetti. Per essere una colomba ne sapeva anche troppo, non trovate? I giorni trascorrevano in serenità ed allegria. Il clima si faceva sempre più mite, la primavera era alle porte, finché un giorno, finalmente, arrivò. Omar, riscaldato dalla tiepida brezza, ebbe voglia di passeggiare nel bosco. Così chiese a papà Felice e alla colomba Pia il permesso per farlo. Ella pronta rispose Sì, piccolo mio, verrò anch'io con te. Ho voglia di sgranchirmi le ali. Sento il bisogno di muovermi e

7 svolazzare qua e là. Mentre tu correrai da un arbusto all'altro, io svolazzerò di pianta in pianta. Felice baciò il piccolo, accarezzò il ciuffo di piume nere della colomba, augurando loro buona passeggiata. Pia si posò sulla spalla del bimbo. Di tanto in tanto, per gioco, gli solleticava le gote con le sue soffici piume. Salterellando e svolazzando qua e là, giunsero nel bosco. Il ridente paesino aveva un curiosissimo nome Vieni qua. Esso, più che un nome, era un invito a soggiornare nel bel luogo. Per rendere ancor più curioso tutto ciò, gli abitanti si chiamavano Vieniquanesi. Il bosco era bellissimo. Scintillava di smaglianti colori. Omar e Pia si divisero. Pia però, tra un frullio d'ali e l'altro, continuò a tenerlo d'occhio. Egli si distrasse, e, saltellando tra siepi e cespugli, si smarrì. Pia però, attenta com'era, lo raggiunse. Anche le colombe hanno l'istinto materno, prima che lei rinascesse Omar era stato suo figlio. Comunque, tra un pensiero e l'altro ella, come il suo piccino, non riuscì più ad orizzontarsi. Era un pomeriggio stupendo. Per fortuna il sole brillava ancora alto. La colomba non si perse d'animo. Sbattendo le ali, in fondo al vialetto, scorse una bellissima ragazza che, vedendo lei e il piccolino che le trotterellava accanto, corse loro incontro. Omar, affettuoso com'era, non appena la raggiunse, le saltò al collo. Flory, questo era il nome della ragazza, trasalì per la sorpresa. Ma, dopo un primo attimo di smarrimento, lo strinse a sé. Pia stupita disse Omar, ma da quando in qua sei diventato così intraprendente? Hai fatto spaventare questa ragazza, sei troppo irruente, così non va bene. Flory carezzò i folti boccoli castani del bimbo poi lo strinse più forte a sé, scoccandogli un bacio sulla fronte. Chiese al piccolo Come ti chiami frugoletto? Omar Dimmi Omar, sto sognando o la colomba ha parlato?. Poi senza attendere risposta disse, fra sé e sé Devo aver preso troppo sole, perché sto delirando! Il bimbo scoppiò in una fragorosa risata. Continuando a ridere disse Non stai sognando, Pia è una colomba parlante. Prima era una ragazza e si chiamava Chiarastella. Poi il buon Dio ha voluto che ella tornasse in cielo. Ma io e il mio papà non potevamo stare senza di lei. Così ha deciso di tornare. La ragazza spalancò gli occhi per la meraviglia Povero bimbo, il sole ha fatto male

8 anche a te disse preoccupata. No, Flory, il bimbo non ha preso un'insolazione. Quel che dice è tutto vero. Mi chiama per nome, ma io non ho ancora detto come mi chiamo! disse parlando fra sé. Pia, divertita, sbatté le ali e disse Ora vediamo se stai sognando. Abbiamo smarrito la strada del ritorno. Chissà se sarai in grado di accompagnarci! Abitiamo in via delle scarpe volanti, sai dove si trova? Flory disse Venite con me, vi accompagno io!. La ragazza prese per mano il bimbo e Pia si posò sulla sua spalla. Non è molto lontano da qui, solo che siete entrati nel viale dei numeri e questi vi hanno fatto confondere. Cos'è il viale dei numeri? chiese Pia incuriosita, io sono mancata per circa un anno. Questo viale dei numeri non lo conoscevo. Esiste da pochi giorni, disse Flory E' stato creato per dare un'attrattiva in più al nostro bosco. Ma è facile perdersi. Però basta seguire la direzione dei numeri e ci si ritrova subito. Chiacchierando, in breve tempo, raggiunsero la casetta. Felice li attendeva nel giardinetto. Fu molto sorpreso quando vide quella meravigliosa ragazza con Pia che le svolazzava sulla spalla e Omar per mano. Corse loro incontro e sorridendo disse: Che bella sorpresa, attendevo la colomba ed il bimbo, ma il Signore mi ha anche fatto dono di una meravigliosa creatura. Da quale firmamento vieni fanciulla? chiese l'uomo stupito.- Non sono una stella cadente, ma una ragazza in carne ed ossa! -rise lei- Mi chiamo Flory. E tu, buon uomo? - - Non chiamarmi così, mi fai sentire un vecchio saggio! Ma la mia saggezza è svanita guardandoti. Sei talmente bella da far mancare il respiro! Prima di incontrarti mi chiamavo Felice, ora però credo di chiamarmi esterrefatto! - rispose con lo sguardo sognante- Venite entriamo, beviamo qualcosa! Flory aveva un bellissimo volto. Gli occhi grigi accrescevano lo splendore del viso contornato da un lunghissimo manto di capelli biondo rosso. - Hai visto, Felice, che meravigliosa creatura ti ho portato? - interloquì la colomba Pia - Ella sarà la tua seconda sposa. L'ho deciso io. Tu ed Omar non potete restare soli per sempre. Dì qui a qualche mese vi sposerete. E avrete tanti meravigliosi bambini! Flory è molto buona. Io le

9 sto leggendo dentro. Amerà Omar come se fosse suo e lui la considererà la sua mamma. Di me conserverà un dolce e tenero ricordo. Se vorrete, continuerò a restare con voi. Di tanto in tanto svolazzerò qua e là. Potrete accarezzarmi le piume così mi sentirò amata anch'io. Da domani inizieremo i preparativi per il grande giorno. Come colomba, potrò presenziare alla cerimonia. Anzi, se vorrete, uscirò dalla vostra torta nuziale! Siete d'accordo? - - Oh sì, certo mammina! - - E' un'idea fantastica! Resteremo sempre insieme in armonia -. Franca Bernardi

10 2 LE VITE E LE MORTI DI TOM HELLFINGER E fu così che morii di nuovo. Come dite? Che non capite nulla? Vi sembra che sia folle? Probabilmente è meglio che vi racconti tutto dall'inizio forse così mi capirete Io sono, anzi, ero Tom Hellfinger: primo ed ultimo figlio di una delle famiglie più influenti della Noringia, mi toccò un'infanzia di favola, che chiunque avrebbe desiderato vivere ma non io, almeno in quel momento, dando allora ancora per scontato che mi toccasse vivere quella sorte, credendo ahimè, che folle idea! che non potessero esistere sorti diverse, sorti certo non uguali, ma non per questo tanto dissimili tra loro. Quale unico e desiderato figlio, i miei genitori riversarono su di me tutte le attenzioni che il loro affetto smisurato ed il consistente patrimonio familiare consentiva di poter dare, così che nessun capriccio, per quanto sciocco o insignificante, mi era mai negato, né vi erano limiti a quel che potevo chiedere, se non quelli derivanti dalla mia ancora giovane ed inesperta fantasia. Fu in quel periodo che ricevetti ogni sorta di balocco che, anche per un solo momento, aveva attirato la mia attenzione, balocchi che però presto, sopraffatti dai nuovi incostanti desideri, mi tediavano irresistibilmente, rimanendo poi abbandonati ad impolverarsi tra cumuli di splendidi giocattoli sui quali non avrei mai più posto di nuovo occhio. Fu sempre in quel periodo che feci viaggi stupendi in terre lontane, i cui nomi non saprei riferire tutti, ma che hanno lasciato in me il fascino e l'incanto di sogni surreali e di malie indescrivibili, viaggi che mi hanno fatto conoscere quasi tutte le terre che vi sono, per visitare le quali non basterebbe tutta la vita di un uomo normale, e le meraviglie che vi stanno. Avevo i miei genitori totalmente per me, sempre pronti ad

11 accontentare ogni mia voglia, cercando in ogni modo di compiacermi, senza che io avessi neppure bisogno di parlare: ero il loro vezzeggiatissimo principino che andava accontentato in ogni cosa Dovevo essere pienamente felice, ma non lo ero, poiché non conoscevo ancora il dolore, quegli abissi di angoscia e di disperazione nei quali mi precipitò successivamente il destino, facendomi rimpiangere quegli anni giovanili come un lontano miraggio, un paradiso per sempre perduto ed oramai definitivamente irraggiungibile, di talché più volte, tra le tribolazioni degli anni successivi, riconsideravo il mio felice passato con viva meraviglia, come se l'avessi soltanto sognato, stentando a credere che potessi aver veramente vissuto quell'infanzia di favola che in effetti vissi. Non avevo infatti ancora neppure compiuto i dieci anni quando mio padre, a seguito del gravissimo fallimento a cui era andato sciaguratamente incontro, ebbe a suicidarsi per la vergogna e di lì a poco lo seguì nella tomba pure mia madre, che, vedova inconsolabile, aveva ormai votato i suoi ultimi giorni al pianto, uno struggente pianto continuo, che mi sembra ancora oggi di sentire, quando vi è silenzio. E fu in questo modo che al mio decimo compleanno mi trovai completamente solo al mondo, non avendo i miei genitori parenti prossimi che potessero tenermi per affetto e non volendo quelli più lontani, che invece c'erano, il peso ed il costo di tirar su un marmocchio spiantato, senza alcuna adeguata prospettiva di ritorno per i loro meschini tornaconti. Il mio decimo compleanno fu notevolmente diverso dagli altri compleanni che lo avevano preceduto: niente feste, niente regali, niente di niente, neppure una faccia amica, solo le sbarre della finestra dell'orfanotrofio, che separavano me dalla libertà, e gli sguardi ostili dei miei compagni di stanza che vedevano con invidia in me uno che era stato comunque privilegiato dalla vita. Anch'io in quel momento morii con i miei genitori, non sapevo capacitarmi di come, loro che mi volevano così bene, avessero potuto lasciarmi completamente solo al mondo, perché avessero scelto di morire, invece di restare con me

12 Ma tutto questo durò poco, appena il tempo che morisse il mio vecchio io, poiché ben presto, tra gli scherni spietati dei miei nuovi compagni ed il freddo distacco dei miei educatori, per non soccombere e perire alla dura legge del più forte, in quella giungla che era ormai diventata per me la vita, riuscii a trovare dentro di me un'energia immensa, alimentata dalla rabbia e dall'odio incontenibili che mi erano appena nati, che non solo riuscì a farmi evitare di essere sopraffatto dalle prepotenze degli altri, ma addirittura trasformò me da facile preda a feroce predatore, diventando così il più duro dei duri, il più forte dei forti: il bambino dentro di me era ormai definitivamente morto e sepolto, vivendo adesso un ragazzo che, mi vergogno ora a dirlo, si faceva strada con ogni mezzo, senza disdegnare neppure l'uso della violenza. Fu così che mi conquistai il rispetto, o forse dovrei meglio dire, il timore dei miei compagni di sventura, che obbedivano a tutte le mie richieste non era forse pure quel che facevano anche i miei genitori? e mi erano disgustosamente servili, ben conoscendo le dure punizioni a cui andava incontro chi non mi prestava la dovuta deferenza: anche i miei educatori, quelli che avrebbero dovuto cioè bene ammaestrarmi, mi temevano e perciò facevano finta di non accorgersi affatto di quel che avveniva, lasciandomi in tal guisa fortificare oltremodo. Nel terrore degli uni e nell'indifferenza degli altri, mi costruii quindi un piccolo regno votato alla prepotenza ed all'abuso, un piccolo regno di cui mi ero fatto da solo re, estendendo la mia nefasta influenza su ogni cosa, perfino fuori dell'orfanotrofio. Per questo, appena compii i diciotto anni, potei subito uscire dall'orfanotrofio senza problemi e, avendomi la mia triste fama già preceduto fuori degli angusti confini dell'istituto dove stavo, ebbi pochi ostacoli ad inserirmi nella società. Grazie al mio indiscusso ascendente sui giovani, mi misi nel mercato dei furti, poi mi estesi a quello della droga ed infine a quello del racket, mentre facevo una rapida carriera, passando da luogotenente di uno dei più noti boss malavitosi a suo uomo di fiducia, diventando infine, con un

13 improvviso colpo di mano ai danni del vecchio gotha, uno dei capi del cartello criminale che governava la città di Norien, uno dei pochi che aveva il potere di vita e di morte e Dio solo lo sa come non ebbi certo scrupoli ad usare, con ferocia e raffinatezza non ero forse di nobili natali? tale potere, pur di rafforzare la mia supremazia assoluta! In virtù del potere che avevo, nessun piacere, neppure il più folle o raffinato, mi era negato ed indulgevo, con un certo fatalismo misto ad ansietà, in ogni tipo di sfrenatezza, alla vana ricerca di una felicità che, seppur momentaneamente raggiunta, infine svaporava subito come una bolla di sapone, lasciandomi un sapore amaro in bocca, e, per quando cercassi qualcosa che potesse per sempre rasserenarmi, ero invece divorato da una fame insaziabile di felicità che mi rendeva costantemente infelice ed insoddisfatto, così che sebbene fossi sempre in compagnia, mi sentivo ciononostante perennemente solo. Nell'olimpo inarrivabile dove stavo, ero ricco ed infelice, potente ed insoddisfatto, acclamato e solo, odiato ma temuto. Certe volte nel silenzio della notte, guardando dall'alto della mia suite la città che si stendeva sonnacchiosa ai miei piedi, pensavo al mio destino. Da promettente erede di una delle famiglie bene della Noringia a signore delle tenebre del lato oscuro di Norien, due vite completamente diverse, ai versanti opposti del bene e del male, senza affatto conoscere le sfumature intermedie: solo bianco o nero, nessuna tonalità di grigio Non mi riconoscevo affatto nella vita viziata che avevo vissuto sino agli otto anni, ma i miei genitori, se fossero stati ancora vivi, non avrebbero di certo affatto riconosciuto in me il loro bravo figlioletto prediletto. Raramente, piuttosto raramente, mi coglieva un debole senso di colpa, ma rapidamente mi autoassolvevo: non era colpa mia quello che ero diventato. Tutti mi avevano abbandonato, nessuno mi aveva aiutato: era forse colpa mia se avevo cercato di sopravvivere? Era colpa mia se ci ero riuscito così bene da ripagare con la stessa moneta ricevuta la società che tanto mi aveva aiutato? Tutto ciò però non toglieva che la mia invidiatissima vita con gli

14 enormi privilegi dello status sociale raggiunto ho dimenticato di dire che mi ero messo in politica, diventando presto un potente senatore, e che avevo partecipazioni nelle varie società e banche che controllavano la Noringia! mi lasciavano profondamente insoddisfatto, sentendo che mi mancava qualcosa, qualcosa che se l'avessi compresa avrei subito cercato di ottenerla per essere pienamente felice. Ma che cos'era che mi mancava? Che cosa mancava a chi aveva davvero tutto, potere, ricchezza, salute e giovinezza? Gli anni sarebbero potuti continuare a passarmi davanti inesorabilmente uguali, procedendo monotonamente io con sempre più ricchezze e più onori, e nel contempo, con sempre maggiore scontentezza, se non fosse che il destino mi frappose un insignificante granello di polvere, che presto diventò un enorme macigno per i miei perfetti ingranaggi di vita che mi ero costruito. Dovete sapere che, nella mia malvagità, mi accanii particolarmente sui miei lontani parenti, che in cuor mio ritenevo gli unici veri responsabili delle disgrazie che avevano seguito la morte dei miei genitori, ed in questo disegno di fredda vendetta, provocai la loro rovina economica, riducendoli sul lastrico, e li sospinsi inesorabile sulla via della vergogna e dell'abbrutimento, facendo loro perdere ogni minima dignità e trasformandoli in disonorevoli reietti della società, provando segreto compiacimento nell'informarmi della loro sorte e nell'apprendere gli abissi di ignominia nei quali man mano scendevano. Li ridussi a mendicanti che contemplavano le ville che un tempo erano loro, a marioli che si prestavano ad ogni bassezza pur di avere il pane per la giornata ed ogni pudore feci perdere alle loro donne, inducendoli a prostituirsi. Se questa non fu la più feroce e la più crudele delle vendette possibili Una sola dei parenti però resisteva ai miei continui tentativi di umiliazione, mantenendo nella miseria la compostezza e la dignità che un tempo le competevano ed il suo esempio era di positivo sprone per i suoi fratelli e sorelle che, pur nell'indigenza, non cedevano all'avversa sorte,

15 tirando a vivere onestamente col sudore della fronte, prestandosi, con umiltà, a qualsiasi lavoro, purché non disonorevole. Né le minacce alla sua incolumità, né le lusinghe di una possibile vita migliore concedendo il suo corpo, riuscirono in alcun modo a piegare questa mia lontana cugina, per cui alla fine, dopo innumerevoli quanto vani tentativi, spazientito, ancorché ammirandone quella fierezza che mi ricordava la mia stessa tempra, me la feci condurre davanti per vedere come potevo finalmente attentare e prostrare la sua virtù. Nei suoi occhi non vidi né paura, né odio, né disprezzo per me, ma solo pietà e compassione: come poi in effetti seppi, non ce l'aveva affatto con me e, pur condannando recisamente il mio operato, mi capiva, comprendeva, anche se non lo giustificava, la mia truce vendetta, ripetendo sempre ai suoi familiari che stavano soltanto raccogliendo ciò che avevano prima seminato, odio in cambio dell'indifferenza. La sua fierezza e le sue parole, unite all'avvenente bellezza del suo giovane aspetto, mi conquistarono, al punto che la feci riportare subito a casa, ammonendo i miei uomini di non fare più il minimo danno a lei ed ai suoi parenti. Ancora sento le sue parole: «È giusto ripagare con la stessa moneta, ma se sei stato così zelante nel ripagare tutto l'odio ricevuto, hai allo stesso modo saputo ripagare tutto l'amore ricevuto?». Era vero: l'amore immenso che i miei genitori, fino all'ultimo, avevano incessantemente riversato su di me, che fine aveva fatto? A chi poi avevo saputo trasmettere a mia volta quell'amore? «Non è mai troppo tardi per ricominciare, pensaci!», aveva lei aggiunto, ed anche in questo aveva ragione La pudica rosa era diventata il macigno che aveva fermato, a sorpresa, il gelido acciaio dei miei perfetti ingranaggi. Da allora, infatti, allentai la mia nefasta morsa sui miei parenti ed anzi mi adoprai per riportarli agli antichi fasti, traendoli dal fango dove li avevo spietatamente gettati. Avevo un potere ed una ricchezza che neppure i miei genitori avevano mai avuto e, dopo le parole di Susan, così si chiamava mia cugina, decisi senza tentennamenti che era ormai tempo di fare del

16 bene alla società, ripagandola con gli interessi di tutto il male che aveva subito. Non era più il tempo dell'odio, ma il tempo dell'amore ed io non ero ormai più lo stesso di prima, dopo quell'incontro e forse avevo finalmente scoperto come essere felice quel segreto sempre vanamente inseguito E così morì il vecchio Tom Hellfinger e nacque il nuovo Tom, ma questa è un'altra storia. Considerate però questo soltanto: in un unico corpo si possono vivere tante e tante vite, infinite stagioni dell'esistenza, alcune belle, altre meno, illimitate sfumature tratte dall'incomprensibile tavolozza della lotteria del destino, morendo la vecchia vita e rinascendosi a nuova vita, al punto di essere talmente diversi tra una stagione e l'altra, da poterci dire a buon titolo individui diversi che solo per caso hanno condiviso lo stesso corpo. In questo perenne ed incessante ciclo di morti e di rinascite, tutti cicli di lunghezza incostante ed imprevedibile, però solo i più fortunati tra di noi riescono ad evolvere verso individui migliori ed io nonostante tutto, anzi, proprio per tutto ho avuto questa rara fortuna. Avola, 18 giugno 2010 Maurizio Luminoso

17 3 L'ALFA E L'OMEGA Cosa rappresentano la vita e la morte di una persona, se non l'alfa e l'omega, l'origine e la fine, su una strada decisa non si sa perché, non si sa da chi, non si sa come, in un percorso già ineluttabilmente tracciato? Sarebbe nella naturalità delle cose che, così come la vita nascie, la morte arrivi, ma non allorché deliberatamente lo si decida, e, soprattutto, se non si hanno che sedici anni. le strade del borgo antico odoravano dell'uva appena pigiata nei tini che uscivano dalle cantine, riportando alla luce l'uso di un retaggio d'altri tempi. Quasi a far rivivere le radici tornate a galla dal rimosso, nel centro storico della città dove ognuno s'improvvisava contadino per rifornirsi di vino, un ragazzo troppo triste varcava la soglia di una finestra per volare giù e spiaccicarsi sui sampietrini della strada. In tutte le case, compresa la sua, ci si preparava per la cena, mentre il suo disagio si compiva con l'andarsene tra gli svariati fumi che donano l'ebrezza. E così anche il sabato se ne andava verso la notte tutta da vivere, con le sue attese, per consumarsi tra i rumori che stordiscono e l'illusione che uccide. Intanto che egli se ne andava, i ragazzi come lui decidevano col proprio gruppo cosa fare per tirare mattina, ritenendosi i padroni dell'inebriante notte rumorosa. In tal modo, mentre lui lasciava questo mondo perché non ci stava più bene, tutti gli altri pensavano a divertirsi, ignari che uno di loro non ci sarebbe stato mai più a sorridere. Nella fredda sera d'autunno, la strada stretta era quasi deserta, quando all'improvviso lo avevano visto cadere sul selciato. Vestito soltanto del pigiama, in un tragico momento, egli aveva deciso di lasciarci; solo, per

18 andarsene verso il niente che lo inghiottiva, lui aveva realizzato così di rifiutare il proprio gregge di appartenenza. Un monello solitario tirava calci ad un pallone, quando ad un tratto egli lo aveva visto volare giù, Nudo fagotto di carne, spiaccicarsi sul selciato che s'intrideva di sangue e lo aveva guardato senza capire. Tra gli altri sgomenti, egli lo vide e gli chiuse gli occhi, pur non potendo far nulla perché non si facesse male alla fine del volo, prima che diventasse un niente da rimpiangere e venerare. Chi può dire quale fosse il disagio che vivevi, giovane come tanti che non apprezzano l'esistere, considerandolo troppo faticoso da affrontarsi giorno per giorno? Non lo avrebbero saputo mai i suoi compagni carichi di fiori e di fazzoletti che nascondevano lagrime di compassione, mentre cercavano di pregare per lui. Proprio come quel figlio sconsolato, con il loro pianto, essi ammettevano di essere le vittime designate del nostro tempo confuso. In presenza del povero spirito vagante, la folla della strada guardava piangendo quel corpo senza vita, che aveva voluto morire, forse nella perenne ricerca del bello. Era un giorno di ottobre inoltrato quello alla fine del quale il figlio di Angela aveva deciso che non valeva più la pena di vivere. In base a quali criteri quel ragazzo, in apparenza pieno di vita, avesse valutato giusto di compiere un gesto considerato così assurdo da chi non era nella sua stessa condizione spirituale, una volta andatosene, non avrebbe potuto più dircelo, né i suoi genitori che lo avevano amato sopra ogni cosa al mondo, avrebbero potuto desumerlo da atteggiamenti vanamente ricordati, o da espressioni diventate vangelo da decodificarsi tra le pieghe del non detto, da leggersi tra le righe delle ultime parole pronunciate dall'adolescente scontento, con l'indifferente arroganza dei giovani che tutto sanno e nulla desiderano apprendere dai grandi, verso i quali talvolta solo per partito preso, provano avversità e non esitano a reputare nemici. Ma a far tornare vivo il figlio all'affetto dei genitori non sarebbero servite le immancabili analisi sociologiche che di certo ci sarebbero state a iosa a tentare di capire il suo gesto solitario e a riportarlo a casa. Quei poveri genitori disperati non l'avrebbero più potuto sentire respirare,

19 vederlo uscire vestito con la casualità dei giovani, non avrebbero nemmeno saputo come immaginarlo protrarsi in un futuro che non ci sarebbe stato mai più. Cosa avrebbero potuto dire, da lì in avanti, suo padre che l'idolatrava e sua madre che lo riteneva il progetto migliore uscito da lei, se non che lo aveva desiderato sopra ogni cosa, sfidando l'età e le convenzioni? Aveva superato i quarant'anni, quando suo figlio aveva visto la luce, in seguito ad una gravidanza difficilissima. Tornando a ritroso con la mente attraverso tutti i valori che pure sperava di avergli trasmesso, da quella sera in poi, si sarebbe sempre chiesta dove aveva sbagliato, la povera donna distrutta, incapace di darsi una risposta possibile. Come il ritornello ripetuto da un disco rotto, a vuoto avrebbe rivolto incalzanti domande a se stessa. Purtroppo però, per quanti sforzi potessero farsi, mai nessuno le avrebbe dato risposte consolanti. Eppure anche suo figlio era stato un bambino da coccolare, un fagottello piagnucoloso cui cantare una ninnananna per calmarne le paure, un piccolino da far diventare uomo. Come aveva potuto dimenticarlo in quell'attimo infausto d'eternità che fu suo, soltanto suo? In nome ed in favore di quali negatività quel ragazzo che pure era stato bambino, aveva potuto scordare quei valori, se a soli sedici anni una lametta da barba e un tetto spiovente gli erano sembrate le ancorette cui appigliarsi non per salvarsi, bensì per farla finita col sole, con le stelle, con i colori dell'arcobaleno? Nel fiume di parole che da quella sera e nei giorni a venire per un poco avrebbe scorso inadeguato per commemorare il suo breve passaggio quaggiù, quel ragazzo non si sarebbe ritrovato. Dalla dimensione dov'era capitato, gli sarebbe sembrato che avessero parlato d'altri, appellandoli con il suo nome e forse avrebbe finalmente riso, nel mondo lontano da cui quelle parole gli sarebbero giunte ipocrite. Se, quel figlio unico forse troppo viziato, un ragazzo sicuramente troppo solo, era stata una pecorella svanita tra i fumi dell'alcool che complicano vieppiù l'esistere difficile, sarebbe stato necessario chiedersi

20 quanto ci aveva pensato per decidersi di andarsene tutto solo. Cosa lo aveva affascinato perché potesse compiere l'assurdo viaggio in compagnia dell'illusorio star meglio? Così è tanto difficile alla mia età immaginare cosa significhi essere giovani ora, che non ci provo nemmeno. Perdona a me e agli altri, tu che giovane rifiutasti di essere oltre. Ti chiedo perdono per l'indifferenza verso una condizione che pure fu nostra e l'abbiamo dimenticata. Come acqua torbida che va a buttarsi nel mare dell'indifferenza, una volta che sia passata la bagarre per purificarsi nel cammino, anche il tuo nome tornerà ad essere pronunciato pulito, una volta che il tempo lo abbia purificato dell'accaduto. Pellegrino dell'immenso universo che ti toccherà percorrere da solo, abbi pietà per quelli come me che non seppero alleviare il tuo disagio. Guarda con compassione a quei puntini neri che pure ti furono cari e che si fanno sempre più minuscoli nel desiderio che la terra li inghiotta, tanto manca loro la tua essenza giovane. Sappi che se non fummo in grado di sentire i tuoi richiami, non fu tutta colpa nostra; anche noi vivevamo il disagio dell'essere uomini fallibili. Nell'incapacità di comprendere di quel disagio i vari perché. Se non t'ascoltammo, perciò, non fu perché non volemmo, ma non sapemmo farlo. Dal mondo del vero dove ora vivi, perdona a tutti noi che pure ti amammo, poiché, nostro malgrado, non riuscimmo a capirti. Non negarci il tuo perdono, perché perdendoti fummo già troppo puniti. Rimpianto, nostalgia, forse tutto questo messo insieme, ma alla base delle sensazioni provate da Angela quando perse suo figlio, lei sapeva per certo che c'era soltanto tanta amarezza, delusione e dolore per le sfide che non aveva vinto, per le gioie che non aveva provato, per il tempo che le era sfuggito dalle dita inutile e vuoto. Quel senso di perdita che le faceva mancare il respiro quando la

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