SCENDENDO! Gianluca Padovan

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1 SCENDENDO! Gianluca Padovan 1

2 2...a noi, così, semplicemente

3 Testo: Gianluca Padovan. Foto: Gianluca Padovan. 3

4 «Il forestale sospirò e si guardò la mano callosa, logorata dal contatto con l impugnatura dell ascia e l elsa della spada. Conan allungò il braccio per prendere l anfora del vino. Il forestale lo fissò, confrontandolo con gli uomini intorno a loro, con gli uomini che erano morti lungo il fiume perduto, con i selvaggi oltre quel fiume. Conan non parve accorgersi del suo sguardo. La barbarie è la condizione naturale dell umanità disse il forestale, fissando tristemente il cimmero. La civiltà è innaturale, invece. È un capriccio delle circostanze. E alla fine, inevitabilmente, la barbarie deve trionfare.» Robert Ervin Howard, Conan il guerriero Nota. Per quanto riguarda l inquadramento cronologico, nel testo verrà omessa l indicazione «C.», abbreviazione della parola «Cristo». Ovvero si segnerà, ad esempio, «IV sec. a.» e non «IV sec. a.c.»; non «II sec. d.c.», bensì «II sec. d.». Si indicherà cioè semplicemente il prima o il dopo il cosiddetto «anno zero». 4

5 Premessa Sono una foglia nel vento Noi non sappiamo. Sapere è potere, sapere è sofferenza: dipende da che parte stai. Noi non sappiamo nemmeno di non sapere, non ce ne rendiamo conto e quindi non possiamo beneficiare dello stato di grazia di quel filosofo che disse, forse solo per sé stesso: «io so di non sapere, quindi so». Quando mi mettono a disposizione i giornali gratuiti fremo di paura: dove mi stanno fregando, per darmi a costo zero tanta informazione? Quando mi fanno firmare moduli su moduli per la tutela della cosiddetta «privacy» ho un moto di sconforto e una certezza: la privacy non esiste più. La massificazione di «Internet», sistema militare dato ai civili per giocarci e risparmiare ai militari un sacco di lavoro, mi fa capire che galoppiamo un cetaceo alato. Non stupiamoci se ci staccherà la testa. Oggi c è pure libro-faccia: «Facebook». Scrivete diligentemente tutti i vostri più intimi pruriti e completerete il quadro delle informazioni su chi siete, come e cosa pensate. Senza «Internet» e «Facebook» l informazione per tenerci sott occhio gli sarebbe costata un vero e proprio capitale in tempo e in denaro. Ma non è questo il punto. Noi non conosciamo la storia, quella con la esse maiuscola. Chi conosce la storia anche di un solo popolo sa cosa questo farà, sa come penserà. Sa come e perché potrebbe reagire e quindi, siccome prevenire è meglio che intervenire, lo sederà, lo tramortirà, lo svierà in qualche modo. Ma, innanzitutto, come ammoniscono taluni film «archeologicoavventurosi» interpretati da Harrison Ford, la conoscenza fa male alla salute. E chi la vuole sapere è sempre e indiscutibilmente il «cattivo di turno». La cosa da nascondere va messa in una cassa di legno assieme a un altro migliaio di casse di legno piene di nulla, ma dello stesso peso: chi potrà trovarla? Chi conosce la storia, rispetto a voi, è sempre un miglio più avanti e vi aspetta al varco. Noi andiamo a scuola per imparare quello che hanno stabilito da programma ministeriale, affinché possiamo tornare manovalanza utile, ma non senziente, non conoscente e quindi non agente. Soltanto bovinamente producente. Noi dobbiamo essere solo foglie al vento, senza peso. 5

6 1. Dentro il sogno Nel Segno del Falco Io sono uno speleologo e vedo mondi che non possono essere visti in altro modo che scendendo. Scendere è la parola d ordine. Scendendo è il mio credo. La mia fantascienza è immaginare quello che ci può stare sotto, ma nell istante in cui scendo l attore sono io. Fantascienza diviene scienza nel senso ch esiste. Io la percorro. «Sono sceso!» è la mia affermazione nell essere vivo. Ci s infila, comunque, in qualcosa. Può essere un ginepraio, un budello nella roccia che ti fa imprecare, un attrazione che ti fa perdere la ragione o solo del gran tempo. Ma è pur sempre vita. Per me la fantascienza è la reminescenza di qualcosa di passato che cerchiamo di fare rivivere nell ipotetico futuro sulla carta stampata e nei film. Esprimere la fantascienza è il preciso intento d imbonire la folla, il goffo tentativo di farle credere che è oppressa e si può e si deve ribellare. Fantascienza è inculcare un sentimento d amore nei confronti di un alieno, ma pure l avvisare che l alieno non va bene e bisogna abbatterlo, oppure che siamo sempre in colpa e dobbiamo subire le conseguenze degli atti alieni. Tanti messaggi con un solo scopo: creare confusione. Plasmare l essere incerto, l essere confuso, l essere umano perfetto in quanto docile e imbelle. Ma qualche messaggio va, volutamente o meno, a fare vibrare qualcosa di ancestrale, una piccola e sottile corda che in qualcuno di noi ancora si conserva. Quella musica è potenza divina! Le prime immagini del film Conan il Barbaro, uscito nel lontanissimo 1981, mostrano cime innevate e il padre di Conan in compagnia del figlio. E così gli dice: «Fuoco e vento provengono dal cielo, dagli Dei del cielo, ma è Crom il tuo dio, Crom che vive nella Terra. Un tempo i Giganti vivevano nella Terra, Conan, e nell oscurità del caos mistificarono Crom e gli sottrassero il segreto dell acciaio. Crom si adirò e la Terra tremò e fuoco e vento abbatterono quei Giganti e scagliarono i loro corpi nell acqua. Ma nel loro furore gli Dei si dimenticarono il segreto dell acciaio e lo lasciarono sul campo di battaglia. E noi che lo trovammo non siamo che uomini, né dei, né giganti. Solo uomini. E il segreto dell acciaio ha sempre portato con sé un mistero. Devi impararne il valore, Conan, devi impararne la disciplina, perché di nessuno, di nessuno al mondo ti puoi fidare, né uomini, né donne, né bestie. Di questo solo ti puoi fidare...». E il padre di Conan indica l acciaio che costituisce la spada. Spada che tiene tra le mani e che lui stesso ha forgiato. Poi la pone tra le mani del figlio. Lo speleologo non brandisce la spada. Lo speleologo impugna il martello, pianta i chiodi a espansione nella roccia a cui assicura i moschettoni e la corda per scendere 6

7 sotto. Chiodo dopo chiodo, corda dopo corda, procede nelle immensità degli spazi profondi. Lo speleologo veleggia dentro di lei, dentro la Terra. E forse cerca, come un falco, la sua preda. Falchi di palude Rimasi incantato dal volo dei falchi, tanto che un giorno una testa di falco divenne il marchio dell associazione speleologica che fondai. E tutto cominciò al Forte di Fuentes, la cosiddetta porta nord dello Stato di Milano. Vi andai più e più volte per assaporare il fascino dei suoi ruderi fagocitati dalla lussureggiante vegetazione, sicuramente per esplorare e capire i suoi sotterranei, certamente per vedere i falchi di palude. Non avevo mai visto prima così tanti rapaci e così vicini. L inconfondibile grido aveva il sapore di qualcosa di arcano, di andato disperso nelle nebbie del tempo, nelle guerre degli uomini. Il loro librarsi in volo, il modo in cui ruotavano il capo nobile e fiero, l eleganza del loro tuffo sulla preda mi parlavano al cuore. Tutto mi chiamava a gran voce dal passato. Ma ancora non colsi. Mi persi tra i libri che descrivevano le vicende del forte costruito ai primi del XVII secolo, inizialmente in «terrapieni e fassinade», poi pian piano, con calma, tra i miasmi delle acque stagnanti, venne edificato in muratura. Fu eretto sulla cima di un colle contornato dalle paludi, il famoso Pian di Spagna, dove la gente moriva di febbri e dissenteria, ma imperturbabile il governatore spagnolo dello Stato di Milano vi manteneva la guarnigione a controllo degli sbocchi della Valtellina, occupata dai Grigioni con le fluttuanti amicizie francesi e veneziane. Sentivo il sapore dell acciaio, sentivo i lamenti dei morti di peste ammucchiati e murati nei sotterranei, la fretta dei commilitoni nell evacuare la fortezza. Sentivo il sapore dell acciaio e basta. Volevo impugnarlo, quell acciaio. Volevo trovare il filo di quella leggenda che ancora si sussurrava nei cascinali fuori Colico, borgo fortificato da cui partivano le bestie da soma cariche di barili d acqua per la guarnigione del Fuentes. Eppure c erano cisterne sotterranee, sotto la sua piazza d armi, ma continuavano a portargliela nei barili. Forse l acqua si corrompeva troppo in fretta, forse gli Dei non volevano che quel colle continuasse ad essere indebitamente occupato. Ma le leggende parlavano chiaro: decine e decine di soldati morti erano stati buttati in qualche sotterraneo ricavato al di sotto della piazza d armi con il proprio armamentario e murati: non c era tempo di seppellire chi crollava affetto dal morbo, magari mentre ancora montava di guardia. Sicuramente gli Dei non hanno voluto che impugnassi quell acciaio straniero, negandomi la scoperta di una bella spada. Bella solo nei sogni, perché secoli d umido e di stillicidio non potevano che averla resa un grumo informe di ruggine. Tutto si riconduce a un cerchio, o meglio a una spirale di fumo col minatore che cava, il fabbro che forgia, il cavaliere che impugna, la terra che accoglie, la ruggine che 7

8 ingromma, il «raccoglione» che cerca, la spazzola che netta, la bacheca che espone, il tempo che inesorabilmente (a nostro dispetto e fortuna) dissolve. Ma quando intraprendi qualcosa è come dare inizio ad un cerchio e devi sempre portare a termine l opera. Sempre. E così ho capito che il tempo inesorabilmente scorre e quasi tutto muta. Sentendo o sognando È l alba, il momento del sogno. È lì, è reale, mi protendo in avanti per coglierne l essenza e questa svanisce. La mano si allunga sulla radiosveglia che ulula come il lupo grigio nella steppa. La mano ciondola a mezz aria, incapace di giungere a destinazione e bloccare il frastuono. Il momento si cristallizza nell impulso di mettere da parte il proprio progetto, il proprio sogno, e continuare a dormire. Ma ho un progetto, un sogno e soprattutto l appuntamento con lei. Con lei che mi attende. Lei! La vidi nell ombra della sera. Non credevo che potesse penetrarmi dentro, ma così dentro da perdermi, da farmi improvvisamente capire cosa volesse dire perdersi in un sospiro, in un pensiero, nella semplice foto. Era piccolissima, in verità: una foto da provino in bianco e nero. Ma quella foto mi abbacinò. Mi ci persi perché scatenò in me qualcosa d ancestrale. Era lei, veniva dal tempo, quel maledetto bastardo che mi rincorre, mi galoppa dentro e non mi molla. Il tempo. Un tempo la trassi a me, in quella casa dal tetto di torba piantata nella brughiera e in mezzo al sapore dell erica, sotto quella coltre di lana intessuta a mano e mi pareva d avere tra le mani qualcosa di prezioso, molto più che umano e prezioso. Non so descriverlo, quel momento, ma le accarezzai la pelle, scostai dolcemente quella cascata bionda, biondissima e capii quando sentivo gli anziani raccontare, solo allora capii cosa volesse dire «accarezzare la seta». Quella foto mi fece realmente capire chi lei fosse. E composi una poesia. Occhidipinti Consumerò quegli occhi nel mio guardarli a lungo attraverso le lacrime che vagano tra un secolo e l altro cercandoti nei roghi del tempo su quella foto che solo ricorda, o quel dipinto che muto sussurra di averti tenuto a me in quei momenti rubati al pagliaio nel bosco che tutto ti dice, 8

9 nell erba che piano ti segna, nell altra era nell altra epoca in un altro tempo che mi rincorre e non mi lascia nel sogno carpirti ancora un momento. Il sogno è una faccia della medaglia, l altra è la veglia. La veglia è il momento dell inferno su questa Madre Terra. Mi sono spesso domandato come taluni siano riusciti a gabbare una moltitudine d individui vendendogli la storiella che in vita dovevano soffrire per guadagnarsi un supposto paradiso. Cerco di affrontare quello che mi vado a cercare perché non mi piace ascoltare gli imbonitori di folle, i «persuasori occulti» i quali ti dicono di startene a casa buono buono a guardare la partita di calcio sulla tal rete tivù perché «sei protagonista». Protagonista deriva dalle parole greche «primo» e «lottatore». Questi ci vogliono lottatori del telecomando, orfani del nostro cervello. Oggi, se prendiamo il vocabolario, vediamo che il protagonista è l attore che interpreta il ruolo principale. Anche qui siamo messi malino, costretti a recitare una parte non nostra per un produttore che non ci siamo scelti. Noi siamo noi e non protagonisti. Noi recitiamo per noi stessi. Ma, sempre, fortissimamente e in ogni caso dobbiamo essere noi: solo così il tempo e le energie sottili ci comunicheranno qualcosa, solo così potremo dire di avere effettivamente vissuto. Io mi sveglio e la penso, non la fregatura che ci sta dietro al quotidiano, ma Lei e il suo volto radioso che m insegue nel tempo. Poi un giorno accadde. La incontrai, o forse è meglio dire che nuovamente, ancora una volta la incontrai sotto spoglie umane, in questa vicissitudine chiamata «vita», che noi conduciamo sul globo terracqueo. Uno davanti all altra, sotto umane spoglie. La riguardai negli occhi e la Madre Terra mi parve improvvisamente meravigliosa. Reminescenze Quando si vaneggia sulle vere o supposte o semplicemente favoleggiate vite precedenti ci si figura grandi cavalieri, eroi, ricchi mercanti. Un tipo curioso mi disse che lui si vedeva con una gran palandrana di velluto marrone e un berretto elegante ornato di pelliccia bianca. L antesignano del pappone! Me lo dissi senza dargli a vedere la mia ilarità. Tutti ci si figura belli, nobili e ricchi. Io non mi figuro. Sento solo che ho penato, ho fatto fatica a tirare avanti. Sento che ho sempre o quasi combattuto. E questo mi rende la permanenza odierna ancora più seccante perché quel che so fare meglio 9

10 stavolta non me lo fanno fare. Ma non è corretto: quello lo so già fare e credo sia meglio imparare a fare altro. Lei la ricordo nel crepuscolo. Eravamo accampati alla sommità di una collina macchiata da bassi cespugli duri e irriverenti con le vesti che vi s impigliavano nel vento freddo. Si stabilirono gli ordini per i turni di guardia e la ricognizione, laggiù al guado. Lei aveva i capelli biondo oro sciolti che uscivano da sotto la spessa cappa di lana e si esercitava pigramente con l arco contro un vecchio ceppo d albero. Chi era lei? Chi eravamo noi? Queste domande non avranno qui risposta, sono solo mie. Posso però dire che nell ansia dello scontro ci si sente quasi euforici, quando si è certi della vittoria. Nell ansia della morte ci si sente più che mai vivi e l abbattere l avversario ci dà una carica prepotente, che desideriamo ripetere, replicare, rinnovare. Dopo la battaglia, assisi alla lunga tavola, semmai poi vi potrà ancora essere, ti guardi attorno, lentamente, mentre mastichi il cibo che non ha più sapore e conti, conti quanti ne sono rimasti dei tuoi, quanti ne ha portati via la morte, quanti ne ha resi inabili la sconfitta, come non saranno mai più belli e giovani i tuoi giorni. Sempre quella maledetta medaglia dalle due facce. Sempre un bianco e un nero entro cui si rinserrano sogni e speranze, scelte ed azioni. Penso che una vita vada vinta. Nel corso della nostra vita dobbiamo conseguire una vittoria che sia «la vittoria!». La prima regola è non mettersi mai in condizione d essere sconfitti, in quanto una o forse la prima cosa da fare è l applicare la tattica. Che sia leale, che sia a testa alta, ma puntualmente pensata, meditata, questa tattica. La vita stessa, come recitavano taluni samurai, è una questione di tattica. Così ha tramandato Miyamoto Musashi, probabilmente il più noto samurai dell antico Giappone, nel XVII secolo: «Coloro che percorrono la via dell Hejō, sia in Cina che in Giappone, sono chiamati maestri di tattica militare. I guerrieri devono conoscere perfettamente questa via». 1 Hejō significa «strategia» e l Hejō è «l arte del samurai». 2 Ma ci sono dei momenti, dei frangenti, delle situazioni che vanno affrontati e basta, anche se si è certi della sconfitta. Ci si deve battere, anche a costo della morte. Non vi è alternativa, lo si deve fare, con impeto e a testa alta. Sempre Musashi però esorta: «Chi voglia intraprendere la via dell Hejō tenga a mente i seguenti precetti: Primo: Non coltivare cattivi pensieri. Secondo: Esercitati con dedizione. Terzo: Studia tutte le arti. Quarto: Conosci anche gli altri mestieri. Quinto: Distingui l utile dall inutile. Sesto: Riconosci il vero dal falso. Settimo: Percepisci anche quello che non vedi con gli occhi. Ottavo: Non essere trascurato nemmeno nelle minuzie. Nono: Non abbandonarti in attività futili». 3 10

11 Lei la perdemmo pochi mesi dopo, nel corso di uno scontro non voluto, serrati dappresso dalla cavalleria avversaria. Lei si battè, come sempre, bene e con coraggio. Ma guardandola oggi vedo la sua melanconia d allora. Una melanconia che derivava forse da un indole congenita, forse dalla sensazione di camminare fianco a fianco alla morte da tanto e troppo tempo, per lei così bella e delicata, piena di sentimento, ma ferma nei suoi intenti di voler vivere da persona e fondamentalmente libera. Oggi soffriamo meno d allora nel sentirci sfruttati e novelli schiavi. Forse perché la tempra del sangue s è svilita, forse perché la coscienza di noi stessi è un po annacquata, probabilmente perché non ci siamo ancora tolti di dosso le tante morti, i tanti lutti, che preferiamo piegare un poco il capo, ma ritrovarci ancora tutti alla tavola della nostra vita. Ma per mangiare cosa? Lei Questa città smisurata si confonde con tutta la serie di paesi che le fanno da pancera, i quali a loro volta si estendono a dismisura divorando boschi e campagne, rogge e fontanili. Tutto ciò mi genera una strana forma di claustrofobia. Le vie di fuga sono i monti con le loro grotte, le vie d evasione sono i sotterranei che ciechi si dipanano sotto ogni città. Mi sento prigioniero di un contenitore fatto di mattoni, cemento e plastica. Cementificazione. Abbattimento delle tradizioni. Suppongo si abbia necessità, talvolta, di qualcosa di vecchio, se non di antico, a cui fare riferimento. I sotterranei mi attirano più delle grotte, seppure in queste vi sia l alito del drago che sempre mi chiama. Non devo nemmeno sforzarmi a ricordare, intanto che scrivo. Lei ce l ho ancora davanti agli occhi, con il cappottone spigato bianco e nero che non rende giustizia ai suoi fianchi e un acconciatura di capelli assai bizzarra, che la fa apparire strana, disarmonica. Ecco quello che intimamente mi infastidisce: la disarmonia. Quando guardo vecchie foto d epoca vedo le donne con questi capelli ordinati, talvolta sciolti, altre in acconciature per noi oggi inusuali, ma tutte richiamano e al contempo emanano armonia. Lei l ho conosciuta in autunno inoltrato. In un altra città. Preso da me stesso, badai solo alle apparenze, all importanza che mi davo nel compiere un lavoro un po fuori dall usuale e l attimo si dissolse. Capitò nei sotterranei del castello arroccato in collina accompagnata dalla fidanzata di mio fratello, socio dell Associazione Speleologica Falco. Mattoni solfatati e chiazzati di salnitro, odore di muffa, tipica polvere degli ambienti lasciati a sé stessi. Festoni di ragnatele carichi anch essi di polvere. Persino i ragni dovevano accettare l ineluttabilità del sito e l invadenza dei nostri piedi che calpestavano ovunque, frenetici, nell ansia di trovare il passaggio 11

12 segreto. Due vani contenevano scaffali di bottiglie, il resto poco ciarpame tartassato dal tempo. Ma sotto i resti di un bancale ecco apparire la bocca tonda di un pozzo, privo di vera, a filo di pavimento. La faccia sconosciuta comparve proprio in quella bocca tonda di pozzo in cui mi stavo calando piano pianino e prendendo le misure, ma ero ancora a pochi metri al di sotto. Mi saluta, mi chiede cosa stia facendo, ma taglio corto. Mi ha deconcentrato. Sblocco il discensore e decido di partire dal fondo, a misurare il tutto, per chiudere i canali di quella musica strana che mi ha agganciato. Pozzo artificiale. Diametro novantaquattro centimetri. Profondità trentasette metri e sessantadue. Rivestito in mattoni fin quasi al fondo. Fondo in ghiaia, classico pozzo che pescava in falda. Soffio via la polvere dal taccuino, annoto diligentemente, proseguo. Mi piacciono i pozzi, hanno il sapore della vita quotidiana che si protrae nei secoli. Li considero dei monumenti, che pochi studiano perché si fa fatica e magari si rischia pure un poco. Ma sanno d acqua fredda, gestualità che sono un rito, attenzione che richiama armonia. Erano ciò che consentiva quotidianamente la vita nella cascina, nel quartiere, talvolta nell intero abitato e soprattutto in caso d assedio. Un paio d ore dopo riemergo e mio fratello m informa d averne trovato un altro sotto un piccolo tombino in pietra. Lungo il perimetro dell ultima stanza il muro scodinzola in una lieve rientranza, una curvetta priva di giustificazioni ne ha attirato lo sguardo attento. Pochi colpi dati con il tacco della calzatura bastano a intuire e dare mano a una decrepita scopa di saggina, scovata annoiata in un angolo. Sotto la polvere, rinserrata nel pavimento, sta una botola circolare in granito, con anello al centro. Sotto, il pozzo respira a stento. Anche lui secco, dato l abbassamento della falda freatica avvenuto nell arco di questi ultimi decenni. Bel lavoro, peccato non sia ancora saltato fuori il cunicolo di cui si favoleggia, quello che permetteva d andare dal castello al convento e viceversa. Ripenso a quando sono uscito da quel pozzo. Avrei voluto non farlo, sapevo che oramai le cose non sarebbero state più come prima. E ho capito come s invecchia rapidamente quando ci si cristallizza sulle proprie posizioni, quando si desidera essere lasciati in pace dai propri sogni. Lei. Qualche mese dopo capitò in sede, assieme ad altri speleo e tutti ci sedemmo come d abitudine lungo il tavolone di legno nero, povera imitazione di antichi tavoli medievali. Da un freddo autunno il tempo sembrava essersi riallacciato ai tepori primaverili di un sabato pomeriggio, saltando a piè pari il gelo invernale. I capelli di lei erano lisci, naturalmente lisci e biondi, che ricadevano sulla camicetta di pizzo bianca, di un altra epoca, di un altra persona: sua nonna, come poi mi disse. I nostri sguardi si colsero l un l altro, si guardarono e poi si videro. Il richiamo venne dal tempo e io lo ascoltai, turbato ed estasiato come un fanciullo. 12

13 Nella Sfinge della Valganna Se l imperativo speleologico è «scendere!», la formula migliore per affrontarlo è «adesso!». Le domando cosa faccia in serata e due ore dopo partiamo. Imbocchiamo l autostrada per andare a passare la notte in un posto che mi ha sempre affascinato. Anni prima, riordinando l Archivio Storico del gruppo speleo di cui allora facevo parte (prima di fondarne uno io, ovvero il Gruppo Speleo Falco), trovai parecchio materiale sulla cavità artificiale chiamata «La Sfinge della Valganna», meglio nota tra gli speleologi come «Antro delle Gallerie», situata a nord di Varese. Scoperto verso la fine dell Ottocento dall Abate Inganni di Milano, l Antro è un intricato sistema di cunicoli e gallerie scavati nell arenaria quarzosa. Non si sa né quando, né da chi sia stato realizzato. Neppure quale fosse la sua destinazione. E come per le cose di cui nulla si sa, anche su di esso sono fiorite storie e leggende, ipotesi e convinzioni. La più vecchia foto scattatavi risale al 1897: due intrepidi, il terzo è il fotografo che in aggiunta è pure temerario, indossano completo scuro, camicia bianca e in testa hanno la paglietta. Uno porta ad armacollo il classico rotolone di spessa corda, verosimilmente di canapa. Parcheggiamo al limitare del bosco. È buio fitto, ma la strada la conosco bene. Dopo poco l aria fredda che soffia fuori dalla galleria ci dà il benvenuto. Lei è titubante, quasi timorosa. Accendiamo le luci fissate sui nostri caschi. La luce porta conforto. E siamo già dentro. Cunicoli e gallerie hanno la forma di botte allungata e le loro altezze oscillano tra i cinquanta centimetri e i due metri. Dalle fessure della roccia trasuda copiosa l argilla, fine, tenace, quasi collosa. Lei è affascinata. Le indico le scalpellature sulla roccia lasciate dagli attrezzi di scavo: «Osserva come siano tutte parallele e diritte quelle che corrono sul soffitto piatto. E decisamente arcuate verso il basso, ma sempre parallele, quelle che disegnano le pareti». Sono lavori troppo ben fatti per essere quelli di una semplice cava o di una miniera, inoltre manca l oggetto della coltivazione, ovvero il minerale. Già, che hanno estratto? Qualche rara patina d idrossidi di ferro? E poi non vi sono chiari cantieri di coltivazione, ovvero il sistema è un labirinto privo di grandi ambienti, se si eccettuano tre salette. Nelle intersezioni tra più rami i lavori di scavo si prendono la briga di rifinire gli angoli. Molti accessi recano incavi e scanalature, quasi che in antico alloggiassero delle porte, da chiudersi con paletti. Dall interno, non dall esterno. Lei mi pone svariate domande, a cui cerco di rispondere con più chiarezza possibile. Tecnicamente questo ipogeo è assimilabile a una miniera medievale, come ve ne sono tante nell arco Alpino. Ricorda, non solo a me, talune miniere del Delfinato e in particolare quella di Brandes-en-Oisans in Alta Savoia, nell Isère (Francia). Gli archeologi francesi vi hanno condotto lunghe e interessanti indagini, riportando alla luce il villaggio di Brandes, situato a ben 1800 metri di quota, e sviluppatosi dal XIII al XV secolo. Nei pressi s inabissano nel monte le gallerie del complesso minerario da cui si estraeva piombo argentifero. 13

14 «Che cos è, allora, se mi dici che l opera è troppo curata per essere stata destinata a cava o miniera, come quasi tutti sostengono?» mi domanda sempre più curiosa e incuriosita. Taccio. Suppongo che in un periodo successivo al suo abbandono l Antro delle Gallerie sia stato sfruttato come cava di arenaria. Sono stati così sbancati alcuni tratti di galleria eliminando vari setti divisori, solette tra differenti livelli del complesso, allargando qualche intersezione e, quel ch è peggio, occludendo numerosi cunicoli e gallerie laterali. Difatti non è completamente esplorato e i livelli inferiori sono pure sommersi dall acqua. Ma il motivo primo che condusse, chissà quanti secoli fa, uomini e fors anche donne, a concepire e realizzare ciò, resta senza risposta. La pietra è muta o forse non siamo in grado di ascoltarla. Anabasi A me la Sfinge della Valganna fa venire in mente lidi lontani nel tempo e nello spazio; mi rammenta così, semplicemente, un passo dell Anabasi di Senofonte. Siamo alla fine del V secolo a. e Ciro il Giovane vuole usurpare il trono di Persia a suo fratello maggiore Artaserse II. Raduna quindi un grande esercito assoldando anche diecimila opliti greci, molti dei quali spartani, celando però abilmente il vero scopo della missione militare. Marcia poi nel cuore della Persia fino a un centinaio di chilometri da Babilonia, dove sulla piana di Cunassa, situata tra il Tigri e l Eufrate, si decidono le sorti degli eserciti e la fama imperitura dell epica impresa compiuta dai Greci. Gli eserciti si spiegano per la battaglia e la superiorità numerica a favore del re di Persia è schiacciante, tanto che dà inizio a un ampia manovra per l accerchiamento dell esercito comandato dal fratello Ciro. Nell intento di prevenire la pericolosa mossa, Ciro stesso, con la sua guardia personale, si lancia alla carica per sfondare il centro avversario e uccidere di suo pugno il fratello. Nemmeno i Greci attendono l impatto e intonato il peana sferrano l attacco sbaragliando completamente un ala dell esercito di Artaserse. Le sorti parrebbero decise, ma nello scontro Ciro è morto e i suoi ufficiali persiani hanno fatto atto di sottomissione passando armi ed armati nelle fila avversarie, sotto il comando del legittimo re. Un ambasciata intima ai Greci la resa, ma il rifiuto è categorico: «Risponde per primo il più anziano, Cleanore di Arcadia, dicendo: Piuttosto che consegnare le armi preferiamo morire. Parla poi Prosseno di Tebe: Vorrei sapere, Falino, se il Re vuole le nostre armi perché ha vinto o se vuole che gli facciamo un regalo: se pensa di aver vinto, che bisogno ha di chiedere; che venga a prendersele!». 4 Falino, consigliere greco al soldo persiano, dichiara che il Re ha vinto perché ha ucciso Ciro, i Greci sono nel suo territorio quindi gli appartengono e volendo può schiacciarli con il suo enorme esercito. 14

15 Replica Teopompo di Atene: «Lo vedi anche tu, Falino, non ci restano che le nostre armi e il nostro valore. Se teniamo le armi abbiamo la possibilità anche di mostrare il nostro valore, ma se le consegniamo, perderemo anche la vita. Non aspettarti, dunque, che vi consegniamo le uniche risorse che ci restano; piuttosto combatteremo per privare voi delle vostre». 5 Infine si tratta la tregua e i comandanti greci, assieme agli ufficiali subalterni, vengono invitati a un banchetto fatto appositamente imbandire da Tissaferne, comandante persiano e loro ex alleato, verosimilmente per ordine del Re. La cena si rivela essere un po pesante e indigesta: tutti gli ufficiali greci sono tutti presi e uccisi a tradimento. Gli opliti non si perdono d animo, eleggono nuovi comandanti, marciano per più di duemila chilometri costeggiando un lungo tratto del fiume Eufrate e superando alcune catene montuose per fare ritorno in patria, sconfiggendo l esercito persiano ogni qual volta si presenti a sbarrare loro la strada. Non percorrono l itinerario dell andata, ma una nuova via, dove incontrano genti e usanze a loro sconosciute, che Senofonte, uno dei comandanti, narra nell epopea dei Diecimila. Ecco il passo che mi ha sempre affascinato, richiamando le città sotterranee che potevano trovarsi anche in Italia: «Le case sono scavate sottoterra e hanno una imboccatura come quella di un pozzo ma sotto sono abbastanza ampie e hanno pure dei passaggi scavati per ricoverare gli animali mentre gli uomini scendono con le scale. In queste abitazioni ci sono pecore, capre, buoi, galline coi loro piccoli e tutte queste bestie vengono governate con il fieno che è stivato all interno. C è anche del grano, dell orzo, legumi e vino d orzo conservato dentro a dei vasi su cui galleggiano i chicchi. Ci sono poi immerse delle canne più o meno lunghe e senza nodi e quando uno ha sete le mette in bocca e succhia. A berla schietta è una bevanda piuttosto forte ma piacevole una volta che ci si è presa l abitudine». 6 I soldati greci prendono commiato da queste genti in amicizia e Senofonte, mediante un interprete, chiede al loro capo villaggio che terra sia quella: «L Armenia risponde». 7 E «anabasi» vuol dire salita, ma anche intesa nel senso di vittoria! Il calore dell acqua gelida Dedalo era un artigiano ateniese il cui nome significa «ingegnoso» e passò alla storia per avere costruito su incarico del re di Creta Minosse un labirinto sotterraneo dotato di un solo accesso. Dentro venne confinato il Minotauro. Non è che Dedalo si limitò a sfruttare una preesistente miniera? L Antro delle Gallerie è un vero e proprio dedalo, attualmente con un unico accesso. Dedalo fornì il filo ad Arianna, la quale, a sua volta, lo diede a Teseo per cercare il Minotauro nell intrico sotterraneo, ucciderlo e guadagnare l uscita grazie al filo che aveva svolto. Conosco così bene l Antro che non ho bisogno del mitico filo per ritrovare infallibilmente la via d uscita. 15

16 Lasciamo sulla sinistra i Rami degli Gnomi, percorriamo la Parabolica, ci fermiamo al Pozzo Quadro. Noi speleo abbiamo il vezzo di battezzare ogni pozzo e ramo con un nome. Così ce lo ricordiamo. Così, quando chiacchieriamo o ne discutiamo, sappiamo sempre dove siamo. Ci protendiamo di testa in un cunicolo bassissimo e fangoso a causa del materiale di riporto che lo ha quasi completamente interrato, passiamo a lato di una frana e siamo nel Labirinto. In questo unico ambiente d una certa grandezza ad oggi noto confluiscono ben nove gallerie, le quali girano, voltano e s intersecano per tornare sempre al punto di partenza. Il mio scherzo preferito è condurci qui gli speleo, spegnere la mia luce e dileguarmi al buio. Tanto la strada la conosco al tatto. Quando va bene ci mettono circa mezz ora e vagonate d imprecazioni per uscirne. Altrimenti sono costretto a tornare sui miei passi e ripescarli. Qui dentro c è un silenzio fresco, carico di storia. Gli echi di chi scavò non giungono alle mie orecchie, non penetrano il mio sesto senso. La prendo per mano, la guido su è giù per il Labirinto e per noi il tempo si è dissolto. Visitiamo un infinità di rami, scendiamo di livello incontrando quelli allagati. Sotto tacciono indisturbate le gallerie sommerse. L acqua ora azzurra ora verde ci gioca uno scherzo. L acqua dolce mi ammalia. «Mi piacerebbe farci il bagno» sussurra. E perché no? Via la tuta, il sottotuta in pile, gli stivali, via tutto il resto. L acqua ci avvolge, il gelo ci fa tutt uno. Ringrazio mentalmente le acque, offro il calore del mio corpo, m immergo completamente sentendo che l acqua mi accarezza la sommità della testa. Poi il freddo ha il sopravvento e sbuffando e soffiando come un tricheco con un balzo sono fuori dalla vasca di roccia. Le tendo la mano, l aiuto a uscire dall acqua e il suo slancio quasi mi sbilancia. È tra le mie braccia. Il brivido di freddo è quello del tempo siderale che ci ha tenuti distanti l uno dall altra. Il brivido si tramuta in calore al contatto dei nostri corpi e ci baciamo. La guardo dritta in quegli occhi verdi e profondi. «Tu ricordi» le dico con voce secca. «Tu vaneggi» mi risponde. E mi trae a sé, selvaggiamente, mi bacia con passione, mi cerca. Lo so che mi hai cercato. Ci buttiamo sulle tute speleo stese a terra, il fango ci chiazza, i nostri baci ci coprono. Ci rituffiamo in acqua, per toglierci il fango di dosso e riprovare il brivido del gelo sui nostri corpi accaldati. Non abbiamo alcun asciugamano appresso e ci sfreghiamo vicendevolmente i corpi con le maglie di ricambio. Asciugarle i capelli è un emozione intensa. Ci rivestiamo e cerchiamo un posticino dove consumare una merenda che, data l ora, si potrebbe chiamare colazione. Dalla sacca speleo in PVC estraggo da mangiare e da bere. Il caldo the alla menta contenuto nel thermos ci rinfranca. Quando la metropoli saluta noi, esploratori del buio, nel cacofonico chiasso mattutino le dico semplicemente: «Andiamo da me». Lei annuisce senza profferire parola. Sfila il portafogli dalla giaccavento, lo apre, ne trae una piccola foto in bianco e nero, me la porge. Ha qualche anno di meno, i suoi capelli sono lunghi, le arrivano quasi alla vita. 16

17 «È per te, tienila, l ho fatta anni addietro. Certamente ti ricorderà di un tempo passato, ma quello che dobbiamo vivere è il presente. Non scordarlo!» e mi bacia. L acqua come forma di potere Acqua, sempre acqua... Visto e considerato che la speleologa e lo speleologo si interessano di acqua, direi che due parole sull argomento legato a questo elemento che scava le grotte e poi le panneggia di concrezioni si possono spendere. La faccenda della privatizzazione dell acqua è purtroppo inquinata da agenti partitici e quindi politici o, se più vi piace, da fattori politici e conseguentemente partitici. Stiamo comunque dirigendoci verso la perdita di sovranità da parte dello Stato, con il conseguente aumento di potere da parte di incontrollate e incontrollabili entità. Come, ad esempio, banche e multinazionali. Per riflettere da un punto di vista prettamente storico e magari pure speleologico, riporto non solo un dato storico, ma pure qualche mia osservazione. Il medioevo italiano ha visto la costruzione di formidabili strutture difensive, le quali hanno sfidato i secoli per giungere fino a noi sostanzialmente immutate. La loro acquisizione da parte delle nuove odierne realtà comunali e il loro recupero hanno talvolta gettato raggi di luce sul passato, facendoci cogliere spaccati di vita quotidiana. Il borgo marchigiano di Gradara è tutt oggi protetto dalla cinta muraria del XIV secolo, dominato dal castello costruito dai Malatesta di Verrucchio su precedenti fortificazioni e restaurato dagli Sforza alla fine del XV secolo. Un recente studio sulle mura accenna al rapporto tra il borgo, proprietà dei borghigiani dal 1363, e i signori feudali proprietari del castello, denominato anche rocca: «Mentre, infatti, questa, racchiusa nel più breve circuito delle mura del girone, è di proprietà dello Stato centrale ed è completamente avulsa dalla vita dei cittadini mai chiamati a partecipare alle feste di corte nè alla presa di possesso dei vari enfiteuti, le mura della terra (il centro storico vero e proprio) sono invece di proprietà della comunità e da questa orgogliosamente custodite e mantenute. E ciò dal 1363 a tutt oggi ininterrottamente» (Bischi D., Il castello e le sue mura, in Bischi D., Cucchiarini E., Le mura di Gradara, Editrice Fortuna, Fano 1996, p. 16). Ed ecco il punto che direttamente riguarda la fruizione dell acqua potabile da parte del popolo: «Tacita riconoscenza ci fu, per le famiglie della terra e del borgo, solo per l uso della cisterna all interno della rocca. Nel 1853 il Governo Pontificio decideva infatti, per le condizioni disastrose della rocca, lo smantellamento di tutto il complesso al fine di ricavarne materiali di risulta (ornati, coppi, laterizi, ecc.). Il periziato introito fu di scudi Per l utilità della cisterna, che, sarebbe venuta a mancare con lo smantellamento dei tetti, il comune di Gradara, fino ad allora disinteressato all acquisizione della rocca, ne chiese ed ottenne l enfiteusi prima e la proprietà dopo al solo scopo di salvaguardare l approvvigionamento idrico del 17

18 castello. Impossibilitato però a garantire la gravosa manutenzione della rocca, il comune la cedette, nel 1877, riservandosi però la fruizione della cisterna che, di proprietà del Conte Alessandro Bonacossi alle stesse condizioni fu ceduta nel 1919 all ingegnere Umberto Zanvettori di Belluno» (Ivi). Innanzitutto mi viene da pensare che l equilibrio mantenutosi nel tempo tra feudatari e popolo poggiasse anche e soprattutto sul fattore acqua potabile. Se i borghigiani dovevano recarsi al pozzo del castello per l approvvigionamento, immaginiamoci cosa sarebbe potuto accadere se gli stessi avessero contestato o si fossero in qualche modo posti in contrasto con l autorità centrale: questa gli avrebbe, per così dire, chiuso i rubinetti e li avrebbe assetati. Quindi al popolo conveniva stare buono e, a ben guardare in questo XXI secolo, in alcuni paesi esteri le cose non sono mutate. In ogni caso adesso si grida alla siccità, ma pare che piova e che nevichi quanto prima e talvolta pure un po di più. Si dice che il prossimo oro sarà quello blu, ovvero l acqua, e ci si avventa per conquistare più fonti possibili. In realtà il fattore acqua a noi non riguarda direttamente: è alla base delle guerre mediorientali. Ma qualcuno desidera applicare tale «modello vincente» pure qui da noi, per soggiogare il popolo. Non ci credete? Digitate sui motori di ricerca alcune parole chiave, utilizzando il vostro buon senso, un minimo di conoscenza storica sul Ventesimo secolo e un pizzico di fantasia. Se siccità e penuria d acqua devono essere, e che siano! Forse sarà la volta buona che il declassato speleologo verrà tenuto in considerazione per la ricerca, lo studio e il recupero delle antiche opere idrauliche sotterranee, le quali giacciono abbandonate e vilipese sotto i nostri piedi. Forse sarà la volta buona che lo Speleologo (notare la Esse Maiuscola!) uscirà dal circolo settàrio in cui si è chiuso. Per quanto riguarda la penuria del liquido mi viene in mente che, ad esempio, le suore Passioniste di Tarquinia (Viterbo) raccolgono ancora l acqua meteorica nelle grandi cisterne quatto-cinquecentesche del convento per innaffiare gli orti e lavare i chiostri. Se lo fanno loro, possibile che altrove non si possa fare altrettanto? Solo nel corso degli ultimi duemila anni si sono costruite così tante cisterne che, già cominciando a recuperarne una parte, si scosterebbe la spada di Damocle della penuria d acqua, senza dover spendere ulteriori energie per costruirne di nuove. Riporto utilmente un passo di Vandana Shiva sulla conserva sotterranea dell acqua: «I complessi di cisterne in India meridionale, tra i più duraturi sistemi indigeni, sono in uso da secoli. Sono costituiti da centinaia di serbatoi collegati tra loro in modo da formare una catena continua in grado di evitare ogni perdita di acqua. I colonizzatori rimasero colpiti da quei sistemi così elaborati. Commentò una volta il maggiore Sankey, uno dei primi ingegneri britannici giunti nello stato del Mysore: Il principio dell immagazzinamento è stato eseguito in misura tale che occorrerebbe non poco ingegno per trovare posto per una nuova cisterna in questa grande area» (Vandana Shiva, Le guerre dell acqua, Feltrinelli, Milano 2003, p. 126). Un passo del libro, sempre a proposito dell idraulica antica, mi ha colpito e mi ha dato modo di riflettere ulteriormente. Ve lo riporto: «I britannici, il cui sistema agricolo non dipendeva dall irrigazione, non sapevano nulla di gestione dell acqua quando arrivarono in India. Arthur Cotton, fondatore dei moderni programmi 18

19 d irrigazione, scriveva: C è una moltitudine di vecchie opere indigene in varie parti dell India. Sono opere nobili, che rivelano sicurezza e senso di progettazione. Sono in funzione da centinaia di anni. Quando sono arrivato in India sono rimasto colpito dal disprezzo con cui inizialmente gli indigeni parlavano di noi per come trascuravamo le migliorie materiali; dicevano che eravamo come dei selvaggi civilizzati, bravissimi a combattere ma talmente inferiori ai loro grandi uomini da non sapere nemmeno mantenere in buone condizioni le opere che loro avevano costruito, e tanto mano imitarli estendendo il sistema» (Ibidem, p. 128). Noi siamo tutti novelli britannici, nei confronti delle antiche opere di casa nostra. Facciamoci due conti, spegniamo la televisione e ragioniamo con la nostra testa. Magari leggendoci il libro di Vandana Shiva. 2. Dentro il mito Nell alba del mondo Non sono ancora riuscito ad alzarmi dal letto. L indolenza mi sospinge a un subdolo senso di scoramento non giustificato, in cui mi sento pervaso dal crescente desiderio d eclissarmi tra il cuscino e le lenzuola, laddove si sogna. E nuoto. Nuoto contro la corrente dolce e infida guadagnando a plumbee bracciate una riva che mi accoglie con aspro sapore di saliva invecchiata, oramai da cambiare. Ma Lei mi attende, devo raggiungerla. Non posso assolutamente rimandare questa occasione. Gli occhi di Lei mi guardano attraverso le brume del sogno che si dissolve, inducendo la mia carcassa a sollevarsi dal sudario. Raddrizzo me stesso, trovando nel pavimento un punto fermo. Di partenza. Le piante dei piedi accolgono benevolmente il contatto fresco e solido. Vi fanno presa. Tutto passa, anche la notte. Spengo il baccano prodotto dall orologio d inizio millennio e tuffo la testa nell acqua tiepida. Lo spazzolino da denti cancellerà ogni traccia di sonno mal digerito, rendendo reali i suoi occhi, le sue labbra, lo zaino accasciato contro la porta d ingresso e le corde già pronte nelle sacche. Corde che ci serviranno per scendere. Io e lei scenderemo nel ventre della Terra. In grotta! Io e Lei andremo a percorrere una delle tante vie sotterranee dell acqua, da me già percorsa in passato. Anni addietro volevo sapere dove conduceva, quella via d acqua. Volevo esplorarla tutta, la grotta. Volevo dare credito a un pensiero, a un immaginazione: il segreto desiderio di trovare una traccia del passato dell Umanità che ribaltasse la sua «storia ufficiale». Ma questo venerdì mattina mi risuona strano, forse l aria vacanziera mi ha reso oltremodo pigro. 19

20 Mi danzano nella mente pensieri d altri tempi, quando leggevo i libri di Peter Kolosimo, Charroux, von Haghen oppure Il mattino dei maghi di Pauwels e Bergier, sulla «vera» storia dell umanità e della sua reale o presunta evoluzione. Cos è accaduto tanto tempo fa? Cos è accaduto agli albori del Mondo? Un giorno gli Dei del Cielo si sono adirati e hanno mandato un corpo solido a schiantarsi sulla Madre Terra. Forse una delle lune che correvano attorno alla Terra? Dove si sarà rifugiata la gente scampata al disastro? In montagna e nelle grotte sotto le montagne. Questo è un punto fermo da dove cominciare. Sotto terra si cela qualcosa. Se ne parla sempre più spesso. Forse che taluni segreti possono oggi trovare divulgazione presso questa massa addormentata a dovere dai media? Senza suscitare troppo scalpore? Senza suscitare una furiosa reazione? Atlantide è un mito. Platone, filosofo greco vissuto duemilacinquecento anni fa, ci parla di Atlantide. Anzi, nel dialogo tra Socrate, Timeo, Crizia ed Emocrate fa scaturire la storia di Solone che si reca in Egitto. Solone, poeta e legislatore ateniese vissuto nel VII-VI secolo avanti l anno zero, incontra un saggio egiziano, il quale gli dice che novemila anni prima vi fu la guerra tra Atene e Atlantide, dove Atene difese strenuamente la propria libertà, vincendo. Fu un eroica impresa, ma poi venne il cataclisma e la memoria dei Greci si disperse, sopravvivendo invece in altra gente sui monti interni dell Egitto, meno colpiti dal disastro: «In tempi successivi, però, essendosi verificati terribili terremoti e diluvi, nel corso di un giorno e di una brutta notte, tutto il complesso dei vostri guerrieri di colpo sprofondò sotto terra, e l Isola di Atlantide, allo stesso modo sommersa dal mare, scomparve. Per questo anche ora quel mare è diventato impercorribile ed inesplorabile, essendo di notevole impedimento il fango profondo che produsse l Isola, sprofondando». 8 Atlantide era grande quanto un continente e la sua capitale, descritta da Platone nel Crizia, era cinta da mura: «S era detto che tutta la terra era divisa in lotti, a volte più estesi, a volte meno e che in ciascuno di questi, le divinità avevano disposto un culto e un rituale in proprio onore. Non faceva eccezione neppure Poseidone il quale, ottenuta in sorte l isola di Atlantide, fissò la dimora per i figli che aveva avuto da una donna mortale in un certo luogo dell isola che aveva all incirca questa conformazione. Dal mare al centro dell isola era tutta una pianura, certo, fra tutte le pianure, la migliore, e, a quanto si dice, anche notevolmente fertile. Non distante dalla pianura, a circa cinquanta stadi dal suo centro, si ergeva un monte, non molto elevato in ogni sua parte. Qui aveva dimora uno degli uomini che originariamente eran nati dalla terra; il suo nome era Euenore ed abitava con la moglie Leucippe. Ebbero una sola figlia, Clito, la quale, non appena fu in età da marito, rimase orfana di padre e di madre. Poseidone, preso da passione, giacque con lei. Così scavò tutt intorno quell altura in cui la fanciulla abitava, formando come dei cerchi concentrici, alternativamente di mare e di terra ora più larghi ora meno larghi: due di terra e tre di mare quasi fossero circonferenze con centro nell isola, e da essa perfettamente equidistanti. In tal modo, quel luogo risultava inaccessibile agli uomini, 20

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