Denaro 3 A. Cavagna, La moneta nel mondo dell utopia: dagli Uccelli alle Ecclesiazuse di Aristofane 5 J. J. Lozano Navarro, El dinero de los

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1 Denaro

2 Denaro Periodico semestrale del Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Straniere edito dalla Anno II, numero 4/2014 Università degli Studi Roma Tre Direttore Responsabile Giorgio de Marchis (Università Roma Tre) Redazione Alberto Basciani (Università Roma Tre), Paolo Broggio (Università Roma Tre), Carmen Burcea (Universitatea din Bucureşti), Julián José Lozano Navarro (Universidad de Granada), Luigi Magno (Università Roma Tre), Álvaro Santos Simões Junior (Universidade Estadual Paulista), Simone Trecca (Università Roma Tre) Comitato scientifico Anxo Abuín González (Universidade de Santiago de Compostela), Manuel Aznar Soler (Universitat Autònoma de Barcelona), Marcos Bagno (Universidade de Brasília), Harald Braun (University of Liverpool), Massimo Canevacci (Universidade do Estado do Rio de Janeiro), Romain Descendre (École Normale Supérieure de Lyon), Rudolf M. Dinu (Universitatea din Bucureşti), Dan Dungaciu (Universitatea din Bucureşti), Franco Giacone (Sapienza Università di Roma), Boris Gobille (École Normale Supérieure de Lyon), Keith Hitchins (University of Illinois), José Luis Molinuevo (Universidad de Salamanca), Berardino Palumbo (Università di Catania), José Antonio Pérez Bowie (Universidad de Salamanca), Patricia Peterle (Universidade Federal de Santa Catarina), Alain Tallon (Université Paris-Sorbonne) Progetto grafico-editoriale Data di pubblicazione Roma, ottobre 2014 ISSN:

3 Denaro 3 A. Cavagna, La moneta nel mondo dell utopia: dagli Uccelli alle Ecclesiazuse di Aristofane 5 J. J. Lozano Navarro, El dinero de los jesuitas: una aproximación a la realidad económica del colegio de Marchena (Sevilla). Siglos XVI-XVIII 12 F. Spandri, Romanzo e denaro: alcune riflessioni metodologiche sul caso francese 24 F. Ecca, Denaro illecito: due casi di sovrapprofitto nella Grande guerra 30 C. Diac, Comuniștii și corupția administrației românești, A. Pezzè, La ficción del dinero en Managua Salsa City ( Devórame otra vez!) de Franz Galich 45 A. D Urso, Denaro linguistico e plusvalore ideologico. Estensione dell omologia fra economia e semiotica 52 B. Wocke, DeLillo, Derrida and the Literature of Money 62 4

4 Denaro Il denaro, in quanto è il mezzo e il potere esteriore, cioè nascente non dall uomo come uomo, né dalla società umana come società, in quanto è il mezzo universale e il potere universale di ridurre la rappresentazione a realtà e la realtà a semplice rappresentazione, trasforma tanto le forze essenziali reali, sia umane che naturali, in rappresentazioni meramente astratte e quindi in imperfezioni, in penose fantasie, quanto, d altra parte, le imperfezioni e le fantasie reali, le forze essenziali realmente impotenti, esistenti soltanto nell immaginazione dell individuo, in forze essenziali reali e in poteri reali. Già in base a questa determinazione il denaro è dunque l universale rovesciamento delle individualità, rovesciamento che le capovolge nel loro contrario e alle loro caratteristiche aggiunge caratteristiche che sono in contraddizione con quelle. [Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844] Sulla scia delle considerazioni formulate da Marx, nei Manoscritti economico-filosofici, in base alle quali il denaro sarebbe il potere universale in grado di ridurre la rappresentazione a realtà e la realtà a semplice rappresentazione, il quarto numero di Krypton si propone di analizzare, nella prospettiva interdisciplinare che caratterizza la rivista, il rapporto tra denaro, potere e rappresentazioni sociali. I soldi sono in grado di mutare la fedeltà in infedeltà, il vizio in virtù, il disonore in eroismo proprio perché hanno la facoltà di trasformare la rappresentazione in realtà e la realtà in semplice rappresentazione, affermandosi così come il supremo vincolo su cui si fonda l ordine delle finzioni. Comprare, vendere, rubare, truffare, ereditare, prestare, donare, speculare, corrompere e tradire, il potere del denaro è sostanzialmente illimitato e finisce col sovrapporsi al potere di chi lo possiede, determinando inevitabilmente anche la rappresentazione del denaro stesso. Avere denaro oppure non averne corrisponde ad avere potere o esserne privo; così come è il potere d acquisto a condizionare ogni rappresentazione, sociale o individuale. Alla luce di queste considerazioni, è parso inevitabile inserire nell abbecedario essenziale dei rapporti tra potere, identità e rappresentazioni che Krypton aspira a elaborare nel tempo la voce «denaro». Seguendo, quindi, le conseguenze storiche e sociali degli illeciti guadagni, il lettore avrà modo di prendere le mosse dalle utopiche proposte di abolizione del denaro perché ritenuto fonte di ingiustizia sociale formulate nell Atene del V secolo a. C. da Aristofane (Cavagna), per arrivare fino alle singolari relazioni tra il Partito Comunista e gli organi dello Stato nella Romania degli anni Venti del XX secolo (Diac), passando per gli opachi rapporti tra Stato e industria bellica italiana durante la Prima guerra mondiale (Ecca). D altro canto, però, il denaro, in quanto base dell economia monetaria, è anche uno dei pilastri dello sviluppo istituzionale dell Occidente europeo. Il governo della giustizia, nella sua articolazione tra foro interiore e foro esterno, i sistemi politici sempre più secolarizzati e il mercato hanno costituito per l Europa un sistema coerente al cui interno sono nati i diritti umani, le libertà costituzionali, il capitalismo industriale, elementi cardine di un sistema europeo che ha dominato per secoli sugli altri sistemi politico-economicogiuridici e che ancor oggi si ritiene lecito esportare e/o imporre. In quest ottica, l analisi dell operato dei gesuiti di un collegio spagnolo tra il XVI e il XVIII secolo, nella sua efficace gestione delle risorse finanziarie, rivela l esemplare modernità della Compagnia (Lozano Navarro).

5 Inevitabili, inoltre, i riflessi letterari, laddove il denaro appare come un tema motore del romanzo ottocentesco, in grado di elaborare un linguaggio capace di narrare le innumerevoli storie ispirate alla materia finanziaria, situando al contempo quelle stesse storie nello spazio e nel tempo e strappando all economia la sua maschera di pura neutralità per porla al centro di proiezioni individuali e collettive (Spandri). Allo stesso modo, nella narrativa americana del XX secolo, il denaro come spunto narrativo si rivela uno strumento efficacissimo per raccontare, attraverso i romanzi del guatemalteco Franz Galich e dello statunitense Don DeLillo, la dimensione urbana caratteristica dell America Latina (Pezzè) e gli effetti sulla sfera individuale e sociale del capitalismo finanziario (Wocke). Infine, in un serrato confronto tra economia e semiotica, il quarto numero di Krypton si conclude con una proposta che, in un ottica non metaforica, interpreta il denaro in chiave linguistica, proponendo un omologia tra produzione linguistica e produzione materiale che, approfondendo le riflessioni di Ferruccio Rossi-Landi, permette d indagare materialisticamente i rapporti tra economia politica e filosofia del linguaggio (D Urso). Denaro

6 La moneta nel mondo dell utopia: dagli Uccelli alle Ecclesiazuse di Aristofane Alessandro Cavagna Università degli Studi di Milano Abstract: Negli Uccelli e nelle Ecclesiazuse Aristofane inserì alcuni riferimenti alla gestione della moneta nel mondo dell utopia. Ciò avvenne in modo non programmatico e con finalità legate anche all efficacia momentanea della rappresentazione teatrale; tuttavia proprio tali riferimenti possono offrire una prova concreta del progressivo declino della moneta ateniese dalla fine del V sec. a.c. e una specifica immagine dell atteggiamento dei contemporanei di fronte alla moneta. Key-words: Aristofane; Atene; Utopia; Denaro Abstract: In Birds and Ecclesiazusae Aristophanes inserted some references to the management of money in the world of utopia. This occurred in a non-programmatic way and with purposes also connected with the temporary incisiveness of theatrical representation; however, such references offer a tangible evidence of the progressive decline of the Athenian coinage from the end of the 5 th century BC, and a specific picture of the contemporaries attitude towards money. Key-words: Aristophanes; Athens; Utopia; Money Nel 1936, sulle pagine delle Annales d histoire économique et sociale, Lucien Febvre recensì una nuova edizione dell Utopia di Thomas More e presentò la pubblicazione dell inedito Supplément au Voyage de Bougainville di Denis Diderot, sintetizzando in poche frasi alcuni aspetti determinanti delle utopie: L Utopie [...] traduit à la fois ces besoins d évasion hors des réalités présentes et d aménagement des réalités futures qui fournissent à l historien une des traductions, à la fois les plus délibérément infidèles et les plus inconsciemment fidèles, de la réalité d une époque et d un milieu. [...] Anticipations et constatations mêlées; les linéaments du monde qu on voit; les traits qu on devine et qu on prophétise, du monde de demain, ou d après-demain. C est aux époques de trouble et de transition que se donnent carrière les devins et les prophètes. Ils se taisent quand un ordre nouveau s est établi et semble pouvoir braver les menaces du temps. Ils parlent quand l umanité, inquiète, cherche à préciser les grandes lignes de bouleversements sociaux et moraux que chacun sent inévitables et menaçants. Par-là, leurs oeuvres sont, pour l historien, des témoignages souvent pathétiques, toujours intéressants, non pas seulement de la fantaisie et de l imagination de quelques précurseurs mais de l état intime d une société. (Febvre, 1936: 67 e 71) Con la consapevolezza che da uno studio della letteratura utopica potesse emergere «l état intime d une société», Febvre notava in particolare che quelle forme di evasione dalla realtà si concentravano con maggior vigore nelle «époques de trouble et de transition» 1. In tal senso, non può ritenersi casuale che proprio durante gli anni della guerra del Peloponneso e ancora di più negli anni del successivo e drammatico dopoguerra il pensiero utopico antico abbia visto un suo più ampio e composito sviluppo: proprio allora, in effetti, per passaggi progressivi giunsero a piena maturazione politica quei vagheggiamenti di fuga dalla realtà e quelle costruzioni ideali, al di là della storia o al di là del mondo noto, che costituiscono anche il terreno di scrittura delle commedie più ampiamente utopistiche di Aristofane 2. Nello strutturare mondi che, nascendo in contesti concreti e sviluppandosi sullo sfondo di dibattiti filosofici 3, erano finalizzati a criticare gli eccessi del presente (così negli Uccelli) o l infondatezza delle costruzione utopiche 1 Sull utopia antica si vedano: Ferguson (1975); Firpo (1982: 11-27); Bertelli (1982: ); Bertelli (1983: ); Bertelli (1987: ); Dawson (1992); Canfora (2014). 2 Sull utopia nella commedia si vedano in particolare: Carrière (1979: ); Zimmermann (1991: ); Konstan (1998: 3-22); Hubbard (1998: 23-50); Dobrov (1998: ); Faraioli (2001). 3 Sul retroterra filosofico, non sempre del tutto chiaro e noto, e sulla costruzione di «assetti comunitari paradigmatici» si confrontino Vetta - Del Corno (1989: xvi-xvii) e Bertelli (1982: ).

7 6 Alessandro Cavagna stesse (così nelle Ecclesiazuse), Aristofane dovette comunque confrontarsi anche con questioni pratiche, quali la gestione della moneta nel mondo dell utopia. Sebbene ciò avvenisse in modo non programmatico e con finalità legate anche all efficacia momentanea della rappresentazione teatrale, i riferimenti aristofanei all interno delle due commedie 4 possono così offrire una immagine concreta della progressiva débâcle della moneta ateniese dalla fine del V sec. a.c. 5. Accanto a ciò, proprio le vie utopistiche messe in scena negli Uccelli e nelle Ecclesiazuse rappresentano un campo di indagine privilegiato all interno del quale è possibile tentare di decifrare una specifica evoluzione del mondo immaginato della moneta o, come ricordava Febvre, «une des traductions les plus délibérément infidèles et les plus inconsciemment fidèles de la réalité d une époque et d un milieu». Gli Uccelli e la prospettiva di una città senza moneta Nella scena di apertura degli Uccelli, rappresentati alle Grandi Dionisie del 414 a.c., la fuga da Atene dei due protagonisti, Evelpide e Pisetero, e il loro conseguente smarrimento in luoghi selvaggi e ignoti 6 costituiscono il punto di partenza di una enquête che, attraverso un progressivo distacco dalla realtà e una trasfigurazione dei personaggi 7, condurrà gli spettatori della commedia verso una condizione apparentemente alternativa al presente. La definizione delle caratteristiche di questo nuovo mondo, pur in assenza di una organica descrizione, procede nella piéce per frammenti e repentini stravolgimenti. In particolare, già dai vv i due protagonisti mostrano a Upupa (sotto le cui sembianze di uccello gli ateniesi potevano riconoscere il re tracio Tereo) 8 l oggetto della loro ricerca, ossia una «città di lana morbida, per sdraiarsi come su una pelliccia bella soffice» e in cui le preoccupazioni erano ridotte a banchetti e a facili disponibilità sessuali maschili 9. Proprio nel successivo scambio di battute, la richiesta di un mondo che presenta tutte le caratteristiche di un Paese della Cuccagna 10 viene ulteriormente circoscritta quando Evelpide e Pisetero apprendono che tra gli uccelli sarebbe stato possibile cogliere liberamente il cibo nei giardini e vivere «ἄνευ βαλλαντίου/ aneu ballantíou» ossia «senza borsa/borsellino» (vv ): Evelpide 11 : Upupa: Evelpide: Upupa: [...] Ma qui tra gli uccelli, come si vive? Tu dovresti saperlo bene. Non c è male, se ci fai l abitudine. Per prima cosa, non c è bisogno della borsa per campare [οὗ πρῶτα μὲν δεῖ ζῆν ἄνευ βαλλαντίου]. Certo è un bell imbroglio di meno, nella vita [Πολλήν γ ἀφεῖλες τοῦ βίου κιβδηλίαν] 12. Da mangiare, lo troviamo nei giardini: sesamo bianco, mirto, semi di papavero, foglie di menta. Se il desiderio e la realizzazione di un banchetto costituiscono i moventi della commedia (come spesso accade), altre sembrano invece le motivazioni alla base dell urgenza di una vita «senza borsa» o, come annotano gli scholia, «senza denaro e spese» 13. Rompendo la finzione drammatica, Evelpide già in apertura aveva in effetti ricordato chiaramente agli spettatori che il motivo della fuga dalla realtà ateniese era da ravvisare non tanto in un rifiuto della città e del sistema città, quanto piuttosto nel tentativo concreto di evasione dall oppressione fiscale e dalla smania tutta ateniese per i processi (vv ). È assai probabile che, nella semplice e fugace boutade attorno a una vita priva di denaro, il pubblico ateniese potesse individuare facilmente alcuni richiami specifici. Sebbene il naufragio della letteratura comica antica non permetta di valutare con esattezza quale spazio il termine βαλλάντιον/ballántion (con il suo uso finalizzato a indicare la moneta) avesse nelle rappresentazioni teatrali, Aristofane tuttavia vi fece ricorso anche in altre occasioni. Così, per esempio, nei Cavalieri, attaccando Cleone e la sua voracità di cibo e moneta 14, l autore poteva giocare in chiave gastronomico/monetaria con il termine facendo riferimento, in una battuta messa in bocca al salsicciaio, alle vesciche del maiale da cui erano ottenute tali borse: «Cosa ti faccio mangiare? Cosa ti piacerebbe di più? Una... borsa?» 15 (v. 707). Sempre nei Cavalieri, inoltre, lo stesso salsicciaio, alla ricerca di denaro, poteva vedere entrare in scena alcuni ambasciatori con borse piene di moneta (v. 1197), mentre 4 Cfr. Urbain (1939: ); Ehrenberg (1957 [1951]: ); Burelli (1973: ); Schirripa (2008: ). 5 Sulla storia della moneta ateniese del periodo si vedano in particolare: Figueira (1998: ); Nicolet-Pierre (2002: ); Grandjean (2006: ); Flament (2007a: ); Flament (2007b: ); Kroll (2011a: ); Kroll (2011b: 3-26); van Alfen (2012: 94-95). 6 Sullo smarrimento come spunto di efficace costruzione drammatica si vedano: Grilli (2006: 172, nota 6), Zanetto - Del Corno (1987: ); Zimmermann (1991: 75-80). Tra molte altre suggestioni, si può ricordare che una simile scena di smarrimento, incupita dall atmosfera notturna e da un mostruoso Schlange, si avrà secoli dopo nella rappresentazione del Die Zauberflöte di Mozart; anche la creazione della figura dell uccellatore Papageno pare derivare dall adattamento degli Uccelli aristofanei che Goethe aveva composto nel 1787 (Spaethling, 1975: 55). 7 I due personaggi, infatti, grazie all ingerimento di una «piccola radice» (v. 655 segg.) metteranno penne e ali, trasformandosi in uccelli. 8 Per una versione del mito della metamorfosi di Tereo in upupa si veda Ovidio (Metamorfosi, VI, ). Come è stato ricordato da Zanetto - Del Corno (1987: ) e in modo più ampio da Dobrov (1993: ), Tereo, che poco tempo prima era stato oggetto di una tragedia di Sofocle, in quanto uomo trasfigurato in uccello poteva rappresentare un comodo ponte tra la realtà terrena e il mondo degli uccelli verso cui è diretto il viaggio di Evelpide e Pisetero; d altro canto, anche le origini tracie del re potevano riportare lo spettatore verso una realtà lontana e ignota (sulla Tracia e sulla immagine presente nella tragedia di V sec. a.c. si veda Schirripa, 2004: 65-83). 9 La traduzione di questo come dei successivi brani degli Uccelli è di Dario Del Corno (in Zanetto Del Corno, 1987). 10 Sulla valenza della ricerca dei due protagonisti e sulle possibili similitudini con gli Agrioi di Ferecrate, messi in scena nello stesso 414 a.c., si veda soprattutto Zimmermann (1991: 78-80). 11 La corretta defizione del personaggio, Evelpide o Pisetero, a cui attribuire le battute ai vv e 158 rimane non del tutto chiarita (cfr. Dunbar, 1995: ). 12 Nella traduzione in Zanetto - Del Corno (1987: 29), viene evidenziato principalmente l aspetto connotativo del verso aristofaneo (in linea con quel «toglieva molte falsità alla vita» che Erasmo riportò nei suoi Adagi: cfr. Lelli, 2013: 1808 n. 2305); nella traduzione proposta da Dunbar, «That s a great deal of counterfeit you have removed from life!» (1995: 184), e Grilli, «Dici niente: così hai già levato di mezzo un sacco di roba falsa!» (2006: 201), il riferimento monetario pare al contrario più evidente. 13 In numerosi manoscritti degli Uccelli gli scoliasti, al v. 157, specificano «ἀντὶ τοῦ ἄνευ ἀργυρίου καί δαπάνης» [«in luogo di senza denaro e spesa»]: cfr. Holwerda (1991: 30). 14 Su Cleone e l attacco di Aristofane nei Cavalieri si vedano in particolare Dorey (1956: ) ed Edmunds (1987: passim). 15 Per la traduzione dei versi dei Cavalieri si veda Mastromarco (1983).

8 La moneta nel mondo dell utopia: dagli Uccelli alle Ecclesiazuse di Aristofane 7 nella Lisistrata le ampie disponibilità pecuniarie venivano efficacemente disegnate da versi (vv ) nei quali il coro così incitava gli astanti: «E ognuno, uomo o donna, ci dica se ha bisogno di denaro, due o tre mine: ce l abbiamo nelle borse» 16. Negli Uccelli, accanto al riferimento generico alle ampie disponibilità pecuniarie e al gioco allusivo rivolto alla umana voracità di denaro, è probabile che la battuta al v. 156 rimandasse in modo assai più diretto a Sparta, ossia alla polis che la tradizione contemporanea riconosceva come città per eccellenza senza moneta o, meglio, come città che non produceva moneta 17. Tra numerosi altri riferimenti, questo topos era stato ricordato anni prima anche da Pericle (secondo le parole di Tucidice, I, 141) quando, intervenendo in assemblea alle soglie dello scoppio della guerra del Peloponneso, lo stratego ateniese aveva chiaramente opposto al mondo monetizzato di Atene la realtà degli Spartani i quali «lavorano la terra da soli e non posseggono denaro, né privatamente né il loro stato» 18. La presenza nella commedia di richiami alla nemica storica di Atene, in un momento in cui a causa dell impresa in Sicilia la tensione tra le due poleis si stava ulteriormente acuendo, di per sé non stupisce in quanto, come è noto, il tema risultava ben ravvisabile sia in questa sia in altri lavori aristofanei 19. Ma nel momento della rappresentazione del 414 a.c. il nesso laconico poteva ulteriormente arricchirsi di una particolare rilevanza alla luce della recente fuga a Sparta di Alcibiade 20. Al v. 158 degli Uccelli, nella risposta di Evelpide a Upupa, inoltre, Aristofane inserisce un secondo elemento che puntualizza ulteriormente l atmosfera (anche monetaria) dei due versi: per Evelpide, infatti, l abolizione dalla moneta potrebbe liberare la vita anche e soprattutto da «un sacco di roba falsa». Il termine scelto ossia κιβδηλία/ kibdelía, pur presentandosi sotto l ambigua veste generica di cose fraudolente e disoneste, rimanda anche in modo assai specifico al mondo delle falsificazioni monetarie. In particolare, il più diretto confronto proviene dal decreto di Nicofonte del 375/374 a.c. al cui interno l affine κίβδηλος/kíbdelos viene utilizzato, accanto ad altri termini più specifici (come ὑπόχαλκος e ὑπομόλυβδος), per identificare in modo generico ogni tipo di falsificazione monetaria 21. La presenza nel testo del 414 a.c. costituisce, in tal senso, una testimonianza utile, per quanto non altrimenti certificabile, sulla circolazione e sulla presenza di moneta falsa nella storia di Atene del periodo. Sebbene siano presenti anche altri riferimenti al mondo della moneta 22, tuttavia nel corso della commedia il tema di una possibile abolizione di essa non avrà ulteriore sviluppo o approfondimento; anzi, non solo i vv rimangono una isolata chiave finalizzata a spingere con facili promesse i protagonisti verso un mondo alternativo, ma addirittura la prospettiva di un mondo privo di moneta si ribalta subito dopo, quando ai vv Pisetero, in chiave imperialistica, prospetta di imporre un tributo agli dei 23. E ancora, secondo questa stessa logica di una anti-città che vive di una economia ampiamente monetizzata, ai vv il coro recita un bando nel quale, secondo la formularità, i premi per coloro che compiranno benemerenze nei confronti della nuova polis (uccidere un filosofo, un tiranno o un uccellatore) vengono computati in denaro 24 ; e, infine, ai vv , in una traslazione metateatrale che accomuna i giudici ateniesi ai giudici del concorso drammatico, il diretto riferimento alle civette del Laurio (γλαῦκες... Λαυρειωτικαί), ossia ai tetradrammi ateniesi, viene inserito in un ambito in cui la corruzione delle giurie non potrebbe avere senso in un mondo privo di moneta 25. Senza esasperarne la portata, è però evidente che nella commedia stessa, dove veniva messa in scena la realizzazione di una nuova polis per nulla diversa da quella che aveva causato l iniziale fuga di Pisetero ed Evelpide 26, la proposta autodistruttiva e ironica di un modello utopico non potesse fare a meno di quei fardelli originari, tra i quali la moneta, che costituivano l essenza stessa della città. Anzi proprio i vv segnano il passaggio repentino dei protagonisti da un interesse per un mondo utopico (privo di moneta) alla realizzazione di un disegno imperialistico (comprensivo di una economia monetaria imperialistica ) che richiederà nella sostanza l asservimento degli uccelli al volere del nuovo tiranno Pisetero 27. La prospettiva comunitaria delle Ecclesiazuse Gli Uccelli, come è stato in precedenza rilevato, nascevano sull onda dei successi, presto rovesciati, della spedizione ateniese in Sicilia. Il panorama di riferimento delle 16 Per la traduzione dei versi della Lisistrata si veda Cantarella (1982). 17 Sparta, in effetti, inizierà a produrre una sua moneta solo in età ellenistica. Cfr. Grunauer- Von Hoerschelmann (1978) e Mørkholm (1991: ). 18 La traduzione del passo di Tucidide è a cura di Franco Ferrari (in Finley - Ferrari - Daverio Rocchi, 1985). 19 Si vedano anche i vv dove Aristofane sottolinea come gli uomini, prima della fondazione della nuova città tra le nuvole, fossero tutti fissati con Sparta. Un attento vaglio dei riferimenti a Sparta contenuti nelle commedie aristofanee è in Harvey (1994: 35-58); inoltre, sul miraggio spartano, modello di utopia e attrattiva per diversi scrittori antichi, si vedano Ferguson (1975: 29-39) e Canfora (2014: ). 20 In particolare si vedano: Vickers (1995: ); de Romilly (2001 [1995]: ); Canfora (2011: ). 21 Una analisi approfondita del termine è offerta da Caccamo Caltabiano - Radici Colace (1983: ). Il decreto di Nicofonte è invece ampiamente trattato da: Stroud (1974: ); Giovannini (1975: ); Sokolowski (1976: ); Buttrey (1981: 71-94); Bourriot (1983: ); Cataudella (1986: ); Figueira (1998: ); Engen (2005: ). 22 Il riferimento più noto e analizzato al mondo della moneta ateniese è contenuto nei vv dove si farebbe riferimento al decreto ateniese sull unificazione di pesi, misure e monete. 23 Cfr. Dunbar (1995: ). Ovviamente il tributo/phoros, a cui si fa riferimento, non poteva non richiamare nella mente del pubblico l imposizione annuale che Atene esigeva dagli alleati. 24 Cfr. Dunbar (1995: ). 25 Cfr. Dunbar (1995: ). 26 Si veda, in particolare, Hubbard (1998: 25): «The Arcadian retreat from civilization in Birds turn into a hypercivilised, overstructured totalitarian state, a dystopian nightmare vision of grandiose proportions». 27 Al proposito si vedano la nota al v. 155 in Zanetto - Del Corno (1987: ) e Zimmermann (1991: 80-82).

9 8 Alessandro Cavagna Ecclesiazuse, a molti anni di distanza 28, risulta completamente trasformato. Dopo aver perso la guerra e l impero e dopo aver assistito a due colpi di Stato oligarchici e a una lacerante guerra civile, l Atene degli ultimi anni del V sec. a.c. e del primo ventennio del IV appare nel resoconto di varie fonti come una città complessivamente lacerata. In particolare, l esperienza dei Trenta tiranni e, in fin dei conti, il tentativo abortito di portare alla realizzazione pratica di una utopia politica si erano scontrati con un buon governo che per consolidarsi aveva fatto ricorso alla violenza e che si era ben presto risolto in una carneficina diretta contro il ceto dei ricchi e contro coloro che vivevano grazie ai processi (con buona pace dei protagonisti degli Uccelli...) 29. Ma non solo in tale direzione emergono con evidenza i tormenti del periodo. Accanto all immagine di una Atene percorsa da forti tensioni sociali tra gli speculatori arricchitisi durante la guerra e il ceto dei piccoli proprietari ridotti in miseria, diverse fonti permettono di delineare con una certa precisione il generale impoverimento della città: in particolare, Lisia nell Orazione XIX ricorda che ancora nel 388/387 a.c. le casse della città languivano 30, mentre Aristofane nel Pluto rileva come l ekklesiastikón (ossia la contribuzione statale per coloro che prendevano parte all assemblea) poté essere ricostituito solo grazie a denaro persiano 31. In ogni caso, è ben noto che neppure la creazione di una seconda lega navale nel 377 a.c. riuscì a risolvere in breve i problemi finanziari e monetari di Atene 32 e che, ancora alla metà del secolo, lo sfruttamento delle miniere del Laurion era da poco ripreso su ampia scala 33. Nelle Ecclesiazuse la formulazione di un progetto comunistico da parte della protagonista Prassagora procede in modo assai più complesso e articolato rispetto a quanto poteva accadere nella dissoluzione distopica degli Uccelli. Dopo un assemblea, in cui le donne travestite da uomo sono riuscite nell intento di ottenere l affidamento del governo e degli affari di Stato, Prassagora espone, tra alcune interruzioni del marito Blepiro, il programma della nuova città (vv ) 34 : Prassagora: [...] Ecco la mia proposta: tutti devono avere ogni cosa in comune, e vivere nelle stesse condizioni. Non deve accadere che uno sia ricco e un altro povero 35, che uno abbia molta terra da lavorare e un altro neanche quella per essere sepolto, che uno tenga molti schiavi al suo servizio e un altro non possieda neppure un aiuto. Farò in modo che tutti abbiano in comune i mezzi di vita, e che questi siano uguali per tutti [ἀλλ ἕνα ποιῶ κοινὸν πᾶσιν βίοτον καὶ τοῦτον ὅμοιον]. Seguendo tale principio comunistico, che prevede sia la comunione dei beni sia la spartizione equa dei favori sessuali, Prassagora subito dopo inoltre specifica: Prassagora: Blepiro: Prassagora: [...] anzitutto, farò che la terra appartenga in comune a tutti, e il denaro, e tutto ciò che ciascuno possiede [τὴν γῆν πρώτιστα ποιήσω κοινὴν πάντων καὶ τἀργύριον καὶ τἄλλ ὁπόσ ἐστὶν ἑκάστῳ]. Poi, da questi beni comuni noi vi nutriremo, e metteremo tutta la nostra abilità ad amministrarli senza sprechi. E come si fa se uno non possiede terra, ma denaro e monete preziose: voglio dire beni che non figurano? [πῶς οὖν ὅστις μὴ κέκτηται γῆν ἡμῶν, ἀργύριον δὲ καὶ δαρεικοὺς ἀφανῆ πλοῦτον;]. Li verserà alla cassa comune. Secondo una modalità che rimanda al procedere dei dialoghi platonici, Blepiro presenta, di seguito, una serie di obiezioni sulla fattibilità del mondo comunitario vagheggiato da Prassagora, mettendo in luce le difficoltà insite nel progetto di una realtà nella quale la moneta verrebbe gestita come bene comune 36. Emergono così, sviscerati uno dopo l altro e in modo assai serrato, vari problemi: per esempio, come pagare una donna 37, come procurarsi i mantelli, come corrispondere a una causa persa in tribunale 38, come pagare le multe 39 e su quale posta giocare a dadi. Alla requisitoria del marito, Prassagora saprà opporre di volta in volta una precisa e ragionata sequela di soluzioni che dalla condivisione dei piaceri sessuali porta alla produzione comunitaria dei beni, all abolizione dei processi, alla compensazione delle multe con altri beni e al gioco senza scommesse. Dopo l uscita di scena di Prassagora, στρατηγός del nuovo mondo 40, la commedia si risolve in una serie di scene nelle quali Aristofane inserisce e descrive, come contrappeso del progetto ideale, i limiti umani e pratici dell attuazione della città ideale: ma come la prospettiva di un comunismo sessuale viene meno di fronte al 28 Sulla discussa data di rappresentazione delle Ecclesiazuse ( a.c. o post 378/377 a.c.) e, di conseguenza, sul rapporto del testo della commedia con la Repubblica platonica si veda Canfora (2014). 29 Come ha chiaramente ricordato Luciano Canfora, nella sua analisi delle vicende relative alle vicende ateniesi del 404 e al governo dei Trenta, «i dottrinari al potere [erano] protesi ad instaurare un modello, una loro idea (modellata sull austera Sparta, dove addirittura il denaro è malvisto o non circola affatto) di eunomia, di nuovo ordine, filosoficamente fondati e adeguatamente armato per imporsi con forza» Canfora (2013: , in particolare ). 30 In realtà le parole di Lisia, come ricorda Kroll (2011b: 18), potrebbero essere anche «an exaggerating rhetorical topos for gaining sympathy». 31 Cfr. Pluto: Come ha rilevato Canfora (2014: ), i vv delle Ecclesiazuse rimanderebbero propriamente alla fondazione della seconda lega navale. 33 Senofonte, Poroi, IV, 1. Sul passo senofonteo si vedano, in particolare, Kroll (2011a: 17) e Flament (2007a: 124). 34 Come dichiara Prassagora ai vv , la nuova città dovrà assicurare la realizzazione della felicità del corpo civico; anche nel progetto della Repubblica (420b) platonica il fine dichiarato della costruzione della Kallipolis dovrà essere la felicità. La traduzione dei brani delle Ecclesiazuse è di Dario Del Corno (Vetta - Del Corno, 1987); i passi di seguito riportati dalla Repubblica di Platone sono tradotti da Franco Sartori (Sartori - Vegetti - Centrone, 2003). 35 Nelle parole di Prassagora si scorge l eco del dibattito platonico su ricchezza e povertà presente in Repubblica 421d-e. 36 Cfr. Repubblica 416d-417b Platone dichiarava esplicitamente: «prima di tutto nessuno deve avere sostanze personali, a meno che non ce ne sia necessità assoluta; nessuno deve poi disporre di un abitazione o di una dispensa cui non possa accedere chiunque lo voglia»; cfr. Vetta - Del Corno (1989: 202); Canfora (2014: ). 37 Il tema del comunismo sessuale è ampiamente presente nella Repubblica platonica (in particolare si veda Repubblica 464b); cfr. Vetta - Del Corno (1989: 204); Canfora (2014: ). 38 Il tema dell indebitamento processuale e della sua soluzione ritorna in Repubblica 464d; cfr. Vetta - Del Corno (1989: 208); Canfora (2014: 196). 39 Il tema delle multe è presentato da Platone in Repubblica 464e; cfr. Vetta - Del Corno (1989: 208); Canfora (2014: 196). 40 Così nella commedia viene spesso definita Prassagora (cfr. vv. 491, 500, 727).

10 La moneta nel mondo dell utopia: dagli Uccelli alle Ecclesiazuse di Aristofane 9 perverso tentativo portato avanti da una sequela di vecchie donne di accaparrarsi un giovane, così nell egoismo della proprietà privata crolla malamente l idea di una comunanza dei beni. La prospettiva comunistica di Prassagora, con quella sferzante critica che rende la «Kallipolis a base laconizzante ipotizzata e descritta da Socrate» una «sguaiata farsa grottesca e paradossale» (Canfora, 2014: 210), pur delineando la pubblica condivisione della ricchezza e del denaro, non procede nel corso della rappresentazione a ulteriori approfondimenti monetari. Il comunismo monetario di Prassagora si scioglie così in una ginecocrazia elitaria nella quale la ricchezza viene gestita nel miglior modo dalle donne in base al principio secondo cui, come nell amministrazione domestica, proprio l elemento femminile con i suoi inganni sarebbe in grado di mostrare una notevole abilità a procurarsi entrate (vv ). In una atmosfera desolata e drammatica emerge così quell appiattimento economico contemporaneo, dove a una economia di produzione e di entrate è subentrata una nuova realtà caratterizzata, nel suo impoverimento, da una semplice economia di consumo 41. E proprio con una simile prospettiva, le Ecclesiazuse si concludono in un banchetto comunitario dove, oltretutto, la descrizione pauperistica dei vv , nei quali Prassagora ricordava che «tutti avranno tutto, pane pesci torte mantelli vino corone ceci» 42, verrà stravolta dall allestimento di un banchetto da Paese di Cuccagna (vv ). Le vie utopiche della gestione del denaro, di cui gli Uccelli ne adombrano l abolizione e le Ecclesiazuse ne suggeriscono la disintegrazione di bene privato e invisibile, nascevano dalla consapevolezza che la moneta, nella sua forza attrattiva e degenerativa, fosse la causa di numerose empietà e sperequazioni sociali 43. Sarà Aristotele, in una riflessione che si radica in una società diversa e lontana dalle contraddizioni e dalle tensioni intellettuali di fine V e inizio IV sec. a.c., a proporre un superamento di quella profonda separazione tra giustizia, moneta ed equità sociale che emerge anche dal mondo della commedia. Nell Etica Nicomachea (1132a segg.), infatti, la riflessione non tanto sull origine quanto sulla natura della moneta porterà a riconoscere che alla sua base vi sarebbe stata come sintetizzò Édouard Will nel 1954 «une exigence morale, l aspiration à une garantie de la justice dans les relations sociales envisagées sur un plan très général: garantir la justice, c est-à-dire assurer une appréciation de la valeur d une acte ou d un bien qui soit conforme aux principe de l égalité et de la proportion; juger un acte, fixer le prix d un bien, c est-à-dire se référer à une mesure admise de tous en vertu d une convention fondée en équité: mesure-nomos ou mesure-nomisma» (Will, 1954: ) 44. *** Bibliografia Bertelli, Lucio (1982), «L Utopia greca», in Firpo, Luigi (dir.), Storia delle Idee Politiche Economiche e Sociali. I. L antichità classica, Torino, UTET, pp Bertelli, Lucio (1983), «L Utopia sulla scena: Aristofane e la parodia della città», Civilità classica e cristiana, 4, pp Bertelli, Lucio (1987), «Genesi e vicenda dell utopia greca», in Colombo, Arrigo (a c. di), Utopia e distopia, Milano, Edizioni Dedalo, pp Bourriot, Félix (1983), «Note sur le texte de la loi athénienne de 375/4 concernant la circulation monétaire (la loi de Nicophon)», Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik, 50, pp Burelli, Laura (1973), «Metafore monetali e provvedimenti finanziari in Aristofane», Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di Lettere e Filosofia, 3/3, pp Buttrey, Theodore V. (1981), «More on the Athenian Coinage Law of 375/4 B.C.», Numismatica e Antichità Classiche. Quaderni Ticinesi, 10, pp Caccamo Caltabiano, Maria - Radici Colace, Paola (1983), «ΑΡΓΥΡΙΟΝ ΔΟΚΙΜΟΝ Su tale aspetto si veda in particolare Schirripa (2008: ). 42 Anche questi versi richiamano in modo assai chiaro, benché conciso, il contenuto di Repubblica 372a-b. 43 La moneta viene così descritta in particolare in Platone (Repubblica 417a). 44 Al proposito si veda anche Schirripa (2006: ).

11 10 Alessandro Cavagna ΤΟ Δ ΕΝΑΝΤΙΟΝ ΠΑΡΑΣΗΜΟΝ», Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di Lettere e Filosofia, serie 3, 13/2, pp Canfora, Luciano (2012), Il mondo di Atene, Roma-Bari, Editori Laterza. Canfora, Luciano (2013), La guerra civile ateniese, Milano, Rizzoli. Canfora, Luciano (2014), La crisi dell utopia. Aristofane contro Platone, Roma- Bari, Editori Laterza. Cantarella, Raffaele (edizione critica e traduzione) (1964), Aristofane, Le Commedie, III, Milano, Nuovo Istituto Editoriale Italiano. Carrière, Jean Claude (1979), Le Carnaval et la politique: une introduction à la comédie grecque suivie d un choix de fragments, Paris, Les Belles Lettres. Cataudella, Michele R. (1986), «Aspetti e strumenti della politica monetaria ateniese fra V e IV secolo», Sileno. Rivista di Studi Classici e Cristiani, 12/1-4, pp Dawson, Doyne (1992), Cities of the Gods: Communist Utopias in Greek Thought, New York-Oxford, Oxford Unversity Press. De Romilly, Jacqueline (2001), Alcibiade. Un avventuriero in una democrazia in crisi, Milano, Garzanti [trad. a c. di Emanuele Lana di: De Romilly, Jacqueline (1995), Alciabiade ou les dangers de l ambition, Paris, Édition de Fallois]. Dobrov, Gregory (1993), «The Tragic and the Comic Tereus», The American Journal of Philology, 114/2, pp Dobrov, Gregory (1998), «Language, Fiction, and Utopia», in Drobrov, Gregory (ed.), The City as Comedy. Society and Representation in Athenian Drama, Chaper Hill-London, The University of North Carolina Press, pp Dorey, Thomas A. (1956), «Aristophanes and Cleon», Greece & Rome, Second Series, 3/2, pp Dunbar, Henry (1973), A Complete Concordance to the Comedies and Fragments of Aristophanes (new edition completely revised and enlarged by Benedetto Marzullo), Hildesheim-New York, Georg Olms Verlag. Dunbar, Nan (ed.) (1995), Aristophanes. Birds, Oxford, Clarendon Press. Edmunds, Lowell (1987), Cleon, Knights, and Aristophanes Politics, Boston, University Press of America. Engen, Darel Tai (2005), «Ancient Greenbacks : Athenian Owls, the Law of Nicophon, and the Greek Economy», Historia: Zeitschrift für Alte Geschichte, 54/4, pp Ehrenberg, Victor (1957), L Atene di Aristofane. Studio sociologico della Commedia attica Antica, Firenze, La Nuova Italia [trad. it. a c. di G. Libertini e A. Calma di Ehrenberg, Victor (1951), The People of Aristophanes. A Sociology of Old Attic Comedy, Oxford, Basil Blackwell]. Faraioli, Marcella (2001), Mundus alter. Utopie e distopie nella commedia greca antica, Milano, Vita e Pensiero. Febvre, Lucien (1936), «En Utopie», Annales d histoire économique et sociale, 8, pp Ferguson, John (1975), Utopias of the Classical World, London, Thames and Hudson. Figueira, Thomas (1998), The Power of Money. Coinage and Politics in the Athenian Empire, Philadelphia, University of Philadelpha Press. Finley, Moses I. (introduzione) - Ferrari, Franco (traduzione) - Daverio Rocchi, Giovanna (note) (1985), Tucidide, La guerra del Peloponneso, I-III, Milano, Rizzoli. Firpo, Luigi (1982), «Appunti sui caratteri dell utopismo», in Matteucci, Nicola (a c. di), L utopia e le sue forme, Bologna, Il Mulino, pp Flament, Christophe (2007a), Le monnayage en argent d Athènes. De l époque archaïque à l époque hellénistique (c. 550-c. 40 av. J.-C.), Louvain-la-Neuve, Association de numismatique professeur Marcel Hoc, Imprimerie Émile Oleffe. Flament, Christophe (2007b), «Quelques considérations sue les monnaies athéniennes émises au IV e s.», Numismatica e Antichità classiche. Quaderni Ticinesi, 36, pp Giovannini, Adalberto (1975), «Athenian Currency in the Late Fifth and Early Fourth Century B.C.», Greek, Roman and Byzantine Studies, 16/2, pp Grandjean, Catherine (2006), «Athens and the Bronze Coinage», in van Alfen, Peter G. (ed.), Agoranomia. Studies in Money and Exchange presented to John H. Kroll, New York, The American Numismatic Society, pp Grilli, Alessandro (a c. di) (2006), Aristofane. Gli Uccelli, Milano, Rizzoli.

12 La moneta nel mondo dell utopia: dagli Uccelli alle Ecclesiazuse di Aristofane 11 Grunauer-Von Hoerschelmann, Susanne (1978), Die Münzprägung der Lakedaimonier, Berlin, de Gruyter. Harvey, David (1994), «Lacomica: Aristophanes and the Spartans», in Powell, Anton - Hodkinson, Stephen (ed.), The Shadow of Sparta, London, pp Holwerda, Douwe (1991), Scholia in Aristophanem. Pars II. Scholia in Vespas; Pacem; Aves et Lysistratam. Fasc. III continens Scholia Vetera et Recentiora in Aristophanis Aves, Groningen, Egbert Forsten. Hubbard, Thomas K. (1998), «Utopianism and the Sophistic City in Aristophanes», in Drobrov, Gregory (ed.), The City as Comedy. Society and Representation in Athenian Drama, Chaper Hill-London, The University of North Carolina Press, pp Konstan, David (1998), «The Greek Polis and its Negotiations: Versions of Utopia in Aristophanes Birds», in Drobrov, Gregory (ed.), The City as Comedy. Society and Representation in Athenian Drama, Chaper Hill-London, The University of North Carolina Press, pp Kroll, John H. (2011a), «The Reminting of Athenian Silver Coinage, 353 B.C.», Hesperia: The Journal of the American School of Classical Studies at Athens, 80/2, pp Kroll, John H. (2011b), «Athenian Tetradrachm Coinage of the First Half of the Fourth Century BC», Revue Belge de Numismatique et de Sigillographie, 157, pp Lelli, Emanuele (a c. di) (2013), Erasmo da Rotterdam, Adagi, Milano, Bompiani. Mastromarco, Giuseppe (1983), Commedie di Aristofane, Torino, UTET. Mørkholm, Otto (1991), Early Hellenistic Coinage. From the Accession of Alexander to the Peace of Apamea ( B.C.), Cambridge, Cambridge University Press. Nicolet-Pierre, Hélène (2002), Numismatique grecque, Paris, Armand Colin. Sartori, Franco (traduzione) - Vegetti, Mario (introduzione) - Centrone, Bruno (note) (2003), Platone, La Repubblica, Roma-Bari, Editori Laterza. Schirripa, Paola (2004), «Il confine mobile della Tracia e la fantasia tragica. Miti traci a teatro», in Schirripa, Paola (a c. di), I Traci tra l Egeo e il Mar Nero, Milano, Cuem, pp Schirripa, Paola (2006), «Antropologia della moneta. Teorie a confronto», Quaderni di Storia, 63, pp Schirripa, Paola (2008), «L immaginario del denaro nelle commedie di Aristofane», Rivista Italiana di Numismatica e Scienze Affini, 109, pp Sokolowski, Franciszek (1976), «The Athenian Law Concerning Silver Currency (375/4 B.C.)», Bulletin de correspondance hellénique, 100/1, pp Sommerstein, Alan H. (ed.) (1991), Arsitophanes. Birds, Oxford, Oxdow Books. Spaethling, Robert (1975), «Folklore and Enlightenment in the Libretto of Mozart s Magic Flute», Eighteenth-Century Studies, 9/1, pp Stroud, Ronald S. (1974), «An Athenian Law on Silver Coinage», Hesperia: The Journal of the American School of Classical Studies at Athens, 43/2, pp Urbain, Yves (1939), «Les idées économiques d Aristophane», Antiquité Classique, 8, pp van Alfen, Peter (2012), «The Coinage of Athens, sixth to first Century B.C.», in Metcalf, William E. (ed. by), The Oxford Handbook of Greek and Roman Coinage, Oxford, Oxford University Press, pp Vetta, Massimo (a c. di) - Del Corno, Dario (traduzione di) (1989), Aristofane, Le donne all assemblea, Milano, Fondazione Lorenzo Valla - Mondadori. Vickers, Michael (1995), «Alcibiades at Sparta: Aristophanes Birds», The Classical Quarterly N.S., 45/2, pp Will, Édouard (1954), «De l aspect éthique des origines grecques de la monnaie», Revue Historique, 212, pp Zanetto, Giuseppe (a c. di) - Del Corno, Dario (introduzione e note) (1987), Aristofane. Gli Uccelli, Roma-Milano, Fondazione Lorenzo Valla - Mondadori. Zimmermann, Bernhard (1991), «Nephelokokkygia. Riflessioni sull utopia comica», in Rösler, Wolfgang - Zimmermann, Bernhard, Carnevale e utopia nella Grecia antica, Bari, Levante Editori, pp

13 El dinero de los jesuitas: una aproximación a la realidad económica del colegio de Marchena (Sevilla). Siglos XVI-XVIII Julián J. Lozano Navarro Universidad de Granada (España) Riassunto: El presente trabajo pretende realizar una aproximación a la forma de entender el dinero y la producción por los jesuitas tomando como ejemplo el colegio de la Compañía de Jesús en Marchena (Sevilla) entre los siglos XVI y XVIII. A partir del caso propuesto, se analiza cómo los jesuitas organizaban la gestión de sus recursos productivos y financieros. Y se aborda su aspiración a ganar dinero como la manera de asegurarse la futura expansión de sus labores religiosas y educativas. Los instrumentos y las decisiones que se tomaron no siempre alcanzaron los objetivos perseguidos. Pero, sin lugar a dudas, demuestran, una vez más, la modernidad y versatilidad de los padres de la Compañía y su particular modo de proceder en lo que concernía al trabajo, al dinero y a las prácticas económicas en general. Parole chiave: Compañía de Jesús; Jesuitas; Colegio de Marchena; Dinero; Agricultura; Siglos XVI-XVIII Abstract: This article is aimed as an approach to how Jesuits understood money and production, taking as an example one of their Andalusian colleges: Marchena (Sevilla), from the 16 th to the 18 th century. It also examines how Jesuits organized their production management and financial resources. Besides, the article explains their desire to make money as a particular way to ensure the future expansion of their religious and educational works. The instruments and decisions made by Jesuits did not always reach their objectives. However, those decisions undoubtedly prove once again the modernity versatility of the fathers of the Society of Jesus, as well as their particular way of proceeding in fields such as work, money and economic practices in general. Key-words: Society of Jesus: Jesuits; College of Marchena; Money; Agriculture; 16th-18th Centuries Hablar del dinero, de la riqueza de los jesuitas durante el Antiguo Régimen, ha sido siempre un asunto particularmente complejo. Antes que nada, por razones que atañen directamente al oficio del historiador, entre las que destacan las lagunas en la documentación conservada o lo disperso de las fuentes. Dos cuestiones que son consecuencia de las expulsiones de la Compañía de Jesús y de su supresión en A ellas se une, como no podía ser de otro modo, la dificultad inherente a tener que abordar más de 200 años de historia de la orden ignaciana. O la problemática derivada del estudio de una institución cuyos domicilios estaban repartidos por todo el Orbe conocido en los siglos modernos. Estos y otros motivos, qué duda cabe, no han ayudado demasiado a comprender la evolución de la riqueza global de los jesuitas durante los siglos XVI, XVII y XVIII. Hasta aquí, sin embargo, apenas encontramos nada que difiera demasiado de los problemas que surgen a la hora de dilucidar el patrimonio de cualquier otra orden religiosa durante el mismo período. Entonces, qué hace siempre el caso de los jesuitas tan especial? La respuesta es bastante clara, al menos en mi opinión. Y tiene que ver con el universo de prejuicios que, casi desde su mismo nacimiento, ha venido rodeando a la Compañía de Jesús. En este sentido, al aludir a la riqueza de la Compañía como al referirnos a su influencia social o a su cercanía al poder con mayúsculas se corre siempre el riesgo de asumir tópicos sólidamente instalados en el inconsciente colectivo e ideas preconcebidas que, aún a día de hoy, circulan a pie de calle. Opiniones no muy distintas a las que podían escucharse en la Europa de la centuria Ilustrada que presentaban a los jesuitas como un grupo de religiosos ávidos de poder y dinero; y eternamente dispuestos a aprovechar cualquier circunstancia que les permitiera la consecución de sus oscuros intereses económicos o políticos. La influencia social y política de los jesuitas, pese a estar sobradamente demostrada, es un argumento sugestivo donde los haya y del que se seguirá hablando

14 El dinero de los jesuitas 13 mucho aún. Algo similar ocurre, aunque tal vez en menor medida, en lo que respecta a su riqueza material. Porque es innegable que, al igual que las demás órdenes religiosas, la Compañía de Jesús disponía de formidables recursos económicos en el mundo católico. Ahora bien, los interrogantes que se nos siguen planteando son muchos. Entre otros, cómo conseguían los jesuitas su patrimonio? De qué forma explotaban sus propiedades? Cuáles eran sus objetivos al administrarlas? A qué dedicaban los beneficios obtenidos? Osciló su nivel de riqueza a lo largo de los siglos? En definitiva, cuál era la relación de los jesuitas con el dinero? Resulta imposible, al menos a día de hoy, tratar de dar una respuesta global a estos interrogantes. Es por ello que estas páginas, entendidas únicamente como una aproximación a la cuestión, intentarán abordarlos tomando como referencia tan sólo un caso concreto: el del colegio de la Encarnación de Marchena (Sevilla), entre 1565 y Pese a lo que en principio pudiera parecer, el ejemplo elegido no es en absoluto de segundo orden. No podía serlo, ya que por norma casi general los jesuitas normalmente intentaban establecer sus domicilios en ciudades grandes e importantes (Spedicato, 2013: 43-44). Muy especialmente, en aquellas poblaciones que fueran sede de un obispado o de un arzobispado, que albergasen una universidad o estuvieran consideradas como un importante centro político-administrativo (Foresta, 2007: 289). Marchena era, justamente, esto último como capital de los estados señoriales y lugar de residencia habitual de los duques de Arcos. Su colegio de la Compañía, precisamente por ello, destacó poderosamente dentro del organigrama de la provincia jesuítica de la Bética. No era para menos teniendo en cuenta que había sido fundado en la década de 1560 por doña María de Toledo, esposa del duque don Luis Cristóbal Ponce de León, el cabeza de una estirpe perteneciente a la más elevada nobleza española, con lo que ello suponía durante el Antiguo Régimen. Por si fuera poco, los duques eligieron la iglesia del nuevo colegio como nuevo lugar de enterramiento de algunos miembros de su encumbrado linaje, manifestando así públicamente su predilección por los jesuitas. Una cuestión ésta que dotó al naciente centro de la Compañía de un impresionante papel simbólico 1. Es de sobra conocido que los colegios de la Compañía se entendían como instituciones orientadas a la educación gratuita de los jóvenes y a la formación de futuros jesuitas. Debían ser plenamente autónomos en el ámbito económico, manteniéndose con sus rentas y con la explotación de sus propiedades. Los colegios jesuíticos no tenían que depender de las limosnas, por tanto. Aunque las recibieran, y muchas. Así pues, los duques de Arcos, para ser reconocidos como patronos y fundadores del colegio de la Encarnación, tuvieron que donar los bienes necesarios para la construcción de su iglesia, edificios docentes y vivienda de la comunidad. Pero se obligaron también a conceder unas rentas que aseguraran, tanto la futura supervivencia de un número concreto de padres y hermanos coadjutores, como la continuidad de las escuelas, muy especialmente de las de primeras letras 2. No conocemos el monto exacto que supusieron las obras del colegio. Sí sabemos, sin embargo, que los duques de Arcos dispusieron que se situaran 300 ducados de renta anual para sustentar a los jesuitas (Alcaide Aguilar, 1988: 84). A esta suma debían unirse más adelante otros ducados, la quinta parte de la dote de la duquesa María, donados en su testamento, para «que se emplease en el sustento de los padres colegiales y hermanos de la Compañía sin tocar el principal» 3. Una vez viudo, el duque don Luis Cristóbal se reconoció deudor de esta cantidad. Pero, aquejado de la clásica falta de liquidez del estamento nobiliario, nunca fue capaz de realizar el pago completo de la misma 4. Lo que sí pudo hacer en vida fue situar maravedíes de renta anual al 14% a favor de los jesuitas, para lo que llegó a hipotecar las rentas y derechos de sus villas de Zahara y Casares y las alcabalas de Marchena (Alcaide Aguilar, 1988: 85). Durante toda la primera mitad del siglo XVII el colegio de la Encarnación seguirá recibiendo donaciones varias de manos de los duques de Arcos, de miembros destacados de su servicio, de particulares y del ayuntamiento de la localidad. Dichas dádivas incluían sumas y censos por valor de muchos miles de ducados en metálico, objetos preciosos, casas y tierras de labor (Lozano Navarro, 2002: 92-98) 5. Esta abundancia de donantes explica, en buena parte, la boyante situación económica de los jesuitas de Marchena entre el Quinientos y el Seiscientos 6. La riqueza que fluía hacia el colegio de la Encarnación posibilitó, por ejemplo, 1 Aparte del colegio de la Compañía de Jesús, en el período que nos ocupa Marchena llegó a tener cinco conventos de frailes y tres de monjas (Gamero Rojas, 1996: 121). 2 Se estipulaba que vivieran en el colegio diecisiete o dieciocho sujetos, siete u ocho padres y el resto hermanos coadjutores (Astrain, 1912: 588). 3 Archivo Histórico de la Provincia de Andalucía de la Compañía de Jesús [en adelante AHPA- SI], Historia del origen y fundación del Colegio de la Compañía de Jesús de la Villa de Marchena, serie de los Rectores y sucesos acaecidos en él [en adelante Historia], f. 2v. 4 Los jesuitas no recibieron toda la cantidad hasta 1597, cuando Luis Ponce de León y Suárez de Figueroa, hijo de los fundadores, cumplió definitivamente con la última voluntad de su madre (García Hernán, 1993: ). 5 Los jesuitas de Marchena registraron todas las donaciones y limosnas que recibían en la Historia, especialmente en los ff. 21v-84v). 6 Y no sólo en el caso concreto en el que se centran estas páginas: durante el mismo período, las muchas donaciones de las que se beneficiaron los jesuitas permitieron abrir la mayor parte de los domicilios de la Compañía de la Europa católica. Un proceso que se ralentizó ostensiblemente coincidiendo con la llamada crisis del siglo XVII (Spedicato, 2013: 41).

15 14 Julián J. Lozano Navarro que los padres del mismo gastaran miles de ducados en el adorno interior de su iglesia, cuyas imágenes estaban magníficamente vestidas y enjoyadas. O que las fiestas de beatificación de santos de la Compañía fueran espléndidas, adquiriéndose adornos hechos por profesionales venidos desde la opulenta Sevilla para la ocasión e incluyendo mascaradas, luminarias y fuegos artificiales 7. Tales gastos no significaban, sin embargo, que los jesuitas de Marchena descuidaran compras e inversiones destinadas a hacer crecer su capital y recursos económicos. Al contrario, en 1588 adquirieron una finca con un molino «que por haber años que estaba perdido se compró [ ] a buen precio, aunque costó la parte de levantarle y propiedad poco menos de mil y quinientos ducados» 8. Poco después el conde de Luna y Mayorga les vendió una huerta 9, a la que en 1612 se añadieron un olivar y otra propiedad vecinos. Las tierras, así agrandadas, recibieron el nombre de huerta de San Ignacio de los Ángeles 10. Se ha señalado certeramente la importancia de operaciones como la que acabamos de ver en la formación del patrimonio de los jesuitas andaluces (Mata Olmo, 1987: ). La Compañía de Jesús, de hecho, siempre prefirió las donaciones en metálico, ya que le permitían comprar tierras que sirvieran para redondear su patrimonio o para incrementarlo en las áreas que más le interesaran 11. Como se ha señalado recientemente para el caso italiano, los jesuitas supieron muy bien cómo estimular estas donaciones en dinero y cómo servirse de manera dinámica del sector financiero. Esta actitud de los hombres de la Compañía, sin embargo, les granjeó duras críticas. Especialmente una: que el ansia de que hacía gala la Orden a la hora de adquirir y gestionar bienes, entraba en colisión con el voto de pobreza de sus miembros. Una cuestión en la que, incluso, insistieron algunos jesuitas, caso del célebre padre Juan de Mariana (Guasti, 2013: 8-9 y 30). Las donaciones de los fundadores permitieron al colegio de Marchena dar sus primero pasos como entidad económica a la que pronto pertenecerá un patrimonio creciente, tanto rústico como urbano. Los jesuitas de Marchena, además, se apresuraron a plantar más olivos y viñas en sus nuevas propiedades 12. Precisamente, una de las prácticas más comunes en los colegios de la Compañía, pues la inmediata puesta en marcha de obras de infraestructura en las tierras que se adquirían elevaba automáticamente su valor y productividad (Pastrana Salcedo, 2009: ). Ahora bien, cómo entendía la Compañía de Jesús el conjunto de las propiedades y recursos de sus colegios? Según han destacado diversos autores, de una forma que nada tenía que ver con la mentalidad de los grandes propietarios del mundo hispánico en la misma época. Los seglares compraban y administraban las tierras por razones de prestigio social. Los religiosos regulares gestionaban sus fincas al modo típico de las manos muertas; o, lo que es lo mismo, haciendo gala de un difuso inmovilismo ligado a una utilización meramente parasitaria de sus propiedades (Caridi, 1992: ). Los jesuitas, sin embargo, habrían trabajado sus posesiones con las miras puestas en el beneficio, en ganar el dinero que permitiera la futura expansión de sus casas y colegios (Denson Riley, 1973: 240). Con una circunstancia añadida: es cierto que otras órdenes religiosas atesoraron ingentes patrimonios, pero ninguna lo hizo con la capacidad y velocidad con que lo hizo la Compañía (Landi, 2013: 26). Hasta el punto de que, como han señalado algunos autores trayendo a colación el caso de la Italia meridional, que tal vez podría extrapolarse al ámbito andaluz los jesuitas fueron el único instituto religioso surgido del Concilio de Trento que pudo sostener haciendas agrícolas modernas y abiertas a una economía de mercado (Spedicato, 2013: 49). Estos y otros motivos explican que, con cierta frecuencia, se haya destacado la modernidad de la Compañía y su valiente elección de un novedoso modelo económico descentralizado: el de los colegios. Todos los domicilios jesuíticos poseían sus propias tierras, recursos técnicos y capital financiero, lo que les permitía funcionar independientemente. De este modo, cada colegio realizaba una gestión empresarial que solo comprometía sus capitales y recursos con el objeto de ampliarlos hasta donde fuera posible. La casa generalicia de Roma, por su parte, se reservaba las directrices administrativas generales, que transmitía por medio de asistentes, provinciales y rectores (Sánchez Andaur, 2011: ). Los colegios, por consiguiente, no habrían sido fundaciones religiosas como las demás, sino centros 7 El colegio, y es significativo, cargaba directamente con una parte muy importante de todos estos gastos (Lozano Navarro, 2002: 97-98). 8 AHPASI, Historia, fol. 3v. 9 Don Antonio Vigil de Quiñones y Pimentel, primogénito del conde de Benavente, era yerno del III duque de Arcos desde su matrimonio en 1595 con doña María Ponce de León (García Hernán, 1993: 393). 10 En 1613 los jesuitas construirán allí una casa de recreo homónima que les costó cerca de ducados, algo a lo que solamente colegios eran capaces de aspirar, AHPASI, Historia, f. 23v. Fuera de Andalucía el proceso solía ser similar. Sirva como ejemplo el del colegio de la Compañía en Orihuela. A finales del siglo XVII era poseedor de una gran hacienda de secano conocida como La Marquesa cuya superficie se dobló en muy pocos años. Le pertenecían, además, valiosas haciendas situadas en poblaciones cercanas (Martínez Tornero, 2012: 111). 11 El mayor volumen de adquisiciones por los jesuitas andaluces se produjo en los últimos años del siglo XVI y los primeros del siglo XVII. La menor actividad compradora se dio, por el contrario, en las décadas centrales del siglo XVII (López Martínez, 1991: 203). 12 AHPASI, Historia, ff. 26v-29r.

16 El dinero de los jesuitas 15 económicos donde convergía el dinero y desde donde se irrigaban capitales hacia el campo (Tovar Pinzón, 1975: 137). Otro hecho decisivo que diferenciaba a los jesuitas era que se solían encargar ellos mismos de la explotación directa de sus tierras. Siempre disciplinados, los padres de la Compañía establecían, además, una eficiente cadena de mando en sus dominios, situando al frente de cada sector productivo a gentes de confianza (Pastrana Salcedo, 2009: ). A tenor de todo lo dicho, hay quien ha llegado a considerar a los jesuitas como los primeros empresarios agrarios de Europa debido a sus avanzadas estrategias de planificación, mejora e inversión y su inteligente opción de la calidad sobre la cantidad. Cuestiones todas ellas que habrían convertido a los hijos de san Ignacio en un modelo perfecto de agricultores (Vázquez Lesmes, 2007: ) y en una rara avis en los siglos del Antiguo Régimen. No hay, sin embargo, que exagerar: pese a todo, las fincas de los colegios se configuraban como explotaciones precapitalistas. Pero lo que sí es cierto es que la gestión de los patrimonios no sólo se basaba en el trabajo directo de los jesuitas, sino en sus constantes inversiones orientadas a aumentar la productividad del suelo (Rossi, 2013: 118). Pero volvamos al ejemplo concreto que nos ocupa. Cómo eran las propiedades que iban engrosando el patrimonio del colegio de la Encarnación? Las tierras de Marchena, como en la actualidad, eran consideradas muy fértiles durante la Edad Moderna. Llamaban la atención su «gran porción de olivares y alguna de viñerías y tierras muy fértiles [ ] y se coge gran cantidad de trigo y cebada y semillas y aceite, y valen mucho sus diezmos». Eran igualmente aptas para ganados, no encontrándose en su «dilatado término un pedaso de terreno inútil» 13. A producir todos estos bienes se dedicará a conciencia el colegio de la Encarnación de la Compañía durante su existencia. Por supuesto, al trigo, la explotación principal en toda Europa. Pero no sólo a su cultivo: los jesuitas también disponían de un molino, una tahona y una panadería propios. Un hecho que demuestra otra constante detectada en las fincas de la Compañía: la aspiración de los padres a controlar toda la cadena productiva, incluyendo la producción de materias primas, su procesamiento y transformación; y, por último, la distribución y comercialización de los excedentes (Pastrana Salcedo, 2009: ). El colegio de Marchena se dedicaba además a la explotación de viñas y olivares. Muy especialmente, de estos últimos. Y digo especialmente porque, aunque su importancia cuantitativa no se podía comparar con la del trigo, los jesuitas de la localidad hablaban una y otra vez de los olivos que habían adquirido o de los que les habían donado, teniéndolos casi más presentes que al cereal. Razones tenían para ello, desde luego. Porque es un hecho cierto que, desde el siglo XVI, la producción de vino y aceite de oliva en el reino de Sevilla experimentaba un crecimiento exponencial auspiciado por los precios en aumento y el tirón de la demanda urbana y de las colonias americanas (Bernal, 1980: 211). Los jesuitas, por tanto, no hacían sino concentrar con habilidad buena parte de sus esfuerzos en un negocio que resultaba especialmente atractivo y que les prometía ganar mucho dinero. No se detenían aquí las actividades económicas del colegio de la Encarnación en lo que al sector primario se refiere. Y es que, prácticamente desde los primeros momentos de su existencia, el domicilio de los jesuitas se dedicaba también a la cría de ganado lanar. Otro negocio que, a finales del siglo XVI, seguía siendo fuente de suculentos beneficios económicos en toda Castilla. Como veremos, esta ocupación irá creciendo con el tiempo. Y estará en consonancia aunque a mucha menor escala con la de otros colegios de la Compañía en el reino de Sevilla, como los de San Hermenegildo, Arcos o Carmona, que poseía más de hectáreas dedicadas en buena parte al ganado (López Martínez, 2005: 1035) 14. Pero el sector agropecuario, con ser decisivo, no constituía la única dedicación económica del colegio. Porque los jesuitas de Marchena también invertían en deuda pública. De hecho, a finales del siglo XVI y principios del XVII utilizaron parte del dinero procedente de la dote de su fundadora en la adquisición de dos juros en las alcabalas de Écija 15. Por si fuera poco, los jesuitas también se metieron a prestamistas, adquiriendo un censo de ducados sobre el marquesado de Estepa 16. Algo que, pese a lo que pudiera parecer, no era un hecho insólito. De hecho, en el Nuevo Mundo los miembros de la Compañía prestaban efectivo tanto a particulares como a otras órdenes religiosas a un interés anual de entre el 3 y el 13 Ambas citas, del párroco de Marchena y de un visitador del arzobispado de Sevilla respectivamente, son de la segunda mitad del siglo XVIII (Candau Chacón, 1998: ). 14 Esta riqueza palidecía ante la de sus hermanos en América. Como muestra, en el virreinato de Nueva Granada hacia 1760 algún colegio de la Compañía era propietario de más de reses vacunas, 500 caballos y bestias, yeguas y animales menores, (Martínez Covaleda, 2008: 16). 15 AHPASI, Historia, f. 3v. No en vano la Iglesia, y dentro de ella la Compañía de Jesús, compartió el interés de la sociedad castellana hacia la deuda pública. Es más, su interés sobrevivió al público descrédito de los juros en el siglo XVII debido a que las reservas reales liberaban parcial o totalmente a las instituciones religiosas de los descuentos realizados sobre los réditos de los juros (López Martínez, 1992: 87). 16 AHPASI, Historia, f. 3v.

17 16 Julián J. Lozano Navarro 4% (del Río, 2003: 175; Chocano, 2010: 49). Lo mismo ocurría en Italia. Sirva una muestra, si bien extremadamente significativa: en el siglo XVII la casa de Probación de Roma tenía invertidos en operaciones financieras cerca de escudos, que producían escudos anuales. A esta suma se añadían otros escudos provenientes de censos varios (Landi, 2013: 37). Así pues, los jesuitas optaban frecuentemente por invertir en préstamos, censos y otros negocios financieros, obteniendo a menudo muy buenos réditos. El problema es que ninguno de los dos asuntos por los que apostaron los padres de Marchena salió tan bien como se esperaba. Comencemos por la cuestión de los juros. Uno de ellos era «pequeño y en muy buena finca, de modo que siempre tiene cabimiento». Pero el mayor, «no tiene buena finca, y para que tenga cabimiento es necesario que las alcabalas de Écija estén en 11 cuentos ducados». La realidad es que los jesuitas tuvieron siempre dificultades para cobrar éste último, teniendo incluso que recurrir a hacer regalos y favores al tesorero de Écija, «quien para dificultar la paga alegaba comúnmente, entre otras cosas, que no tenían cabida nuestros juros [...] y otras excusas frívolas». En 1644, hartos de dilaciones, los jesuitas encargaron al procurador de la Compañía en Madrid que se hiciera con un certificado de la Contaduría Real en el que se especificara por qué cantidad estaban encabezadas las alcabalas de Écija. Gracias a la gestión, averiguaron que sus juros tenían cabida, puesto que las alcabalas estaban en torno a los 14 cuentos. Por desgracia, y pese lo sólido de la prueba, el tesorero persistía en su negativa de pagarles, «y llegó a tanto que se encerró en su casa, y cuando iban a hacerle las notificaciones no parecía él ni persona alguna». Cansados de situación tan grotesca, los jesuitas recurrieron al corregidor de Écija, quien ordenó al tesorero que les pagara, viéndose éste, por fin, obligado a obedecer 17. El censo sobre el marquesado de Estepa creará todavía más sinsabores, si cabe, a los jesuitas de Marchena. Fundamentalmente porque, casi desde el mismo momento de tomar dicho censo, el marqués de Estepa comenzó a pagar con dificultad al colegio «por los grandes alcances que su hacienda tiene». En la década de 1640 el marqués Adán Centurión y Fernández de Córdoba intentó una artimaña para no pagar: incluir el censo en el concurso de acreedores que tenía en la Chancillería de Granada, alegando que estaba impuesto sobre sus bienes vinculados. Los jesuitas de Marchena, pese a ser conscientes de que «los pleitos con los poderosos siempre son de malas consecuencias», se opusieron a los planes del marqués, alegando que la deuda para con ellos recaía «sobre bienes libres, que estos se podían vender y pagar». El marqués se avino a cumplir con lo que les debía. Al menos, de momento. Porque en 1643 volvió a las andadas, viéndose obligados los jesuitas a hablar «claro al marqués: que si no pagaba acudiría [el colegio] a sacar una provisión ejecutoria a Granada [ ] y que se ejecutaría a los acreedores [ ] a que respondió el marqués que hiciese lo que quisiese» 18. La sentencia de la Chancillería granadina fue finalmente favorable al colegio de Marchena, al que el marqués de Estepa tuvo que pagar lo que le debía y las costas del proceso. No obstante, nada parecía escarmentar al aristócrata, porque en 1644 intentó de nuevo incluir el censo en su pretensión de conseguir «6.000 ducados en perjuicio de los acreedores con título de alimento para su hijo». Esta petición le fue finalmente concedida. Pero desconocemos en qué grado afectó al colegio de Marchena porque en 1711 seguía cobrando el problemático censo con relativa regularidad. E, incluso, por adelantado, como sucedió durante el gran invierno de Lo que sí sabemos es que, lejos de encontrar un final definitivo, los pleitos por este censo resucitarán a mediados del siglo XVIII. En estas décadas centrales del siglo XVII una realidad comienza a hacerse cada vez más patente: la debacle económica del colegio de Marchena. Influyeron en ella los gastos derivados de estos problemas judiciales que acabamos de ver? Con toda seguridad. Pero me inclino más a pensar que las dificultades del colegio de la Encarnación tuvieron mucho más que ver con otras cuestiones. Como la tremenda crisis económica que atravesaban la Monarquía Hispánica en particular y el mundo mediterráneo en general. Un hecho avalaría mi afirmación: esta recesión, lejos de afectar únicamente al caso que nos ocupa o al conjunto de Andalucía, fue igualmente patente en el Sur de Italia, alcanzando su momento más álgido en torno a Un momento en el que los colegios de Nola, Massalubrense, Castellammare, 17 AHPASI, Historia, ff. 81v-82v. 18 AHPASI, Historia, f. 69v-70v. 19 AHPASI, Historia, ff. 70v-71.

18 El dinero de los jesuitas 17 Capua, Benevento y Salerno presentaban situaciones patrimoniales críticas, con sus ingresos casi completamente absorbidos por las deudas (Spedicato, 2013: 42-47), y en el que los jesuitas se vieron incluso forzados a clausurar sus colegios de Capua, Salerno, Amantea, Atri, Paola, Monteleone y Monopoli (Tanturri, 2013: 95). Pues bien: en el caso de Marchena, es un buen testimonio de lo adverso de los tiempos una visita que realizó el provincial Gonzalo de Peralta en Para entonces, la casa de retiro de San Ignacio de los Ángeles amenazaba ruina; y lo mismo ocurría con la clase de primeras letras 20. La situación no dejará de empeorar durante las tres décadas siguientes. A ello contribuyeron los problemáticos juros del colegio que, al tratarse de rentas fijas y en dinero, quedaban a merced de los continuos vaivenes inflacionistas y de alteración monetaria del momento. También tuvo su parte la caída de las rentas de la tierra de las últimas décadas del siglo XVII, que afectó a otros domicilios jesuíticos andaluces, como el de Jerez (López Martínez, 1992: 256). Sea como fuere, la debacle económica se hizo evidente. Por lo pronto, el colegio de Marchena debía diezmos atrasados al arzobispado; comenzó a acoger a menos jesuitas de los que se estipulaba en la fundación por no poder mantenerles, y tenía que recurrir a limosnas de toda índole para afrontar el día a día. Cuando en 1671 fue canonizado Francisco de Borja, el rector del colegio se vio forzado a pedir ayuda urgente al duque de Arcos para celebrarlo con decoro, «por no hallarse el colegio con los medios necesarios». El grande, fiel a su papel de patrón, le contestó «que allí estaba, que las haría [las fiestas] todas por su cuenta» 21. Cuando en mayo de 1675 comenzó el rectorado del padre Sebastián de Viedma, el colegio se encontraba en estado miserable. Es verdad que hacia 1679 los jesuitas eran dueños de 100 aranzadas de olivar, que tendrían un valor de mercado de ducados. Explotaban también 14 aranzadas de viña, que producían 400 arrobas. Tenían un molino que producía 30 ducados de renta anual. Un patrimonio total que estribaría en unos ducados (Alcalde Aguilar, 1998: ). Pero no era suficiente, teniendo el rector Viedma que ponerse manos a la obra a fin de recuperar «intereses, muchos de ellos perdidos [ ] muchos censos olvidados y otros declarados y algunas haciendas halladas que con el tiempo se habían desfalcado del caudal» 22. Porque una cosa era el patrimonio del colegio en su conjunto y otra, bien distinta, las deudas con las que estaba cargado o la liquidez monetaria disponible. Las primeras parecían abundar, en detrimento de la segunda. Otra de las causas del endeudamiento era la propia actitud emprendedora de los jesuitas de Marchena, que estaban intentando a toda costa aumentar la productividad de sus explotaciones agrícolas. Gastando, entre otras cosas, miles de ducados en la compra y puesta en valor de un molino de aceite 23. Fue debido precisamente al intento de «aumentar el capital [que] padeció mucho lo material del colegio, como también los olivares y la viña, pues por no poder darles las labores necesarias se experimentó mucha cortedad en los frutos» 24. La consecuencia más grave era que los jesuitas de Marchena se endeudaban cada día más, «desgracia, la cual llora y llorará este colegio hasta que Dios sea servido de mejorar los años y darnos abundantes cosechas de pan, vino y aceite para quitar la carga con que quedó gravado en el desgraciado ajuste» 25. Pero lo peor estaba aún por llegar: la baja de la moneda en 1680 terminó de hundir sus rentas. «Estos tiempos fueron la fatal época de este colegio», afirmaban los padres de Marchena. La renta anual de que disponían en este momento era de ducados, sí; pero tenían deudas y cargas fijas por valor de 7.000, quedando poco más de para el mantenimiento de la institución, sus operarios y escuelas. Lo apurado de la situación provocó «haberse en estos tiempos consumido vinajeras y salvilla de plata y otras alhajas [ ] La casa estaba muy maltratada, los aposentos [ ] inhabitables» 26. Los jesuitas de Marchena no comenzaron a recuperarse hasta finales del siglo XVII. Y lo hicieron gracias al rector Gregorio Velasco. Este enérgico padre, al que en el colegio se le daba el título de restaurador, puso corrientes diversos censos; subió las rentas de las tierras; prestó atención a los cultivos; reunió un rebaño de 500 carneros; y consiguió para el colegio un legado de más de ducados. El resultado es que en 1701 las rentas del colegio habían crecido hasta los ducados y 12 maravedíes, de los que quedaban libres de cargas más de Una cantidad con la que se podía mantener a once jesuitas. 20 AHPASI, Historia, ff. 64r-v. 21 AHPASI, Historia, ff. 97v-98r. 22 AHPASI, Historia, f. 106v. 23 Probablemente sito en la Jarda y que producía unas 400 arrobas de aceite al año (Alcaide Aguilar, 1988: 104). 24 AHPASI, Historia, f. 107v. 25 AHPASI, Historia, f. 108v. 26 AHPASI, Historia, ff. 113v-114r.

19 18 Julián J. Lozano Navarro Esta mejoría, por desgracia, fue sólo transitoria. Se unieron para ponerla en entredicho los efectos derivados de varias circunstancias extremadamente adversas. En primer lugar, los efectos de la Guerra de Sucesión Española. En segundo, los estragos del tristemente célebre gran invierno de Y, como remate, un terrible ciclo de inundaciones, epidemias y hambrunas combinadas entre 1708 y 1711 (Candau Chacón, 1998: 361). Así las cosas, puede entenderse que la situación del domicilio de la Compañía en Marchena no pudiera salir de la espiral de deterioro en la que se encontraba sumido. Hasta el punto de que algunos rectores abandonaban su cargo en cuanto podían, «huyendo de la miseria en que se hallaba este colegio». En 1711 uno de ellos incluso se vio obligado a pedir limosna de puerta en puerta, «cosa desacostumbrada en este lugar» 28. Otro hecho grave fue el traslado definitivo de sus patronos, los duques de Arcos, a la Corte. Algo que alejaba peligrosamente una de las principales fuentes de donaciones y limosnas que recibían los jesuitas de Marchena 29. Por si fuera poco, los ladrones entraban a menudo a robar. Y la iglesia estaba tal que parecía ermita en despoblado y lejos de ser iglesia de la Compañía [...]. Estaba de tan mal olor y desenladrillada que parecía un cementerio. Las paredes parecían de cárcel según los desconchados, que causaba horror mirarlas, y a trechos [...] huecos que eran capaces de cuidar lechuzas, murciélagos [...]. No se podían mover los cuerpos de los santos a menos de quedarse entre las manos, carcomidos y sostenidos con cuñas y clavos, los vestidos comidos de ratones y hechos polvo con el tiempo[...]. La sacristía estaba diciendo aquí fue Troya, nadie la conociera de cuantos la habían visto en treinta años a esta parte 30. Pese a todo, los jesuitas seguían siendo dueños de 292 fanegas de cereal, 140 de olivar y 11 de viña en Tenían, además, dos almazaras. Aparte de lo que el campo rendía, el colegio era titular de 6 juros que tendrían que haber rentado reales; pero que, debido a la crisis de las rentas públicas de la Monarquía, apenas alcanzaban los 635 reales. Tenía 30 censos por valor de reales. Y también eran suyas tres casas que proporcionaban rentas por valor de 190 reales (López Martínez, 1998: 72-80). Un patrimonio nada despreciable, por tanto. Pero que, como vemos, no bastaba debido a las deudas que lo agobiaban. Por estos años, los jesuitas tendrán que desvelarse de continuo por pagar a sus acreedores o, al menos, porque éstos percibieran «el esfuerzo en atenderles» 31. Incluso intentaron, a la desesperada, algunos negocios especulativos para aumentar su capital. Pero, una vez más, no salieron bien. Como en 1718, cuando, conscientes de la mala cosecha de aceituna en Andalucía, decidieron reservar algo de aceite para venderlo cuando su precio subiera. Consiguieron hasta que una persona prestara al colegio ducados para esperar y «no malbaratar el aceite, siguiendo la común opinión que por el verano había de subir el valor de esta especie». Pero sus previsiones se vieron pronto frustradas, ya que una prohibición oficial de sacar aceite fuera del reino hizo que el precio del producto se desplomara. Y con él, las esperanzas de negocio de los voluntarioso padres de la Compañía 32. Los tiempos, no obstante, estaban cambiando. En el siglo XVIII los jesuitas, tanto en Europa como en América, se convencían cada vez más de que debían asumir nuevos retos si querían obtener las inyecciones de dinero que les permitieran reflotar sus endeudadas casas y colegios. La consecuencia directa fue una renovada política de expansión territorial y diversificación agrícola; de mejora de herramientas e introducción de nuevas tecnologías; y de potenciación de industrias complementarias como molinos, astilleros, telares, carpinterías, lagares o, destilerías (cfr. Martínez de Codes, 1998: 70-81). El colegio de Marchena no quedó al margen de esta dinámica, procediendo a adecuar sus cultivos, plantando cientos de estacas de viña y olivar y sentando las bases de un nuevo ciclo de expansión económica. Ya en 1720 la cosecha de aceite y trigo fue tan buena, que permitió el sustento de los jesuitas, la rehabilitación de dos molinos de aceite y el pago a muchos acreedores 33. En 1721 se construyó una bodega más grande y se compraron más tinajas para almacenar el vino, todo por valor de varios cientos de ducados 34. Los padres de la Compañía se aplicaron también en acrecentar sus ganados lanares con la adquisición de cerca de quinientas ovejas 35. En 1729 el colegio puso corriente el mayor de sus juros, que ya no tenía 27 Dicho año «fue muy desgraciado en nuestra Andalucía por la hambre, carestía de trigo y epidemia de tabardillos. Caíanse muertos por la necesidad en las calles. El trigo llego a valer 110 ducados, y no se hallaba. Los tabardillos eran tan pestilentes que se llevaban las familias enteras, y en los tiempos no cabían los cadáveres. Fue indecible el conflicto en todas partes, y nuestra Provincia perdió la flor de los sujetos», AHPASI, Historia, f. 115v. 28 AHPASI, Historia, ff. 115v-116v. 29 Esto no quiere decir que los duques dejaran de ayudar a su fundación desde la distancia. Prueba de ello es que doña María de Guadalupe de Lencastre y Cárdenas, duquesa de Arcos y Aveiro, hizo una donación de ducados en 1715 (López Martínez, 1998: 72). 30 AHPASI, Historia, ff. 118r-v. 31 AHPASI, Historia, f. 127v. 32 AHPASI, Historia, f AHPASI, Historia, ff. 136r-v. 34 En 1725 la bodega contaba con 16 grandes tinajas, con una capacidad total de unas arrobas, AHPASI, Historia, f AHPASI, Historia, f. 142v.

20 El dinero de los jesuitas 19 cabimiento en las alcabalas de Écija, logrando pasarlo a las rentas de sosa y barrilla del reino de Murcia 36. Los jesuitas tampoco escatimaron medios a la hora de averiguar con exactitud los límites de sus propiedades rústicas, pleiteando cuando detectaban usurpaciones. Y procedieron a vender sus lotes de tierra más alejados para adquirir otros inmediatos a la hacienda de San Ignacio de los Ángeles, cada vez más extensa y homogénea. Retomaron, con ello, una aspiración de la Compañía en todos los lugares en los que estaba instalada: redondear sus dominios intercambiando lotes discontinuos por otros contiguos a sus tierras. Una actitud que permitía acceder y explotar como se quisiera todos los rincones de la propiedad, sin tener que depender de la buena voluntad de los vecinos (Denson Riley, 1973: 245).Y que se complementaba siempre que fuera posible tratando de que las tierras de los colegios estuvieran desvinculadas de vínculos feudales, uso comunal o, en definitiva, de cualquier traba que pudiera impedir su plena utilización (Rossi, 2013:116). Los jesuitas, en el mismo sentido, se mostraban poco partidarios de conceder arrendamientos enfitéuticos sobre sus casas y tierras (Caridi, 1992: 156). El esperanzador crecimiento económico del colegio se tradujo, como era de esperar, en el aumento de las obras de rehabilitación de sus maltrechos edificios, en las que se gastaron ducados entre 1728 y Unas reparaciones que debían resultar imprescindibles a ojos de los jesuitas. Pero que, ante los nuestros, parecen poco previsoras. Porque el crecimiento del colegio no dejaba de ser endeble y, como toda actividad económica durante el Antiguo Régimen, extremadamente sensible a las coyunturas adversas. La consecuencia es que, cuando aparecieron nuevas dificultades entre los años 1734 y 1737, el colegio apenas pudo afrontarlas. Durante este período, Andalucía sufrió una tremenda sequía que causó un descenso dramático en la producción agrícola, sobre todo de cereales, dando lugar a la hambruna. Esta sequía generalizada golpeó duramente la localidad de Marchena, donde los vecinos convirtieron el templo de la Compañía en el epicentro de rogativas para que lloviera (Núñez Roldán, 1998: ). Pero nada consiguieron los jesuitas con su intermediación con lo sagrado. Para los propios padres, de hecho, 1734 pasó a los anales por una esterilidad tal, que provocó la pérdida de mucho de su ganado. La cosecha de uva no fue mala, pero sí la de aceite. El colegio, que, como ya vimos, había gastado demasiado en los años inmediatamente anteriores, no tuvo más remedio que contraer nuevas deudas. En concreto, un censo de ducados en Écija 38. También fue malo 1735, saliendo adelante el colegio mediante la ayuda de los jesuitas de Osuna, que le vendieron trigo a menos de la mitad de su precio en el mercado; y, una vez más, gracias a la duquesa de Arcos que, ante una petición de ayuda del rector de Marchena, respondió «que allí estaban sus graneros para cuanto necesitase el colegio» 39. Nada de ello, no obstante, impidió que los jesuitas acumularan deudas por valor de ducados. No fue mucho mejor el año 1737, «tan estéril que no se cogió trigo ni cebada, y muy poco aceite. La cosecha de vino fue menos que mediana y grande la mortandad de ganado de lana». Todo ello provocó que la Encarnación tuviera que añadir a sus deudas un nuevo censo de ducados 40. En julio de 1741 llegó como nuevo rector del colegio el padre Nicolás de Lasarte. Un jesuita de armas tomar que se dispuso a poner remedio de una vez a todos estos males. Por lo pronto, conseguirá que los padres indianos de la Compañía que estuvieran como procuradores de sus provincias en Andalucía estudiaran y se alojaran en Marchena. La presencia de estos padres, cuyo número en ocasiones llegará a catorce, constituirá una inyección económica vital, pues pagaban por adelantado sus alimentos en metálico 41. Pero para el padre Lasarte, los verdaderos problemas económicos del colegio sólo se solucionarían remediando una cosa: la falta de labor 42. Conocía acaso el rector ciertas Instrucciones sobre las cosas del campo, escritas por jesuitas, que circulaban por muchas de sus casas y colegios y que estaban destinadas a los responsables de la producción agrícola de cada domicilio? No tenemos constancia de ello, pero bien pudiera ser. Merece la pena, por tanto, detenernos brevemente en el contenido de algunos de estos verdaderos manuales para agricultores y ganaderos jesuitas. Algunos de los primeros de los que tenemos constancia son el Trattato del modo di tenere il libro doppio domestico col suo esemplare escrito por el padre Ludovico Flori en 1636 en cuyas páginas se daban consejos sobre cómo debía 36 Los jesuitas hicieron uso de un privilegio que les permitía mudar el juro por tres veces. Tuvieron, además, un golpe de suerte: cuando en 1727 Felipe V decretó la bajada de los juros en un 3%, la medida no afectó, por su antigüedad, a los que eran propiedad del colegio AHPASI, Historia, ff. 82v-83r. 37 AHPASI, Historia, ff. 148v-149r. 38 AHPASI, Historia, f. 150v. 39 Los jesuitas devolvieron las 30 fanegas de trigo que tomaron de los almacenes ducales en la siguiente cosecha, AHPASI, Historia, f. 151r. 40 AHPASI, Historia, ff. 151r-159v. 41 AHPASI, Historia, ff. 162r-163v. 42 AHPASI, Historia, f. 167v.

21 20 Julián J. Lozano Navarro llevarse la contabilidad de un colegio (Rossi, 2013: 112); o la Instructio pro administrationes rerum temporalium del padre Valentino Mangioni. En esta última obra, escrita también durante la primera mitad del siglo XVII, se daban una serie de recomendaciones. Entre otras, cómo conservar con cuidado los bienes y derechos de los colegios; impedir que las rentas bajaran; observar una intachable rectitud en cuanto a gastos y compras; y vigilar que toda operación de entrada y salida quedara perfectamente registrada y justificada (Caridi, 1992: 150). Pero, al menos en mi opinión, resultan mucho más interesantes las Instrucciones a los hermanos jesuitas administradores de haciendas, escritas en Nueva España a mediados del siglo XVIII. En esta obra se daban avisos sobre cómo, qué, y cuándo cultivar; sobre los barbechos; sobre los aperos de labranza necesarios y cómo mantenerlos en buen uso; sobre la cría y sustento de las bestias de cargas necesarias para las faenas agrícolas; acerca de cómo proteger los cultivos de las inclemencias meteorológicas, las bestias salvajes, los ladrones o las plagas; sobre cómo y dónde almacenar la producción; en qué forma debían gestionarse los molinos; y cómo tenían que actuar los jesuitas con su mano de obra, lo que incluía la forma en la que había que pagar a jornaleros y pastores. Especialmente llamativas, por lo que demuestran de mentalidad racional y de espíritu empresarial, eran las recomendaciones de llevar escrupulosamente al día nada menos que seis libros de contabilidad (Chevalier, 1950: ). Leyera o no instrucciones como ésta, lo que si podemos constatar es que el padre Lasarte pertenecía a esa categoría de operarios de la Compañía que unían a su clásica formación teológica una consistente formación acerca de materias como economía y producción agropecuaria. Una especialización que hizo que muchos de ellos se convirtieran en exitosos administradores (Page, 2008: 284). Para Lasarte, la clave era esforzarse porque el colegio lo trabajara todo por sí mismo, modernizando los molinos de trigo y aceite y haciéndose con aperos de labranza, con carretas y con una cuadra de animales de tiro propios. De esta forma, se ahorraría los gastos del trasporte de la uva y la aceituna a los lagares y almazaras. Se trataba, en definitiva, de aplicar un carácter más racional a la administración de las propiedades del colegio. Algo que, y es sintomático de los nuevos tiempos, estaban haciendo simultáneamente muchas de las fundaciones jesuíticas de Andalucía (López Martínez, 1992: ). Los frutos de estas medidas impulsadas por el rector Lasarte pronto se hicieron visibles en Marchena. Ya en 1747 la cosecha de trigo fue «muy decente, y podrá pasar el colegio el año que viene» 43. Hacia 1752 el colegio explotaba 258 fanegas de cereal y 167 de olivar (López Martínez, 1998: 72). Observándose, por tanto, un incremento significativo de sus olivares (Sainz de Rozas, 1999: 8) que tenía que ver con un hecho decisivo: el incremento de los precios del aceite en cerca de un 300% durante el siglo XVIII (López Martínez, 1998: 73). El colegio también deseaba extraer mayores réditos de otro producto cuyo precio ascendía: el vino. Hasta el punto de arrendar por 10 años una finca con su lagar, que producía «los vinos [ ] mejores de esta tierra, y con los que produce la viña propia del colegio, éste mantiene y abastece dos tabernas». Los jesuitas vendían al detalle tanto el vino como el aceite, y no sólo en Marchena, sino en Jerez o en Granada 44. Un hecho que les permitía recibir los pagos en metálico y, por consiguiente, disfrutar de todas las ventajas que para los labradores reportaba la subida de los precios agrarios (López Martínez, 1992: ). El colegio comenzó también a enviar sus ganados a mejores pastos en las dehesas de Fregenal, los cuales pagaba con lana. Y compró cerdos para hacerse con una piara 45, utilizando una pequeña huerta para plantar el maíz necesario para alimentarla. En 1761 poseía ovejas, 400 carneros y seguía aumentando sus cabañas porcina y caballar. Tantas cabezas de ganado lanar tenía, que el entonces rector decidió hermanar el colegio en la Mesta 46. Dejando aparte el producto de sus explotaciones agrícolas, en 1752 el colegio de Marchena poseía censos por valor de reales, así como 6 casas que tenían un valor de 550 reales (López Martínez, 1998: 73-80). Sin embargo, el otro gran motor de la economía de los jesuitas va a ser el traslado a su colegio, en 1754, del seminario jesuítico de la Provincia. Gracias a ello, la renta anual del centro aumentó en ducados anuales 47. Fueron buenos tiempos: antes de instalar a los seminaristas, prácticamente se tuvieron que reconstruir todos los edificios 43 AHPASI, Historia, f En 1762 el colegio de San Pablo vendía al detalle vino, requesón y fruta de sus huertas, Archivo Histórico de la Provincia de Toledo de la Compañía de Jesús, 2, 6, 16, leg , AHPASI, Historia, ff. 169v-171r. 46 AHPASI, Historia, ff. 180v-181v. 47 AHPASI, Historia, ff

22 El dinero de los jesuitas 21 del colegio, incluida la iglesia. Las obras grandes, cuyo coste alcanzó cerca de ducados, fueron asumidas completamente por la Provincia. Eso, sin incluir los nuevos retablos y adornos del templo, donados por particulares 48. Todo parecía ir viento en popa para los jesuitas de Marchena, por tanto, en la década de Por si fuera poco, volvieron a ganar un nuevo pleito contra el marqués de Estepa. Quien, siguiendo la costumbre de sus antepasados, había dejado de pagar el censo que su familia adeudaba al colegio. Finalmente, el marqués se avino a pagar ducados hacia Cuando en 1762 terminó el rectorado del padre Juan de la Fuente, los jesuitas afirmaban que lo había dejado todo «en muy buen orden» 50. Podemos creer sus palabras a tenor del elevado número de jesuitas, 25 padres y hermanos, que habitaban el colegio en A modo de conclusión Según todos los indicios, la dinámica de crecimiento que estaba experimentando el colegio de la Encarnación de Marchena continuaba en el momento de la expulsión de la Compañía de Jesús en Lejos de constituir un caso aislado, parece que podía hacerse extensiva a muchos otros colegios de la Compañía de Jesús por aquellos años, dentro y fuera de España. En vísperas de la expulsión, las propiedades rústicas de los jesuitas en el reino de Sevilla eran sencillamente espectaculares: unas fanegas de trigo, huertas, frutales, dehesas y pinares, más de pies de olivo, y más de cepas de vid. El valor con el que el patrimonio de los jesuitas salió a la venta en 1767 fue nada menos que de reales, mientras que la renta estimada era de reales (López Martínez, 1991: 199). Dentro de este conjunto total, las posesiones del colegio de Marchena no eran tantas como las de los jesuitas de Utrera, Morón o Jerez, estando en torno a las 258 fanegas de cereal, 167 de olivar, 14 de viña y 14 de huerta, unas 435 fanegas en total (López Martínez, 1991: 201). Pero, uniéndoles la labor de sus eficientes almazaras, molinos, tahonas, panaderías, lagares, y bodegas, a la venta directa de sus productos y a las rentas derivadas del seminario de la Provincia, nos dan una imagen de prosperidad y eficiencia. La de un colegio que, como hemos visto, atravesó diferentes etapas económicas durante sus dos siglos de existencia. Que vivió una época de esplendor en sus inicios y otra igualmente pujante en sus postrimerías. Y que padeció una prolongada crisis entre ambas en el siglo XVII. Durante casi 200 años, los jesuitas de Marchena se embarcaron en aventuras económicas muy variadas a fin de conseguir su verdadero objetivo: obtener el dinero que asegurara la pervivencia y expansión de sus labores religiosas y educativas. Apostaron para ello por ampliar sus tierras; no dejaron de modernizar sus cultivos e infraestructuras, decidieron explotar directamente sus propiedades, y aspiraron a controlar la producción, transformación y comercialización de sus productos agrícolas. Complementaron su dedicación agropecuaria con la adquisición de deuda pública y otras actividades financieras con mayor o menor fortuna. Y no se amilanaron ante nada ni ante nadie, defendiendo sus derechos ante la Justicia cuando eran lesionados. Hechos todos que, según creo, sirven por sí solos para demostrar, una vez más, la modernidad y versatilidad de los padres de la Compañía. Y, por qué no decirlo, su particular modo de proceder en lo que concernía al trabajo, al dinero y a las prácticas económicas en general durante el Antiguo Régimen. Bibliografia Alcalde Aguilar, José Fernando (1998), «La expulsión de los jesuitas de Marchena. Evolución de su patrimonio a finales del siglo XVIII», en Actas de las III Jornadas sobre Historia de Marchena, Marchena, Ayuntamiento de Marchena y Fundación El Monte, pp Bernal, Antonio Miguel (1980), «Andalucía siglo XVI. La economía rural», en Domínguez Ortiz, Antonio (dir.), Historia de Andalucía, Barcelona, Planeta- Cupsa, tomo IV, pp Entre todos ellos destaca don Juan de los Ríos y Baeza, vicario del arzobispo de Sevilla. Quien, entre 1759 y 1762, gastará una suma fabulosa superior a los ducados (Lozano Navarro, 2002: 107). 49 Los jesuitas de Marchena se quejaban de la falta de colaboración con la que se topaban por temor al marqués, ya que «los vecinos no se atrevían por lo mismo a decir cosa alguna ni a declarar; antes sí, estaban contra nosotros, y apenas encontrábamos donde posar cuando iba alguno a Estepa con esta ocasión», AHPASI, Historia, f. 73v. 50 AHPASI, Historia, ff

23 22 Julián J. Lozano Navarro Candau Chacón, María Luisa (1998), «Iglesia y clero en una comunidad andaluza: Marchena, », en Actas de las III Jornadas sobre Historia de Marchena, Marchena, Ayuntamiento de Marchena y Fundación El Monte, pp Caridi, Giuseppe (1992), «I beni dei Gesuiti in Calabria prima dell espulsione del 1767», en Sibilio, Vincenzo S.I., I Gesuiti e la Calabria. Atti del convegno Reggio Calabria, febbraio 1991, Reggio Calabria, Laruffa Editore, pp Chevalier, François (1950), Instrucciones a los hermanos jesuitas administradores de haciendas, México, UNAM. Chocano, Magdalena (2010), «Población, producción agraria y mercado interno, », en Contreras, Carlos (ed.), Economía del período colonial tardío, Lima, Banco Central de Reserva del Perú e Instituto de Estudios Peruanos, pp Denson Riley, James (1973), «Santa Lucía: desarrollo y administración de una hacienda jesuita en el siglo XVIII», Historia Mexicana, vol. 23, nº 2 (Oct.-Dic.), pp Foresta, Patrizio (2007), «Per una storia della Compagnia di Gesù nell Impero tedesco in età moderna: ipotesi di ricerca», en Di Pietra, Roberto y Landi, Fiorenzo (a cura di) (2007), Clero, economia e contabilità in Europa. Tra Medioevo ed età Contemporanea, Roma, Carocci, pp García Hernán, David (1993), Los Grandes de España en la época de Felipe II: los duques de Arcos, Madrid, Editorial Complutense. Guasti, Niccolò (2013), «Premessa», en Guasti, Niccolò (a cura di), I patrimoni dei gesuiti nell Italia Moderna: una prospettiva comparativa, Bari, Edipuglia, pp Landi, Fiorenzo (2013), «Le strategie finanziarie dei gesuiti nella inchiesta innocenziana», en Guasti, Niccolò (a cura di), I patrimoni dei gesuiti nell Italia Moderna: una prospettiva comparativa, Bari, Edipuglia, pp López Martínez, Antonio Luis (1991), «Las explotaciones agrarias de los jesuitas en Andalucía Occidental durante el Antiguo Régimen», en Torres Ramírez, Bibiano (coord.), Andalucía y América. Propiedad de la tierra, latifundios y movimientos campesinos: Actas de las VIII Jornadas de Andalucía y América, Junta de Andalucía, Consejería de Agricultura y Pesca, pp López Martínez, Antonio Luis (1992), La economía de las órdenes religiosas en el Antiguo Régimen. Sus propiedades y rentas en el reino de Sevilla, Sevilla, Excma. Diputación Provincial de Sevilla. López Martínez, Antonio Luis (1998), «El papel económico del clero regular en la campiña de Sevilla. El caso de Marchena», en Actas de las III Jornadas sobre Historia de Marchena, Ayuntamiento de Marchena y Fundación El Monte, pp López Martínez, Antonio Luis (2005), «Una élite rural. Los grandes ganaderos andaluces, siglos XIV-XX», Hispania, LXV/3, nº 221, pp Lozano Navarro, Julián J. (2002), La Compañía de Jesús en el estado de los duques de Arcos. El colegio de Marchena (siglos XVI- XVIII), Granada, Universidad de Granada. Martínez Covaleda, Héctor J. (2008), «Hipótesis acerca del impacto del comercio sobre la hacienda ganadera en la provincia de Neiva durante el siglo XVIII», <http:// investigaciones.usc.edu.co/files/ceider/gideei_usc_015.pdf> (ultimo accesso ), pp Martínez de Codes, Rosa María (1998), «Los jesuitas brasileños y la agricultura de la caña entre la economía profana y la actividad misional», Revista Complutense de Historia de América, nº 24, pp Martínez Tornero, Carlos A., Los colegios de los jesuitas en la Comunidad Valenciana tras su expulsión de 1767, Valencia, Institució Alfons el Magnánim. Mata Olmo, Rafael (1987), Pequeña y gran propiedad agraria en la depresión del Guadalquivir, t. I, Madrid, Ministerio de Agricultura, Pesca y Alimentación. Núñez Roldán, Francisco (1998), «Crisis agrarias en Andalucía. El caso de Marchena », en Actas de las III Jornadas sobre Historia de Marchena, Ayuntamiento de Marchena y Fundación El Monte, pp Page, Carlos A. (2008), «Reglamentos para el funcionamiento de las haciendas jesuíticas en la antigua Provincia del Paraguay», Dieciocho, 32/2 (otoño), pp Pastrana Salcedo, Tarsicio (2009), «Configuración territorial y sistemas productivos jesuitas en la Nueva España», Pós, Revista do Programa de Pós-Graduação em Arquitetura e Urbanismo da Universidade de São Paulo, vol. 16, nº 26 (diciembre), pp

24 El dinero de los jesuitas 23 Río, Ignacio del (2003), El régimen jesuítico de la antigua California, México, UNAM. Rossi, Roberto (2013), «Patrimonio, istruzione e mobilità sociale: il Collegio Massimo di Palermo tra XVI e XVII secolo. Prime riflessioni», en Guasti, Niccolò (a cura di), I patrimoni dei gesuiti nell Italia Moderna: una prospettiva comparativa, Bari, Edipuglia, pp Sainz de Rozas, María Parias (1999), «Las haciendas de olivar de Marchena», en Actas de las IV Jornadas sobre Historia de Marchena, Ayuntamiento de Marchena y Fundación El Monte, 1999, pp Sánchez Andaur, Raúl (2011), «La empresa económica jesuita en el obispado de Concepción: el caso de los colegios San Bartolomé de Chillán y Buena Esperanza», Universum, 26, vol. 2, pp Spedicato, Mario (2013), «Il patrimonio dei gesuiti nel Mezzogiorno moderno. Alcune linee di lettura», en Guasti, Niccolò (a cura di), I patrimoni dei gesuiti nell Italia Moderna: una prospettiva comparativa, Bari, Edipuglia, pp Tanturri, Alberto (2013), «La provincia napoletana della Compagnia di Gesù: serie storica delle fondazioni, geografia degli insediamenti e identità dei fondatori ( )», in Guasti, Niccolò (a cura di), I patrimoni dei gesuiti nell Italia Moderna: una prospettiva comparativa, Bari, Edipuglia, pp Tovar Pinzón, Hermes (1975), «Elementos constitutivos de la empresa agraria jesuita en la segunda mitad del siglo XVII en México», en Florescano, Enrique (coord.), Haciendas, latifundios y plantaciones en América Latina, México, Siglo XXI, pp Vázquez Lesmes, Rafael (2007), «Extrañamiento de los jesuitas y desamortización de sus temporalidades en Córdoba ( )», en La desamortización. El expolio del patrimonio artístico y cultural de la Iglesia en España: actas del Simposium (6/9- IX-2007), San Lorenzo del Escorial, R.C.U. Escorial-Mª Cristina, Servicio de Publicaciones, pp

25 Romanzo e denaro: alcune riflessioni metodologiche sul caso francese Francesco Spandri Università degli Studi Roma Tre Abstract: Approfondire il rapporto tra la letteratura e l economia politica significa riconoscere il ruolo cruciale svolto dal romanzo nella valorizzazione del denaro inteso come tema e come principio formale. In questa materia la precocità del genere teatro invita a una riflessione costante sulla peculiarità delle forme letterarie e sulla loro relazione. La lunga tradizione settecentesca offre un terreno fecondo per identificare il momento inaugurale che ha sancito l incontro del romanzo con il denaro. Ma questa interazione va indagata secondo una prospettiva critica capace di includere anche testi che sembrano secondari, eccentrici o lontani: è lì che il denaro parla il suo linguaggio più efficace. Parole chiave: Letteratura; Economia; Francia; Romanzo; Tema finanziario Abstract: To explore the relationship between literature and political economy means to acknowledge the crucial role played by the novel in the appraisal of money in terms of both narrative theme and formal principle. The precociousness of drama in this context encourages constant reflection on literary forms as well as on the peculiarities of their cross-fertilization. The long eighteenth-century tradition provide sample grounds for the identification of the sources of the encounter between money and the novel. Yet, the critical investigation of this intersection must also include texts which may appear minor, marginal, and distant: it is precisely in texts such as these that money speaks its most powerful language. Key-words: Literature; Economy; France; Novel; Financial topic A chi si domandi come mai, in alcuni passi decisivi dei manoscritti del 1844, Marx faccia ricorso al Faust e al Timon of Athens per descrivere la natura del denaro, a chi sia curioso di sapere perché il misantropo shakespeariano si presenti di nuovo nell analisi della tesaurizzazione sviluppata, anni dopo, nel primo libro del Capitale (cap. III) non c è niente di meglio da offrire che la nota definizione di Flaubert: l economia politica è una «science sans entrailles» (Flaubert, 1952: 1008), un sapere freddo, senza cuore, puramente fattuale. Abusarne equivale a dispensarsi da ogni autentica ricerca. Perciò lo stravagante esegeta del denaro se ne allontana, manifestando così una fiducia illimitata nella portata euristica della poesia. Marx riconosce al poeta grandi potenzialità ermeneutiche, come a dire che il denaro forza chimica della società può essere restituito alla sua verità dalla letteratura. Se non temessimo il ridicolo, diremmo perfino, copiando la formula di Proust, che il vero denaro, il denaro finalmente riscoperto e illuminato, il solo denaro dunque pienamente rivelato, è il denaro letterario, vale a dire quello rappresentato dal romanzo (Spandri, 2014). Creare un linguaggio che racconti le innumerevoli storie ispirate alla materia finanziaria, situare queste storie particolari nello spazio e nel tempo significa strappare all economia la sua maschera di pura neutralità per porla al centro di proiezioni individuali e collettive. Tra la moneta più preziosa della vita stessa, di cui parla Maupassant a proposito del padre Oriol (Maupassant, 2002: 307), e la moneta di cui Ricardo settant anni prima ricapitola le leggi generali nei suoi Principles (1817) 1, è alla prima che conviene interessarsi. Nel XIX secolo il denaro è un tema motore del romanzo, o per dirla in una forma più teorica: il realismo letterario «fait système avec la domination exclusive de l argent» (Goux, 2008: 146). Qual è l elemento che innesca il processo? Da dove parte la scintilla che produce effetti così vistosi? Dallo scrittore o dal momento? Engels, ad esempio, pensava che la nuova borghesia capitalistica si fosse imposta all attenzione di Balzac in modo tanto inatteso quanto inevitabile: invece di andare lui verso la modernità, era la modernità che era andata verso di lui (Chasles, 1979: 1193). 1 Capitolo XXVII: «On currency and banks».

26 Romanzo e denaro: alcune riflessioni metodologiche sul caso francese 25 Se il denaro accompagna l umanità fin dalle origini del mondo (Galbraith, 1975: cap. III), la sua incidenza sociale diventa massima con il manifestarsi della rivoluzione industriale. «Cette dernière», si è autorevolmente scritto, «a été considérée, non sans raisons, comme un tournant unique ou comme une grande discontinuité, comme la rupture la plus importante dans l histoire de l humanité depuis le Néolithique (C. Cipolla)» (Crouzet, 2010: 169). In altre parole girando alla larga del dibattito storiografico intorno all opposizione continuità/ rottura è il secolo di Baudelaire, «poeta lirico nell età del capitalismo avanzato» (Walter Benjamin), che ha operato questa trasformazione quantitativa e qualitativa dell economia europea. Paul Bairoch parla senza esitazione di «siècle-charnière», secolo tra due mondi, «car [ ] il marque la transition entre le monde traditionnel (que le XVIII e siècle était encore) et le monde développé (que sera le XX e siècle)» (Bairoch, 1997: 9). C è da aggiungere che questa transizione verso il pieno sviluppo industriale non avrebbe potuto farsi senza il concomitante avvio di una rivoluzione finanziaria. Non è un caso che uno storico dell economia come Maurice Lévy-Leboyer metta in guardia contro ogni tentativo di ridurre la prima industrializzazione alle sole macchine e tecnologie «qui ont pu améliorer l efficacité du secteur productif et la distribution» (Braudel - Labrousse, 1993: 347); la sua analisi sottolinea in particolare il ruolo che le istituzioni bancarie hanno giocato nel processo di modernizzazione della società. Da ciò discende forse il dovere, per lo specialista di letteratura, di infiorare il proprio discorso di nozioni finanziarie? Sembrerebbe difficile ammetterlo. Aver letto J. K. Galbraith, F. Crouzet, P. Bairoch, M. Lévy-Leboyer, per limitarci a pochi nomi essenziali, non dà la chiave del mistero. Occorre tornare al gesto fondatore della tradizione critica. In Francia, le analisi di ispirazione marxista degli anni Settanta hanno messo l accento sulla correlazione che lega il mondo cioè gli attori e i fattori della rivoluzione industriale e lo scrittore inteso come coscienza espressiva. Molte pagine del Balzac et le mal du siècle (1970) di Pierre Barbéris si sviluppano proprio sul presupposto che esista un legame complesso e indissolubile fra il testo e il contesto, per effetto del quale i nuovi caratteri della sfera sociale non possono che fare tutt uno con la voce del genio che li coglie. Questa realtà in divenire contribuisce in maniera decisiva a far muovere l affabulazione: «L apparition d une nouvelle littérature», conclude l eminente balzachiano da poco scomparso, «correspond au mûrissement d une nouvelle réalité et à la prise de conscience, chez des génies exceptionnels, des nouvelles dimensions et directions de la vie» (Barbéris, 2002: 1122). Ma oltre al peso oggettivo dei fattori strutturali occorre tener conto della pressione di fattori estetici non meno rilevanti. Tali fattori conducono, come stiamo per vedere, nel cuore di uno spazio letterario canonico nel quale ciascuno si riconosce. Quando si affronta il tema del rapporto fra economia e letteratura, non si può (quasi) fare a meno di entrare in questo spazio saturo di modelli condivisi. Maurice Ménard cita, a tal proposito, alcune figure emblematiche della letteratura universale come per esempio lo Shylock di Shakespeare, il Volpone di Ben Jonson, l Harpagon di Molière, il Turcaret di Lesage (Ménard, 1992: 17): vive testimonianze della precocità del teatro in materia di uso estetico del tema finanziario. Quel che conta è appunto la consapevolezza di questa precocità: essa costituisce, sul piano metodologico, un punto irrinunciabile. Torniamo per un momento al caso di Balzac. Qual è, ci si domanda, il rapporto tra Harpagon, perplesso sotterratore di scudi (Molière, 1965: 331), e Grandet, formidabile alligatore (Koster, 1992: 32)? In che misura si può avvicinare l arte sottile («cunning purchase») con cui Volpone conquista la sua ricchezza («wealth») (Jonson, 2004: 8) e l arte della dissimulazione che permette a du Tillet di diventare milionario? Ha senso paragonare il «ricochet de fourberies» (Lesage, 1998: 59) prodotto dalle avidità rivali di Turcaret alla storia delle operazioni finanziarie stenografata dal narratore anonimo de La Maison Nucingen? Che cosa accomuna il realismo inquieto che percorre la storia del Merchant of Venice con la magia dei numeri che fanno parlare l aspro mondo de La Comédie humaine? La tensione fra eredità teatrale e innovazione romanzesca va coltivata, non minimizzata, anche perché la sua spinta compenetra l intero secolo. Pensiamo a Zola: L Argent arriva duecento anni e oltre dopo Molière, ma l autore usa, sia pure

27 26 Francesco Spandri in negativo, la figura dell avaro che accumula per descrivere il banchiere ebreo Gundermann: Et Saccard [ ], se sentait pris d une sorte de terreur sacrée, à voir se dresser cette figure, non plus de l avare classique qui thésaurise, mais de l ouvrier impeccable, sans besoin de chair, devenu comme abstrait dans sa vieillesse souffreteuse, qui continuait à édifier obstinément sa tour de millions, avec l unique rêve de la léguer aux siens pour qu ils la grandissent encore, jusqu à ce qu elle dominât la terre. (Zola, 1998: 137) La stessa operazione viene compiuta per descrivere Saccard, che si distingue nettamente dall avaro classico per il suo desiderio di far sgorgare denaro dappertutto: Oh! entendons-nous, précise son fils Maxime, il n aime pas l argent en avare, pour en avoir un gros tas, pour le cacher dans sa cave. Non! s il en veut faire jaillir de partout, s il en puise à n importe quelles sources, c est pour le voir couler chez lui en torrents, c est pour toutes les jouissances qu il en tire, de luxe, de plaisir, de puissance... (Zola, 1998: 285) I due paradigmi su cui poggia la tematizzazione letteraria accumulazione e liquidità sono qui ben esplicitati. Ma per approfondirne gli intrecci, i giochi e i modi è utile allontanarsi dal naturalismo e fare marcia indietro (Baron, 2013), verso il XVIII secolo, iniziatore di una nuova poetica che segna un punto di rottura con le antiche convenzioni. Il più clamoroso esempio di discontinuità è senz altro rappresentato dal testo del Paysan parvenu ( ). Qui, infatti, si disegna nettamente «l ascension de la bourgeoisie» (Barguillet, 1981: 155), qui l importanza del denaro si manifesta nel modo più evidente. Ma di quale ascesa e di quale denaro si tratta? Ce lo dice con sottigliezza la traiettoria dell eroe marivaudiano. Jacob è un «pauvre garçon qui sort du Village», non ha niente, «ni revenu, ni profit d amassé; rien à louer, tout à acheter, rien à vendre» (Marivaux, 1981: 137). Giunto a Parigi, si sente «tout d un coup en appétit de fortune» (Marivaux, 1981: 45). Il suo padrone gli offre la prospettiva di un arricchimento certo: «Je savourais la proposition», nota Jacob, «cette fortune subite mettait mes esprits en mouvement; le cœur m en battait, le feu m en montait au visage. N avoir qu à tendre la main pour être heureux, quelle séduisante commodité!» (Marivaux, 1981: 60) Sarà la sua futura moglie, Mlle Habert, a dargli comfort e benessere. L amore, la fuga, l ingresso nella nuova casa, le «quatre mille livres de rente et au-delà» di cui lei gode, l avvenire «très riant et très prochain» che lui intravede, la possibilità, non solo di elevarsi, ma di «sauter tout d un coup» verso il rango di borghese parigino, la prospettiva imminente di avere «pignon sur rue» (Marivaux, 1981: 127) e vivere di rendita, sono tutti elementi diegetici che mettono in risalto il fulmineo movimento dell eroe verso il denaro. Le sue vicende sono talmente «rapides» da rimanerne lui stesso stordito: diventare il marito di una borghese «dans le seul espace de deux jours» (Marivaux, 1981: 243) costituisce per un giovane bifolco come Jacob un successo che sa di miracolo. In questo senso, è molto sintomatico che la conclusione del romanzo riprenda l immagine del «saut» e della «vitesse» per designare l alta società nella quale il protagonista sta per entrare grazie alla protezione del conte d Orsan: «Il est vrai», nota Jacob, «que je n avais pas passé par assez de degrés d instructions et d accroissements de fortune pour pouvoir me tenir au milieu de ce monde avec la hardiesse requise. J y avais sauté trop vite» (Marivaux, 1981: 332). Questa velocità eccessiva è davvero il punto su cui è opportuno fermarsi. Passare in meno di tre settimane «de la condition de domestique à la familiarité d un grand» (Erhard, 1997: 67) rappresenta una variazione troppo brusca per poter essere ammessa senza batter ciglio. Per spiegarla, si adducono abitualmente gli sconvolgimenti che subisce la società parigina all epoca del finanziere scozzese John Law: «sous l impulsion des agiotages pratiqués à l époque de Law pendant la Régence», scrive uno specialista di Marivaux, «il devient possible de parvenir, c est-à-dire d échapper à sa classe d origine pour accéder aux premiers rangs» (Barguillet, 1981: 157). Ma questa spiegazione soddisfa solo le apparenze: Jacob vuole diventare e in ciò è assolutamente del suo tempo uomo d affari, avviarsi al mestiere di financier: «faisons-nous Financiers», dice alla moglie, «par quelque emploi

28 Romanzo e denaro: alcune riflessioni metodologiche sul caso francese 27 qui ne nous coûte guère et qui rende beaucoup [ ]. Le Seigneur de notre village [ ] était parvenu par ce moyen, parvenons de même» (Marivaux, 1981: ). In realtà, la consonanza tra l irresistibile ascesa dell eroe e il tempo burrascoso del sistema di Law significa molto più di una semplice influenza del momento storico su un opera singola: suggerisce l idea che l esistenza individuale e collettiva non sarebbe degna di essere raccontata se non fosse sospesa ai sortilegi di una forza anomala, il denaro. In altre parole, non sono i pacifici luigi d oro di cui si parla spesso nella lettera del testo che fanno muovere la macchina romanzesca (cfr. Marivaux, 1981: 51, 55, 56, 67, 72, 169, 197, 199, 293), è l azione dopante della moneta. Perciò, non è azzardato dire che il Paysan parvenu ci proietta già in piena dottrina simmeliana: secondo la quale, vale la pena ricordarlo, l accrescimento monetario non soltanto trasforma l esistenza individuale e le relazioni sociali, ma ha un effetto sul tempo della vita (Simmel, 2009: 649 segg). Il racconto di Marivaux e l analisi di Georg Simmel, per distanti che siano l uno dall altra, convergono verso questa verità come verso un centro. Che cosa rimane in Francia, all indomani dell 89, di questa sconcertante verità colta dalla penna clinica dell inventore di Jacob? Apparentemente niente o quasi. I primi anni dell Ottocento offrono una letteratura fatta di drammi «purement psychologiques ou moraux» (Barbéris, 2002: 344). Eppure, se si va in fondo a questi drammi personali, ci si accorge che si giocano su un terreno altro da quello dell introspezione. Appena varcata la soglia del secolo incontriamo un romanzo che pone risolutamente un tema morale (le forze oscure del desiderio) senza per questo tenersi alla larga dal tema economico. Con René (1802), infatti, tocchiamo la realtà di una pienezza umana perduta nell alienazione. Eppure tutto comincia dalla volontà suicidaria dell eroe. René è determinato a «quitter la vie» (Chateaubriand, 1996: 181). Ma prima di compiere questo gesto insensato, avverte il bisogno di occuparsi dei suoi averi. Prima di separarsi dal corpo al quale è rimasta unita, la sua anima si abbassa a considerare cose volgari, estranee alle sue pieghe. Un vincolo prosaico si esercita sul personaggio. Questo peccatore incestuoso è sul punto di attentare alla sua vita. «Cependant», dice il narratore, «[il croit] nécessaire de prendre des arrangements concernant [s]a fortune» (Chateaubriand, 1996: 182). Il pellegrinaggio alla residenza di famiglia è legato all azione di questo vincolo. La constatazione che fa l eroe ritornato nella terra natale «Mon frère aîné avait vendu l héritage paternel, et le nouveau propriétaire ne l habitait pas» (Chateaubriand, 1996: 187) 2 è carica di lucida amarezza. La conclusione da trarre è implacabile: bisogna ormai vivere in casa altrui. A ben guardare, non si tratta di null altro se non del trionfo eclatante di «Monsieur le Capital» su «Madame la Terre» 3 (Spandri, ). Il motivo per cui René si arrende all evidenza di una spoliazione è che l economia ha fatto breccia nell edificio astratto della sua passività. Il denaro ha fatto irruzione nella sfera sacra del mal du siècle: non si può più coltivare un desiderio che divora se stesso, condurre un esistenza senza sbocco, fare il profeta di una religione anti-sociale. È tempo di diventare un uomo come gli altri, consapevole delle proprie perdite. Tentazione del suicidio, preoccupazioni materiali, pellegrinaggio all antico castello prima della partenza per la Louisiana: non basta la nostalgia a spiegare questa successione ininterrotta di fasi diegetiche il cui filo conduttore non è la contrapposizione tra il dépouillé e lo spoliateur, ma la certezza della spoliation intesa come fenomeno strutturale che esiste in rapporto al nuovo ordine economico istituito dalla storia. Fattore di liberazione sociale (Marivaux), esperienza della perdita nell alienazione (Chateaubriand): il denaro è un Proteo della scena romanzesca. In definitiva, René suggerisce dopo l esperimento di Law e prima dello sviluppo del capitalismo industriale che l elemento economico è destinato a rimanere un passaggio obbligato per quanti vogliono dedicarsi a scrivere romanzi. Si tratta di un annuncio dalle conseguenze irrimediabili, irreparabili nel senso baudelairiano del termine. Possiamo ignorarle, ma non cancellarle. Quando un genere letterario estremamente plastico e variabile, come il romanzo primottocentesco, dà rilievo alla dimensione dell Avere, compie un grande passo, un passo forse 2 Si veda anche il commento di Jean-Claude Berchet (Chateaubriand, 1996: 187, n. 253). 3 Marx, Il Capitale, libro III, settima sezione.

29 28 Francesco Spandri irrevocabile. René suona la campana a morto di ogni metafisica letteraria. Non ha senso, in fondo, per un eroe di finzione nutrirsi della propria malinconia. Ormai, si potrebbe dire forzando un po il tratto, non ci può essere più nessun racconto, per quanto poetico, che trascuri il fenomeno monetario, più nessun eroe, sia pure splenetico, che non si confronti con la logica della finanza, più nessun Homo Fictus (Forster, 1927), ancorché fantastico e surreale, dietro il quale non si veda comparire l ineluttabile profilo dell Homo Oeconomicus. Al termine di questi sondaggi indicativi, è utile ricapitolare: la forza del Paysan parvenu è tutta nell azione stimolante del denaro sul tempo dell esistenza; René tocca con mano le radici economiche del mal du siècle. L esame di due testi, pur fondamentali, della tradizione letteraria non autorizza alcun tipo di conclusione generale. Tuttavia, nel riproporli si osserva l esistenza di un sostrato comune: da Marivaux à Chateaubriand, la via è aperta al denaro romanzesco, il suo divenire come principio formale e come tema (Péraud, 2013) si iscrive in una continuità ormai riconoscibile. Tentiamo per concludere di definire il nostro approccio: 1) abbiamo innanzitutto insistito sul fatto che aderire alle prospettive teoriche dell economista o mettere in relazione l infrastruttura materiale e la sovrastruttura culturale secondo i dettami della critica marxista non può fornire se non una prima approssimazione della «verità del denaro». Questa verità appartiene a chi lavora con le parole, a chi ha la mania di raccontare. Quando Fernand Braudel cita il discorso di Saccard sulla speculazione (Zola, 1998: ) come prova della «cassure économique et, non moins, humaine» (Braudel, 1979: 544) tra l economia naturale e l economia artificiale, non possiamo non vedere in questo lampo zoliano l omaggio dello storico della lunga durata alla conoscenza specifica veicolata dalla mimesi romanzesca. 2) In secondo luogo, sottolineare che l immaginario economico esplorato dal romanziere attinge alla letteratura universale, ricordare il ruolo di precursore svolto dal teatro nell uso estetico del tema finanziario è sembrato decisivo. Interrogare i modi propri di riorganizzazione dell eredità teatrale è, a dire il vero, soltanto una faccia della medaglia. Ce n è un altra: considerare lo sviluppo che assume il genere romanzesco nel corso del XVIII secolo, tornare al momento inaugurale che ha sancito l incontro tra romanzo e denaro, individuare alcune delle piste feconde aperte dalla loro interazione. È da questi giochi d influenze incrociate, è da questo insieme di temporalità eterogenee che si ricava il senso di un fenomeno e di un oggetto che hanno fatto la modernità. 3) Infine, non abbiamo voluto rinunciare all idea di interrogare testi in apparenza eccentrici rispetto alla problematica trattata. Senza arrivare a dire, come fa Marc Shell il pioniere del New Economic Criticism che il denaro «talks in and through discourse in general» (Shell, 1982: 180), facciamo notare che non si ha grande vantaggio a limitare rigorosamente il campo di manovra, a costituire preliminarmente un corpus ad hoc. Psicologia narrativa e sociologia narrativa, confessione e osservazione, sfera individuale e sfera sovraindividuale non possono essere separate. Bibliografia Bairoch, Paul (1997), Victoires et déboires: histoire économique et sociale du monde du XVI e siècle à nos jours, t. II, Paris, Gallimard. Barbéris, Pierre (2002), Balzac et le mal du siècle, t. I, Genève, Slatkine Reprints. Barguillet, Françoise (1981), Le Roman au XVIII e siècle, Paris, PUF. Baron, Christine (2013), «Économie et littérature: contacts, conflits, perspectives», Épistémocritique, revue en ligne, XII (numero speciale a cura di Christine Baron, Littérature et économie), <http://epistemocritique.org/spip.php?article321&lang=fr> (ultimo accesso ). Braudel Fernand - Labrousse Ernest (dir.) (1993), Histoire économique de la France, t. III, Paris, PUF. Braudel, Fernand (1979), Civilisation matérielle, économie et capitalisme, t. II,

30 Romanzo e denaro: alcune riflessioni metodologiche sul caso francese 29 Paris, Armand Colin. Chasles, Philarète (1979), Introduction aux Études philosophiques, in Balzac, La Comédie humaine, t. X, édition publiée sous la direction de Pierre-Georges Castex, Paris, Gallimard, pp Chateaubriand, François-René (1996), Atala, René, Les Aventures du dernier Abencérage, édition présentée et annotée par Jean-Claude Berchet, Paris, Flammarion. Crouzet, François (2010), Histoire de l économie européenne, Paris, Albin Michel. Erhard, Jean (1997), L Invention littéraire au XVIII e siècle: fictions, idées, société, Paris, PUF. Flaubert, Gustave (1952), Le Dictionnaire des Idées reçues, in Id., Œuvres, texte établi et annoté par A. Thibaudet et R. Dumesnil, t. II, Paris, Gallimard. Forster, Edward Morgan (1927), Aspects of the Novel, New York, Brace. Galbraith, John Kenneth (1975), Money, Whence it Came, Where it Went, Boston, Houghton Mifflin. Goux, Jean-Joseph (2000), Frivolité de la valeur. Essai sur l imaginaire du capitalisme, Paris, Blusson. Goux, Jean-Joseph (2008), «Émile Zola: de l argent de l écriture à l écriture de L Argent», in Poirson, Martial - Citton, Yves - Biet, Christian (éd.), Les Frontières littéraires de l économie (XVII e -XIX e siècles), Paris, Éditions Desjonquères, pp Goux, Jean-Joseph (2013), Le trésor perdu de la finance folle, Paris, Blusson. Huet, Marie-Hélène (1975), Le Héros et son double. Essai sur le roman d ascension sociale au XVIII e siècle, Paris, Corti. Jonson, Ben (2004), Volpone ou le Renard, traduction de l anglais, introduction, notices et notes par Maurice Castelain, Paris, Les Belles Lettres. Koster, Serge (1992), «D Harpagon à Shylock», Autrement, 132 (numero speciale a cura di Antoine Spire, L Argent. Pour une réhabilitation morale), pp Inchiesta Letteratura, 114, 1996 (numero speciale, Il prezzo del reale: denaro e romanzo). Lesage, Alain-René (1998), Turcaret, chronologie, présentation, notes, dossier, bibliographie, lexique par Philippe Hourcade, Paris, Flammarion. Marivaux, Pierre de (1981), Le Paysan parvenu, édition présentée, établie et annotée par Henri Coulet, Paris, Gallimard. Maupassant, Guy de (2002), Mont-Oriol, édition présentée et établie par Marie-Claire Bancquart, Paris, Gallimard. Ménard, Maurice (1992), «Le Roman et l argent», in Droit, Roger-Pol (éd.), Comment penser l argent?, Paris, Le Monde Éditions, pp Molière (1965), L Avare, in Id., Œuvres complètes, t. III, chronologie, introduction et notices par Georges Mongrédien, Paris, Flammarion. Pellini, Pierluigi (1996), L oro e la carta. L Argent di Zola, la letteratura finanziaria e la logica del naturalismo, Fasano, Schena. Péraud, Alexandre (2012), Le Crédit dans la poétique balzacienne, Paris, Classiques Garnier. Péraud, Alexandre (2013), «La fictionnalisation de l argent au XIX e siècle ou l invention d un sous-genre romanesque», Épistémocritique, revue en ligne, XII (numero speciale a cura di Christine Baron, Littérature et économie), <http://epistemocritique. org/spip.php?article318&lang=fr> (ultimo accesso ). Poirson, Martial (2004), «La représentation économique, entre richesse matérielle et imaginaire symbolique», in Poirson, Martial (a c. di), Art et argent en France au temps des Premiers Modernes (XVII e et XVIII e siècles), Oxford, Voltaire Foundation, pp Reffait, Christophe (2007), La Bourse dans le roman du second XIX e siècle. Discours romanesque et imaginaire social de la spéculation, Paris, Champion. Shell, Marc (1982), Money, Language and Thought, Berkeley, University of California Press. Simmel, Georg (2009), Philosophie de l argent, Paris, PUF. Spandri, Francesco ( ), «Monsieur le Capital et Madame la Terre», H. B. Revue internationale d études stendhaliennes, 15-16, pp Spandri, Francesco (éd.) (2014), La Littérature au prisme de l économie. Argent et roman en France au XIX e siècle, Paris, Classiques Garnier. Zola, Émile (1998), L Argent, édition de Philippe Hamon et Marie-France Azéma, Paris, Le Livre de Poche.

31 Denaro illecito: due casi di sovrapprofitto nella Grande guerra Fabio Ecca Università Tor Vergata, Roma Abstract: La produzione bellica e la sua organizzazione hanno rappresentato un aspetto importante della prima guerra mondiale durante la quale si sono sviluppati numerosi gruppi imprenditoriali italiani, alcuni dei quali vengono accusati nel dopoguerra di aver lucrato indebitamente sulle forniture belliche. Tra il 1920 e il 1923 la Commissione parlamentare d inchiesta sulle spese di guerra indagherà sui sovrapprofitti e svelerà gli opachi rapporti tra Stato e industria creatisi tra il 1915 e il Grazie al fondo omonimo è possibile così analizzare il fenomeno di alcuni di questi lucri illeciti e approfondire lo studio di alcune delle trasformazioni in atto al tempo. Attraverso due casi di studio, sull industria aeronautica e sul panno grigio verde, si vuole così ricostruire non solo l origine dei sovrapprofitti ma anche alcune ripercussioni che questi illeciti guadagni ebbero nel dopoguerra e sul sistema economico italiano. Parole chiave: Prima guerra mondiale; Sovrapprofitto; Commissione parlamentare d inchiesta; Industria aeronautica; Panno grigio-verde Abstract: Military production and its organization have represented an important feature of World War One. During World War One many Italian companies have developed, and in the post-war period some of them have been accused of having illegally profited by military supplies. From 1920 to 1923 the Commissione parlamentare d inchiesta sulle spese di guerra look ed into the over-profit, and revealed the veiled relations established between the Government and industry during the period between 1915 and Thanks to the documents collection of the same name, it is possible to examine some illegal profit cases and to investigate some of the changes that happened at the time. In analyzing two case studies, about Italian Aeronautical industry and the gray green cloth, the aims to reconstruct not only the origin of over-profit, but also some of the consequences that this illegal profit had in the postwar period and on the Italian industrial and economic system. Key-words: First World War; Over-profit; Parliamentary Committee of inquiry; Aeronautical industry; Gray green cloth Durante la Grande guerra in Italia si sviluppa un nuovo rapporto tra Stato e industria in quanto l industria nazionale viene chiamata dallo Stato a fornire alle truppe al fronte enormi quantitativi di armi, munizioni e servizi di ogni genere. Non a caso il costo della guerra tra il 1915 e il 1918 è stato pari a circa «148 miliardi di lire: il doppio esatto» (Miozzi, 1980: 27) di quanto speso tra il 1862 e il Questa enorme quantità di denaro non viene sempre spesa correttamente ma vengono compiute truffe e speculazioni. Su questi sovrapprofitti e sull organizzazione della Mobilitazione Industriale, che porta una «ventata statalista» (Segreto, 1983: 308) ossia un aumento dell influenza diretta del governo sull economia, indaga tra il 1920 e il 1922 la Commissione parlamentare d inchiesta sulle spese di guerra (d ora innanzi Commissione) 1, organo fortemente voluto da Giolitti e poi soppresso da Mussolini che ordina la consegna nelle sue mani (e non al Parlamento) del suo materiale e della Relazione finale 2. Composta da quindici deputati e altrettanti senatori, la Commissione deve quindi scoprire «quale somma di oneri finanziari abbia sostenuto il Paese [ ] ed in qual modo essi siano stati erogati», oltre che giudicare «la legittimità di detti oneri ed erogazioni» e quindi, eventualmente, procedere con le «conseguenti reintegrazioni dovute al pubblico erario». Ha infine un incarico alquanto particolare che la rende unica rispetto alle altre precedenti esperienze: deve infatti anche «accertare [ ] ogni responsabilità morale, giuridica, amministrativa, politica» 3. Per velocizzare il proprio operato si stabilisce inoltre che nel lavoro istruttorio operino sei sottocommissioni, denominate A, B, C, D, E e F 4. La prima conduce le inchieste sulle spese sostenute nelle colonie d Eritrea e di Libia, segue il prestito 1 Ddl 999/ Ddl 19 novembre 1922, n Il lavoro della Commissione sarà ostacolato non solo dagli indagati ma anche dal tempo limitato che ha a disposizione (inizialmente avrebbe dovuto concludere le proprie attività entro il 31 dicembre 1921, poi prorogata al 31 dicembre 1922) e dalla mancanza, fino al maggio del 1922 (Gazzetta Ufficiale n. 122 del 24 maggio 1922) del decreto con le norme che concedono alla Commissione il potere di avanzare direttamente proposte di provvedimento. 3 Ddl 999/1920, art. 1, par. A, B e C. 4 ASCD, Spese di guerra, Verbale n. 1, 9 agosto 1920, p. 4.

32 Denaro illecito: due casi di sovrapprofitto nella Grande guerra 31 nazionale per le spese di guerra e svolge le indagini sulla gestione del Ministero per la propaganda interna; la B si interessa invece delle spese per i generi di sussistenza 5 ; alla C vengono affidate le indagini sulla produzione e sulle forniture di armi e munizioni e sul conseguente processo di mobilitazione industriale 6 ; la D è incaricata di occuparsi delle spese sostenute per la marina militare e mercantile e per l aeronautica 7, interessandosi anche della liquidazione del materiale residuato dalla guerra, argomento strettamente legato alla smobilitazione industriale 8 ; la E conduce le indagini relative alle spese per l assistenza ai militari e alle loro famiglie, oltre che per la giustizia militare e la F, infine, si dedica alla gestione degli uffici statali competenti per le richieste di approvvigionamento di generi alimentari e di materie prime. In circa trenta mesi di attività e a fronte di un costo di circa 1 milione di lire (tra stipendi, trasferte e costi di gestione ordinaria) 9, la Commissione recupera sovrapprofitti per un totale di 22 milioni di lire 10 e stabilisce altri recuperi, ancora da eseguire, per lire 11 per un totale di centocinquantacinque casi (su millequarantotto analizzati) di guadagni illeciti. La Commissione esamina inoltre gli esercizi finanziari dello Stato, a partire dal e fino al , e i bilanci previsionali per gli anni e e riesce a stabilire che in Italia le spese di guerra di carattere direttamente militare, per il periodo compreso tra il 1914 e il 1920, sono state pari a circa di lire; quelle per le operazioni di credito e servizi vari a circa lire 12 ; quelle di carattere politico a circa lire e quelle per provvedimenti sociali a circa lire. Il bilancio dello Stato avrebbe insomma sopportato complessivamente, per effetto della guerra, un onere di almeno di lire per poi, aggiungendo quanto stimato nei bilanci previsionali, arrivare a ben ,01 lire 13. In realtà, il lavoro che compie la Commissione è ancor più vasto: vengono infatti studiati non solo i pagamenti effettuati ma anche i regolamenti e i provvedimenti adottati dallo Stato e come gli uffici tecnici, quelli gestionali e il personale adibito abbiano svolto il proprio compito. Dimostrerà così che la legislazione cosiddetta di guerra è fin dall inizio guastata da un vizio di fondo: i rapporti tra lo Stato e i suoi contraenti non sono soggetti a una legislazione chiara ma le leggi e le clausole contrattuali si rivelano spesso illogiche e impossibili da applicare: ciò «aveva come effetto di obbligare lo Stato ad emanare disposizioni contraddittorie od a tollerare l inadempimento o la violazione della legge» 14. Queste normative confuse avevano così «consentito una gestione finanziaria della guerra piuttosto disinvolta» (Degli Esposti, 2010: 544) e finito con il perseguire una strategia industriale «non lungimirante perché basata sulla esaltazione dell interesse di gruppo rispetto alle complessive esigenze del sistema economico» (Frascani, 1988: 120). Non si può in questa sede, per mancanza di spazio, analizzare l intero operato della Commissione né ogni sovrapprofitto da essa accertato. Si è quindi deciso di approfondire unicamente due interessanti casi di studio, quello sull industria aeronautica e quello relativo al panno grigio-verde. Il primo consente di scavare sotto quel «monumento aviatorio» (Caffarena, 2010: 15) costruito nella Grande guerra e successivamente ripreso dal fascismo e allo stesso tempo permette di studiare la nascita di uno dei settori più tecnologicamente avanzati per l epoca. Il secondo, invece, rappresenta uno scandalo che, interessando milioni di soldati in trincea, può essere considerato tra i casi di sovrapprofitto che più hanno colpito l opinione dell epoca. L industria aeronautica Quasi inesistente nel 1914, durante la Grande guerra l industria aeronautica italiana conosce uno sviluppo portentoso: si pensi che se durante il 1914 non si registrano produzioni di motori o apparecchi, nel 1918 vengono invece realizzati motori e apparecchi 15. Durante la guerra nascono ben ventisette produttori impegnati nella fabbricazione di aerei, diciotto nell allestimento dei motori e addirittura sessantadue imprese dedicate alle eliche per aerei. Nei quattro anni di guerra si verifica insomma un «progressivo rapido passaggio dall artigianato all organizzazione industriale» (Curami, 1998: 124). È un intero nuovo settore produttivo 5 Si tratta di una delle sottocommissioni il cui operato è più strettamente monitorato dall opinione pubblica, interessandosi di alcuni degli scandali più conosciuti come quelli inerenti alla produzione di generi di sussistenza e casermaggio e quelli relativi alle forniture di panno grigio-verde di cui parlerà in seguito. 6 Sono quindi presenti le inchieste sui contratti siderurgici, compresa quella sull Ilva, e quelle relative alle due grandi inchieste sull Ansaldo, denominate Doppia vendita di cannoni e Vertenza noli. 7 Vi sono accluse tutte le indagini relative ai principali contratti stipulati con le industrie fornitrici di materiale bellico per attrezzare militarmente il naviglio, anche quello requisito alla flotta mercantile. 8 Quando la sottocommissione comincia a operare (ottobre 1920) è ancora in atto l operazione di liquidazione del materiale residuato dalla guerra. Di fatto, quindi, essa non conduce solo un inchiesta retrospettiva ma svolge anche un azione di controllo sugli organi cui è affidata la gestione dell affare. 9 La somma è desunta esaminando la documentazione in ACS, PCM-GE, , b. 188, fasc. Commissione parlamentare d inchiesta sulle spese di Guerra, sfasc. Spese per il funzionamento della Commissione. 10 Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p Cfr. Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. II, Roma 1923, pp Si tratta per lo più di prestiti accordati dal Ministero del Tesoro a imprese impegnate nella produzione bellica. 13 Dati desunti da Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, pp Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p Si consideri che negli ultimi due mesi del 1918 la produzione risente del ristagno per il cessare delle ostilità. Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p. 321.

33 32 Fabio Ecca che si viene formando in quegli anni e la Commissione, per comprenderne l organizzazione, studia e analizza la gestione della Direzione Tecnica Aviazione Militare (D.T.A.M.) e l azione del Commissario Chiesa 16, soprattutto per quanto riguarda il cosiddetto affare Caproni, il vasto programma di fabbricazione di apparecchi Caproni Ca.5. Sia sull operato della D.T.A.M. che sul commissario Chiesa la Commissione non decreta nessun provvedimento di recupero, non si sa se e quanto influenzata dal mutato clima politico che ne caratterizza le ultime settimane di attività 17. È comunque da sottolineare come il solo costo preventivato per la produzione dei Ca.5 era stimato in 711 milioni di lire, di cui vengono pagati dallo Stato alle società costruttrici quasi 200 milioni di lire, a fronte di soli 130 apparecchi e 1360 motori consegnati rispetto ai aerei e motori previsti dal programma iniziale 18. Se è vero che la Commissione non ha «potuto o voluto intervenire in forma adeguata in alcuni casi più delicati» (Simoncelli, 2002: 506), questa comunque interviene per quanto riguarda i rimborsi accordati alle industrie aeronautiche dal Comitato Interministeriale per la sistemazione delle industrie belliche (d ora innanzi Comitato) 19, il cui compito principale è quello di liquidare le numerose commesse ancora in corso e facilitare il passaggio dalla produzione bellica a quella di pace. Per questo concede a ogni industria un importo variabile a seconda del valore dei manufatti finiti e consegnati anteriormente al 10 dicembre 1918, della svalutazione delle parti finite, semilavorate e delle materie prime esistenti presso le fabbriche ma divenute in esubero a seguito della rescissione totale o parziale dei contratti e un indennizzo per l ammortamento degli impianti e degli attrezzi speciali. Secondo la documentazione raccolta ed elaborata dalla Commissione, all atto della sospensione dei lavori per usi di guerra l importo totale delle commesse per l industria aeronautica ammonta a lire mentre le commesse espletate sono pari a soli lire 20. La differenza, di ben lire, rappresenta un valore complessivamente superiore a quello corrisposto per quanto consegnato e sembra testimoniare come le imprese abbiano guadagnato soprattutto grazie ai rimborsi concessi dallo Stato. Prima di tutto la Commissione rileva gravi mancanze e confusioni nella stessa legislazione di guerra: credendo che i costi delle materie prime si sarebbero notevolmente abbassati una volta terminata la guerra, il Comitato, per frenare la tendenza delle ditte «a continuare nelle lavorazioni belliche e per spingerle invece [ ] a dedicare la loro attività ai lavori di pace» 21, emana la circolare del 29 dicembre 1918 n.1160 in cui stabilisce che i manufatti ultimati entro il 10 dicembre devono essere pagati in base ai prezzi e alle condizioni di contratto pattuiti mentre quelli ultimati successivamente devono essere retribuiti al prezzo stabilito a cui deve essere sottrattola percentuale di utile che si presume il produttore avrebbe realizzato nell ottemperare all accordo. Questa circolare è però seguita dalla n del 23 gennaio 1919 in cui si introducono alcune eccezioni, «stabilendo che da tale detrazione si poteva prescindere, qualora la lavorazione bellica fosse cessata completamente entro il 10 dicembre 1918» 22 ma la consegna non fosse ancora compiuta. Si introducono inoltre anche altri elementi di soggettività che, permettendo trattamenti diversi tra ditte analoghe, rappresentano agli occhi della Commissione un importante spreco di denaro pubblico. Senza questi trattamenti di favore, spesso poi estesi alla maggior parte dei fornitori, si sarebbe ugualmente tutelato le imprese ma ottenuto, allo stesso tempo, un notevole risparmio per l Erario 23. Diversi gruppi imprenditoriali vengono poi avvantaggiati anche da quanto accordatogli per la svalutazione delle parti finite, semilavorate e delle materie prime, di cui le ditte si trovano in possesso nel primo dopoguerra. Il Comitato opera infatti in molti casi un calcolo frettoloso che lo porta a un elevato livello di approssimazione. Non si tiene inoltre conto che il calcolo della svalutazione effettuato mesi prima dalle sezioni tecniche, gli organismi competenti in questa operazione, possono essere non più attuali al momento dell emanazione del provvedimento, per cui il materiale ha nel frattempo acquisito un valore superiore a quanto calcolato inizialmente 24. Viene poi in ogni caso accordato alle ditte il riconoscimento di un utile, calcolato moltiplicando l importo complessivo delle parti finite al cosiddetto coefficiente K 25. Questo altro non è che il risultato del rapporto tra il prezzo contrattuale dell apparecchio o del motore (al numeratore), tolte quelle spese che l impresa non avrebbe compiuto 26, e il prezzo risultante dalla somma delle 16 In realtà la Commissione si interessa anche di altri casi, come quelli inerenti all azione della Direzione approvvigionamenti aeronautici di Torino; la vicenda sulla velivolina (ossia la fornitura di componenti per comporre le vernici per i teli degli aerei); l acquisto di apparecchi Sia 7 B/1 (velivolo che si rivela particolarmente deficiente nelle sue componenti meccaniche); gli acquisti di materiale aviatorio realizzati negli Stati Uniti e l azione di alcuni suoi ufficiali (uno su tutti il maggiore Bensa). Tutte queste inchieste si concludono comunque senza provvedimenti di recupero da parte della Commissione. 17 Ci si riferisce soprattutto alla nomina a Presidente del Consiglio di Benito Mussolini (31 ottobre 1922) e al moltiplicarsi delle violenze fasciste anche se non si deve dimenticare la crescente ostilità verso la Commissione da parte dei gruppi industriali (e dei quotidiani ad essi legati). 18 Cfr. ASCD, Spese di guerra, b. 130 bis, fasc. 909, sfasc La sua nascita è sancita dal decreto luogotenenziale n del 17 novembre Presieduto da Ettore Conti, riunisce imprenditori e tecnici dell industria privata (come Alberto Pirelli e Oscar Sinigaglia) e rappresentanti dello Stato, del Ministero per le Armi e Munizioni e dell Aeronautica. 20 In tale cifra non comprende quanto liquidato alla Fiat e all Ansaldo, rispettivamente e lire, poiché oltre alla fornitura di materiale aeronautico hanno commesse anche per anche altro materiale (ASCD, Spese di guerra, b. 1, sfasc. 1 Costo finanziario della guerra). 21 Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p. 325 e segg. 24 Cfr. Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p. 324 e segg. 25 Si tratta di un metodo di calcolo molto utilizzato dalla stessa Commissione che, pur riconoscendone limiti e difetti, apprezza la possibilità di sintetizzare e illustrare in poche righe complessi calcoli matematici. 26 Quali ad esempio montaggio, collaudo, rischi, minor tassa di registrazione del contratto e mancato pagamento dei diritti del brevetto.

34 Denaro illecito: due casi di sovrapprofitto nella Grande guerra 33 varie parti finite (al denominatore), secondo quanto indicato dal catalogo 27. È questo secondo la stessa Commissione «un espediente per riportare sollecitamente al prezzo contrattuale del motore e dell apparecchio i prezzi delle parti staccate a base di catalogo» 28. Comunque, se applicato correttamente, assolve degnamente al proprio scopo. Si verificano tuttavia numerosi frodi attribuendo coefficienti K superiori a quanto dovuto: nel caso della ditta Automobili Diatto di Torino, ad esempio, il Comitato concede alla stessa ditta circa lire oltre al dovuto 29. Per quanto riguarda invece gli impianti e gli attrezzi speciali 30 il Comitato, per calcolare l indennizzo da corrispondere a ciascuna ditta, elabora un coefficiente di riduzione (con al numeratore il valore della parte di commessa non espletata e al denominatore l importo totale della commessa) con cui moltiplicare il prodotto avuto dal coefficiente di svalutazione per il costo totale degli impianti. In questo calcolo il Comitato, tuttavia, non terrà mai conto dell importo delle parti finite e semilavorate, che si sarebbe dovuto defalcare dal totale della commessa, e liquiderà quindi alle imprese quote di ammortamento doppie rispetto al dovuto 31. In totale il Comitato liquida le ditte fornitrici di materiale aeronautico con 120 milioni di lire per le parti finite, semilavorate e per le materie prime ritirate dall Amministrazione, 234 milioni di lire a titolo di compenso per quelle lasciate a disposizione alle stesse ditte e 100 milioni di lire come indennizzo per impianti e attrezzi. Inoltre, lo stesso sorvola sui ritardi nelle consegne compiuti da quasi tutte le ditte fornitrici e non esige quasi mai il pagamento del massimo della penalità pecuniaria possibile come previsto dai contratti stipulati 32. Complessivamente la Commissione avrebbe così accertato che almeno sei industrie aeronautiche hanno lucrato, durante e dopo la Grande guerra, ingenti capitali allo Stato approfittando degli errori compiuti nei calcoli sopra menzionati e delibera recuperi per un totale di lire. In particolare, alla ditta Piaggio e C. di Sestri Ponente l 8 maggio 1922 si richiede la restituzione di lire 33 ; per la ditta Miani e Silvestri il 6 luglio 1922 si propone un recupero lire 34 ; per la Automobili Diatto lire (il 9 giugno 1922), sulle lire dovute 35 e infine, per quanto riguarda la Gnome e Rhone, il 15 luglio 1922 la Commissione propone che restituisca un totale di lire 36. Emerge così come questo nascente settore industriale è caratterizzato, nel periodo del suo primo impiego massiccio, da forti diseconomie e sprechi, oltre che da condizioni amministrative e organizzative che di fatto ne avrebbero forse condizionato lo sviluppo futuro. Il panno grigio verde Tra i tanti casi di sovrapprofitto analizzati dalla Commissione, quello riguardante la fornitura di panno grigio-verde riveste un particolare interesse perché ha destato immediatamente un grande scandalo tra i soldati impegnati al fronte i quali, ben presto, scoprono come il panno delle loro divise «lasciava passare l acqua come un setaccio; così sotto la pioggia e la neve ed il forte freddo divenivano vere corazze di ghiaccio» 37. Ciò è dovuto al fatto che il panno regolamentare, quello cioè previsto dai contratti accordati dall Erario alle industrie tessili, viene infatti ben presto sostituito nella fabbricazione delle divise da altri tessuti più economici ma che non rispondono a quanto indicato dai contratti stipulati. Ciononostante solo per il panno delle divise, comunemente chiamato grigio-verde, lo Stato avrà un esborso pari a lire per il periodo compreso tra il 1 maggio 1915 e il 31 dicembre A dividerseli sono circa ottanta imprese, per lo più del biellese ma anche di Torino, lombarde, venete e, in misura minore, delle altre regioni centro-meridionali, che consegnano in questi quattro anni circa metri di panno grigio-verde 38. Come ha modo di accertare la Commissione, le concause che portano a questi guadagni illeciti sono diverse. Vi è, indubbiamente, l aspetto normativo: i regi decreti del 4 agosto 1914, n. 770; del 22 agosto, n. 927; del 4 ottobre, n. 1103; e infine quello del 22 ottobre, n. 1182, poi tramutati nella legge n. 424 del 1 aprile 1915, attribuiscono infatti all Amministrazione militare la possibilità di provvedere alle forniture anche attraverso trattative private e in economia, cioè a ribasso. Ma questo, se permette teoricamente un risparmio, porta di fatto a pregiudicare la 27 È da notare che spesse volte il prezzo di catalogo delle singole parti è addirittura superiore a quello accordato nel contratto per il motore e l apparecchio completi. 28 Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p Da rimborsare solo se impossibili da riutilizzare nell industria di pace. 31 Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p Le penali oscillano da un minimo dell 1% del prezzo per tre giorni di ritardo al massimo del 10%. Dopo sessanta giorni dalla data di consegna pattuita l amministrazione militare avrebbe potuto rifiutare definitivamente il manufatto o annullare la fornitura. 33 ASCD, Spese di guerra, b. 18 fasc. 187, Relazione sulla sistemazione della ditta Piaggio & C., p ASCD, Spese di guerra, b. 18, fasc. 189, Sistemazione della ditta Officine Meccaniche già Miani & Silvestri, p ASCD, Spese di guerra, b. 18, fasc. 188, Relazione sulla sistemazione della Ditta Automobili Diatto di Torino, p ASCD, Spese di guerra, b. 18, fasc. 185, Sistemazione della ditta Gnome e Rhone di Torino, p Allegato n. 25, Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p. 485, testimonianza del generale Tettoni. 38 Cfr. Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma, 1923, p. 475.

35 34 Fabio Ecca qualità del prodotto consegnato. Inoltre i dipendenti dei vari magazzini di deposito, a cui inizialmente spetta non solo il compito di collaudare, custodire e distribuire il vestiario e l equipaggiamento ma anche quello di acquistare la materia prima per gli stabilimenti industriali, non sono preparati tecnicamente mentre i direttori di queste strutture sono addirittura autorizzati poi a effettuare acquisti senza l intervento di altri organi di controllo 39, se non quello delle Commissioni di collaudo. Si tratta dell organo che avrebbe dovuto certificare la congruità della fornitura con quanto stabilito nel contratto. Tuttavia i membri della commissione mancano della dovuta preparazione. Neanche successivamente, quando le trattative per stipulare nuovi contratti di fornitura vengono accentrate presso la Direzione Generale dei servizi logistici ed amministrativi (L.A.) del Ministero della Guerra, diretto dal generale Adolfo Tettoni, e affidati al suo Ufficio acquisto, retto dal maggiore Giulio Stiatti, lo scarto tra quanto previsto dal contratto e quanto effettivamente consegnato diminuisce. Soprattutto nel 1915, si sarebbe avuta invece la tendenza a invocare la presenza di accordi verbali tra il Ministero della Guerra e l Associazione dei lanieri, accettando così nuove forniture di lana di pessima qualità 40. Non a caso la Commissione avrebbe concluso che i lanieri, mentre accettavano di eseguire le obbligazioni assunte in una forma determinata, in fatto ad esse davano esecuzione in modo contrastante con l impegno assunto, dannoso al servizio ed all Erario, e che tale loro inadempienza, motivata da finalità di lucro, sarebbe stata colposamente tollerata da chi, pur essendo in sott ordine, aveva il dovere di prevedere e provvedere 41. Proprio la Commissione, che acquisisce e si serve del materiale prodotto e raccolto da due inchieste condotte tra il 1915 e il 1916 in cui si sancisce come «gli industriali non riconobbero limiti all impiego della lana meccanica o di cascami d infima qualità» tanto da non corrispondere «più al principale suo scopo di riparare dal freddo e dalle intemperie i soldati» 42, riesce ad appurare definitivamente il comportamento illecito delle industrie tessili. Vengono così riconosciuti colpevoli tre distinti soggetti: gli stessi industriali lanieri, soprattutto per quanto riguarda l aspetto morale della vicenda; la Presidenza dell Associazione, per quanto riguarda la responsabilità civile e la corretta esecuzione degli impegni assunti; la Direzione Generale dei servizi L.A. che «mal provvide agli interessi dell Erario e del servizio, tollerando tacitamente un largo impiego di materia prima scadente, [ ] e mantenendo inoltre inalterati i prezzi concordati in base al previsto impiego di materia prima di qualità superiore» 43. Essendo però misteriosamente scomparsi i libri delle miste 44, la Commissione è costretta ad avvalersi delle percentuali di materie prime dichiarate dalla stessa Associazione laniera al Ministero della guerra per accertare l entità delle infrazioni contrattuali commesse e stabilire il recupero da esigere. Riesce così a deliberare recuperi limitatamente al solo importo del minor valore assoluto del panno fornito, cioè alla differenza tra il costo della materia prima che si sarebbe dovuta contrattualmente impiegare e il costo di quella che effettivamente viene utilizzata. Si stabilisce quindi che il costo della materia prima avrebbe determinato per il 68% il prezzo definitivo del tessuto, il costo della lana meccanica sarebbe stato la metà di quello della lana vergine mentre il cotone in fiocco sarebbe costato un terzo rispetto alla lana vergine. Denominando P il prezzo corrisposto per ciascuna fornitura, x il valore della materia prima impiegata, M il tessuto misto che si sarebbe dovuto impiegare secondo contratto, m la mista effettivamente adoperata, R il minor valore del panno, la Commissione elabora così tre equazioni: 68/100 P : x = M : m x = (68/100 P m) / M R = (68 x) / 100 * P 45 Sono strumenti di calcolo precisi, uniformi e che, considerando che il costo delle materie prime viene comunque fissato nella misura più favorevole agli industriali, non si possono nemmeno tacciare di essere uno strumento eccessivamente severo o di vendetta contro gli imprenditori tessili. Grazie al loro utilizzo la Commissione può comunque concludere che le responsabilità per le «corazze di ghiaccio» 46 sono imputabili non solo agli industriali tessili ma anche alla Direzione generale servizi L.A. del Ministero della Guerra. In particolare il 13 dicembre 1922 la Commissione 39 Circolare n. 724 del 14 aprile 1915 della Direzione generale servizi L.A. Ufficio del direttore generale. 40 Allegato 24, Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p Nei libri delle miste sono registrate le varie materie prime utilizzate nella produzione dei panni grigio-verdi e le percentuali del loro utilizzo. Comunemente usati per calcolare preventivamente i costi di produzione, rappresentano uno strumento essenziale per l azienda dal punto di vista tecnico, economico e amministrativo. 45 Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma, 1923, p Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p. 509.

36 Denaro illecito: due casi di sovrapprofitto nella Grande guerra 35 approva un atto di deplorazione verso l azione svolta dal tenente colonnello Stiatti («non sincera, non chiara, non conforme ai doveri d ufficio»), annesso alla richiesta dell intervento di un consiglio di disciplina; un atto di deplorazione verso il colonnello Citerni e, soprattutto, la facoltà di «procedere, in confronto degli industriali lanieri, ai recuperi nei limiti accennati» per un totale di ,01 lire, di cui ,33 lire alle imprese della provincia di Biella e ,68 lire a quelle del territorio di Prato 47. Si tratta dell indennizzo più consistente proposto dalla Commissione nel suo breve operato. Il quadro che si è tentato di far emergere in queste pagine testimonia come la Grande guerra, oltre agli aspetti militari, politici, sociali e culturali, è stata interessata anche da diffusi fenomeni di sovrapprofitto. In quella che Luigi Einaudi ha definito anche come uno «scontro di materiale e di industria» (Einaudi, 1961: 206) molte imprese italiane realizzano così speculazioni e sovrapprofitti e interi settori produttivi, come quello dell industria aviatoria e quello tessile per le forniture di panno grigio-verde, sembrano caratterizzati da forti diseconomie e sprechi. L assetto politico-economico e sociale del Paese esce quindi dalla prima guerra mondiale condizionato profondamente da questi guadagni illeciti. Anzi, la volontà della classe dirigente e imprenditoriale italiana di mantenere le posizioni di vantaggio acquisite durante la guerra, «non importa in quale modo e a che prezzo» (Mazzonis, 2002: 230), svolge probabilmente un ruolo non secondario negli sviluppi politici dell Italia del ventennio fascista. Bibliografia Abate, Rosario (1974), Storia dell aeronautica italiana, Milano, Bietti. Assenza, Antonio (2010), Il generale Alfredo Dallolio: la mobilitazione industriale dal 1915 al 1939, Roma, USSME. Bigazzi, Duccio (1988), Il portello. Operai, tecnici e imprenditori all Alfa Romeo , Milano, Franco Angeli. Caffarena, Fabio (2010), Dal fango al vento. Gli aviatori italiani dalle origini alla Grande Guerra, Torino, Einaudi. Caracciolo, Alberto (1967), La formazione della grande industria durante la prima guerra mondiale, Milano, Franco Angeli. Castronovo, Valerio (a c. di) (1997), L Ansaldo e la Grande Guerra, vol. 4, Roma, Laterza. Chiesa, Eugenio (1921), L aeronautica di guerra: nella gestione del commissariato generale, Milano, Gorlini. Civoli, Massimo (2008), Aeroplani: regia aeronautica, aeronautica militare, Colognola ai Colli (Vr), Gribaudo. Conti, Ettore (1986), Dal taccuino di un borghese, Bologna, Il Mulino. Curami, Andrea (1998), «I primi passi dell industria aeronautica italiana», in Ferrari, Paolo (a c. di), La grande guerra aerea , Valdagno, Edizioni Gino Rossato, pp Degli Esposti, Fabio (2010), «Le spese per i servizi aeronautici nella Grande Guerra», in Montinaro, Giancarlo - Salvetti, Marina (a c. di) (2010), L aeronautica italiana nella I guerra mondiale: Atti del Convegno, Roma, Aeronautica militare- Ufficio Storico. Degli Esposti, Fabio (1993), «L Ansaldo industria bellica», Italia contemporanea, n. 190, pp Di Girolamo, Piero Nicola (2002), «Pescacani o patrioti? L Ansaldo, l Ilva, le Armi e munizioni attraverso le carte della Commissione parlamentare» in Crocella, Carlo - Mazzonis, Filippo (a c. di), L inchiesta parlamentare sulle spese di guerra ( ), I, Roma, Camera dei deputati, pp Doria, Marco (1990), Ansaldo: l impresa e lo Stato, Milano, Franco Angeli. Einaudi, Luigi (1961), Cronache economiche e politiche di un trentennio, Torino, Einaudi. Falchero, Anna Maria (1991), La commissionissima : gli industriali ed il primo dopoguerra, Milano, Franco Angeli. Ferrari, Paolo (2004), L aeronautica italiana. Una storia del Novecento, Milano, Franco Angeli. 47 Camera dei Deputati, Relazioni della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra, Vol. I, Roma 1923, p. 511.

37 36 Fabio Ecca Ferrari, Paolo (a c. di) (1995), La grande guerra aerea: : battaglie, industrie, bombardamenti, assi, aeroporti, Valdagno, Edizioni Gino Rossato. Frascani, Paolo (1988), Finanza, economia ed intervento pubblico dall unificazione agli anni Trenta, Napoli, Istituto italiano per gli studi filosofici. Furiozzi, Gian Biagio (2001), Dall Italia liberale all Italia fascista, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane. Gallinari, Vincenzo (1979), «Il generale Alfredo Dallolio nella prima guerra mondiale», in Memorie storiche militari, Roma, Ufficio storico - Stato Maggiore dell'esercito, pp Guarnieri Ventimiglia, Antonio (1944), Gli illeciti arricchimenti, Roma, Fratelli Palombi. Isnenghi, Mario (2000), La Grande Guerra, Venezia, La Nuova Italia. Maier, Charles (1999), La rifondazione dell Europa borghese: Francia, Germania e Italia nel decennio successivo alla prima guerra mondiale, Bologna, Il Mulino. Mascolini, Loredana (1980), «Il Ministero per le armi e munizioni ( )», Storia Contemporanea, 6, pp Mazzonis, Filippo (2002), «Un dramma borghese. Storia della Commissione parlamentare d inchiesta per le spese di guerra», in Crocella, Carlo - Mazzonis, Filippo (a c. di), L inchiesta parlamentare sulle spese di guerra ( ), I, Roma, Camera dei Deputati Archivio Storico, pp Minniti, Fortunato (1984), L industria italiana tra le due guerre ( ), Milano, Istituto IPSOA. Miozzi, Umberto Massimo (1980), La mobilitazione industriale italiana ( ), Roma, La Goliardica editrice. Miozzi, Umberto Massimo (1990), Tra guerra e dopoguerra ( ), Roma, EUROMA. Segreto, Luciano (1983), «Statalismo e antistatalismo nell economia bellica: gli industriali e la Mobilitazione Industriale ( )» in Hertner, Peter - Mori, Giorgio (a c. di), La transizione dall economia di guerra all economia di pace in Italia e in Germania dopo la Prima guerra mondiale, Bologna, Il Mulino, pp Simoncelli, Maurizio (2002), «La produzione bellica aeronautica e navale nelle carte della Commissione parlamentare d inchiesta», in Crocella, Carlo - Mazzonis, Filippo (a c. di), L inchiesta parlamentare sulle spese di guerra ( ), I, Roma, Camera dei deputati Archivio storico, pp Storoni Piazza, Anna Marina (2013), Dalle carte del nonno. Ulderico Mazzolani, un repubblicano tra le due guerre, Firenze, Le Monnier. Tomassini, Luigi (1983), «Militari, industriali, operai durante la grande guerra: il Comitato Centrale di Mobilitazione Industriale dalle origini alla costituzione del Ministero per le Armi e Munizioni», Studi e Ricerche, II, pp Tomassini, Luigi (1997), Lavoro e guerra: la mobilitazione industriale italiana ( ), Napoli, Edizioni scientifiche italiane.

38 Comuniștii și corupția administrației românești, Cristina Diac Institutul Naţional pentru Studiul Totalitarismului (Academia Româna) Bucarest Abstract: Studiul de față își propune să releve o fațetă mai puțin cunoscută a comunismului interbelic, respectiv relația non-conflictuală, înscrisă în cutume, dintre PCdR și autoritățile statului. Am în vedere originea acestei situații, plasată în primii ani după interzicerea partidului ( ). Plec de la ipoteza că reprezentarea autorității de stat pe care a avut-o Elek Köblös, secretarul general al PCdR dintre 1924 și 1928, a influențat decizia comuniștilor de a trata cu statul. Această convingere a coincis cu viziunea Cominternului dintre 1922 și 1924, cu privire la rolul Ajutorului Roșu Internațional, viziune modificată în cursul anilor , când centrul de greutate se mută dinspre ajutorarea victimelor «terorii albe» spre campanii propagandistice. Cuvinte cheie: Comunism; România; Ajutorul Roșu Internațional; Corupție Abstract: Communist Party of Romania and corruption of the Romanian State apparatus, This study aims to discuss a mostly unknown issue of interwar Romanian communism: the special relationship established between Party and State, based on financial incentives. This situation is originated in early stages of illegal times ( ). At the beginning, the Comintern supported this kind of unorthodox practice. But from 1925, on the background of struggle for power in Bolshevik Party, the International Red Aid came after those who had worked with the class enemy, in order to protect the Party. Key-words: Communism; Romania; International RedAid; Corruption Relațiile dintre administrația românească din toate timpurile și indivizi și/sau grupuri au fost guvernate de corupție. Fenomenul, atât de larg răspândit, a devenit în timp o adevărată «marcă locală», fiind sesizat și acceptat tacit de toate părțile implicate în circulatul ilicit al banilor. În ochii străinilor, dar și al observatorilor locali, România interbelică apare drept o țară extrem de coruptă. «Toată lumea știa că era dezorganizată și administrată după obiceiuri corupte și arbitrare moștenite de la Imperiul Otoman, a cărui colonie fusese cândva. Orice se putea cumpăra și vinde, până pe treptele tronului» (Moscovici, 1999: 92). Practica obținerii de servicii publice pe cale ilicită poate fi plasată în secolul al XVIII-lea secolul fanariot, când însăși funcția supremă, de Domn al celor două Principate dunărene, se dobândea contra unor sume de bani plătite administrației de la Constantinopol (Eliade, 2000, passim). Definindu-se în totală opoziție cu realitățile României Mari, comunismul interbelic a folosit sistematic, în folosul propriu, această tară a societății românești pe care, oficial, o condamna. La contactul cu România, comunismul dintre cele două războaie a ajuns să împrumute «culoarea locală», pierzând din intransigența doctrinară originară, în caz că ar fi avut-o vreodată. Istoriografia din perioada comunistă a ignorat cu bună știință această realitate deloc favorabilă, scoțând în evidență momentele de confruntare. Istoria Partidului Comunist din România-Secție a Internaționalei a III-a, scrisă după 1945, arăta ca un lung conflict între comuniști și «statul burghez». De pildă în lucrarea ce se spera a fi istoria oficială a PCdR, realizată de Institutul de Studii Istorice și Social-Politice de pe lângă C.C. al P.C.R., dar care nu a apărut pe piață niciodată, se spunea că după 1924, partidul avut de înfruntat «intensificarea măsurilor represive ale guvernului», «samavolniciile polițienești», «prigoana reacționară»: «Între anii au avut loc la București, Chișinău, Cluj, Galați și în alte centre numeroase procese intentate militanților comuniști și din organizațiile de masă, urmate de grele condamnări la ani de închisoare» 1. Evident, au existat și procesele, și samavolniciile polițienești, însă mita acordată funcționarilor statului a frânt în multe cazuri cerbicia autorităților. 1 Institutul de Studii Istorice și Social-Politice de pe lângă C.C. al P.C.R., Istoria Partidului Comunist Român. Sinteză, f.l. f.a., p. 47. Publicație aflată în Biblioteca Institutului Național pentru Studiul Totalitarismului.

39 38 Cristina Diac Studiul de față își propune să releve o fațetă mai puțin cunoscută a comunismului interbelic, respectiv relația non-conflictuală, înscrisă în cutume, dintre PCdR și autoritățile statului. Deși viza sfera dreptului penal infracțiunile săvârșite de comuniști-, între cele două părți s-a stabilit o relație cvasi-contractuală: statul presta un serviciu, iar comuniștii plăteau prețul. Am în vedere originea acestei situații, plasată în primii ani după interzicerea partidului ( ), când s-a perfectat această practică la care nu s-a renunțat nicicând de-a lungul perioadei interbelice. Plec de la ipoteza că reprezentarea autorității de stat pe care a avut-o Elek Köblös, secretarul general al PCdR dintre 1924 și 1928, a influențat decizia comuniștilor de a trata cu statul. Această convingere a coincis cu viziunea Cominternului dintre 1922 și 1924, cu privire la rolul Ajutorului Roșu Internațional, viziune modificată în cursul anilor , când centrul de greutate se mută dinspre ajutorarea victimelor «terorii albe» spre campanii propagandistice. Schimbarea de optică survenită la Moscova a avut ecou imediat în România. Impactul financiar al interzicerii PCdR Partidul Comunist din România, secție a Internaționalei a III-a (Comintern), s-a format prin sciziunea grupărilor de extremă stânga din partidele socialiste/ social-democrate din Vechiul Regat și din provinciile unite cu acesta după primul război mondial și unificarea lor într-o unică formațiune, demarată în 1921 și niciodată realizată pe deplin în perioada interbelică. În 1924, statul român a interzis activitatea comunistă, care a rămas prohibită până la 23 august În toată perioada interbelică, PCdR a rămas cel mai mic și mai slab partid comunist european, ideologia și practicile comuniste găsind un ecou minor în societatea românească a vremii. Această realitate a avut mai multe cauze. Dintre acestea, cele mai evidente sunt: slaba industrializare; dezechilibrul social tradus în existența unei pături industriale puțin numeroase și de dată recentă, lipsită de tradiție și de experiența confruntărilor cu patronatul pentru dobândirea de drepturi; platforma politică excesivă a Partidului Comunist, care își propunea să acționeze complet «contra curentului» și să destructureze însăși baza regimului creat după În afară de acestea, în opinia noastră mai pot fi identificate două posibile explicații. Prima ține de sfera mentalităților puseele revoluționare erau incompatibile cu «firea românului», mai precis a țăranului român care reprezenta mai bine de 80% din populația României interbelice. A doua de paradoxurile ce par a guverna existența poporului român încă de la apariția sa, descrisă drept «o enigmă și un miracol istoric»: deși slaba capacitate administrativă a statului român l-ar fi făcut în mod normal victimă sigură în cazul unei agresiuni, în timp s-a dovedit că arbitrariul și aproximativul au format un zid protector peste care nu s-a putut trece. Înțelegerea aproximativă a normei juridice, a legii și procedurilor derivate din aceasta și-a găsit corelativul în corupție. După formula lui Constantin Rădulescu-Motru, în România legile nu se respectă nici de aceia care le fac, nici de aceia pentru care se fac. În principiu, s-ar putea zice, că nerespectarea legilor, acolo unde se constată, este datorită educației cetățenești necompletă. Acesta nu este cazul la noi. La noi nerespectarea legilor este o manifestare directă a individualismului subiectiv. Românul consideră nerespectarea legii ca un titlu de mărire și de putere. (Rădulescu-Motru, 1938: 167) Orice import ideatic, instituțional, de resurse umane a sfârșit prin a se adapta la cutumele locului. În 1924, activitatea comuniștilor în România a fost, teoretic, interzisă, inițial prin două ordonanțe militare, din aprilie și iulie, apoi prin Legea de reprimare a unor infracțiuni contra liniștii publice (Legea Mârzescu) 2 din decembrie. Anul 1924 și următorii doi sunt semnificativi pentru istoria comunismului interbelic, din două motive: pe de o parte, arată deruta statului în fața mișcării comuniste, transpusă inclusiv în lipsa de legislație; în al doilea rând, pentru că arată reacția primă a comuniștilor din România, ghidați de Comintern, față de noua situație în care se găsea gruparea odată cu Legea Mârzescu. Împingerea Partidului Comunist în ilegalitate a atras și consecințe financiare: un 2 Legalitatea Ordonanței nr. 1 a Corpului II Armată din 5 aprilie 1924 (în «Adevărul», nr , din 25 iulie 1924) și a Ordonanței nr. 2 a aceleiași instanțe din 23 iulie 1924 (în «Universul», nr. 167 din 26 iulie 1924) au fost contestate în instanță de avocații Partidului Comunist, care au ridicat excepția de incompetență (Conform Constituției din 1923, Parlamentul era unica autoritatea legislativă a țării, prin emiterea celor două ordonanțe Consiliul de Război substituindu-se puterii legiuitoare legitime). Justiția a făcut pasul înapoi, anulând cele două ordonanțe și, implicit, efectele produse de acestea, ceea ce s-a soldat cu eliberarea din starea de arest a persoanelor culpabile de fapte ce cădeau sub incidența amintitelor acte.

40 Comuniștii și corupția administrației românești, «ilegal» costa mișcarea sume importante, necesare pentru procurarea de acte false, închirierea unei locuințe ilegale, transport, uneori hrană și alte mijloace de subzistență; se adăuga salariul, dacă respectivul conta drept «funcționar al partidului» sau «revoluționar profesionist» 3. De susținere financiară era nevoie și pentru activitățile curente precum tipărirea de publicații, închirierea de săli pentru sindicatele controlate de Partid, plata curierilor care traversau țara ducând și aducând fonduri, mesaje, tipărituri. Costau, evident, și nu puțin, călătoriile în străinătate, spre și dinspre nodurile rețelei comuniste europene Viena, Praga, Berlin, Paris, Moscova. Întreținerea la închisoare a deținuților condamnați pentru delicte incriminate de Legea Mârzescu, precum și ajutorarea familiilor acestora, se făcea în bună măsură tot pe spezele mișcării comuniste. Încărcau bugetele Partidului onorariile pentru avocați străluciți dar cu onorarii pe măsura competenței. Și sumele consistente folosite pentru ceea ce în documentele Partidului se numesc «intervenții», a se citi mită pentru funcționarii statului, de la polițiști până la judecătorii din Curțile militare unde s-au judecat cele mai multe procese ale comuniștilor români din perioada interbelică. PCdR se finanța atât din surse externe, cât și din fonduri proprii. Din exterior, banii veneau pe două căi: pe de o parte, pentru bugetul propriu-zis al Partidului; pe de altă parte fondurile trimise de Ajutorul Roșu Internațional (MOPR) 4, filialei sale din România. De vreme ce MOPR era tot o structură pilotată și finanțată de Internaționala a III-a, sursa fondurilor era, evident, aceeași. Unele sume se mai atrăgeau din abonamente făcute la ziarele partidului sau la cele care făceau servicii comuniștilor, oferindu-se drept tribună legală. În perioada legală, partidul dobândea unele sume din cotizațiile plătite de membri. Secția română a Ajutorului Roșu Internațional a fost creată în toamna lui 1924, urmare a deciziei luate de C.C. al PCdR ales la Congresul al III-lea în prima sa ședință, din 23 august 1924, ținută la Viena. Cu acea ocazie, s-a mai decis dizolvarea Comitetului Central de Ajutorare, un «strămoș» al MOPR român înființat în 1922 și care servise acelorași scopuri în perioada legală a Partidului (Feneșan, 2011: 33). Contextul politic nefavorabil PCdR din cursul anului 1924 a făcut utilă apariția unei structuri mai bine coagulate. Cominternul a recomandat să se găsească o formulă de a legaliza Ajutorul Roșu, pentru a putea în acest fel să se colecteze bani de la lucrători, în mod organizat (Feneșan, 2011: 925). Nu au reușit, Ajutorul Roșu Internațional a rămas tot ilegal, dar s-a înființat un Comitet Central de Ajutorare, legal, care activa pe lângă sindicate 5. Aceasta era formula legală găsită de PCdR, la recomandarea Kominternului. După 1924, cotizația a fost înlocuită, informal, cu donațiile către Ajutorul Roșu plătite mai cu seamă de simpatizanți, dar și de membri, prioritar de membrii sindicatelor controlate de comuniști. Primul secretar al Ajutorului Roșu a fost Gheorghe Vasilescu-Vasia. Vechi socialist de la Călărași, la un moment dat politica Internaționalei a II-a socialistă i s-a părut insuficient de percutantă în raport cu nevoile reale ale societății românești 6, astfel că a aderat la aripa stângă a Partidului Socialist din Vechiul Regat, pe structura căruia avea să se articuleze în 1921 PCdR. Al doilea membru al C.C. al MOPR a fost Ștefan Foriș. Îi ajuta Paula Dik-Mendelovici. Vasea-Vasilescu a părăsit partidul și MOPR în primăvara anului 1925, în locul lui fiind numit Ștefan Foriș. Banii Moscovei în procesul rebeliunii de la Tatar Bunar Congresul al III-lea al PCdR, ținut la Viena în august 1924, l-a ales secretar general al PCdR pe Elek Köblös 7, un militant din Transilvania. Ordonanțele Corpului II Armată București, din aprilie și iulie 1924, au interzis activitatea comunistă în regiunea aflată sub jurisdicția Consiliului. Cu ajutorul lui Elek Köblös, PCdR a încercat să se regrupeze în Ardeal, unde starea de asediu nu fusese decretată. Elek Köblös își reprezenta statul român ca profund corupt. În august 1926, a fost arestat Boris Ștefanov, pe o stradă din apropierea cimitirului Belu din București. Elek Köblös locuia într-o casă conspirativă din apropiere. Nepriceperea agenților și unele scrupule de ordin estetic al secretarului PCdR au făcut să nu fie prins odată cu Ștefanov. «Mi-a spus că pe timpul când a fost arestat comunistul Boris Ștefanov el se afla în apropierea locului arestării și că îndată a aflat de 3 Evident, istoriografia din perioada comunistă a evitat să spună că activiștii comuniști erau remunerați. Ar fi însemnat să admită că înregimentarea în slujba cauzei avea, uneori, și o motivație financiară. Or idealul comunist nu putea fi maculat cu asemenea detalii meschine. 4 Ajutorul Roșu Internațional (MOPR) a fost creat în 1922, după Congresul al IV-lea al Cominternului, organizat în noiembrie-decembrie 1922, la Moscova. Crearea secțiilor externe a fost decisă la Prima Plenară a Comitetului Central (C.C. al MOPR), din iunie 1923, când s-a recomandat crearea cu precădere de filiale ale Ajutorului Roșu în țările supuse «terorii albe». Prima conferință internațională a avut loc la Moscova, în iulie 1924, odată cu Congresul al V-lea al Cominternului. Ajutorul Roșu Internațional era o organizație asemănătoare Crucii Roșii, cu scopul declarat să ajute deținuții politici și familiile lor cu bani și bunuri, în perioada detenției. De asemenea, să ofere asistență juridică acuzaților de simpatii comuniste. 5 Arhivele Naționale Istorice Centrale (în continuare ANIC), Colecția Dosare de partid ale membrilor de partid cu stagiu din ilegalitate care au încetat din viață (Colecția 53), dosar A/113, f O amplă autobiografie a lui Gh. Vasilescu-Vasea, în ANIC, Fond 95, dosar 1329/2022, f. 7-35, f/v. 7 Biografia oficială din timpul regimului comunist L. Gergely, Marin C. Stănescu (1978), Elek Köblös, București.

41 40 Cristina Diac aceasta» 8, a relatat ofițerul de Siguranță care a stat de vorbă cu el în vara lui 1927, după ce fusese arestat la Košice, în Cehoslovacia. «Atunci el a luat securea pentru a merge în ajutor, însă atunci s-a văzut că se afla dezbrăcat în cămeșă și izmene, astfel că nu s-a putut duce» 9. După arestarea lui Ștefanov, survenită după cea a lui Pavel Tcacenco, ambii membri ai Secretariatului, PCdR nu se afla într-o situație fastă. Cu toate acestea, Köblös a continuat să se plimbe nestingherit pe stradă. Nu ignora riscul arestării, însă credea că îi găsise antidotul: «nu-i era frică, deoarece bani avea și dacă ar fi fost descoperit de vreun agent al Siguranței, i-ar fi dat de lei și atunci nu îl mai aresta» 10. Köblös credea în coruptibilitatea funcționarului român în 1926 chiar și după ce Cominternul criticase politica «intervențiilor», semn că nu era doar o impresie trecătoare, ci o convingere adâncă. Și mai grav tot la fel credeau despre sine și funcționarii înșiși. În epocă, a existat obiceiul ca ofițerii superiori din poliție să realizeze sinteze despre mișcarea comunistă, folosind rapoartele periodice ale structurilor abilitate cu supravegherea acestei grupări 11. Parte dintre ele au fost destinate uzului public, altele au fost scrise doar spre știința superiorilor. În 1936, apărea ediția a doua a unui volum scris de Constantin Maimuca, la acel moment șef al Inspectoratului Regional de Poliție Chișinău, în colaborare cu locotenent-colonelul Aurel Panaitescu. În capitolul dedicat Ajutorului Roșu, autorii scriau: «Biroul Juridic, prin avocații săi, se ocupă și cu facerea intervențiunilor pe lângă toate autoritățile administrative și judecătorești, pentru ușurarea situației arestaților și acuzaților comuniști» (Maimuca, 2011: 136). În primii doi ani ai mandatului său, cât s-a aflat în țară, Köblös a transformat această convingere în politică oficială a PCdR vizavi de autorități. În septembrie 1924, au fost arestate circa 300 de persoane, urmare a rebeliunii de la Tatar Bunar. În decembrie, după ce PCdR a emis un manifest «pe linie» în problema națională, cerând dezmembrarea României Mari, autoritățile au operat arestări masive în toată țara, inclusiv printre lideri. Din cauza incongruențelor legislative, majoritatea arestaților au fost eliberați după scurt timp, fără a li se mai intenta proces. Aflați la închisoare, Marcel Pauker și Al. Dobrogeanu-Gherea au declarat greva foamei și au pledat pentru agitarea «maselor» în sprijinul arestaților. Liderii cunoscuți au fost eliberați unul câte unul, însă împotriva lor s-a deschis acțiune în justiție, fiind judecați în stare de libertate în ceea ce s-a chemat «procesul din strada Francmasonă», din primăvara lui Sfătuiți de Comitetul Central, 16 dintre cei mai vizibili inculpați 12 s-au sustras judecății la începutul lui iunie 1925, chiar înainte de pronunțarea sentinței, risipindu-se care încotro. Între timp, au ținut ședința plenară a C.C. din iulie În prima jumătate a anului 1925, pe tema atitudinii partidului față de autorități apăruse o polemică între Pauker-Gherea, promotori ai ideii că PCdR trebuie să riposteze «împotriva răului politic ce rodea la rădăcină societatea românească: bunul plac și economia bacșișului» (Brătescu, 1995: 80) și Köblös, înclinat spre «intervenții». Împotriva corupției și a «bizantinismului» s-au ridicat tocmai Pauker și Dobrogeanu-Gherea, militanți comuniști cu origini «burgheze». Erau, astfel, consecvenți în nemulțumirea lor față de starea de lucruri din societatea românească a vremii, nemulțumire care-i proiectase în rândurile unui partid ce milita pentru distrugerea formelor de coagulare socială cărora, în fond, le aparțineau. Mult mai înclinați să trateze cu regimul și să se adapteze, astfel, realităților românești s-au dovedit liderii cu origine muncitorească, precum Köblös. Liderul oficial al partidului, l-a acuzat Pauker, îmbrățișa ideea că «lupta și campaniile în favoarea deținuților, ca și orice altă luptă în interiorul închisorilor, ar fi o prostie» (Brătescu, 1885: 143), a acuzat Marcel Pauker în 1937, când se afla la Moscova, înainte de a cădea victimă unui proces stalinist din timpul Marii Terori. «Eliberarea trebuia obținută de MOPR, al cărui rost era tocmai de a cumpăra cu bani aparatul de stat român, pentru ca deținutul să devină liber. Aceasta ar fi singura metodă justă» (Brătescu, 1995: 143). De partea lui Köblös s-a aflat și Heinrich Sternberg, membru al Comitetului Central și supervizor al activității secției române abia create a MOPR. Pare greu de crezut dar Sternberg, după cum l-a acuzat Marcel Pauker în 1937, era «negociatorul» oficial al partidului în relațiile cu Siguranța. Metoda lui Sternberg era să trateze oficial cu Siguranța, în numele Comitetului Central, prin avocatul acesteia (în afară, firește, de legăturile lui neoficiale care au existat, 8 ANIC, Fond Dosare personale ale luptătorilor antifasciști (Fond 95), dosar 17, f ANIC, Fond 95, dosar 17, vol. II, f ANIC, Fond 95, dosar 17, vol. II, f Un astfel de raport a realizat Eugen Cristescu în 1926; un altul, Nicolae Turcu, publicat de Florin Șandru, Cominterul și comuniștii români. O sinteză a Prefecturii Poliției Capitalei, în «Arhivele Totalitarismului» (2010, 2011), nr. 1-2, nr. 3-4 și nr Au plecat din România Marcel Pauker, Al. Dobrogeanu-Gherea, Vasile Luca, David Fabian, Ion Cloțan, Sami Margulius, Tóth István, Fischer Moor, Kovács Miklós, Iuliu Gyöngyössi, Cernovschi Carol, IzoIțicovici, Gh. Cilik. Refugiat la rude, în Ardeal, Vasile Luca a fost arestat în vara lui 1925.

42 Comuniștii și corupția administrației românești, fără îndoială, după părerea mea). [ ] Sternberg era atunci cel care efectua această corupere, el putând să stabilească absolut pe față și oficial legăturile cu Siguranța. (Brătescu, 1995: 142, 143) S-ar putea bănui că în 1937, când se afla el însuși în anchetă, Marcel Pauker ar fi încercat să-l învinovățească excesiv pe Köblös, la rându-i cercetat sub diverse acuzații. Stenograma ședinței Plenare a C.C. al PCdR din iulie 1925 arată că de necesitatea și eficiența «tratării» cu autoritățile nu se îndoia nici unul dintre liderii din acel moment. Cu toții credeau că «aparatul de stat» se pretează la practici neortodoxe, iar partidul trebuie să profite de «venalitatea aparatului burghez». «Trecutul poporului nostru, ale cărei principale caracteristici sunt șmecheria și neoiobăgia oligarhică, a creat premisele descompunerii și decăderii morale» 13, a spus David Finkelstein-Fabian, îndreptățesc partidul la asemenea practici. Pauker și Dobrogeanu-Gherea, care au fost contra mituirii aparatului de stat «din considerente morale», au fost acuzați de «eroism burghez» și «revoluționarism». Atacat din toate părțile, Pauker a spus că nu condamnă mita în sine, ci numai nivelul funcționarului corupt, optând pentru mituirea celor mici. Noi am spus numai că trebuie plătit ajutorul organelor de pază, indiferent dacă este suficient sau nu, dacă este o intervenție sau o escrocherie. În realitate, pe această cale am obținut numai un succes în acest proces. Voi ați fost cu toții prădați, asta-i totul. Totuși noi am cerut ca banii să nu fie dați unor escroci evidenți pe care-i plătim și care fac spionaj la Siguranță și că cel puțin acești oameni să fie avocații noștri publici 14. PCdR a mituit «aparatul» pentru pedepse mai ușoare în «procesul din strada Francmasonă». Însă din când în când, statul era nevoit să dea și exemple, după cum corect a sesizat Elek Köblös, și uneori mai și pronunţa pedepse, cum a fost cazul amintit. Liderii dispăruți au fost condamnați în contumacie la câte zece ani închisoare. Cheltuiala n-a fost tocmai inutilă: funcționarii s-au ales cu banii, liderii partidului cu libertatea, fie ea și grevată de o condamnare în lipsă. Köblös și Sternberg au rămas în țară și după dispariția condamnaților în procesul din strada Francmasonă. În toamna lui 1925, au avut de gestionat procesul răzvrătiților de la Tatar Bunar, judecat de Consiliul de Război al Corpului III Armată Chișinău. Deși PCdR nu avusese practic nici o legătură cu rebeliunea din sudul Basarabiei 15, pus în operă de comuniștii din Ucraina învecinată, comuniștilor din România le-a revenit «sarcina» oficială de a se ocupa de proces. Cu rare excepții, PCdR nu a putut să-i controleze aproape niciodată pe comuniștii din Basarabia, care «luau lumina» mai de la est. Cu toate acestea, formal, Comitetul Regional Basarabia depindea de București, astfel că Elek Köblös a trebuit să asigure apărarea «lotului Tatar Bunar». În septembrie 1924, urmare a evenimentelor, au fost arestate circa 200 de persoană. După calculele Ajutorului Roșu din România, făcute spre informarea Biroului Balcanic al Ajutorului Roșu Internațional, sumele necesare se anunțau uriașe: avocații cereau un onorariu de lei pentru fiecare acuzat. Totuși, tratându-se mai serios și mai de aproape cu avocații, cred că s-ar reduce mult această sumă. Și apoi, unii dintre acuzați au familii care pot să le susțină apărarea din punct de vedere bănesc. În orice caz, socotind numai 100 de inși pentru care trebuie să plătim noi și numai câte lei de persoană, tot revine un milion de lei. (Feneșan, 2011: 924) Suma reprezenta aproximativ întregul buget al PCdRpe trimestrul patru al anului 1924 (Feneșan, 2011: 1070), cifrat la lei, adică 5169,89 dolari. În cursul lunilor următoare, 107 au fost înaintate spre judecata Consiliului de Război al Corpului III Armată Chișinău, 60 au rămas la Ismail și 30 au fost eliberați (Feneșan, 2011: 929). În toate socotelile partidului, inculpații din lotul Tatar Bunar erau centralizați separat, semn că reprezentau o cheltuială excepțională ce greva bugetul Ajutorului Roșu. Până la urmă, procesul nu s-a judecat repede, așa cum anticipau liderii PCdR, ci abia un an mai târziu, în toamna lui Pentru rezolvarea favorabilă a procesului, Henrich Sternberg a mers pe cărările bătătorite și prin intermediul avocatului Mihail Cruceanu, a mituit judecătorii militari de la Consiliul de Război al 13 Proces-verbal al ședinței plenare și al Comisiei Centrale de control din 21, 22, 23 și 24 iulie 1925, în Istoria Partidului Comunist Român. Sinteză. Documentar, Capitolul III: mișcarea muncitorească din România în anii Pentru uz intern, f.a., p Proces-verbal al ședinței plenare și al Comisiei Centrale de control din 21, 22, 23 și 24 iulie 1925, în Istoria Partidului Comunist Român. Sinteză. Documentar, Capitolul III: mișcarea muncitorească din România în anii Pentru uz intern, f.a., p În ședința plenară a C.C. al PCdR din iulie 1925, despre răzmerița de la Tarar Bunar, Köblös a spus: «Cu Tatar Bunar nu am obținut nici o legătură. Pentru noi era o surpriză. Nici tovarășii noștri din Chișinău nu știau nimic despre aceasta», în Proces-verbal al ședinței plenare și al Comisiei Centrale de control din 21, 22, 23 și 24 iulie 1925, în Istoria Partidului Comunist Român. Sinteză. Documentar, Capitolul III: mișcarea muncitorească din România în anii Pentru uz intern, f.a., p. 128.

43 42 Cristina Diac Corpului III Armată Chișinău (Diac, 2013: 204). Într-o rememorare târzie, Ștefan Foriș, la acel moment secretar al Ajutorului Roșu din România, deci direct implicat în chestiune, nu precizează suma, dar spune că partidul a dat «mulți bani» pentru coruperea Consiliului de Război. Schimbarea de viziune a Cominternului Inițial, până și Cominternul a aprobat practicile «românești» ale PCdR, de mituire a aparatului de stat. Mai mult, chiar le-a susținut financiar. Dintr-un raport din 26 noiembrie 1925 al Biroului Balcanic al MOPR pentru Comitetul Executiv al Cominternului reiese că până în octombrie 1925, Ajutorul Roșu din România primise stipendii de 2000 dolari lunar, din luna respectivă cota fiind redusă la 1500 dolari, «în afara sumelor destinate proceselor, tipăririi broșurilor, eliberării arestaților etc.» (Tudor-Pavelescu, 2001: 171). Așa cum reiese și din corespondența purtată în timpul procesului Tatar Bunar, sumele destinate avocaților și «intervențiilor» erau bugetate separat, «cota» propriu-zisă fiind folosită pentru întreținerea deținuților politici și a familiilor acestora. Nemulțumit de aceste practici, Marcel Pauker le-a adus la cunoștința Cominternului în primăvara lui Pauker părăsise România în a doua jumătate a anului 1925 și ajunsese la Moscova în decembrie. Până în primăvara anului următor, a discutat cu funcționarii Cominternului situația PCdR. Între alte chestiuni, a încercat să atragă atenția și asupra relației nefirești dintre partid și autorități. «Cominternul a subliniat încrederea sa în Comitetul Central și a interzis opoziția față de acesta» (Brătescu, 1995: 82). Deși în alte probleme funcționarii Internaționalei au aprobat opiniile lui Pauker, au refuzat să dezavueze oficial politica «intervențiilor» «tovarășii de la Moscova îmi explicaseră că un muncitor, precum Köblös, nu poate fi nicidecum un oportunist, chiar dacă ar fi comis atât de multe greșeli oportuniste» (Brătescu, 1995: 83). Marcel Pauker a fost dezamăgit: «Groaznicele javre din clasele dominante balcanico-bizantine ale României se regăseau în cele mai slabe elemente ale partidului, iar acest lucru a fost trecut cu vederea» (Brătescu, 1995: 82-83). Deși lui Pauker i s-a lăsat impresia că Internaționala nu are nimic împotriva cumpărării bunăvoinței cu bani, acuzele sale cum că Heinrich Sternberg ar lucra mână în mână cu Siguranța nu au rămas fără ecou. Biroul Balcanic al MOPR cu sediul la Viena a suspendat cota de bani pentru România (Diac, 2013: 204), până la lămurirea situației. În aprilie 1926, Ștefan Foriș, secretarul general al Ajutorului Roșu din România, a fost chemat în Austria pentru explicații. În mai sau iunie, după amintirile acestuia, conducerea MOPR a trimis un reprezentant care să ancheteze chestiunea la fața locului. Delegatul a controlat întreaga activitate a secției române, a participat la alegerea unei conduceri noi și a organizat o conferință pe țară. Nu Foriș, secretarul MOPR din România a fost socotit principalul vinovat pentru situația creată, ci Heinrich Sternberg, membru al Comitetului Central care gira activitatea Ajutorului Roșu și era un personaj-cheie în relația cu autoritățile. Cât s-a aflat în România, reprezentantul MOPR a investigat și activitatea acestuia. Vizavi de situația lui Sternberg, C.C. al PCdR a emis o hotărâre în care îi lua apărarea, dar accepta să îl suspende din toate funcțiile pe durata anchetei (Feneșan, 2011: 943). Conducerea oficială a PCdR nu a fost informată niciodată oficial despre suspiciunile la adresa unui membru al său, spunea documentul, și nici nu i s-au prezentat dovezi. Paralel cu ancheta reprezentantului MOPR, Köblös a pornit și o investigație proprie. Explicația modificării survenite în viziunea Ajutorului Roșu Internațional trebuie căutată în disputele dintre competitorii la succesiunea lui V.I. Lenin. Acesta afirmase că «tot ce slujește revoluția este bun și moral», prin urmare, lăsase deschisă poarta accesării tuturor posibilităților care ar fi fost în folosul «cauzei». Numai că Lenin murise în aprilie În anii plasează și Robert Conquest originile Marii Terori de peste un deceniu (Conquest, 1998: 14-36). După eșecul comuniștilor de a aprinde Europa occidentală, ideea «exportului de revoluție» a pierdut teren în fața teoriei «construcției socialismului într-o singură țară», susținută de I.V. Stalin. Corelativ, steaua

44 Comuniștii și corupția administrației românești, lui Troțki, considerat principalul competitor al lui Stalin în lupta pentru putere și artizanul «revoluției permanente», începea să apună. În ianuarie 1925, a fost scos de la Comisariatul Poporului pentru Apărare, în octombrie 1926 din Biroul Politic, în noiembrie 1927 e exclus din partid iar în ianuarie 1928 deportat la Alma-Ata. După neutralizarea lui Troțki, Stalin s-a îndreptat spre Grigori Zinoviev, aliatul său din primele luni de după moartea lui Lenin. A fost scos din Biroul Politic în iulie 1926 și la scurt timp după a fost desființată și funcția de secretar al Cominternului. În 1925 și 1926, perioada când s-a îndepărtat de Stalin și s-a apropiat de Troțki, alături de care va coagula ceea ce s-a numit «opoziția de stânga», Zinoviev a folosit funcția de secretar al Cominternului pentru a-și face cunoscută propria poziție în jocurile de putere. Într-o cercetare despre Ajutorul Roșu Internațional între 1922 și 1926 (Ryle, 1970: 43-68), Martin Ryle demonstrează că lupta pentru putere din PC(b) s-a repercutat asupra Cominternului partidul comunist mondial creat cu scopul de a răspândi «revoluția» în Europa, precum și asupra organizațiilor create de acesta, inclusiv MOPR. Plenarele a cincea și a șasea ale Internaționalei Comuniste, din 1925, respectiv 1926, au redefinit rolul MOPR, modificându-i filosofia. Din organizație de ajutorare a deținuților politici, așa cum fusese gândită inițial, MOPR devine o structură destinată prioritar propagandei. Între , MOPR a cheltuit circa 2,6 milioane de dolari, dintre care jumătate pentru ajutorarea deținuților; pentru întreținerea emigranților politici ajunși la Moscova din țările lor circa dolari; în fine, susținerea financiară a proceselor în care erau implicați comuniști a reprezentat a treia direcție majoră a finanțării, pentru care s-au alocat circa de dolari (Ryle, 1970: 63-64). Din , MOPR-ul s-a concentrat mai mult pe campaniile răsunătoare în favoarea proceselor politice, menite să atragă masele necomuniste, decât pe ajutorarea propriu-zisă a victimelor. Fără a fi abandonată, misiunea originară a MOPR a trecut în plan secund. În 1925, MOPR s-a implicat în cinci astfel de campanii, numărul lor crescând de la an la an (138 în șapte ani, între 1925 și 1931) (Ryle, 1970: 65). Concluzii În cazul românesc, schimbarea de optică a Cominternului vizavi de rolul MOPR s-a resimțit în criticarea PCdR pentru sumele cheltuite cu mituirea aparatului de stat. În 1926, au fost arestați Pavel Tcacenco și Boris Ștefanov. În favoarea ambilor, MOPR a orchestrat ample campanii de susținere, atât în România cât și în Europa. Atitudinea față de autorități, deși aprobată inițial, i-a fost imputată lui Elek Köblös în contextul campaniei împotriva troțkiștilor. Köblös a părăsit România la începutul lui 1927, pentru a nu mai reveni niciodată. După arestarea în Cehoslovacia, intens mediatizată de Comintern, a ajuns la Moscova. La ședința plenară a Comitetului Executiv al Internaționalei din 19 februarie 1928, s-a alăturat corului care acuza troțkismul ca atentat la unitatea PC(b) și a partidelor comuniste 16. N-a fost suficient. În 1928, la Congresul al IV-lea al PCdR de la Harkov, întreaga conducere a fost înlăturată, Köblös însuși fiind cercetat pentru troțkism și acuzațiile derivate, precum oportunism și fracționism. Oportunismul era definit ca subordonarea intereselor clasei muncitoare unor altor grupuri, sub influența comuniștilor proveniți dintre vechii social-democrați sau din rândurile «burgheziei» (Ponomarev, 1959: 421). Coabitarea cu statul, practicată de Köblös în mandatul său, părea a se subsuma «oportunismului». Totuși, în decembrie 1929, a fost absolvit de acuzația de troțkism 17, imputându-i-se numai tentativa de a fracționa PCdR 18. A pierit în Uniunea Sovietică, în timpul Marii Terori 19. Influent în prima parte a anilor 20, Heinrich Sternberg nu a mai fost un personaj de primă mărime în mișcarea comunistă. Declinul lui Köblös i-a influențat cariera în mica grupare comunistă. În 1929, pe fondul luptelor fracționiste, a fost exclus din PCdR de noul secretar general, Vitali Holostenco. A rămas în atenția poliției și în anii 30, deși nu mai activa în mișcarea comunistă. «Intervențiile» au rămas o practică larg răspândită în relația PCdR cu statul 16 ANIC, Fond 95, dosar 17, vol. II, f ANIC, fond Microfilme Rusia, rola 244, c După eliminarea sa din conducere, la Congresul al IV-lea, Köblös a trimis în țară o serie de apropiați, precum Berger Aladar, HeiglIohan, Ion Cloțan, cu misiunea de a face opoziție conducerii oficiale și secretarului general Vitali Holostenco. Cum cei mai mulți aveau condamnări în contumacie, întoarcerea lor în România a fost facilitată și de amnistia deținuților politici, decretată de noul guvern, național-țărănist, în mai Adepții lui Köblös au acționat cu precădere în Transilvania și Ardeal. Acțiunea lor a marcat începutul «luptei fracționiste fără principii», care a paralizat PCdR aproape trei ani, până la Congresul al V-lea, din decembrie La acest stadiu al cercetării, nu se cunosc împrejurările exacte ale morții lui Elek Köblös. Biografia sa, apărută în 1978, scrie: «A murit în împrejurări tragice, în 1937», fără a preciza dacă a fost subiectul unui proces propriu-zis. O micro-biografie, realizată pentru uzul decidenților din PCR în vederea Plenarei din aprilie 1968 care a reabilitat militanți ai mișcării comuniste interbelice (ANIC, fond CC al PCR-Cancelarie, dosar 414/1968, f. 11, publicată în «Anale», nr. 2-3/1968, p. 31), este încă și mai parcimonioasă: «a lucrat într-o fabrică de avioane până în anul 1937, când a fost din nou arestat».

45 44 Cristina Diac până la 23 august 1944, inclusiv în perioada celui de-al doilea război mondial când reacția autorității față de «dușmanul din interior» a fost mai dură. Semn că mișcarea comunistă s-a adaptat realităților locale. Bibliografie Arhive: ANIC, Colecția Dosare de partid ale membrilor de partid cu stagiu din ilegalitate care au încetat din viață (Colecția 53), dosar A/113 Fond Dosare personale ale luptătorilor antifasciști (Fond 95), dosar 17, vol. II. Documente edite: * Istoria Partidului Comunist Român. Sinteză. Documentar, Capitolul III: mișcarea muncitorească din România în anii Pentru uz intern, f.a. Brătescu, Gheorghe (ed.) (1995), O anchetă stalinistă. Lichidarea lui Marcel Pauker, Documente traduse și adnotate de G. Brătescu. Postfață de Florin Constantiniu, București, Univers Enciclopedic. Diac, Cristina (2013), «Ștefan Foriș, prototipul revoluționarului de profesie», în Arhivele Totalitarismului, nr Feneșan, Costin (2011), Sub steag străin. Comuniștii din Partidul Comunist din România în arhiva Kominternului ( ), București, Editura Enciclopedică. Șandru, Florin (2010, 2011), «Cominterul și comuniștii români. O sinteză a Prefecturii Poliției Capitalei», în Arhivele Totalitarismului, nr. 1-2, nr. 3-4 și nr Tudor-Pavelescu, Alina (ed.) (2001), Copilăria comunismului românesc în arhiva Cominternului, Ediție de documente coordonată de Alina Tudor-Pavelescu, București. Volume: * Institutul de Studii Istorice și Social-Politice de pe lângă C.C. al P.C.R., Istoria Partidului Comunist Român. Sinteză, f.l. f.a. Conquest, Robert (1998), Marea Teroare. O reevaluare, traducere din engleză de Marinela Dumitrescu, București, Humanitas. Eliade, Pompiliu (2000), Influența franceză asupra spiritului public în România. Originile. Studiu asupra stării societății românești în vremea domniilor fanariote, traducere din franceză de Aurelia Dumitrașcu, ediția a II-a integrală și revăzută, București, Humanitas. Gergely, L. - Stănescu - Marin C. (1978), Elek Köblös, București, Editura Politică. Maimuca, Constantin (2011), Tehnica și tactica comunistă, ediție îngrijită, studiu introductiv și note de Cormeliu Crăciun, Oradea, Editura Primus. Moscovici, Serge (1999), Cronica anilor risipiți. Povestire autobiografică, Traducere de Magda Jeanrenaud, Iaşi, Polirom. Ponomarev, B.N. (1959), Dicționar politic, București, Editura Politică. Rădulescu Motru, Constantin (1938), Psihologia poporului român, în Dimtrie Gusti (coord.), Enciclopedia României, Vol. I: Statul, București, Imprimeriile Naționale. Articole: Ryle J., Martin (1970), «International Red Aid and Comintern Strategy, », International Review of Social History, 15. Periodice: «Adevărul», nr , din 25 iulie «Universul», nr. 167 din 26 iulie 1924.

46 La ficción del dinero en Managua Salsa City ( Devórame otra vez!) de Franz Galich Andrea Pezzè Centro de Estudos Sociais da Universidade de Coimbra Resumen: El presente trabajo se propone el análisis de la novela Managua Salsa City ( Devórame otra vez!) del escritor guatemalteco Franz Galich con el objetivo de desentrañar la función del dinero como máquina de producir historias. Para alcanzar dicho objetivo se hará hincapié en el artículo de Ricardo Piglia Roberto Arlt: la ficción del dinero y en la teoría marxista sobre la plusvalía y el fetichismo de la mercancía. De esta forma trataremos de definir la ficción del dinero como una posible forma de narrar la ciudad latinoamericana y, al mismo tiempo, veremos como el thriller se ha insertado en la literatura centroamericana por su capacidad de reproducir la amenaza del entorno social. Palabras claves: Dinero; Plusvalía; Violencia; Estafa; Thriller Abstract: This article aims to analyze the novel Managua Salsa City ( Devórame otra vez!) of the guatemalan writer Franz Galich. The objective is to point out that money is a machine which tell stories. To reach this goal one has to lean on the Ricardo Piglia article Roberto Arlt: la ficción del dinero and on the labor theory of value and commodity fetishism. In this way we ll try to define the fiction of money as a possible form of narrating the Latin-American city. At the same time, we ll see how the thriller has been inserted into Central-American literature thanks to its ability to reproduce the threat of the social contest. Key-words: Money; Value; Violence; Conspiracy; Thriller Franz Galich es un escritor guatemalteco, radicado desde la década de los 80 del siglo pasado en Nicaragua. Su perfil biográfico es muy interesante dentro del discurso sobre los intelectuales comprometidos de la historia reciente centroamericana y esclarece las diferencias de temas y geografías que podemos rastrear a lo largo de su obra. Su empeño político en Guatemala lo obligó a exiliarse primero en Costa Rica y luego en México 1. La favorable situación política del Nicaragua sandinista le permitió viajar al país donde terminó desempeñando un papel protagónico en el ambiente intelectual siendo también profesor universitario 2. No es nuestro interés detenernos aquí en los detalles de la producción bio-bibliográfica de Galich por dos razones muy sencillas: primero, porque ya existe un estudio importante sobre su figura humana y literaria, publicado en 2007, año de su muerte prematura a los cincuenta y seis años 3 ; segundo, porque para alcanzar el objetivo que nos proponemos sólo hace falta detenernos en el carácter popular de su obra y en el cuidado que Galich puso en su entorno social que, en este caso, es la Managua de la posguerra. La intención es fijarse en la representación que el guatemalteco hace de un sistema social complejo en el que las distancias de clases son tan hondas que pueden ocasionar lugares comunes (por supuesto), mitos representativos y donde el dinero se transforma en una máquina de producir ficciones. La novela Managua Salsa City ( Devórame otra vez!) de 2000, ganadora del Premio Centroamericano de Literatura Rogelio Sinán en la edición de , se inserta en esta trayectoria y, para armar un discurso lo más científico posible, nos ayudarán los fundamentos de la teoría marxista y el artículo de Piglia Roberto Arlt: la ficción del dinero (1974). Por esta misma razón se encontrarán en el texto algunos cotejos entre la obra del guatemalteco y la del argentino que tratarán de crear una relación entre la cultura literaria y la estructura económica del subcontinente en el siglo XX. Esta idea tiene que ver también con la voluntad de pensar las distintas fases del capitalismo como formas diferentes de la misma infraestructura 1 La historia del comienzo del destierro de Galich es de por sí una novela. Pueden encontrarla en Dante Liano (2007). 2 En las obras de Galich hay una fuerte relación con el pasado guatemalteco como por ejemplo la novela Huracán corazón del cielo (1995), esta sobre el terremoto que asoló Guatemala. Una parte notable experimenta un lenguaje diferente y nuevas trayectorias literarias (Liano, 2007), como el cuento El ratero. Publicado en la primera colección de cuentos de Franz Galich Ficcionario inédito de 1978, destacaba por su fuerza literaria. «El ladrón de poca monta», como Liano (2007) traduce la expresión popular del título, es también el primer ejemplo de la búsqueda literaria que Galich irá desarrollando durante toda su vida y que encontrará su forma estable a partir de comienzos del siglo XXI. Por esta misma razón el cuento se reedita en otra colección de 2003, El ratero y otro relatos (Guatemala). 3 Señalamos el número 15 de la revista Istmo (Revista virtual de estudios literarios y culturales centroamericanos) de El número monográfico está dedicado a la memoria de Franz Galich y se titula Franz Galich un subalterno letrado que ha renovado las letras centroamericanas.

47 46 Andrea Pezzè cuyo elemento semiótico fundamental es, por supuesto, el dinero. Managua Salsa City (a partir de ahora MSC), cuenta una noche de fiesta de Pancho Rana quien se topa con la maravillosa Tamara, apodada la Guajira, pura diosa de los amores salseños. Los dos deciden pasar una noche de bailes, alcohol, lisonjas y mentiras. No solo el ritmo de la narración sigue el compás de la salsa sino que MSC reproduce muchos temas típicos de la musica caribeña y centroamericana: incendios interiores y pasiones arrasadoras, locuras y cambios repentinos; estetización en la música como en la literatura de la ilusión, el robo y la sospecha. El tema del fraude es la herramienta narrativa fundamental y empieza desde las meras intenciones que llevan los dos protagonistas a conocerse. Cada uno quiere estafar al otro e inventa una identidad ficticia armando un cuento de sí mismo. Pancho Rana se vende como rico solterón, habitué de Miami. Él se encuentra de casualidad en la posibilidad de lucir los signos semióticos relativos a su presunta condición burguesa ya que la familia por la que trabaja de vigilante está de viaje en Miami y va a volver solo el lunes siguiente. Casi al comienzo de la novela, logramos entender que Pancho, antes de emplearse en la seguridad privada, era un oficial de las fuerzas especiales del ejército sandinista. Es decir, un individuo práctico en el manejo de la emotividad de la violencia, consciente de los potenciales peligros y supuestamente valoroso 4. La Guajira en cambio entra en escena como una pobre chiquita indefensa, inocente y del todo ajena a malicias sexuales y, menos aún, al mundo inmoral de la prostitución. La realidad es diferente: sabemos desde el comienzo que Tamara encabeza ( Nada menos! Una mujer con voz de mando!) una banda de ladrones llamada la Perrarrenca, y que un par de sus integrantes lucharon entre los Contrarrevolucionarios en calidad de mercenarios. Las primeras diez líneas de la novela nos ponen frente a una realidad tajante: Pancho Rana y Tamara, de quienes vamos a leer las hazañas, son expertos de ese difícil oficio que es sobrevivir. Así, no solo Pancho Rana sino todos los actores de la doble estafa tienen cierta confianza con el peligro, la sangre fría y el manejo de la violencia y de las armas. Ahorinita vengo, se dice, amorcito (está bien buena la hembra, para pegarle una sola apaleada de zorro). (Mientras voy al baño le paso diciendo a los brothers que se pongan las pilas y que le demos tiempo pues el maje ese parece que tiene reales, tal vez nos sale una buena tajada). (Galich, 2000: 5) En cierto sentido, los dos protagonistas son arquetipos de las noches de la capital nicaragüense. A las seis en punto de la tarde, Dios le quita el fuego a Managua y le deja la mano libre al Diablo. El reloj de Dios es de los buenos pues nunca le falla: todos los días, a la misma hora, baja un poco la brasa del calor [...] y entonces [...] empiezan a salir los diablos y las diablas. (Galich, 2000: 1) El elemento realista de la novela es, por lo tanto, muy claro, sea en el pasado de los protagonistas, sea en su entorno social. Galich matiza con cuidado y con afán documental las dinámicas de relación social, la música y hasta los recorridos (en términos toponomásticos y de espacios urbanos) que la pareja traicionera da por la ciudad. A menudo pasan por lugares muy cargados de elementos simbólicos de la penetración capitalista de Estados Unidos y de la estética del neoliberismo. En muchas ocasiones, Tamara la Guajira coteja los panoramas fútiles de los grandes malls o las glorietas y fuentes managüenses con la idea de belleza propia del mundo del capitalismo tardío. Al llegar a la rotonda y ver que la fuente, como cosa rara, estaba encendida, no pudo evitar el qué bonito que es!, verdad?, pareciera que estamos en Estados Unidos (transición). Yo conozco, concluyó, suspirando y mintiendo. Y usted? [...] También, contestó, con el mismo aplomo que había obtenido en el ejército [...]. El carro bordeó la rotonda Rubén Darío, por el costado de la gasolinera iluminada como un barco [...]. (Galich, 2000: 9, subrayado mío) 4 El plan de Pancho Rana prevé también un robo a sus dueños con relativa huida a Honduras. El plan es sucesivo al tiempo de la historia y desvinculado de ella. Tendría que desarrollarse en un futuro hipotético. Sólo nos dice que Pancho es un personaje que está a punto de terminar su relación vital con Managua.

48 La ficción del dinero en Managua Salsa City ( Devórame otra vez!) de Franz Galich 47 En esta cita destacamos un elemento muy interesante para nuestro discurso que se relaciona con el dinero y con las formas del trabajo urbano 5. La pobre Centroamérica, tan lejana de Dios y tan cercana a los Estado Unidos, recibe y reproduce los modelos sociales y económicos del norte. Pero en el acto de recepción se dan unos cambios relevantes. La glorieta encendida parece una reproducción de la estética de las ciudades juguetonas y (en apariencia) felices de Estados Unidos. Sin embargo ese resplandecer es una condición de excepcionalidad que más que embellecer llama la atención sobre la decadencia cotidiana. Este discurso nos puede parecer bastante intrascendente o insustancial, hasta cargado de un agobio seudo-ideológico, pero introduce una comparación fundamental. En su interesante artículo, Claudia Ferman (2007) se fija en los caracteres propios del capitalismo contemporáneo y en particular en la economía del post-trabajo: Esta definición que para López 6 correspondía a un fenómeno bien localizado de la sociedad portorriqueña y que se originaba en la particular relación de dependencia política que la isla mantiene con los EEUU es hoy la forma socio-económica-cultural en la que se expresa la globalización en importantes sectores de las sociedades latinoamericanas. (Ferman, 2007). En nuestra opinión, la producción agrícola o industrial, o sea los sectores económicos productores de capitales, no se borran sino que se desplazan. En América Latina las maquilas representan el fenómeno más relevante de la nueva producción industrial, sin derechos, garantías y hasta literalmente consumidoras de cuerpos. Podríamos pensar que la diferencia es que estos sectores se sitúan en lugares marginales del territorio del estado o del conjunto del sistema-mundo de la globalización (países de Asia o del este de Europa con una formación más reciente de una clase obrera con menos derecho y un nivel de organización diferente). Pero, la condición de subalternidad no se ve sólo en la re-definición de los sectores industriales propia del neoliberismo, sino que se constituye como un largo trayecto de esclerotización económica y, por ende, social. Desde la crisis de 1929, las ciudades latinoamericanas han vivido una masiva migración (debida al derrumbe de los precios de los bienes agropecuarios) no soportada por un adecuado sistema productivo urbano. Esto hizo que las ciudades se convirtieran en lugares de circulación de dinero, no en centros productores de bienes 7. La condición improductiva de la ciudades del subcontinente (o de unos sectores de la sociedad) es una condición histórica y no reciente y, en la cultura literaria latinoamericana del siglo XX, las metrópolis se configuran a menudo como lugares de circulación de dinero fruto de expedientes, trampas e ilusiones y desligado del trabajo. Por eso, es posible cotejar MSC con muchas obras de Roberto Arlt y con la crítica que Ricardo Piglia hace de una característica del escritor rioplatense, o sea la visión del dinero como una ficción. Por lo que atañe la novela de Galich, la fuerza narrativa del dinero define la posibilidad de construir una trampa. Los dos protagonistas tratan de engañarse mutuamente para alcanzar un objetivo. Pancho Rana actúa para asegurarse los favores sexuales de Tamara y ésta usa su atractivo para alcanzar las pertenencias de la víctima. El dinero funciona como elemento semiótico de la representación: pero por un lado es un cebo y por otro un objetivo deseado. Por lo que se ha dicho sobre la productividad urbana, Managua es un territorio favorable a una sobre-representación simbólica de un capital desvinculado de la relación que establece con la cantidad de trabajo que lo genera. Las hazañas de los protagonistas de Franz Galich encajan en un discurso relativo a la enajenación producida, como ya lo subrayó Karl Marx, por una propiedad del capitalismo ínsita en su misma forma de producción de bienes. Como sabemos desde los tiempos de El capital, el valor de una cosa depende teóricamente de la cantidad de trabajo que tenemos en ella. Como el trabajo y las máquinas (o la energía necesaria) tienen un precio, desde David Ricardo en adelante las sociedades capitalistas empezaron a medir el valor a través del trabajo. Para Foucault este cambio representa una de las discontinuidades fundamentales (junto a la filología y las ciencias naturales) entre la modernidad capitalista y las organizaciones sociales anteriores. En cierto sentido, la artificialidad de nuestra relación cultural con las cosas, produce una consonancia entre cuerpo y valor de los bienes de consumo ya que el cuerpo del obrero produce el trabajo (Zanini, 2005: ). Siguiendo con los fundamentos de 5 La cercanía con Estados Unidos influencia la alienación social y contribuye al enriquecimiento de la literatura. Las escenas de Managua Salsa City se configuran a través tanto de una intertextualidad con la música latinoamericana, como gracias a una técnica narrativa que muy a menudo se relaciona con el cine norteamericano como se puede ver claramente en esta cita. La palabra transición remite al estado de humor de la Guajira, que pasa de la ilusión a la realidad y un cambio de enfoque de la cámara que pasa del paisaje urbano al primer plano de una Guajira de pronto malhumorada y desilusionada (o malhumorada porque desilusionada). 6 «Este fenómeno [la sociedad post-trabajo] que ha podido ser detectado desde por lo menos la mitad de los años 60 y que todavía no ha concluido, estimula la emergencia de modos de vida que no presuponen la centralidad del trabajo, o del aparato reproductor que sostiene el trabajo, para los individuos, las familias y las comunidades» (López 1995 en Ferman, 2007). 7 Como, por ejemplo, la Buenos Aires de Ezequiel Martínez Estrada (en Radiografía de la Pampa de 1933 y La cabeza de Goliat de 1940).

49 48 Andrea Pezzè la teoría marxista, la determinación del precio prevé sin embargo un factor desde el cual brotan todas las contradicciones del capitalismo: la plusvalía. Producto de una cuantidad de trabajo no pagado, da lugar a unas cuantas desviaciones de la relación biunívoca entre objeto y valor (o entre fuerza de trabajo y valor), como las rentas financieras o la circulación de capitales enajenados de los objetos y que sirven al mantenimiento de la supremacía de una clase. Este dinero se emplea, por ejemplo, en la seguridad privada o en la industria del tiempo libre, o sea los gremios de Pancho y Tamara. Tanto Pancho Rana como la Guajira son improductivos: el primero defiende la plusvalía de sus adinerados dueños; la segunda trata de sustraerla a sus enamorados. Los dos tienen una relación al mismo tiempo de cercanía ilusoria y lejanía de facto con el concepto de riqueza. Dicha condición de frontera los forja según una idea del dinero como entidad fácilmente alcanzable a través del engaño. Como sabemos, Pancho Rana ha planeado robarle a sus dueños. El fin de semana anterior al hurto simula ser un hombre asentado. Su vínculo con el dinero es una farsa cuando se relaciona con la Guajira o sólo un plan potencial en la idea del robo. Siendo la jefa de la Perrarrenca Tamara, en cambio, aspira a alcanzar sus bienes sin depender. El precio de este trabajo es la exhibición del cuerpo, la actuación en el papel de la amante caliente y cierta dosis de riesgo 8. El dinero de los ricos, ese dinero de fascinación y ensueño, es una quimera o un simulacro: su presencia es visible pero finalmente resulta inalcanzable. Cuáles son los elementos simbólicos y facticios que Pancho Rana exhibe y que de por sí construyen una imagen al mismo tiempo degenerada y eficiente del hombre opulento? Primero hay que considerar que las muestras de su condición no son relativas a una idea de trabajo o de un papel económico sino se sitúan metonímicamente alrededor de un arquetipo social del dinero como signo. La proliferación semiótica puede surgir de elementos materiales como el coche («a ese brothercito sí que le pesa la pata. Será para menos, con la máquina que carga», Galich, 2000: 12), o de una serie de actitudes y preferencias socio-culturales como el desgaste que presupone el menosprecio del valor del objeto o, que es casi lo mismo, unos modales refinados en la elección de la bebida o de la comida («pensó que ése era un hombre de mundo pues había pedido [agua] mineral»; «Puta!, volvió a pensar, este maje toma como los ricos, sabe lo que es bueno [...]», Galich, 2000: 24 y 3). Añadimos el uso ostentoso de una tarjeta de crédito, apoteosis de la virtualidad del dinero, y el ejercicio del poder o la costumbre al mando como corolario inevitable de la riqueza: «comprendió que yacía en manos (y brazos) de un hombre que estaba acostumbrado a hacer lo que quería» (Galich, 2000: 31). Dichos signos no son espejo de una materialidad, es decir no funcionan como elementos semióticos del trabajo, sino como una mitología (aleatoria) de la posesión: son ostensiones del fetichismo de la mercancía. Como escribe Ricardo Piglia en su artículo «Roberto Arlt: la ficción del dinero» el dinero heroico no se gana, se hace (Piglia, 1974: 27) y solo de esta forma puede convertirse en símbolo de éxito e ilusión de un mito burgués. Como en un ritual mágico o en una intervención benéfica de los dioses o de la astucia individual los ricos son seres ajenos al cansancio del trabajo. En esta propiedad generadora de relatos Piglia sitúa el concepto de ficción del dinero. El dinero podría decir Arlt es el mejor novelista del mundo: legisla una economía de las pasiones y organiza [...] el interés de una historia donde la arbitrariedad de los canjes, las deudas, las transferencias es el único enigma a descifrar. En este sentido para Arlt el dinero es una máquina de producir ficciones, o mejor, es la ficción misma porque siempre desrealiza el mundo: primero porque para poder tenerlo hay que inventar, falsificar, estafar, hacer ficción y a la vez porque enriquecerse es siempre la ilusión [...] que se construye a partir de todo lo que se podrá tener en el dinero. (Piglia, 1974: 25) El íncipit del conocido artículo de Piglia encaja perfectamente con la novela de Galich. En MSC la ficcionalización de un futuro radiante estriba en otra intertextualidad, esta vez con la soap opera. La Guajira «como dicen en las telenovelas brasileñas» (Galich, 2000: 18) sueña con cambiar su vida de una forma repentina y definitiva. Pancho Rana podría convertirse y este convencimiento se radicaliza en la medida en que transcurre la narración en un príncipe azul: «en la telenovela sale un maje rico, de reales y de lo otro, que se enamoran [sic] de una jaña pobre 8 Es diferente cuando ella decide vender su cuerpo. Lo gestiona, sin ningún proxeneta que le quite la plusvalía, estableciendo autónomamente el precio de su única pertenencia.

50 La ficción del dinero en Managua Salsa City ( Devórame otra vez!) de Franz Galich 49 como yo, y se casan y viven muy felices» (Galich, 2000: 14). Fuerza de la ilusión, la Guajira guarda cierta lucidez solo durante pocas páginas: «pero suave, [...], porque lo que yo soy es una mujer que jefea una pandilla de tamales» (Galich, 2000: 14). Aquí estoy yo una mujer pobre que tiene la suerte de ser bonita y atractiva pero que en el fondo soy una auténtica mierda, que no sirvió para mayor cosa más que para culiar y vivir de la riña. Desde que tenía 14 años me desvirgaron y como soy bonita [...] los muchachos [...] me daban buenas cosas: ropa, comida, trago [...]. Muchos viejos me ofrecieron llevarme a su casa como su mujer [...]. Pagan bien pero a mi me gusta la independencia [...] y fundé mi propia empresa. (Galich, 2000: 35) Al comienzo sospecha también una monstruosidad relacionada con la mitología de las diferencias de clases y que leemos como la activación de un límite del deseo. No excluye, de hecho, la posibilidad de que Pancho puede ser un monomaníaco de esos «ricos locos [...] que las matan [a sus amantes ocasionales] y después las tiran en cualquier cauce o predio vacío» (Galich, 2000: 18) Una aparente contradicción podría ser que los dos representan modelos sociales tan acostumbrados al cinismo (no hay ninguna clase de juicio moral) que una conversión romántica e idealista en el espacio de pocas horas resulta inverosímil. El problema es de coherencia narrativa. Si los protagonistas de la novela (Pancho y la Guajira) están en su cotidianidad, cómo puede ser que decidan ceder a una ficcionalización y a las lisonjas de unos símbolos? Tamara representa una figura muy interesante de mujer independiente pero pierde ese anhelo constante de libertad que siempre la acompañó: «Pero ahora, con este muñeco que me encontré, algo indio, pero después de todo no está mal: Mi peor es nada!» (Galich, 2000: 35). Pancho Rana o, mejor dicho, la representación que Rana hace de sí mismo tiene fuerza suficiente para hacer desistir a la Guajira de sus proyectos originales y empujarla hacia la ilusión de una solución a su vida desesperada. (La riqueza borra también los prejuicios raciales: las facciones indias de Pancho Rana son perdonadas gracias al dinero que él finge tener). El deseo es tan fuerte («hay miles y miles [...] que viven con hombres de reales [...], Por qué, entonces, yo no?», Galich, 2000: 14) que se sostituye a la realidad y a la clásica actitud con la que la Guajira maneja su difícil entorno social. Así, hacia el fin de la noche y hacia la mitad de la novela, ha desaparecido toda clase de autodefensa: «La Guajira por ir soñando con su príncipe azul ni los vio [a dos maleantes no pertenecientes a la Perrarenca]» (Galich, 2000: 51). Algunos críticos (Quirós, 2010; Ferman, 2007) se han fijado en la producción de falsos mitos de progreso debidos a la dependencia económica y cultural con Estados Unidos. Podríamos imaginar que Tamara está tan saturada de cultura yankee que de súbito sustituye la realidad con su anhelo mayor. Este tipo de ilusión es al mismo tiempo muy burguesa y de marco americano: tanto en Estados Unidos como en Latinoamérica (no excluiría algunas expresiones también en Europa) tiene mucho éxito la narrativización del sueño frívolo y elocuente típico de la soap opera, como hemos visto. Sigamos con la literatura de Arlt. Sus personajes 9 quieren sacar provechos inimaginables de artefactos producidos gracias a su intuición. Es un hecho algo parecido a una ilusión alquimista, o un acto de magia. Por ejemplo Remo Erdosain, protagonista de Los siete locos (1929), propone inventos geniales, falsificaciones y crímenes con la idea fija de vivir como un rico. De la misma forma, Tamara y Pancho quieren producir la riqueza infinita tanto de una teatralidad como de una épica capacidad logística aprendida en el contexto real de las calles de la capital o de la resistencia sandinista. El dinero, por lo tanto, es producido de una ficción y produce ficciones. Como decíamos, si la riqueza depende de una narrativa algo mágica más que del elemento material capaz de hacer las cosas, tampoco puede gastarse en algo tan común y corriente como vivir para reproducir la fuerza de trabajo. Por esta razón Erdosain, hombre sin muchos recursos económicos, despilfarra las ganancias de sus robos en corbatas de seda o comiendo en restaurantes de lujo, o sea fingiendo una vida asentada. Nuestros héroes no son diferentes: la Guajira sueña con ser una mujer feliz de la telenovela, mientras que Pancho Rana se imagina a sí mismo en Honduras sin hacer nada y a salvo de cualquier castigo. La evolución de los protagonistas de MSC, es muy parecida a las ficciones del 9 Las novelas arltianas donde la ficción del dinero es más relevantes son El juguete rabioso (1926) protagonizada por el joven Silvio Astier y Los siete locos - Los lanzallamas ( ) con Remo Erdosain, héroe fracasado.

51 50 Andrea Pezzè dinero arltianas, donde el relato tiene un desenlace trágico o dramático. La originalidad de la novela de Galich estriba en la adaptación de la novela al contexto actual mesoamericano también en términos de géneros literarios preponderantes: MSC comparte con mucha de la literatura centroamericana reciente un enfoque sobre la paranoia y el régimen de la sospecha. El enredo narrativo, más la presencia de los colegas de la Guajira al acecho de Pancho Rana, despiertan desde el comienzo en el lector actitudes de control y desconfianza un lector «sospechoso de las palabras», diría Borges (1983: 73) típicas del género policial y, en el caso específico de la novela de Galich, del thriller. Gracias a la primacia de elementos narrativos de orden diferente, es posible dividir la novela en dos partes: la primera, sobre el encuentro entre los dos estafadores y el paulatino despertar de un mutuo interés sentimental; la segunda, relativa a la irrupción de la apremiante realidad social de la capital, con todo el peligro que ésta proporciona hasta el inevitable desenlace de violencia y muerte. O sea, en la primera parte el dinero funciona como signo mientras que en la segunda es el motor de las dinámicas concretas de la sociedad. De costumbre, la Guajira y Pancho Rana actúan de una forma mentirosa no sólo para alcanzar sus objetivos sino también para evitar o alejar el peligro. Los dos vigilan los recorridos y evalúan posibles riesgos al elegir un lugar u otro. Pero, como vimos con la Guajira, el cuidado y la alerta dejan el paso a un mundo de alucinaciones y deseos. También en Managua Salsa City ocurre algo parecido al final de las novelas de Roberto Arlt. Otra vez Remo Erdosain. Derrocado por sus mismas ilusiones y por las maquinaciones del personaje del Astrólogo, terminará suicidándose. Fijémonos en la figura del Astrólogo: su nombre, como escribe Loris Tassi (2008, 43) es de por sí un cuento. Para nuestro discurso, diríamos que es la metaforización del mago adivino que puede interpretar signos incomprensibles a los demás: lee en la personalidad de Erdosain el deseo y la codicia y arma un cuento ad hoc de riqueza y dominio del mundo. Erdosain, por perseguir sistemáticamente sus sueños delirantes, termina perdiéndolo todo en un callejón sin salida. Alteridad de la magia del Astrólogo, realidad brutal de los hechos, la condición social y económica material de Erdosain no se deja reemplazar por una alucinación, conduciéndolo inesorablemente al fracaso. Algo parecido les pasa a Pancho y Tamara. Como ya se ha subrayado, en la segunda parte de la novela, Galich nos inserta en un mundo de crímenes y acechos. Aquí abundan los elementos típicos del thriller. El primero, y fundamental, prevé que en este género «el mundo es visto con los ojos del culpable o del perseguidor y la amenaza forma parte del paisaje y define el ambiente» (Piglia, 1999: 13). El segundo es la hipertrofía del suspenso: en MSC las víctimas desconocen sus destinos mientras que nosotros los lectores nos percatamos de que algo puede pasar. Si los pandilleros que están desde el comienzo persiguiendo a Pancho Rana parecen delincuentes de poca monta, en esta teórica segunda parte se añaden personajes más funestos. Por ejemplo, el narrador nos daba a conocer las personalidades y los pensamientos de la Perrarrenca, convirtiéndolos en personajes complejos y hasta comprensibles. Al contrario, de los anónimos perseguidores tenemos sólo algunos detalles espantosos: «Uno de ellos, el conductor, era partidario de la violencia, pues, como decía el mismo, lo excitaba, me pone tilinte... tal vez porque viví en los Estados [Unidos] y allí me acostumbré» (Galich, 2000: 60). En Los siete locos el mundo como complot determina la desesperación real de Erdosain; en MSC la sociedad violenta termina con los deseos de sus protagonistas. Satisfechos por los excesos y el sexo, Pancho Rana y la Guajira están durmiendo en casa de los dueños, cuando unos ruidos ponen en alarma a Rana. Gracias a sus conocimientos militares, logra poner a salvas la Guajira y enfrentar tanto a los pandilleros como a los otro dos. Finalmente morirán todos menos la Guajira y uno de los dos maleantes anónimos 10. Si tomamos en cuenta la enajenación del dinero como símbolo o como narrativa, entendemos que la novela de Galich, de forma parecida a la de Arlt, no se articula según una visión calvinista de la salvación, o sea no depende de una cualidad moral del trabajo. El problema en cambio reside en la esencia del dinero, que no se genera de la nada ni de las estafas fantasiosas de unos principiantes sentimentales y que se defiende a través de la violencia. En opinión de nuestros protagonistas, el dinero de los ricos existe de por sí, como entidad más mítica que material e histórica. 10 O por lo menos así parece. Tendríamos que leer Y te diré quien eres. Mariposa traicionera de 2006 para hacer un balance de las víctimas.

52 La ficción del dinero en Managua Salsa City ( Devórame otra vez!) de Franz Galich 51 Pero, inevitablemente, tenemos la percepción del error de esta visión alterada de la realidad en el momento en que entendemos que la propiedad es materia ya que su defensa depende de unos cuantos factores, entre los cuales la aniquilación material del enemigo. Foucault en Il faut défendre la société nos explica como la supremacía económica y el relativo poder necesitan de un apéndice de violencia. Como afirma Zanini, «il potere non è caratterizzato dall opposizione legittimo/illegittimo, ma da quella tra lotta e sottomissione» 11 (Zanini, 2010: 48). La distancia que existe entre capas sociales se reduce o se mantiene, normalmente, gracias al uso de la violencia, o sea de una fuerza concreta idónea a la ruptura de los vínculos de poder. La ficción del dinero, posible por la contemporánea presencia en la moneda de una materialidad y de una virtualidad, se transforma finalmente en una ilusión: el dinero es materia y los sueños que puede despertar son un estorbo para quien de veras posee el capital y la posibilidad de defenderlo. La novela de Franz Galich se inserta en esas obras que nos proponen la ficción del dinero como motor narrativo. La pugna indeleble entre la realidad científica (o marxista) del dinero, un clímax de deseo de los protagonistas y el inevitable desenlace trágico articulado por las fuerzas reales que rigen los intercambios económicos son los elementos que distinguimos en Managua Salsa City, donde el desenlace se produce a través de la irrupción del thriller y del realismo sucio de la literatura centroamericana sucesiva a las guerras civiles. Esta característica inscribe perfectamente MSC en el panorama de la literatura centroamericana reciente en la que tanto la sociedad como la escritura tratan de desentrañar las problemáticas sociales contemporáneas. Bibliografía Agamben, Giorgio (1995), Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita. Torino, Einaudi. Arlt, Roberto (1985), El juguete rabioso, Buenos Aires, Losada. Arlt, Roberto (2003), Los siete locos, Madrid, Cátedra. Barrientos Tecún, Dante (2009), «Transgresiones en la novelística centroamericana. En este mundo matraca de Franz Galich», Centroamericana, 16, Borges, Jorge Luis (1983), Borges oral, Barcelona, Bruguera. Ferman, Claudia (2007), «El fugitivo sujeto literario en Franz Galich», Istmo, 17 <http://istmo.denison.edu/n15/articulos/ferman.html> (último acceso ). Foucault, Michel (2005), Nascita della biopolitica, Milano, Feltrinelli. Foucault, Michel (2009), Bisogna difendere la società, Milano, Feltrinelli. Galich, Franz (2000), Managua Salsa City Devórame otra vez!, Panamá, Geminis. Liano, Dante (2007), «Franz Galich (In memoriam)», Istmo, 15 <http://istmo.denison. edu/n15/articulos/liano.html> (último acceso ). Marx, Karl (2012), Il capitale, al cuidado de Eugenio Sbardella, Roma, Newton. Monsiváis, Carlos (2000), Aires de familia, Barcelona, Anagrama. Ortiz Wallner, Alexandra (2012), El arte de ficcionar: la novela contemporánea en Centroámerica, Madrid/Frankfurt, Iberoamericana. Piglia, Ricardo (1974), «Roberto Arlt: la ficción del dinero», Hispamérica, 7, Piglia, Ricardo (1999), «Introducción», en Id., Las fieras. Antología del género policial en la Argentina, Buenos Aires, Alfaguara. Quirós, Daniel (2010), «Ahora creo sólo en lo que cargo entre las bolsas : la política del cinismo en la posguerra centroamericana», Istmo, 21 <http://istmo. denison.edu/n21/proyectos/3.html> (último acceso ). Tassi, Loris (2008), Variazioni sul tema della lettura: l opera di Roberto Arlt, Roma, Aracne. Zanini, Adelino (2005), Filosofia economica. Fondamenti economici e categorie politiche, Torino, Bollati Borighieri. Zanini, Adelino (2010), L ordine del discorso economico. Linguaggio delle ricchezze e pratiche di governo in Michel Foucault, Verona, Ombre Corte. 11 Si el poder económico depende de una guerra que puede disfrazarse de política, ésto quiere decir que los asaltantes tiene el poder militar o el político? Por supuesto que no. Ellos ejercen una violencia privada; luchan en una guerra privada para un poder efímero como la posesión de ese dinero en esa circustancia. Además, no mandan a morir ningún matón (o soldado).

53 Denaro linguistico e plusvalore ideologico. Estensione dell omologia fra economia e semiotica Andrea D Urso Università del Salento Abstract: Il nostro contributo intende riprendere l idea di denaro linguistico, così come è stata formulata da Rossi-Landi nel quadro della sua teoria dell omologia tra produzione linguistica e produzione materiale. Ci proponiamo di ricordare le più importanti teorie del valore del segno che sono state influenzate dalle teorie economiche del valore, ed anche le critiche che ad esse ha rivolto Rossi-Landi. Mostreremo come queste critiche possano essere estese nei confronti di altri teorici degli anni Settanta. Estenderemo poi al concetto di plusvalore l omologia rossi-landiana, nell ottica della sua semiotica, ma sulla scia dell analisi marxiana del valore e della produzione del plusvalore. Parole chiave: Valore; Lavoro; Plusvalore; Ideologia; Rossi-Landi Abstract: Our contribution intends to recall the idea of linguistic money as it was formulated by Rossi-Landi in his theory of the homology between linguistic production and material production. We will resume the most important linguistic theories of value that were influenced by economic theories of value, and the critique that Rossi-Landi addressed to them all. We will show how it can be extended to other theorists of the Seventies. Then, we will extend Rossi-Landian homology to the concept of plus-value, according to his semiotics, but by following Marx s analysis of the value and of the production of plus-value. Key-words: Value; Work; Plus-value; Ideology; Rossi-Landi Il linguaggio non ha ancora trovato il suo Marx; ma nemmeno, a dire il vero, il suo Adam Smith. (Rossi-Landi, 1969: 289) Introduzione e premesse metodologiche Questo nostro studio si propone di considerare una forma particolare di denaro il denaro linguistico e di farlo non in maniera strettamente metaforica, bensì nella prospettiva di una più generale omologia tra produzione linguistica e produzione materiale. Quest omologia che si può istituire, e che è stata effettivamente già istituita da Ferruccio Rossi-Landi, è un metodo di analisi semiotica che permette d indagare materialisticamente i rapporti tra economia politica e filosofia del linguaggio. Precisiamo quindi che, per ragioni facilmente intuibili, nel nostro sottotitolo abbiamo compiuto una semplificazione, senza estremizzarla. Avremmo dovuto parlare di omologia fra teorie economiche del valore e teorie linguistiche (o semiotiche) del valore del segno. Però la già notevole ridondanza appare ancora più pleonastica se pensiamo che per Rossi-Landi (1968a: 122) l economia può considerarsi parte della semiotica, in quanto studia quei messaggi non verbali che sono le merci, mentre la linguistica si occupa principalmente di segni verbali. E allora, all estremo, per includere entrambi i fronti, basterebbe anche solo parlare di teorie semiotiche del valore. Ma in generale, l omologia della riproduzione sociale si articola tra economia e semiotica. Nella nostra esposizione, ricorderemo innanzitutto le formulazioni dei più noti linguisti, per vedere come la parziale inconseguenza o la totale assenza di una nozione del denaro e del lavoro linguistici inficino le loro rappresentazioni della lingua, ridotta a mera struttura isolata dalle sue origini e usi sociali. Successivamente, mostreremo in breve che le critiche elaborate da Rossi-Landi possono

54 Denaro linguistico e plusvalore ideologico 53 essere prolungate nei confronti di semiologi e sociologi coevi. Infine, estenderemo l omologia alla questione del valore del segno, sviluppando le intuizioni di Rossi- Landi sul plusvalore linguistico, con esemplificazioni e commenti. Quella che qui potrà apparire come una critica indirizzata allo stesso Rossi-Landi va intesa piuttosto come un prolungamento di alcuni suoi presupposti teorici da lui non ulteriormente esplicitati, ma sempre nell ottica della sua semiotica, concepita come critica demistificante dell ideologia. Marginalismo, strutturalismo, filosofia analitica e semiotica rossi-landiana Già alle fondamenta della semiotica europea troviamo l influsso dell economia politica. Nel Corso di linguistica generale, Ferdinand de Saussure (2005: 99) stabilisce infatti un parallelo tra il sistema economico e il sistema della lingua, dicendo che in ambo i casi «si è di fronte alla nozione di valore ; in entrambe le scienze ci si occupa di un sistema di equivalenza tra cose di ordini differenti : nell una un lavoro e un salario, nell altra un significato e un significante». Saussure (2005: 108) ne conclude pertanto che anche «nella lingua ogni termine ha il suo valore per l opposizione con tutti gli altri termini». È proprio in quest approccio relativista, tra parole come tra beni, che si mostra il ruolo del marginalismo svizzero di Walras e Pareto sulla rappresentazione della lingua che formula Saussure e che da lui passerà nelle varie correnti strutturaliste. Ricordiamo che la scuola detta neoclassica dei marginalisti inglesi, svizzeri e austriaci ha spostato il concetto di valore dal lavoro (com era nell economia classica di Smith, Ricardo e Marx) all utilità, ovvero dal problema della sua origine oggettiva alla considerazione della sua percezione soggettiva. È peraltro risaputo che le teorie marginaliste si fondano sul concetto di utilità marginale e che lo strumento matematico per misurarla è il calcolo differenziale. Questa terminologia fa capolino nell idea che il valore di un «fatto linguistico» può concepirsi come il «minimo differenziale di significazione», particolarmente ribadita da Luis Hjelmslev (1972: 20), figlio di un matematico e la cui matematizzazione della propria teoria nota come glossematica ricorda peraltro il rigore matematico e l osservazione dei fatti che il neoclassico W. S. Jevons (1866) pretendeva nel campo economico. In questo senso, potremmo dire che Hjelmslev è un po un Jevons della linguistica, rispetto al Walras dell economia pura, ipotetica, statica e ideale che è il Saussure del Corso, la cui nozione di langue raggiunge un astrazione superiore a quella hjelmsleviana. È utile notare inoltre che la posizione di Ludwig Wittgenstein non si distacca troppo da quelle succitate, con la differenza che egli non parla di valore, ma piuttosto di ciò che spesso si fonde e si confonde con esso: il significato. Si pensi a questa citazione meno nota, tratta dai suoi corsi a Cambridge nei primi anni 30: «il significato di una parola è il suo posto in un sistema grammaticale» (Moore, 1954: 6, trad. nostra). O alla più nota osservazione n 43 delle sue Ricerche filosofiche «Il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio» (Wittgenstein, 1967: 33) nella cui prefazione, peraltro, Wittgenstein ricordava l importanza delle critiche di Piero Sraffa, che Rossi-Landi (1966a: 41) ha interrogato in proposito nel novembre 1960 a Oxford. Rossi-Landi, forse per ammirazione intellettuale, esagera nel definire Sraffa un economista marxiano: più corretto sarebbe definirlo un neo-ricardiano, che ha inferto un duro colpo alle teorie dei marginalisti. Ma è comunque a partire dallo studio di Sraffa (1960) e della filosofia analitica del linguaggio che Rossi-Landi avvia una critica dell approccio oxoniense (words as tools) e propone un suo «uso marxiano del secondo Wittgenstein» (1966a: 49), segnalando i limiti del pensiero di quest ultimo, ivi compresa la mancanza di una nozione e di una teoria del valore-lavoro la stessa che appunto manca anche in Sraffa. Verso la metà degli anni 60, su basi hegeliano-marxiste, Rossi-Landi giunge quindi a concepire «il linguaggio come lavoro e come mercato» attraverso la sua teoria dell omologia della produzione materiale e della produzione linguistica (Rossi-Landi, 1968b, 1972, 1975). L una e l altra hanno una comune origine nel lavoro umano che si differenzia, da un lato, verso la produzione di oggetti materiali e, dall altro, verso

55 54 Andrea D Urso la produzione di artefatti linguistici, tanto da poter stabilire uno schema di corrispondenze omologiche per ogni tappa produttiva. Quindi il linguaggio (inteso in senso generale) è lavoro, mentre la lingua (cioè ogni lingua storico-sociale) è il prodotto di tale lavoro prodotto che a sua volta può essere reinserito nel processo produttivo come materiale o strumento di una nuova lavorazione, proprio come accade nella produzione economica. Ma la lingua, in quanto mezzo di scambio per eccellenza, è anche denaro. Essendo al contempo questi tre fattori, per omologia con la sfera materiale, la lingua si costituisce come «capitale (linguistico) costante», che sarebbe però lingua morta, paragonabile al capitale inutilizzato di materiali e strumenti di produzione di una fabbrica abbandonata, se non ci fosse il lavoro vivo del cosiddetto «capitale (linguistico) variabile», cioè i «lavoratori linguistici», la «merce parlante», come dice Rossi-Landi (1970: 214). L approccio di Rossi-Landi permette già a questo punto di comprendere in che modo l assenza di ciò che, per uso diffuso e necessità di sintesi, definiamo come teoria del valore-lavoro comprometta la visione d insieme di certi filosofi del linguaggio. Nel caso di Wittgenstein, la mancata considerazione del valore di un artefatto segnico come prodotto di lavoro (linguistico) lascia il posto a una rappresentazione falsata dei prodotti di tale lavoro come «naturali : sono una specie di ricchezza di cui noi liberamente disponiamo. La sua è una posizione fisiocratica applicata al linguaggio», scrive Rossi-Landi (1966a: 56). Egli precisa che altri filosofi dell ambiente analitico oxoniense hanno portato l uso del linguaggio sul terreno del mercantilismo. Ryle afferma per esempio che «come il capitale [capital] sta al commercio [trade], così la lingua [language] sta al parlare [speech]» (1961, trad. Rossi-Landi, 1965: 69). Con ciò Ryle considera la lingua (o l intero linguaggio, giacché in inglese non c è distinzione dei termini) soltanto come capitale monetario già dato e costante, il cui uso è solo uno scambio, trascurando così il lavoro linguistico all origine dei prodotti che sono oggetto di questo commercio. L impostazione rossi-landiana del linguaggio come lavoro permette inoltre di cogliere le insufficienze della bipartizione saussuriana langue/parole, che dimentica le tecniche collettive e comunitarie del linguaggio. Infatti, quest ultimo si distingue sia dalla parole, perché è collettivo e non individuale, sia dalla langue, perché è lavoro e non prodotto: «il lavoro linguistico (collettivo) produce la lingua (collettiva) su e con cui si esercita il parlare dei singoli, i cui prodotti rifluiscono nello stesso serbatoio collettivo da cui ne [sic] sono stati attinti materiali e strumenti» (Rossi-Landi, 1965: 69). Una teoria del lavoro linguistico manca dunque nel Saussure del Corso come pure in Roman Jakobson (1983: 33), poiché afferma: «La proprietà privata nel campo del linguaggio non esiste: tutto è socializzato». Si tratta evidentemente di una rappresentazione idealista se non addirittura utopista della realtà, che confonde la dimensione (collettiva) del lavoro linguistico con l appropriazione (privata) dei prodotti sociali di questo lavoro. O, con le parole di Rossi-Landi (1965: 103), Jakobson non vede che «è proprio perché la lingua come capitale linguistico costante è un bene pubblico e sociale, e la comunità cioè il mercato linguistico è una realtà pubblica e sociale, che vi si possono isolare una proprietà linguistica privata e un uso linguistico individuale (o di gruppo)», proprio come avviene nella sfera economica. Questo punto è di fondamentale importanza e vedremo infatti come ritornerà nella questione sul denaro e sul plusvalore linguistici. Ma va ancora detto rapidamente che l approccio omologico di Rossi-Landi rimette in discussione la maggior parte della terminologia e della visione della linguistica generativo-trasformazionale, in funzione di una teoria materialistico-dialettica delle classi e dello sfruttamento (anche linguistico), totalmente assente nella visione di Noam Chomsky (cfr. Ponzio, 1973). In effetti, Rossi-Landi (1969: ) la considera «non solo pre-marxiana, ma addirittura pre-kantiana», «una proiezione ideologica dell universalismo borghese», «che proietta il proprio modo di organizzare i rapporti sociali su tutta l umanità». È probabilmente dalla mancanza di una teoria omologica del lavoro che deriva, in Chomsky come in Jakobson, la riduzione dei valori linguistici ai + e ai che indicano i tratti pertinenti o non pertinenti, marcati o non marcati degli elementi della lingua che analizzano come mera struttura, evacuando del tutto la matrice ideologica dei valori dei segni. Lo stesso Rossi-Landi (1966b: ) denunciava i formalismi pseudo-matematici della fonologia e

56 Denaro linguistico e plusvalore ideologico 55 della morfologia in voga tra gli strutturalisti americani come «un rifiuto di affrontare il problema linguistico-comunicativo», vedendovi un parallelo con le ricerche empiriche sui fatti economici, tipiche dell econometria: «rifiutando di affrontare il problema economico, l econometrista rifiuta infatti di affrontare il problema linguistico-comunicativo del suo settore», ossia lo «studio dei messaggi-merci». Qui si apre un altro capitolo fondamentale della semiotica rossi-landiana che si oppone ai tentativi coevi dello strutturalismo d impianto marxista. Per esempio, Henri Lefebvre (1971: 248) considera la merce come segno, e non come messaggio, applicandole perciò la divisione saussuriana in «significante (l oggetto suscettibile d essere scambiato)» e «significato (la soddisfazione possibile, virtuale, non soltanto differita ma dipendente dall acquisto)». Quest identificazione appare arbitraria, poiché si potrebbero variare liberamente le corrispondenze, e soprattutto errata rispetto alla realtà, poiché appiattisce in un unico significato i livelli differenti delle significazioni come valori cha vanno dal bene al prodotto e alla merce. Rossi-Landi (1968a: ; 1969: ) è molto preciso su questo punto. Cerchiamo allora di seguire il suo ragionamento e i suoi esempi, con l aiuto di una sintesi schematica: 1) Ogni bene non prodotto (per esempio, una mela) possiede già un significato per l uomo, cioè la sua capacità di soddisfare un bisogno ( valore d uso ). 2) La maggior parte dei beni è tuttavia prodotta; in aggiunta al significato di essere un bene, ogni prodotto possiede anche la significazione del lavoro umano (specifico) in esso cristallizzato. a. Può presentarsi a questo livello una variante più complessa, il prodotto segnico. Un tale prodotto significa già in quanto prodotto, indipendentemente dal fatto di trasformarsi poi in merce, e ciò avviene in base a una specifica codificazione. Ad esempio, un cartello stradale è un prodotto segnico non verbale; un libro è un prodotto segnico verbale. Ciò comporta che una funzione segnica sia già presente nel valore d uso di questi prodotti. 3) Quasi tutti i prodotti sono ormai merci ; in quanto tali, contengono (e devono contenere per esseri merci) un altro significato in aggiunta ai due precedenti, ossia la significazione derivante dalla parte di lavoro umano che spetta loro nel quadro della produzione totale di una comunità o di un insieme di comunità. È a questo livello che si realizza l oggetto dell economia, in questa trasformazione di un prodotto in merce, di un valore d uso in valore di scambio: senza, si passerebbe direttamente dalla produzione al consumo. È pertanto questa significazione derivante dall assunzione di un valore di scambio che dà al prodotto la funzione segnica di merce. Ed è quindi a questo punto che si pone l intuizione semiotica di Marx del carattere feticcio della merce. a. Pure a questo livello può presentarsi una variante particolare, frequente ma non indispensabile. Il corpo della merce può contenere altri segni riguardanti la merce stessa (per esempio, un etichetta che indichi prezzo, uso, appartenenza a un settore della produzione). A differenza di Lefebvre, Rossi-Landi parla allora di messaggi-merci e non di segni-merci, sia perché i messaggi sono composti da più segni completi (cioè già formati dall unione di significati e significanti), sia perché sono costruiti, funzionano e circolano nella realtà sociale a un livello più complesso di quello in cui cominciano a funzionare i segni, trasmettendo informazioni sul lavoro umano, sull organizzazione sociale, sullo sfruttamento (Rossi-Landi, 1966b: 116; 1968a: ; 1969: 265). Prolungamenti rossi-landiani sulla semiologia post-strutturalista e postmarxista La critica di quest associazione proposta da Lefebvre, in quanto «arbitraria perché la si potrebbe capovolgere, o spostare variamente» (Rossi-Landi, 1969: 266), è prolungabile verso chi, come Jean-Joseph Goux (1968) dell équipe di Tel Quel,

57 56 Andrea D Urso propone esattamente l identificazione significante/valore d uso e significato/valore di scambio che Rossi-Landi (1969: 266) considera «altrettanto gratuita di quella operata da Lefebvre». Invertendo di nuovo quest associazione arbitraria, Serge Latouche tenta a sua volta di conciliare marxismo e strutturalismo, riducendo così la moneta al solo significante, sul fronte del valore di scambio, e confondendo il lavoro e l oggetto nel significato, sul fronte del valore d uso: Nella misura in cui il significante rinvia a ciò che è formale e simbolico, è il valore di scambio o la moneta (valore di scambio per eccellenza) ad essere la sua metafora. Nella misura in cui il significato rinvia a ciò che è traslato dal significante, a ciò che ne costituisce il senso, è il valore d uso ad essere la sua metafora, il lavoro concreto, l oggetto utile. (Latouche, 1973: 56, trad. nostra) Come ricorda ancora Latouche nello stesso luogo, «Jean Baudrillard si spinge più in là identificando, in maniera pura e semplice, valore di scambio e significante, e valore d uso e significato». Infatti, Baudrillard (1974: 151, corsivo nostro ), assistente a Nanterre di Lefebvre, riproduce ed estremizza proprio l errore del suo maestro quando dichiara l intenzione di «fare l analisi della forma/ segno, come la critica dell economia politica si è proposta di fare quella della forma/ merce». Lungi dall essere una questione di pedanteria terminologica, questa fase baudrillardiana dell erronea applicazione al linguaggio della critica marxiana assume anzi un aspetto di grande attualità se confrontiamo la rigorosa riflessione di Rossi- Landi con la cosiddetta Wertkritik, «Teoria critica» (o «critica radicale») del valore. Ispirandosi alle tesi dei Situazionisti anch essi conoscitori diretti di Lefebvre per trarne una lettura del Marx filosofo e dei Grundrisse quantomeno discutibile e totalmente opposta a quella rossi-landiana, i «teorici critici» considerano la forma-valore e addirittura il lavoro stesso come immanenti al solo sistema capitalista, predicando la scomparsa dell una e dell altro, piuttosto che l abolizione dello sfruttamento salariale e del denaro su cui si regge il capitalismo. I «critici radicali» segnano così paradossalmente l esito più recente di quel movimento della teoria verso l astrazione totale, la simbolizzazione a discapito della sostanza, che proprio essi rimproverano al Baudrillard (1996) teorico della sparizione del reale. Se dunque gli esegeti della Wertkritik (Briche, 2010) non capiscono come Baudrillard abbia potuto suggerire un paragone tra le due facce della merce e le due facce del segno, non è perché considerino errato l approccio del segno-merce, come fa Rossi-Landi, ma piuttosto perché essi stessi rifiutano una teoria del valore fondata sul lavoro, e di conseguenza non vedono come essa possa applicarsi al linguaggio. Uno di loro (Jappe, 2010) ha tuttavia ragione a notare che la visione apparentemente «radicale» di Baudrillard e in particolare i suoi appelli al «simulacro» e alla «simulazione» fanno pendant con le bolle, i boom e i crac della finanza del tempo, laddove il capitale fittizio di cui parlava già Marx sembra accrescersi magicamente da solo, senza apparentemente passare dal lavoro umano. Sarebbe ulteriormente utile approfondire come, in quegli stessi anni, il filone dell economia neoclassica tendente a dimostrare la razionalità di questo mercato finanziario, giustificandone le operazioni ciniche e le fluttuazioni continue col concetto di aspettativa razionale degli agenti economici, abbia influenzato le riflessioni semiologiche di Pierre Bourdieu, se diamo retta a questo passo: «Ogni situazione linguistica funziona dunque come un mercato sul quale il parlante piazza i suoi prodotti, e il prodotto che produce per questo mercato dipende dall aspettativa che ha dei prezzi che riceveranno i suoi prodotti» (Bourdieu, 1978: 98, trad. nostra). Denaro, valore e plusvalore linguistici ripartendo da Marx Rossi-Landi (1970: ; 1974: ; 1975: ) non dà una definizione nozionistica del «denaro linguistico», ma è evidente che segue l indagine marxiana di quella particolare merce che si pone come equivalente generale, mezzo di scambio universale, celando dei rapporti sociali di produzione volti al profitto di pochi. Proprio perché ha seguito da vicino la critica dell economia politica di Marx nel Capitale e soprattutto, viste certe geniali intuizioni semiotiche, nei Grundrisse, Rossi-Landi (1970: 219) ha potuto porre dialetticamente il problema

58 Denaro linguistico e plusvalore ideologico 57 del pubblico e del privato nel linguaggio, giungendo a denunciare la «proprietà privata della lingua (che è pubblica)», «l avvenuta presa di possesso, da parte di un gruppo sociale privilegiato, di parte di un bene costitutivamente pubblico e sociale». Ciò implica un fenomeno particolare di «sfruttamento linguistico», fondato sull appannaggio di un «privilegio linguistico» dovuto al fatto che una classe, dominante rispetto alle altre, abbia un accesso maggiore alla lingua grazie ai mezzi di formazione e controllo dell educazione in senso lato, ivi comprese le ideologie e la propaganda; col che si ha la produzione di un «plusvalore linguistico» a vantaggio solo di una minoranza (cf. Rossi-Landi, 1974: ). A questo punto, Rossi-Landi è estremamente specifico, poiché denuncia quella parte di «plus-lavoro», non necessaria alla massa parlante, con cui si origina e riproduce, accanto alla lingua quotidiana, il plusvalore di una serie di «sottolinguaggi specialistici» che impongono al parlante comune di vedere il mondo in una determinata ottica, così come l operaio deve spendere il proprio salario per comprare beni che il capitale gli ha imposto di produrre (cf. Rossi-Landi, 1974: ). Con ciò Rossi-Landi ricorda ai suoi colleghi che la critica demistificante di tali artefatti linguistici è parte integrante della lotta in favore delle masse parlanti, tanto più che l omologia si estende anche in questo senso: abolizione del denaro materiale e abolizione del denaro linguistico (cfr. Rossi-Landi, 1974: 124). Noi pensiamo allora che il concetto di plusvalore linguistico (o segnico, o semiotico) si possa ancora estendere nella nozione di plusvalore ideologico, cioè al di là del caso specifico formulato da Rossi-Landi, ma sempre in linea col suo capolavoro (Rossi-Landi, 1982), quando considera l ideologia non solo come falso pensiero legato all alienazione, ma anche come «pratica sociale» legata alla «progettazione della società». È in questa dimensione che tale plusvalore si mostra concretamente. A questa estensione si giunge anche attraverso una critica marxiana della «dialettica dei valori linguistici» rossi-landiana che non supera del tutto l approccio verbale e relativista del marginalismo di Saussure (Rossi-Landi, 1965: ; 1973: 87-92; 1975: ). Inoltre Rossi-Landi (1966b: ) cita in nota Hjelmslev e Wittgenstein a garanzia del fatto che il valore linguistico è legato alla posizione dei segni nella lingua, affermando paradossalmente di aver dedotto ciò da Marx. Rossi-Landi allora cadrebbe oggi sotto la critica generalizzata di chi afferma che la maggior parte dei marxisti ha accettato da molto tempo, e quasi senza accorgersene, quest approccio relativista (Jappe, 2010). Come uscire, quindi, da quel che sarebbe l insostenibile ossimoro di un marginalismo marxista? Ripartendo da Marx, necessariamente. Criticare il marxista Rossi-Landi mediante Marx medesimo significa riprendere quanto ha scritto quest ultimo e confrontarlo a quella parte della semiotica rossi-landiana che riguarda la questione dei valori. In Marx la posizione rinvia solo al posto che occupa un valore d uso di qualcosa (bene naturale, prodotto o merce) all interno del processo di produzione: «che un valore d uso compaia quale materia prima, mezzo di lavoro o prodotto dipende assolutamente dalla sua determinata funzione nel processo lavorativo, dalla posizione che occupa in esso: quelle determinazioni mutano col mutare di questa posizione» (Marx, 2010: 150). E su quest assunto marxiano Rossi-Landi ha perfettamente incentrato la sua considerazione della lingua come prodotto, materiale, strumento e denaro. Ma quando Marx parla della produzione del valore, essa non ha nulla a che vedere con la posizione di una merce rispetto a un altra merce, come invece vuole il marginalismo. L analisi marxiana continua infatti con la demistificazione della produzione del plusvalore, punto capitale del Capitale, che fa la differenza tra Marx e gli altri economisti classici, e sul quale un approfondita riflessione semiotica è mancata. Non è che Rossi-Landi ignorasse tale questione, anzi: ha dato prova di una grande intuizione nel denunciare che i lavoratori linguistici, cioè i parlanti, servono un plusvalore linguistico che non ha più niente a che fare coi loro interessi (Rossi- Landi, 1968c: 181). È solo che egli non è stato del tutto conseguente su questo punto dell analisi marxiana: anziché seguirla fino in fondo, ne ha mischiato i piani e, saussurianamente, ha limitato la propria riflessione al momento fenomenico del confronto mercantile dei valori, tralasciando quanto gli aveva insegnato il Capitale, ossia che lo scambio in senso lato è anche produzione e che perciò è quest ultima che bisogna analizzare e demistificare. Quel che proponiamo è dunque di applicare

59 58 Andrea D Urso al linguaggio anche ciò che Marx (2010: 168, 929) ha detto sulla composizione del valore della merce, sintetizzando il tutto in questa formula: M (valore della merce) = c (capitale costante) + v (capitale variabile) + p (plusvalore). Essa non riassume solo la relazione necessaria tra ogni prodotto (ovvero lavoro morto, materializzato, cristallizzato) e lavoro vivo già affermata da Marx e sostenuta da Rossi-Landi, ma anche il rapporto tra i diversi gradi di significazioni come valori derivanti dal lavoro umano e la stratificazione di valori come significazioni sedimentate negli artefatti linguistici. La visione semiotica di Rossi-Landi non è l unica a convergere verso questa formula. Infatti, i primi due elementi che secondo Marx compongono il valore si prestano bene ad essere interpretati secondo la distinzione di Bachtin (1999: 226) tra «tema» («sistema dinamico» di ogni enunciazione presa nella propria singolarità storica irripetibile, che allora noi poniamo dal lato del lavoro vivo, del capitale variabile nella formula marxiana) e «significato» («apparato tecnico» di elementi uguali e ripetibili che permettono la realizzazione dell enunciazione, che noi poniamo dal lato del capitale costante, stock di materiali e strumenti linguistici, nell ottica di Rossi-Landi). Inoltre, la questione del plusvalore si sposa bene con l «accentuazione valutativa» che Bachtin (1999: 229) pone accanto al tema e alla significazione, sottolineando così la dimensione ideologica dei valori del segno, senza la quale quest ultimo non sarebbe vivo. È vero che Bachtin parla d ideologia del segno, di segno ideologico, giungendo a un identificazione eccessiva tra segno e ideologia che Rossi-Landi (1982) ha corretto in maniera tuttora insuperata. Qualcuno potrebbe vedere un errore simile a quello di Lefebvre o di Baudrillard nel nostro accostamento della formula marxiana del valore della merce all indice di valore del segno bachtiniano. Il rischio di ridurre la nostra proposta a un rapporto tassonomico uno a uno, in cui ad ogni singola parola corrisponda un valore ideologico, ci sembra sfatato dalla dialettica che Bachtin stesso stabilisce tra i tre fattori all interno dell enunciazione, dalla succitata correzione di Rossi-Landi e dal ruolo prevalente che quest ultimo ha dato agli enunciati come vere unità minime di significazione compiuta nella creazione dei messaggi (siano essi dati da una sola parola o da tomi di giurisprudenza). E sono appunto questi messaggi a circolare come merci. In tale prospettiva, anche la tripartizione di Charles Morris (2000: 26-28) tra valori oggettuali, operativi e concepiti appare conciliabile con la formula marxiana. Infatti, il «valore oggettuale» dovuto alle proprietà di un oggetto (bene, prodotto o merce) non si accorda bene col capitale costante, come fa la dimensione dinamica di un «valore operativo» rispetto al capitale variabile, indicando l orientamento del lavoro vivo? Allo stesso modo, le utopie, i desideri e i sogni ma allora anche ciò che Rossi-Landi (1982) chiama «progetto di società» che implica secondo Morris un «valore concepito», non contribuiscono alla formazione di un plusvalore ideologico? Ricollegare questi concetti morrisiani alla dimensione sociale e ideologica da cui in realtà provengono significa riportare la relazione tra semiotica e assiologia nel quadro dell omologia tra produzione linguistica e produzione materiale. Significa, contro ogni formalismo marginalista, demistificare anche la posizione, che è quella ideologica espressa, più o meno inconsciamente, dai parlanti in una data situazione storica di riproduzione sociale. In proposito va ricordato che la grandezza di Rossi-Landi sta nell aver rotto l ortodossia meccanicistica del modello duale struttura-sovrastruttura inserendo a pieno titolo nella riproduzione sociale proprio i sistemi segnici, che garantiscono così le mediazioni dalla base economica alle varie costruzioni ideologiche, e viceversa. Tale posizione intermediaria ci autorizza a credere che nell ambito dei segni siano al contempo valide le due teorie marxiane solitamente (e un po dogmaticamente) distinte: quella dell alienazione e quella del plusvalore. Se è vero che la prima ha conosciuto con Marx un evoluzione dalla sua forma idealistica hegeliana a quella materiale legata alla produzione capitalistica, essa è stata estesa e generalizzata dagli stessi marxisti al di là di quest ultima, nelle varie sfere sovrastrutturali. La seconda è rimasta per lo più relegata alla fase strutturale dello sfruttamento dell operaio al di là della riproduzione del salario indispensabile alla sua sussistenza. Non intendiamo perciò confondere le due (indissolubili) teorie marxiane, bensì proporre un prolungamento, rimasto incompiuto in Rossi-Landi, della seconda. Trasporla sul piano del linguaggio, dove le ore di lavoro perse a vantaggio

60 Denaro linguistico e plusvalore ideologico 59 del padrone non corrispondono direttamente a quote di salario non pagato e alla produzione di plusvalore monetario, significa semmai identificare cosa perde o cosa (ri)produce quando parla il parlante a livello di denaro linguistico, cioè di produzione ideologico-sovrastrutturale, di egemonia e quindi di progettazione sociale. Aggiungiamo allora che l omologia è un metodo d indagine, di ricerca, di demistificazione, che tende a riunire quel che, diviso a valle, ha un origine comune a monte, senza con ciò dimenticare le declinazioni specifiche di ciascun ramo. Col che si deve comprendere che il rapporto omologico non è né metaforico, né letterale, come spiegava lo stesso Rossi-Landi. Pertanto è chiaro che il concetto di accumulazione del capitale linguistico che potrebbe conseguire dal discorso sul plusvalore non è identico, bensì omologo a quello dell accumulazione del capitale monetario. È evidente che non si mette una parola in cassaforte come si può fare col denaro (anche se i dizionari offrirebbero una riflessione interessante). Ma l inflessione ideologica che a essa viene data può apportare quel plusvalore desiderato e quell accumulazione che si traduce innanzitutto in potere, dominio e, in ultima istanza, finanche in moneta sonante. Così, salvo casi specifici in cui il parlare è una professione a tutti gli effetti, è chiaro che la maggior parte dei parlanti non riceve una retribuzione nel momento in cui apre bocca. Il fatto che non ci sia un rapporto monetario non significa però che non ci sia sfruttamento. L attualità ci mostra semmai un omologia ulteriore con la dimensione materiale, se pensiamo, solo per fare un esempio tra i tanti possibili, alla geniale invenzione delle docenze a contratto gratuite, con cui si è attuato nell università un vero e proprio sfruttamento di una forza lavoro che, pur non ricevendo paga, ha permesso al sistema di mantenersi, riprodursi e guadagnare. Guadagno non simbolico (per usare una pericolosa terminologia bourdieusiana), ma materiale, poiché l istituzione è preservata e se i docenti che han tenuto quelle lezioni non sono pagati, evidentemente i soldi devono essere andati altrove Ma come intendere allora il plusvalore nella dimensione non monetaria del linguaggio che noi chiamiamo ideologica e che spesso contribuisce, in ultima istanza, alla salvaguardia del plusvalore nel senso classico del termine? Un altro caso esemplare ci viene ancora dall università. Quando gli studenti vengono a chiederci quanti crediti (CFU) otterranno sostenendo l esame di profitto del corso di questa o quella disciplina (che noi magari abbiamo tenuto a titolo gratuito ), essi, nel soddisfare un loro supposto bisogno comunicativo-conoscitivo, si ritrovano a riprodurre, per lo più inconsciamente, col linguaggio in uso nell ambiente, anche il modello sociale che esso sottende e che li trascende nella loro volontà singolarmente considerata, come già Marx spiegava per il modo capitalista di produzione. Peraltro, mentre Rossi-Landi sparisce dai corsi di semiotica o viene epurato dei suoi risvolti militanti, una tale terminologia introdotta dalle riforme europee mostra bene che nell università non è entrato il lavoro, ma il capitale Uscendo dal contesto accademico, gli esempi di simili sussunzioni, sostituzioni e mistificazioni sono tanti e ciascuno può trovarne nella propria quotidianità. Si pensi a un piano di salvaguardia dell impiego che normalmente nasconde dei licenziamenti a tappeto. È evidente che tale espressione appartiene a una classe dirigente che con essa presenta positivamente un progetto che va a vantaggio di se stessa (cioè del proprio capitale), permettendo inoltre la demonizzazione degli avversari: chi non vorrebbe salvaguardare il lavoro? L ossimoro guerra umanitaria è poi una delle perversioni linguistiche più aberranti che siano state concepite dai dominanti per giustificare e fare accettare quei progetti che ai tempi di Rossi-Landi non si aveva paura di definire come imperialisti. Si pensi ancora all abuso del vocabolo democrazia nella retorica dei tre governi che si sono succeduti al potere negli anni recenti in casa nostra, senza alcuna correlazione con gli esiti delle urne, mostrando così il vero volto della de-legazione nel sistema democratico borghese: un allontanamento delle masse dalla gestione della cosa pubblica. C è infine da sentirsi offesi dall uso diffuso dell espressione morti bianche, coniata ai vertici della nostra società per infiorare, come con candidi gigli, i decessi per incidenti sul lavoro, spesso causati dalla violazione dolosa delle leggi sulla sicurezza. Ciò conferma quanto scriveva Rossi-Landi rileggendo la teoria dell informazione sullo sfondo gramsciano dell uso del consenso come strumento di dominio non violento: i trasmittenti subalterni sono quelli «che subendo la classe dominante si

61 60 Andrea D Urso limitano ad adoperarne i codici o altrimenti stan zitti» (Rossi-Landi, 1970: 220). Parlare di morti rosse non consolerà i parenti delle vittime di ThyssenKrupp e altri luoghi mortali, ma almeno sarebbe un segno per ricordare il colore vero della tragedia e riunire gli sfruttati nella lotta comune. Ecco allora perché possiamo dire che l abbandono della lingua ai significati e ai valori imposti dalla classe dominante, trasmessi da un uso passivo, non critico e spesso inconsapevole di parole e segni, comporta un lavoro alienato al servizio di un plusvalore ideologico che rende egemonico un progetto di società. E l impoverimento linguistico va di pari con la pauperizzazione dei lavoratori sul piano materiale. È così che possiamo interpretare nel campo linguistico pure le formule del saggio del plusvalore (o di sfruttamento), p/v (Marx, 2010: 170), e del saggio del profitto, p/(c + v) (Marx, 2010: 939). Quel che ci mostra Marx è che quest ultimo è una funzione decrescente della composizione organica del capitale (c/v), ossia: (p/v)/(c/v + 1). In termini più semplici, affinché il tasso di profitto sia elevato, bisogna che nella composizione organica del capitale il denominatore v sia sempre maggiore del numeratore c; vale a dire che il capitale costante (denaro, strumenti, macchine, prodotti, merci) deve mobilitare il maggior numero possibile di lavoratori. Succede lo stesso nel campo del linguaggio, poiché il mantenimento di una società di sfruttamento poggia sul numero di asserviti. La macchina che s impadronisce dell operaio è qui la lingua, come sistema reificato di cui si è dimenticata l origine umana, che s impadronisce del parlante: il capitale costante, o il «significato» di Bachtin, ciò che egli chiama il segno «monoaccentuato» della classe dominante (Bachtin, 1999: 136) hanno la meglio sul capitale variabile, il «tema», la «pluriaccentuazione» del segno, ovvero il lavoro vivo. In conclusione, l approccio rossi-landiano è tanto più attuale in quanto fonda un omologia, indispensabile per capire l alienazione linguistica e materiale, proprio sulla cosiddetta teoria del valore-lavoro che oggi viene negata da più parti, e spesso persino da chi si vuole più marxista di Marx. Non è solo il caso della Wertkritik; anche in seno al femminismo materialista francese è stata dichiarata inutile la teoria marxiana del plusvalore, giacché trattando solo di un valore monetario, essa sarebbe incapace di spiegare le altre forme di sfruttamento, come quello patriarcale (Delphy, 2003/2004). Riproducendo così l errore che rimprovera a Marx, una simile critica che si lascia accecare ancora una volta dal carattere feticcio del denaro non vede proprio ciò che è un plusvalore ideologico nel campo della produzione segnica, ossia esattamente ciò che rende possibile il mantenimento di forme (o rapporti) sociali di asservimento non monetario ma non per questo non materiale, anzi. L estensione del metodo omologico dimostra che ancora oggi non è rifiutando ma semmai riprendendo l analisi marxiana del modo di produzione capitalista che si può intraprendere una lotta emancipatrice contro l accumulazione privatistica del denaro e del plusvalore in tutte le loro forme che perpetuano così una società di sfruttamento a scapito dei lavoratori, linguistici o no. Bibliografia Bachtin, vedi Vološinov. Baudrillard, Jean (1974), Per una critica dell economia politica del segno, Milano, Mazzotta. Baudrillard, Jean (1996), Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, Milano, R. Cortina. Bourdieu, Pierre (1977), «Ce que parler veut dire» (Intervention au Congrès de l AFEF, Limoges, 30 octobre 1977), in Questions de sociologie, Paris, Éditions de Minuit, 1980, pp Briche, Gérard (2010), «Baudrillard lecteur de Marx», Lignes, n 31. Delphy, Christine (2003/2004), «Pour une théorie générale de l exploitation. I: En finir avec la théorie de la plus-value; II: Repartir du bon pied», Mouvements, n 26, pp ; n 31, pp Goux, Jean-Joseph (1968), «Marx et l inscription du travail», in Tel Quel. Théorie d ensemble, Paris, Le Seuil, pp

62 Denaro linguistico e plusvalore ideologico 61 Hjelmslev, Louis (1972), La catégorie des cas. Étude de grammaire générale I et II, Munich, Wilhelm Fink Verlag. Jakobson, Roman (1983), Saggi di linguistica generale, Milano, Feltrinelli. Jappe, Anselme (2010), «Baudrillard, détournement par excès», Lignes, n 31. Jevons, William Stanley (1866), «Brief Account of a General Mathematical Theory of Political Economy», Journal of the Royal Statistical Society, London, XXIX, pp Latouche, Serge (1973), «Linguistique et économie politique», L homme et la société, n 28, pp Lefebvre, Henri (1971), Linguaggio e società, Firenze, Valmartina. Marx, Karl (2010), Il capitale. Critica dell economia politica, Roma, Newton Compton. Moore, George Edward (1954), «Wittgenstein s Lectures in », Mind, New Series, vol. 63, n 249, pp Morris, Charles (2000), Significazione e significatività. Studio sui rapporti tra segni e valori, a c. di S. Petrilli, Bari, B.A. Graphis. Ponzio, Augusto (1973), Produzione linguistica e ideologia sociale. Per una teoria marxista del linguaggio e della comunicazione, Bari, De Donato. Rossi-Landi, Ferruccio (1965), Il linguaggio come lavoro e come mercato, Milano, Bompiani, pp Rossi-Landi, Ferruccio (1966a), Per un uso marxiano di Wittgenstein, Milano, Bompiani, pp Rossi-Landi, Ferruccio (1966b), Sul linguaggio verbale e non-verbale, Milano, Bompiani, pp Rossi-Landi, Ferruccio (1968a), Le merci come messaggi, Semantica e ideologia, Milano, Bompiani, pp Rossi-Landi, Ferruccio (1968b), Il linguaggio come lavoro e come mercato, Milano, Bompiani. Rossi-Landi, Ferruccio (1968c), Ideologie della relatività linguistica, Semantica e ideologia, Milano, Bompiani, pp Rossi-Landi, Ferruccio (1969), Dialettica e alienazione nel linguaggio. Colloquio con Enzo Golino, Semantica e ideologia, Milano, Bompiani, pp Rossi-Landi, Ferruccio (1970), Capitale e proprietà privata nel linguaggio, Semantica e ideologia, Milano, Bompiani, pp Rossi-Landi, Ferruccio (1972), Semiotica e ideologia, Milano, Bompiani. Rossi-Landi, Ferruccio (1973), «Le langage comme travail et comme marché», L homme et la société, n 28, pp Rossi-Landi, Ferruccio (1974), «Sur l argent linguistique», in Verdiglione, Armando (a c. di), Psychanalyse et politique, Paris, Seuil, pp Rossi-Landi, Ferruccio (1975), Linguistics and Economics, The Hague, Mouton. Rossi-Landi, Ferruccio (1982), Ideologia, Milano, Mondadori. Ryle, Gilbert (1961), «Use, Usage and Meaning», in Proceedings of the Aristotelian Society, Supplementary vol. XXV, pp Saussure, Ferdinand de (2005), Corso di linguistica generale, a c. di T. De Mauro, Bari, Laterza. Sraffa, Piero (1960), Produzione di merci a mezzo di merci, Torino, Einaudi. Vološinov, Valentin N., Bachtin, Michail M. (1999), Marxismo e filosofia del linguaggio. Problemi fondamentali del metodo sociologico nella scienza del linguaggio, a c. di A. Ponzio, Lecce, Manni. Wittgenstein, Ludwig (1981), Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi.

63 DeLillo, Derrida and the Literature of Money Brendon Wocke Université de Perpignan Abstract: In Given Time: Counterfeit Money, Jacques Derrida s essay on the relationship between time, debt, and the gift, he asks: «Can one tell the story of money?». This article seeks to read Cosmopolis, Don DeLillo s 2003 novel, as a reply to Derrida s question regarding the literature of money, taking developments in the contemporary financial economy into account, and exploring the notion of temporal decomposition that the two works share. In considering the «theory of time» present in Given Time: Counterfeit Money and in Cosmopolis we underline the manner in which the latter reflects a particularly incisive understanding of what is at stake in modern financial markets, bringing the question of the relationship between time and money to the fore. Key-words: DeLillo; Derrida; Time; Acceleration; Money In Given Time: Counterfeit Money Jacques Derrida asks: «Can one tell the story of money? And will this story participate or not in literature of some sort? Can one quote money? Can one quote a check? What is it worth?» (Derrida, 1992: 129). Drawn from a lecture series first offered in at the École Normale Supérieure and (under the same title) at Yale University, Derrida is writing in reference to two key citations. The first concerns Madame de Maintenon, the influential mistress of Louis XIV, the Sun King, and her letter to Madame Brinon in which she says: «The King takes all my time; I give the rest to Saint-Cyr, to whom I would like to give all» (Derrida, 1992: 1). The second key citation is that of Baudelaire s short story «Counterfeit Money», in which Baudelaire s narrator expresses surprise at the discovery that his friend s generous donation to a beggar consists of nothing more than a counterfeit coin. These two citations form the central nexus of a wide-ranging reflection that allows Derrida to consider the economic and the temporal implications of the gift, referencing works by Mauss, Heidegger, Benveniste (notably Don et échange dans le vocabulaire indo-européen), as well as Levi-Strauss. It is in this context, writing between two literatures, the correspondence of Madame de Maintenon on the one hand, and Baudelaire s short story on the other, that Derrida evokes the question of what a true «literature of money» would look like. The socio-political importance of such a literary and ultimately linguistic intervention (a «literature of money») is underlined by Christian Marazzi who in Capital and Language From the New Economy to the War Economy underlines the fact that (as Micheal Hardt states in his introduction) «language offers a model to understand the functioning and crises of the contemporary capitalist economy» (Marazzi, 2008: 8). That is to say that language, and, in this case, the «literature of money» can offer unique insights into the financial economy as it stands. The «literature of money» is, of course, not a particularly new notion despite Derrida s recent deployment of the term; Baudelaire s short story is clearly an example of such a literature (and one which Derrida uses to structure his argument), and we could consider classic works as Dickens Great Expectations and Hugo s Les Misérables, both of which embrace a thematic of monetary accumulation and the social effects of this, to be further examples (among many) of the «story of money». One could also read the «story of money» through a more anthropological approach, such as in Michael Taussig s The Devil and Commodity Fetishism in South America, wherein Taussig considers the relationship between labour and money as understood through local superstitions. This article seeks to argue that Cosmopolis,

64 DeLillo, Derrida and the Literature of Money 63 Don DeLillo s 2003 novel, can be read as the most recent intervention in what one could, following Derrida, consider as a literature concerned with the theme and the «story of money». In charting the financial downfall of Eric Packer, Don DeLillo offers readers a wealth of insights regarding the state of money and the socio-cultural implications of financial capital, opening us to a greater understanding of the various meanders of contemporary financial capitalism. I will focus on a key sequence in the novel that affords a particularly incisive reading of the changed relationship between money and time, contrasting this against the understanding of the relationship between time and money that Derrida develops in the course of Given Time: Counterfeit Money. In Cosmopolis, DeLillo s theory of time is most clearly articulated through Eric Packer s chief of theory, Vija Kinski. In her meeting with Eric Packer she offers a highly theoretic vision of the changed relationship between time and money that arises as a consequence of modern financial instruments. Arguing that we «need a new theory of time» (DeLillo, 2003: 86), Kinski underlines the distance that has grown between a more classically Marxist view of the relationship between money (capital) and time, and the current structure of financial capital as represented more generally in Cosmopolis. In order to read the particular attention that both DeLillo and Derrida give to the relationship between money and temporality, we need to consider the theoretic framework that Derrida develops regarding this relationship, and which can later be read as expressed in Cosmopolis through a literary «theory of time» that underlies the «story of money». The central thesis of my essay is that in offering us a glimpse at what the literature of money may look like, DeLillo brings several of the latent themes in Derrida s work to light, offering a more contemporary interpretation emphasising more recent developments in financial capitalism. Cosmopolis can thus be seen to offer a number of structural and thematic parallels to Given Time: Counterfeit Money and affords us, in its almost prescient portrayal of the interpersonal genesis of a financial crisis, a more visceral consideration of the socio-cultural effects to which both Derrida and DeLillo make reference. The relationship between money and time is primarily articulated (in both Derrida and DeLillo) through a certain understanding of the divisibility of time and the economic implications thereof. Whereas Derrida considers the problematic of the gift (as well as the question of debt and the spectral), DeLillo turns more closely to problems surrounding financial economics and investment banking, pursuing the role of the individual within the greater structure of the near faceless economic machinery. Events surrounding the 2008 financial crisis and contemporary stock trading techniques only lend a greater urgency to these works. Ultimately, both authors consider what they see as a temporal decomposition related to the rise of capitalism: on one hand, Given Time: Counterfeit Money offers a more philosophical consideration, on the other, Cosmopolis reflects both a philosophical and a thematic engagement, which, coupled with an attention to the particularly human element of the economic machine, gestures towards a more complete understanding of «the story of money» as seen in contemporary financial economics. The impact of DeLillo s socio-economic critique in Cosmopolis has been the subject of a number of academic articles including Alessandra De Marco s Late DeLillo, Finance Capital and Mourning from The Body Artist to Point Omega in which the absence of the commodity in financial capitalism becomes representative of a lack which engenders (as expressed in DeLillo s work) a sense of mourning; questions regarding the importance of temporal dislocation remain open. Let us begin in considering the particular theoretical framework that surrounds Derrida s concerns regarding the relationship between money and time, which will enable us to chart the manner in which Cosmopolis can be seen to constitute a response to Derrida s question regarding «the story of money». While time may not necessarily dominate the philosophical and socio-cultural themes explored by Derrida in Given Time: Counterfeit Money it is nevertheless with the question of time that he opens his study. In the exergue to his book, Derrida cites a letter written by Madame de Maintenon to Madame Brinon in which the mistress

65 64 Brendon Wocke of Louis XIV, considers the nature of the time that she gives to the King. In essence, Madame de Maintenon, in this deceptively simple turn of phrase, suggests a division of time, which she hitherto considers in terms of the all that she gives (to the King) and the rest which she retains (only to give once again to Saint-Cyr). It is this tension, between the all that is given and the rest which nevertheless remains, to which Derrida pays particular attention: What she gives, for her part, is not time but the rest, the rest of the time «I give the rest to Saint-Cyr, to whom I would like to give it all». But as the King takes it all from her, then the rest, by all good logic and good economics, is nothing. She can no longer take her time. She has none left, and yet she gives it. [ ] She gives the rest which is nothing, since it is the rest of a time concerning which she has just informed her correspondent that she has nothing of it left since the King takes it all from her. And yet, we must underscore this paradox, even though the King takes all her time, she seems to have some left, as if she could return the change. (Derrida, 1992: 2-3) For Derrida, Madame de Maintenon s words introduce a certain notion of the divisibility of time. At stake is the manner in which, despite the fact that she has given all her time, she is nevertheless able to give more. The manner in which time is dissected by Madame de Maintenon raises the spectre of a super-divisibility of time, a divisible non-divisibility if you will, a temporal version of the biblical metaphor of loaves and fish. No matter how much time is given, no matter how much division is implied, ultimately, as in the biblical metaphor, a measure of time remains like the crumbs of bread and fish that after feeding many multitudes fill seven baskets. There is a certain phenomenological paradox: we can take time, or give it, and more time can be found, but in all logic and good economy one cannot surpass a given number of hours in a day. Yet as Derrida points out, this would not always seem to be the case for as he reminds us at the beginning of Spectres of Marx, «time is put of joint». The notion of time being «out of joint», a quotation that Derrida draws from Shakespeare s Hamlet, is a recurrent theme in Spectres of Marx, which, like Given Time: Counterfeit Money, is structured around two citations, evoking both temporality and spectrality. Similarly to Given Time: Counterfeit Money, within Spectres of Marx the question of temporality is secondary to the primary concern which, in Given Time, is represented by the question of the gift, and in Spectres of Marx is represented by the Marxian spectre which endures despite what Francis Fukuyama has termed «the end of history». Derrida argues that the temporal decomposition that is articulated through his citation of both Shakespeare (and Madame de Maintenon) belongs not merely to the past, but opens a breach through which we can begin to comprehend current movements in the disadjustment of our time. «The time is out of joint»: time is disarticulated, dis-located, dislodged, time is run down, on the run and run down [traque et détraque], deranged, both out of order and mad. Time is off its hinges, time is off course, beside itself, disadjusted, says Hamlet. Who thereby opened one of those breaches, often they are poetic and thinking peepholes [meurtrieres], through which Shakespeare will have kept watch over the English language; at the same time he signed its body, with the same unprecedented stroke of some arrow. Now, when does Hamlet name in this way the dis-joining of time, but also of history and of the world, the disjoining of things as they are nowadays, the disadjustment of our time, each time ours? (Derrida, 1994: 20) The notion of a time out of joint is not merely a literary or political question, but rather touches on the very notion of economy and of money. In Given Time: Counterfeit Money, Derrida begins to tease out the relationship between the divisive temporality articulated by Madame de Maintenon and the broader economic implications of this as outlined in the concept of the gift. For if one is able to give of one s time while, at the same time being able to regain some, if not all, of the lost time, we call the economy of the gift (which is in any case, as Derrida point out, a tenuous proposition 1 ) into question. For insofar as the economy of the gift implies a certain sacrifice, in giving time one annuls the sacrifice through the time that one (drawing on the example of Madame de Maintenon) reclaims if one receives time in return, the gift is reduced to an economy of exchange. This is even 1 If there is something that can in no case be given, it is time, since it in nothing and since in any case it does not properly belong to anyone; if certain persons or certain social classes have more time than others and this is finally the most serious stake of political economy it is certainly not time itself that they possess. But inversely, if giving implies in all rigor that one gives nothing that is and appears as such determined thing, object, symbol if the gift is the gift of giving itself and nothing else, then how to give time? (Derrida, 1992: 28)

66 DeLillo, Derrida and the Literature of Money 65 more clearly expressed in Spectres of Marx where Derrida articulates the economic implications of the temporal decomposition or disjunction that is already evident in Given Time but which can otherwise be seen in a more generalised philosophical form in his engagement with Heidegger (Wood, 2009; Rapaport, 1991): But also at stake, indissociably, is the differential deployment of tekhnē, of techno- -science or tele-technology. It obliges us more than ever to think the virtualization of space and time, the possibility of virtual events whose movement and speed prohibit us more than ever (more and otherwise than ever, for this is not absolutely and thoroughly new) from opposing presence to its representation, «real time» to «deferred time», effectivity to its simulacrum, the living to the non-living, in short. The living to the living-dead of its ghosts. (Derrida, 1994: 212) In referring to the influence of technological progress on temporal disjuncture, Derrida points to the heart of Don DeLillo s Cosmopolis. Indeed, if one were to tell the story of money, or rather if one were to tell the story of money and capital, detailing their contemporary socio-cultural effects, one would need to take account of the digitalisation of the financial economy. Bernard Steigler, in Technics and Time II: Disorientation (2009), drawing on Derrida s notion of the supplement and différance, echoes and extends Derrida s reading of the technological influence on the decomposition of time. Steigler not only echoes the paradox to which Derrida makes reference in discussing the contemporary «deployment of tekhnē» (virtual events whose speed undercuts the distinction between presence and representation or «real» and «deferred» time) but offers a ready example (credit cards) which harkens back to Derrida s original consideration of Madame de Maintenon s letter. Credit cards clearly demonstrate the final state of informatic real time: the operation of time-saving immediately transformed into financial gain. The entire system of monetary and parity exchange on a global scale bends to this logic: real time is a new condition within this form of speculation. Today, new syntheses order the global economy, subject to variations «to the nanosecond» within the exchange system. What economists call «self-fulfilling prophesies» remain incomprehensible if one does not take into account the immediate global transmission of information, a «chrono-logic» that is also an economic techno-logic. A contextual homogenization of the very fact of the suspension of cosmic and ethnic programs brings about a decontextualization making self-fulfilling prophesies possible. (Steigler, 2009: 141) Where Madame de Maintenon gave all her time to the King, only to be able to give the rest to Saint-Cyr, Steigler points out that in «the final state of informatics real time» time saved is transformed immediately into financial gain, time given (saved in the use of the credit card) is regained financially, for time is money but, crucially, money is also time. Italo Calvino goes so far as to say that «if the economy of time is a good thing, it is because the more we save time, the more of it we will be given to waste». At stake is what, in Libidinal Economy, Jean-François Lyotard refers to as the conquest of time: A dispositif of conquest, and therefore of a voyage beyond the rules of tautology, which must not be imagined as the obvious outsides of military or commercial imperialism, but much more subtly and more interestingly as the conquest of time. (Lyotard, 1993: 154) What Derrida points to in the decomposition of time is nothing less than its conquest through the deployment of technological and financial prowess, a movement which is amply reflected in DeLillo s Cosmopolis. The divisibility of time and the manner in which this divisibility underscores a new economic reality is central to Don DeLillo s Cosmopolis, which, in many ways, echoes the theoretical framework that underlies Derrida s consideration of the relationship between time and money. In Cosmopolis the theoretical elements of this consideration are substantially extended in terms of the generic conventions of the novel that allows the construction of an allegory, considering the fate (and effect) of Eric Packer s cataclysmic bet against the yen in both personal and more general socio-political

67 66 Brendon Wocke and economic terms. In the course of the daylong limousine journey that forms the central structure of Cosmopolis, Eric Packer, a billionaire asset manager, meets several of his closest associates, including Vija Kinski, his chief of theory. In their ensuing discussion Kinski highlights several important movements in global finance that echo the temporal divisibility, which Derrida evokes in his citation of Madame de Maintenon s letter and in the more general concerns he expresses in Spectres of Marx. «We want to think about the art of money-making», she said. She was sitting in the rear seat, his seat, the club chair, and he looked at her and waited. «The Greeks have a word for it». He waited. «Chrimatistikós», she said. «But we have to give the word a little leeway. Adapt it to the current situation. Because money has taken a turn. All wealth has become wealth for its own sake. There s no other kind of enormous wealth. Money has lost its narrative quality the way painting did once upon a time. Money is talking to itself». (DeLillo, 2003: 77) Whereas certain commentators such as Aaron Chandler, in his article An Unsettling, Alternative Self : Benno Levin, Emmanuel Levinas, and Don DeLillo s Cosmopolis, consider the relationship between the Aristotelian economics that oppose oikinomia (the everyday economics of the household) to chremastistike (a technique of infinite accumulation, unrelated to the needs of the people), what is also interesting is what Kinski articulates in saying that «money is talking to itself». Indeed this recalls the movement away from the commodity, a movement from the circulation of M C M (money commodity money [with added value]) that Marx describes in The transformation of Money into Capital, to the circulation described in the equation M M : «money which begets money» (Marx, 1976: 256). The absence of the commodity is the locus for what Allesandra De Marco in Late DeLillo, Finance Capital and Mourning from The Body Artist to Point Omega describes as a site of mourning, a lack that engenders the melancholy that De Marco reads in the work of DeLillo. The movement away from commodification can furthermore be read in terms of what Derrida has referred to as the «differential deployment of tekhnē», and becomes even more pertinent in the context of what Kinski goes on to say regarding the status of time in the modern world of cybercapital. «It s cyber capital that creates the future. What is the measurement called a nano-second?» «Ten to the minus ninth power». «This is what». «One billionth of a second», he said. «I understand none of this. But it tells me how rigorous we need to be in order to take adequate measure of the world around us». (DeLillo, 2003: 79) Through Kinski, DeLillo describes what can be read as a decomposition of time through the strategic deployment of tele-technology, the use of computers and cables in order to speed up transaction time. This movement can be seen to have a perverse effect on the perception of time and the economics of cybercapital. One could go so far as to read the paradox surrounding Madame de Maintenon s decomposition of time into the notion of high speed trading. For in measuring trades in incrementally shorter intervals (in nanoseconds, or even yoctoseconds) and in enacting financial trades at speeds which approach these unimaginable instants one arrives at the point at which time is indeed being created. As in Madame de Maintenon s letter, the time taken or given is, in a certain sense, recreated or rediscovered. For DeLillo this has the effect of pushing the entire system towards the future. [ ] time is a corporate asset now. It belongs to the free market system. The present is harder to find. It is being sucked out of the world to make way for the future of uncontrolled markets and huge investment potential. The future becomes insistent. (DeLillo, 2003: 79)

68 DeLillo, Derrida and the Literature of Money 67 We move through «a virtualization of space and time» towards an insistent future that is born of «the virtual space of all the tele-technosciences, in the general dis-location to which our time is destined» (Derrida, 1994: 213). But DeLillo s key insight, and what allows Cosmopolis to articulate so eloquently a contemporary twist on what Derrida would refer to as «the story of money», is the changing (or changed) relationship between money and time: Money makes time. It used to be the other way around. Clock time accelerated the rise of capitalism. People stopped thinking about eternity. They began to concentrate on hours, measurable hours, man-hours, using labour more efficiently. (DeLillo, 2003: 79) From a theoretic standpoint one again recalls the deployment of technology in the service of cybercapital evoked both by Derrida and by Steigler, but Kinski s discourse also evokes the spectre of high speed stock trading. Nick Baumann, in an article for Mother Jones entitled Too Fast to Fail: Is High-Speed Trading the Next Wall Street Disaster?, neatly describes the processes at the heart of this form of investment: In the four years since the collapse of Lehman drove the global financial system to the brink of oblivion, new technologies have changed Wall Street beyond recognition. Despite efforts at reform, today s markets are wilder, less transparent, and, most importantly, faster than ever before. Stock exchanges can now execute trades in less than a half a millionth of a second more than a million times faster than the human mind can make a decision. Financial firms deploy sophisticated algorithms to battle for fractions of a cent. Designed by the physics nerds and math geniuses known as quants, these programs exploit minute movements and long-term patterns in the markets, buying a stock at $1.00 and selling it at $1.0001, for example. Do this 10,000 times a second and the proceeds add up. Constantly moving into and out of securities for those tiny slivers of profit and ending the day owning nothing is known as high-frequency trading. (Baumann, 2013) Indeed one could go so far as to say that high-frequency trading is the acme of de-commodification. The constraints of the commodity give way to the pure flow of electronic cybercapital which, coupled to the speed and frequency of the prerequisite technology (as DeLillo underlines), literally propel this form of trading into the future. The present is eroded in so far as the transactions of which highfrequency trading is composed are either about to, or have already taken place, the transactive process is too rapid to be comprehended. Finance is thus able «to escape the inference of fuddled human personnel and jerky moving parts» (DeLillo, 2003: 54), «the speed is the point» (DeLillo, 2003: 80). Never mind the urgent and endless replenishment, the way data dissolves at one end of the series just as it takes shape at the other. This is the point, the thrust the future. We are not witnessing the flow of information so much as pure spectacle, or information make sacred, ritually unreadable. (DeLillo, 2003: 80) Money makes time not only in the dozens of time-saving designs and myriad forms in which technology has permitted increased efficiency, but also in the sheer investment cost required in processes such as high-frequency trading. Nick Baumann reports that (according to certain estimates) an advantage of as little as one millisecond in the speed of a given firm s connection to an exchange can translate into a $100 million dollar windfall annually. Given the cost in the construction, maintenance and in the rental of such high-speed connections, money can be seen to make time, millisecond by millisecond. This is furthermore evidence of a certain disjuncture of time, the decoupling of trades into infinitely smaller and smaller slices, a «differential deployment of tekhnē» which systematically privileges those at the reins of these systems and algorithms, eroding the value of the present. If one reads further into the dangers of high-frequency trading and the manner in which it tends to accentuate movements in the market, greatly increasing volatility and the danger of «flash crashes» one can see the manner in which the cyber capital contributes to a «decontextualization [which makes] self-fulfilling prophesies possible» (Steigler, 2009: 141). If we consider the theme of temporal decomposition and its relationship to

69 68 Brendon Wocke capital more generally, we see that this is not a subject that is particular to Cosmopolis, but is one that can be read in both a number of DeLillo s works that precede Cosmopolis (i.e. Underworld), and in works that follow in the wake of Cosmopolis (i.e. Point Omega). DeLillo is particularly salient on the question of temporal decomposition and the manner in which it influences capital in Underworld, evoking the decontextualization to which Steigler refers, as well as the influence of technology and the manner in which the redefinition of temporality through technology has deep social implications. Capital burns off the nuance in a culture. Foreign investment, global markets, the flow of information through transnational media, the attenuating influence of money that s electronic and sex that s cyberspaced, untouched money, and computer safe-sex the convergence of consumer desire not that people want the same things, necessarily, but that they want the same range of choices. [ ] even as desire tends to specialize, going silky and intimate, the force of converging markets produces an instantaneous capital that shoots across horizons at the speed of light, making for a certain furtive sameness, a planing away of particulars that affects everything from architecture to leisure time to the way people eat and sleep and dream. (DeLillo, 1997: ) In this we see that DeLillo s central critique of capital, while present in Underworld, is more fully, or perhaps merely more succinctly, articulated in Cosmopolis. The manner in which capital reduces nuance, the influence of (untouched, thus dematerialised and decommodified) electronic money, and the speed and convergence of markets ultimately have a profound impact on the distribution of personal time and, ultimately, on the structure of time itself. While Point Omega does not directly articulate a direct critique of cybercapitalism, DeLillo s discussion of the artwork 24 Hour Psycho is nevertheless able to shed light on his understanding of time. The original movie had been slowed to a running time of twenty-four hours. What he was watching seemed pure film, pure time. The broad horror of the old gothic movie was subsumed in time. How long would he have to stand here, how many weeks or months, before the film s time scheme absorbed his own, or had this already begun to happen? (DeLillo, 2010: 6) What is interesting to note here is that, in a movement diametrically opposed to what we have hitherto discussed, the film nevertheless, through a technological manipulation, influences the subjective time scheme of the narrator. Where the slowness of the film begins to influence the time-scape of the narrator of this passage, so too does the virulent speed of cybercapital influence the time scape of Eric Packer. The more general form of this realisation would once again stress contemporary socio-economic phenomena, such as high-frequency trading, which point to the pervasive influence of cybercapital on the experience of time. What then can we read as the story of money? What makes Cosmopolis such a particularly evocative contemporary expression of this literature? I have argued that the literary intertwining of the personal and the social together with the philosophical intertwining of money and time is a subject to which Cosmopolis masterfully attends. From the thematic elements of the novel, such as the high rise banking towers that Eric Packer describes as being «in the future, a time beyond geography and touchable money and the people who stack and count it» (DeLillo, 2003: 36), to the more concrete theoretical concerns that form the bulk of Packer s interaction with his chief of theory, DeLillo continually finds time to play on the thematics of speed and temporal decomposition which ultimately underlie the dangers of cyber capital. The danger of cyber capital is evident in the manner in which Eric Packer s compulsive trading of the yen eventually causes a degree of economic unrest that is eerily prescient of the crisis that came five years after the publication of Cosmopolis. There were currencies tumbling everywhere. Bank failures were spreading. He found the humidor and lit a cigar. Strategists could not explain the speed and depth of the fall. They opened their moths and words came out. He knew it was the yen. His actions regarding the yen were causing storms of disorder. He was so leveraged, his firm s portfolio large and sprawling, linked crucially to the affairs of so many key institutions, all reciprocally vulnerable, that the whole system was in danger. (DeLillo, 2003: 115)

70 DeLillo, Derrida and the Literature of Money 69 One should not be fooled however into thinking that these risks have, in the years following the upheavals of 2008, been reduced. Nick Baumann describes the degree to which the financial sector is constantly, and increasingly, exposed to such dangers in its pursuit of ever faster forms of transmission and ever more complex transactions. DeLillo s prescience, and the urgency of his novel testify to the importance of Cosmopolis as a particular expression of the story of money that reflects the theoretic aspects of Derrida s claims, but extends them and recontextualises them in terms of the contemporary financial world. In How to map the non-place of empire: DeLillo s Cosmopolis, Marie-Christine Leps argues that: [ ] through genealogical tactics (parody, the disassociation of identity, and the destruction of the subject of knowledge), Cosmopolis provides the reader with a perspective on contemporary global financial crises that is unavailable to any of the characters. (Leps, 2014: 317) She further notes «these complex textual architectonics that seem to encase both characters and the reader in a totalizing apparatus enfolding all time and all space can be cracked» (Leps, 2014: 318). The end result is what Foucault would call an experience-book (as opposed to a demonstration book or a truth book), one that alters the reader s mode of apprehension and discursive position. (Leps, 2014: 321) In closing, we could perhaps say that this is where the particular power of Cosmopolis lies, as an experience-book that answers Derrida s call for a literature which would tell the story of money. The reader finds within not only the literal story of money, that is the story of Eric Packer s fortune, and that of his wife, lost to the vagaries of his compulsive cybercapital betting binge, but also the story of money that is the story of contemporary capital and the state of the socio-political sphere as such. In blending concerns that are highly theoretical and follow, as we have seen much of Derrida s critique, together with the generic conventions of the novel, Cosmopolis brings the reader into what is essentially his own story, for money has come to define much, if not the totality of the socio-cultural milieu. Bibliography Baumann, Nick (2013), «Too Fast to Fail: Is High-Speed Trading the Next Wall Street Disaster?», Mother Jones, 4 February. <http://www.motherjones.com/politics/2013/02/ high-frequency-trading-danger-risk-wall-street> [Last Accessed ]. Calvino, Italo (1987), The Literature Machine: Essays, trans. Patrick Creagh, London, Secker & Warburg. Chandler, Aaron (2009), «An Unsettling, Alternative Self : Benno Levin, Emmanuel Levinas, and Don DeLillo s Cosmopolis», Critique: Studies in Contemporary Fiction, Vol. 50, Issue 3, pp De Marco, Alessandra (2012), «Late DeLillo, Finance Capital and Mourning from The Body Artist to Point Omega», 49th Parallel, Vol. 28, Spring. Derrida, Jacques (1992), Given Time: I. Counterfeit Money, trans. Peggy Kamuf, Chicago, University of Chicago Press. Derrida, Jacques (1994), Spectres of Marx, trans. Peggy Kamuf, New York & London, Routledge. DeLillo, Don (1997), Underworld, Scribner, New York. DeLillo, Don (2003), Cosmopolis, Scribner, New York. DeLillo, Don (2010), Point Omega, Scribner, New York. Leps, Marie-Christine (2014), «How to map the non-place of empire: DeLillo s Cosmopolis», Textual Practice, Vol. 28, Issue 2, pp Lyotard, Jean-François (1993), Libidinal Economy, trans. Iain Hamilton Grant, Bloomington & Indianapolis, Indiana University Press. Marazzi, Christian (2008), Capital and Language. From the New Economy to the War Economy, trans. Gregory Conti, Los Angeles, Semiotext(e).

71 70 Brendon Wocke Marx, Karl (1976), Capital: A Critique of Political Economy Vol I., trad. Ben Fowkes, London & New York, Penguin. Rapaport, Herman (1991), Heidegger & Derrida: Reflections on Time and Language, Lincoln & London, University of Nebraska Press. Steigler, Bernard (2009), Techniques and Time II: Disorientation, trans. Stephen Barker, Stanford, Stanford University Press. Taussig, Michael (2010), The Devil and Commodity Fetishism in South America, Chapel Hill, University of North Carolina Press. Wood, David (1989), The Deconstruction of Time, Evanston, Northwestern University Press.

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