Luisa Cosi. 20 ARSI, Neap. 74, Annuae Litterae cit., Breve relazione cit., cc v.

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1 Luisa Cosi ro tanto di spavento et orrore che in un momento convertitasi l' allegrezza in tristezza et ogni canto in funestissimo pianto. Andavano per la città in quel tempo schiere d'huomini e donne saltando e cantando con l'occasione d'una solennissima festa che in detto giorno si celebra in Lecce [n.d. r.: la pasquetta o riu?]. Questi appena intesero le prime voci che subbito arrestarono i passi e deposti a terra li musicali istrumenti si posero ad ascoltare le parole divine [...] e terminarono la loro allegrezza con una vera compuntione di cuore si ritirarono in casa con silentio [...] né mancarono altri devoti esercitii [...] e la gente menatasi unitamente piangendo in processione pel Duomo, portandosi il Crocefisso del Padre, e quivi ritrovarono il SS. Esposto con grand'apparato di lumi con musica [...e nelli quattro giorni di missione] si fecero dalli Padri altre processioni funeste e di penitenza, portandosi sopra alle spalle d'alcuni ricoverti di sacco nero un devotissimo Crocifisso di non ordinaria grandezza circondato per ogni parte di lumi dopo il quale seguiva un bellissimo concerto di voci che con flebili accenti cantavano il Miserere e nel meglio interrompevasi con qualche affetto breve e acuto da un Padre» 20. Del resto, che la strategia gesuitica fosse vincente, lo dimostra il fatto che, a distanza di alcuni decenni dalla stesura delle Regole di Padre Realino, diverse Quarant'hore sono celebrate nelle principali chiese di Lecce, per lo più a rotazione, secondo un sistema via via collaudato in altri importanti centri salentini, allorquando si cominciano ad intensificare le scorrerie missionarie in provincia. Ovviamente, i registi di questo continuo teatro sacro a un certo punto non sono più soltanto i Gesuiti, ché tutto il clero locale, secolare e regolare, impara presto la lezione e di esposizioni eucaristiche e processioni in musica se ne fanno per le più diverse emergenze religiose e politiche, sia con valenza strettamente territoriale (morte di vescovi, elezione e ricorrenze di santi patroni), sia per avvenimenti che interessano tutto il regno, ovvero tutta la chiesa (malattie e morte di reali, nuove beatificazioni e santificazioni )21. Le confraternite, le 20 ARSI, Neap. 74, Annuae Litterae cit., Breve relazione cit., cc v. 21 Per una esemplificazione significativa cfr. i miei studi: Musica ancilla episcopi cit., pp 165 e 191, soprattutto in riferimento alle 40hore della settimana santa che si fanno in cattedrale con grandi spese per parature, torce, talami, trasporto di quadri e musica tre giorni continui. Simile apparato si meriteranno in morte Filippo IV (1666, le cui Pompe funebri sono descritte dal Gesuita Tomaso Strozzi) e il vescovo Pappacoda (1670); La musica a Nardò nell'epoca moderna, in «Neretum. Annuario di studi storici», n. 2 (2004), pp e dopo le 40hore celebrate nel 1612 in cattedrale per accogliere le sante reliquie donate alla città dal neretino G. Domenico Roccamora S. I., la musicalissima cerimonia, su istruzione della locale Residenza gesuitica, impegna ogni anno la confraternita delle Anime del Purgatorio in triduo baccanalium (cioè durante il carnevale) e la confraternita del SS. Sacramento durante la settimana santa, col sostegno dell'università. Ma nel hore si fanno, a spese del Capitolo, anche per chiedere la salute del corpo di Carlo II di Spagna e quella dell'anima di mons. Brancaccio. Notevole poi l'impegno delle clarisse, che ogni anno, tra febbraio e marzo a rotazione con la confraternita delle Anime - celebra la stessa funzione con macchine ben pitturate, lumi, fiori, incensi, inni e canzonette sacre; Fonti d'archivio per una storia della 139 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce

2 Tirar con esca alla devozione. Musica e strategia missionaria dei Gesuiti nel Seicento universitates, i capitoli che se ne accollano le spese, a volte operando a pochi mesi e metri di distanza l'uno dall'altro, esprimono così una sorta di gara devozionale; in certo modo, lo sfarzo degli apparati e la complessità del teatro sacro messi in campo sono intesi come direttamente proporzionali allo zelo della comunità coinvolta nella celebrazione per circostanze eccezionali, l'emulazione travalica il contesto provinciale nel 1613 spettacolari cerimonie organizzate dai Gesuiti a Bari attraggono fedeli dalla Terra d'otranto e viceversa 22. In breve si arriva a non temere il confronto con le chiese di Napoli, confronto che del resto per i Gesuiti resta obbligato, essendo quella città, per loro, capitale tre volte: capitale di una delle più importanti province dell'ordine e capitale del viceregno spagnolo, ma anche, a partire dalla metà del Seicento, capitale di nuove, multiformi esperienze musicali e scenotecniche, apprezzate ben oltre i confini italiani. Lo dimostra il sonorissimo e teatralissimo tripudio che nel 1640 attraversa tutta la provincia napoletana per festeggiare con sceltissime musiche, sontuose tradizione musicale nella Diocesi di Ostuni (secc. XVII-XVIII), in Scritti di storia pugliese in onore di F. Argentina, Galatina, Ed. Salentina, 1996, pp ; in riferimento alle processioni, lunghi raggionamenti (prediche), musici e istrumenti musicali impegnati da tempo immemorabile mercoledì, giovedì e venerdì santo in cattedrale e nelle chiese principali per "commovere maggiormente il popolo": Giardini stellati e cieli fioriti. Tradizione sacra e produzione musicale a Gallipoli, Lecce, Conte, 1993, soprattutto pp. 136 e sgg., dove riporto una delle più suggestive descrizioni della cerimonia come gestita dalla confraternita delle Anime tra gennaio e febbraio d'ogni anno, prima in cattedrale e dal 1680 nel proprio oratorio: «Nel primo giorno [...] cantata la messa in cattedrale e venuta la processione dirimpetto la congregatione, si diè sparo ad una sontuosissima slava di mortaretti [...] e mentre si sparava s'andava incamminando dentro la congregatione e s'intonò da nostri musici all'organo soave melodia [...] ed era tale la ricchezza de' lumi, de' fiori, de' suoni, che pareva non so si dicesse meglio un giardino stellato o vero un ciel fiorito non mancandosi l'odori de' fragranti profumi quali davano complimento alla mancanza de' finti fiori. Dopo pranzo, a pomeriggio, cantate da musici diverse e belle canzonette col suono di cembalo e nostro organetto [...] venuta l'hora di 23, appiccicati tutti i lumi dell'altare e disbarrate tutte l'entrate si cantava il Tantum ergo. Il secondo giorno [...] per esser tale giorno destinato per le femmine, cantate bellissime canzonette, di nuovo venuta l'hora 23 si ripose il SS. nel tabernacolo [...] Il terzo giorno [dopo pranzo] dette diverse belle canzonette, si cantò Pange lingua col Tantum ergo e l'officio dei morti». Di seguito tale rito subisce alcune varianti nella musica e negli apparati, per un vivace rinnovarsi, come aveva notato padre Realino, delle forme d'arte nella continuità del rito. 22 Cfr. A. BEATILLO S. I., Historia di Bari principal città della Puglia, Napoli, Savio, 1637, a proposito della festa per l'esposizione di alcune reliquie provenienti da Roma (1613); già tre anni prima, in occasione della canonizzazione di S. Ignazio, i Collegi di Bari e Lecce erano entrati in emulazione per l'allestimento di straordinarie macchine teatrali: cfr. M. ROSA, Strategia missionaria gesuitica in Puglia agli inizi del '600, in Studi di Storia pugliese in onore di G. Chiarelli, III, Galatina, Congedo, 1974, p Per altre spettacolari iniziative nella Bari sacra del Seicento cfr. D. FABRIS, Vita musicale a Bari dal Medioevo al Settecento, in La musica a Bari, a c. di D. Fabris e M. Renzi, Bari, Levante, 1993, pp. 80 e sgg. Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IM4G0 - Lecce 140

3 Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di MAGO - Lecce Luisa Cosi macchine e luminarie, attioni e sermoni edificanti il primo centenario dell'ordine, secondo uno schema che, al di là delle sempre giustificate varianti locali, credo esprima l'idea di una regia organica, o almeno fa vistosa propaganda d'essa, in un intreccio politico-religioso che attraverso l'uso di canti, suoni e apparati moderni trova un modo particolarmente funzionale per far mostra di sé 23. Ma al di là delle ricorrenze eccezionali, attorno agli anni del Seicento e sullo sfondo della terribile crisi economico-sociale che caratterizza il periodo, nelle Terre pugliesi si va radicando un genere musicale che, fra tutti quelli all'epoca sperimentati a Napoli, risulta il più funzionale all'atletica penitenziale promossa con rinnovato slancio in provincia: funzionale, perché prevede il pieno e diretto coinvolgimento della popolazione, tanto cittadina, quanto rurale, e senza distinzione di ceto (l'esca musicale alla devozione fatta fabbricare dagli stessi devoti!). Infatti, pur non mancando riferimenti all'impiego, nelle diverse funzioni, di squisiti musici e sceltissimi maestri di cappella - che a Lecce vengono persino raccolti in apposita camerata dentro il Collegio 24; tuttavia nelle Relazioni gesuitiche del tempo resta enfatizzato soprattutto l'uso, a suo modo rivoluzionario, di canzonette sacre, che si possono cantare da tutti e ovunque in modo facile e semplice25, nascendo dal travestimento spirituale di melodie popolari o su ricalco d'esse26. Una pratica devozionale, questa, che sembra perfezionarsi man mano passano gli anni, così che da Bitonto (1646) a Lecce (1649) e paesi limitrofi (1666); da Putignano (1669) a Molfetta (1670), all'intera Terra d'otranto e di Basilicata 23 Cfr. ARSI, Neap. 74 cit., agosto-settembre 1640, cc. 132 e sgg. Se nella capitale è il viceré a mandare «i suoi musici di palazzo per fare continuamente musica la migliore di Napoli e si sono continuamente cantate le messe e vespri a quattro cori [... e si fece] melodia de' chori e degli stormenti secondo le diversità della composizione de' vari maestri di cappella», in Terra d'otranto e in Terra di Bari sono i grandi aristocratici (soprattutto gli Acquaviva d'aragona, fin da principio sostenitori dell'ordine) a patrocinare analoghe iniziative. 24 Cfr. L. Cosi, Napoli, Terra d'otranto, Città del Messico: tracce archivistiche di un 'viaggio musicale' fra Sei e Settecento, in «Itinerari di ricerca storica», XII -XIV ( ), pp , a proposito del servizio musicale svolto dal maestro di cappella Vincenzo Stella e da suo genero Matteo Gerusalemme, sonatore di viola (da gamba). 25 ARSI, Neap. 73, Annuae Litterae , cc. 257 e sgg., per le missioni a Lecce e provincia. 26 Precoci manifestazioni di tale prassi gesuitica si registrano nei paesi di lingua tedesca fin dal 1570: per la tradizione napoletana, a sua volta importata da Roma, cfr. D. FABRIS, Generi e fonti della musica sacra a Napoli nel Seicento, in La musica a Napoli durante il Seicento, Roma, Torre d'orfeo, 1987, pp e G. ROSTIROLLA, Vita musicale e religiosa dei Padri Filippini e Gesuiti di Napoli, Ivi, pp E' forse superfluo ricordare che, grazie ai Gesuiti salentini, attorno al 1640 sono per la prima volta riportate in notazione le formule musicali del tarantismo, ben sette fra modi, clausule e antidoti, trasmessi poi a Roma al confratello Athanasius Kirker, per il tramite di G. Paolo Nicolello e G. Battista Galliberto, rispettivamente rettori dei Collegi di Lecce ( ) e di Taranto ( ): cfr. Tarantole,folie e antidoti musicali cit., 141

4 Tirar con esca alla devozione. Musica e strategia missionaria dei Gesuiti nel Seicento (1679) è infine tutto un fiorire di simili esperienze popolari fuori e dentro le Quarant'hore. Ed ecco come i padri missionari (che si movevano a coppie) illustrano il loro metodo d'insegnamento: «Tenendo il Padre spirituale d'insegnare a cantare certe canzonette spirituali come s'era fatto in altre parti, con tutto ciò [preso] animo dopo alcuni giorni dall'altro compagno per vedere l'udienza così facile et inchinevole al bene, resa tanto mansueta et umile dalla missione, si fece cuore e cominciò a bandire le canzoni profane come tanto perniciose all'anima et ad introdurne altre spirituali, con proporre il modo con che s'haveano à cantare, facile e semplice. A pena cominciò a cantarle dal pulpito, che tutta l'udienza, Preti, Gentil'huomini, Donne e Popolo tutto con una innocenza di Adamo, prima che peccasse e con una semplicità di un S. Francesco d'assisi, ripetevano quel che si cantava, anzi con tanto gusto, che i primi Gentil'huomini andavano a pregare il detto Padre che non lasciasse simile esercittio» 27. Preti, gentiluomini, donne e popolo tutto: ma nel gregge di fedeli tutti 'addomesticabili' dal nuovo canto, ci sono teneri agnellini che particolarmente sembrano trarre e spargere benefizio dall'iniziativa, soprattutto quando si sperimenta un modus operandi che potremmo definire di 'mutuo insegnamento': «[in tutta la provincia d'otranto...] il frutto [della Dottrina Christiana a' figlioli] è stato grande, si perché questi figlioletti anco di 4 e di 5 anni fin dalla prima sera preparavano la loro disciplina e mettivano in fervore la terra, si perché apprendendo subito le cose imparate l'insegnavano ad altri e le cantano fino al presente per le strade» 28. A questo punto, processioni lugubri di adulti penitenti e processioni d'allegrezza di figlioletti di prima comunione si alternano con analoghe modalità in tutte le principali missioni pugliesi, per un contrasto che diventa sempre più teatrale: «[a Putignano nel febbraio 1669 andò in processione] la Compagnia di soldati del battaglione con le armi pendenti al collo e con pugnali verso il cuore, col funebre suono di tamburi [... ed] era di più la processione di penitenza tutta framezzata da diversi cori di musici che abbondano in questa Terra e cantavano luttuose e spirituali canzonette [... D'altra parte] la comunione 27 ARSI, Neap. 74, Annuae Literae cit., Missione fatta nella città di Bitonto nel maggio 1646 cit. (cfr. sopra, nota 6 ), c. 167; seguono riferimenti a interventi musicali tecnicamente più impegnativi per la processione serale della domenica, con «choro squisito di musici, mortificati e penitenti, quali cantando dolorosi mottetti procedevano davanti ad una bara dove morto ed esangue giaceva un Cristo sopra panno nero, portata su gli omeri da quattro dolenti e piangenti sacerdoti, parimenti scalzi, incenerati e coperti di spine»; similmente, nella processione serale del mercoledì, ci fu «adoratione del Crocifisso trascinandosi le ligna per tutto il Choro [...] seguito dal Clero e Gentil'huomini [...] che durò fin'a tre hore di notte, cantandosi, intanto, cantici divoti della SS. Passione». 28 Ivi, Neap. 76, Annuae Litterae cit., Relazione di XIV missioni fatte nella provincia d'otranto nel 1666 da PP. Della Compagnia di Gesù del Collegio di Lecce, c. 25v. Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce 142

5 Luisa Cosi de' figlioli e figliole non ancora comunicati al numero di 500 riuscì di straordinaria consolatione, mentre il terzo giorno se n'andò una bellissima processione d'allegrezza; andavano tutti ben vestiti con corone in testa, chi di fiori, chi di seta e chi di gioie, il che faceva una giocondissima vista; era la processione accompagnata da tutto il clero e da varii cori di musici cantando canzonette spirituali» 29. Per la stessa circostanza, un'altra Relazione puntualizza ancor meglio il drammatico contrasto che la sapiente regia dei Gesuiti era riuscita a inscenare nel corso di quella settimana missionaria: da un lato, l' esercito [sic] di penitenti che si flagellano a sangue seguendo la statua di Cristo morto «con un coro di musici luctuosamente cantando», ovvero accompagnando la statua di «Maria Addolorata ammantata di lutto con pugnale dimezzato verso il core, [che] dava segno del suo cordoglio, qual maggiormente si spiegava da un choro di musici che li precedeva». Dall'altro, «[... si fece] secondo il solito la Dottrina christiana nella quale concorse innumerabilità di figlioli, parte per le familiari esortazione del Padre, parte per segno d'essere premiati dal detto d'alcuni santilli e canzonette, che se li davano, e parte per andare à godere et associare il canto delle cose spirituali, appena avevano luogo di capacità» 3o. Quella dei bambini cantanti era certamente una vista toccante e un ascolto edificante. Nella provincia d'otranto e Basilicata la sceneggiatura ideata per le missioni dell'anno 1687 sembra farsi ancora più suggestiva: «In tutte le missioni si fa ogni giorno le Dottrina christiana ed alle volte si fa due volte il giorno [... i figlioli che si comunicano la prima volta] vengono tutti in chiesa con corone in testa di fiori e altre cose e ben vestiti ognuno secondo la sua possibilità. Fà testa a tutte le figliole una con stendardo che rappresenta S. Orsola appresso alla quale vengono tutte le altre in processione e portano una statua della B.ma Vergine accompagnata da istromenti do 29 Ivi, Missione fatta a Putignano, cc. 65 e 71 3 Ivi, Relatione della Missione fatta a Putignano, febbraio 1669, cc. 96v., 103, 105v. La missione terminò «col raduno di tutte le Confraternite e Clero, col portare ogni Confraternita choro di musici con quali davano eccessivo segno di allegrezza, mentre nel cuore di tutta la processione s'adunavano 450 figlioli comunicandi, vestiti d'angeli [...] e le fanciulle con palme alle mani», cc Decisamente più stringata la descrizione desumibile dalla Missione fatta ad Acquaviva un mese prima (c. 80: con annotazione della «processione di Christo morto con due chori di musici cantando à tuono funebre il salmo Misere mei Deus»). E' però da notare che canzoncine spirituali si cantavano anche fuori delle missioni, come dimostra il Compendioso ragguaglio della devozione introdotta in Molfetta del SS. Ignatio, 1670, c. 115: «per tutto il mese di luglio si fanno sermoni ogni sera con antifone e orattione del SS. Protettore, sedendosi la gente si cantava una canzoncina da' musici, dopo il Padre faceva un discorso [ ] e finalmente i musici cantavano le litanie della B. V.». Per le canzonette che nello stesso periodo adornano le 40 hore gallipoline, cfr. sopra, nota Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMJIGO - Lecce

6 Tirar con esca alla devozione. Musica e strategia missionaria dei Gesuiti nel Seicento musica e le medesime figliole cantano una canzonetta spirituale insegnatala nella Dottrina cristiana a questo fine. Appresso poi vengono li figlioli alli quali fa testa un altro con lo stendardo che rappresenta S. Michele Arcangelo e portano un Bambino con musica di stromenti ed un coro di sacerdoti che cantano Laudate pueri Dominum e li medesimi figlioli rispondono con la canzonetta spirituale e così girano per le strade più principali delle città con suoni di campane à gloria e per dovunque passano inteneriscono tutti e si sentono gridare le donne e tutti laudare Dio e benedicendo la Compagnia. Finita la processione tornano in chiesa, si apparecchiano alla comunione e sentono tutti insieme la messa, al fine della quale se li da la comunione, se li fa fare poi l'attione della gratia e si rimandano a casa. In queste missioni se ne saranno comunicati quattromila. Dove duecento, dove trecento, dove quattrocento, nella città di Matera passarono li cinquecento» 31. In definitiva, con questi riti collettivi di penitenza e di consolazione fortemente caratterizzati dallo specifico musicale, i Gesuiti nel corso del Seicento riescono a disarticolare efficacemente i sistemi istituzionali della devozione (largamente incomprensibili ai più), per ricomporli in favore di soluzioni più trasversali e popolari. Soluzioni che sono nuove e insieme antiche, per una ibridazione in cui è alla fine difficile discernere modernità di forme e tradizione di contenuti, tradizione di forme e modernità di contenuti. Perché, se è vero, come scrive Mario Rosa, che «taluni aspetti della pietà meridionale hanno qui e in questo momento storico, e non in una mentalità atemporale e sociologica le loro precise radici»; se è vero che sono soprattutto i Gesuiti, nel pieno della controriforma e agli inizi della crisi del '600 a modellare «forme di pietà e tipi di devozione determinanti ad impostare per lunghissimo tempo le labili realtà urbane e le prevalenti strutture rurali della civiltà e della cultura del Mezzogiorno» 32 ; sembra parimenti sostenibile che i materiali e gli strumenti per quel modellamento, i Gesuiti li abbiano accuratamente cercati e trovati sul campo, contribuendo a portare alla luce un mondo sommerso, certamente temuto e mai completamente esorcizzato. Un mondo capace, più o meno consapevolmente, di giustificare il fine altrui pur di trasmettere i propri modi di essere e i propri mezzi di esprimersi, per un paradosso che in definitiva sembra proprio ribaltare la strategia missionaria dei Gesuiti. 31 Ivi, Relazione delle missioni fatte nel presente anno 1687 nella provincia d'otranto e Basilicata, cit., cc. 187r e v. 32 Strategia missionaria, cit., p Provincia di Lecce - Mediateca - Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di IMAGO - Lecce 144

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