Rassegna stampa. 21 febbraio Ufficio stampa. Responsabile : Claudio Rao (tel. 06/

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1 Ufficio stampa Rassegna stampa 21 febbraio 2006 Responsabile : Claudio Rao (tel. 06/

2 SOMMARIO Pag. 3 AVVOCATURA: Avvocatura tra mercato e diritti (quotidiano dei professionisti) Pag. 4 AVVOCATURA: Pari opportunità nella professione forense Con Cicerone si fa un nuovo passo avanti (quotidiano dei professionisti) Pag. 5 LIBERALIZZAZIONE SERVIZI: Direttiva servizi, esenzioni a 360 (italia oggi) Pag. 6 LIBERALIZZAZIONE SERVIZI: La Bolkestein e le polemiche (quotidiano dei professionisti) Pag. 7 BILANCIO GIUSTIZIA: Solo i fondi una tantum evitano il blocco informatico (il sole 24 ore) Pag. 8 PREVIDENZA FORENSE: Previdenza più salata (italia oggi) Pag. 9 ANTIRICICLAGGIO: L'identificazione del cliente fissa i confini del rapporto (il sole 24 ore) Pag.10 INAPPELLABILITA : L'inappellabilità confonde i giudizi di Luigi Fornari - Ordinario di Diritto penale Università di Catanzaro e Mario Zanchetti - Ordinario di Diritto penale Università Carlo Cattaneo - Liuc di Castellana (il sole 24 ore) Pag.12 DIRITTO SOCIETARIO: L'economia e le sue regole (il sole 24 ore) 2

3 QUOTIDIANO DEI PROFESSIONISTI Avvocatura tra mercato e diritti Principi del Foro e mercato vogliono far pace. O almeno cercare un punto di incontro che rispetti i principi deontologici dei primi e le leggi del secondo. La ghiotta occasione per una riconciliazione c è stata lo scorso fi ne settimana a Bologna dove, presso l Oratorio San Filippo Neri si è svolto il Primo Forum Professioni e Mercato sul tema «L avvocatura tra ripresa e tutela dei diritti», fortemente voluto da Associazione nazionale forense (www.avvocati-anf.it), a cui hanno preso parte il responsabile Antitrust sulle professioni Maria Grazia Montanari, il responsabile giustizia dei Democratici di sinistra Massimo Brutti, il responsabile di An per le professioni Antonino Lo Presti, il responsabile professioni della Margherita Pierluigi Mantini. Tra gli interventi programmati, quelli dei rappresentanti dei maggiori esponenti dell Avvocatura italiana: Michelina Grillo per l Oua, Nicola Bianchi per il Cnf, Piergiorgio Loi per l Anf e Maurizio De Tilla per Cassa Forense. Proprio al presidente De Tilla abbiamo chiesto di tracciare un bilancio di questo primo Forum. «È stato senza dubbio utile, perché è emerso con chiarezza che l Europa non ci chiede affatto una deregolamentazione selvaggia del mercato delle professioni e tanto meno di quello della professione forense». Il riferimento, neanche troppo velato, è all ormai famigerata relazione che l Authority Antitrust Antonio Catricalà ha inviato alle maggiori cariche dello Stato lo scorso dicembre per perorare un intervento sul mercato delle professioni che facesse venir meno presunte posizioni corporativistiche. In quella relazione, il Garante per la libera concorrenza sosteneva la necessità di una liberalizzazione del mercato professionale in nome di un supposto allineamento all Europa. Stando a quanto emerso a Bologna, invece, l Europa darebbe segnali che vanno in tutt altra direzione: «La Bolkestein ha fissato un principio importantissimo, quello della validità dell ordinamento del Paese di destinazione e non di quello di provenienza del professionista. Questo vuol dire che l Europa mira in qualche modo a preservare ordinamenti come quello italiano non a deregolamentarlo». Precisa De Tilla, secondo il quale l Authority Antitrust sarà quindi costretta a rivedere le proprie posizioni in tema di professioni. «Soprattutto per quel che riguarda gli avvocati: in Italia gli avvocati sono e crescono al ritmo di unità l anno. Ma alla Cassa Forense sono iscritti solo in , a riprova che il mercato dei professioni forensi è tutt altro che chiuso e corporativistico. Per questo contesto fermamente chi, come l Antitrust, sostiene che nelle professioni italiane ci siano sbarramenti all accesso. Sarà vero per alcune categorie professionali, come i notai o i farmacisti, ma per gli avvocati sicuramente no». Insomma, non finisce qui. Quale che sia lo schieramento politico che la spunterà alle prossime elezioni, si troverà ad affrontare nelle primissime settimane di legislatura il nodo spinoso della riforma delle professioni e della legge professionale specifica chiesta da mesi dall Avvocatura italiana. M.A. 3

4 QUOTIDIANO DEI PROFESSIONISTI Pari opportunità nella professione forense Con Cicerone si fa un nuovo passo avanti Le donne avvocato da oggi hanno un alleato in più: Cicerone. È questo il nome di un progetto realizzato dal Ministero per le Pari Opportunità (www.pariopportunità.gov.it in collaborazione con il Consiglio Nazionale Forense (www.consiglionazionaleforense.it) che prevede l istituzione di una Commissione che sarà presieduta dal Ministro per le Pari Opportunità (o da un suo delegato), da cinque rappresentanti del ministero e da cinque rappresentanti del Cnf. Nella nota emanata dal Ministero si legge che «il progetto mira a diffondere e valorizzare la cultura delle pari opportunità nella professione forense, promuovendo una più equa partecipazione femminile nelle cariche e negli organismi direttivi nazionali e locali del Cnf e dei singoli Ordini, delle istituzioni, delle associazioni e degli organismi dell avvocatura». Il Cnf e il Ministero guidato da Stefania Prestigiacomo hanno già sottoscritto un Protocollo d Intesa molto articolato e dettagliato che avrà durata biennale. Scorrendo questo Protocollo si legge, ad esempio, che il Consiglio Nazionale Forense, su iniziativa della propria Commissione per le pari opportunità, si impegna a rilevare le problematiche di genere interne alla professione e a monitorare i dati percentuali relativi alla presenza femminile negli Albi e nel registro praticanti, nei Consigli degli Ordini e nelle Associazioni più rappresentative dell Avvocatura italiana. Tra gli obiettivi c è anche il censimento degli studi professionali intestati a donne e quello delle professioniste che operano in studi altrui. Particolare attenzione sarà dedicata allo studio delle difficoltà che le avvocatesse incontrano in momenti cruciali della vita, come la maternità, i mesi precedenti e successivi alla nascita dei figli. Il tutto con lo scopo di elaborare sistemi per conciliare impegno professionale e vita familiare. Dal canto suo, il Ministero si propone di incentivare occasioni di studio e di confronto su questi temi e fornire sostegno all individuazione di strategie per risolvere i problemi delle donne avvocato, nonché di fornire la propria collaborazione nell individuazione delle aree che richiedono interventi più urgenti. Si cerca di arginare così una situazione che PQ aveva già evidenziato lo scorso 7 dicembre nell ambito della sua inchiesta sulle «quote rosa» nelle professioni da cui era emerso ad esempio che su iscritti all albo degli avvocati solo il 35% (38.888) è composto da donne. Nel 1995 il dato era fermo al 25,3%, il che dimostra che presenza femminile nella professione forense è in crescita costante. Ma ciò non toglie che le avvocatesse si trovino a dover ancora affrontare ostacoli che affondano le proprie radici nella differenza di genere.ad esempio le differenze di reddito: rispetto a colleghi uomini, a parità di «anzianità di servizio» e titoli, una donna arriva a guadagnare anche il 50% in meno. E questo non solo perché le donne, dovendosi occupare anche di casa e famiglia, possono dedicare un minor numero di ore alla professione, ma anche perché la necessità di conciliare privato e lavoro le spinge a specializzazioni meno redditizie. Ad esempio il diritto di famiglia, che paga sicuramente meno di quello societario o tributario. Infine, la nostra inchiesta aveva in qualche modo anticipato quello che emerge anche dal Protocollo firmato dal Ministero Pari Opportunità e dal Cnf. E cioè che le donne trovano meno spazi all interno degli organismi di rappresentanza della professione. Tutta colpa del tempo richiesto dall attività istituzionale e dalla costruzione della fitta rete di relazioni che portano alle candidature e soprattutto le sostengono. E visto che di avvocati si parla, ecco qui la prova: non c è nessuna donna tra i 26 membri del Cnf, e se ne contano solo 3 su 10 nei vari consigli provinciali. E come se non bastasse, la stessa commissione pari opportunità del Cnf, pur essendo costituita da 22 donne, è presieduta da un uomo che, a detta delle colleghe, si mostra molto sensibile al problema delle pari opportunità Marianna Aprile 4

5 ITALIA OGGI La parola sul testo ora passa al Consiglio europeo Direttiva servizi, esenzioni a 360 Una raffica di esenzioni per la liberalizzazione del mercato dei servizi in Europa. Professionisti, notai, servizi sociali come l'edilizia sociale, l'assistenza ai figli e i servizi alla famiglia, servizi finanziari, di trasporto e medico-sanitari, giochi d'azzardo, i servizi giuridici e fiscali, nonché le agenzie di lavoro e le attività di sicurezza sono esclusi dall'applicazione della direttiva secondo le modifiche inserite dal Parlamento europeo che l'ha approvata giovedì 16 febbraio in prima lettura (si vedano ItaliaOggi del 17 e 18 febbraio 2006). Il testo nella versione licenziata dall'assemblea plenaria di Strasburgo (che ItaliaOggi pubblica integralmente sul sito) è stato completamente snaturato rispetto alla versione originaria proposta dall'ex commissario olandese Frits Bolkestein. In pratica, la direttiva si applica ai servizi di interesse economico generale forniti da prestatori stabiliti in uno stato membro, quindi i servizi che corrispondono a un'attività economica e sono aperti alla concorrenza. Tuttavia, anche rispetto a questo ambito sono previste delle deroghe: sono esclusi i servizi postali, di trasmissione, distribuzione e fornitura di energia elettrica, gas, fornitura idrica, gestione delle acque reflue e trattamento dei rifiuti. Inoltre, una delle conquiste più importanti della nuova versione della direttiva Bolkestein è stata la cancellazione del principio del paese d'origine, raggiunta grazie a un emendamento di compromesso firmato dai popolari e socialisti europei, che insieme coprono più della metà dei seggi al Parlamento Ue. Eliminata, dunque, la minaccia dell'invasione di lavoratori dai paesi dell'est che, con tariffe e tutele sociali più basse, avrebbero creato una concorrenza senza precedenti nei paesi del Vecchio continente, è stata consacrata la libera circolazione dei servizi nell'europa a 25. Questa volta però imponendo il rispetto delle regole locali. Per il prestatore, infatti, sarà sufficiente aver conseguito la qualifica nel proprio paese d'origine, ma per svolgere le attività dovrà sempre rispettare le regole del paese in cui va a operare. Su queste modifiche, ora, la parola passa al Consiglio europeo, che dovrà dare il suo via libera prima di rimandare di nuovo il testo in assemblea e ancora al Consiglio per l'approvazione definitiva. (riproduzione riservata) Chiara Cinti 5

6 QUOTIDIANO DEI PROFESSIONISTI La Bolkestein e le polemiche Amalia Sartori (Fi): «Anche ai servizi i benefici del libero mercato». Emma Bonino: «Non si liberalizza un bel nulla» L Europa vanta un mercato interno di 457 milioni di abitanti, cioè di consumatori, in forte crescita. Secondo alcune stime, infatti, la popolazione comunitaria europea arriverà presto a 480 milioni. I servizi producono il 70 per cento del Pil europeo e sono il settore dove si registra il massimo potenziale di crescita. Erano inevitabili, a questo punto, commenti e reazioni dei politici all approvazione in prima lettura della Bolkestein, la direttiva europea sui servizi, votata con un ampia maggioranza al Parlamento di Strasburgo per l alleanza fra Popolari e Socialisti europei anche se non c è stata compattezza all interno dei due stessi schieramenti. In particolare i Popolari dei nuovi Paesi hanno firmato una dichiarazione in cui esprimono disappunto per quella che definiscono una finta liberalizzazione. Con loro si sono schierati, ma per motivi opposti, cioè per eccesso di liberalizzazione, i socialisti francesi. In ogni caso un fatto appare incontestabile: alcuni settori non conosceranno alcuna liberalizzazione e rimarranno sotto il pieno controllo dei governi nazionali. Il risultato è stato un annesso di quattro pagine, dove figura un po di tutto, dai comparti strategici come banche, assicurazioni, servizi finanziari (già regolati da una direttiva del 2000) ai cosiddetti servizi di interesse pubblico, cioè gas, elettricità, trattamento dei rifiuti, trasporti (taxi compresi) poste, porti, sanità e servizi sociali, trasmissioni televisive e radiofoniche, cinema. Seguono in ordine sparso lotterie e giochi d azzardo, notai e stampa scritta. Tra i settori protetti ci dovevano essere anche le pompe funebri, ma all ultimo l emendamento è stato respinto. Ma anche se si tratta di una liberalizzazione parziale, il motivo di chi ha gridato al successo del compromesso è legato alla rimozione del principio del paese di origine. «Con questa direttiva afferma Amalia Sartori, eurodeputata di Forza Italia si apre la possibilità di estendere anche al settore dei servizi i benefici del mercato unico, dando l avvio ad una fase di grande sviluppo economico per l Europa a venticinque. Solo in Italia, a quanto risulta dagli ultimi dati comunicati dall Istat, il 64,9% degli occupati lavora nel settore dei servizi, ma solo il 20% di queste attività è costituito da scambi transfrontalieri per colpa degli ostacoli burocratici; ostacoli superati quando si parla, invece, di merci, persone, e in parte, di capitali». Di parere completamente opposto è un altra eurodeputata, Emma Bonino, della Rosa nel Pugno. Ci va giù pesante e afferma: «L unico servizio che si liberalizza è quello delle pompe funebri». La Bonino era stata fra i 215 voti contrari. «La cosiddetta direttiva Bolkestein ha puntualizzato cosiddetta perché è stata stravolta non liberalizza un bel nulla e fa svanire la possibilità di creare 600 mila posti di lavoro in Europa e, per l Italia, il sistema corporativo degli ordini professionali può dormire sonni tranquilli». Enrico Letta, responsabile economico della Margherita dà invece una lettura completamente socio-politica: «La questione della Bolkestein è legata al no francese sulla Costituzione europea ed era diventata un totem. Le questioni di merito non contavano più, era diventato il simbolo di un Europa che non tutela i diritti e scatena una concorrenza tutta al ribasso. L Europa non si fa contro il consenso dei cittadini. Questa volta l Ulivo italiano a Strasburgo è stato parte di un compromesso che è partito da socialisti e popolari tedeschi. E abbiamo scongiurato lo spettro dell idraulico polacco e evitato uno sconquasso». Il provvedimento sarà ora ripreso dalla Commissione europea e, soprattutto, dovrà passare (forse già a maggio) all esame del Consiglio dei ministri, cioè dei governi. Tuttavia è già opinione comune che l impianto della direttiva votata non verrà modificato di molto. A quel punto la direttiva potrebbe tornare nell emiciclo nel prossimo autunno per la seconda lettura ed essere adottata dai singoli Stati tra il 2009 e il A conti fatti il mercato unico dei servizi diventerà reale e senza vincoli burocratici o barriere protezionistiche anche per commercianti, piccoli imprenditori, artigiani solo fra cinque anni circa. Elisabetta Tonni 6

7 IL SOLE 24 ORE GIUSTIZIA/Il ministero riesce a recuperare stanziamenti per 13 milioni Solo i fondi una tantum evitano il blocco informatico ROMA. Uno "stanziamento tampone" - a oggi 13milioni di euro- recuperati nelle pieghe del bilancio della Giustizia. Abbastanza per rimandare di qualche mese (e alla prossima legislatura) lo stato di emergenza dell'assistenza informatica nei tribunali, ma meno del necessario,se si pensa che questa voce ha subito un taglio del 46% rispetto al E la soluzione alla quale sta lavorando via Arenula per scongiurare il "blocco informatico" degli uffici giudiziari, certo dal 28 febbraio, e dare risposta alle denunce dei magistrati. Ma anche agli scioperi e alle agitazioni del personale di assistenza, allo stato di crisi delle società del settore. È di ieri" infatti, il primo documento congiunto di nove delle dieci aziende di assistenza informatica (Abaco, Bull Italia, CM Sistemi, OIS Com, CTS Impianti, Intersistemi Italia, ISl, Sisge Informatica, Tecnoindex) per ricordare il modus operandi del ministero che ha portato ali'emergenza. Quasi tutti i contratti di «assistenza sistemica e applicativa» che permettono ai tribunali di far uso dei computer risultano scaduti nel 2005, ma sono proseguiti, su sollecito dello stesso ministero, in regime (precario) di "riconoscimento di debito". In pratica, le aziende si sono fatte carico dell' assistenza (e dell'innovazione tecnologica del ministero) per l'esaurirsi degli specifici capitoli di spesa, peraltro assolutamente prevedibile. Poi, a inizio febbraio, un ulteriore taglio degli stanziamenti senza preavviso, «sufficienti a coprire solo il 5% delle attività pianificate». Immaginabili le conseguenze: ulteriori disservizi per il servizio Giustizia, l'impossibilità di ricollocareil personale in esubero per «l'assoluta mancanza di preavviso». Ma anche l'incoerenza dei tagli rispetto «all'attuale impianto organizzativo» dell'informatica giudiziaria,la crescente informatizzazione della Pa, mentre la situazione debitoria del ministero «ha ormai raggiunto dei livelli di insostenibilità tali da creare un rischio finanziario reale anche per le aziende più sane: la sofferenza media dei crediti supera abbondantemente i quindici mesi». Che la situazione sia grave si capisce anche dalle agitazioni e dagli scioperi del personale di assistenza che hanno caratterizzato le ultime settimane (soprattutto a Napoli),mentre le rappresentanze di base hanno chiesto un incontro con il Guardasigilli «per la salvaguardia dei livelli occupazionali nelle ditte esterne». In questo scenario non manca chi cerca di mettere le mani avanti. Giorni fa, nel rispondere a una interrogazione sulla crisi dell'informatica, il sottosegretario Giuseppe Valentino, delegato fin dal 2001 ai sistemi informativi della Giustizia, ha suggerito di utilizzare «di più e meglio» i 315 tecnici informatici interni (a fronte dei mille esterni oggi a rischio), ma si è anche ripromesso di indagare su «quante. e quali sono le imprese del comparto, e se i costi praticati sono coerenti con quelli del mercato». Vittorio Nuti 7

8 ITALIA OGGI AVVOCATI/La Cassa forense approva una mini-riforma Previdenza più salata Contributi con rincaro medio del 2% Via libera dalla cassa forense alla mini-riforma del sistema previdenziale degli avvocati. Il comitato dei delegati dell'ente previdenziale dei legali, guidato da Maurizio de Tilla, nella seduta del 17 febbraio scorso ha approvato il documento che apporta alcune modifiche all'attuale metodo di calcolo delle pensioni. Il provvedimento, prima di diventare definitivo, tuttavia, dovrà ancora passare al vaglio del cda e poi nuovamente il 17 marzo prossimo per il parlamentino della cassa. In ogni caso, entro la fine di marzo il testo dovrebbe essere inviato al ministero del welfare per l'approvazione definitiva. Rispetto alle ipotesi di riforma vagliate inizialmente dalla cassa (vedi ItaliaOggi del 22/12/2005), tuttavia, le modifiche approvate dal comitato dei delegati saranno molto più soft del previsto. Niente passaggio dal sistema di calcolo retributivo a quello contributivo come auspicato dai giovani avvocati né innalzamento dell'età pensionabile dai 65 ai 70, ma solo innovazioni di tipo parametrico come l'aumento del gettito contributivo e l'ampliamento dell'arco temporale su cui calcolare gli emolumenti. Una scelta mirata volta a evitare eventuali censure da parte del giudice di legittimità nell'attesa che si chiariscano una volta per tutte i confini dell'autonomia degli enti di previdenza. L'innovazione più rilevante è senz'altro quella che dispone l'aumento dei contributi che i legali dovranno versare all'ente di previdenza. L'aumento riguarderà sia quelli soggettivi, che passeranno dal 10 al 12%, sia quelli integrativi, che invece aumenteranno dal 2 al 4%. Tuttavia, l'incremento non sarà immediato ma avverrà gradualmente. Per i contributi soggettivi, infatti, esso dovrebbe avvenire nell'arco di quattro anni, mentre, per quelli integrativi in tre anni. Si amplia anche l'arco temporale preso come base per il calcolo degli emolumenti. Questo si estenderà a tutta la vita lavorativa del professionisti esclusi solo i cinque anni peggiori e non più come avvenuto sino a oggi agli ultimi 25 migliori anni di vita lavorativa. Tale scelta consentirà di evitare importi di pensione troppo generosi senza però intaccare l'attuale sistema di calcolo retributivo. Anche in questo caso, come per l'aumento dei contributi, l'entrata in vigore della modifica sarà graduale e si applicherà integralmente solo ai nuovi iscritti. Per coloro che invece hanno maturato i periodi contributivi sotto il regime previgente, il calcolo sarà il frutto della somma di tre quote. La prima (per le anzianità contributive maturate fino al 2000) calcolata sui dieci migliori redditi degli ultimi 15 anni di attività professionale, la seconda (per gli anni di iscrizione dal 2001 al 2006) sui migliori 20 redditi degli ultimi 25 anni di vita lavorativa, l'ultima (per i contributi dopo il 2006) in base al nuovo sistema di calcolo. Novità in vista anche per le pensioni minime, il cui importo sarà fissato in una somma di circa 10 mila euro e verrà quindi sganciato da quello del contributo soggettivo minimo. (riproduzione riservata) Simona Andreazza 8

9 IL SOLE 24 ORE Pronto il regolamento sugli obblighi per l'antiriciclaggio L'identificazione del cliente fissa i confini del rapporto I Professionisti - dottori commercialisti,revisori contabili, ragionieri, società di revisione,consulenti del lavoro, notai e avvocati (anche in forma associata o societaria)- devono cominciare a organizzare i propri studi e a curare la formazione dei collaboratori per adempiere agli obblighi di contrasto al riciclaggio di denaro sporco imposti dalla legge 197/91 e dal decreto legislativo 56/2004. E infatti in fase di pubblicazione il regolamento del ministro dell'economia attinente a queste professioni(si veda «Il Sole-24Ore» del 15febbraio). Il quadro di riferimento. La lotta contro il riciclaggio di denaro sporco parte da lontano. Sulla spinta delle raccomandazioni del Gafi, Gruppo di azione finanziaria internazionale che riunisce 30 Paesi, è stata emanata la prima direttiva (91/308/Ce) tesa a salvaguardare il sistema finanziario legale dalle infiltrazioni di capitali criminosi. Gli obblighi erano soprattutto accentrati sull'identificazione dei clienti e sulla registrazione dei loro dati su un particolare registro tenuto dagli intermediari, banche, finanziarie, assicurazioni. Si è capito però che all'identificazione va aggiunta la migliore conoscenza del cliente e dei suoi affari e che vi erano altre attività a rischio, tra le quali sono emerse quelle di professionisti, nei cui studi si trattano affari. Nel 2001 viene pertanto emanata la seconda direttiva (2001/97/Ce):per avvocati e notai si è escluso l'obbligo di segnalazione di eventuali operazioni sospette quando si tratta di rappresentare e difendere in giudizio il cliente o di esaminarne la posizione giuridica.un nuovo giro di vite, soprattutto sui trust e sui veri domini delle ricchezze,sta arrivando con la terza direttiva (2005/60/Ce),perla cui attuazione il Governo ha ricevutola delega con la legge 29/2006, che tra l'altro ha ampliato gli obblighi a tutti coloro che svolgono attività in materia di amministrazione,contabilità e tributi. Gli adempimenti: Il decreto ministeriale attuativo del Dlgs 56/04 (di recepimento della seconda direttiva) impone al professionista di identificare il cliente che chiede prestazioni aventi a oggetto mezzi di pagamento o utilità superiori a euro. Ma l'obbligo sussiste anche quando l'operazione è di valore indeterminato o non determinabile e questo toglierà la certezza del limite di legge, mentre il professionista dovrà valutare la "potenzialità"dell'operazione. Comunque l'obbligo di identificazione sussiste quando si costituiscono, gestiscono, amministrano società, enti, trust, o analoghe strutture, il che «costituisce in ogni caso un'operazione di valore non determinabile».è molto importante che il professionista faccia dichiarare al cliente, e quindi registri i dati del soggetto per conto del quale opera, in quanto Uic e inquirenti sono sempre alla ricerca dei veri titolari dei beni movimentati.non mancheranno quindi difficoltà di fronte a operazioni riservate, trust e gestioni fiduciarie di vario genere. Ampie sono le modalità di identificazione che possono essere: dirette, effettuate tramite terzi (banche, consolati, atti pubblici, eccetera) o secondo altre indicazioni che verranno dall'uic. Quanto agli strumenti,l'importante è che si tratti di documenti rilasciati da una pubblica amministrazione, non scaduti (meglio fare una fotocopia). Nell'identificazione sono compresi il codice fiscale, l'attività svolta dal cliente, il tipo di prestazione fornita e il suo valore. E quindi una identificazione che si mescola, completandosi, con la conoscenza del cliente e dell'affare. Il professionista incrementerà, entro 30 giorni dal primo contatto il suo archivio e conserverà i dati per dieci anni dalla conclusione della prestazione. Potrà anche tenere l'archivio in forma cartacea, ma solo se non dispone di una struttura informatizzata e, poiché l'uic è ancora una volta chiamato in causa, sarà in definitiva quest'ultima la modalità che prènderà il sopravvento, rendendo utile la possibilità di dare a società di servizio la tenuta dell'archivio, sempre che il professionista si fidi di comunicare a terzi, sia pure sotto la protezione della privacy, il suo parco clienti. La protezione dei dati sarà.opportunamente affidata ad esperti della materia. Potrà essere utile al professionista rivolgersi alla propria banca di fiducia, quantomeno per avere i suggerimenti nati da una esperienza ultradecennale. Rimane il punto delicato dell'obbligo di segnalazione delle operazioni sospette. Il decreto dice poco sui criteri da seguire accennando all'incongruenza tra l'operazione e il cliente, alla sua capacità economica, ai profili di rischio, alla necessità di individuare la vera titolarità dell' operazione economica, senza naturalmente che il professionista debba trasformarsi in poliziotto. Il compito è demandato all'uic. GIAMPAOLO CONFORTI 9

10 IL SOLE 24 ORE L'inappellabilità confonde i giudizi di Luigi Fornari - Ordinario di Diritto penale Università di Catanzaro e Mario Zanchetti - Ordinario di Diritto penale Università Carlo Cattaneo - Liuc di Castellanza Questo Governo, in tema di giustizia, ha mostrato di avere sin troppe idee. Poche si sono rivelate buone, e quelle poche confuse.a quest'ultima categoria appartiene la recentissima «legge Pecorella», approvata in tutta fretta il 14 febbraio. Due sono le idee base della riforma ed entrambe hanno ottime ragioni. La prima, di cui si parla troppo poco, è la formulazione espressa del principio secondo il quale il giudice pronuncia sentenza di condanna se l'imputato risulta colpevole «al di là di ogni ragionevole dubbio». Non è una novità: il principio è in vigore da tempo immemorabile nel sistema giudiziario degli Stati Uniti. In Italia se ne è fatto alfiere Federico Stella nel libro «Giustizia e Modernità», un testo che - caso più unico che raro nella produzione giuridica italiana - ha influenzato con forza la giurisprudenza,a cominciare da quella della Corte di cassazione. Quest'opera ha difeso l'idea che in un paese democratico il diritto penale non può permettersi di condannare un innocente: l'errore contro l'innocente è infinitamente più grave dell'errore che lascia libero un colpevole. Per cui il metro di giudizio deve essere calibrato in modo rigorosissimo:è molto meglio lasciar liberi dieci, cento, mille colpevoli, piuttosto che un solo innocente venga condannato. La Cassazione negli ultimi anni ha fatto più volte proprio il principio del ragionevole dubbio, che dunque era già parte del diritto vivente e oggi viene solo esplicitato. Un corollario del principio,ben colto dalla nuova legge, è la non necessaria parità fra i diritti di impugnazione dell'imputato e del pubblico ministero. Se un tribunale condanna, l'imputato può sempre appellare,cercando di far valere l'esistenza di un ragionevole dubbio. Se, invece, pronuncia una sentenza di assoluzione, non si vede come questa decisione possa essere superata da un'altra corte: la sentenza di proscioglimento può ben essere considerata, infatti, un elemento di dubbio più che ragionevole, insuperabile in grado d'appello. Di conseguenza, non è contrario ai principi costituzionali che - come prevede la nuova legge - il pubblico ministero non possa appellare contro una sentenza di proscioglimento, a meno che non presenti una prova nuova e decisiva, tale da superare il dubbio ragionevole posto dal primo proscioglimento. Altrimenti,può solo ricorrere in Cassazione per ragioni di legittimità. Nella mente del legislatore, l'eliminazione dell'appello del Pm dovrebbe accelerare i processi. Ma sarà così? Neanche per sogno. Esiste nel nuovo sistema un punto di crisi, ed è l'azione civile nel processo penale. Innanzitutto, se il criterio probatorio nel processo penale viene ricondotto a uno standard così rigoroso, bisogna parallelamente riconoscere un diverso standard probatorio nel diritto civile. Se una persona si ritiene danneggiata da altri, e chiede il risarcimento, non si può pretendere che provi il suo diritto oltre ogni ragionevole dubbio, altrimenti verrebbero favoriti in maniera eccessiva gli interessi del danneggiante rispetto a quelli della vittima, che spesso è un soggetto socialmente ed economicamente svantaggiato. Il diritto americano riconosce questa differenza di standard,e la vicenda del campione di football O.J. Simpson prosciolto nel processo penale dall'accusa di aver ucciso la moglie, ma condannato a risarcire gli 10

11 eredi dal giudice civile - è esemplare. La riforma Pecorella non ha considerato che se in sede civile vince chi ha "un po' più ragione" dell'altro, non ha più senso chiedere i danni nel processo penale, dove il criterio più rigoroso porterà a una maggior frequenza di giudizi sfavorevoli al danneggiato. L'unica conseguenza coerente sarebbe stata l'eliminazione della costituzione di parte civile nel processo penale. Oltretutto, la presenza della parte civile nel processo penale crea nella nuova legge ulteriori disarmonie. Nella disciplina vigente fino a oggi, la parte civile poteva impugnare con gli stessi mezzi del pubblico ministero. Oggi non più. La legge Pecorella ha eliminato questo legame. Secondo una plausibile interpretazione della riforma, infatti, la parte civile può proporre appello contro le sentenze di proscioglimento, per ottenere il risarcimento del danno. Il processo così rischia di sdoppiarsi: più o meno contemporaneamente si dovrebbe tenere l!n giudizio in Corte d'appello per l'accertamento del reato ai soli fini civili, e un giudizio in Cassazione sul ricorso, a fini penali, del pubblico ministero. Questi due processi seguiranno binari separati: e la Cassazione si troverà a giudicare più volte lo stesso fatto, con il rischio di esiti discordanti. In questo lavorio perpetuo le Corti d'appello avranno forse meno da fare, ma i tribunali, e soprattutto la Cassazione, si troveranno con un carico di lavoro praticamente raddoppiato. Se poi si considerano i nuovi spazi di apertura alla valutazione del merito nei giudizi di Cassazione, che il presidente Marvulli ha subito denunciato come destabilizzanti per il sistema, e si aggiungono gli effetti della «ex-cirielli» sui termini della prescrizione di gravi reati, c'è da scommettere che la prescrizione diventerà la chiusura di default per una fetta importante dei processi penali. Il Codice di procedura penale è una cosa seria: non lo si può rabberciare correggendo una norma qui e una là, senza aver tenuto conto del quadro complessivo, che include anche il carico di lavoro delle varie corti, e quindi le loro necessità di personale e spazi. Le riforme fatte a spizzichi e bocconi possono servire ad aiutare questo o quell'imputato, ma restano profondamente sbagliate, anche quando le idee su cui si basano sono giuste. 11

12 IL SOLE 24 ORE DIRITTO SOCIETARIO/II dibattito aperto dall'ultimo libro di Guido Rossi: il rischio di far vincere la legge del più forte L'economia e le sue regole La deregolamentazione selvaggia non è l'obiettivo da perseguire Il libro di Guido Rossi Il gioco delle regole e il dibattito che ne è seguito, anche su questo quotidiano. sollevano un punto importante. E cioè se l'impiego degli strumenti dell'economia nella produzione del diritto trasformino l'ordinamento giuridico nella certificazione della legge del più forte, oppure no. La questione non è solo di interesse esclusivo degli studiosi, ma coinvolge aspetti importanti della politica economica e normativa del nostro Paese per gli anni recenti e per quelli a venire. Infatti, con la moneta unica i singoli Paesi europei hanno perso molta libertà nell'uso anche della politica fiscale come leva per orientare l'economia. Ad essa perciò si sta sostituendo in molti casi la politica normativa -le riforme di diritto dell'economia - che comportano costi bassi o nulli da scrivere in bilancio, ma effetti rilevanti sul sistema economico. Ad esempio, la riforma del diritto societario in Italia aveva tra i suoi obiettivi espliciti la riduzione della fragilità patrimoniale delle piccole imprese e la crescita della scala media delle aziende italiane. Così come quella del diritto fallimentare ha tra gli altri anche l'obiettivo di dinamizzare la nostra economia, incentivando le imprese a investire e a crescere. Gli obiettivi citati in questi due esempi, in passato, sarebbero stati perseguiti elargendo sussidi a imprese, cittadini, eccetera, per orientarli verso una scelta piuttosto che un'altra. Ora vengono perseguiti attraverso la scelta di una combinazione di norme giuridiche. Pertanto la questione se tali interventi regrediscano o meno il sistema giuridico italiano verso lo stato di natura non è cosa di poco conto. Nei fatti gli strumenti dell' economia applicati al diritto non sono volti a una deregolamentazione selvaggia, e nemmeno a far prevalere sempre e comunque il contratto sulla norma, ma piuttosto a combinare le norme in modo da produrre gli incentivi di comportamento adatti a perseguire gli obiettivi, economici, che lo Stato si prefigge. Se un certo obiettivo è ritenuto utile dallo Stato, due sono le strade possibili: la prima, quella giuridica tradizionale, consiste nell'imporre una serie di specifici comportamenti, corredando il tutto con una sanzione per chi non si adegua; la seconda, che è quella suggerita dall' economia del diritto, consiste,nel combinare una serie di regole che rendano conveniente, prima ancora che doveroso, osservare quel particolare comportamento. Guido Rossi, come prodotto particolarmente esecrabile dell economia del diritto, cita la riforma del diritto fallimentare, e quindi possiamo usare proprio questa come esempio, prendendo una norma, molto discussa, da essa introdotta: l' esdebitazione per il fallito. L'esdebitazione comporta la cancellazione dei debiti residui quando la procedura di fallimento si sia chiusa. Essa implichi che si neghi al creditoreche non ha avuto soddisfazione con la procedura fallimentare il diritto alla restituzione della somma prestata in nome della necessità di agevolare una maggiore vivacità dell'economia. Si è sacrificato un principio giuridico consolidato (anche se in termini più astratti che reali, visto che interessa crediti che nei fatti non venivano comunque mai restituiti) per un obiettivo pratico (un maggiore incentivo ad investire, necessario nella nostra economia ferma). Il problema che si pone qui è come dare maggiori garanzie di ottenere pagamenti e prestazioni a chi fa contratti con le imprese (i creditori chirografari, i deboli) posto che le banche (i creditori forti) le 12

13 garanzie se le procuravano anche prima, con delle ipoteche sui beni immobili delle aziende nel momento della concessione del credito. Due sono le strade: una, quella tradizionale, consiste nel sancire che i creditori sono tutti ugualmente importanti e poi, se i soldi ricavati dalla liquidazione degli asset non bastano, i creditori non garantiti non ricevono nulla, se non il diritto a rivalersi ancora in futuro sul fallito nel caso che egli entri in possesso di nuove ricchezze, e non voglia o non riesca in nessun modo a intestarle a qualcun altro; l'altra, quella dell'economia del diritto, è quella di rendere conveniente per l'imprenditore - anche promettendogli con l'esdebitazione che avrà nuove chance di intraprendere denunciare tempestivamente il suo stato di crisi in modo da arrivare al fallimento con un impresa non decotta, e quindi con la possibilità di concretizzare un attivo maggiore per soddisfare i creditori, così da ripagare anche gli ultimi della fila, quelli deboli. Si può discutere se un sistema sia più efficace dell'altro, ma perché uno sarebbe la tutela dei deboli e l'altro la legge dei forti? Daniela Marchesi 13

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