Origine e uso del latino e del volgare

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1 PIER VINCENZO MENGALDO Origine e uso del latino e del volgare [...] Sulla formazione concreta delle gramaticae e in particolare del latino, il testo dantesco non è esplicito, tuttavia offre alcuni spunti notevoli. Anzitutto, coerentemente alla visione del latino come locutio artificialis, Dante non postula minimamente, come fa la linguistica moderna, la derivazione delle lingue di sì, d oc e d oil da esso latino. Al contrario, base dei volgari romanzi è un idioma naturale postbabelico recato in Europa da una parte dei transfughi da Babele. Quando e come nasce il latino? In De vulgari eloquentia I I 3, dopo aver parlato della locutio vulgaris, Dante aggiunge: Est et inde alia locutio secundaria nobis, quam Romani gramaticam vocaverunt, dove secundaria varrà «formata in un secondo tempo» e inde potrebbe indicare un rapporto di derivazione della gramatica dalle lingue volgari, o anche una fase successiva («poi»), o ancora equivalere semplicemente ad «anche». In ogni caso l esercizio della gramatica appartiene in genere a una fase posteriore all uso del volgare naturale. Dal passo citato di De vulgari eloquentia I IX si ricava quindi che il latino e le altre lingue grammaticali sono state create relativamente tardi, cioè non solo dopo la confusione babelica, ma in una fase di differenziazione linguistica progredita, dato che furono regolate de comuni consensu multarum gentium. L inizio del capitolo successivo apre forse uno spiraglio sulla concezione dantesca del rapporto genetico che lega il latino ai volgari: infatti, confrontando i pregi rispettivi delle lingue italiana, provenzale e francese, Dante suggerisce che forse un elemento di privilegio in favore dell italiano deriva da ciò, che gramaticae positores inveniuntur accepisse sic adverbium affirmandi; quod quandam anterioritatem erogare videtur Ytalis, qui sì dicunt (De vulgari eloquentia I X 1). [...] Non c è dunque dubbio che nel De vulgari eloquentia Dante concepisca il latino come lingua del tutto convenzionale, e che l aggettivo artificialis vada quindi inteso letteralmente. Ci si può chiedere se anche dal Convivio emerga in tutto e per tutto la stessa concezione. A prima vista parrebbe senz altro di sì: in Convivio I V 14 si proclama non solo che lo volgare seguita uso, e lo latino arte, ma anche che lo latino è perpetuo e non corruttibile, e lo volgare è non stabile e corruttibile ( 7; e v. meglio più oltre). A taluno è parso tuttavia che alla completa identificazione tra latino e lingua grammaticale si opponga un passo di Convivio I XI 14 in cui, polemizzando contro coloro che lodano il provenzale e disprezzano l italiano, Dante dice: Contra questi cotali grida Tullio nel principio d un suo libro che si chiama Libro di Fine de Beni [cfr. Cicerone, De finibus bonorum et malorum I I], però che al suo tempo

2 biasimavano lo latino romano e commendavano la gramatica greca per simiglianti cagioni che questi fanno vile lo parlare italico e prezioso quello di Provenza. Qui il latino romano sarebbe qualcosa di diverso dalla gramatica, una lingua ancora viva e mobile. In realtà non c è nulla nel passo, né nella fonte ciceroniana, che obblighi a questa interpretazione: il confronto può essere benissimo tra gramatica e gramatica, e anzi, poiché esso serve di riscontro ad analogo confronto tra due entità qualitativamente eguali come i due volgari italiano e provenzale, tale interpretazione è anche contestualmente preferibile. [...] Il raffronto tra le rispettive qualità del latino e del volgare ha un ruolo fondamentale nel pensiero linguistico dantesco all epoca dei due trattati. Tale confronto è dapprima impostato nel I libro del Convivio in rapporto (come occorre tener sempre presente) a un problema concreto, la giustificazione del fatto che il commento alle canzoni volgari sia steso in volgare e non in latino. Un commento latino, argomenta Dante, non sarebbe stato, come dev essere, servo e subietto dei testi da commentare, ma sovrano, e per nobilità e per vertù e per bellezza. Per nobilità, perché lo latino è perpetuo e non corruttibile, e lo volgare è non stabile e corruttibile. Il latino antico è quello medesimo che oggi avemo, mentre il volgare a piacimento artificiato si transmuta, cosa che abbiamo sotto i nostri occhi solo a confrontare la situazione di cinquant anni fa con l attuale (ed è qui, sul tema della mutevolezza del volgare, che Dante inserisce l annuncio di un opera di Volgare Eloquenza che intende scrivere). Ancora, il latino sarebbe stato sovrano per vertù, se virtuoso è ciò che riesce a realizzare quello a cui è ordinato, e tanto più virtuoso quanto meglio lo realizza. Così lo sermone, lo quale è ordinato a manifestare lo concetto umano, è virtuoso quando quello fa, e più virtuoso quello che più lo fa; onde, con ciò sia cosa che lo latino molte cose manifesta concepute ne la mente che lo volgare far non può, sì come sanno quelli che hanno l uno e l altro sermone, più è la vertù sua che quella del volgare. Infine, sarebbe stato sovrano per bellezza. Bello è ciò in cui le parti debitamente si rispondono, per che de la loro armonia resulta piacimento, come ad esempio è bello un canto quando le voci di quello, secondo debito de l arte, sono intra sé rispondenti. Dunque quello sermone è più bello ne lo quale più debitamente si rispondono [le parole; e più debitamente si rispondono] in latino che in volgare, però che lo volgare seguita uso, e lo latino arte: onde concedesi esser più bello, più virtuoso e più nobile (Convivio I V 7-14). Nei capitoli successivi seguono altre argomentazioni, di cui ecco le più interessanti. Il latino non sarebbe stato, come necessario, conoscente delle canzoni volgari: infatti lo latino conosce lo volgare in genere, ma non distinto: che se esso lo conoscesse distinto, tutti li volgari conoscerebbe... e così in qualunque uomo fosse tutto l abito del latino, sarebbe l abito di conoscenza distinto de lo volgare. Ma questo non è; ché uno abituato di latino non

3 distingue, s elli è d Italia, lo volgare [inghilese] da lo tedesco; né lo tedesco, lo volgare italico dal provenzale. Neppure potrebbe il latino conoscere gli amici del volgare: lo latino non ha conversazione con tanti in alcuna lingua con quanti ha lo volgare di quella, al quale tutti sono amici; e per conseguente non può conoscere li amici del volgare; è bensì vero che esso pur conversa con alquanti amici de lo volgare, ma non è familiare di tutti (Convivio I VI 7-11). Inoltre il latino non avrebbe potuto essere misuratamente obediente dei testi volgari, tra l altro proprio per la sua superiorità, perché anche sanza lo comandamento di questo signore [le canzoni] averebbe esposite molte parti de la sua sentenza ed espone, chi cerca bene le scritture latinamente scritte che non lo fa lo volgare in parte alcuna; né avrebbe potuto adempiere il comandamento delle canzoni che comandano e vogliono essere esposte a tutti coloro che possono comprenderle. E lo latino non l averebbe esposte se non a litterati, ché li altri non l averebbero inteso. Onde con ciò sia cosa che molti più siano quelli che desiderano intendere quelle non litterati che litterati, seguitasi che non averebbe pieno lo suo comandamento come l volgare, che da li litterati e non litterati è inteso. Anche, lo latino l averebbe esposte a gente d altra lingua, sì come a Tedeschi e Inghilesi e altri, ma allora avrebbe passato lo loro comandamento, esponendo il loro contenuto (sentenza) a chi non può cogliere la loro bellezza: perché nulla cosa per legame musaico [cioè «musicale»] armonizzata si può de la sua loquela in altra transmutare sanza rompere tutta sua dolcezza e armonia; ed è per questo che Omero non è stato tradotto in latino e che i versi del Salterio, tradotti dall ebreo in greco e da questo in latino, hanno perso la loro dolcezza di musica e d armonia (Convivio I VII 8 e 11-16). Fin qui le ragioni negative dell uso del volgare. Seguono le ragioni positive. La scelta del commento volgare e non latino è stata mossa da liberalitade, cioè desiderio di dare a molti, di dare utili cose e sanza essere domandato lo dono, dare quello (VIII 1-2). Il latino non avrebbe così servito a molti, perché li litterati fuori di lingua italica non averebbono potuto avere questo servigio, e quanto ai letterati italiani, per la loro avarizia e ignobiltà non ne avrebbero tratto profitto; lo latino averebbe a pochi dato lo suo beneficio, ma lo volgare servirà veramente a molti, cioè principi, baroni, cavalieri, e molt altra nobile gente, non solamente maschi ma femmine, che sono molti e molte in questa lingua, volgari e non litterati (IX 2-5). Solo a chi è veramente nobile può essere utile la sentenza de le canzoni, che intende inducere li uomini a scienza e a vertù, e i nobili sono quasi tutti volgari ( 7-8). Infine un commento volgare e non latino può offrire un dono non dintandato, perché il volgare darà se medesimo per comento, che mai non fu domandato da persona; e questo non si può dire de lo latino, che per comento e per chiose a molte scritture è già stato domandato ( 10). Al commento volgare Dante è stato mosso da naturale amore

4 de la propria loquela (Convivio I X 5), in polemica contro i malvagi che disprezzano l italiano e lodano il provenzale: così per questo comento la gran bontade del volgare di sì [si vedrà]; però che si vedrà la sua vertù, sì com è per esso altissimi e novissimi concetti convenevolemente, sufficientemente e acconciamente, quasi come per esso latino, manifestare (affermazione che pare una risposta alla tesi di Egidio Colonna sopra riportata): tale manifestazione è più piena in prosa che in poesia, per le accidentali adornezze che quivi sono connesse, cioè la rima e lo ri[tim]o e lo numero regolato (Convivio I X 12). Dopo un capitolo di polemica contro i detrattori del volgare italiano, Dante passa a chiarire le ragioni del proprio intimo legame con la sua lingua naturale: essa gli è più prossima di qualunque altra, perché lo volgare è più prossimo quanto è più unito, che uno e solo è prima ne la mente che alcuno altro, e che non solamente per sé è unito, ma per accidente, in quanto è congiunto con le più prossime persone, sì come con li parenti e con li propri cittadini e con la propria gente. E questo è lo volgare proprio; lo quale è non prossimo, ma massimamente prossimo a ciascuno (XII 5-6); gli è amica per la sua bontade, com è vero che in ciascuna cosa di sermone lo bene manifestare del concetto sì è più amato e commendato, e questa capacità, come già detto, è propria del volgare italiano; da esso Dante ha ricevuto grandissimi benefici, perché questo mio volgare fu congiugnitore de li miei generanti, che con esso parlavano... per che manifesto è lui essere concorso a la mia generazione, e così essere alcuna cagione del mio essere. Ancora, questo mio volgare fu introduttore di me ne la via di scienza, che è ultima perfezione, in quanto con esso io entrai ne lo latino e con esso mi fu mostrato: lo quale latino poi mi fu via a più innanzi andare (XIII 4-5); con esso è stato legato da un medesimo studio: infatti ciascuna cosa studia naturalmente,a la sua conservazione: onde, se lo volgare per sé studiare potesse, studierebbe a quella; e quella sarebbe acconciare sé a più stabilitade, e più stabilitade non potrebbe avere che in legar sé con numero e con rime. E questo medesimo studio è stato mio, sì come tanto è palese che non dimanda testimonianza ( 6-7). Donde l appassionata conclusione del libro ( 12): Questo [il commento volgare] sarà quello pane orzato del quale si satolleranno migliaia, e a me ne soperchieranno le sporte piene. Questo sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà là dove l usato [lo scrivere in latino] tramonterà, e darà lume a coloro che sono in tenebre e in oscuritade per lo usato sole che a loro non luce. Che la discussione sulla legittimità di un commento volgare si distenda per quasi tutto il libro proemiale del Convivio, dimostra quanto il problema era scottante per Dante. Riassumendo la varia casistica delle argomentazioni dantesche, appare che i superiori pregi del latino sono connessi al suo stesso carattere di artificialità : il latino è regolare e stabile (e

5 l esigenza di stabilità è canone fondamentale per la mente medievale), e possiede un armonia e una capacità espressiva assai più collaudate del volgare. La difesa del volgare è legata invece al riconoscimento del suo carattere di naturalità, del suo rapporto intimo col parlante e scrivente, e d altra parte alla sua possibilità di essere inteso da un pubblico più vasto dei pochi esperti di latino, elemento decisivo nella prospettiva democratica e pedagogica che Dante assume nel Convivio. L iniziativa di un commento volgare è anche legata a un movente sperimentale (esperire il volgare in un settore, quello dei commenti, tradizionalmente dominato dal latino), e soprattutto alla volontà di trarre in luce le potenziali capacità del volgare stesso, e in questo senso la legittimazione del commento volgare s intreccia inscindibilmente a una politica culturale di alternativa all egemonia del provenzale e forse anche (come non è detto ma probabilmente sottinteso, se si pensa che il maggiore esperimento di prosa didattica anteriore a Dante è il Tresor di Brunetto Latini) del francese. D altra parte le argomentazioni del I libro del Convivio si sogliono considerare un po troppo in blocco, sia pure un blocco venato di contraddizioni. Pare invece evidente che esse sono disposte secondo una linea in progresso, e che la difesa del volgare è una tesi in fieri, che si sviluppa e precisa via via nel corso stesso della discussione. Senza arrivare, s intende, a mettere in discussione le ragioni di superiorità del latino, Dante infatti perviene ad attenuarle e sfumarle strada facendo. Se dapprima il volgare è dichiarato senz altro inabile a esprimere molti contenuti di competenza del latino, in seguito è affermata la sua capacità di manifestare altissimi e novissimi concetti al più alto livello, quasi come per esso latino; se dapprima uno dei discrimini tra latino e volgare è posto nella stabilità del primo rispetto alla fluidità dell altro, in seguito si riconosce che tuttavia la strutturazione formale del volgare entro una tecnica poetica rigorosa lo può condurre, anzi ha già avviato a condurlo, a più stabilitade. Di qui muove la teoria del volgare nel De vulgari eloquentia, opera che già nel suo stesso piano concettuale s inserisce in quella legittimazione del volgare che il Convivio ha iniziato. Suo scopo è infatti non solo la dimostrazione della possibilità di un eloquenza volgare, fondata su norme parallele a quella latina, ma precisamente la fissazione di leggi retoriche rigorose per la poesia volgare, cioè di quegli elementi costruttivi non casuali ma regolati che appunto conferiscono stabilitade a una lingua. Pertanto in essa si approfondisce, e caratteristicamente fin dalle prime battute, il tema del confronto col latino discusso nel I libro del Convivio. Dopo aver abbozzato alcune caratteristiche differenziali del volgare e della gramatica, Dante così prosegue: Harum quoque duarum nobilior est vulgaris [scil. locutio]: tum quia prima fuit humano generi usitata; tum quia totus orbis ipsa perfruitur, licet in diversas prolationes et vocabula sit divisa; tum quia naturalis est nobis, cum illa potius

6 artifzcialis existat (De vulgari eloquentia I I 4). Le due prime argomentazioni proseguono manifestamente quelle analoghe del Convivio (priorità e maggior diffusione del volgare). Nuova è la terza e conclusiva, e nuova è la complessiva proclamazione di maggior nobiltà del volgare. Dante ha per così dire portato sul piano del diritto le constatazioni di fatto sulla necessità del volgare svolte nell altro trattato. In particolare, ha trasformato il binomio arte - uso in quello convenzione - natura, caricando il secondo termine del segno positivo. Donde poi la necessità di precisare quella nozione di artificialità del latino che nel Convivio non era esplicitata. È stato osservato che dietro all affermazione di maggior nobiltà del volgare in quanto, anche, naturale rispetto al latino artificiale, sta un parametro concettuale di tipo scolastico, quello per cui l arte è subordinata alla natura, diretta emanazione di Dio, di cui è imitazione, onde vostr arte a Dio quasi è nepote (cfr. Inferno XI 97 ss.). Ma importa il fatto che Dante abbia voluto servirsi per il suo scopo concreto di questo parametro. Lo sviluppo delle argomentazioni del Convivio porta dunque a una vitale contraddizione con una delle tesi là sostenute. A taluni interpreti (per primo il Rajna) è parso che la contraddizione sia apparente, poiché nel I del Convivio si parlerebbe di uno specifico volgare, quello italiano, nel De vulgari eloquentia invece del volgare in quanto linguaggio universale, coincidente con la «facoltà stessa del linguaggio». Ma è ben difficile riscontrare nel testo dantesco tracce di questa sottile distinzione. Mentre secondo il Parodi si ha nei due trattati uno spostamento del punto di vista non già sul piano del confronto tra le due lingue, quanto riguardo alla considerazione della natura e dell arte, poiché da una parte la prima è giudicata, nella sua essenza generale, più nobile, ma dall altra la seconda, in quanto progresso della natura, appare superiore. Il che è vero, ma non muta i termini del problema. Ciò non significa naturalmente la minima diminuzione del riconoscimento di superiorità effettuale del latino. Per tutto il De vulgari eloquentia, al contrario, la regolarità della lingua e dell ars dei latini è vista come la ragione essenziale per cui la prassi poetica e la teorizzazione dell eloquenza volgare devono assumere a modello i poetae regulares e le doctrinatae poetriae (cfr. in particolare De vulgari eloquentia II IV 3). E quella regolarità è precisamente connessa all artificialità del latino stesso. Per questa semplice ragione non convincono le ipotesi del Vinay, per cui la valutazione del latino come lingua artificiale e l esaltazione del volgare sarebbero messi in crisi dai successivi sviluppi del pensiero politico di Dante, incentrati sull idea di universalismo imperiale (il cui strumento linguistico era di necessità il latino), nel IV del Convivio e nella Monarchia (ma è stato obiettato che la fedeltà all idea imperiale non esclude ma implica la coscienza dell italianità), e poi anche dalla funzione fondamentale di guida che Virgilio assume nella Commedia. Una spia del mutato

7 atteggiamento sarebbero i versi di Purgatorio VII 16-17, in cui Sordello così apostrofa Virgilio: O gloria di Latin... per cui / mostrò ciò che potea la lingua nostra: per il Vinay saremmo di fronte a un implicita ritrattazione, e i versi significherebbero: «Il volgare d Italia è la lingua dei latini in quanto tali, la gramatica è la lingua dei latini in quanto destinati da Dio a governare il mondo: l uno e l altra lingua nostra per la congiunta italianità e universalità di Roma» (G. Vinay, Ricerche sul De vulgari eloquentia, «Giornale storico della letteratura italiana», CXXXVI, 1959, pp ; p. 258). La spia resterebbe in ogni caso debole; ma è stato anche osservato che lingua nostra, come nostro sermone altrove, potrebbe semplicemente significare lingua umana. Comunque del problema del latino Dante non ha più parlato dopo l epoca del Convivio e del De vulgari eloquentia, il che è pure significativo, se si considera che ancora all altezza del Paradiso (canto XXVI) ci sarà spazio per la palinodia di una precedente convinzione in materia linguistica: dov è anzi verosimile, secondo ha indicato il Contini (Dante come personaggio-poeta della «Commedia», «L approdo letterario», n.s. IV, gennaio-marzo 1958, pp ; p. 27), che la sottolineatura dell intrinseca variabilità di ogni lingua naturale, anche quella di Adamo, suoni implicita continuazione dell atteggiamento agonistico verso l immutabile gramatica, come «una sorta di blasone interno alla Commedia, ad autogiustificare il paradosso del poema sacro in una lingua peritura». Da altro punto di vista, quella palinodia sottrae un importante elemento al sistema complessivo entro cui, al tempo del De vulgari eloquentia, si reggeva anche la concezione dell immutabilità del latino. Alla legge dell intrinseca mutevolezza delle lingue enunciata nel trattato facevano infatti eccezione da una parte il latino, in quanto linguaggio convenzionale, creato appunto perché mutevole non fosse, e la lingua adamitica, concreata col primo uomo da Dio stesso. In Paradiso XXVI questa seconda eccezione viene a cadere, e la maturazione di pensiero che ne è alla base colpisce di fatto più che di striscio anche il concetto della grammaticalità del latino, anche se Dante non ne ha tratto in pratica le conseguenze implicite. Dalla voce Gramatica in Enciclopedia dantesca, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, , vol. III, pp

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