PRATICHE ETNOGRAFICHE IN FORMA DI MUSEO

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1 CORSO DI LAUREA SPECIALISTICA IN ANTROPOLOGIA CULTURALE, ETNOLOGIA, ETNOLINGUISTICA TESI DI LAUREA PRATICHE ETNOGRAFICHE IN FORMA DI MUSEO Relatore PROF. CH.MO GLAUCO SANGA Correlatore CH..MO PROF. ITALO SORDI Correlatrice C.MA PROF.SSA FRANCA TAMISARI Laureanda AGAR COPPINI Matricola A.A.2013/2014

2 INDICE INTRODUZIONE pag. 1 1-MUSEI DI IERI E DI OGGI pag. 3 2-LA CONSERVAZIONE pag LA COSTRUZIONE DI UN METODO: IL MUSEO DEL LINO 2.2-L'OGGETTO DELLA QUESTIONE pag I BENI CULTURALI IMMATERIALI TRA CONTINUITA' E AGGIORNAMENTI LEGISLATIVI, CONCETTUALI E METODOLOGICI pag LE AZIONI ISTITUZIONALI 3.3-ANTROPOLOGIA E PATRIMONIALIZZAZIONE DEI BENI CULTURALI IMMATERIALI pag LA GESTIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE IMMATERIALE LOMBARDO ATTRAVERSO L'ARCHIVIO DI ETNOGRAFIA E STORIA SOCIALE pag a-CONVENZIONE PER LA SALVAGUARDIA DEL PATRIMONIO CULTURALE IMMATERIALE pag b-LEGGE REGIONALE PER LA VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE IMMATERIALE pag TRACCE DELL'IMMATERIALE E MUSEI ETNOGRAFICI pag. 85

3 4.1-O LA FRITULA O EL RASìN: IL FALO' DI PESCAROLO pag a-TESTIMONIANZA DI GIUSEPPE MARAZZI pag INDOSSARE LE TRADIZIONI: PREMANA E L'AUTORAPPRESENTAZIONE DEL PROPRIO SE' CULTURALE pag MUSEO DEI GESTI E DELLE VOCI: CONCRETIZZAZIONI DELL'IMMATERIALE AL MEAB pag a-SCHEDE FILMOGRAFICHE pag IL RATTOPPO pag SAPER FARE RATTOPPANDO 5.2-GLI OGGETTI IN MOSTRA pag LE NOSTRE MAGLIE NON FINIVANO MAI pag RATTOPPI D'ARTISTA pag. 171 CONCLUSIONI pag. 184 SEZIONE FOTOGRAFICA documento separato in pdf BIBLIOGRAFIA pag. 185

4 Voglio ringraziare soprattutto le persone che mi hanno insegnato qualcosa semplicemente essendo quello che sono. Ringrazio i professori Glauco Sanga, Italo Sordi e Franca Tamisari per la pazienza infinita che hanno avuto, oltre che per la loro competenza, perchè anche senza di loro, decisamente, non sarei arrivata fin qui.

5 INTRODUZIONE Obiettivo della mia indagine è stato quello di comprendere in cosa possa consistere concretamente, a livello operativo, il carattere di etnograficità di un museo: attraverso che tipo di approcci e quali forme di pratiche possa venire espressa una vocazione museale etnografica. Ho concentrato la ricerca nella mia regione di residenza, la Lombardia, prendendo in considerazione musei molto diversi tra loro perchè attraverso la comparazione ne potessero emergere in modo chiaro gli aspetti peculiari. I musei su cui ho concentrato l'attenzione sono il Museo del Lino di Pescarolo, in provincia di Cremona; il Museo Civico Polironiano di San Benedetto Po, in provincia di Mantova; il Museo Giacomo Bergomi di Montichiari, in provincia di Brescia; il Museo Etnografico di Premana e il Museo Etnografico dell'alta Brianza, entrambi in provincia di Lecco. Oltre a questi, che fanno tutti parte di Rebèl, la Rete dei Musei e dei Beni Etnografici Lombardi nata tra il 2005 e il 2006, ho dato spazio al Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro, in provincia di Parma, particolarmente significativo per la ricchezza della collezione e per i criteri scelti dall'autore per darle forma e in seguito valorizzarla, sia nell'allestimento che nell'approccio agli oggetti proposto al pubblico. Dei musei sono state esaminate la storia dalla fondazione e le attività svolte nel presente, avendo così modo di conoscere, attraverso l'osservazione diretta di casi concreti, molte delle problematiche affiorate negli studi di museografia etnografica dal momento della nascita della maggior parte di essi, tra gli anni '70 e '80, ad oggi. Quello etnografico continua a presentarsi come un ambito disciplinare museale caratterizzato da una forte eterogeneità, a livello locale come a livello nazionale. Pur non potendo individuare precise tipologie, perchè ogni museo è il risultato di una combinazione di elementi che lo rende unico, nell'attenermi a una ristretta zona di studio ho cercato di individuarne 1

6 alcuni che per varietà dei tratti dominanti potessero illustrare una situazione più generale. La quale risulta composta da musei che dialogano con altre istituzioni museali, e con etnografi e antropologi, come da altri che tendono a chiudersi nella realtà locale. La tendenza all'isolamento localistico si da sia nel caso di istituzioni museali più longeve che in quelle di recente formazione, aperte e gestite senza una visione consapevole e lungimirante, con lo scopo più o meno esplicito di farne un uso strumentale, sfruttando la legittimazione che può offrire un istituto culturale a rivendicazioni identitarie, attraverso valori di autenticità e tipicità attribuiti alla tradizione locale. Quella di tradizione locale è un'idea che "si presta" facilmente a essere malintesa, che spesso costituisce una sorta di prigione dorata entro cui intere comunità o attori sociali si autorappresentano per ricavarne prestigio o potere per fini politici o economici. Oltre a occuparsi di conservazione e di valorizzazione delle collezioni di cultura materiale e dei beni immateriali locali, i musei etnografici possono assumere una funzione altrettanto importante di intermediazione culturale, oggi più che in passato. Nella ricerca si è voluto dare spazio anche al tentativo di comprendere quale sia la parte giocata dai musei presi in considerazione nei rispettivi tessuti sociali. Quale valore venga attribuito loro dalle comunità di appartenenza e come gli stessi musei si collochino rispetto alle problematiche più attuali per l'antropologia e per la contemporaneità in generale. Concetti di identità, tradizione e patrimonio hanno infatti acquisito un nuovo peso nelle dinamiche socioculturali a causa dei grandi cambiamenti provocati dai fenomeni di globalizzazione e di patrimonializzazione. L'esposizione della ricerca non vuole essere tanto a una descrizione particolareggiata di ognuno dei musei conosciuti, quanto mettere in rilievo alcuni degli aspetti che maggiormente li caratterizzano, affrontando tematiche centrali per la museografia etnografica. 2

7 MUSEI ETNOGRAFICI DI IERI E DI OGGI Comporre il ritratto del Museo del Lino di Pescarolo seguendone i passi più significativi compiuti dal momento della costituzione embrionale della collezione sino alla forma attuale, è un'occasione per prendere in considerazione molti degli aspetti che hanno interessato e tuttora interessano i musei etnografici nel loro complesso. A prescindere dalle coordinate geografiche e temporali in cui si è trovato ad agire, ognuno di essi si è dovuto confrontare prima o poi con identiche problematiche sul piano sia teorico che operativo, e, le scelte effettuate di volta in volta, oltre a determinarne la peculiare identità, hanno contribuito a incrementare il patrimonio di conoscenze e riflessioni condiviso, alla base dell'ambito disciplinare di riferimento. Dal punto di vista storico il caso del Museo del Lino, fondato nel 1977, è rappresentativo dei tanti musei di vocazione etnografica sorti negli ultimi decenni del Novecento, in particolare negli anni '70, che si sono rapidamente diffusi sul territorio nazionale, tanto da far parlare del "più straordinario processo museale di tutti i tempi" 1. Molte delle collezioni nate in questo periodo furono di formazione spontanea, presero vita cioè senza un preciso progetto a partire dall'iniziativa di singoli individui o gruppi locali che si dedicarono alla salvaguardia di oggetti della cultura contadina del proprio territorio, in via di rapida sparizione sotto la spinta del processo di industrializzazione. A Pescarolo erano da tempo presenti spiccate condizioni di sensibilità e consapevolezza sociali 2, necessarie premesse 1 Togni R., Forni G., Pisani F., Guida ai musei etnografici italiani, Leo S. Olschki Editore, Firenze, 1997, pag Il paese si trova in una zona agricola che è stata gestita fino alla metà del secolo scorso soprattutto da grossi proprietari terrieri, mentre i campi di Pescarolo da diversi secoli sono appartenuti a piccoli proprietari. Questa caratteristica ha comportato un forte radicamento della coscienza di classe, qui, prima e più che nei paesi limitrofi. Così descrive Pescarolo Stefana Mariotti, presidente del museo: "un paese della pianura. Un paese agricolo la cui caratteristica è stata per secoli il grande frazionamento della proprietà terriera. Una comunità di contadini, di famiglie che abitano a Pescarolo da secoli. Ma anche un paese di salariati agricoli che abitavano le grandi cascine che circondano il paese. [...] comune capo mandamento, centro politico e 3

8 per dar vita a una concreta opera di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio di conoscenze e pratiche tradizionali che stava rischiando di sparire senza lasciar traccia di sé. Patrimonio all'epoca non riconosciuto come tale, ma considerato perlopiù come uno scarto residuale, cascame di un passato non più utilizzabile, scalzato da un nuovo modello di vita inurbato e industriale. I fondatori del Museo del Lino, che negli anni '70 erano in stretto rapporto con intellettuali come Danilo Montaldi e Romano Alquati 3, avevano una formazione tale da permettere un approccio critico alla collezione che si andava formando e alle operazioni che sarebbe stato necessario svolgere perchè venisse valorizzata. Cosa che raramente accadde per le altre nuove formazioni di materiali simili. Ogni museo etnografico si è impegnato a rispondere alle problematiche comuni con tempi e modi necessariamente propri, diversi, e il panorama che si è andato costituendo era dei più eterogenei: c'è stato chi ha agito con più o meno rigore scientifico, chi è stato più attivo intendendo il costituirsi in museo della propria collezione il punto iniziale di un percorso tutto da costruire, e chi si è adagiato su una vecchia idea di museo identificato più come un contenitore che nell'esposizione adempie al suo scopo, ma tutti dovendo far fruttare le poche risorse a disposizione e, soprattutto inizialmente, con la creatività e l'impegno di chi era animato da senso civico e passione intellettuale. Anche questo iniziale proliferare incontrollato e autogestito, in cui ogni realtà locale ha potuto sperimentarsi in relativa libertà, ha contribuito alla creazione di un deposito comune di riflessioni e proposte che, sedimentatosi nel tempo, è ora una solida base di riferimento riconosciuta e a cui attingere. Prova ne sia ad esempio la recente amministrativo, luogo del dibattito politico. Il mandamento delle grandi lotte sociali che eleggeva il deputato socialista Leonida Bissolati". Mariotti S., Pescarolo e il Museo del Lino - Appunti, in Merisi F., a cura di, Museo del Lino. Le collezioni gli strumenti i manufatti, Edizioni Museo del Lino, Pescarolo ed Uniti (Cr), 1999, pag Danilo Montaldi è ricordato come uno dei fondatori della "nuova sociologia" italiana, mentre Romano Alquati ha preso parte alla nascita dei Quaderni rossi. 4

9 costituzione di Rebèl, la Rete dei Musei e dei Beni Etnografici Lombardi, che, adottando un approccio critico e riflessivo, attraverso il dialogo e il confronto cerca di ottimizzare le risorse individuali e collettive dei suoi membri per elaborare strategie di sviluppo comuni perchè questi partecipino in modo più attivo alla vita culturale del presente, e attraverso questa partecipazione risultino essi stessi più visibili e riconosciuti a livello istituzionale come a livello popolare, perchè possa crescere la consapevolezza sociale della loro importanza. Tenace promotore della raccolta di oggetti del mondo contadino nella zona di Pescarolo fu Casimiro Becchi, che si occupò del recupero dei materiali d'uso quotidiano nelle cascine della zona fin dagli anni '50: tutti gli davano oggetti perchè lui andava nelle cascine in una doppia veste: da una parte era il segretario del partito comunista, quindi i braccianti lo vedevano di buon occhio, però anche i padroni, perchè era un messo comunale al lavoro, quindi un uomo di fiducia, andava a portare notizie, era uomo del comune. Quindi veniva facile [recuperare oggetti] 4. e che, in seguito, grazie alla ricettività di un gruppo di giovani che già animava la vita politica e culturale del paese potè avviare un concreto progetto museale, la cui attività oggi, in virtù dell'alto livello di impegno mantenuto nel tempo, risulta essere una delle più rilevanti a livello regionale. Così rievoca gli anni della formazione della raccolta prima, e del museo poi, Stefana Mariotti, attuale presidente del museo: [...] un piccolo gruppo di persone, tre, quattro, si fa carico dalla fine degli anni '50 di raccogliere, dalla perduta memoria, tutto ciò che veniva buttato via o bruciato: vecchi attrezzi, macchine usate per coltivazioni e lavori scomparsi. Si chiedevano perchè perdere la memoria di un mondo passato e si preoccupavano di conservarla per trasmettere la conoscenza di una cultura, di 4 Da un'intervista al direttore, Fabrizio Merisi, registrata presso il museo nell'ottobre

10 una condizione di vita così diversa da quelle che conosciamo che era difficile da capire. Si chiedevano perchè di quella condizione materiale che per secoli era rimasta immutata si dovesse perdere anche il ricordo. E' così che ha inizio la raccolta di materiali da cui è nato il Museo del Lino. Il cammino è stato lungo,molte volte è stato difficile comprendere e farsi comprendere. Poi, ai primi raccoglitori si è aggiunto un gruppo che ha iniziato un lavoro di ricerca per collocare nella giusta dimensione i materiali raccolti, per capire e interpretare le condizioni di vita e la cultura a cui si riferivano. Si sono posti problemi difficili. Poi, attraverso la ricerca, si è capito che c'erano lavori e coltivazioni, ora scomparsi, attraverso i quali la famiglia contadina trovava e realizzava un suo modo di apparire, attraverso la quale si misurava la qualità dei rapporti sociali. La coltivazione del lino soprattutto. Il lino coltivato per l'uso familiare, solo raramente per essere commercializzato. Il lino simbolo della fatica delle donne: il filo con cui tessere e ricamare la dote e così aumentare il proprio valore di merce 5. Le operazioni di vero e proprio salvataggio compiute in quegli anni per preservare tracce della cultura popolare avevano un carattere di urgenza tale da dover necessariamente essere fattuali, concentrate cioè più sull'azione che sulla riflessione teorica, tanto più che i gruppi costituiti per occuparsi delle nuove collezioni erano formati in prevalenza da persone sprovviste di competenze specifiche sia in campo museografico che antropologico. A materiale acquisito alcune domande divennero però improrogabili, e alla fase preliminare di recupero degli oggetti conseguì una fase organizzativa in cui le nascenti realtà museali dovettero delineare itinerari di sviluppo attraverso l'individuazione di finalità precise e relative modalità di attuazione. Una volta cioè stabilito cosa salvare e rendere accessibile alla conoscenza, elementi oggettuali e non della cultura popolare preindustriale, e perchè, in quanto preziose testimonianze di modi vivere e vedere il mondo prossimi quanto ormai remoti, si faceva necessario stabilire come farlo. 5 Ivi, pagg. 11, 12. 6

11 A Pescarolo si è optato per la specializzazione sulla lavorazione del lino 6, in parte perchè risultava essere l'attività produttiva più rappresentativa della zona e la meglio documentata dalla raccolta, e in parte perchè focalizzando l'attenzione su uno specifico argomento, pur senza escluderne altri, era possibile ridurre i rischi di un approccio generalizzante e vago, quanto astratto e slegato dalla realtà, verso ciò che si voleva far conoscere, i saperi e le dinamiche nella società rurale: lo studio di un singolo aspetto culturale, attraverso le molte componenti che lo costituiscono, si avvicina a ricostruire l'esperienza diretta dei suoi protagonisti conferendo profondità alla conoscenza della società in cui si manifesta 7. Molti altri musei nati per la salvaguardia della cultura locale hanno scelto la via della specializzazione su singoli prodotti o tecniche di produzione fondamentali all'interno della propria economia. Uno degli effetti di questa scelta è che in questo modo di solito è più facile evitare che le collezioni diventino, o vengano percepite, come meri depositi di oggetti del passato accumulati in modo indistinto per eccessivo rigore documentaristico, in modo ripetitivo se non ridondante: scegliere di dare maggiore spazio a un tema particolare significa anche stabilire dei criteri più netti da applicare alla selezione da compiere sul materiale da esporre. Incrementando le pratiche collaborative i musei specializzati potrebbero, grazie alla loro complementarietà, essere utili 6 Dalle parole di Giovanni Arisi, per molto tempo fu il conservatore del museo, apprendiamo come avvenne la scelta: "caratterizzare il museo su un unico tema poteva essere una buona scelta o era in qualche modo riduttiva? Se ne potrebbe discutere a lungo, ma è anche vero che negli anni '70-'80 i musei etnografici sorgevano un po' ovunque e con svariate peculiarità anche se spesso, perchè non dirlo, più che musei o raccolte avevano l'aspetto di fondaci di rigattiere, senza una precisa politica museografica. Da queste considerazioni si decise che il museo si sarebbe specializzato sul lino senza però trascurare altri aspetti che hanno caratterizzato il lavoro, soprattutto femminile, del mondo contadino di fine '800, inizi '900, quali: l'allevamento del baco da seta, il lavoro dei campi, la vita quotidiana". Arisi G., Perchè un Museo del Lino, in Merisi F., Museo del Lino. Le collezioni gli strumenti i manufatti, Edizioni Museo del Lino, Pescarolo ed Uniti (Cr), 1999, pag Riporto con parole mie il racconto fattomi al riguardo dal direttore del museo, Fabrizio Merisi, in una conversazione tenuta al museo nello scorso ottobre. 7

12 nella costruzione di un quadro conoscitivo della cultura contadina esteso a livello nazionale e sovranazionale. Mentre un approccio tematico per comparazione sarebbe uno dei modi più efficaci per evitare che le realtà museali etnografiche, che fanno capo soprattutto a piccole comunità, si possano chiudere entro orizzonti identitari localistici rivendicando l'esclusività di tratti culturali caratterizzanti, e attraverso l'assunzione di una prospettiva relativistica nella loro comprensione, potersi riconoscere come parti attive nella costruzione identitaria delle collettività cui appartengono, con le responsabilità che ne conseguono. Riconoscimento di un valore che si estenderebbe al piano sociale e a quello istituzionale, almeno mitigando quell'alone di inferiorità che da sempre circonda i musei che si occupano di cultura materiale rispetto a quelli storico-artistici o scientifici 8. Soffermarsi sulla scelta compiuta da molti musei di riferirsi ad uno specifico tema, vorrebbe mettere in rilievo come già questa singola questione possa avere determinanti implicazioni per gli sviluppi presenti e futuri del singolo progetto museale come di quello più ampio e condiviso, cui partecipano istituzioni dello stesso tipo in modo più o meno attivo. Dopo il passo costitutivo fondamentale della denominazione 9, con le potenziali conseguenze che già questo atto racchiude in sé, si impose quindi per questi musei la necessità di riflettere sulla valorizzazione della raccolta, sui modi auspicabili e possibili di dar vita alle testimonianze rappresentate dagli oggetti. Divennero 8 Italo Sordi suggerisce di facilitare il dialogo comparativo tra gli oggetti esposti e quelli dello stesso genere di altri musei per mezzo del video, una scelta che sarebbe economica ed efficace allo stesso tempo. Sordi I., La documentazione visiva nel museo. Un'utopia proponibile?, in Pirovano M., a cura di, Oggetti, segni, contesti. Ricerche e prospettive di un museo etnografico, Quaderni di etnografia, n. 1, Edizioni Consorzio Monte Barro-Museo Etnografico dell'alta Brianza, Lecco, 2004, pagg. 143, Oltre alla specializzazione su di un tema specifico, il riferimento è alla scelta del campo disciplinare di riferimento richiamato nel nome, ma che non sempre, soprattutto in passato, è stato scelto in un modo consapevole. Si pensi ad esempio all'uso improprio del termine folkloristico, anche nella scelta dei nomi dei musei di culture locali. 8

13 cruciali a questo punto i problemi relativi alla tutela, come l'adeguata conservazione e gli opportuni interventi di restauro; alla ricerca, come la raccolta di documenti orali e gli approfondimenti su singoli temi; alla fruizione, come l'allestimento, la divulgazione, la didattica. Emblematica del tipo di approccio del museo alla sua stessa specializzazione, intesa come punto di avvio per ricerche di più ampio respiro, la prima mostra svolta, nel 1977, accompagnata da un dossier che raccoglie testimonianze orali sull'argomento, La dote aspetti della condizione del mondo femminile nel mondo contadino all'inizio del secolo: la lavorazione del lino, nella forma del suo prodotto più importante dal punto di vista culturale, costituisce il punto di partenza per un'indagine che della società in esame prenda in considerazione aspetti ergologici, ma anche di genere e di classe, ricostruendo l'intero ciclo della vita femminile e familiare 10. Al museo, in anni più recenti, è stata organizzata una mostra sul rattoppo, 11 pratica e attitudine profondamente radicata nelle culture contadine, dal taglio particolarmente interessante perchè l'argomento fornisce la possibilità di creare collegamenti tra diverse discipline, e che si è cercato di cogliere in un capitolo interamente dedicato all'argomento. Quella basata sull'approccio multidisciplinare è una forma di esposizione ancora poco utilizzata, che potrebbe essere efficace ed incrementata. Tra le attività svolte, è stata notevole la dedizione da parte del museo alle pratiche della conservazione e del restauro 10 Le ragazze cominciavano giovanissime a lavorare alla loro dote e per la famiglia era un vero e proprio investimento. Lo si comprende attraverso gli inventari dotali, veri e propri documenti dal valore legale, redatti al momento del matrimonio: in questo modo le famiglie potevano riavere indietro il corredo o il suo equivalente in denaro in caso della morte della figlia, o i fratelli al momento di dividere l'eredità dei genitori potevano dimostrare che aveva già avuto la sua parte. Nell'affrontare il tema, oltre a conoscere le tecniche di lavorazione del lino sono state ricostruite le relazioni sociali tra generazioni, tra generi e tra classi, quella che era l'economia dell'epoca e aspetti culturali significativi, attraverso l'uso, spesso molto scarso, che si faceva dei manufatti del corredo, conservati con attenzione proprio per la loro preziosità, e per questo motivo arrivati al museo quasi sempre in uno stato ottimale. 11 Il titolo completo dell'esposizione, svoltasi nel 1996, è Il rattoppo. Bisogno e creatività nelle pratiche contadine. 9

14 oltre che dei tessuti, di oggetti e macchinari d'uso quotidiano, la quale è stata per lungo tempo quasi assente nei musei etnografici 12. Un elemento che caratterizza fortemente il museo è la formazione del suo direttore, Fabrizio Merisi, artista professionista, e che a sua volta è stato influenzato nella produzione di opere dal forte coinvolgimento nella vita del museo dalla fondazione. Sono soprattutto gli allestimenti, quello permanente come quelli temporanei, a rivelare un'impronta estetica di particolare grazia. La gestione equilibrata degli spazi e i giochi con le forme e i colori danno rilievo ai manufatti in modo sobrio ma incisivo. Ne viene trasmesso il valore documentale attraverso il loro accostamento in serie, in raggruppamenti che disegnano con tocco leggero composizioni, ma allo stesso tempo ne viene esaltata la matericità, di fatto riuscendo a presentarli come oggetti interessanti anche dal punto di vista estetico. Di ogni reperto è anche l'unicità che viene mostrata attraverso gli aspetti particolari accumulati durante la sua vita, che permettono di definire quelle che sono state le vicende personali dell'oggetto, ma anche risalire al lavoratore che l'ha usato e quindi anche al contesto storico in cui è stato usato. L'oggetto ha un suo iter di vita unico e diverso da un altro che va portato in evidenza, e la comparazione con strumenti simili serve a ripristinare una visione d'insieme della storia in cui ha agito l'oggetto 13. Per Merisi consiste in questo il tipo di la lettura dell'oggetto che il museo etnoantropologico deve saper offrire nell'esposizione al visitatore. Pur essendo portatore anche di un valore estetico, questo aspetto viene subordinato a quel che l'oggetto può raccontare dal punto di vista socioculturale. 12 L'attività svolta in quest'ambito dal museo verrà trattata in modo più dettagliato nel capitolo dedicato alla conservazione. 13 Parole del direttore Fabrizio Merisi tratte da un'intervista avvenuta presso il museo nello scorso ottobre. Merisi parla di "carica vitale emanata dagli oggetti esposti, per il fatto di essere stati usati infinite volte e di essere spesso stati costruiti dallo stesso lavoratore che li avrebbe usati. Gli oggetti rappresentano tutti degli unicum". 10

15 In particolare per documentare la produzione del lino, una volta individuate undici fasi di lavorazione per effettuare la trasformazione della pianta in fibra tessile, sono state stabilite due direttrici su cui sviluppare il percorso tenendo conto di due diversi piani di comprensione degli oggetti. Il direttore spiega che per la complessità e la successione obbligata delle varie fasi [...] rendevano necessario sviluppare un percorso chiaro e intelligibile della progressione tecnica e della successiva trasformazione anche visiva della fibra[...]. Parallelamente non volevo che il singolo oggetto perdesse la sua identità, la sua visibilità strutturale, il suo charme legato alle vicende proprie, prima e dopo la musealizzazione. [...] Nel percorso di andata l'attenzione sarà rivolta a comprendere il modo d'uso dell'oggetto, mentre al ritorno, già conosciuto nella sequenza tecnica, acquisterà una sua autonomia strutturale e formale 14. Se "l'accumulo di ferite, aggiustaggi, riconnessioni, storia di passaggi di mano, fanno dell' oggetto [etnografico] un esemplare unico e prezioso" 15, soprattutto nella recente produzione dell'artista si trovano lo stesso tipo di tracce nei suoi pesci feriti suturati e sanguinanti esposti in teche ed inventari, ripetizioni seriali degli elementi di cui si coglie il valore del singolo pezzo come anche quello d'insieme 16. Il linguaggio maturato nell'esperienza di museografo confluisce in modo disinvolto in quello artistico, in cui si ritrova anche l'effetto della densità della materia vissuta che è caratteristica essenziale anche degli oggetti d'uso esposti nel museo. In molte opere alcuni degli elementi riecheggiano temi oggetto di studio dell'antropologia, come la scritta "apotrepo" applicata come a fare da etichetta o 14 Merisi F., La costruzione del museo, in Simoni C., I musei della cultura materiale. Il progetto, la missione, l'allestimento, Centro Servizi Musei della Provincia di Brescia, Brescia, 2006, pagg Ivi, pag L'ultima esposizione di Merisi, tenuta in una galleria milanese nel 2013, era costituita da assemblaggi che uniscono materiali naturali come steli di rose, tessuti, materiali di recupero e modellini in gesso di pesci dipinti e "fasciati", scritte augurali. A un forte effetto materico, dato dall'usura di molti dei materiali, fa da contraltare un altrettanto forte senso di compostezza del linguaggio. L'esposizione era accompagnata da catalogo, Merisi F., Pesci fasciati relitti reliquie fascinazioni, Spaziotemporaneo - Milano, aprile-maggio Per una migliore comprensione si rimanda alle immagini di alcune delle opere riportate nella sezione finale della tesi. 11

16 salvacondotto per i soggetti delle composizioni Cuscino, relitto, reliquia, o il carattere di "auguralità" dei Corredi per pesci marini. Pur essendo stata quella del Museo del Lino un'esperienza tra le più positive all'interno del fenomeno della museografia spontanea, si deve in generale ad iniziative partite dalla base la nascita dell'attenzione per la tutela di oggetti e saperi del mondo contadino: attribuire loro il valore di testimonianze ha costituito il primo passo perchè non si disperdessero modi di vedere e di vivere il mondo tanto più preziosi quanto ormai lontani dai nostri. Come altrettanto importante è stato il lavoro svolto nel corso del tempo per garantirne la conservazione e la conoscenza. Quel che è importante sottolineare è il tipo di approccio tenuto dal museo nei confronti della cultura tradizionale della comunità di cui si è fatto custode e interprete, che ne abbia fin dall'inizio valorizzato le caratteristiche relativizzandole entro un orizzonte che andasse oltre quello locale, fondando attraverso di esso un rapporto dialogico ed inclusivo col "mondo esterno". Il Museo Etnografico di Premana, fa anch'esso parte di quel fenomeno di ampia quanto rapida diffusione della fine del secolo scorso. Fondato nel 1974, è museo di una comunità che tuttora presenta un consistente patrimonio culturale tradizionale. Paese noto a livello internazionale, almeno fino agli '90, per la specializzazione artigianale nella lavorazione del ferro, di oggetti da taglio come forbici e coltelli in particolare, nel campo degli studi folklorici il suo nome risulta legato soprattutto a una forma di canto corale, il tiir, cui sono state dedicate diverse ricerche La prima ricerca sul tiir fu quella che Pietro Sassu svolse per conto della Regione Lombardia alla fine degli anni '70, che risulta tuttora quella di maggior riferimento. La più recente è quella di Renato Morelli, che all'argomento ha di recente dedicato un filmato vincitore di diversi premi in festival di film etnografici. Di esse e del tiir si parlerà in un modo più dettagliato nel capitolo dedicato a beni immateriali e musei etnografici. 12

17 Se la località si mostra interessante per le sue pratiche rituali cerimoniali e non, ancora attive all'interno di un processo continuo di adeguamento ai cambiamenti dei valori comunitari, altrettanto importante risulta la collezione di oggetti di cultura materiale conservata nel museo, per la quantità e varietà dei reperti legati alla lavorazione artigianale del ferro, ma anche alle attività agro-silvopastorali. Al di là della ricchezza della sua collezione, l'essere ancora impegnato nella raccolta di materiali e svolgere attività didattica, sembra essere più che altro un luogo identificabile come un deposito della memoria e in cui potrebbe essere dedicato più spazio alla ricerca. Metaforicamente, è un po' come se per la comunità di Premana fosse sufficiente vedere e sapere di possedere il materiale che è stato accumulato nel museo, e in generale nel paese, nel corso del tempo, mentre maneggiandolo e spostandolo, vedendolo da altre angolazioni sarebbe possibile costruire un discorso più ricco e più ampio su di esso. Quello che manca a Premana sembra il dialogo diretto con gli oggetti esposti, la capacità di interrogarli e attraverso di essi interrogare se stessa. In questo modo la storia che gli oggetti raccontano è una storia "finita". Nel modo in cui è strutturato oggi il rapporto con la tradizione, sembra che quel c'era da conoscere sia già stato detto e possa bastare, quando la possibilità di un oggetto inteso in un modo etnografico è quella di riaprire e ampliare continuamente orizzonti di senso e discorso, anche attraverso la comparazione, con altri oggetti, tecniche, luoghi. Gli aspetti che caratterizzano più fortemente il Museo Civico Polironiano, anch'esso di "prima generazione", sono la sede dall'alto valore storico-artistico che occupa e le scelte compiute nel dar forma al nuovo allestimento, inaugurato nel La sezione etnografica del museo ha sede negli ambienti dell'antico monastero di San Benedetto in Polirone fondato 13

18 nel 1007 da Tedaldo di Canossa e soppresso da Napoleone nel Il museo presenta la possibilità di una lettura avviene su molteplici piani: vengono a sovrapporsi il piano storicoarcheologico, quello artistico e quello etnografico, in un percorso che li intreccia continuamente. Dal punto di vista strettamente etnografico si è optato per un'integrazione di linguaggi, nella costruzione dell'allestimento, il cui esito è un discorso museografico snello, essenziale, che seppur basato sul rigore scientifico usa spesso un tono che diventa "affabulatorio" o ludico, che mira a coinvolgere non solo l'intelletto del visitatore, ma altre fondamentali componenti della persona, proponendo una forma di apprendimento che avviene attraverso la sollecitazione dell'empatia. I temi sono presentati attraverso la composizione di patchwork di elementi discorsivi: oggetti dati in forma emblematica o evocativa, che più che offrire al pubblico vere e proprie ricostruzioni di ambienti sono citazioni, video, pannelli esplicativi, grosse scritte le cui parole hanno un effetto particolarmente incisivo, giochi di luci ed ombre ce sottolineano l'effetto volutamente scenografico dell'allestimento. Di questo, l'aspetto più interessante introdotto è quello della comparazione tra classi, ancora poco presente nei musei etnografici. Il Museo Giacomo Bergomi, inaugurato nel 2004, risulta interessante oltre che per la raccolta che ospita e per il taglio essenziale dato all'allestimento, perchè creato a partire dalla collezione di un singolo individuo, in particolare un artista. Ma in questo caso l'attenzione viene attirata oltre il valore di forme e contenuti che esprime il museo per le vicende territoriali legate alla sua nascita. Il pittore offrì la sua collezione dapprima al comune di Orzinuovi che, perchè non in possesso delle risorse necessarie, dovette rinunciarvi. Il comune di Montichiari acquisì la raccolta per fondarvi un museo. entro un'ottica di "risarcimento" sul piano culturale per un danno arrecato alla popolazione dalle numerose 14

19 discariche presenti sul territorio, quindi sul piano ambientale. il Museo etnografico dell'alta Brianza, anch'esso di formazione recente, è stato fondato nel 2003, racchiude caratteristiche che lo rendono esemplare. Soprattutto grazie alla figura del suo direttore, da sempre impegnato in ricerche di storia sociale nella zona, il museo opera in stretta connessione con il mondo della ricerca e il tessuto socioculturale locale. Pur essendo avvantaggiato rispetto ad altri musei, perchè parte dell'ente Parco del Monte Barro, un'istituzione consolidata che fornisce un supporto concreto e continuativo, è soprattutto per l'abilità di chi lo gestisce e ci lavora, perlopiù a livello di volontariato, che le risorse vengono ottimizzate, rendendolo un museo che sa essere attuale. La sua forza sta nel proporsi come luogo di vero dialogo, mettendo gli strumenti dell'antropologia a disposizione delle persone che lo animano e che allo stesso tempo ne fruiscono. Un museo etnografico trova il suo senso se funziona in relazione al contesto in cui è e attraverso la capacità di offrire alle persone la costruzione di uno sguardo consapevole. Sono molte ormai le forme di pratiche etnografiche di tipo collaborativo, sorte sulla spinta o la scia dei processi di patrimonializzazione, e che rappresentano un'occasione anche per i musei etnografici di avere un ruolo importante nella ricostruzione continua cui sono soggetti concetti chiave della vita contemporanea come quelli di identità, autenticità e tradizione, attraverso una loro decostruzione. LA CONSERVAZIONE LA COSTRUZIONE DI UN METODO: IL MUSEO DEL LINO 15

20 Il Museo del Lino sin dalla sua nascita, in conseguenza alla sua specializzazione in manufatti tessili, materiali per la cui acquisizione, conservazione ed eventuale restauro è necessario attenersi a procedure specifiche, si è dato tra le proprie priorità quella di affrontare il problema della tutela dedicandovisi con particolare attenzione. E di fatto, andando a costituirsi come esempio virtuoso nel panorama dei musei etnografici, perchè se le attività di conservazione e restauro dovrebbero essere centrali per qualsiasi tipo di museo, in quelli dedicati alla cultura materiale risultano in realtà essere ancora spesso trascurate, svolte in modo limitato o superficiale attraverso l'adozione di metodi improvvisati, con esiti spesso insoddisfacenti o addirittura dannosi. Questa tendenza è stata determinata da diversi fattori, come la natura spontanea della formazione e della gestione della maggior parte dei musei, le lacune e i ritardi in ambito legislativo, la scarsità dei fondi messi a disposizione ma anche solo, molte volte, delle competenze per potervi attingere. Determinante in questo senso è stato il supporto ottenuto a livello istituzionale regionale attraverso il prolungato interessamento di Stefana Mariotti, oltre che presenza attiva nel Museo sin dalla sua fase embrionale, informata sugli iter burocratici e aggiornata sui finanziamenti messi a disposizione dai vari enti, in quanto sindaco di Pescarolo per diversi mandati, ha saputo muoversi a livello burocratico per richiedere e ottenere fondi, in particolare dalla Regione Lombardia. 18. Le attività conservative del Museo hanno riguardato, con interventi di diversa natura, le tre tipologie principali di oggetti che caratterizzano la raccolta: i manufatti tessili, gli utensili e i macchinari, e i terràgni L'importanza del suo contributo per la crescita delle possibilità di esercitare concretamente una pratica di tutela è stata specificata da Fabrizio Merisi in un'intervista filmata nell'ottobre 2014 presso il Museo. 19 Terràgni è il termine dialettale che designa tutti i contenitori in terracotta, dalle più diverse forme e destinazioni, e che hanno attraversato tutte le epoche, per la conservazione dei cibi. Un 16

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