«Non temere l opposizione. Ricordati che l aquilone si alza non con il vento, ma contro il vento». Anonimo americano

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1 «Non temere l opposizione. Ricordati che l aquilone si alza non con il vento, ma contro il vento». Anonimo americano «Se avessimo l umiltà di approfondire i nostri dubbi, potremmo più facilmente chiedere perdono a coloro che hanno sofferto per i nostri errori». Renato Crotti 1

2 Ai miei figli e a tutti i giovani che affronteranno il mondo del lavoro 2

3 Renato Crotti RIFLESSIONI per RIFLETTERE Teorema 3

4 Proprietà letteraria riservata 2001 Teorema Associazione Culturale Carpi (Mo) Prima Edizione: gennaio 2000 Seconda Edizione: 2001 «Associazione Culturale Teorema», Via F.lli Cervi, 1 - Carpi (Mo) Tel

5 SOMMARIO Prefazione Pag. 9 «IN ATTESA DI UN PULLMAN» Introduzione Pag Un pullman in piazza del Duomo Pag Le lezioni di mia madre Pag Le due «anime» di Carpi: comunismo e piccola imprenditoria, uno strano connubio La Liberazione Pag. 43 Gli inizi di una lunga impresa Pag. 50 Il mondo si divide Pag. 56 Un invenzione semplice, semplice Pag. 58 Le due «anime» di Carpi Pag. 60 Il «virus» dell imprenditore Pag Espressione e Repressione La mala informazione Pag. 76 Espressione e Repressione Pag. 81 Una voce nel deserto Pag. 86 Il centrosinistra Pag I Viaggi L idea dei viaggi Pag. 93 «Don Chisciotte» scende in campo Pag. 97 Il primo viaggio all Est Pag. 106 Altri 40 curiosi sulle «tavole rotonde» Pag. 123 I commenti della stampa Pag. 137 Il travaglio di un comunista sincero Pag. 146 Il terzo viaggio: altre 140 persone alla scoperta dell Est Pag

6 6. Giornalisti e politici intervengono nel dibattito I dubbi di Indro Montanelli Pag. 157 Il Pci rifiuta il confronto Pag. 159 La rinuncia di Guglielmo Zucconi Pag. 164 Scalfari non si smentisce Pag. 175 L imbarazzo della stampa russa Pag. 180 Anche Pirro aveva detto di aver vinto Pag. 186 Parlare in pubblico Pag Le funeree profezie de «L UNITÀ» La nazionalizzazione dell industria elettrica Pag. 194 Tra successi e insuccessi Pag. 203 Si può vendere a privati una Piazza? Pag Morte e resurrezione Nella polvere Pag. 215 Il trauma Pag. 223 L umiliazione più grande Pag. 228 Il cerchio si stringe Pag. 230 La svolta Pag. 233 La luce in fondo al tunnel Pag

7 IL TEOREMA DELLA PADRONA DI CASA E DELLA COLF Al Lettore Pag. 243 PARTE PRIMA: «ECONOMIA» Perché interessarsi di economia Pag. 245 Un re nudo: Karl Marx Pag. 247 Il teorema della Padrona di casa e della Colf Pag. 255 Per dare visibilità all astrazione Pag. 259 Il DNA del capitalismo e il DNA del comunismo Pag. 263 Sviluppo e progresso Pag. 267 Le «tavole rotonde ambulanti» Pag. 273 Economia di mercato: un tram Pag. 280 Per meglio capire Pag. 282 La cellula e l azienda Pag. 287 PARTE SECONDA: «IL PRIMATO DELLA POLITICA» Centesimus Annus Pag. 290 Il villaggio globale Pag. 293 Sinistra e destra Pag. 297 Visto si stampi Pag. 300 PARTE TERZA: «SPUNTI DI MEDITAZIONE» A proposito di dialettica Pag. 305 Laicismo Pag. 313 L imprenditore questo sconosciuto Pag. 315 Le sfide Pag. 321 La sintesi, della sintesi, della sintesi... Pag. 327 «DIZIONARIETTO» Pag

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9 PREFAZIONE Giunto alla sesta edizione di In attesa di un pullman e alla quarta de Il teorema della Padrona e della Colf, devo confessare di non sentirmi più un non addetto ai lavori che si è intrufolato in un campo che non lo riguarda. Come ho già avuto modo di scrivere, molti scrittori, anche alcuni di quelli «più consacrati», hanno l aiuto di un editor, cioè un professionista al quale viene affidato il testo nella sua stesura originale, con il compito di curarne la forma, l impostazione e la consequenzialità degli argomenti. Questa volta i miei editor si sono moltiplicati in modo sorprendente e insperato. Ciò mi ha dato la certezza di avere, con i miei scritti, realizzato qualcosa di non effimero. Sono stati, infatti i tanti giovani di diversa estrazione sociale che hanno letto i miei libri nelle edizioni precedenti e che mi hanno contattato personalmente per darmi suggerimenti, rivolgermi domande, chiedermi come approfondire alcuni argomenti e anche per rivolgermi delle critiche. Insomma, tra me e loro è nata una sorta di dialettica. Il mio libro è diventato così, grazie a loro, una cosa viva che li ha coinvolti. E che cosa può un autore augurarsi di meglio? Dopo lunghe e vivaci discussioni con questi giovani abbiamo (hanno) deciso di riproporre ancora in un unico volume i miei due scritti, facendo questa volta però precedere In attesa di un pullman a Il teorema della Padrona di casa e della Colf. Qualcuno potrebbe osservare: «Tempo perso, mutando l ordine dei fattori il prodotto non cambia». In realtà, con questa soluzione il lettore è messo in condizione di seguire e comprendere meglio l evoluzione di cinquant anni di vita politica ed economica italiana e di giungere 9

10 quindi a capire, come corollario indispensabile di questa, le tesi che sostengo. Insomma, partendo da un localismo economico (quello di Carpi) e dal clima politico degli anni Cinquanta/Sessanta, si giunge alla formulazione - semplice e alla portata di tutti - di alcune teorie economiche che tanto bene hanno portato là dove sono state applicate correttamente. Il tutto, filtrato dall occhio di un imprenditore, quale io sono, che ha vissuto i disastri provocati da una situazione politica e sindacale che è auspicabile non abbia più a ripetersi. Di qui la necessità di raccontarmi non per pura vanità o per la banale soddisfazione di ribadire: «Visto che avevo ragione io?», ma, più semplicemente, per far capire da dove provengo, quali siano le convinzioni alle quali sono pervenuto attraverso un esperienza diretta e sul campo e quale sia l ambiente socioculturale in cui mi sono formato. Senza conoscere tutto ciò, il lettore potrebbe giudicare una follia o una semplice eccentricità avere organizzato per tre anni consecutivi ( ) quelle tavole rotonde ambulanti, come furono definite dal «Corriere della Sera», nei Paesi dell Est europeo in cui esisteva il cosiddetto «socialismo reale», alle quali parteciparono gratuitamente centinaia di persone fra cui operai, gente comune, sindacalisti, sindaci, senatori e deputati. Potrei anche essere considerato un soggetto da interdire per essermi accollato le pesantissime spese per tenere in vita due riviste «Tuttocarpi» e «Tuttomodena» oltre che finanziare la stampa e la distribuzione, a cura della Mondadori, sull intero territorio nazionale di un milione di copie della rivista «Tutto» che riportava i resoconti di quei viaggi in Urss, raggiungendo in quei tempi una tiratura nettamente superiore a quelle attuali di «Panorama» e de «L Espresso» sommate. Non ho mai dichiarato per chi ho votato e non ho mai rivolto tale domanda agli altri e, sebbene sollecitato da diversi partiti, non ho mai accettato di far politica attiva. Se proprio mi si vuole attribuire un etichetta, accetto ben volentieri quella di liberale, liberista, laico, come del resto mi sono sempre qualificato, e in ogni tornata elettorale ho dato il mio vo- 10

11 to a coloro che, a mio personale giudizio, in quel particolare momento erano più liberali, più liberisti, più laici. Mi auguro che questo libro sia considerato la testimonianza della vita di un «cittadino» convinto delle proprie idee e libero da condizionamenti politici, che ha sempre cercato di agire - anche e soprattutto nella sua qualità di imprenditore - per il progresso economico e sociale del suo Paese. Scopo di questa opera è anche quello di far capire che oggi, allo stato attuale, hanno perso gran parte del loro significato termini come «sinistra» e «destra», dopo che, per la forza stessa dei fatti è venuto meno il contendere sulla legittimità della proprietà privata. Sono d accordo con Tony Blair, leader del Partito laburista inglese, quando afferma: «Certe idee non sono di destra o di sinistra. Sono inevitabili e appartengono al primo che se le prende». Oggi, ci sono solo cose che si devono fare e cose che si devono evitare. Se si vuol riuscire a realizzare le prime, si deve però verificare se vi siano i mezzi per poterle attuare. Consideriamo inoltre - e non è certo argomento trascurabile - il fatto che, essendo sopravvissuta dopo il crollo del socialismo reale solo l economia di mercato quale sistema per produrre ricchezza, tutti noi, quale che sia il nostro credo politico, abbiamo l obbligo di impegnarci a produrre più sviluppo, quello sviluppo indispensabile per fornire alla società più mezzi per promuovere il progresso civile. Ormai la libertà e la democrazia sono entrati nel Dna degli italiani e non c è più pericolo di avventure totalitarie di nessun genere. Soltanto un cialtronesco terrorismo politico può insinuare il timore dell avvento di una dittatura di un qualsiasi colore. Mi preme rilevare come certi intellettuali, che l opinione pubblica definisce radical-chic, siano dotati di una preparazione in materia economica che mi pare «zoppa» o quanto meno parziale, dal momento che spesso li induce a formulare giudizi che possono apparire senz altro nobili ma che, non tenendo conto dei dati economici reali, risultano alla fine soltanto illusori e quindi ingannevoli e diseducativi. 11

12 L intellettuale dovrebbe essere la coscienza critica della società in cui vive: il suo compito è soprattutto quello di insinuare il dubbio nelle certezze altrui. E, anzi, una condicio sine qua non. Ma, per farlo con qualche risultato, deve avere ben chiari i termini, tutti i termini, dei problemi che affronta. Altrimenti, la sua polemica si riduce a pura e semplice demagogia. E la demagogia non ha mai prodotto niente di positivo, bensì ha prodotto la morte della dialettica. E l assenza di questa equivale alla morte del pensiero. Alcuni radical-chic sono in buonafede, e di conseguenza sono «innocenti». Altri, invece, che di economia sono più che e- sperti, sono in malafede e di conseguenza «colpevoli». Mi è stato fatto maliziosamente osservare che tutto il mio impegno, prima con i viaggi in Urss e ora con questi due saggi, non fa altro che portare acqua al mulino del grande capitale che non ha alcun bisogno del mio aiuto. Ho risposto che so benissimo che tutto ciò è vero e che il grande capitale ha a disposizione mezzi ben più potenti per far sentire la sua voce, ma il liberismo che io propugno, nell accezione di economia di mercato, non ha frontiere e, a costo di apparire un idealista e un sognatore, non posso fare a meno di perseverare in questo mio intento. Non cerco niente per me, ma mi sentirò veramente realizzato se con queste mie riflessioni avrò suscitato nel lettore altre riflessioni. Tale, in fondo, è lo scopo ultimo di questo mio impegno e lavoro. Renato Crotti 12

13 NOTA DELL EDITORE Questo libro, come le sue edizioni precedenti, non sarà presente in libreria per non essere assoggettato a discutibili e costose forme distributive e perché in Italia, se non si è scrittori affermati o affiliati a una delle molte confraternite che contano. E per questa ragione che un gruppo di amici e di giovani universitari ha costituito un associazione culturale no-profit, denominata Teorema, che si è data il compito di pubblicare e distribuire con i metodi più disparati - compresa anche la diffusione gratuita - questo libro che esalta i valori del liberalismo. Molte migliaia di copie delle precedenti edizioni sono già state distribuite seguendo questa «filosofia». In attesa di un pullman è stato tradotto in russo, inglese e polacco. Renato Crotti ha un proprio sito all indirizzo Chiunque sia interessato, potrà chiedere chiarimenti sugli argomenti trattati scrivendo una a 13

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18 Quando cominciai ad accarezzare l idea di documentare in forma scritta certi «passaggi» importanti della mia vita che travalicarono i limiti della sfera privata e ne accennai in giro, Giampaolo Pansa, allora vicedirettore de «la Repubblica» e attualmente condirettore de «L Espresso», mi suggerì la formula del librointervista sul modello di quello che egli aveva appena realizzato con Cesare Romiti, amministratore delegato della Fiat. Confesso che ne fui tentato. Sarebbe stato senz altro più semplice. E di maggior prestigio. Alla fine, però, cedetti all impulso del mio carattere e optai per scriverlo in prima persona, ritenendo di essere così meno vincolato agli inevitabili schemi di un intervista e che tale tecnica narrativa fosse la più indicata per sottolineare anche certe sfumature nei miei comportamenti. Ma, d altra parte, scrivere in prima persona comporta rischi ben determinati. In primo luogo, e non è poco, quello di potere apparire egocentrico e vanaglorioso, o ingenuo e melodrammatico. Ho fatto il possibile per evitare tali insidie. Se non ci sono sempre riuscito, me ne scuso. Il secondo rischio (ma non in ordine di importanza) è di diventare facile vittima di una certa critica. Nel mio diario, trovo spesso ragione di polemizzare con nomi illustri del giornalismo italiano, i quali, a suo tempo, quando mandavo a mie spese i comunisti nei Paesi dell Est perché si rendessero conto sul campo di quelle realtà, assunsero nei miei confronti atteggiamenti non certo benevoli. Ricordo, tanto per fare un esempio, ciò che scrisse nel 1973 Giorgio Bocca sul «Giorno», in uno dei suoi reportage «Dalla Russia di Breznev»: «Noi non siamo l industrialotto di Carpi che 18

19 invitava i suoi operai al viaggio gratuito in Russia: abbiamo meno denaro e più fiducia in chi legge». Non so che cosa intendesse dire, visto che nei suoi articoli descriveva, più o meno come a- vevamo fatto noi, le condizioni di miseria di quelle popolazioni. Si riteneva più autorevole di me? Non lo metto certamente in dubbio. Resta il fatto che noi avevamo raccontato quelle realtà nel 1962, undici anni prima. Questo per dire che sarà sufficiente la «sentenza» a effetto di un qualche «santone», emanata dal pulpito delle colonne di un autorevole quotidiano su cui scrive, per collocarmi nuovamente in una posizione difficile e senza appello. So benissimo, insomma, di trovarmi nella medesima situazione di quei bambini della mia generazione che giocavano alla guerra con i fuciletti di latta e il tappo di sughero. Ora sono costretto a confrontarmi con chi è dotato di armi sofisticatissime e multimediali, con chi dispone, cioè, di potentissime casse di risonanza o di silenziatori - lo abbiamo già visto - micidiali. A darmi il coraggio di affrontare questi rischi è stato comunque lo stesso Giampaolo Pansa allorché, nella seconda pagina del suo libro Carte false, un interessantissima sinossi dei più clamorosi «falsi» giornalistici, ha scritto di suo pugno questa dedica: «A Renato Crotti, che prima di altri ha visto le nostre carte false». 19

20 Milano, 4 agosto Piazza del Duomo. Erano già alcune ore che in quella serata afosa attendevo il pullman che stava riportando in Italia quelle dieci persone che conoscevo appena, ma il cui giudizio su determinate questioni sarebbe stato per me fondamentale e avrebbe orientato in modo decisivo i miei comportamenti successivi. I pensieri mi si accavallavano nel cervello: a che ora arriveranno? Avranno potuto vedere liberamente? Che cosa penseranno i tre segretari di Cgil, Cisl e Uil? E i miei tre dipendenti, membri della commissione interna della Silan, avranno avuto motivi di discussione? E i tre «neutrali», sorteggiati in seguito a un concorso del mensile «Tuttocarpi» (del quale ero editore) vorranno parlare senza reticenze? E, infine, tutti i viaggiatori rilasceranno al magnetofono, con onestà e sincerità, le loro impressioni, mantenendo così fede all unica condizione che avevo posto quando avevo offerto loro l opportunità di compiere, gratuitamente, questo viaggio nei Paesi del socialismo reale? Sono per natura un ansioso, ma in quella circostanza mi sentivo teso e vibrante come una corda di violino che, appena sfiorata, emette un suono. Il giudizio dei nove doveva sciogliere i dubbi (pochi in verità) rimasti in me dopo i due viaggi che avevo compiuti nel 1959 e nel 1961 in Unione Sovietica e nei Paesi satelliti. Era la mia radicata fede nella democrazia e nell economia di mercato a condizionarmi al punto da avermi fatto stravolgere la realtà in cui versavano quelle popolazioni, oppure avevo «visto» con occhi obiettivi? 20

21 Verso le 22 scorsi infine il pullman che aspettavo con tanta ansia e del quale da ventiquattro giorni non sapevo nulla. L automezzo si fermò un po oltre il punto dove mi ero «appostato». Mi avvicinai quindi di corsa, raggiungendolo proprio nel momento in cui si apriva la portiera e scendeva il sindacalista Carlo Grossi, il quale, vedendomi e puntandomi un dito contro, esclamò: «Lei, signor Crotti, non ha visto niente!». Mi sentii raggelare e mi parve che il Duomo stesse per rovinarmi addosso. Ma lui, dopo una pausa, proseguì: «Lei non ha visto la campagna, che è in condizioni peggiori delle città da lei visitate». Allora, e solo allora, la mia ansia si trasformò in euforia e subito nella mia mente fu chiaro ciò che avrei fatto in seguito. Ecco, da quel preciso momento ero diventato per sempre «l industriale che manda i comunisti in Russia», un etichetta che avrebbe aderito alla mia identità pubblica come una seconda pelle nei due anni successivi (il 1963 e il 1964), quando ripetei l iniziativa, allargando considerevolmente il numero dei partecipanti e quindi richiamando crescente attenzione da parte della stampa nazionale e internazionale. Non ho mai apprezzato tale definizione, giudicandola deviante: una specie di trappola, di camicia di forza. Nella sua essenza, essa è corretta, niente da obiettare: sono un industriale e ho «mandato» comunisti in Urss. Ma i due termini, posti in così stretta e sintetica correlazione, tendono inevitabilmente a suggerire, a chi ne sia predisposto o non ami gli approfondimenti, considerazioni preconcette. La più ricorrente è stata quella sostenuta e imposta dalla stampa comunista, a quel tempo rigidamente votata a difendere il dogma del «paradiso sovietico»: io, proprio in quanto industriale, non potevo che esser mosso a far ciò da un anticomunismo padronale (e anche viscerale, che ai loro occhi era un po lo stesso), volto a tutelare interessi e privilegi di classe. C è stato tuttavia anche chi - cronisti disinvolti alla perenne caccia di spunti folcloristici - ha voluto trarre da questo pseudo sillogismo versioni più provinciali, diffondendo l immagine di un industriale parvenu, lasciatosi prendere dalla fregola di una sfida da caffè di sapore strapaesano. 21

22 Così, accanto a commenti obiettivi e ad autorevoli attestazioni di stima e di consenso, le mie iniziative furono oggetto di travisamenti che mi hanno molto amareggiato, in quanto privi di ogni base reale. Forse soltanto oggi, alla luce della glasnost e della perestrojka volute da Michail Gorbaciöv, in un clima quindi depurato da mitizzazioni ideologiche totalizzanti, diventa possibile tracciare un bilancio più comprensibile della mia storia. E appunto ciò che tenterò di fare nelle pagine che seguono, chiedendo scusa se dovrò cominciare da lontano, dalle mie origini, perché in fondo è proprio lì che nascono le motivazioni di quel modello comportamentale che ha sempre ispirato la mia vita e la mia attività di imprenditore. 22

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24 Cominciare da lontano significa, in sostanza, ripercorrere la mia vita. E questo mi sgomenta non poco. E già così difficile parlare di sé, figuriamoci scriverne, non possedendo per di più l humus dello scrittore. Occorrerebbe il coraggio di sciogliersi da ogni pudore o l abilità di mimetizzarli, i pudori, tra impalcature psicologiche o costrutti letterari. Ma sono doti che non si trovano dietro l angolo. Quando ho avvertito l esigenza di dedicarmi a questa impresa, e ne ho accennato in giro, c è stato chi, giustamente, mi ha chiesto perché lo facessi: se per me stesso, per i miei familiari o per diffondere il mio pensiero in altri volonterosi lettori. E mi è stato spiegato, pazientemente, che avrei dovuto adattare il taglio dello scritto al tipo di lettore cui intendessi rivolgermi. Ebbene, ammetto senz altro, e in questo caso senza pudori, che non so ancora oggi dare una risposta al quesito, per cui butterò giù quanto ho dentro così come viene, con la speranza che dalla narrazione possa poi risultare anche uno spaccato interessante di Carpi e, in un quadro di più ampio respiro, dell Italia. Tra l altro, la vicenda di Carpi potrebbe essere senz altro istruttiva per i Paesi dell Est, nella situazione in cui si trovano attualmente. Facendomi quindi animo, comincerò dal dato fondamentale della mia carta d identità. Sono nato a Carpi il 4 marzo 1921, u- nico maschio e ultimo arrivato di quattro figli. La mia famiglia, di origini contadine, vi si era trasferita dal Reggiano nei primi anni del Novecento, attirata dal relativo benessere della zona. Tengo molto a questa «cittadinanza», poiché i carpigani sono una stirpe ingegnosa e industriosa, che fin da epoche lontane non 24

25 si è mai rassegnata a vivere dei soli (e a volte miseri) proventi dell agricoltura. Nei primi del Settecento, padre Guglielmo Maggi, accanito studioso di documenti locali, scriveva: «Sembra che Carpi sia posta al mondo per dare al medesimo nuove invenzioni». Esagerava, il buon frate, per legittimo spirito campanilistico, ma c è un fondo di verità, in quella sua affermazione. Più che «dare al mondo invenzioni» (se si fa eccezione per i colori alla scagliola, effettivamente dovuti alla creatività di Guido Fassi), i «carpeggiani cervelli» hanno sempre avuto il felice intuito e l intraprendenza mercantile di mettersi a fabbricare e commercializzare in tutto il mondo particolari prodotti, inventandoli a volte, e questo è vero, pressoché dal nulla. Dato che mi ritrovo in questa immagine, sento la necessità di soffermarmi un attimo sui suoi «presupposti storici», risalendo al periodo a cavallo tra il XV e il XVI secolo, quando compaiono i primi documenti che possono vantare una certa attendibilità. In Europa spirava il vento innovatore dell Umanesimo e Carpi, contesa in passato da guelfi e ghibellini, si trovava ormai da tempo sotto la signoria dei Pio, i quali l avrebbero mantenuta fino al 1525, spodestati a loro volta dagli Estensi. La sua vita cittadina era regolata da istituzioni di tipo comunale e l amministrazione affidata a una ristretta cerchia di facoltosi, tra cui prevalevano i proprietari terrieri. Nelle famiglie contadine di allora, i pochi bisogni essenziali (cibo, vestiario e sanità) venivano soddisfatti quasi totalmente nell àmbito delle piccole autarchie patriarcali. Il cibo era quello che restava dei prodotti dei campi, delle stalle, degli orti e dei pollai, dopo averne consegnato la gran parte ai proprietari dei fondi. Alle necessità di vestiario e biancheria si provvedeva lavorando a mano e con rudimentali telai in legno la lana, la canapa e il lino. Per curare le malattie, si ricorreva, salvo che nei casi più gravi, a pappine e ad altri rimedi naturali, le cui ricette venivano tramandate oralmente di generazione in generazione. Quella era certamente una società maschilista. Io ero un maschio e in più ero l ultimo nato. Tutte le attenzioni di mia madre erano riversate su di me e non sulle mie tre sorelle più grandi. Al giovedì sera mia madre mi dava il denaro per andare a comprare 25

26 una braciola di maiale che solo io mangiavo, con relativo senso di colpa, sotto lo sguardo che lascio immaginare delle mie sorelle. Per mia madre, io dovevo crescere sano e forte. Per dare un altro esempio di quali fossero le abitudini della mia famiglia ricordo che per imposizione di mia madre, per Natale, se non avevamo pagato tutti i debiti, proprio tutti, per autopunizione, non si sarebbero mangiati tortellini. Ecco, in questo contesto s inserisce il fatto nuovo, importante, che, sviluppandosi, darà un impronta particolare alla vita socioeconomica di Carpi, e non solo di Carpi. Parlo dell introduzione, nella realtà contadina locale, del lavoro a domicilio, avvenuta in seguito alla messa in commercio di due prodotti piuttosto singolari: le cerbottane e i cappelli di truciolo. Sulle cerbottane esistono soltanto notizie frammentarie, ma comunque sufficientemente indicative. Si trattava di «istrumenti di caccia» composti da due cilindri di legno «svuotati a mo di tubo e congiunti ad arte», con l interno rivestito di pergamena. E se è vero che venivano usate fin dai primordi dell umanità, spettava però ai «carpeggiani cervelli» il merito di averle perfezionate con quel rivestimento assai scorrevole che le rendeva «atte a lanciar palle ad altezze e distanze da non crederci». Fatto sta che nel 1510 Antonio Muttoni aveva cominciato a produrne «in larga quantitade», inviandole anche fuori dei confini della signoria, e tale commercio si era poi protratto per quasi tre secoli, visto che nel 1776 se ne riscontrano ancora tracce. Ben più importante, e determinante, si era rivelata comunque l industria del truciolo. L attività di «far treze de legno», cioè di intrecciare i trucioli dei salici padani con l abile e rapido movimento delle dita, era antichissima e rientrava nella tradizionale economia domestica dei nuclei patriarcali contadini. Le trecce ottenute venivano infatti cucite tra loro per ricavarne oggetti vari d impiego domestico e quei cappelli ad ampia tesa con i quali si usava proteggere testa e viso dal sole infuocato quando si lavorava nei campi e nelle aie. La trovata dei «carpeggiani cervelli» era consistita quindi nell intravedere la possibilità di sfruttare commercialmente un lavoro diffuso da decenni nel contado, ma sino ad allora limitato 26

27 al soddisfacimento delle esigenze familiari. Pur non avendo riferimenti storici certi, sappiamo tuttavia che nel 1515 qualche attività del genere era già in funzione a opera di mercanti residenti nella frazione di Migliarina, più a contatto quindi con l ambiente rurale di produzione. E nel 1570 «li cappelli bellissimi e gentilissimi che solo in Carpi e nel suo distretto si fanno» avevano ormai conquistato numerosi mercati italiani e il loro commercio cominciava ad avere qualche incidenza sull economia della comunità. Intanto, andava gradualmente abbozzandosi quella singolare organizzazione del lavoro a domicilio che resterà, con vari «aggiustamenti», il perno dell attività produttiva carpigiana fino ai nostri giorni. I mercanti, aumentati di numero e con l esigenza di crearsi nuovi spazi, tendevano infatti sempre più a demandare a mediatori, i cosiddetti «partitanti», il compito di controllare e gestire le varie fasi della lavorazione, quasi sempre eseguite da nuclei familiari diversi: la preparazione dei trucioli, ricavati mediante uno strumento manuale detto alpa; l intrecciatura dei trucioli stessi, eseguita per lo più da donne e bambini; la tintura delle trecce; infine, la loro cucitura a formare le fogge dei cappelli. Il lavoro era pagato pochissimo, ma i proventi aggiunti che entravano nei bilanci delle famiglie contadine contribuivano a dar loro respiro e ad aprire qualche breccia nei loro sistemi chiusi di gestione. Il commercio del truciolo presentava tuttavia alcuni punti deboli. Si basava, per esempio, su un solo prodotto - il cappello -, per di più legato alla volubilità delle mode. Inoltre, doveva contare soprattutto sulle esportazioni, condizionate da molteplici fattori politici ed economici. Ecco perché ha sempre alternato momenti di floridità ad altri di acuta crisi. Sarebbe eccessivo, in questo contesto, dilungarsi a considerare la dinamica dei vari alti e bassi che hanno sempre caratterizzato l industria dei cappelli di paglia. E interessante tuttavia precisare come gli anni di maggiore intensità produttiva fossero stati quelli che vanno dal 1816 al 1930, anche se intercalati dall ennesima grave crisi registrata durante il ventennio

28 Tale florido periodo resta legato in particolare a due nomi: Giuseppe Menotti e Alfredo Bertesi. Menotti, diretto discendente di quei mercanti di Migliarina che nel XVI secolo aveva promosso la commercializzazione del truciolo, era stato il primo a fondare uno stabilimento per la lavorazione interna dei cappelli, che all inizio occupava oltre duecento operai, in prevalenza giovani donne e bambini. Bertesi, un uomo politico di fede socialista, si era invece attivamente impegnato nei primi anni del Novecento per dare all industria del truciolo basi e strutture capitalistiche, portando a quasi quarantamila le persone coinvolte, in un modo o nell altro, in quel settore. Nonostante questo, nel 1931 si verificò il crollo definitivo. La produzione dei cappelli sarebbe continuata ancora per qualche anno in alcune fabbriche, ma in modo sempre più limitato, sino ad esaurirsi pressoché del tutto. Questi accenni all epoca del truciolo sono necessari non solo per poter comprendere la successiva epoca della maglieria, che ha attinto moltissimo da quella esperienza, ma anche per considerare con maggiore cognizione di causa il contesto socioeconomico in cui erano venuti a trovarsi i miei genitori dopo a- ver lasciato il Reggiano. Facendo parte di una famiglia molto numerosa di coltivatori diretti, quando si resero conto che la terra non sarebbe bastata per tutti, «emigrarono» a Carpi, proprio negli anni dell ultimo rilancio del truciolo. Fortunatamente (o saggiamente) avevano però preferito resistere alla «febbre della paglia», come allora si diceva, cominciando invece a esercitare un attività di ambulanti. Ogni giorno si spostavano in bicicletta, con i portabagagli carichi di valigie e pacchi, nei mercati dei paesi vicini, dove vendevano capi di maglieria e di calzetteria acquistati nei magazzini all ingrosso di Bologna. Era un lavoro durissimo, che li teneva impegnati per l intera settimana, salvo una brevissima pausa di riposo domenicale, dalle due pomeridiane a sera. Dopo qualche anno, mia madre, una donna dal carattere energico e volitivo - era lei a reggere con polso di ferro le redini della famiglia -, ebbe l idea di cominciare a fabbricare in proprio almeno una parte delle confezioni da vendere. Si era quindi reca- 28

29 ta, sempre in bicicletta, più volte a Modena presso la rappresentanza locale della ditta svizzera Dubied, dove insegnavano a usare le macchine rettilinee di maglieria. E, non appena era stata in grado di cavarsela, aveva investito i soldi, faticosamente messi da parte, nell acquisto di due di quelle macchine, diventando così la «prima» magliaia di Carpi, quasi un anello di congiunzione tra il truciolo e il futuro. L attività della famiglia aveva quindi subìto una prima svolta, con una variazione dei compiti. Mamma, coadiuvata dalle mie sorelle e da alcune giovani apprendiste, produceva in un modesto laboratorio affittato sotto i portici di via Berengario, a due isolati da casa, maglie e altri indumenti di lana che mio padre continuava a vendere nei mercatini paesani assieme a quelli acquistati all ingrosso. Quando mi capita di affermare che ho respirato fin dalla nascita l aria della maglieria, non mi abbandono certo a retorica fine a se stessa. Poiché mia madre era costretta a tenermi con sé per conciliare il lavoro con i doveri e gli obblighi materni, sono stato infatti allattato e cullato tra il pulviscolo di lana sollevato dal viavai dei cestelli che contenevano i vari pezzi delle maglie (il davanti, il dietro, le maniche, il collo...). A tre anni poi, finalmente liberato dalle rigide fasciature in uso allora, venivo messo a dormire o a riposare in quella specie di fossatello che attraversava longitudinalmente il tavolo rettangolare da lavoro, e che serviva per ammucchiarvi i capi appena cuciti, in attesa delle ultime rifiniture. Questo per far capire a tutti come abbia trascorso innumerevoli ore dei miei primissimi anni di vita quasi in trincea, semisommerso dalla lana, proprio al centro (e non è una metafora) di quel microprocesso produttivo che mia madre, con grande spirito d iniziativa e di sacrificio, a- veva creato dal nulla. Fatta questa scelta coraggiosa, del resto, i miei non avevano potuto fare altro che investirvi ogni loro risorsa fisica. Benché i margini di guadagno fossero ora maggiori, c era da far fronte alle inesorabili scadenze contratte con l acquisto delle macchine, da maglieria e da cucito, e di altre attrezzature, per cui mantenere ogni mese a livello il brogliaccio delle entrate-uscite compor- 29

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