Patrimoni culturali e paesaggi di Puglia e d Italia tra conservazione e innovazione

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1 1 Roma, MIBACT, 16 giugno 2014 Patrimoni culturali e paesaggi di Puglia e d Italia tra conservazione e innovazione Intervento di Michel Gras, Il titolo del libro, curato da Giuliano Volpe, indica tra conservazione e innovazione ma il contenuto sa più di innovazione che di conservazione. Prima di entrare in argomento, un relatore straniero deve fare una breve premessa. Questa pubblicazione tratta di una riflessione approfondita sul patrimonio italiano e su delle scelte da fare, e un non italiano come me avverte la necessità non di proporre soluzioni operative ma di far emergere delle riflessioni a monte delle scelte. La Puglia non mi è per niente indifferente : è in Puglia, alla metà degli anni settanta, che ho cominciato il mio percorso nell Italia continentale rispondendo all invito di Francesco D Andria nel neonato istituto di archeologia dell Università di Lecce, studiando le anfore preromane di Santa Maria di Leuca (allora era un materiale non studiato) e insegnando come professore a contratto. Da allora la Puglia ha fatto tanta strada, con gli ecomusei del Salento, con l impegno della Regione e dell Università di Foggia, ecc I beni culturali italiani non si fermano ad Eboli e la Puglia ha un immenso territorio con 800 km di litorali, che sono degli spazi fragili dove si gioca una parte del futuro del Mediterraneo con un contesto turistico in piena trasformazione, per motivi di geopolitica, come si sa. Non è male, credo, partire da un discorso regionale anche se da un Francese ci si aspetta un elogio dello Stato centrale Ma noi siamo ormai lontani da Colbert come voi siete ormai lontani da Fiorelli. E non si tratta di parlare male né dell uno né dell altro perché abbiamo ancora molto bisogno e dell uno e dell altro. I problemi di patrimonio e di beni culturali sono complessi e nessuno di noi può vantare di avere delle ricette. Delle convizioni si. Avere delle regioni che possono fare da laboratorio è un gran vantaggio. La Puglia è attualmente un grande laboratorio con la sua normativa - il PPTR : Piano paesaggistico territoriale regionale - e con la sua politica regionale adatta ovviamente alle sue realtà ma con certi valori come la riqualificazione delle periferie. Si portano avanti dei sistemi territoriali e i beni culturali sono uno di loro. Ci sono tre nodi che vengono al pettine in questo libro e ho scelto per affrontare molte domande e suggestioni presenti negli atti di queste due tavole rotonde di Foggia. Il primo nodo sta nel binomio Stato-Regione, un altro sta nel binomio Soprintendenza-Università, un terzo nella capacità di affrontare certi temi su un piano interministeriale.

2 2 Stato-Regione. Io, lo dico subito, e per togliere ogni suspense, mi sono trovato a mio agio con molte delle idee presentate in questo volume, ma su un punto solo, prenderei le distanze (tanto farlo subito!) quando Giulio Volpe nella discussione dice che l esperienza siciliana non può servire a niente, avendo in mente i soliti problemi siciliani che sappiamo. La Sicilia "disco rotto" aggiunge Daniele Manacorda, tanto per chiarire e fare buona misura. L esperienza siciliana ha ormai 35 anni (decreto 637 del 30 agosto 1975 ; legge regionale 80 del 1 agosto 1977 e legge regionale 116 del 7 novembre 1980), un tempo sufficiente per cominciare invece a fare bilanci, e dunque tale esperienza va analizzata, anzi scorticata, e finalmente potrebbe portare molt acqua al mulino e nello stesso tempo evitare di ricadere in certi errori - perché effettivamente sbagliano quelli che sono contrari ad ogni decentramento solo perché la Sicilia funziona con difficoltà. Si possono cogliere aspetti negativi ma anche positivi nella situazione siciliana. Non si tratta qui di prendere/o/lasciare. Sono modelli complessi da studiare, da modificare, anche da inventare. Non siamo davanti a dei binari dai quali non potremmo uscire. Chi si ricorda delle battaglie siciliane degli anni 70, non può dimenticare un ambizione, un vero progetto che io ritrovo quando Daniele Manacorda giustamente dice dobbiamo tutelare per contesti e non per discipline accademiche (p.77). Giustissimo. D altra parte, non si può dimenticare la bravura, l impegno, direi anche il coraggio di molti dei nostri colleghi siciliani, e i loro pareri potrebbero risultare utili quando hanno vissuto dall interno - da tanti anni - la riforma regionale. A me sembra che molti di loro non vogliono tornare indietro pur sapendo bene cosa non funziona e perché. E spesso sulla loro pelle. Forse qualche responsabilità l ha avuto anche la Regione Sicilia nel suo modo di gestire, e anche l Assessorato competente, il quale, forse, non è stato sempre all altezza della riforma? Tutto non è colpa del sistema ma dell uso troppo politico (nel senso dell interventionnismo) che se ne fa. Non si deve dunque buttare trent anni di sperimentazione e di lavoro, anche di errori. Non si deve buttare più di un secolo di archeologia in Sicilia e non si deve dimenticare che Fiorelli mandava i suoi di Pompei a seguire Cavallari nei suoi scavi della provincia di Siracusa alla fine dell Ottocento. Come Fiorelli, Roma deve dare un occhiata a quello che succede oltre lo Stretto. Tanto si tratta d Italia. Certamente non vanno dimenticati certe cose, ma l esperienza siciliana dimostra ancor una volta che fra la Stato e la Regione - qualsiasi regione - ci vuol collaborazione stretta e qui sta il nodo di tutto o quasi. Il ritiro totale dello Stato, in politica dei beni culturali, non funziona e non funziona nemmeno la spartizione facile, comoda a prima vista per tutti, fra tutela e valorizzazione : tutela allo Stato, valorizzazione alle Regione. Non può funzionare

3 3 cosi è non dico una novità : da anni lo dice e lo scrive Salvatore Settis. Il futuro della relazione fra Stato e Regione, e non solo per l archeologia, passa attraverso le costruzione di una relazione nuova : come due laboratori di ricerca - quello statale centrale e quello statale territoriale - che vogliono arrivare insieme ad una grande scoperta, cioè ad una nuova gestione dei beni culturali ancora tutta da inventare. Il discorso centrale di questo libro porta giustamente sulla relazione archeologiaterritorio. Non mi perdo in discussioni del passato sulla relazione storia dell artearcheologia. Una non deve uccire l altra, e ogni documentazione è da utilizzare e a valorizzare. Ma la relazione al territorio è globale e integra tutto il potenziale culturale del Territorio, o se vogliamo tradurre in termini amministrativi, della Regione. Il Territorio dunque. La nostra generazione sarà duramente giudicata un giorno come quella che ha sprecato il territorio daperttutto in Europa : la gente è scappata dai centri delle città perché questi centri non erano più adatti alla vita moderna, alla casa moderna, e non per sola volontà di andare altrove e di allontarnarsi dal lavoro. Oggi, per gestire i territori sul piano culturale, abbiamo bisogno di strumenti e la Carta dei beni culturali della Regione Puglia è certamente da seguire con attenzione e da sostenere (p ). Nel territorio, si gioca anche una grossa partita adesso, quando i nostri Stati devono allegerire sia il dispositivo centrale che il dispositivo territoriale, pur sapendo che tale dispositivo (il territoriale), quando funziona correttamente è la chiave di molti successi. Il problema è di trovare il modo giusto e di evitare appunto spreci e doppioni. Io sono un ammiratore del "progetto locale" di Magnaghi e della sua coscienza del luogo qui ricordato, un libro che ho divorato con passione quando è uscito nel Una parola sul caso particolare di Roma, con la divisione amministrativa dell area centrale fra Stato e Comune, figlia di una storia prestigiosa, che un giorno o l altro, nei momenti buoni direi (e adesso mi sembra un momento buono per merito dei funzionari in carica), va chiarita e coordinata con un confine più chiaro o ancora meglio una cogestione responsabile. Secondo nodo.soprintendenza-università. Il tema si tocca di qua e di là nel libro e vorrei ricordare, senza nessuna pretesa, che negli anni 90 (dieci anni prima della legge sull archeologia preventiva) ne abbiamo fatto un punto centrale in Francia sotto l impulso di un grande direttore generale del CNRS, François Kourilsky ( ), recentemente scomparso : la nascità di Centri misti di ricerca per l archeologia, fra soprintendenza, CNRS e università è andata avanti dalle prime esperienze compiute allora, e nessuno oggi parla di tornare

4 4 indietro. Il numero di tali Centri è fortemente cresciuto. La maggior parte dei grandi Centri francesi di ricerca in archeologia (e non soltanto) ha ormai questo taglio. Certamente questo non risolve tutto ma il clima è in gran parte cambiato anche se dei problemi ci sono ancora con l INRAP, arrivato dopo, nel 2001 : forse appunto perché arrivato dopo. Un giovane archeologo, in Italia come in Francia quando ha la fortuna di trovare un posto di lavoro - si ritrova, direi per caso o quasi, all Università o in Soprintendenza. Molti dei professori di archeologia italiani hanno cominciato il loro percorso in Soprintendenza prima di passare all Università come si sa. Certo il mestiere è cambiato in Soprintendenza : forse Paolo Orsi o Raffaele Causa (tanto per fare due nomi di grandi soprintendenti del passato, un archeologo e uno storico dell arte) non sarebbero oggi a loro agio, e Giorgio Buchner non potrebbe portare avanti la sua straordinaria impresa nella necropoli di Ischia. Ma oggi, le lotte e le tensioni fra questi istituzioni statali sono spesso soltanto il riflesso delle posizione antagoniste dei capi pro tempore che poi si rifettono sui giovani, dividendo cosi una comunità che oggi più che mai ha bisogno di star insieme, e lo dico a livello europeo ovviamente (ma dell Europa parleremo durante il prossimo semestre con presidenza italiana). I giovani funzionari devono recuperare il sentimento di appartenere ad un unica comunità scientifica e questo passa attraverso un inserimento paritario come Luigi Malnati lo sottolinea (p. 126). E dei Centri di questo tipo si possono fare senza spese nuove ma con l alleanza degli innovatori come viene chiesto nel volume (Manacorda a p. 150 ripreso da Volpe a p. 155) : dei Centri per condividere dei progetti, delle strategie. Tutto questo senza dimenticare il CNR - ormai dotato di un unico Dipartimento delle scienze umani e sociali e del Patrimonio culturale - e di alcuni Centri più coerenti di prima anche se un analisi comparativa delle competenze e delle missioni di alcuni Centri del CNR e di altri del MIBAC potrebbero lasciare spazio ad iniziative, proprio nel senso della condivisione. Infine potrei parlare a lungo delle Scuole straniere avendo lavorato in una di esse per 20 anni : per le Scuole straniere come per le Università italiane, la recente circolare della Direzione generale (la 18 del 19 settembre 2013) va nel senso giusto ma non si deve creare il mito di Scuole ricche di fronte ad Università italiane povere per finanziare gli scavi perché non è proprio cosi, cifre alla mano, salvo eccezioni (contra Malnati, p. 123). Terzo nodo. Livello interministeriale. Volpe allude con giusta ambizione (p. 41) ad un sistema statale integrato. Non è solo l arrivo dell ambiente che solleva il problema. I Beni culturali hanno a monte la questione dell educazione e della formazione : formazione di specialisti ma, prima di questo, educazione del cittadino, del civis. L educazione dei giovani è indispensabile per vincere a lunga scadenza la battaglia della tutela (e forse in certi casi i Musei

5 5 potrebbero essere la vera sede scolastica). E, a valle, c è la dimensione ricerca perché tutelare per tutelare senza capire, spiegare e pubblicare non avrebbe senso. Lo scavo è sempre un operazione scientifica anche quando si tratta di archeologia preventiva e deve dunque elaborare un sapere (e non soltanto banche dati) e tale sapere deve uscire fuori e ritornare, magari con vari passaggi divulgativi, al cittadino. La coordinazione col MIUR è dunque indispensabile. Poi, non esistono due archeologie, quella che scava nel territorio nazionale e quella che scava fuori, e qui ci vuol coordinamento col Ministero degli affari esteri. Negli anni 90, si è tentato di far creare in Francia un comitato interministeriale sull archeologia (rapport di Marc Gautier) : l obiettivo è mancato per poco e avremmo avuto successo proponendo un comitato trasversale sull intero patrimonio nazionale e sull paesaggio. Torno un attimo sulla formazione per dire che il problema della formazione sul campo meriterebbe una riflessione in più. Oggi, in Francia come in Italia, il concetto di cantiere scuola non è ben chiaro per quanto riguarda la formazione iniziale dello studente in archeologia (la formazione per i dottorandi è un altro discorso e va bene nei cantieri direi normali). Per la fase iniziale, non è possible fingere di credere che un cantiere portato avanti solo con gli studenti, utilizzati come manodopera e soltanto per questo, riesce sia a dare la formazione giusta sia a portare avanti la ricerca, e dunque la pubblicazione, E tutti i siti non sono adatti ad accogliere studenti principianti. Si rischia un doppio danno : sia per la formazione scarsa (lo studente che aiuta per i lavori pesanti e impara poco se non la virtu del lavoro, e questo effettivamente è da considerare) sia per l impossibilità, spesso, per il capo missione, di portare avanti da solo la pubblicazione perché gli studenti dei primi anni non sono in grado di aiutarlo. Avere, in ogni Regione, due o tre cantieri adatti a tale formazione iniziale non sarebbe male. E per questo una stretta collaborazione fra i ministeri è d obbligo. Non ho considerato la relazione pubblico-privato come un nodo perché ormai non lo è più. Basta tuttavia non dimenticare che la regola del gioco deve essere la stessa per tutti : se fare benefici è giusto, leggittimo, anzi necessario per i privati, lo deve anche essere per lo Stato o la Regione, i quali non sono altro che una collettività di privati. Non si può portare avanti un sistema dove si lasciano i debiti alle enti pubbliche, e soltanto a loro. Torno un attimo alla Francia per dire che oggi da noi la legge del 2003 sull archeologia preventiva mette troppo in concorrenza selvaggia l Istituto centrale (INRAP), le Regioni e i privati. C è spazio per tutti, anzi ci deve essere spazio per tutti, ma con delle regole chiare, giuste e condivise. I sindacati dell INRAP vogliono il monopolio dell archeologia preventiva e questo non mi sembra oggi una strada percorribile, ma certamente lo Stato non può avere un Istituto centrale che fa

6 6 dei debiti quandi gli altri fanno gli scavi meno difficili e costosi e ne tirano benefici. Non va dimenticato che l INRAP, per legge, deve fare gli scavi che gli altri non vogliono fare. Per chiudere qualche considerazione su Paesaggio e Patrimonio. Nel paese di Emilio Sereni questo binomio non può non essere un punto centrale. Sarei in difficoltà per dire che non sono d accordo con l impostazione del libro e il pensiero di Settis, di Volpe, di Manacorda e di altri in proposito. Paesaggio e patrimonio sono due faccie della stessa medaglia, e oggi più che mai abbiamo bisogno, daperttutto in Europa, di ricucire e non di creare delle frontieri. Ma certamente ci sono anche delle articolazioni da seguire e degli equilibri da rispettare. E le Soprintendenze devono recuperare una certa leggitimità offuscata dalla creazione delle Direzioni regionali. L esempio dei parchi è utile in proposito. I parchi sono senz altro positivi in certi casi ma la loro moltiplicazione crea un effetto perverso. Il concetto di parco, con una prima analisi lucida di Guzzo in Bollettino di archeologia del 1991 (pp ), provoca discussioni senza fine. Non c è bisogno di Giardini botanici o zoologici per custodire, proteggere, difendere i Beni culturali. Va allontanato il modello della riserva indiana che serve anche a moltiplicare piccoli poteri locali. Le soprintendenze hanno bisogno di un territorio omogeneo davanti alla legge. Moltiplicare gli statuti territoriali non porta a niente e la strategia ha bisogno di spazio. Sotto questo aspetto, l esperienza siciliana insegna anche : basta pensare all assurdità della città greca di Siracusa ormai strappata fra la soprintendenza e un parco. Dicendo questo non voglio parlare male dei parchi. Capisco bene che è l unica strada da seguire - se posso dire - quando parliamo dell Appia, impresa fondamentale e direi simbolica, ma in tanti altri situazioni meno complessi è meglio giocare la carta dell inserimento del bene nel tessuto urbanistico e sociale. Scrive a ragione Antonella Recchia (p. 108) : E il momento del passaggio dall idea di Bene Culturale Custode all idea di Bene culturale Servizio. Non dobbiamo infatti dimenticare l obiettivo finale anche se ne siamo ancora molto lontani : e la società, tutta la società che ha vocazione a difendere il bene ; e la società che dovrà un giorno (certo lontano) chiedere i vincoli allo Stato o alla Regione ; solo tenendo presente questo obiettivo si potrà andare avanti. L Assessore della Regione Puglia, Angela Barbanenti (p. 92) sottolinea che oggi i vincoli sono indispensabili ma che non devono avere un taglio puramente burocratico ma essere uno strumento di dialogo con la società. Poi, in un contesto speciale come l area centrale di Roma, nessun cittadino romano vuol un Disneyland riservato ai turisti e ai loro pullmann e separato

7 7 dalla città, ma questo non significa che certi dibattiti del passato non sono ancora di grande attualità soprattuto in um moment dove interferiscono con il futuro del progetto della metropolitana. Adriano La Regina, negli anni finali degli anni settanta, ha dato una svolta direi epocale alla riflessione e ha lanciato un dibattitto collettivo, cittadino e responsabile. Oggi, ci vogliono dei progetti precisi per convincere i vostri concittadini, progetti che integrano di più l area centrale alla città (e il concetto di parco, appunto, non funziona in questo caso). La gente ormai non va più avanti nel buio e non si può andare avanti senza la gente come lo ricordava bene Andreina Ricci nel 2006 nel suo bel libro (Attorno alla nuda pietra). E qui ritrovo il pensiero di Salvatore Settis, il quale a p. 43 ricorda che l adagio si può rovesciare e che la vita (odierna, aggiungo io) è maestra di storia. L archeologia, scrive Settis, va capito come memoria vivente della società e non accumulo di dati eruditi. Ci siamo. Conclusione Ho citato ogni tanto la Francia ma non si tratta di proporre ricette francesi. Anzi. La Francia, prima dell ultimo ventennio, ha sempre preso dall Italia la sua normativa sia nel 1912 sia nel E oggi la Francia deve continuare a guardare all Italia perché la densità del patrimonio archeologico italiano è senza confronto come si sa. Su questo piano, l Italia ha una legittimità europea per indicare la strada da seguire, sia per merito della vostra storia sia per merito del vostro presente. Senza dimenticare l articolo 9 della vostra Costituzione. La questione è anche di far capire alla classe politica dei nostri paesi che l archeologia non è più soltanto una scienza dell erudizione. Ormai siamo usciti dalla nicchia. Per alcuni dei nostri colleghi ed amici, spesso più anziani di noi ma non sempre, è stato un traumatismo : 50 anni fa si entrava in archeologia per studiare, come si entrava in religione per pregare. Oggi molti religiosi s impegnano ben oltre la preghiera e noi, archeologi, studiamo e vogliamo continuare a studiare ma ci impegnamo anche sul territorio e possiamo esser utili all amministrazione, statale o regionale, per la gestione equilibrata e umana di tale territorio. Ricordare la cara Marina Mazzei è d obbligo in tale contesto. E anche Riccardo Francovitch. L espressione che mi ha più colpito nel libro è quella di fruizione lenta dei paesaggi" (p. 193) o anche della mobilità dolce (p. 197). Bellissimo, anche se, come Marisa Dalai (p. 229) preferisco godimento a fruizione. Non vogliamo trasformare i nostri paesi in musei (anche se i musei e la gestione dei turisti meritano attenzione), pensiamo anche noi al futuro e non soltanto al passato. Vogliano dei territori economicamente vivaci ma umani. E la gente vuol anche questo. Sono indispensabili evoluzioni forti certamente, ma senza rovesciare il tavolo perché si tratta di

8 8 trasformare le mentalità e dunque di educare (la scuola, l ho già detto, è fondamentale) e l obiettivo non è di provocare la rivolta popolare (Angela Barbanente, p. 95). Gli archeologi meritano fiducia per dare il loro contributo a tale obiettivo perchè hanno fatto una grande mutazione. Questo libro ha un sapore d impegno, d innovazione, di responsabilità, di approccio collettivo e non personale, e porta testimonianza di tale mutazione e di una riflessione vivace attraverso l esempio pugliese. Mi sembra che per la richezza del dibattito non siamo ormai troppo lontani dagli anni 70 : la stagione dei Dialoghi di archeologia di Bianchi Bandinelli et della seconda edizione di Archeologia e cultura materiale di Andrea Carandini (1975, proprio l anno iniziale di questo Ministero), stagione sempre presente per molti di noi. Allora, la Francia e non soltanto la Francia, era all ascolto dell Italia. Questi tempi possono tornare presto. Non si tratta dunque per l Italia di organizzare un evento in più ma di impostare e far partire subito una maratona, prolungando il lavoro degli amici e colleghi pugliesi e senza dimenticare l esperienza siciliana.

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