IL MODELLO EMILIANO SFIDE ISTITUZIONALI

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1 Ash Amin 01 IL MODELLO EMILIANO SFIDE ISTITUZIONALI Bologna, 1998

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3 INTRODUZIONE N egli ultimi dieci anni, la letteratura sui distretti industriali e sui sistemi di produzione decentrati in genere ha fatto crescere un interesse che tende ad andare oltre la loro significatività empirica. Una serie di fattori spiega questa peculiarità. All inizio, l interesse serviva a ricreare fiducia nella percorribilità del modello delle piccole imprese e delle relazioni locali in un mondo di grandi imprese e reti globali. Più avanti, i numerosi casi raccolti dagli esempi regionali come i distretti artigianali e i sistemi tecnologicamente avanzati, fino ad esempi di organizzazione decentrata o di impresa rete aiutarono ad illustrare i fondamenti sociali ed istituzionali della vita economica. Abbiamo così imparato che il successo economico aveva poco a che fare con le virtù imprenditoriali dell uomo economico razionale autoreferente come postulato dall economia neoclassica, ma con determinate istituzioni collettive come l interdipendenza tra gli attori economici, la presenza di sistemi di sostegno alle imprese, consuetudini al dialogo e alla reciprocità e, in alcuni casi, una cultura di solidarietà sociale e civica (vedi, per esempio, Aoki, 1988 e Sabel, 1994 sul Giappone; Trigilia, 1988 e Putnam, 1993 sull Italia; Saxenian, 1994 su Silicon Valley; Herrigel, 1995 sul Baden Wuttenberg). Più recentemente, e in coincidenza con lo sviluppo dell economia evoluzionista (Hodgson, 1993; Metcalfe, 1998), l interesse in questi casi di successo economico ha incominciato a rivolgersi verso ciò che essi ci possono dire sui meccanismi e le fonti dell apprendimento e dell adattamento economico. Sembra che nel contesto attuale di rapidi cambiamenti tecnologici, crescente obsolescenza dei prodotti, e mercati fortemente contendibili, una condizione essenziale per la sopravvivenza economica sia la capacità delle imprese di mantenere un vantaggio apprendendo continuamente nuovi segreti e adattandosi, o conformandosi, alle mutevoli circostanze. Una convinzione sempre più diffusa è che l economia contemporanea sia meno standardizzata e prevedibile del passato, valorizzando così l innovazione e la capacità di adattamento come una fonte di competitività. Quello che sembra meno chiaro dalla letteratura concettuale disponibile, riguarda, innanzitutto, l esatta natura di ciò che influenza l apprendimento e l adattamento, e in secondo luogo, se l innovazione e l apprendimento in generale facilitino automaticamente l adattamento, e infine, se c è una differenza tra le proprietà necessarie per l adattamento graduale (path-dependent) e quello radicale (path-breaking). Questo articolo rivisita il famoso esempio dell Emilia-Romagna in Italia per aggiungerlo alla conoscenza attuale su quest ultima fase di interesse sui sistemi di produzione decentrati. Esso si domanda se lo stretto abbinamento che si è formato tra il modello imprenditoriale di specializzazione flessibile della regione e il vasto insieme delle istituzioni che hanno supportato questo modello sia conformato al meglio per favorire i necessari aggiustamenti istituzionali di fronte alle nuove sfide economiche. Viene analizzato che, proprio nel momento del consolidamento di queste istituzioni dalle co-operative e dal movimento artigianale, alle scuole tecniche e ai centri di servizio settoriali sono emerse nuove domande economiche che mettono in discussione la loro efficacia e rilevanza. Ad esempio, le imprese tecnologicamente avanzate della regione ora, al fine di competere sul mercato globale, sembrano richiedere dalle Università inputs più formalizzati di ricerca scientifica, mentre nelle meno prospere aree orientali della regione, le comunità locali stanno ricercando nuove soluzioni per far fronte al problema delle insufficienti opportunità occupazionali locali. L eredità istituzionale della regione sembra, in qualche modo, male attrezzata per queste sfide. 3

4 Il mio proposito nel sollevare questo problema non è di parteggiare per una attuale moda dell economia evoluzionista, ma di mettere l accento sul fatto che la varietà è una fonte di innovazione (vedi Saviotti, 1996; Grabher e Stark, 1997). Perciò il mio obiettivo non è di suggerire se il problema in Emilia-Romagna abbia qualcosa a che fare con la sua base istituzionale monoculturale o con la singolarità di propositi del suo sistema industriale. Al contrario, desidero suggerire che la capacità di cogliere nuove domande è strettamente legata alla natura della razionalità collettiva delle azioni e dei comportamenti che permeano il sistema economico. Per esempio, di una disposizione collettiva verso la sperimentazione e la riflessività si può dire che incoraggia l innovazione continua e il cambiamento, in contrasto con una razionalità procedurale (Simon, 1982) che tende a incoraggiare un aggiustamento di reazione verso un ambiente economico che è considerato difficile da conformare e influenzare. Secondo Capecchi e Pesce (1993), nel caso dell Emilia-Romagna, la presenza di intermediari che attraversano i confini tra economia/stato/società civile per alimentare solidarietà e comprensione, storicamente ha giocato un ruolo importante nel facilitare una particolare cultura dell apprendimento e dell adattamento. Questo paper si domanda se questa cultura è oggi minacciata dalla scomparsa di questi intermediari, insieme con l evidenziazione dei limiti di una razionalità di tipo artigianale. Alla luce dell enfasi che desidero attribuire al ruolo dell intermediazione nel processo di apprendimento e di adattamento, il paper inizia con una descrizione delle istituzioni socio-culturali e politiche che sono venute a puntellare il dinamismo imprenditoriale del sistema produttivo regionale. Data la numerosa e ben conosciuta letteratura sulla regione, molta della prima parte del paper sarà familiare ai lettori che hanno seguito lo stato dell arte del dibattito sulla regione. Tuttavia, il ritorno alla letteratura già nota viene fatto per ragioni che sono diverse dalla semplice tendenza di descrivere l evoluzione del modello emiliano o spiegare la sua base istituzionale (formale e informale; sociale, politica ed economica). 4

5 L INTERMEDIAZIONE NEL MODELLO EMILIANO Con una popolazione vicina ai 4 milioni di residenti (il 7% della popolazione italiana), la regione conta l'8,3% dell occupazione nazionale e quasi il 9% del P.I.L., superata solo da Lombardia e Lazio. La regione ha il terzo più alto tasso di occupazione e il terzo più basso tasso di disoccupazione (6%, a confronto con la media nazionale del 12%) tra le 20 regioni italiane, superata in entrambi gli indici solo dalla Valle d Aosta e dal Trentino-Alto Adige nell estremo Nord, che insieme raggiungono solo il 2% del P.I.L. Il dinamismo economico della regione è confermato dalla quota dell 11% dell export nazionale, che la colloca al quarto posto dietro Piemonte, Veneto e Lombardia. In netto contrasto con la tendenza verso una crescita trainata dai servizi nelle regioni centrali delle economie avanzate, l agro-industria e le industrie manifatturiere rimangono estremamente importanti nell economia emiliana. Sebbene l agricoltura ora impieghi meno del 9% della forza lavoro regionale, settori come i cereali, l ortofrutticoltura, e specialmente la carne e i prodotti lattiero-caseari, collocano ampiamente la regione tra le principali produttrici italiane di prodotti agro-alimentari e assicurano un considerevole volume di ricavi, anche dall export. L industria manifatturiera (edilizia esclusa), continua ad impiegare circa il 30% della forza lavoro regionale e realizza più del 10% della produzione nazionale. Essa raggiunge oltre l 80% delle esportazioni regionali, dominate dalla meccanica ed elettronica (51%), ceramica ed altri prodotti da minerali non metallici (13%), abbigliamento e calzature (11%), mobili, chimica, carta ed editoria. La forza trainante dell economia manifatturiera emiliana, come ben noto, sono i suoi sistemi decentrati di piccole imprese flessibilmente specializzati. Il 98% delle imprese della regione impiegano meno di 100 addetti, e tra queste, il 41% è classificato come ditte individuali, organizzate lungo linee artigianali e con meno di 15 addetti. Il settore manifatturiero include anche quasi il 20% delle 7400 co-operative della regione, la maggioranza delle quali sono piccole imprese. A grandi linee, le piccole imprese possono essere classificate in tre tipi di sistemi decentrati: i tipici distretti industriali marshalliani come Carpi e Sassuolo, che sono specializzati in singole nicchie di mercato come la maglieria e le ceramiche; i sistemi artigianali in settori di consumo tradizionali come l abbigliamento, le scarpe, i mobili e vari prodotti agro-industriali, che sono presenti lungo la regione ma non dominano le singole aree; e, un po in contrasto con altre regioni della Terza Italia, reti di subfornitura centrate attorno ad imprese leader di media dimensione, specializzate in produzioni su commessa ad alta intensità progettuale (ad esempio, macchine agricole, attrezzature da ufficio, auto di serie e motociclette, macchine per l imballaggio). La sola eccezione che è atipica al modello emiliano (Brusco, 1982) è rappresentata dal settore chimico, localizzato nelle province orientali della regione a seguito di investimenti pubblici, e dominato da grandi imprese verticalmente integrate (Bianchi e Gualtieri, 1991). Tornando alle questioni istituzionali, la letteratura sull economia del Modello Emiliano (o sui distretti industriali in genere) ha fatto del ruolo delle esternalità collettive, normalmente trascurate dall impresa autoreferente, un punto da sottolineare (Brusco, 1992). L analisi ha teso a concentrarsi sulle caratteristiche delle reti a cui le singole imprese appartengono e sui servizi finalizzati e i supporti istituzionali forniti dall esterno che le imprese possono utilizzare. Così abbiamo appreso della influenza decisiva sulla concorrenza dinamica di fattori come le economie di specializzazione, la flessibilità e la disintegrazione verticale, le economie di agglomerazione, le conoscenze locali 5

6 sedimentate, l apprendimento e le opportunità di innovazione, generati dalla condivisione di informazioni e dall interdipendenza tra le imprese, dall accesso istituzionalizzato al credito, dall informazione e da altri servizi per le imprese. Un filone di letteratura parallelo si è concentrato sul ruolo delle subculture politiche locali a carattere coesivo, per evidenziare i vantaggi economici associati con l efficienza dell amministrazione e la democrazia civica. Questo filone segue il percorso di ricerca di Arnaldo Bagnasco (1988) e Carlo Trigilia (1986) e, più recentemente, il lavoro di Robert Putnam (1993) e i suoi collaboratori di ricerca (Nanetti, 1988; Leonardi e Nanetti, 1990). Si è insistito sulla comunanza di obiettivi derivanti dalla presenza di una cultura politica storicamente sedimentata, trasversale alle classi sociali, alle divisioni di genere, alle divisioni istituzionali. E stato anche evidenziato lo stretto equilibrio tra una amministrazione pubblica responsabile e una società civile attiva basata su organizzazioni associative di vario tipo una configurazione richiesta per avere una responsabilità collettiva assicurata, verifiche e bilanci tra strutture di autorità pluraliste. La mia impressione è che non appena la conoscenza sull Emilia-Romagna e sui distretti industriali in genere è divenuta progressivamente approfondita, sono state perse di vista le connessioni tra le istituzioni che supportano i sistemi produttivi e le subculture politiche locali. Per esempio, mentre in una precedente pubblicazione Phil Cooke (1984) insisteva sulle tradizioni comunali e artigianali del modello emiliano, nel suo libroagenda scritto con Kevin Morgan (1998), l enfasi cade decisamente sul ruolo delle istituzioni di supporto, quali associazioni di gruppi di interesse e agenzie che offrono servizi alla produzione. Forse, involontariamente, il risultato è stata una relativa disattenzione all interattività delle istituzioni della specializzazione flessibile e delle subculture della democrazia associativa (Hirst, 1994) o delle politiche policentriche (che Locke, 1995, distingue dalle politiche gerarchiche o polarizzate). Questa disattenzione ha teso a minimizzare il ruolo di questa interazione, non solo nel sottolineare il fattore dell imprenditorialità, ma anche nell ingenerare una cultura dell innovazione e della sperimentazione. L interazione tra le istituzioni Tra il 1950 e il 1970 l Emilia fu testimone del consolidamento e dell espansione dei suoi sistemi di piccole imprese essenzialmente intorno a due vettori. In primo luogo, la graduale industrializzazione della campagna vide la crescita delle agro-industrie, dal momento che i prodotti della terra venivano trasformati in prodotti di qualità esportabili (ad esempio, il prosciutto di Parma, il Parmigiano-Reggiano). Questo processo condusse le piccole imprese industriali e agricole, spesso raggruppate in co-operative di acquisto o di vendita, a cogliere i benefici delle economie di scala e ad accedere a servizi comuni. Allo stesso tempo, le aree rurali della regione e le piccole città generarono la crescita delle piccole imprese manifatturiere e dei distretti industriali che assumevano i caratteri della specializzazione flessibile e dei distretti marshalliani. Al centro di questo modello di imprenditorialità sta una serie di convenzioni e consuetudini sociali interconnesse, che Giulio Sapelli (1995), in una dettagliata sociologia storica dell imprenditoria artigiana nella rossa provincia di Reggio Emilia, elenca essere: l affidarsi al lavoro esteso familiare; i ritmi di lavoro non standardizzati, propri dell unità familiare; il riorientamento dei valori e delle competenze rurali; l ideologia del lavoro (al di là dell etica del profitto), e l orgoglio imprenditoriale. Questi valori tipicamente artigianali nel senso che sono distinti dal geloso individualismo di molte piccole imprese vennero ad essere consacrati istituzionalmente in una più vasta ideologia comunitaria di co-operazione e consenso, attraverso la definizione di una comunità politica che collegava una varietà di organizzazioni sociali. I Partiti Comunista e Socialista, 6

7 eccezionalmente a favore dei lavoratori e delle piccole imprese conquistarono una influenza maggioritaria sia tra i sindacati che tra le associazioni artigiane e le co-operative in cui le piccole imprese si aggregavano. A loro volta, queste associazioni divennero importanti centri di potere economico, utilizzato non solo ulteriormente a favore degli interessi dei piccoli imprenditori, ma anche per fornire assistenza alla creazione e alla gestione delle imprese. Di conseguenza, come dice Capecchi (1990a: 28): si formò un tipo di comunità politica Comunista e Socialista laddove persone della stessa esperienza politica vennero ad assumere ruoli nel governo locale e regionale, nei sindacati, nelle associazioni industriali e delle piccole imprese, e le imprese si organizzarono come co-operative. Questa potente comunità politica guardò ai bisogni delle piccole imprese, ma, importante, al tempo stesso aiutò ad inculcare una cultura associazionistica nell elité regionale, così come a legare questa elité con la più vasta massa della popolazione della regione. L ideologia politica dominante incoraggiò una cultura della partecipazione nella politica di massa e nella azione collettiva attraverso associazioni di gruppi di interesse, mentre la sua diffusione all interno dello spettro istituzionale generava un insieme di convinzioni eccezionalmente comuni. Sapelli (1995: 19) spiega: la diffusione di idee riformiste, insieme con l associazionismo culturale, sociale, ricreativo e religioso, ha giocato un ruolo decisivo nel formare generazioni di potenziali leader, politici o industriali. Dopo la metà degli anni settanta, il livello di supporto istituzionale formalizzato per le reti di specializzazione flessibile della regione aumentò. Tra le regioni della Terza Italia, come è ben noto dalla letteratura, l Emilia-Romagna è stata unica in termini di varietà, densità ed efficienza del supporto per l economia delle piccole imprese fornito dal settore pubblico (Leonardi e Nanetti, 1990; Brusco, 1992; Cooke e Morgan, 1998). Notoriamente, questo include la realizzazione nel 1974 dell ERVET da parte della giunta regionale. Il successo dell ERVET sta nell aver realizzato centri di servizio settorialmente e funzionalmente specifici e con facile accesso per le piccole imprese, i quali fornivano, ad esempio, informazioni finalizzate e formazione in modo flessibile e orientato ai bisogni delle imprese (Brusco, 1992; Bandini, 1995; Bellini, Giordani e Pasquini, 1990; Bonaretti, 1995; Morgan, 1997). Ma anche qui, il ruolo delle politiche sociali e infrastrutturali progressiste, legate alla cultura politica comunitaria della regione, non deve essere sottostimato. Capecchi e Pesce (1993), per esempio, insistono sul fatto che l impegno permanente della sinistra progressista nel modernizzare le infrastrutture fisiche ai più elevati standard europei aiutò a generare un ambiente imprenditoriale favorevole ed efficiente, mentre l impegno eccezionale del settore pubblico per servizi pubblici di alta qualità, particolari bisogni assistenziali (ad esempio, dei pensionati, delle donne lavoratrici, degli handicappati), ed iniziative culturali popolari come feste e concerti, facilitarono la riproduzione sociale e al tempo stesso accrebbero la qualità della vita e, conseguentemente, rafforzarono l identità locale. La letteratura ricorda anche che, in contrasto con molte altre regioni, il supporto alle piccole imprese emiliane fu fornito dalle associazioni di rappresentanza locali, provinciali e regionali e in diverse forme (Cooke e Morgan, 1998). Concretamente, la Lega delle Cooperative e la CNA hanno svolto un ruolo essenziale per i loro appartenenti, premendo per leggi e politiche favorevoli, definendo programmi di formazione settoriali, fornendo un ampia gamma di servizi di base (dall assistenza legale alle informazioni tecniche), aiutando a formare consorzi per acquisti e vendite collettive, o per garanzie crediti. Contemporaneamente, i Sindacati, le Associazioni Industriali, le Associazioni delle Piccole Imprese, le Camere di Commercio, le organizzazioni di ricerca e consulenza svilupparono un sistema di informazioni a favore dei loro membri e sponsors, ma contribuirono anche, attraverso frequenti conferenze e seminari pubblici 7

8 ampiamente seguiti, a costruire una riserva comune di conoscenze, opinioni, dibattiti e credibilità. 8

9 L intermediazione Concettualmente è importante osservare che il considerevole pluralismo e sovrapposizione istituzionale che venne a caratterizzare il secondo vettore dell industrializzazione urbana diffusa non condusse alla frammentazione istituzionale. Questo fu largamente dovuto al senso di comunità trasversale che derivava dall ideologia localista e comunitaria dominante nella regione e da una forte cultura di intermediazione tra le organizzazioni politiche, economiche e civili della regione. Il ruolo del Partito Comunista al governo fu critico da entrambi i punti di vista. La struttura delle alleanze costruite dal Partito raccolse insieme, all interno di una coalizione eterogenea, la classe lavoratrice urbana, i contadini e i lavoratori dell agricoltura, una classe media urbana imprenditoriale conquistata dall efficienza amministrativa e dai buoni servizi. Intorno a questa coalizione, il Partito fu capace di raccogliere consenso su un modello di sviluppo economico e sociale basato su un governo progressista, l integrazione sociale, il successo imprenditoriale (Bellini, 1990). Inoltre, in misura significativa, fu capace di esercitare una influenza a rete (Bellini, op.cit), attraverso il comune sistema di valori e convinzioni condiviso dai suoi elettori e attivisti, lettori di giornali, membri di associazioni ricreative (i centri ARCI) praticamente in ogni quartiere, e partecipanti alle feste e ai raduni popolari. L influenza a rete del Partito aiutò anche ad assicurare consenso a tutti i livelli gerarchici delle potenti organizzazioni economiche rosse della regione, dai commessi dei negozi e i sindacati, alla CNA e alla Lega delle Cooperative. Inoltre, le appartenenze trasversali, le relazioni inter-personali e la frequente rotazione dell elité del Partito attraverso posizioni elevate in queste organizzazioni servì a sedimentare una agenda comune, così come ad alimentare una diffusa cultura organizzativa di consultazione e compromesso. Ma, come ci ricorda Robert Putnam, questa cultura di intermediazione era anche il prodotto della cultura democratica delle regioni civiche che si trovarono magnificamente collocate tra un sistema pubblico efficiente e le forti tendenze associazioniste nella società civile. La società emiliana è densa di associazioni di volontariato che mostrano elevati livelli di partecipazione in ogni area della vita pubblica, dalle attività ricreative, sportive e culturali, fino all educazione, i servizi sociali e la casa. Il delicato equilibrio tra Stato e società è servito per inculcare, innanzitutto, una tradizione di governo associativo in cui l autorità effettiva è posta nelle mani dei gruppi autonomi (per esempio, il ruolo attivo delle organizzazioni volontarie e caritatevoli nella fornitura dei servizi sociali). In secondo luogo, esso ha coltivato una cultura regionale ferocemente repubblicana, che difende le prerogative, i diritti e le responsabilità individuali e di gruppo, una arena pubblica estesa e condivisa e un processo decisionale consultativo e democratico. Capecchi e Pesce (1993) parlano di uno stile di vita emiliano che è tirato da diversi fili, compresa una forte tradizione femminista, una preferenza per la soluzione collettiva dei problemi, un desiderio per l innovazione culturale, la produzione e il consumo, un ardente desiderio di differenziarsi dal resto d Italia, un apertura agli stranieri, uno sviluppato senso di cittadinanza. L economia emiliana, perciò, si è disegnata su un intricato reticolo di istituzioni formali e informali che si sono reciprocamente rafforzate, raccolte intorno a un particolare stile di vita che combinava successo imprenditoriale, buon governo e coesione sociale. Trascurare questo aspetto sarebbe offrire un resoconto incompleto del successo della specializzazione flessibile in Emilia- Romagna. 9

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11 I CONFLITTI ISTITUZIONALI EMERGENTI Durante gli anni settanta e ottanta, le reti di imprese a specializzazione flessibile e la loro più ampia rete di sostegno istituzionale divennero interrelati in un sistema coerente il modello emiliano, così come viene coscientemente presentato dai suoi divulgatori. Senza dubbio, buona parte del successo economico della regione può essere rintracciato in questo modello. Tuttavia, una questione importante emersa è se lo sforzo conscio di sviluppare un discorso di politica coerente da parte della comunità politica della regione non abbia finito per servire a trascurare problemi che non si conformavano al modello, o peggio, per ostacolare l adattamento istituzionale di fronte alle più radicali sfide che richiedevano di guardare oltre la cultura industriale della perfezionismo artigianale del modello emiliano (Bertini, 1995). Su quest ultimo punto, Gernot Grabher e David Stark (1997), nel discutere l adattamento istituzionale nei paesi post-comunisti, sostengono che la dissonanza contribuisce all apprendimento organizzativo e all evoluzione economica (p. 4), mentre i meccanismi che sono favorevoli all adattamento dell economia in un contesto specifico, possono, al tempo stesso, minare l adattabilità complessiva dell economia (di fronte a cambiamenti di scenario) (p. 11). A comprendere se questi pericoli sono affrontati dal modello emiliano è indirizzata questa sezione. Il sistema di regolazione economica che si è perfezionato in Emilia-Romagna comprendente la fornitura pubblica di servizi e le istituzioni dell associazionismo e dell intermediazione si è evoluto a sostegno di un sistema di produzione artigianale decentrato. La razionalità istituzionale dominante, per integrare i tratti comportamentali delle reti produttive decentrate della regione, è stata quella dell adattamento incrementale, dell apprendimento per interazione e della mobilitazione di conoscenze tacite sedimentate. Questa lettura è coerente con l enfasi attribuita nella letteratura emergente sulle fonti di apprendimento e innovazione all interno dei distretti industriali e dei sistemi di produzione locali (Asheim, 1997; Maskell e Malmberg, in corso di pubblicazione; Becattini e Rullani, 1993; Bellandi, 1996; Brusco, 1995; Lombardi, 1997; Belussi, 1995; Gottardi, 1995). La convinzione comune sembra essere che, mentre le reti di imprese tecnologicamente avanzate tendono a far derivare la loro competitività dinamica dall accesso ai risultati della conoscenza scientifica, da regole codificate, progressi tecnologici e leadership strategica, le reti di piccole imprese approssimativamente raggruppate, tendono a puntare più sulla conoscenza informale, non scientifica e interattiva come fonte di vantaggio competitivo. Il successo a livello individuale e collettivo si sostiene che sia il prodotto della conoscenza e dell esperienza artigianale, dell apprendistato, della condivisione e diffusione delle informazioni, dell imitazione, dell innovazione e dell adattamento incrementale, dei meccanismi endogeni e della flessibilità operativa. Una implicazione è che mentre le ultime proprietà possono fornire vantaggi considerevoli associati con l adattamento incrementale all interno di mercati di nicchia in cui il successo commerciale è basato su continue modificazioni del prodotto, esse possono essere meno favorevoli per cambiamenti radicali nel prodotto o nella traiettoria tecnologica (Bertini, 1994 e 1995; Nomisma, 1993; Bianchi e Bellini, 1991). Inoltre, la razionalità istituzionale dominante dell azione rivolta verso l adattamento a cambiamenti guidati dall esterno può impedire lo sviluppo di una razionalità più strategica e riflessiva, rivolta verso obiettivi di conformazione e cambiamento dell ambiente (Lombardi, 1994). D accordo con questa interpretazione, Charles Sabel (1995: 4) confronta il coordinamento per compiti nel modello artigianale italiano con il coordinamento per obiettivi tra le imprese decentrate giapponesi, per commentare: forme di coordinamento, derivate dall esperienza giapponese, che incoraggiano revisioni deliberate e sperimentali nella definizione e distribuzione dei compiti 11

12 all interno delle e tra le istituzioni economiche, hanno risultati inferiori a quelle basate sulle nozioni di artigianalità e imprenditorialità, che perseguono la reintegrazione della concezione del prodotto e l esecuzione dei compiti all interno di una divisione del lavoro assunta come naturale e senza elaborazione strategica. Questo sistema di coordinamento lo chiamerò learning by monitoring ( apprendimento per tentativi ), per il modo in cui lega la valutazione dei risultati alla ridefinizione degli obiettivi. Per Sabel il sistema artigianale tende a generare una interdipendenza tra le imprese basata sulle competenze, in grado di reagire con rapidità ed eccellenza artigianale ai cambiamenti del mercato. Qui l apprendimento è una questione di adattamento incrementale di fronte ad un ambiente a quanto si dice non modificabile e ampiamente dipendente da una razionalità procedurale che favorisce un aggiustamento a posteriori ai cambiamenti dell ambiente esterno. Al contrario, il sistema per obiettivi consente alle singole unità di sperimentare e adattarsi non appena il sistema oscilla tra il determinare una divisione del lavoro in se stessa e il riconsiderare questa determinazione alla luce dell esecuzione (op.cit.: 9). In questo contesto, il learning by monitoring consiste nello sviluppare una razionalità riflessiva e strategica attraverso il sistema delle imprese, ma soprattutto tra le organizzazioni leader, progettate per anticipare, influenzare e modificare l ambiente economico (vedi Amin e Hausner, 1997, per una più dettagliata analisi dei meriti delle diverse razionalità di azione). Altri commentatori, comunque, hanno osservato che le reti di piccole imprese e i distretti industriali che sono stati spinti ad affrontare una intensa concorrenza internazionale, standard produttivi frequentemente mutevoli e imprese dominanti particolarmente aggressive, necessitano di comportamenti strategici, innovazione radicale e, in generale, apprendimento. Per esempio, nei sistemi caratterizzati da considerovoli fenomeni di entrata e uscita di imprese e legami deboli tra di esse, l obiettivo del cambiamento nel mix dei prodotti e nella tecnologia si considera che viene rafforzato dalla maggiore varietà di capacità disponibili e dall attrito tra di esse (Bellandi,1996; Grabher, 1994). Allo stesso modo, i sistemi dominati da una impresa che cerca di sviluppare e conservare la leadership tecnologica e di mercato e gestire complesse relazioni di subfornitura e collaborazione, sembrano capaci di sviluppare una razionalità strategica, almeno tra i leader del sistema, anche se le imprese specialiste di fase rimangono a carattere meno sperimentale (Lombardi, 1997; Bellandi, 1996; Ferrucci e Varaldo, 1993). Le esigenze delle nuove sfide imprenditoriali C è una gran quantità di evidenze sull affermazione delle imprese leader nell economia emiliana, che mostrano segni di learning by monitoring, specialmente nei settori a maggiore intensità tecnologica come le macchine automatiche o la meccanica agricola, e nei settori ad alta intensità di ricerca come i prodotti biomedicali (Bertini, 1995; Scuolaofficina, 1993; Capecchi, 1990b; Ferrucci e Varaldo, 1993; Lipparini e Lomi, 1996; Lorenzoni, 1992). Queste sono imprese medie ( addetti), guidate da imprenditori altamente qualificati o creativi, con decenni di esperienza imprenditoriale e di leadership in uno specifico settore, e che spesso esercitano una considerevole influenza sulla comunità imprenditoriale regionale e le relative organizzazioni (ad esempio, le scuole tecniche, i centri di ricerca, le amministrazioni locali). In contrasto con le imprese a specializzazione flessibile del passato, esse operano come integratori del sistema, offrendo una gamma di prodotti correlati, modulati e assemblati attraverso una serie di reti di subfornitura specifiche ai diversi prodotti, ognuna con la sua impresa leader e le sue imprese follower. Il loro ruolo è quello di fornire accesso ai mercati internazionali, guida strategica e risorse, rispettivamente 12

13 attraverso la loro vasta esperienza e presenza commerciale, l investimento in appropriate competenze tecniche e manageriali, e il dominio delle risorse finanziarie o di altro tipo. La loro sopravvivenza sembra dipendere in modo cruciale dallo sviluppo di capacità strategiche e da ben assortite capacità adattive, di modo che i mercati possono essere anticipati e condizionati, e l architettura organizzativa e la cultura della loro rete esterna può divenire propensa alla sperimentazione e alla ricerca dei problemi. Così, alla frontiera del sistema produttivo emiliano, vi sono segni di evoluzione e adattamento per rimodellatura. Le ricerche disponibili suggeriscono che questi obiettivi si stanno in parte raggiungendo a seguito dei cambiamenti nelle competenze di base e nell autovalutazione delle imprese leader sia rispetto alle reti che rispetto al prodotto, dal momento che esse si muovono verso una focalizzazione sulle competenze strategiche. In parte, essi sono il risultato di uno slittamento verso legami più ampi e reciproci con fornitori specializzati e subfornitori che sono ora chiamati a sperimentare col prodotto (piuttosto che solo con compiti particolari), progetti e mercati. Da questo punto di vista, le imprese leader stanno diventando sempre più come le più grandi imprese avanzate, da altre parti alla guida di intricate reti di subfornitura e in grado di gestire i benefici di forme di organizzazione aziendale basate su alleanze strategiche. Non c è nessuna carenza di apprezzamento, nell ambito del mondo imprenditoriale, del bisogno di una innovazione che vada al di là della cultura industriale dominante della regione, basata sul learning by doing. Nel corso di alcune interviste dirette tra l inverno del 95 e la primavera del 96, questo si rivelò chiaro sia tra gli imprenditori leader che tra gli esperti di ingegneria ed elettronica. Ad esempio, la Confindustria regionale, nel riconoscere il calo nella formazione di nuove imprese, ha iniziato a sviluppare progetti di incubazione con l Università di Bologna per facilitare lo sviluppo di competenze imprenditoriali e manageriali tra i laureati in materie scientifiche, con elevate qualifiche tecniche e di ricerca. Meno informalmente, il Museo del Patrimonio Industriale di Bologna (realizzato dal Comune con notevole supporto da parte di imprenditori illuminati, accademici universitari e altri professionisti, e dalla famose scuole tecniche Aldini-Valeriani la fonte storica della maggior parte delle imprese meccaniche) è divenuto un importante forum di scambi informativi e innovazione tra le imprese meccaniche ed elettroniche. La sua missione culturale ed educativa, le sue mostre suggestive che legano la memoria storica con i più recenti sviluppi industriali, la sua rivista Scuolaofficina orientata alla ricerca, e le sue splendide strutture per gli incontri d affari, hanno contribuito a rivitalizzare un interesse calante nella scienza e nella tecnologia tra le generazioni più giovani, per unificare una comunità di interessi industriali e far scambiare idee agli imprenditori sulle nuove sfide e opportunità. L assetto istituzionale della regione, come suggerito sopra, è stato più rivolto all adattamento graduale ai bisogni delle imprese a specializzazione flessibile, piuttosto che all anticipazione di nuove sfide economiche e organizzative. La storia istituzionale della regione non è stata quella di sviluppare una riflessività critica, attraverso cui, come dice Sabel (1995: 20), la comunità politica, allo stesso modo dell impresa che apprende by monitoring, diviene capace di rivalutare e rivisitare i suoi propositi sostanziali e di sviluppare una cultura dello sperimentalismo regionale in cui il compito centrale è quello di aiutare gli attori economici regionali a padroneggiare nuove discipline di decentramento coordinato che informino la politica dello sperimentalismo stesso. Invece, l eredità è stata quella di partire dal presupposto che gli artigiani e le piccole imprese conoscono il loro business meglio di chiunque altro, al punto che il compito della politica pubblica doveva essere quello di facilitare l accesso ai fattori di produzione (credito, servizi per le imprese, lavoro, ecc ). Non è immediatamente evidente che il bisogno per uno slittamento qualitativo nei propositi e nel comportamento istituzionale sia stato afferrato dalla comunità politica della regione. Ci sono segni di una insufficiente comprensione, da parte degli attori delle politiche pubbliche, delle nuove sfide affrontate dalla comunità imprenditoriale, che può 13

14 richiedere nuove modalità di offrire supporto pubblico. I tre esempi che seguono indicano che sembra esservi un crescente bisogno di iniziative che rompono con le tradizionali politiche della regione basate sui settori e sui fattori produttivi. Mentre può essere solamente una questione di tempo prima che questi problemi siano affrontati, ciò che è preoccupante è che le iniziative possono venire fuori come risposte alle pressioni delle imprese e di altre parti interessate (disegnando così una razionalità procedurale), piuttosto che come il risultato di una deliberazione riflessiva all interno della comunità politica delle future sfide e opportunità economiche. Un esempio riguarda il riconoscimento della centralità delle imprese leader dei sistemi produttivi. Questo può richiedere una promozione esplicita delle imprese leader e delle loro filiere allargate di fornitori e subfornitori. Questo può coinvolgere azioni per facilitare la ricerca da parte delle imprese di partners dentro e fuori dalla regione, di fornire formazione sulle dinamiche di coordinamento, gestione e rinnovamento delle reti, per rendere in grado di accedere ai più recenti avanzamenti tecnici e scientifici, per aiutare le imprese leader a cercare fornitori fuori dalla regione per attenuare l attuale scarsità di offerta in Emilia-Romagna e fornire supporto per la promozione dell export e dell internazionalizzazione in generale. Se l importanza dell impresa sperimentale è elevata come qualcuno afferma, il bisogno di una risposta appropriata di politica è probabilmente di rilevanza simile all azione intrapresa negli anni 80 per realizzare i centri di servizio per determinati settori e distretti industriali. Data l esperienza avanzata offerta dai numerosi centri di servizio della regione nel fornire le piccole imprese, il riorientamento degli sforzi verso il riconoscimento dell importanza strategica delle imprese leader potrebbe dimostrarsi meno difficile che altrove. Un altro ritardo politico laterale riguarda una ricorrente preoccupazione sulla continuità generazionale e rinnovamento tra gli imprenditori che hanno avviato la loro attività tra gli anni 50 e 60. Sembra vi sia un declino nell offerta di nuovi imprenditori, in parte perché le nuove generazioni preferiscono una maggiore istruzione, lavoro retribuito e carriere professionali allo stile di vita artigianale o professionale; un problema esacerbato dalla mancanza di interesse nell impresa tra i figli degli imprenditori. Una soluzione potrebbe stare nell incoraggiare nuova imprenditorialità ad alta intensità di ricerca tra i laureati universitari (Cooke, 1996). La regione si vanta dell eccellenza internazionale e dell eccesso di offerta in numerosi campi universitari. Programmi di formazione per migliorare le competenze economiche dei laureati, con sforzi per stimolare un mercato virtualmente non esistente per il venture capital rivolto a progetti innovativi potrebbe aiutare ad alimentare la crescita di una nuova generazione imprenditoriale. Queste sono soluzioni che necessitano azioni che sono molto diverse dalla fiducia storica della regione nelle scuole tecniche, nei risparmi personali, nell esperienza artigianale, nei contatti personali e nella cultura di emancipazione attraverso il lavoro e il sacrificio familiare, come fonte di imprenditorialità. La terza area di riforma delle politiche intersettoriali che è particolarmente necessaria per le molte piccole imprese individuali della regione che non sono situate nell ambito di reti di cooperazione e desiderano rimanere indipendenti riguarda la disponibilità di sistemi di finanziamento di lungo periodo per l industria da parte del sistema bancario. Storicamente le banche hanno teso ad offrire solo crediti a breve termine basati sulla performance finanziaria immediata delle imprese, con accesso ampiamente condizionato dalla conoscenza personale (specialmente nelle aree rurali e nei distretti industriali) o dal potere di persuasione degli intermediari finanziari (commercialisti) normalmente utilizzati dalle imprese per ottenere prestiti dalle banche. Così, al di là degli sforzi degli accordi di finanziamento offerti dalle associazioni cooperative o artigiane sensibili all imprenditorialità, la tradizione della banca commerciale o industriale e quella del capitale di rischio per sostenere nuove imprese rimane rudimentale. Il problema dell accesso alla finanza si è intensificato negli ultimi anni, a causa della profonda trasformazione del sistema finanziario italiano nel contesto dell internazionalizzazione, 14

15 deregolamentazione, privatizzazione e più stringenti direttive europee e italiane sui buoni comportamenti tra le banche. La conseguente ondata di fusioni e acquisizioni, rimpiazzamento delle casse di risparmio con banche commerciali, e ristrettezze finanziarie, ha considerevolmente ammaccato la propensione al credito delle piccole imprese non appena le banche sono divenute sempre più guidate dall imperativo di alimentare le riserve e concedere solo prestiti commerciali sicuri. Le difficoltà finanziarie delle piccole imprese sono state attivamente esaminate nell ambito della comunità politica e della ricerca negli ultimi dieci anni, ma ciò non ha avuto risvolti in termini di interventi di politica. Un gap di politica è la fornitura adeguata di capitale intelligente dalle banche alle imprese nuove o già esistenti (una volta che la finanziabilità di un impresa è stabilita dalle banche sulla base di un appropriato accordo). Un opzione potrebbe essere la disponibilità di capitale per investimenti di lungo periodo o partecipazioni azionarie, basata su un esame del business plan dell impresa e delle sue prospettive di mercato non solo le sue performance finanziarie di breve periodo. Tale ipotesi potrebbe anche coinvolgere una quota di investimento azionario da parte del settore pubblico, per ridurre il rischio finanziario sia per le banche che per le imprese. La Cassa di Risparmio di Bologna, ad esempio, ha iniziato ad offrire capitale di rischio partecipativo, tentando di rompere la tradizionale sfiducia e divisione di compiti tra banche e imprese attraverso incontri regolari. Comunque, la sua azione rimane per ora una eccezione alla regola. Spaccature istituzionali La reazione istituzionale è stata duplice rispetto al citato cambiamento nelle sfide economiche che affronta l economia di piccole imprese della regione. I tradizionalisti che hanno sposato il modello di specializzazione flessibile (dalle associazioni artigiane, la Lega delle Cooperative, le associazioni di piccole imprese e le organizzazioni dei distretti industriali, fino agli ideologi, intellettuali e politici conservativi (yeoman)) sembrano i meno turbati dai nuovi sviluppi. Il loro impegno continua a stare nel perfezionare e nel diffondere il Modello Emiliano e nel cercare il modo di rafforzare, tra l altro, la fornitura di servizi alle piccole imprese, sostegni specifici all industria, legami locali di fronte alle acquisizioni dall esterno e rapporti di produzione extra-regionali, e alla penetrazione commerciale internazionale. Al contrario, i modernizzatori, che includono le organizzazioni e le autorità a carattere più metropolitano, le associazioni e unioni industriali, le imprese leader, il governo regionale, l ERVET, e i sostenitori dell avanzamento tecnologico e culturale, sembrano aver afferrato il significato delle nuove sfide, ma senza una chiara convergenza sulla direzione che dovrebbe prendere un riorientamento radicale nei ruoli e nelle razionalità istituzionali. Una buona illustrazione è fornita dalle riforme introdotte dai primi anni novanta per rifocalizzare il ruolo dell ERVET e della sua ampia rete di centri di servizio. Nel 1993, dopo una consistente pressione da parte della Federazione Regionale degli Industriali che stava cercando di guadagnare una più ampia influenza politica, il governo regionale introdusse una serie di riforme per cambiare l ERVET in una organizzazione più orientata al mercato, lontano dal suo ruolo tradizionale di agenzia di sviluppo regionale in grado di radunare informazioni e competenze. Il consiglio di amministrazione fu ridimensionato, il numero dei dipendenti fu ridotto di un terzo, il finanziamento pubblico venne tagliato, il grado di controllo dell ERVET sui centri di servizio settoriali come il CITER (tessile), o su agenzie tematiche trasversali come l ASTER (trasferimento tecnologico) diminuì, le filiali locali dei centri di servizio furono chiuse o razionalizzate con preferenza per i livelli centrali regionali, e sia l ERVET che i centri di servizio vennero posti sotto pressione per inseguire finanziamenti su progetto da una varietà di fonti, tra cui l Unione Europea. Una conseguenza di queste riforme nella direzione delle iniziative su progetto (per migliorare l efficienza e la responsabilità) è 15

16 stata quella di una minore attenzione per una strategia di politica basata sui programmi (dovuta ai tagli nella struttura, alla frammentazione per singoli progetti e alla legittimazione di mercato). Questo, per alcuni osservatori (Bellini, 1996) ha teso a minare il ruolo dell agenzia come think-tank della regione e a recidere il suo ruolo vitale come intermediaria chiave tra le istituzioni regionali (dovuto al suo ridotto consiglio direttivo che un tempo rappresentava un ampia rete di interessi). Questo esempio, illustra geograficamente le contraddizioni di una reazione sottodeliberata e sotto-negoziata al bisogno di modernizzazione istituzionale. Sembra che stia emergendo una stretta rete di azioni connesse all erogazione di progetti basati sull efficacia dei costi e determinati dal cliente, coerentemente con la generale tendenza mondiale neoliberista verso istituzioni snelle e focalizzate per compiti. Tale specializzazione, vista in termini di efficienza di mercato di breve periodo, basata sulla fornitura di servizi ai clienti può naturalmente essere vista come un passaggio verso organizzazioni più specializzate ed efficaci. Ma, proprio nel momento in cui andrebbe presa in considerazione una più ampia agenda per obiettivi (volendo, con la rivendicazione che uno slittamento paradigmatico è in corso nella base industriale), questo snellimento rischia di erodere la capacità strategica e il potere di intermediazione tra i diversi interessi. Questo deficit ha implicazioni piuttosto serie per sviluppare la cultura del regionalismo sperimentale di Sabel, dal momento che contribuisce a minare la capacità di delineare e orientare la formulazione delle politiche e l adattamento istituzionale. Se il regionalismo sperimentale e le sue concomitanti razionalità istituzionali forniscano una chiave al continuo successo di lungo periodo è una questione da giudicare in una prospettiva storica, così come la questione se questa particolare regione sia in qualche modo carente a questo riguardo. I recenti sviluppi, comunque, tendono a suggerire che la questione dell adattamento radicale non occupa la prima posizione nella comunità politica. Le imprese leader e le loro associazioni hanno una chiara comprensione della necessità di adattamento dinamico in un mercato concorrenziale e in rapida evoluzione, ma esse non costituiscono una effettiva comunità politica nella regione. Infatti, la loro preoccupazione primaria per i loro obiettivi commerciali limita l orizzonte entro cui essi possono divenire il principale agente per diffondere una cultura del learning by monitoring. Al tempo stesso, c è il pericolo che anche la ricca tradizione associativa dell'emilia stia diventando più autoreferenziale e burocratica. Certamente, fino a poco fa, l innovazione istituzionale era fondamentalmente affidata agli intermediari, che condividevano principi culturali e politici comuni e filtravano gli scambi di informazione e gli accordi attraverso i diversi attori istituzionali e sociali della regione. Qualcuno ritiene che questa eredità sia minacciata sia dal sorgere di una nuova tecnocrazia professionale attraverso le istituzioni pubbliche regionali, sia dalla gestione burocratica nelle singole organizzazioni di rappresentanza (Vittorio Capecchi, comunicazione). Il rischio è che i legami orizzontali tra le organizzazioni si indeboliscano e che i leader delle organizzazioni di rappresentanza diventino distaccati dai loro membri e fondatori. L innovazione oltre il modello emiliano Si può sostenere che la positiva evocazione di Capecchi sull intermediazione in passato sia più appropriata per processi di apprendimento e adattamento incrementali e graduali, che non per nuove traiettorie di sviluppo di rottura. La logica dell argomentazione qui sarebbe che mentre l intermediazione aiuta a costruire il consenso e a velocizzare i flussi di informazioni attraverso l assetto istituzionale, essa non incoraggia necessariamente la diversità di opzioni e la ricerca al di là del contesto dominante. In linea con ciò, Patrizio Bianchi, presidente del Comitato Scientifico di Nomisma a Bologna, ritiene che le nuove sfide economiche che la regione deve 16

17 affrontare richiedano qualcosa in più che un attaccamento alla cultura artigianale e istituzionale associativa del modello emiliano (comunicazione). Il suo punto di vista è che nel perseguire l innovazione radicale, il cambiamento istituzionale dovrebbe essere diretto non verso le soluzioni tecnocratiche proposte dai modernizzatori, ma verso l apprendimento attraverso iniziative di politica top-down o bottom-up in giro per la regione, che vanno oltre il concetto dominante della specializzazione flessibile e che, importante, hanno dovuto far fronte a shocks che richiedevano risposte non convenzionali. In altre parole, un regionalismo sperimentale basato sull apprendimento attraverso alternative anticonformiste (ben prima che le circostanze forzino una tale ricerca). In Emilia-Romagna, esempi di tale innovazione possono essere trovati nelle parti meno prospere della regione, ad Est di Bologna, nelle località meno caratterizzate dalla specializzazione flessibile. Le esperienze di due esempi sono qui sinteticamente illustrate. Queste sono interessanti non solo per la loro differenza dal discorso dominante sul sistema manifatturiero e istituzionale emiliano, ma anche perché rappresentano nuove soluzioni per le località stesse, stimolate da grossi shocks economici. Gli esempi non sono offerti per il loro merito intrinseco, né per dimostrare che la regione abbia qualcosa in più delle imprese flessibilmente specializzate e dei distretti industriali. Invece, lo scopo è quello di illustrare alcuni aspetti di sperimentazione; in questo caso una sperimentazione idiosincratica forzata dagli eventi, distinta da una cultura dello sperimentalismo basata su comportamenti di routinario monitoraggio degli obiettivi. Il primo esempio viene dalla piccola città di Copparo nella provincia di Ferrara, in cui l industrializzazione è stata tradizionalmente dominata dalle grandi imprese. Copparo è una città-monoimpresa dominata da una grande manifattura di macchine movimento terra, recentemente acquistata da una grande impresa tedesca. Storicamente, la cultura di negoziazione tra l impresa, i lavoratori e il governo locale è stata fredda e spesso conflittuale. Così, la reazione iniziale all acquisizione fu quella della sfiducia e dell opposizione. La comunità locale temeva una chiusura post-acquisizione o le esigenti richieste del nuovo management tedesco, mentre i nuovi proprietari temevano il conflitto. Questa cultura, grazie soprattutto all immaginazione e allo sforzo del sindaco e dei suoi consulenti indipendenti, è stata rotta, con considerevole progresso verso una cultura di aperto dialogo e negoziazione tra gli attori sociali. Il sindaco cercò di persuadere la comunità locale che l arrivo del nuovo management doveva essere preso come un opportunità per migliorare i rapporti locali di questa impresa verticalmente integrata e chiusa, al fine di ridurre le prospettive future di chiusura e di facile trasferimento degli impianti. Per facilitare questo cambiamento, il governo locale introdusse diverse innovazioni progettate per accrescere la qualità dell offerta locale. Queste includevano migliori servizi di formazione per i lavoratori esistenti, un programma di infrastrutture locali e di miglioramento ambientale, un incubatore per incoraggiare imprenditorialità giovanile basata sulla subfornitura con l impresa principale (già un successo, con un intero sub-assemblaggio di parti subcontrattato ad una nuova cooperativa di lavoratori), e un centro di informazione economica gestito da una squadra di giovani laureati energici e creativi, al fine di identificare nuove opportunità imprenditoriali locali e fabbisogni di formazione, formulare politiche economiche e fare da intermediari tra le nuove iniziative di politica. A livello locale, queste iniziative sono state giudicate di successo, anche se è troppo presto per anticipare i loro risultati economici. La loro più ampia rilevanza di politica, comunque, va trovata in due ambiti. Il primo è la capacità dei protagonisti chiave di vedere e afferrare la possibilità di una razionalità di azione di rottura, coinvolgendo un nuovo tipo di relazioni e divisione del lavoro tra le parti sociali. Era richiesto un cambiamento considerevole nell atteggiamento e nell approccio, al fine di avviare un positivo programma di ristrutturazione centrato intorno all impresa dominante. Il secondo è l incoraggiamento di nuove competenze sociali attraverso nuove organizzazioni, attori e 17

18 intermediari, a sostegno delle azioni di politica industriale sviluppate dal basso e attraverso un dialogo democratico. Parte del processo di cambiamento del discorso di politica ereditato è stata la decisione coraggiosa in questo caso ampiamente grazie all assenso del sindaco di assegnare responsabilità nelle mani di una giovane generazione con nuove idee ma nessuna vera esperienza (l incubatore e il centro informazioni). Il secondo esempio di innovazione radicale riguarda il rilevante cambiamento di politica introdotto dal comune di Forlì, 60 chilometri ad est di Bologna. Nei primi anni novanta, colpita da periodiche crisi industriali e crescente disoccupazione scatenata dalla deindustrializzazione delle grandi imprese, il governo locale lanciò un ambizioso piano di rilancio economico basato su politiche e pratiche non ortodosse. Fu intrapresa una analisi sistematica sulla natura della crisi, sui punti deboli del territorio, sugli ostacoli al cambiamento e sugli andamenti sociali e demografici di lungo periodo. Sulla base di questa analisi, e consultazione con il più ampio raggio possibile di attori sociali, il sindaco, come strategia elettorale, presentò all elettorato, con una lista di consiglieri, un programma centrato sulle strategie di politica pubblica locale. Questa innovazione da sola ruppe con la normale tradizione del voto basato sulla lealtà di partito e di programmi e giunte non dichiarati. Inoltre, una volta al potere, la nuova amministrazione, con i suoi consiglieri tecnici, più che politici, scelse di abbandonare la struttura gestionale funzionale tradizionale basata sulla fornitura routinaria di servizi (ad esempio, trasporti, sviluppo economico, servizi sociali) preferendo un insieme di progetti scelti sulla base delle priorità e gestiti dai singoli consiglieri all interno del normale consiglio comunale presieduto dal sindaco. Ogni progetto poi raccoglieva una task force di consulenti esterni, le proposte venivano sottoposte all esame del pubblico e di altri gruppi di interesse, e seminari sulle idee-guida venivano organizzati periodicamente per far nascere innovazioni di politica. In altre parole, il governo locale prese la leadership nell abbracciare un nuovo modello di gestione basato sulla visione, sull orientamento per problemi, su procedure di interazione, partnership e legittimazione sociale. Questo cambiamento procedurale è stato accompagnato da una decisione conscia di perseguire soluzioni innovative di politica. Per esempio, divenne presto chiaro al Consiglio che dal settore privato non venivano offerti nuovi posti di lavoro e che le risorse per stimolare la creazione di lavoro erano limitate. Così fu presa la decisione di privilegiare progetti di incubatore che potevano servire a sviluppare capacità economiche di lungo periodo e soluzioni a costo relativamente basso orientate verso i gruppi più vulnerabili del mercato del lavoro. Un esempio del primo è l apertura di una nuova Università per compensare il livello al di sotto della media nel raggiungimento di livelli di istruzione superiore della provincia. L Università non è stata concepita come ordinaria istituzione di insegnamento accademico; essa pone una forte enfasi sulla realizzazione di centri di ricerca applicata tra le facoltà, nella speranza che nuove competenze e iniziative imprenditoriali di beneficio all economia locale possono essere incoraggiate. L Università ha anche lanciato lauree brevi in aree come Economia e Commercio e in Economia Sociale, al fine di stimolare rispettivamente la formazione di nuove imprese e attività nel terzo settore tra i laureati. Un esempio della decisione del Consiglio di concentrarsi sui gruppi vulnerabili è il lancio di un programma per reintegrare nel mercato del lavoro i disoccupati di lungo periodo, i giovani, i disabili e i pre-pensionati fuori dal lavoro, attraverso lavori socialmente utili. Una iniziativa offre lavoro estivo per disoccupati laureati per fornire formazione o nuovi progetti (ad esempio, restauro architettonico), o ai gruppi meno qualificati per aiutarli nella fornitura di servizi sociali o programmi di miglioramento ambientale. Un altra iniziativa è la fornitura di un sussidio salariale alle molte organizzazioni volontarie e no profit, per impiegare individui da gruppi vulnerabili 18

19 selezionati, molti dei quali sono stati preparati attraverso appropriati programmi di formazione finanziati dal comune. L amministrazione locale di Forlì, come quella di Copparo, ha usato la sfida della crisi economica per iniziare un programma radicale di cambiamento istituzionale in vista di nuove priorità economiche. In entrambi i casi, solo il tempo dirà se le riforme produrranno la rivitalizzazione economica desiderata. Ciò che è chiaro, comunque, è che vi è un conscio riconoscimento della necessità di sperimentazione, sia in termini di contenuti di politica, sia di una erogazione di servizi basata sull apertura istituzionale, la riflessività, l adattamento (Bianchi, 1995). 19

20 CONCLUSIONE Nelle aree più prospere dell Emilia, specialmente quelle dominate da un certo discorso politico, i segni del regionalismo sperimentale sono meno evidenti. Ad un livello, il discorso tradizionalista di politica rimane quello di migliorare la competitività internazionale del modello emiliano attraverso nuove versioni dei centri di servizio e delle altre istituzioni hard della specializzazione flessibile del passato. Ad un altro livello, il discorso di modernizzazione della politica parla di riforme istituzionali nella direzione dell efficienza di costo, della specializzazione, della responsabilità e del sostegno per le attività economiche basate sulla ricerca scientifica. Le opzioni sono o di perfezionare la graduale evoluzione istituzionale o di abbracciare una politica industriale agile, ma ancora top-down, che sembra fortemente simile ai cambiamenti di politica in altre regioni avanzate e altamente tecnologiche. Nicola Bellini (1996) ha descritto il presente dualismo di politica come un regionalismo ambiguo, caratterizzato, da un lato, dal riconoscimento da parte della comunità politica del bisogno di costruzione di una regione proattiva, ma, dall altro, dalla difficoltà di concettualizzare una nuova strategia industriale così come di riconoscere il valore di una razionalità di azione basata su una intermediazione attiva e orientata agli obiettivi. A questo riguardo, egli è meno convinto di altri che la cultura istituzionale dell Emilia-Romagna sia quella di una regione intelligente o in grado di apprendere (Cooke, 1997; Morgan, 1997). Può essere che le reti di imprese della regione si limitino alla fiducia, la lealtà, il limitato opportunismo, l offerta di servizi reali, l esperienza imprenditoriale e le vaste fonti di informazione e innovazione della regione, per sostenere il continuo apprendimento e adattamento (come sostengono Cooke e Morgan, 1998). Tuttavia, la cultura di politica pubblica della regione sta divenendo quella di una regione ricca di informazioni, che è dotata di una ricca struttura istituzionale per aiutare a raffinare una traiettoria industriale esistente o mettersi alla pari con una nuova, non appena fa sentire la sua domanda. Una cultura di politica pubblica ricca di intelligenza, al contrario, dovrebbe essere capace di formare una nuova traiettoria industriale monitorando gli obiettivi, gli strumenti e i risultati, sviluppando capacità di apprendere e adattarsi e accumulare coscientemente conoscenze e memoria. Solo il tempo dirà se l assetto istituzionale della regione sta divenendo meno sperimentale e se questo veramente importa. Molti che si meravigliano del successo della regione giustamente affermano che la sua forza economica in Europa continua a crescere, il che tende a implicare che l assetto istituzionale non può essere molto sbagliato. Dal lato opposto, i segni di preoccupazione di carenza di apprendimento istituzionale sottolineata nella seconda parte del paper non possono essere semplicemente ignorati, ed essi sollevano un importante punto concettuale riguardante le fonti dei diversi tipi di apprendimento dall adattamento basato su regole e procedure all apprendimento riflessivo o sperimentale e la loro sostenibilità nel tempo. Vittorio Capecchi (comunicazione), riflettendo se l Emilia-Romagna possieda una cultura di politica pubblica ricca di intelligenza sostenibile, conclude che essa la possiede, ma che una sua importante fonte originale potrebbe essere a rischio. Per lui, una cultura istituzionale di apprendimento strategico e adattamento deve essere trovata nell eredità socio-politica della regione discussa nella prima parte del paper, centrata intorno a un meccanismo decisionale progressivo, guidato dai valori, dalla leadership e dall associazionismo e dall intermediazione tra le organizzazioni. Questo ha generato una visione ed una cultura regionale riflessiva. Essa rischia oggi di essere minata dalla crescita della nuova elité regionale tecnocratica e alla ricerca dell efficienza. Una importante implicazione di politica è che la tradizione di associazionismo democratico della regione ha bisogno di tutela e rivitalizzazione, attraverso il riconoscimento cosciente del suo valore economico pratico. Detto questo, nel contesto della crescente pressione di mercato per una azione economica di anticipazione (agenda-

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