RESPONSABILITA SOCIALE DELL IMPRESA E GOVERNANCE DEL TERRITORIO. Impresa e territorio: verso un nuovo dialogo per lo sviluppo sociale ed economico.

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1 RESPONSABILITA SOCIALE DELL IMPRESA E GOVERNANCE DEL TERRITORIO MARIA GIUSEPPINA LUCIA Impresa e territorio: verso un nuovo dialogo per lo sviluppo sociale ed economico. ARGOMENTI 1. Gli svolgimenti storici delle interpretazioni delle relazioni tra impresa e territorio 2. Dalla prospettiva a spaziale dell economia al protagonismo del territorio 3. Nuovi legami tra impresa e territorio nello scenario economico del terzo millennio 4. Attori, politiche, strumenti e governance del territorio 1. Gli svolgimenti delle relazioni tra impresa e territorio Per una lunga fase storia il territorio è stato considerato come un supporto indifferenziato su cui si sviluppano dinamiche e comportamenti localizzativi di attività imprenditoriali ipotizzati come razionali, e perciò spiegabili e prevedibili. Tali comportamenti sono condizionati in grande misura dal parametro distanza e le imprese si localizzano secondo regole identificabili (teoria di von Thünen e teoria di Weber). Nel secondo dopoguerra, in seguito allo sviluppo dell industrializzazione, gli studiosi spiegano le scelte delle imprese con i vantaggi localizzativi e le economie di agglomerazione. Tuttavia, il territorio rimane ancora un semplice supporto dell impresa e scarsa o nessuna attenzione è assegnata alle analisi delle relazioni tra le due dimensioni. Il cambiamento del sistema economico (la crisi del fordismo e l affermarsi dell economia della conoscenza) che si manifesta con evidenza con la prima crisi del mercato energetico alla svolta degli anni settanta del ventesimo secolo, ha orientato la riflessione di taluni studiosi verso metodologie sensibili ai fattori sociali e culturali, segnalando l importanza del ruolo che svolgono nelle relazioni tra impresa e territorio. Per comprendere il nuovo orientamento scientifico occorre in primo luogo svolgere qualche riflessione sul concetto di territorio che da supporto

2 passivo delle attività economiche diventa un protagonista capace di attrarre imprese e contribuire al loro sviluppo. 2. Dalla prospettiva a spaziale dell economia al protagonismo del territorio In tempi recenti gli studiosi condividono la funzione attiva del territorio nell organizzazione e nello sviluppo del sistema economico. Considerando il ruolo dei fattori sociali, politici e culturali sui percorsi evolutivi del sistema economico, il territorio è stato osservato come fondamento di reti di relazioni economiche, sociali, culturali, istituzionali. Riflessioni teoriche e prassi empirica hanno conseguito una rigorosa sistematizzazione della nozione del territorio come concetto relazionale e prodotto della storia, costruito e trasformato dall evoluzione delle relazioni che si sono stabilite nel corso del tempo tra i membri della comunità ivi insediata, radicando pratiche, conoscenze e saperi difficilmente trasferibili altrove. Procedendo in questa direzione alcuni studiosi hanno formulano, sulla base dei principi della teoria del sistema generale, il modello del Sistema Locale Territoriale (SLoT), pensato come un ambito territoriale definito dalla rete di relazioni degli attori locali di quel determinato spazio geografico e connesso con reti di attori dell ambiente o degli ambienti esterni. Il territorio così concepito consente di identificare gli asset intangibili utilizzando il concetto di milieu; concetto già presente nella geografia classica francese ma arricchito di nuove valenze applicative nella geografia contemporanea. Il milieu è definito come l interfaccia che si pone tra gli attori locali e l ecosistema. I suoi elementi costitutivi sono formati da sedimenti materiali e immateriali capaci di agire come fattori - prese- che attivano sviluppo se riconosciuti e utilizzati come risorse dai soggetti locali. Il sistema territoriale locale perciò configura il luogo di intersezione di relazioni locali e globali dove si affrontano e si risolvono i problemi posti alle aziende, alle istituzioni, agli attori e alla comunità locale dalla competizione globale, e pertanto luogo dove la conoscenza viene accumulata e trasmessa fra una pluralità di soggetti facilitando il processo innovativo dell impresa. Viene così definitivamente rimossa la visione a spaziale del sistema economico e di conseguenza il territorio è considerato parte integrante dell economia. L area di insediamento dell impresa costituisce in tal senso il luogo dove si selezionano le conoscenze e le informazioni che circolano a differenti scale geografiche.

3 3. Un nuovo legame tra impresa e territorio nello scenario economico del terzo millennio Nella fase storica di affermazione dell economia della conoscenza le strategie delle imprese non sono più guidate dalla realizzazione di economie di scala al loro interno e dallo sfruttamento di economie di agglomerazione e di economie esterne. Pur rimanendo validi e comprovati i vantaggi della vicinanza geografica tra imprese si afferma sempre più la consapevolezza che la conoscenza e l informazione non si diffondono solo in base al fattore prossimità, ma in base all esistenza di capitale relazionale, ossia quel sistema di relazioni tra imprese, istituzioni, comunità con il suo senso di appartenenza a un determinato contesto territoriale e di capitale sociale pensato come il complesso delle reti sociali, delle norme istituzionali e informali, dell attitudine di scambio di differenti competenze, di predisposizione alla cooperazione tra differenti attori e tra questi ed altri soggetti di organizzazioni diverse. La prossimità geografica si arricchisce così di nuove valenze perché non significa soltanto vicinanza fisica (condizione necessaria ma non sufficiente) ma costruzione sociale, determinata dalle relazioni che esistono fra i diversi attori economici e sociali. In tal senso la prossimità geografica si qualifica come prossimità relazionale tra imprese, ma anche tra imprese, fornitori, clienti, associazioni di categorie, forze sociali, riferendosi anche alle relazioni che il sistema locale stabilisce con altri sistemi a varie scale geografiche, facilitando così alle imprese la fruizione della conoscenza codificata che circola nelle reti globali. Infatti, la conoscenza tacita o implicita difficilmente opera in maniera indipendente dalla conoscenza codificata o esplicita, le due tipologie devono essere strettamente correlate per lo sviluppo dell impresa. Nella figura qui di seguito riportata si identificano le condizioni abilitanti del territorio in relazione alle varie tipologie di distanze considerate.

4 3.2 Gli asset intangibili del territorio per lo sviluppo l impresa Se si assume la nozione di contesto territoriale come un complesso di condizioni che possono stimolare le traiettorie di sviluppo, occorre obbligatoriamente svolgere alcune considerazioni sugli asset intangibili del territorio e sulla necessaria integrazione con gli asset intangibili interni all impresa. Gli asset intangibili del territorio sono stati attentamente considerati in modo particolare dalla letteratura sullo sviluppo locale che ha segnalato l importanza di primario rilievo della governance, delle interdipendenze non commerciabili, l «atmosfera» - qualcosa che è nell aria quale esito di regole pratiche presenza di produttori, ricercatori, policy maker, variamente ricompresi nel concetto di capitale sociale, capitale relazionale capitale di conoscenza, atmosfera creativa. In particolare il senso di appartenenza e di identità locale costituiscono elementi fondamenta mentali perché capaci di contribuire alla formazione di una percezione condivisa della realtà economica, all attivazione di processi di sinergia, di cooperazione tra pubblico e privato, di apprendimento collettivo e territorializzato che insieme alla presenza di lavoro qualificato può diventare capacità creativa e innovativa.

5 Non solo il mondo accademico è orientato verso questo indirizzo di pensiero, ma anche le sedi istituzionali hanno recepito concetti e metodi elaborati in ambiente scientifico. Infatti la Commissione europea ha rilevato la specificità e l unicità delle dotazioni intangibili di ciascuna regione, suggerendo la programmazione di politiche capaci di utilizzare tali asset. A sua volta l OECD già nel Territorial Outlook del 2001, ha ricompreso - insieme alle componenti immateriali del territorio - regole, codici di comportamento, sinergie, istituzioni, nel concetto di capitale territoriale, nozione basilare per l elaborazione di politiche territoriali Sinergia tra impresa e territorio per l innovazione e la competitività L impresa non è un attore che opera in separatezza dal luogo di insediamento, ma è essa stessa un elemento costitutivo dell ambito geografico che ne consente il funzionamento. Lo sviluppo dell impresa perciò dipende dalle relazioni che essa intrattiene con l esterno, vale a dire consumatori, clienti, fornitori, istituzioni pubbliche e private che consentono di acquisire nozioni ed esperienze di altri attori (learning by interacting). Il territorio, come si diceva, diventa il luogo che consente ai soggetti coinvolti di coordinarsi e di innovare così come di stabilire rapporti con attori esterni in una logica di integrazione locale/globale (configurandosi come un sistema relazionale aperto). Naturalmente perché tutto ciò sia possibile occorre una efficace azione di multilevel governance capace di sostenere, promuovere e coordinare reti di relazioni tra molteplici attori che operano a scale geografiche diverse. La multilevel governance è determinata dalla complessità riferibile alla compresenza e sovrapposizione delle competenze (contenute nelle diverse forme di governance), e l emergere del ruolo di nuovi attori politici, che operano attraverso reti transcalari. Un esempio emblematico è costituito dal distretto industriale che si configura come una realtà produttiva contrassegnata da pratiche condivise, stabili rapporti sociali, da regole informali che attivano reti corte e consolidate di relazioni e di scambi di informazioni e conoscenze, avviando la formazione di un substrato fertile per i processi di innovazione, vale a dire un milieu innovativo locale. Nel concetto di distretto formulato da Giacomo Becattini, infatti, si riconoscono con evidenza i principi delle teorie economiche e i riferimenti alla filosofia sociale di Alfred Marshall, il quale attribuisce una posizione centrale al lavoro nella vita degli individui come strumento di formazione del carattere, di sviluppo delle capacità umane, ossia di quell insieme di disposizioni necessarie allo svolgimento di un attività produttiva, e quindi strumento di

6 progresso. Al riconoscimento del capitale umano come fattore di sviluppo consegue il valore assegnato alle conoscenze che, attraverso la circolazione agevolata dalla vicinanza, diventano un bene collettivo del luogo, favoriscono lo scambio di nuove idee e perciò la creazione di innovazione. In modo particolare la realtà distrettuale ha rappresentato fino a un passato recente un sistema di valori e di orientamenti normativi condivisi, la presenza di un mercato del lavoro qualificato e formato attraverso l apprendimento sul campo, di reti di cooperazione e di concertazione fra imprese per lo scambio di informazioni, di cultura tecnica. Nell attuale fase di declino della performance produttiva dei distretti numerosi studiosi si sono incaricati di valutare il suo contributo ai processi innovativi. Alcuni assicurano che il distretto come luogo di concentrazione di conoscenze e competenze conserva ancora una forte rilevanza. In particolar modo l affermazione della cultura del prodotto rappresenta un potenziale per la formula distrettuale perché la presenza di reputazione, di relazioni personali, di saperi professionali, costituisce un patrimonio in grado di favorire il dialogo tra la produzione, il mercato, i consumatori per la ricerca di nuove soluzioni, formando un tessuto di collaborazioni tecniche e produttive in grado di avviare meccanismi di innovazione. Il distretto sostengono alcuni studiosi - non è un modello in crisi bensì una realtà in trasformazione che attraverso processi di apertura internazionale e di inserimento nelle catene globali del valore può auto-riprodursi interpretando i cambiamenti del sistema economico mondiale. Si segnala la formazione di business group, processo guidato da un azienda dotata di maggiori capacità di adeguarsi alle nuove forme di produzione transnazionale del valore che determina l evoluzione del l evoluzione del distretto attraverso un processo di aggregazione di imprese a livello verticale e orizzontale. Ne consegue però che le relazioni tra le imprese coinvolte in questo processo non sono più strettamente collegate a quelle caratteristiche già segnalate - prossimità geografica e legami sociali e culturali radicati nel tempo proprie del distretto, bensì ad organizzazioni formali volte al conseguimento, attraverso l inserimento nelle reti lunghe, di migliori performance sulla scena internazionale. Anche in questo caso occorre richiamare l attenzione sulla scala di territorializzazione dei fenomeni di cui si discute. Oltre al distretto sono anche altre realtà che traggono dalle relazioni con il milieu locale forza innovativa. Come è noto, assegnando importanza di primario rilievo al ruolo delle variabili esogene all impresa, Porter ha individuato una particolare realtà, il cluster, formata da un complesso di

7 imprese (interconnesse e specializzate in un settore produttivo) di istituzioni pubbliche e private (centri di ricerca e di formazione, università, associazioni di categoria) geograficamente localizzate. Il fattore che più specificamente distingue il distretto dal cluster è riferibile, alla scala geografica e alla omogeneità delle imprese. Alcuni studiosi si sono soffermati sulle differenze che distinguono le due realtà. Qui è sufficiente ricordare che una situazione di cluster può derivare anche da una particolare evoluzione del distretto. Infatti, seppure il concetto di cluster formulato da Porter attribuisca alla localizzazione nello stesso contesto territoriale la funzione di elemento identificativo, in effetti vengono riconosciute come cluster agglomerazioni produttive a diverse scale, da quella nazionale e regionale a quella urbana. In questo senso per esempio, in base alla scala di osservazione, sono stati identificati sistemi innovativi nazionali, sistemi innovativi regionali e sistemi innovativi locali. Le indicazioni sulla problematica della definizione delle unità territoriali richiama l attenzione sulla multiscalarità delle politiche a cui l impresa deve guardare per interagire con gli assett intangibili del territorio.

8 Fig. 2. Il territorio luogo di interazione tra conoscenza esplicita e conoscenza codificata per l innovazione dell impresa

9 5. Attori, politiche, strumenti e governance del territorio La categoria degli attori coinvolti nell interazione tra impresa e territorio comprende un universo assai variegato e di difficile classificazione per le strette interdipendenze fra le varie tipologie e le loro mission, tanto che, seppure numerose, le tassonomie elaborate dagli studiosi non possono essere esaustive In estrema sintesi possiamo indicare le amministrazioni locali, le università, i centri di ricerca, le agenzie di sviluppo, le camere di commercio, i centri per l innovazione, gli incubatori di imprese innovative, i parchi scientifici e tecnologici. A ciò si aggiungano servizi di consulenza, di progettazione, di formazione, servizi finanziari e strutture di credito locale e, infine, centri di transcodifica e di diffusione della conoscenza in grado di attingere anche ai flussi globali. Naturalmente il successo del sistema degli attori è direttamente collegato al livello di coordinamento, di cooperazione e di sinergia che sono capaci di attivare. Per quanto concerne le politiche si segnaleranno quelle che hanno più stretta attinenza con quelle volte a sostenere l impegno delle imprese verso un rinnovamento continuo dei loro prodotti per fare fronte alle criticità correlate ai fattori di crisi finanziaria e per assicurarsi al tempo stesso migliori condizioni di concorrenza nell incerto scenario economico di questo particolare momento storico. Tali politiche non rappresentano più un settore delle politiche industriali ma azioni rivolte a sostenere l impresa attraverso agevolazioni e finanziamenti diretti, mediante incentivi a settori in grado di creare un ambiente favorevole per i processi innovativi. Negli anni più recenti, in relazione allo sviluppo dell economia dell innovazione, della teoria dello sviluppo tecnologico endogeno e delle teorie evoluzioniste e istituzionaliste, gli studiosi condividono l ampliamento dell ambito di azione dei pubblici poteri a sostegno della produzione di conoscenze scientifiche e tecnologiche. Al tempo stesso, tuttavia, si affermano orientamenti di pensiero divergenti sugli strumenti e sulla scala di operatività delle prassi politiche che si ricollega al più ampio dibattito sulle caratteristiche trans nazionali e globali dell innovazione e sul carattere regionale (più che nazionale) dell apprendimento e della creatività. Infatti, alcuni ricercatori ritengono più efficienti le politiche accentrate a livello nazionale; altri, al contrario, considerano il livello regionale e locale la dimensione più adeguata alla formulazione e all implementazione di politiche per il sostegno dell innovazione dell impresa.

10 Le direttive dell Unione europea raccomandano che le politiche nazionali per l innovazione si impegnino a svolgere svolgere una funzione di primario rilievo, perché anche se l azione nazionale è condizionata alle competenze dei poteri regionali, locali e comunitari, il governo centrale ha facoltà di elaborare provvedimenti in tutti i settori, sia con interventi diretti sia con iniziative indirette. Tuttavia, la crescente decentralizzazione dei poteri statali e il ruolo sempre più determinante della Commissione europea delinea una divisione di compiti nell ambito del sostegno all innovazione. In tal senso al potere nazionale competono finanziamenti della ricerca di base e di quella applicata, rispettivamente svolte nelle università e nei centri di ricerca, così come la realizzazione di infrastrutture e finanziamenti di iniziative promosse a livello locale. Le prime iniziative degli interventi pubblici nel nostro Paese sono state destinate alle imprese tecnologicamente più avanzate al fine di stabilire una connessione tra il mondo accademico e scientifico mediante la predisposizione specifica di un settore di politica per l innovazione, ad analogia di quanto si stava verificando anche a livello comunitario. A ciò si sono aggiunti capitali erogati da istituzioni finanziarie e attori privati attraverso lo strumento del venture capital, del private equity e del business angel (o angel investor). A partire dagli anni novanta del ventesimo è stata elaborata una vera e propria politica dell innovazione, nell intento di rafforzare le connessioni tra la sfera della ricerca pubblica e l imprenditoria. Le iniziative istituzionali più recenti si configurano come forme di intervento integrato che considerano tutte le tipologie di imprese come componenti di un unico sistema innovativo. In generale l azione politica ha spostato gradualmente la sua attenzione dal semplice sostegno dell impresa all attivazione di condizioni in grado di migliorare le potenzialità di tutto il contesto territoriale. Infatti, soprattutto a livello locale, le politiche per l innovazione si avvicinano e si intersecano con le politiche territoriali, definite dagli studiosi di materia strumenti attivati da un azione collettiva per la soluzione delle questioni di interesse comune di un contesto territoriale di riferimento di una comunità, introducendo nei loro settori di intervento azioni rivolte all innovazione e al trasferimento della conoscenza. Infatti al policy maker si attribuisce il compito di promuovere e dirigere la creazione di reti di innovazione tra imprese e tra imprese e territorio, con un approccio alle politiche di innovazione che rimuove l erogazione di incentivi finanziari a favore di una strategia di governance. In tal senso le politiche dell innovazione si connotano per una maggiore presenza di forme partecipative di governance, assegnando un ruolo fondamentale agli attori locali, e non solo agli attori con mandato istituzionale, ma a gruppi di stakeholder e di shareholder, che si confrontano, costruiscono partenariati ed altre forme di associazione per conseguire un obiettivo condiviso. E a questo nuovo scenario, di multilevel governance, che le imprese devono far riferimento; uno scenario movimentato da reti di relazioni in grado di collegare il locale con conoscenze, competenze, innovazioni che avvengono ad

11 altre scale. Ma ancora una volta si deve precisare il riconoscimento del contesto locale quale elemento catalizzatore per l aggregazione dei molteplici attori e come destinatario dei benefici che il network locale costruisce con i network globali. BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO Becattini G. (1997), Mercato e forze locali: il distretto industriale, Il Mulino, Bologna. Becattini G.(2000), Il distretto industriale. Un nuovo modo di interpretare il cambiamento economico, Rosenberg e Sellier, Torino. Beffa J.L. (2005), Pour une nouvelle politique industri elle, La Documentation francaise, Paris. Bellandi M. (1996), Innovation and Change in the Marshallian Industrial District», European Planning Studies, vol. IV, n. 3, pp Bellandi M. (2004), Economie esterne distrettuali, beni pubblici specifici e nessi locali, in Bellanca, Dardi, Raffaelli (a cura di), Economi senza gabbie, Il Mulino, Bologna, pp Berque A. (1990), Médiance de milieux en paysages, Reclus, Montpellier. Bessant J., Alexander A., Tsekouras G., Rush H., Lamming G. (2012), Developping innovation capability through learning networks, Journal of Economic Geography, n.12, pp Boschma R. A. (2005), Proximity and Innovation: A Critical Assessment, Regional Studies, vol.39, n. 1, pp Bramanti A.(1998), From space to territory. Relational development and territorial competitiveness. Paper presented at SMEs and districts: hybrid governance form, knowledge creation technology transfer, Castellanza, 5-7 Novemberhdrnet.org/.../48_From.space.to.territory.brama... Brioschi F., Brioschi M.S., Cainelli G. (2002), From the Industrial District to the District Group. An Insight Into the Evolution of Local Capitalism, in Regional Studies, vol. 36, n.9., pp Camagni R. (2002), Competitività territoriale, milieux locali e apprendimento collettivo: una controriflessione critica, in Camagni R., Capello R. (a cura di), Apprendimento collettivo e competitività territoriale, Franco Angeli, Milano,pp Camagni R. (2009), Per un concetto di capitale territoriale in Borri D. e Ferlaino F. (a cura di), Crescita e sviluppo regionale: strumenti, sistemi, azioni, Franco Angeli, Milano, pp Camagni R., Capello R. (2002 a cura di), Apprendimento collettivo e competitività territoriale, F.Angeli, Milano. Capello R., Faggian A. (2005), Collective learning and relational capital in local innovation processes, in Regional Studies, vol.39, n.1, pp Charles D. (2005), Network and Cluster Policy in Europe: Lessons from RITTS, and New Cluster-Based Regional Innovation Strategies, paper presented to the Conference Innovation Networks in Regions - European Experiences and the German InnoRegio Programme, September 13 th, Berlin. Cicciotti E., Rizzi P. (2005a cura di), Politiche per lo sviluppo territoriale, Carocci, Roma CNEL, CERIS, CNR (1997), Innovazione, piccole imprese e distretti industriali, in Documenti CNEL, n.7, Roma Conti S. (2012), I territori dell economia. Fondamenti di geografia economica, Utet,Torino. Conti S., Giaccaria P. (2006), A Systemic Approach to Territorial Studies: Deconstructing Territorial Competitiveness, in Vertova G., The Changing Economic Geography of Globalization, London, Routledge, pp Dei Ottati G. (2009), An industrial district facing the challenges of globalisation: Prato today, in «European Planning Studies», vol. 17, n. 12, pp Dematteis G. (1996), Progetto implicito, Franco Angeli, Milano

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13 RESPONSABILITÀ SOCIALE DELL IMPRESA E GOVERNANCE DEL TERRITORIO

14 ALCUNI DATI OSSERVATORIO PERMANENTE SULLA MICRO E PICCOLA IMPRESA MILANESE (Altis 2006) : evidenzia come l 89% del campione di imprese considerate percepisce la formazione del personale come un investimento. Seconda indagine Le politiche di formazione delle grandi imprese in Italia (Isfol 2008): la formazione produce un aumento della produttività: gli studiosi ipotizzano che un incremento del 10% delle ore di formazione generi un aumento di circa 7900 euro per lavoratore. Ma per la maggior parte delle imprese la formazione non assicura un miglioramento della competitività soprattutto per due motivi: discontinuità nel tempo, aree di intervento che non costituiscono una reale priorità strategica dell azienda (molta formazione dato assolutamente molto positivo si concentra nell area della sicurezza, molto meno nella ricerca e sviluppo). Dott.sa Maurizia Albanese

15 RESPONSABILITA SOCIALE D IMPRESA: quali sfide per la formazione RSI CHIEDE ALL IMPRESA DI FARSI CARICO DI: nuovi modelli culturali reputazione rapporto con stakeholder esterni e interni rapporto con territorio Fiducia (Saxenian 1991) Azienda PRIVATA deve rendere conto SOCIETÀ alla CAMBIAMENTO CULTURALE Dott.sa Maurizia Albanese

16 CAMBIAMENTO CAMBIAMENTO E APERTURA AL NUOVO GENERANO RESISTENZE (Blandino e Granieri 1995) CAPACITÀ NEGATIVA (Lanzara 1993) La formazione deve essere capace di ascoltare non solo i bisogni dichiarati, ma anche quelli latenti, riuscendo così a restare in contatto con gli aspetti relazionali ed affettivi presenti nel contesto lavorativo (Tartaglia 1998). Dott.sa Maurizia Albanese

17 PROCESSO FORMATIVO ANALISI DELLA STORIA E DELLA CULTURA AZIENDALE: iniziando dal basso e coinvolgendo il personale 3 obiettivi formativi: SAPERE, DEL SAPER FARE E DEL SAPERE ESSERE Gougelin (1972) FORMATORI come FACILITATORI: elaborazione dell esperienza (Quaglino e Carozzi 1981) Dott.sa Maurizia Albanese

18 PMI E TERZO SETTORE LEGAME CON TERRITORIO E RESPONSABILITÀ Legame come vincolo e RISORSA: bisogno dell altro non come limite e mancanza ma come valore aggiunto Assett intangibili Dott.sa Maurizia Albanese

19 BIBLIOGRAFIA Blandino G., Granieri B. La disponibilità ad apprendere Cortina, Milano 1995 Cinque M. La creatività come innovazione personale: teorie e prospettive educative Giornale Italiano della Ricerca Educativa III 2 Dicembre 2010 De Maio A., Vignali R. Impresa è innovazione Atlandide, Donaddio M. Cultura d'impresa: se ne parla, ma pochi sanno che cosa sia, Ilsole24ore /cultura impresa.shtml?uuid&# Fenoglio M.T., Albanese M., Il punto di vita psicologico, in Storie di ordinaria disoccupazione Ega, Torino Gougelin P. et al. La formazione psicosociale nelle organizzazioni Isedi, Milano, 1972 G. Lanzara, Capacita negativa Il Mulino, Bologna Dott.sa Maurizia Albanese

20 BIBLIOGRAFIA segue Lazzarini G. L asset intangibile dell azienda. Gruppo24ore, Milano 2010 NORMAPME Guida sulla Responsabilità Sociale d Impresa luglio 2011 Piano d azione nazionale sulla responsabilità sociale d impresa a cura di Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Ministero dello Sviluppo Economico Quaglino G.P., Carrozzi G.P. Il processo di formazione Angeli, Milano 1981 Saxenian A. L. The Origins and Dynamics of Production Networks in Silicon Valley. Research Policy, Tartaglia F. Affetti e management Utet, Torino 1998 Dott.sa Maurizia Albanese

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