Il Sistema sanitario in controluce

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1 EDIZIONE MENSILE N. 9/2012 DELLA RIVISTA DELLA FONDAZIONE CRISTOFORO COLOMBO PER LE LIBERTÀ Il Sistema sanitario in controluce Nel numero di Settembre di Silvana Murgia M ilioni di cittadini sono a rischio fuga dalla sanità nelle Regioni con piani di rientro: è quanto emerge dal rapporto 2012 della Fondazione Farmafactoring «Il Sistema Sanitario in controluce», realizzato in collaborazione con Cergas Bocconi e Censis. La ricerca concentra l attenzione sugli aspetti gestionali e finanziari del sistema sanitario, oltre che sui rapporti di causa effetto che esistono tra le scelte dei modelli organizzativi a livello locale e i risultati economico finanziari da un lato, e lo stato di salute della popolazione dall altro. L analisi delle differenze a livello regionale, e in particolare la comparazione tra regioni «con» e «senza» piano di rientro, rappresenta il punto di partenza dell intero lavoro, che si sviluppa attraverso lo studio delle cause di tali differenziali e delle relazioni che intercorrono tra spesa, stato di salute delle persone e qualità di servizio, soprattutto dal punto di vista della soddisfazione e della percezione degli utenti. In un momento in cui a livello nazionale si discute della spending review e, quindi, di ulteriori tagli alla spesa pubblica, il tema risulta di forte attualità, facendo riferimento alla capacità del nostro sistema sanitario di essere sostenibile economicamente pur continuando ad assicurare un elevata qualità delle cure. Rischio fuga dalla sanità delle regioni con piano di rientro Il Sistema sanitario in controluce di Silvana Murgia L incidenza dei tumori in Italia Nativi digitali, chi sono? di Carlo Sacchetti Innovazione, l Italia deve fare di più Outlook dei consumi Crisi di sistema e microcredito in Italia Consigli per la lettura/ Rapporto Cefalonia Il 18% dei cittadini delle regioni con piani di rientro in sanità si è già rivolto a un medico, a una struttura o a un servizio sanitario di un altra regione, o si è recato all estero per curarsi, rispetto al 10,3% rilevato nelle altre regioni. Sono infatti 10 milioni gli italiani residenti nelle regioni con piani Caravella.eu è una testata giornalistica iscritta al tribunale di Roma, N 235 del 26 luglio Editore: Fondazione Cristoforo Colombo per le libertà Presidente: Claudio Scajola Segretario generale: Paolo Russo - Direttore: Andrea Camaiora Stampa: CRD Camera dei Deputati 1

2 di rientro pronti a rivolgersi a strutture di un altra regione o ad andare all estero in caso di bisogno di cure. Inoltre, sempre nelle regioni con piano di rientro, sono di più i cittadini che pensano che la sanità regionale peggiorerà nei prossimi cinque anni (il 37,6% rispetto al 29,5% rilevato nelle altre regioni), che hanno fatto ricorso alla sanità privata (il 39% contro il 37%), che hanno sostenuto aumenti della spesa di tasca propria per la sanità (il 61,8% contro il 54,9%) e che hanno subito un incremento medio maggiore della spesa privata per famiglia (+20% contro il +16%). In queste regioni i cittadini che non si farebbero curare in nessun caso fuori dalla propria regione sono il 29% rispetto al 46% rilevato nelle altre regioni. Sanità: inefficaci, ingiuste manovre di finanza pubblica Secondo gli intervistati, gli interventi concepiti per rendere sostenibile la spesa sanitaria pubblica hanno prodotto diseguaglianze. Per il 77% degli italiani si poteva tagliare altrove, il 71% pensa che le manovre accentueranno le differenze di copertura sanitaria tra le diverse regioni e tra i ceti sociali, aumentando le disparità nella tutela della salute. Il 66%, invece, ritiene che non riporteranno la spesa sotto controllo. Per il 62% in questo modo si tagliano i servizi e si riduce la qualità, il 51% è convinto che negli ultimi due anni la copertura pubblica si sia già ridotta, perché sono aumentate le prestazioni che vanno pagate, il 44% ritiene che la copertura sia rimasta inalterata e solo il 5% che si è ampliata. Depoliticizzare la sanità nelle regioni La soluzione ai problemi del settore, che riesca ad armonizzare insieme sostenibilità finanziaria e qualità dell assistenza, è, innanzitutto, depoliticizzare la sanità. Per il 40% dei cittadini è necessario passare a una gestione da parte di manager più competenti e non scelti dalla politica, il 38,5% ritiene che ciascuno deve contribuire pagando un ticket proporzionato al proprio reddito mentre il 37% indica la necessità di rendere più efficienti strutture, servizi e personale. Per il 19%, infine, risulta importante l introduzione di controlli rigorosi sui medici di medicina generale. Caro ticket, così aumenta la spesa dei cittadini Per il 58% degli italiani la spesa per la sanità (visite mediche, dentista, analisi e accertamenti diagnostici) è aumentata del 18% in un anno. Un aumento dovuto soprattutto ai ticket: per i farmaci (per il 65% dei cittadini), le visite mediche specialistiche (64%), analisi e radiografie (63%). Tra intramoenia e sanità privata, come vola la spesa di tasca propria Nell ultimo anno il 38% dei cittadini ha fatto ricorso alla sanità privata per almeno una prestazione, con una percentuale che, per le donne, arriva a ben il 42%. Numerosi anche gli adulti tra i anni (42,5%) e anziani (40%), residenti nel Nord Ovest (42%) e nei comuni tra 10mila e 30mila abitanti (42%), laureati (42%). Il 55% giudica però troppo alto il prezzo pagato per la prestazione, il 44% lo valuta giusto e appena l 1% lo ritiene basso. L intramoenia è stata scelta dal 10% dei cittadini. Anche in questo caso si tratta in particolare di donne (11,5%), 45 64enni (12%), residenti al Centro (13%) e nei comuni tra 100mila e 250mila abitanti (15%), laureati (15%). Il prezzo risulta troppo alto per il 49% degli intervistati, giusto per il 48%, basso per il 3%. Gli acquisti sul web Un milione di italiani ha acquistato prestazioni sanitarie su Internet: 600mila persone lo hanno fatto una sola volta, 280mila tra due e quattro volte, 120mila più di cinque volte. Il 74% lo ha fatto perché è un operazione semplice e veloce, il 26% perché i prezzi sono vantaggiosi e conviene, il 59% per acquistare prestazioni di odontoiatria (pulizia o sbiancatura dei denti, apparecchi ortodontici), il 36% servizi legati alla prevenzione (analisi del sangue e delle urine, mammografia, mappatura dei nei), il 23% visite con un nutrizionista (test delle intolleranze alimentari, diete personalizzate), il 9% interventi di chirurgia estetica. Gli aspetti positivi della sanità Su alcuni aspetti strutturali del settore sanità gli italiani risultano essere contenti. Pensando all'ultima esperienza in una struttura sanitaria (ospedale, laboratorio di analisi, istituto di riabilitazione), l'87% ha definito l'accesso all'edificio comodo e facile, per il 75% la sala in cui si è svolta la prestazione sanitaria era adeguata per dimensione, gradevolezza, capacità di accoglienza, per il 72% i luoghi di attesa hanno facilitato le relazioni tra le persone (erano ampi, ventilati, dotati di sedie). Il 64%, inoltre, ha definito la struttura pensata e progetta per accogliere in modo adeguato le persone presenti. 2

3 L incidenza dei tumori in Italia corso della loro vita sono state licenziate, costrette alle dimissioni o a cessare la propria attività autonoma. Di queste, quasi 85mila quelle a cui è accaduto negli ultimi cinque anni. S Sanità e pazienti oncologici ono pazienti, e oltre 700 i caregiver, che hanno partecipato all indagine sui pazienti oncologici realizzata dal Censis con il sostegno di Roche S.p.A. e il ruolo decisivo di Favo e altre associazioni del volontariato ecologico, alla cui capacità di mobilitazione di deve il successo della ricerca. L indagine consente una rappresentazione dettagliata di caratteristiche, problematiche e aspettative dei malati di tumore nonché, per la prima volta nel nostro Paese, una quantificazione dei costi sociali che sono a carico dei pazienti e che si aggiungono ai costi in carico al Servizio sanitario. Dall indagine risulta che oltre 2,2 milioni di italiani hanno avuto una diagnosi di tumore; il 57%, ovvero circa 1,3 milioni, è riuscito a superare la malattia da cinque anni e 800 mila persone da almeno dieci anni. Rispetto al passato ci si ammala di più ma aumentano le persone che riescono a convivere con il cancro e poi superare la malattia. Dalla ricerca emerge inoltre che i pazienti giudicano positivamente il sistema sanitario; negativo, invece, il giudizio sui servizi sociali del territorio e sulle varie forme di tutela per chi si ammala, compresi i supporti economici. Uno dei timori maggiori tra i pazienti intervistati è quello che la crisi economica porti a un futuro sempre più incerto, anche nell assistenza sanitaria. Il 29,5% dei pazienti teme infatti che le difficoltà di bilancio della sanità condizionino la disponibilità di terapie oncologiche innovative. Si stima infine che l 80% dei pazienti abbia subito cambiamenti che vanno dalla perdita del lavoro alla riduzione del reddito fa inoltre sull impatto che il cancro ha sia a livello familiare che economico. L impatto sulla vita lavorativa Quasi il 41% degli intervistati aveva, al momento della diagnosi di tumore, un lavoro: circa il 22% dei pazienti non ha subito cambiamenti sulla vita lavorativa, il 78%, invece, ha subito impatti pesanti, con la perdita del posto di lavoro o la riduzione del reddito. Sono quindi più di 274mila le persone che oggi, a causa di un tumore, nel 3 Il tempo che intercorre tra l intervento chirurgico o i trattamenti medici e il rientro nella normale vita quotidiana è sceso dai 17 mesi in media di dieci anni fa ai 4 mesi di oggi. La riduzione di 13 mesi in dieci anni, ad eccezione delle ricadute ricadute per un eventuale peggioramento della patologia, che riguardano il 25% dei pazienti, riflette l evoluzione delle terapie antitumore, oggi molto più efficaci che nel passato. Sensazione di fragilità e tendenza alla facile commozione, le reazioni lamentate dal 57,9% del campione, apatia, debolezza, perdita di forze dal 54,7%, dolori, disturbi fisici secondi il 52,9%, perdita del desiderio sessuale per il 47,6%, ansia, nel 46,7% dei casi, problemi relativi all aspetto fisico per il 42,2%: sono questi i principali disturbi psico fisici con cui i pazienti si adattano a convivere, ai quali però non consentono di impedire il rientro nella vita sociale. Riguardo invece la scelta del medico personale, l 81,4% dei pazienti ha un proprio oncologo di riferimento e, tra questi, per quasi il 67% è da sempre lo stesso, mentre il 15% dichiara di averlo cambiato; sono in particolare le donne (quasi il 17%) e i pazienti curati al Sud e Isole (il 16,3%) ad avere effettuato un cambio di oncologo di riferimento. In media l oncologo è stato cambiato due volte. Particolarmente interessante la valutazione dei servizi sanitari con cui il paziente è entrato in contatto da quando si è ammalato di tumore: il 77,3% li definisce ottimi o buoni e, di questi, quasi il 26% ottimi e oltre il 51% buoni. Un ulteriore 18% li giudica sufficienti e meno del 4% insufficienti. Sanità buona, ma con molte differenze territoriali. Quasi il 66% degli intervistati è convinto che vi siano disparità nelle opportunità di cura per i pazienti oncologici. Il rapporto con i Servizi Sociali Sono quindi buoni e migliorati negli ultimi due anni i servizi sanitari con cui i pazienti entrano in contatto, secondo il 77% del campione. Ma è negativo il giudizio sui servizi sociali (il 45% li ritiene buoni o ottimi, il resto li valuta insufficienti o addirittura non riesce nemmeno a entrarci in contatto), sui servizi territoriali (l assistenza domiciliare è giudicata insufficiente dal 42% degli intervistati) e sulle varie forme di tutela inclusi i supporti economici (quasi il 50% le definisce insufficienti).

4 Il caregiver Il welfare per i malati oncologici è oggi familiare oppure non è. L 82,5% dei pazienti può contare su una persona di riferimento. E nella gran parte dei casi sono le donne (56%), con mogli o conviventi che arrivano a una percentuale del 62,3%, a offrire le cure necessarie con un impegno quotidiano, anche notturno. Il 68,3% dei caregiver convive con il paziente e il 6,7% dei pazienti è completamente non autosufficiente. È alta anche la quota di anziani che assistono altri anziani: quasi un terzo dei caregiver ha più di 65 anni. Le paure per il futuro: più tagli ai bilanci pubblici, meno cure innovative per tutti Se oggi la sanità funziona piuttosto bene, pur con significative differenze territoriali, per il futuro si teme che i tagli dei budget pubblici renderanno non disponibili tempestivamente le terapie più innovative che, oltre a guarire di più e meglio, dovrebbero soprattutto ridurre gli effetti collaterali, rendendo più facile il rientro nella vita di tutti i giorni. Poco meno del 13% del campione giudica insufficiente la disponibilità attuale delle terapie innovative, con una percentuale che sale al 16% nel Mezzogiorno. Altra paura riguarda il razionamento occulto legato alle difficoltà di accesso, con il 40% degli intervistati che si dichiara preoccupato per la lunghezza delle liste di attesa per analisi, esami, oltre agli appuntamenti di cura e controllo presso il centro oncologico, e il 33,5% che denuncia le attese quando si reca per le terapie, anche su appuntamento; il 29,5% teme che le difficoltà di bilancio della sanità condizionino la messa a disposizione di terapie oncologiche più mirate e con minori effetti collaterali, e il 25,7% fa riferimento alle differenze di cure tra territori, in particolare per le cure più innovative, come ad esempio i farmaci biologici (e questa preoccupazione è particolarmente forte tra i pazienti che per almeno una fase si sono rivolti a servizi fuori regione). Tra le priorità che i pazienti indicano per il futuro, c è, secondo il 74% dei pazienti, la necessità di terapie innovative sempre più personalizzate e con minori effetti collaterali. Poi una maggiore attenzione agli impatti psicologici della patologia (32%). La priorità nella lotta al tumore consiste dunque nel passare dal prolungamento quantitativo della vita successiva alla diagnosi e ai trattamenti medici, al miglioramento qualitativo della vita quotidiana. La lotta al tumore deve essere sempre più una lotta della comunità, che deve supportare lo sforzo di pazienti e famiglie ben oltre la fase dell emergenza sanitaria, dai servizi sociali e sul territorio alle tutele sul lavoro, e non spezzare la lunga corsa verso terapie più efficaci e con minori effetti collaterali. Nativi digitali, chi sono? di Carlo Sacchetti I l Censis affronta l argomento delle nuove tecnologie, e lo fa con un indagine sui nativi digitali, svolta in Calabria su un campione di studenti dagli undici ai diciannove anni appartenenti alle scuole medie e superiori. Chi sono i nativi digitali? Sono i ragazzi nati tra il e il 2000, coloro che hanno emesso il primo vagito in simultanea con la diffusione di massa della rete Internet, e che avendo vissuto appieno tale processo, più di tutti, forse anche più dei loro fratelli ventenni, sono in grado di attestare quanto, come e con quali esiti il web si sia 4 integrato nel quotidiano loro e delle famiglie cui essi appartengono. Nell indagine del Censis le sorprese non mancano. In cima a tutte, il fatto che la crescita esponenziale della rete non ha causato la depressione sociale e famigliare che spesso viene sbandierata o paventata dai media, ma, anzi, ha prodotto effetti positivi sull apprendimento e sull incontro tra compagni (lo dichiara il 69%), e in generale sullo sviluppo della curiosità (65%) e dello spirito di iniziativa, senza determinare particolari rischi di isolamento. Incuriosiscono anche le percentuali relative all uso dei supporti informatici, hardware o software, che sembrano indicare, sia questo un bene o no, la preponderanza della penna d oca rispetto al byte, con il 54% degli intervistati che afferma, in barba agli e books, di trovare più agevole e di supporto alla concentrazione la lettura di un testo cartaceo piuttosto che di un tablet. Inquieta lievemente il dato, che già ampiamente si cono

5 sce a livello nazionale, sulla diffusione percentuale del telefono cellulare nelle case dei calabresi, con cifre quasi assolute e scostamenti minimi tra classi abbienti e meno abbienti (99,5% le prime, 99% le seconde). Mentre, con altra sorpresa, sembra ancora inchiodata al palo la diffusione degli smartphone (22%) e dei tablet di ultimissima generazione (10%). Quello del Censis è uno studio che si legge con molto interesse, e che potrebbe rappresentare un modello da proporsi (con ulteriori indicatori e qualche estensione tematica) a livello nazionale, magari nell ambito dell analisi tutta da farsi dell alfabetizzazione digitale della popolazione italiana, condizione essenziale per capire dove andrà a parare la rivoluzione informatica del decretone Digitalia che il Ministro Passera ha promesso entro l anno, dietro le giuste pressioni di Bruxelles. Nativi digitali In Italia, per la prima volta, si affronta il tema dei nativi digitali, ovvero degli studenti nati tra il 1998 e il 2000, nel momento di vera e propria esplosione di massa del fenomeno Internet. Che cosa hanno di particolare questi ragazzi? Che meglio di altri, grazie alla loro anagrafica, consentono di studiare l impatto delle nuove tecnologie sui sistemi di apprendimento e, più in generale, sulla vita quotidiana delle famiglie cui essi appartengono. Ad entrare in partita in questo campo di indagine un po innovativo, afferente alle nuove tecnologie, è la Fondazione Censis, con uno studio realizzato in Calabria su un campione di studenti delle scuole medie inferiori e superiori, in una fascia di età compresa tra gli undici e i diciannove anni. Il modello è quello dell intervista diretta ai giovani protagonisti, che si arricchisce tuttavia di ulteriori domande presentate alle loro famiglie (per un totale di famiglie coinvolte), nell ottica di evidenziare gli aspetti più significativi dell interazione tra giovani e adulti alla luce dello sviluppo delle tecnologie digitali, intese anche come possibile fattore di distacco tra le due sfere. L approccio interpretativo adottato sceglie di evitare le posizioni radicali catastrofiste o tecnoentusiaste, che di solito caratterizzano la dialettica sulle nuove tecnologie ma che non aiutano la comprensione effettiva dei fenomeni che accompagnano la diffusione capillare della digitalizzazione. I temi sui quali verte l indagine sono i seguenti: le modalità di apprendimento dei nativi digitali; la trasformazione degli ambienti di apprendimento; il ruolo degli educatori e dei formatori rispetto ad una discontinuità che ha modificato oggettivamente la relazione fra chi sa (utilizzare le tecnologie digitali) e chi non sa. Il libro non scompare ma avanzano i supporti digitali Il primo dato che si evidenzia nella ricerca è che i nativi digitali non hanno sviluppato una particolare avversione nei confronti dei testi cartacei rispetto ai supporti informatici. Il 54% degli studenti intervistati dichiara infatti di non trovare più facile la consultazione di un testo su internet, e questa percentuale non risulta differente tra gli studenti delle medie e quelli delle superiori. Poco meno del 73%, inoltre, non trova difficile mantenere la concentrazione nella lettura di un libro. Anzi, la presenza del libro appare oggi molto più diffusa che in passato: sia i genitori dei ragazzi delle scuole secondarie inferiori, che i ragazzi stessi, dichiarano di avere in disponibilità presso la propria abitazione un numero medio di libri senz altro più elevato di quello posseduto dalle famiglie dei ragazzi delle scuole superiori. I dati sulle dotazioni strumentali, invece, mostrano una ampia disponibilità di device digitali: in due terzi delle case considerate risulta un computer connesso alla rete; l 88% dei ragazzi intervistati possiede un computer, percentuale che sale al 90% per gli studenti delle superiori; la diffusione di strumenti digitali raggiunge il 48% nel caso della telecamera (che sale al 65% per le famiglie che si collocano nella fascia più elevata della condizione socioeconomica), il 22% per gli smartphone e il 10% per i tablet (ma per la fascia socioeconomica più elevata la percentuale sale al 17,2%). Così lontani, così vicini: un dialogo a distanza fra genitori e figli L indagine del Censis si fa luogo eletto del dialogo tra genitori e figli, le cui opinioni in materia di tecnologie digitali convergono spesso e volentieri. 5

6 Qualche esempio: c è convergenza di opinione sul fatto che le tecnologie digitali possano produrre effetti positivi sull apprendimento (sono d accordo il 70% dei genitori e il 72,4% degli studenti), l incontro con compagni di scuola e amici, lo sviluppo della curiosità e dell iniziativa dei ragazzi (sono d accordo il 61,9% dei genitori e il 64,9% degli studenti); emerge una comune incertezza sul potenziale delle tecnologie digitali rispetto alla volontà di studiare, la capacità di concentrazione e il rendimento scolastico; in tutti e tre i casi le risposte si distribuiscono più o meno equamente; ancora comunanza di opinioni rispetto alla neutralità degli effetti delle tecnologie digitali sul rischio di isolamento (con valori superiori al 40% per genitori e studenti, anche se fra i primi si registra una maggiore concentrazione di risposte sugli effetti negativi) e al rapporto con gli insegnanti (50,1% per i genitori, 61,9% per gli studenti). Il luogo debole dell apprendimento Decisamente più complicato appare il rapporto tra la scuola e le famiglie, che stentano nel riconoscere la Innovazione, dobbiamo fare di più L Oecd Factbook (Science and technology Research and Development Patents) riporta i dati sui brevetti triadici quei brevetti per i quali è richiesta contemporanea protezione nei tre principali Uffici brevetti mondiali: europeo, giapponese e statunitense. Considerato il costo che comporta la procedura di estensione ai tre uffici, si ritiene di norma che tali brevetti si connotino per un maggiore valore commerciale atteso. 6 prima quale luogo dinamico di apprendimento in materia di tecnologie digitali. Proprio su questo aspetto, se si mettono insieme alcune delle risposte fornite dagli studenti nell indagine, ben si comprende come la scuola manchi di appeal nei confronti dei ragazzi, anche nel caso in cui disponga abbondantemente di tecnologie digitali. Qualche dato: l 84% degli studenti afferma che, per le materie umanistiche, durante la settimana, il computer non viene mai usato; la percentuale si riduce di poco nel caso delle materie scientifiche (78,6%) e di quelle tecniche (66,1%). Dal corpo docente intervistato emerge: la resistenza culturale motivata dalla convinzione che l approccio tradizionale al trasferimento del sapere sia quello più efficace e, in sostanza, più giusto; la consapevolezza che le nuove tecnologie siano imprescindibili per cercare un dialogo con i ragazzi e per svolgere meglio la propria funzione, ma diffidano di un apprendimento partecipativo che metta troppo in discussione il loro ruolo. Dopo un espansione costante nella seconda metà degli anni Novanta, pari al 4,5% all anno, la crescita annuale del numero di queste famiglie di brevetti è andata diminuendo (dello 0,5% all anno) dall inizio del XXI secolo. Un calo che ha riguardato in misura molto simile tutti e tre i colossi della registrazione di brevetti in ambito internazionale. I brevetti triadici provengono, nel 200 9, soprattutto dall Europa (31%); seguono Stati Uniti (29%) e Giappone (28%). Dal 1990 a questa parte la paternità delle famiglie dei brevetti tende a spostarsi nei paesi asiatici: la crescita più marcata è riscontrabile in Corea, la cui quota è passata dall 1,3% del 1999 al 4,2% del Forti aumenti sono stati rilevati anche per la Cina e l India, con una crescita media del numero di brevetti triadici di più del 15% all anno tra il 1999 e il Ciò nonostante nel 2007, considerando i valori espressi in percentuale rispetto alla popolazione totale, i quattro paesi più inventivi sono risultati la Svizzera, il Giappone, la Svezia e la Germania. Al di sopra della media Ocse si collocano poi l Austria, la Danimarca, la Finlandia, la Francia, la Germania, Israele, ancora la Corea, i Paesi Bassi e gli Stati Uniti, mentre la Cina, al contrario, ha meno dello 0,5% di brevetti per milione di abitanti. L Italia si inserisce in questo contesto come lontana anni luce dalla prospettiva di adottare misure utili al rinnovamento; d altronde, non sembra avere mai avuto una vera e profonda determinazione a sviluppare la propria capacità innovativa. La mancanza di un insieme

7 coerente e completo di misure per l industria, l insufficiente apprezzamento nei confronti delle imprese nazionali quali portatrici di capacità innovativa, uniti all assenza di politiche di emulazione nei confronti dei paesi virtuosi, hanno prodotto nel corso degli anni un mancato adeguamento reale agli standard delle nazioni più innovative. A titolo esemplificativo, analizzando la serie storica dei brevetti statunitensi concessi, per paese richiedente dal 1883 al 2007, l Italia non supera mai il dato del 3,35% registrato nel 1973, bassissimo rispetto all andamento registrato per altri paesi europei come la Francia, la Germania o la Gran Bretagna. Ricerca e sviluppo: confronto Confronti internazionali. Stando ai dati Oecd Factbook , la ricerca e sviluppo dei paesi Ocse nel loro complesso risulta pari al 2,3% del Pil. La Danimarca (dal 2009), la Finlandia, Israele, il Giappone, la Corea, la Svezia e la Svizzera sono stati gli unici paesi in cui tale spesa ha raggiunto livelli percentuali rispetto al Pil superiori al 3%, ben al di sopra della media Ocse. Dal 2000 in poi si è avuto un aumento significativo in Europa e in Giappone mentre negli Stati Uniti è stato più attenuato. In Cina l aumento di tale spesa sul Pil è passato allo 0,9% del 2000 all 1,7% del Nell ambito dei paesi Ocse, dalla metà degli anni Novanta la spesa in ricerca e sviluppo è cresciuta più velocemente in Turchia e in Portogallo, con tassi di crescita annuale del 10%. In Cina la crescita reale della spesa si è attestata su un valore percentuale pari al 18%. nostro Paese. Tale debolezza si riscontra anche nei dati riferiti al rapporto tra la spesa in R&S delle imprese ed il Pil (pari allo 0,65%), al di sotto della media europea (1,21%). Innovazione e capitale umano Il livello di istruzione della popolazione di un paese è comunemente utilizzato per valutare lo stock di capitale umano. I paesi dell area Ocse hanno registrato, nel corso degli ultimi decenni, aumenti significativi nella percentuale di popolazione adulta con istruzione terziaria. Nel 2009 oltre il 30% della popolazione di età compresa tra i 25 e i 64 anni ha raggiunto il livello di istruzione superiore in più della metà dei paesi Ocse. Tale percentuale è significativamente più alta in Canada, Israele, Giappone, Nuova Zelanda e Stati Uniti; nella Federazione Russa raggiunge il 50%. Al contrario, in Italia, Portogallo e Turchia, così come in alcuni paesi del G20 (Argentina, Brasile, Cina, Indonesia, Arabia Saudita e Sud Africa) la quota di popolazione della stessa fascia d età con livello di istruzione terziaria (universitaria) è inferiore al 15%. La spesa per la formazione sostenuta dai paesi dell Ocse nel 2008 (ultimo anno disponibile di riferimento) è stata del 6,1% del Pil. Più di tre quarti di questa somma proviene da finanziamenti pubblici. La spesa più elevata è stata sostenuta in Cile, in Danimarca, in Islanda, in Israele, in Corea, in Norvegia e negli Stati Uniti, con almeno il 7% del Pil. L Italia, con un valore pari all 1,23% (anno 2008) appare senza dubbio distante dai paesi europei più avanzati ma non lontana dall obiettivo fissato a livello nazionale per il 2020 (1,53%). Considerato, però, che nel 2001 tale valore era dell 1,9%, non si può non constatare il risultato di un evidente carenza nel rilancio delle politiche della ricerca che hanno deteriorato nel tempo la capacità di crescita del Quasi un terzo della spesa Ocse per le istituzioni educative ha riguardato la formazione terziaria, i cui costi (tasse di iscrizione, insegnamento, durata dei programmi, etc.) variano notevolmente da paese a paese. Canada, Cile, Israele, Corea e Stati Uniti spendono tra l 1,7% e il 2,7% del loro Pil per le istituzioni terziarie (sono anche i maggiori sostenitori delle spese private per tale livello di istruzione), mentre Belgio, Brasile, Estonia, Francia, Islanda, Irlanda, Svizzera e Regno Unito spendono meno della media Ocse in questa fascia, investendo maggiormente nella formazione primaria, secondaria e post secondaria non universitaria. 7

8 Outlook dei consumi S carse aspettative nel futuro, risparmio delle famiglie al palo, consumi stagnanti e spese obbligatorie in aumento. Questo è il quadro che si evidenzia nell Outlook dei consumi di Censis Confcommercio, realizzato negli ultimi giorni di marzo 2012 su un campione di 1200 famiglie, dal cui contesto emerge però l immagine di un Paese che tiene ancora botta, nonostante le batoste congiunturali e le conseguenti manovre emergenziali del Governo. Nei margini del campione analizzato, gli italiani che riescono ad andare in pari tra reddito disponibile e spese per i consumi sono circa il 79%, rispetto all 11,3% di coloro che non riesce a coprire tutte le spese e al 9,8% (ma era il 28% nel 2011!) che dichiara di risparmiare qualcosa. Ma le risultanze dell indagine in questione invitano a non farsi ingannare: se non sussistono ancora situazioni di disagio esteso e permanente, lo si deve in primis ad uno stato di salute accettabile del nostro risparmio, che ha consentito a più della metà dell 11,3% sopraddetto di poter affrontare l insufficienza reddituale, e in secondo luogo alla capacità delle famiglie italiane di riorganizzare e programmare i propri budget in versione low cost, secondo criteri di economicità che coinvolgono i redditi fino ai mille euro mensili così come quelli sopra ai quattromila. Ciò non significa certo che stiamo bene, né che abbiamo un Dna particolarmente virtuoso, ma bensì che ci sentiamo costretti a rinunciare al di più, al superfluo ed allo svago, orientandoci a spendere il meno possibile, a fronte di una crisi che per ora fa molta paura ma che rischia seriamente di impoverire una grossa fetta di popolazione, ponendo sotto scacco quanto finora consolidato, risparmi compresi. E tale andamento toglie ossigeno ai consumi, che il rapporto Censis Confcommercio registra opportunamente come stagnanti e con una previsione di sviluppo ridotta al minimo per i prossimi mesi. Ciò che ricaviamo dallo studio è un Italia sostanzialmente alla finestra, che si sta difendendo strenuamente dai colpi inferti dalla crisi, che resiste, ma che deve tornare a crescere (quante volte lo abbiamo sentito), per fare in modo che lo stato di resistenza non si muti in un disagio perdurante e deflagrante. 8 Premessa In concomitanza delle ultime fasi recessive della nostra economia, Censis Confcommercio ha elaborato un accurata analisi dell Outlook dei consumi riferito alle famiglie italiane, analizzando un campione di unità, stratificate per macro aree di residenza, per ampiezza demografica del Comune, per età del capofamiglia e per tipologia famigliare. Il campo all oggetto dell indagine è il rilevamento del clima di fiducia e aspettativa percepito dalla nostra popolazione, raccordato con le cifre concernenti i consumi, rilevate dalla metà del 2011 fino a marzo La conclusione cui sembra pervenire il lavoro è che, pur non indicando i dati una situazione di disagio e povertà diffusa e permanente, si sta diffondendo nel nostro tessuto sociale una inclinazione sempre più marcata a spendere il meno possibile, per timore, per prudenza, e soprattutto per una scarsa fiducia nelle prospettive di ripresa economica del Paese, fattore che rischia di deprimere e compromettere la spinta propulsiva ai consumi, che Censis Confcommercio rileva come stagnanti. Oggi risulta pertanto difficile, se non impossibile, prevedere la ripresa effettiva dei consumi: pressione fiscale, aumento dei prezzi energetici e delle utenze domestiche contribuiscono in modo preponderante a diffondere un clima di incertezza per il futuro, coinvolgendo le famiglie a basso reddito come quelle con maggiori popotenzialità di spesa. I numeri dell Outlook dei consumi sul campione di famiglie l 87% ha riorganizzato le spese alimentari in concomitanza della crisi; l 80% (53% a metà del 2011) ritiene di spendere tutto ciò che guadagna; il 78% ha ridotto pranzi e cene fuori casa; il 70% ha dichiarato di avere incrementato le proprie spese per carburanti ed un ulteriore 70% lamenta maggiori spese per le utenze domestiche; il 63% ha ridotto gli spostamenti in auto o scooter per economizzare sul consumo di benzina; il 40% ha rinunciato alle spese per abbigliamento e calzature; meno del 10% (ma era il 28% nel 2011) negli ultimi sei mesi è riuscito a risparmiare una parte delle sue entrate. Il quadro che Censis Confcommercio fa emergere da

9 queste prime percentuali non è quello di un Paese impoverito, ma decisamente più prudente nell affrontare le spese, condizione che non aiuta, riferisce l indagine, ad uscire dalla spirale di crescita bassa in cui il Paese si trova da lungo tempo. Le previsione di spesa famigliare risulta pertanto ridotta al minimo: solo il 5% delle famiglie intervistate prevede di effettuare nel breve periodo l acquisto di un elettrodomestico, di nuovi mobili, o di affrontare interventi di ristrutturazione dell abitazione. Tale quota è la più bassa registrata negli ultimi anni. Risulta inoltre molto diffusa l idea che le misure di emergenza varate di recente dal Governo abbiano un effetto depressivo sulla capacità di spesa delle famiglie, anche se appena il 20% ritiene che disporrà di meno denaro in relazione alla maggiore tassazione. La contrazione della capacità di risparmio delle famiglie Quasi come un riflesso condizionato, risulta sempre più limitata e contratta la capacità di risparmio, con quasi l 80% delle famiglie che dichiara di avere speso negli ultimi mesi tutto ciò che ha guadagnato. Si tratta di una percentuale importante, che ha evidente difficoltà a mettere da parte una quota del proprio reddito per effettuare investimenti. Solo il 9,8% del campione intervistato sembra avere una possibilità di risparmio effettivo, percentuale che ha perso ben venti punti sul L 11,3% del campione corrispondente a più di famiglie ha dichiarato invece di non avere potuto coprire tutte le spese familiari con il proprio reddito, ricorrendo a risorse o soluzioni alternative. (Da evidenziare che il 47% delle famiglie che si trovano nella situazione appena illustrata vive nel Mezzogiorno, mentre il fenomeno risulta meno frequente nel Centro Nord) Va da sé che alla contrazione della capacità di risparmio Crisi di sistema e microcredito in Italia R ispetto al 2007 è raddoppiato, nel 2011, il numero di imprese coinvolte in procedure fallimentari, superando gli 11mila casi. 9 corrisponda una lenta erosione di ciò che è stato risparmiato e consolidato, anche se i dati prodotti dall indagine indicano una scarsa propensione all indebitamento attraverso linee di credito bancarie. Lo spirito di moderazione che spegne i consumi Nel quadro appena illustrato è inevitabile un sensibile calo della fiducia nel futuro da parte delle famiglie italiane, cui fa da contrappeso una maggiore inclinazione a contenere qualsiasi spesa, a partire dagli alimenti. Questo è confermato dall 87,3% delle famiglie intervistate, che ha dichiarato di riorganizzare la propria spesa alimentare secondo una logica low cost, e tale condotta ha interessato sia famiglie con reddito fino ai euro, che quelle con più di euro mensili a disposizione. Mentre il 69% ha affermato di sentire meno la spinta a consumare, e un restante 63,6% ha cercato invece di moderare l uso dei propri mezzi di trasporto per economizzare sulle spese di carburante. Il clima di sfiducia coinvolge pertanto tutte le classi di reddito, facendo concludere che anche gli strati del nostro tessuto sociale più abbienti stanno lentamente perdendo la spinta propulsiva al consumo, anch essi catturati da incertezza diffusa e disorientamento. L indagine Censis Confcommercio, sotto questo aspetto, non prevede segnali incoraggianti di ripresa e di crescita. Per le principali voci di spesa saranno i rinvii a farla da padroni, se il 14% degli intervistati ha deciso per il momento di rimandare le spese per interventi di ristrutturazione della casa, l 8,4% procrastina l acquisto di uno o più elettrodomestici e il 5,9% rinvia l acquisto di mobili per la casa. Appare marcata la riduzione della percentuale di famiglie che effettuerà spese piuttosto impegnative, facendo prevalere un atteggiamento di attendismo e di forte moderazione dei consumi. Tra dicembre 2011 e febbraio 2012 i prestiti bancari alle imprese si sono ridotti di oltre 16 miliardi di euro. Non va meglio per gli investimenti produttivi, scesi di più del 6% nei primi mesi dell anno rispetto al La costituzione di nuove imprese rallenta e la disoccupazione, specie quella giovanile, aumenta. È la fotografia scattata dallo studio del Censis «Crisi di sistema e microcredito in Italia», promosso dall Ente nazionale per il microcredito. Ripartire dalla microfinanza per combattere la crisi Il numero di fallimenti registrati negli ultimi tre anni è aumentato vertiginosamente: si tratta nel complesso di procedure avviate tra il 2009 e la fine del E sufficiente pensare che solo nel 2007 il numero di fallimenti si attestava sui casi, mentre negli ultimi tre

10 il numero di fallimenti si attestava sui casi, mentre negli ultimi tre anni non si è scesi mai sotto i casi l anno. Inoltre, la capacità di alcuni territori, soprattutto del Centro e del Nord del Paese, di generare microimprenditorialità sembra in una fase di esaurimento, sia sul fronte del manifatturiero tradizionale che su quello del terziario avanzato, che avrebbe dovuto rappresentare, per molti, un alternativa all industria. Poco slancio mostrano anche il commercio tradizionale e molte attività connesse: rispetto alla prima metà del 2008, si contano attualmente circa imprese in meno. Su 100 imprese costituite nel 2006 soltanto 58 risultano ancora attive attualmente, mentre il tasso di sopravvivenza nei primi anni 2000 era del 63%. Il ridimensionamento dell apparato produttivo non è ovviamente solo di tipo strutturale: se si considerano i settori non finanziari, il valore aggiunto si è ridotto dell 1% dal 2008 ad oggi e la capacità di investimento risulta consistentemente ridimensionata. La crisi finanziaria e gli effetti sull'occupazione Tra il primo trimestre del 2008 ed il primo trimestre del 2012 l Italia registra occupati in meno, mentre i disoccupati sono aumentati di oltre un milione di unità, passando da 1,7 milioni a 2,8 milioni. E bene ribadire che non siamo affatto di fronte ad una crisi sociale e che i fondamentali restano solidi, ma certamente il calo progressivo dei consumi registrato negli ultimi anni e la riduzione della propensione al risparmio, oggi al 12% il valore più basso degli ultimi 12 anni appare come un segnale da prendere seriamente in considerazione. Il Paese ha però molte risorse e molti strumenti per fare fronte ad un quadro così complesso. Forte resta la capacità del sistema manifatturiero italiano di operare all estero attivando processi sofisticati di internazionalizzazione, con risultati brillanti. Nonostante le difficoltà del momento, le esportazioni italiane continuano a crescere: il segnale della capacità di penetrare mercati anche lontani. L Italia rientra tra i primi dieci paesi esportatori nelle classifiche mondiali ed è in Europa tra i primi cinque esportatori. Microcredito per un welfare di responsabilità condivise 10 Il Censis rileva attraverso indagini diverse condotte negli ultimi 8 mesi che più del 70% delle aziende ha gravi difficoltà nel recupero dei crediti commerciali (con conseguente grave scarsità di mezzi liquidi) e poco più del 50 % ha rapporti abbastanza difficoltosi con le proprie banche di riferimento. Negli ultimi anni il numero di imprese che ha ricercato forme di finanziamento presso il sistema bancario o tramite altra modalità è passato dal 36% al 52%, segnale evidente di una necessità forte e improcrastinabile di mezzi liquidi che vadano oltre l autofinanziamento. Ma, in parallelo, i casi di effettivo ottenimento del credito si sono notevolmente ridotti, specie in ambito bancario, passando dall 86% del 2007 all attuale 78%. Lo studio sottolinea inoltre perché il microcredito può e deve essere visto come uno strumento di welfare particolarmente significativo in una fase di crisi strutturale come quella che il Paese sta registrando. Sono individuabili almeno tre motivazioni essenziali: a) l effetto moltiplicativo che esso può avere sugli investimenti della micro impresa; b) l effetto di responsabilizzazione da parte del percettore di microcredito nell utilizzo del prestito; c) l effetto di sottrazione di clienti al welfare assistenziale per il fatto che il microcredito genera nuova attività economica e nuovi contribuenti con un ruolo attivo nella società. La crisi finanziaria e gli effetti sulle imprese Le difficoltà del contesto produttivo nazionale possono essere spiegate mediante alcuni dati: le procedure fallimentari durante il periodo sono state circa , in deciso aumento rispetto al triennio precedente; nel 2011, le imprese iscritte presso le Camere di Commercio sono circa in meno rispetto al 2007: in calo, principalmente, imprese manifatturiere ( in meno), agricole ( in meno) e commerciali ( in meno); solamente il 58% delle imprese nate nel 2006 risulta ancora attiva nel 2011, mentre nel periodo il valore ammontava al 62,7%; nel 2011, il tasso di profitto delle società non finanziarie (ossia, il rapporto tra il risultato lordo di gestione e il valore aggiunto ai prezzi base) è del 40,4%, valore più basso dal 1995; la contrazione del fatturato rende difficile la realizzazione di nuovi investimenti, tanto che il tasso di investimento delle società non finanziarie (ossia, il rapporto tra gli investimenti fissi lordi e il valore aggiunto ai prezzi base), nel 2009, ha toccato il valore più basso degli ultimi 10 anni (21%), per poi risalire al 22,3% nel 2011, percentuale che comunque è inferiore di circa 1,5 punti percen

11 tuali rispetto ai livelli precisi; nel 2010, le imprese italiane che hanno ricercato finanziamenti (sia tramite il credito sia tramite altre modalità) sono state il 52,2% contro il 36,5% del 2005; le imprese che hanno ottenuto almeno un successo dalla richiesta di credito sono passate dall 87,5% del 2007 al 79,8% del 2010; le imprese che hanno registrato almeno un insuccesso nella ricerca di credito sono passate dall 1,8% del 2007 al 26,8% del La crisi finanziaria e gli effetti sulle famiglie Le problematiche del settore produttivo hanno un impatto rilevante sulle famiglie. Le criticità sul mercato del lavoro stanno diventando un fenomeno che colpisce una quota sempre maggiore della popolazione, creando altresì squilibri generazionali piuttosto evidenti. I dati che spiegano le problematicità del mercato del lavoro sono i seguenti: nel primo trimestre 2012 gli occupati sono 22,8 milioni, unità in meno rispetto al primo trimestre 2008; tra il primo trimestre 2008 e il primo trimestre 2012, il numero di disoccupati è passato da 1,7 milioni a 2,8 milioni (1,3 milioni risiedono nel Mezzogiorno), con un tasso di disoccupazione che ha raggiunto il 10,2%, in aumento di 3,8 punti percentuali; nel primo trimestre 2012, i disoccupati tra 15 e 24 anni sono circa , per un tasso di disoccupazione giovanile del 35,9%, ben 18 punti percentuali maggiore del primo trimestre 2008; circa 2,2 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni (pari al 23,4% del totale) non lavorano e non studiano (c.d. Neet generation), sintomo di sfiducia e rassegnazione verso un mercato del lavoro che non sembra offrire opportunità e prospettive; con redditi da lavoro sempre più incerti e spese obbligatorie da sostenere (per beni necessari, imposte, ecc.), le famiglie italiane hanno notevoli difficoltà a risparmiare, tanto che, nel 2011, la propensione al risparmio ha raggiunto il valore più basso dal 1995, attestandosi al 12%, circa 3,5 punti percentuali in meno rispetto al I fenomeni di disagio sociale: povertà e deprivazione Le analisi più recenti ed estensive condotte in materia di disagio sociale mettono in evidenza quanto segue: le famiglie in condizione di povertà relativa sono 2,7 milioni (l 11% del totale), mentre gli individui sono 8,2 milioni (pari al 13,8% della popolazione); la condizione di povertà assoluta colpisce 1,1 milioni di famiglie (il 4,6% del totale) e 3,1 milioni di individui (il 5,2% della popolazione, dato in continuo aumento dal 2006); le situazioni di disagio colpiscono principalmente gli abitanti del Mezzogiorno, in quanto i dati su povertà relativa e assoluta sono sempre ben superiori alla media nazionale; per entrambi gli indicatori, le maggiori difficoltà sono attraversate dalle famiglie con 5 o più componenti (il 30% è in condizione di povertà relativa e una su 10 di povertà assoluta), le coppie con 3 o più figli (il 27,4% è relativamente povera, il 9,4% è in condizione di povertà assoluta), le famiglie in cui nessuno dei componenti è occupato o ritirato dal lavoro (il 40,2% delle famiglie in questo stato è in condizione di povertà relativa e il 1 9,6% di povertà assoluta). 11 Altri indicatori di disagio sociale sono i seguenti: il 16% delle famiglie italiane ha difficoltà ad arrivare a fine mese; il 48% incontra difficoltà nel sostenere gli oneri per l abitazione; i provvedimenti di sfratto sono aumentati del 45% tra il 2007 e il 2011 e nell 87% dei casi sono motivati da morosità del conduttore. Popolazione a rischio di esclusione sociale: confronto tra Italia e UE Per analizzare le situazioni di difficoltà all interno dei diversi Paesi dell Unione Europea, è stato predisposto un indicatore sintetico denominato rischio di povertà o di esclusione sociale. Una famiglia si definisce a rischio di povertà o di esclusione sociale quando presenta almeno una delle tre seguenti condizioni: è a rischio di povertà, ossia il reddito familiare è inferiore al 60% del reddito mediano dello stesso Paese; è in situazione di grave deprivazione materiale, ovvero presenta almeno quattro sintomi di deprivazione tra i nove indicatori Europa 2020 definiti da Eurostat; è una famiglia a bassa intensità di lavoro, cioè famiglie dove gli adulti hanno lavorato meno del 20% del loro potenziale di lavoro totale nel corso dell'anno precedente (l intensità di lavoro è data dal rapporto tra il numero

12 totale dei mesi teoricamente disponibili per le attività lavorative). In Italia, nel 2010, il 24,5% della popolazione presenta almeno una delle 3 situazioni appena descritte, pari a 14,7 milioni di individui. Consigli per la lettura Rapporto Cefalonia L eggendo le parole di Giuseppe Russo, nipote di Padre Romualdo Formato, Cappellano Militare del 33 reggimento artiglieria a Cefalonia nel 1943, si entra subito nelle atmosfere dei fatti raccontati all interno delle 527 pagine che compongono il libro di Gianfranco Ianni «Rapporto Cefalonia Gli uomini della divisione Acqui», Solfanelli Editore. «Ho molto apprezzato il suo lavoro, che mi ha colpito già dalla lettura del titolo» scrive Russo rivolgendosi all autore. «Questa sua opera ci aiuta a capire le storie di tanti uomini, di tanti ragazzi sacrificati a Cefalonia, e io la invito a proseguire, con questo sentimento, perché é necessario evitare e far evitare strumentalizzazioni politiche che non hanno niente a che fare con i fatti di Cefalonia». Ed è vero: sui fatti di Cefalonia si è scritto e parlato molto, organizzato mostre ed eventi, con personalità e associazioni impegnate a esaltare chi ha cercato di sfruttare una così grave tragedia per fini personali, raccontando la vicenda esclusivamente alla propria maniera. Considerando i principali Paesi dell Unione Europea, tale percentuale risulta una delle più elevate, in quanto superiore alla media comunitaria (23,4%) e inferiore soltanto a Grecia (27,7%), Spagna (25,5%) e (25,3%). Portogallo Nella prima parte del volume vengono in qualche maniera contestati i vecchi e nuovi rifacimenti e le interpretazioni che da sempre sono state attribuite all evoluzione della vicenda, per rendere il giusto onore ai pochissimi militari che fecero il proprio dovere fino in fondo. Iniziando con il generale Antonio Gandin, comandante la Acqui e Medaglia d Oro. Nella seconda parte, invece, si assiste alla meticolosa ricostruzione dell accaduto sulla base dei documenti ufficiali, ma soprattutto delle dichiarazioni dei protagonisti che l autore ha incontrato nell arco di tre anni. Tra questi, Amos Pampaloni che proprio a Gianfranco Ianni ha rilasciato la sua ultima testimonianza sconfessando i rivoltosi come Renzo Apollonio e riconoscendo contemporaneamente i propri errori, in quanto rivoltoso egli stesso. E poi ancora Saverio Perrone, Carlo Santoro, Olinto Perosa, Bruno Bertoldi, Vincenzo Fontanella, Vittorio Micheloni e moltissimi altri militari in forza alla Acqui, che hanno chiarito, una volta per tutte, quello che era stato erroneamente detto e scritto circa il presunto referendum tra i soldati, e sui collaborazionisti di Apollonio, che dopo la guerra vantarono irreali atti di sabotaggio contro i tedeschi. «Rapporto Cefalonia» invece, come spiega l'autore, è stato scritto in quattro anni grazie a un accurato lavoro di raccolta di numerose testimonianze, fatto anche di registrazioni audio video. Gli accadimenti risultano così analizzati nella loro realtà, fin nei minimi dettagli. L autore rivolge infine un doveroso omaggio a Massimo Filippini orfano del maggiore Federico Filippini, altro martire di Cefalonia vero precursore dell operazione verità, impegnato, sin dal 1998, a far luce sulla tragedia che colpì così brutalmente l Italia, e gli italiani. 12

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