Revue de Presse Italienne Rassegna Stampa. Tony Clifton Circus - Mission Roosevelt

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1 Revue de Presse Italienne Rassegna Stampa Tony Clifton Circus - Mission Roosevelt

2 Missione Roosevelt : il mondo da una sedia a rotelle Pratosfera.com - 04/10/2014- Lorenzo Tempestini La performance di Contemporanea 2014 che ha visto protagoniste tante persone per una missione difficilissima: quello di vivere per poche ore la quotidianità di un portatore di handicap. Partiamo dall idea che voi non siete un pubblico e che questo di conseguenza non è uno spettacolo. Questa è un esperienza o forse meglio un esperimento, voi ne sarete allo stesso tempo attori, cavie ed unici fortunati beneficiari. In Missione Roosevelt vogliamo attraversare uno spazio urbano, fare un percorso e lasciare un segno, una traccia colorata al suolo. Vogliamo condividere con voi il piacere del proibito, il piacere di utilizzare un oggetto tabù. Utilizzare un oggetto per la prima volta, forse solo questo basta, forse solo questo giustifica tutto. La sedia a rotelle è lo strumento e l oggetto di Missione Roosevelt, il simbolo di tutto ciò che non ci riguarda oggi si fa nostro, la metafora dello svantaggio attraverso la quale conquistare la città. Un esperienza urbanistica, una performance partecipata in cui il pubblico, accomodato su una sedia a rotelle, si trasforma in un piccolo plotone, una gioiosa macchina da guerra. Missione Roosevelt invade la città.

3 Questa è la presentazione che Tony Clifton Circus fa di Missione Roosevelt (in replica anche oggi a Prato, sabato 4 ottobre, alle ore 18,30): una missione segreta (dedicata all uomo che cambio le sorti del mondo a bordo di una sedia a rotelle) che ha come obiettivo quello di stravolgere il punto di vista, di chi partecipa al gioco, di chi si ritrova il centro della città invaso da sedie a rotelle. La missione comprende prove ardue come attraversare un incrocio, scendere da un marciapiede, frenare su una discesa, andare al supermercato a comprare una lattina di aranciata. Tutte missioni che a volte, tutti i giorni diventano impossibili per chi è costretto a spostarsi su una seggiola a rotelle. Tutto diventa difficile, faticoso: un esperienza che andrebbe provata e fatta provare, che non ti lascia un senso di compassione nei confronti di chi questa condizione è costretto a viverla tutti i giorni, ma piuttosto un senso d incazzatura e una frase in testa basterebbe così poco. Basterebbe così poco per rendere a misura di handicap la città. Son cose che sappiamo tutti e troppe volte ci diciamo, ma viverle sulla propria pelle sempre in maniera giocosa e divertente grazie anche alla bravura dei performer di Tony Clifton Circus o anche solo osservarle con attenzione, come ieri hanno fatto decine di pratese, è tutta un altra cosa. E allora andate a provarlo oggi pomeriggio e basta. Adesso smetto perché mi fanno male le mani e le braccia dallo sforzo che ho fatto ieri muovermi con la carrozzina.

4 Missione Roosevelt - Tony Clifton Circus In giro per la città, Prato PaperStreet.it - 03/10/ Manuela Margagliotta Missione Roosevelt è una missione. Certo si potrebbe dire basta leggere il titolo. Ma nel titolo non c'è scritto che è una missione segreta e che sarà portata avanti su una sedia a rotelle per la tranquilla e "sonnolenta" città di Prato. A questo punto si potrebbe chiedere chissà cosa significa Roosevelt! Niente. Roosevelt significa quel che è: il nome di un Presidente americano che per "quarant'anni ha governato il mondo da una carrozzina"; saranno i signori Roosevelt, piuttosto, a svelare il piano - ma qui occorre una precisazione. Per due ore circa, gli "spettatori" si trasformeranno in una ventina di signore o signori Roosevelt platealmente in incognito, ma fra tutti due "Franklin D." si distingueranno in particolar modo: perché hanno ideato Missione Roosevelt, perché saranno gli unici a camminare sui propri piedi e perché vestiranno un iconico abbigliamento da Blues Brothers. Sono i Tony Clifton Circus Nicola Danesi de Luca e Iacopo Fulgi che, in smoking nero e camicia rossa, radunano al Teatro Metastasio il

5 pubblico e forniscono i dettagli del piano. La "giostra Roosevelt", così, esce dalla sala e si "incammina" su due ruote per la città, ma è un rullo compressore in cui gli spettatori diventano agenti, attori, performer, sempre "in missione per conto dei Signori Roosevelt" per citare la celeberrima battuta di Dan Aykroyd e John Belushi. Da principio le sedie a rotelle sono legate l'una all'altra, poi, dopo un po' di pratica e un comodo paio di guanti per le mani, che per i "normalmente abili" già sono doloranti dopo neanche pochi minuti, il percorso verrà affrontato da ognuno singolarmente, ciascuno secondo le proprie capacità: la missione infatti prevede alcune prove. Sennonché, quelle già "naturalmente" offerte dall'architettura urbanistica del centro storico cominciano ben presto ad alimentare un dubbio: per chi è stata pensata la città? Le vie apparentemente livellate svelano pendenze inaspettate e faticose, le radici degli alberi che gonfiano il marciapiede (quando c'è) sono salite improbabili che costringono a tornare indietro e optare per il lato opposto, il tempo che passa tra il verde e il rosso di un semaforo rivela la sua brevità. Solo qualche parola con il Roosevelt occasionale compagno di viaggio e l'ironia mista a ostentata indifferenza dei Tony Clifton Circus che dettano il "passo" di questa marcia-manifesto fanno tornare alla mente che c'è una missione da compiere. Ecco allora che si varcano le porte di un supermercato per comprare qualcosa: una vera e propria invasione di "diversamente disabili" che formano abilmente la coda più lunga (forse) mai vista a una "cassa prioritaria" (dove, per inciso, una signora è già in fila sebbene non ne abbia i requisiti). Con le luci della sera calate sulla città, i Tony Clifton Circus sono costretti a togliersi gli occhiali e Missione Roosevelt volge al termine: a separare i provati signori Roosvelt dalla meta manca ormai solo un ultimo rush finale. Ed è lì che tutti stentano alla dipartita, sebbene la sedia a rotelle non li leghi più, perché occorre parlare di quello che si è vissuto negli appena quattro chilometri lottati lungo due ore in formazione. Un plotone di "spettatori" assai cambiati rispetto alla partenza, grazie alle prove dei due "clown moderni" beffardi ed esaltanti che sono riusciti ad attrarli in una situazione "limite" della mente, del corpo, della città, della società dalle atmosfere surreali. Proprio così e su una sedia a rotelle è stato possibile mettere "le mani sulla città" e toccare il realismo impietoso di cui si è vittime e carnefici. Missione compiuta si spera.

6 Tony Clifton in 'Missione Roosevelt' Krapp's Last Post - 21/09/ Michele Ortore La "Missione Roosevelt" comincia suonando un citofono: non sarà l'inizio più epico che si possa immaginare, con un titolo così, ma del resto chi ha deciso di partecipare all'ultimo lavoro (impossibile chiamarlo spettacolo, e neppure performance, forse semplicemente teatro: forse!) dei Tony Clifton Circus non dovrebbe avere troppe pulsioni militaresche da sfogare. Si va in cerca, piuttosto, di quel sano cinismo e quell'esplosivo gusto per l'esagerazione con cui i Tony sferzano da sempre il loro pubblico. Ma neanche qui, in realtà, sta il segreto dello strano esperimento di questa Missione. L'idea è semplice, evidente, spalancata come certe finestre a cui si ha paura di affacciarsi: agli spettatori vengono affidate poche banali azioni da compiere lungo un tragitto urbano, che nel nostro caso si sviluppa attraversando un breve tunnel, un paio di strade molto trafficate, un supermercato, il ponte di Testaccio, concludendosi poi alla Pelanda del Macro, lo spazio canonico di Short Theatre Che differenza c'è rispetto a tanto teatro itinerante? Quella non sottile che il percorso va portato a termine spostandosi su una carrozzina, provando a condividere concretamente l'esperienza quotidiana di chi, purtroppo, alla carrozzina è costretto ogni giorno. I partecipanti, dunque, usciti dall'appartamento da cui comincia la missione, trovano lungo il marciapiede il "mezzo" che è stato loro assegnato. Bisogna familiarizzare subito con movimenti solo all'apparenza semplici: adeguare la postura, spingere i due corrimani al giusto ritmo, aumentare la velocità se c'è da contrastare la pendenza del suolo.

7 Si scambia qualche battuta coi compagni d'avventura, si scruta incuriositi la reazione dei passanti: non capita tutti i giorni di incontrare una torma di venti carrozzine che, come vedremo, non fa nulla per passare inosservata. I marciapiedi romani sono notoriamente terra ostile per i disabili: quelli di piazzale della Radio confermano la fama funesta, in un sali e scendi di asfalto riottoso, anche quando s'incontrano gli scivoli fatti teoricamente ad hoc per una carrozzina. Le ruote si bloccano facilmente, serve l'aiuto e la spinta di qualcuno. Già qui succedono le prime cose interessanti: vicino al tunnel di stazione Trastevere un signore in auto si ferma per lasciar passare le carrozzine sulle strisce; quando si stupisce per la lunghezza del corteo, apre lo sportello, scende e comincia a spingerle una ad una fino al marciapiede opposto. Per chi si ritrova ad essere soccorso la reazione è ambigua: senz'altro c'è gratitudine, ma anche il senso di colpa di chi, finto disabile, sta approfittando della solidarietà altrui. Un'ambiguità che in fondo ha qualcosa di profondamente vero, e quindi fa benissimo: toglie fin da subito alla "Missione Roosevelt" ogni briciolo di moralismo (se mai il rischio ci fosse stato, conoscendone gli ideatori), rendendo la performance non solo un esperimento sulla reazione urbana al malato, ma soprattutto un'esperienza personale - oseremmo dire esistenziale, se solo non suonasse appunto troppo moralista per il contesto - capace di cambiare a lungo la nostra visione di una realtà così difficilmente riconducibile a noi stessi. Sì, perché la prova corporea, la fatica visibile nelle espressioni di molti, la paura di cadere, il bisogno e allo stesso tempo il senso di colpa per essere aiutati insegnano molto più della complessità di certe estetiche impegnate. In due ore scarse si assesta un duro colpo all'indifferenza con cui spesso (anche solo per pigrizia) ci si difende, perché il corpo ha la memoria lunga, e i nostri occhi faranno più fatica a relegare le braccia sudate di un disabile a mero fondale urbano, essendo state quelle braccia anche le nostre. Il cordone delle carrozzine è costretto a dividersi per guadare uno stradone largo e trafficatissimo. Alcuni vigili si offrono di fermare il traffico, qualche passante aiuta chi ha più difficoltà, un ragazzino continua imperterrito la sua camminata veloce. Gli adepti di Roosvelt arrivano alle porte automatiche di un supermercato, dove ognuno di loro - come da protocollo - ha qualcosa di preciso da comprare. Alla cassa si forma una coda lunghissima di ruote: sembra un risciò fuori misura. Fuori dal supermercato accadono due di quelle coincidenze significative che, se fossimo joyciani, varrebbe la pena di chiamare epifanie. Vicino all'ingresso, una vecchietta dallo sguardo di vetro osserva il vuoto, attaccata al respiratore e stretta anche lei ad una carrozzina: rimane da sola tutto il tempo, senza un movimento, un cenno, senza che in almeno venti minuti chiunque l'abbia parcheggiata lì si faccia vivo. Nel frattempo Mr e Mrs Roosvelt (Diane Bonnot e Iacopo Fulgi), che accompagnano il grupo per tutto il percorso, incitandolo e ricordando gli obiettivi, cominciano a cantare un motivetto improvvisato, facendosi lasciare una mancia dalle varie carrozzine. Il tempo di distogliere lo sguardo dalla vecchietta e incrocio quello di una mendicante, occhi azzurri vispissimi di chi conosce il mondo: seduta per terra, il palmo vuoto di spiccioli, indica con un gesto della testa Mr e Mrs Roosvelt e mima la loro musichetta battendo le nocche su un bidone, facendo una smorfia sardonica come per dirmi «lo so fare anch'io, se voglio, sono dei buffoni!».

8 Due modeste epifanie, giusto per dimostrare quanto sia dura aprirsi davvero all'altro da sé, svincolandosi dalle contraddizioni, perfino quando la grammatica è quella tutt'altro che pacificante dei Tony Clifton Circus. Il viaggio sgangherato continua in salita, verso il ponte di Testaccio, dove quella della cordata di carrozzine smette di essere una metafora: i partecipanti legano l'uno all'altro i telai, sono costretti a stabilire un ritmo comune nelle spinte, per riuscire ad affrontare senza sbilanciarsi una pendenza lieve solo per chi è abituato ad affrontarla a piedi o in auto. Superato il ponte, si distribuiscono lungo un curvone e, alzando delle lettere a comporre un messaggio, diventano il miglior segnale stradale vivente: un ammonimento molto esplicito sulle conseguenze di una curva presa con troppa velocità. Il Macro ora è vicino: per completare la "Missione Roosvelt" manca soltanto la gincana finale; si possono riposare i bicipiti e divertirsi a far scoppiare palloncini con le ruote, senza in realtà nemmeno rilassarsi troppo, visto che al microfono uno dei Tony avverte della presenza di (pseudo) letame esplosivo, il cui slalom è davvero l'ultimo ostacolo da superare. Ci si rialza dalla carrozzina e la vivacità dei polpacci sembra più piacevole che mai. Chissà se la "Missione Roosevelt" è davvero riuscita; chissà quanto arriva in profondità questa punta grama di risentimento per la facilità con cui - senza motivo - a noi è dato scegliere che vita vivere e ad altri no; chissà per quanto il nostro sguardo sui disabili sarà davvero meno indifferente. Eppure soltanto in questo chissà, nella forbice del dubbio che resta aperta senza alcun conforto, il teatro può essere davvero sé stesso. Ai Tony Clifton Circus il merito di avercelo ricordato con mezzi semplici: è con mezzi semplici, d'altronde, che ci si dovrebbe "allenare" all'inclusione piuttosto che all'esclusione dell'altro, ogni giorno, senza smettere di domandarsi se la missione stia avendo successo oppure no.

9 Missione Roosevelt: la performance "scorretta" di Tony Clifton Circus MyWord.it - 19/09/ Graziano Graziani L'odissea quotidiana di tanti disabili alle prese con le barriere architettoniche, diventano occasione per una pazza performance per le vie di Roma. Tony Clifton Circus allestisce una missione impossibile. La allestisce e non la mette in scena, perché siamo noi, il pubblico, un gruppo di novelli agenti segreti, a doverla compiere. Il signor e la signora Roosevelt siamo noi, privati della nostre identità e dei nostri documenti; ma lo sono anche i due performer in abiti rossi e occhiali scuri (Diane Bonnot e Iacopo Fulgi) che ci forniscono le istruzioni per la missione. Quale? Attraversare un incrocio pericoloso come Piazzale della Radio a Roma a bordo di una sedia a rotelle, andare al supermercato a comprare una bibita e poi dirigersi verso il teatro dove si svolge il festival. Insomma, un azione quotidiana che richiederebbe dieci minuti in tutto, ma che in carrozzina diventa un avventura di quasi due ore: barriere architettoniche, sanpietrini, scalini, corridoi troppo stretti. Anche se immersi in un atmosfera allegra e clownesca (si faranno trenini, corse a ostacoli addobbati coi palloncini, e si gioca un po con le persone per la strada che ci credono davvero disabili) la fatica che si fa per compiere il percorso ci trasporta di colpo in una realtà diversa. Tutto diventa più difficile, com è quotidianamente per chi è disabile. Una cosa che sappiamo, ma viverla è davvero un altra cosa. Sarà per questo che, quando si parla di barriere architettoniche, ci si indigna con facilità ma con altrettanta facilità ci si dimentica di colpo.

10 Giovani critici / Short theatre 8 - Missione Roosvelt un progetto di Tony Clifton Circus con Diane Bonnot e Iacopo Fulgi Roma Repubblica - 15/09/ Alice Gussoni Uscire dai propri schemi, esplorare nuovi orizzonti, cambiare punto di vista, provare a guardare dal basso in su: questo e altro può essere il teatro, questo sicuramente sembra affermare con forza un gruppo come il Tony Clifton Circus. Nessun palcoscenico né uno spazio privilegiato, quel cerchio magico entro cui ciò che accade si distingue nettamente da ciò che rimane in quella zona di sicurezza occupata dal pubblico. Nessun attore, solo qualche comparsa, nessuno spettacolo ma solo il canovaccio di una fantomatica Missione Roosvelt, titolo di questa strana avventura a cui gli spettatori sono invitati a partecipare accettando di seguire regole non scritte, per vivere due ore fuori da quello spazio addomesticato della zona sicura Ma quale sia esattamente lo scopo di mettere le persone in condizione di forte disagio, facendogli percorrere 2 Km di strada urbana su una sedia a rotelle, riguarda solamente la coscienza intima di ognuno. Per questo motivo ritengo di poter raccontare questa esperienza solo in prima persona, perché la mia è stata una performance personale, in cui ho dovuto confrontarmi con preconcetti, riflessioni e capacità di adattamento, che ognuno sviluppa in modo autonomo. Se alcuni sono stati coinvolti come si fosse trattato di una gara sportiva, altri hanno cercato di creare una rete di mutuo soccorso. Senza dilungarsi sulla critica sferzante per le condizioni in cui versano i marciapiedi di Roma, forse il fatto più interessante possono essere considerati gli interventi degli ignari passanti, che nonostante l handicap che mostravamo fosse palesemente incredibile, hanno comunque cercato di dare una mano, spingendo dove le barriere architettoniche rendevano impossibile il passaggio, sorridendo e prestando il loro supporto morale. E a costo di sembrare retorica aggiungerei che a intervenire con maggiore slancio sono stati proprio alcuni immigrati arabi che gravitano intorno ai fast food di Piazzale della Radio e Viale Marconi, coinvolti in modo quasi gioioso, come se fosse nell ordine naturale delle cose aiutare chi si trova in stato di bisogno. E gli anziani, forse perché consapevoli della fatica che stavamo compiendo. Lo sforzo fisico è stato grande, ma quello che ho provato alla fine è indescrivibile, vicino forse a uno stato d innamoramento, e non per il semplice fatto di poter camminare di nuovo, quanto piuttosto per la consapevolezza di aver condiviso qualcosa di profondo con perfetti estranei. Non saprei dire se sia davvero uno spettacolo quello dei Tony Clifton Circus, ma del teatro conserva la forza eversiva, e la capacità di farsi ricordare a lungo.

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