La rivista dei giovani di Nuova Resistenza Sezione Vasco Toti - Palazzolo sull Oglio

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1 Anno 2 - n. II A.N.P.I. La rivista dei giovani di Nuova Resistenza Sezione Vasco Toti - Palazzolo sull Oglio Nuova Resistenza 1

2 Sede Via Britannici, Palazzolo sull Oglio (Bs) Redazione Claudia Baitelli Enrico Capoferri Maria Antonietta Coschignano Francesco Feltri Marianna Mai Francesco Pagani Licia Pagani Francesca Parmigiani Giulia Rossi Federica Ruggeri Luca Sottini Silvia Toti Grafica e impaginazione Fausto Guidini Supplemento a Ieri e oggi resistenza Periodico quadrimestrale del Comitato Provinciale ANPI - BS Pubblicazione registrata presso il Trib di BS Autorizzazione n. 23 del 26 giugno 1987 Rivista periodica gratuita Chiusa in redazione il 12 giugno 2010 Periodico A.N.P.I. Nuova Resistenza - Sezione Vasco Toti - Palazzolo sull Oglio Indice n.1i Editoriale 3 Viaggio nel passato 5 Un treno per Auschwitz 6 Le partigiane, queste sconosciute 7 Considerazioni di un cervello quasi in fuga 8 Un viaggio che rende ciechi 9 Aotearoa 10 Proxima parada: Valencia 12 L anpi di futuro 14 Sognando cento lire Appunti da Londra 17 Note di viaggio 18 I personaggi migrano 19 Visitate il nostro sito nrpalazzolo.altervista.org e leggete il nostro blog blog.libero.it/nuovaresistenza Nel viaggio, si scopre soltanto ciò di cui si è portatori. Il vuoto del viaggiatore crea la vacuità del viaggio, la sua ricchezza ne produce l eccellenza. [Michel Onfray] I viandanti, i vagabondi, i girovaghi, quelli che camminano, quelli che corrono, che viaggiano, che deambulano, che perdono tempo, che passeggiano, che gironzolano, prima, di nuovo e sempre, in opposizione a coloro che sono radicati, immobili, impietriti come statue. L acqua dei ruscelli, fluente ed inafferrabile, vivente, contro la mineralità delle pietre. Il fiume e l albero. Da quando nasce l essere vivente, il viaggio prende forma. E così, prima ancora di emettere il respiro, la tartaruga marina è già in cammino verso il mare, mentre, sopra la sua testolina bagnata, la rondine africana vola per ritrovare il nido sulle rocce aspre d Europa. Dall altra parte del mondo la trota si dà all amore solo dopo la lenta e dura risalita del torrente, e la farfalla dopo aver passato le onde dell oceano. Così, solo dopo un viaggio impetuoso e frenetico nel caldo ventre della donna può nascere l uomo. Nei primi impasti di colore sulle rocce umide delle caverne troviamo le tracce del viaggio dei nostri antenati. Nel XXIV libro dell Odissea abbiamo il primo viaggio di anime nella letteratura occidentale. Per Adriano l ultimo viaggio da imperatore sarà solo «in luoghi foschi e freddi e nudi». Per Socrate l anima spazierà per il cielo, e, se perfetta e alata, volerà su, sempre più in alto, fino a governare il mondo intero. Solo se imperfetta e priva di ali cadrà pesante verso terra e incontrerà un corpo vivente. Le ali dell anima, infatti, per il filosofo greco, tendono a portare ciò che è pesante verso l alto, verso la dimora degli dei, dove ci sono sapienza e bellezza. Per Plotino «[...] che viaggio è mai questo e quale fuga? Certo non si può compiere a piedi, perché in ogni caso i piedi ci porterebbero da una terra all altra. Neanche si devono attrezzare carrozze o imbarcazioni, basta solamente distaccarsi da tutto e non guardare più, ma per così dire, con gli occhi ben serrati, riattivare quell altra vista che tutti hanno, ma che ben pochi sanno usare.» è vietata la riproduzione e l utilizzo anche parziale dei contenuti Si ringraziano per la collaborazione le sezioni di Brescia e Provaglio d Iseo Per informazioni, segnalazioni visitate il sito nrpalazzolo.altervista.org, aggiungici su Facebook oppure mandate un a 2

3 Il viaggio è un tema che da sempre affascina e rapisce l uomo, e più che mai il giovane uomo che si affaccia all improvviso sulle rotondità della Terra. Il viaggio ha già incontrato Agorà nelle rubriche di Giulia, da Bologna prima e da Parigi poi, ma anche nel primo vero reportage che abbiamo pubblicato nello scorso numero, su uno dei paesi più affascinanti d America: il Cile. Pezzo firmato dal nostro Nicola Onger che è stato uno degli articoli più apprezzati. Nasce così l idea di creare un numero monografico dedicato al tema: il viaggio, declinato in tutte le sue forme. Troverete articoli legati alla filosofia del viaggiare, come la rubrica delle considerazioni di Claudia, oppure uno scritto appassionato come quello del nostro Francesco sulla fluidità del viaggio che passo dopo passo si fa storia. Una pagina di questa storia è rappresentata dalla durezza del viaggio dei migranti, forse una delle più elevate forme di speranza che la specie umana abbia mai conosciuto, che leggerete approfondito con delicatezza dalla penna di Maria Antonietta. Non mancheranno i reportage dai nostri inviati : dalle strade di Londra, dove è vissuta per alcuni mesi Francesca, ai laboratori scientifici di Valencia, dove Silvia sta studiando. E poi una sorpresa davvero inaspettata, dal paese dei pastori e delle vele, dove il verde lascia il posto solo all azzurro dell oceano: la Nuova Zelanda, dimora da ormai quasi un anno del nostro caro amico Nova. Vi lasceremo chiudere gli occhi per sognare un viaggio tra le note del sax di Vania, e ve li apriremo con Federica, di fronte alle contraddizioni di una vacanza tra lusso e povertà nell Egitto delle piramidi. Saliremo insieme a Marianna sul treno del viaggio più buio, tra il filo spinato dell Europa di Hitler e Mussolini: destinazione Auschwitz, nella fredda Polonia della Memoria. Parleremo del viaggio di Nuova Resistenza verso il futuro, che ha visto il nostro Enrico essere il più giovane delegato d Italia al Congresso dell Anpi a Cervia; così come del viaggio nel gusto con una ricetta del cuoco Luca. Non mancherà il camminino nel quale Giulia ci accompagnerà nella cultura e nel cinema. E tutto questo? Beh, tutto questo potrete leggerlo solo grazie all articolo di Licia, grazie alla lotta silenziosa delle partigiane che fecero della Resistenza il loro viaggio verso la libertà. Ma è proprio sulla carta che si realizza il primo viaggio, indubbiamente il più magico e di sicuro il più misterioso. Quindi, cari lettori, buon viaggio. Francesco Feltri Viaggio nel passato Quando mi immagino il termine viaggio, penso sempre al dover compiere uno spostamento da un luogo ad un altro, affiancato dalla mia inseparabile valigia e da tutti quegli strumenti che mi possono essere utili, nel riuscire a cogliere il meglio di questa nuova esperienza che mi attende. Riflettendoci ancora un po, riesco a comprendere che non mi serve prenotare un volo di tutto punto per soddisfare la mia sete di viaggio, ma capisco che posso percorrere strade molto più intense con la mente che con il fisico. Viaggio in paesi a me sconosciuti, immagino paesaggi che non hanno nulla di reale, conosco e perlustro le persone. Oppure, ciò che amo di più, è viaggiare nel tempo. Zigano negli anni che mi separano da certi eventi, torno indietro nei secoli. Vedo e provo a immedesimarmi in quelle persone che hanno dovuto compiere un viaggio forzato, un trasloco non voluto e, per alcuni, un non ritorno. Mi rendo conto di essere precipitato in un tempo che non è il mio, di incontrare persone di un altra epoca che stanno vivendo un momento tragico. Osservo con pietà quelle genti che espropriate della loro casa, hanno dovuto lasciare tutto ed entrare in quelli che in Russia venivano chiamati Gulag. Spesso e volentieri si conosce quello che è avvenuto in Germania, in Austria, in Italia e in tutte quelle nazioni che abbracciarono il nazifascismo, ma della fredda e innevata Russia, cosa si conosce? Poco niente. Le informazioni non trapelano, non riescono a scavalcare quei confini sanciti dall ideologia comunista, che pare ancor ben radicata nell ex Unione Sovietica e nel pensiero politico di diversi esponenti. Eppure i testimoni ci sono. Raccontano di lunghi viaggi in treni dove qualcuno non ce l ha fatta, rivelano condizioni pessime per chi si ritrovava all interno di uno di questi campi, dove la vita era sancita dai colpi della morte. I kulaki ( così era definito chiunque possedesse trecento rubli e una servitù salariale ) furono i primi a dover intraprendere il viaggio forzato. Li vedo lì in milioni, inseriti come bestie all interno di queste prigionirecinto che reclamano quel cibo non concesso. Urlano, piangono e qualcuno cade vittima della cascata di proiettili scaraventata contro una folla di uomini magri e disarmati. Vorrei provare io a dare loro qualcosa, ma mi rendo conto, che il mio, è un viaggio nel tempo e loro non mi possono né vedere né udire. Come un vero e proprio viaggiatore che scruta un opera d arte, mi devo limitare ad un puro osservare senza poter toccare ciò che mi trovo di fronte, con l enorme differenza che io sto rivisitando la vita vera di persone reali, che con la loro sofferenza, hanno segnato la storia. Mi scosto da quest immagine ed entro in una di quelle specie di baracche, dove incontro un uomo magro, che continua a dondolarsi avanti e indietro per cercare di scaldarsi. È seduto a fianco di un altro uomo. Sembra che dorma e invece scopro che è morto. Le mosche gli volano attorno e i suoi occhi verdi sono fissi nel vuoto. Sono parecchi giorni che quel cadavere è lì e nessuno si è preso il compito di dargli sepoltura. Non posso continuare a guardare. Il cuore mi batte forte e le lacrime non fanno altro che scendere. Esco da quella fredda capanna fatta in legno, sempre più triste e sconsolato, dirigendomi dalla parte opposta. Vedo un militare dell Armata rossa che continua ad urlare contro una donna dai capelli biondi di circa trentacinque anni. Non comprendo le parole del soldato, ma vedo che ha tra le mani una pistola e continua ad indicare un fagotto. Lo apre e vedo che al suo interno c è ciò che resta di un bambino morto. Sembra sia stato mangiato. Velocemente capisco tutto: la madre è caduta vittima del cannibalismo. La donna piange e ha il viso abbassato. Il militare alza la pistola, la punta contro il capo della donna e spara. Io riapro gli occhi perché non posso e non voglio vedere una scena del genere. La ritrovo morta, stesa a fianco del bambino con il sangue colante sul capo. In me si destano pensieri, considerazioni e anche voglia di umiliare chi ha concesso tutto questo, ma mi rendo conto che è già ora di tornare indietro. Ripercorro come un viandante gli anni e ritorno ai nostri giorni. Rinsavisco da quelle scene tremende e mi rendo conto di essere seduto nel parco, dove poco prima mi ero accomodato. Ripenso a tutto quello che ho visto, a quello che il mio cuore ha sentito, restando sia rattristato e affranto, ma anche soddisfatto per l esser venuto a conoscenza di un qualcosa che non sapevo. Considero il viaggio come una delle capacità umane più coinvolgenti e questi, che io compio nel passato, ne sono la prova. Essi mi danno modo di crescere, di conoscere molto e credo che chiunque dovrebbe provare un esperienza simile. Viaggiare a 360 ci permette di ottenere cultura, un miglioramento di noi, un entrare in contatto con mondi che non conosciamo. Io sono riuscito a raccogliere questi elementi e farli miei, ho raggiunto tutto... senza aver prenotato un volo. Francesco Pagani 4 5

4 Un treno per Auschwitz Un treno per Auschwitz è un progetto, è conoscenza, è un percorso educativo, ma soprattutto è un viaggio. Io, a novembre, ho intrapreso questa strada, un sentiero lungo che conduce al campo di concentramento simbolo della Shoah. Il silenzio si appesantì improvvisamente. Era entrato un ufficiale delle S.S. e, con lui, l odore dell angelo della morte. I nostri sguardi si aggrapparono alle sue labbra carnose. In mezzo alla baracca si rivolse a noi: - Voi vi trovate in un campo di concentramento. Ad Auschwitz - Una pausa. Osservava l effetto che le sue parole avevano prodotto. Il suo volto mi è rimasto nella memoria fino ad oggi. Un uomo alto, sulla trentina, il delitto scritto sulla fronte e nelle pupille. Ci squadrava come un branco di cani rognosi che si attaccano alla vita. - Ricordatevelo - proseguì - ricordatevelo sempre, imprimetevelo nella memoria: siete ad Auschwitz. Queste non sono parole di una ragazza di provincia che un giorno si ritrova in Polonia per visitare quello che rimane di un luogo, ma appartengono a Elie Wiesel, un ex deportato sopravvissuto allo sterminio di massa. Con il suo libro intitolato La notte ha voluto condividere la sua testimonianza di quegli eventi drammatici che hanno segnato la storia dell uomo a monito per le generazioni future. Le sue parole sono state fonte di riflessione durante il mio viaggio, mi hanno aiutata ad immaginare le condizioni in cui erano costretti a stare i deportati; i sentimenti di paura, dolore, solitudine, odio, rabbia e rassegnazione che quelle persone provavano. Cerco sempre di evitare di usare il verbo vivere perché ad Auschwitz non c era, e non c è, la vita veramente non c è quasi più nulla dal punto di vista materiale, ma se proviamo a chiudere gli occhi vediamo persone, migliaia di volti indefiniti, urla e pianti strazianti che ti congelano il cuore. Ad Auschwitz, devi aprire gli occhi, se non vuoi perderti. Non riesci più a pensare, ti poni domande senza risposta che ti logorano l anima. Non riuscivo a crederci. Com era possibile che si bruciassero degli uomini, dei bambini, e che il mondo tacesse?. Non c è più il fumo dei camini ad Auschwitz, ma c è la nebbia e vi assicuro che è la cosa più terrificante che io abbia mai visto: cala silenziosa e veloce e in poco tempo ti ritrovi avvolto da un manto grigio umido e freddo che ti toglie il respiro se ti guardi attorno non sai dove ti trovi, non sembra nemmeno di essere in un campo di concentramento. Fa paura pensare a come basti poco per nascondere un immensa residenza della morte, apparentemente senza confini, ma così facile da coprire e quindi da rinnegare. Penso che ognuno di noi abbia il compito di essere quel raggio di luce capace di trafiggere la nebbia o meglio l indifferenza che dilaga in un mondo forse non protagonista di quel periodo di intolleranza, ma erede del peso di errori e atrocità commesse. Mai dimenticherò quella notte, che ha fatto della mia vita una lunga notte senza luce. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai. Non sono riuscita a piangere ad Auschwitz e vorrei scusarmi col mondo per non aver versato lacrime, per essere stata così insensibile, per non avere trovato quel poco di coraggio che bastava per lasciarsi andare. Ora però, mi viene un po da piangere: forse avevo solo bisogno del mio tempo per interiorizzare tutto ciò che questa esperienza mi ha donato. Sono convinta che quella terra di morte non avesse bisogno di essere bagnata ancora da quell acqua salata che scende dagli occhi, ma che mi stesse solo chiedendo di trovare, dentro di me, la voglia di vivere per amare, per combattere, per sorridere e per resistere. Marianna Mai Le partigiane, queste sconosciute Venite con me, non abbiate paura. Lo sentite già il rumore del mare? Avanti, sono certa che da qui potete perfino scorgere le Alpi Apuane, che si stagliano contro questo cielo di luglio. Come sempre custodiscono la loro immensa ricchezza, quel marmo che di questa città è ormai croce e delizia. Carrara ha un compito importante, di questi tempi. La linea gotica la attraversa come un orrendo squarcio; i tedeschi sono giunti da pochi giorni e hanno ordinato lo sgombero immediato della città. Destinazione: Sala Baganza, un piccolo paese in provincia di Parma, tenuto sotto controllo dalle autorità tedesche. Purtroppo è questa la realtà: il 1943 ha portato grandi speranze; il 44 le sta pian piano ridimensionando. Le carraresi, però, non ci stanno. Gli uomini, i loro uomini, sono in guerra; i più a combattere sulle montagne. Lottano contro questi stessi nemici che ora ordinano ai civili rimasti di abbandonare le proprie case. No! Le donne di Carrara non ci stanno e decidono di reagire. Si radunano in piazza delle Erbe, pronte a combattere per difendere anche con la vita la loro stanca città contro questi militari nazisti, che le guardano divertiti. Li vedete? Di certo stanno pensando Ma cosa credono di fare?. Che non devono sottovalutare queste donne infuriate e decise a non cedere per nulla al mondo, lo capiranno ben presto. Scrisse la partigiana Francesca Rolla, in testa al gruppo quel 7 luglio 1944: Quando ci trovammo davanti i militari tedeschi, noi che eravamo in prima fila, capimmo che se avessimo mostrato la nostra paura tutto sarebbe stato inutile e le donne che erano dietro sarebbero fuggite. Allora ci siamo fatte coraggio e a mani nude ci siamo avventate come belve contro il Comando tedesco, per impaurire i soldati e prenderli alla sprovvista. Ci riuscirono, naturalmente, e i tedeschi furono costretti a rinunciare all operazione. Il coraggio di queste donne non abbandonò mai Carrara e la resistenza continuò (nonostante le numerose ferite subite nei mesi seguenti) fino all 11 aprile 1945, giorno della liberazione della città. Questo episodio, unico nel suo genere, non è certo stato il solo a vedere la partecipazione femminile nella storia della resistenza italiana. Ben furono le donne partigiane impegnate nella Resistenza. La maggior parte nel ruolo di staffette, a causa del loro rifiuto di impugnare armi (considerate il simbolo del potere maschilista), ma anche per colpa dei pregiudizi, legati all immagine della donna, che aleggiavano tra i partigiani. È comprensibile, del resto, che fosse difficile immaginare una donna combattere, dopo che il fascismo l aveva relegata al ruolo esclusivo di angelo del focolare. Eppure esistono casi di donne combattenti: il più significativo è quello di Irma Marchiani, valorosa combattente animata da uno spirito indomabile, Medaglia d Oro al Valor Militare ed unica donna a raggiungere il grado di vice-comandante della sua formazione. La Resistenza Taciuta (così è stata chiamata la resistenza femminile) ha abbattuto le barriere che la tenevano rinchiusa, e ora, dopo più di mezzo secolo, è finalmente libera di gridare. In un mondo in cui i modelli che ci vengono proposti quotidianamente hanno il volto di veline mute, abbiamo la fortuna di non poter semplicemente spegnere queste voci premendo un tasto del telecomando. Le donne della resistenza ci parlano ancora, dobbiamo solo avere la forza di starle a sentire. Licia Pagani 6 7

5 Considerazioni di un cervello quasi in fuga Impara la tua direzione da gente che non ti somiglia [Il Viaggiatore Mercanti di Liquore] Qui tutti partono, vanno e poi chissà se tornano, giovani menti che cercano nutrimento altrove, più o meno lontano, fuori dai confini nazionali. Tra non molto toccherà a me, valigia e biglietto aereo alla mano, salutare tutti e rimboccarmi le maniche per mettere in pratica quel poco che ho imparato fino a qui della vita e di quello che sarà forse il mio mestiere. Mai come adesso, in realtà, sento vicini i miei luoghi, le strade consuete sulle quali ho scandito i miei primi passi, dove ho imparato ad andare in bicicletta, la strada della scuola, quella che da casa va alla vecchia biblioteca, la strada che scende verso la piazza, quella che mi ha portato tante volte alle serate conviviali tra gli amici che ridono e suonano. Pazienza, tornerò tra qualche mese, possibilmente più saggia e competente, porterò a casa qualcosa dal mondo, esperienze, conoscenze e innovazioni da mettere in pratica qui, se va bene. Se va male, andrò ad incrementare il numero dei cervelli all estero, come consigliava commosso a suo figlio Pier Luigi Celli, direttore generale della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali di Roma, con una lettera pubblicata mesi fa su Repubblica. Siamo una generazione proiettata al mondo, abitanti del villaggio globale interconnessi con persone che non abbiamo mai visto ma con cui possiamo scambiare liberamente informazioni, nozioni, pareri, canzoni, idee. Dobbiamo viaggiare per crescere, viaggiare per imparare, viaggiare per trovare lavoro, dobbiamo diventare ben altro che bamboccioni se vogliamo stare dietro ai ritmi di questo sistema lanciato a tutta velocità verso una destinazione non ben definita. Il mondo ce lo chiede insistentemente, la crisi ce lo conferma brutalmente. Stamattina il giornale titolava: I giovani e le classi medie i soggetti maggiormente colpiti dalla crisi. Personalmente, giovane appartenente alla classe media, la cosa mi preoccupa, e non poco. Se guardiamo al futuro, cercando comunque di tenere i piedi per terra, quello che sembra prospettarsi per noi è ben poco attraente. Se una volta la frase costruiamo un mondo migliore per i nostri figli sembrava sufficientemente esplicativa della necessità di dare vita ad una spirale positiva, ora dobbiamo tornare a preoccuparci prima di tutto per noi stessi e costruire un mondo migliore per il nostro futuro per fare in modo che pure i nostri figli possano averne uno (di futuro e, possibilmente, di mondo). Fondamentale è a questo proposito la scelta di un punto di vista dal quale partire che sia il più possibilmente ampio per permetterci di disegnare (e colorare) il nostro universo, sia in senso strettamente fisico che in senso più vastamente culturale. La dimensione locale, che ormai da decenni risulta evidentemente inadeguata alle necessità del mondo moderno, non può e non deve essere semplicemente sostituita da quella globale, spersonalizzante e indefinita. Il compito di noi giovani, che partiamo per conoscere il mondo da vicino, è quello di costruire delle nuove lenti attraverso le quali l umanità possa guardare questo pianeta, costruire nuove mappe culturali al fine di educare il locale al globale, senza mai dimenticarci chi siamo e da dove veniamo. Costruire, insomma, una nuova dimensione che potremmo definire glocale, nella quale coniugare la specificità territoriale e le necessità del sistema-mondo globalizzato. Perché questo accada, tutto quello che dobbiamo fare è viaggiare, conoscere, essere il veicolo per importare ed esportare queste conoscenze, coltivare rapporti umani senza mai dimenticare le emozioni... che sarebbe poi il moderno significato del termine vivere. Claudia Baitelli Un viaggio che rende ciechi Sharm el Sheik. La prima cosa che ci richiama alla mente questa località, è il sole luminoso, il mare cristallino e la spiaggia incontaminata e pulita. In due parole, relax e vacanza. E tutto questo nonostante Sharm el Sheik si trovi in Egitto, uno dei tanti stati del continente più povero e diviso di tutto il mondo. Eppure, se una persona decidesse di andare a passarvi una settimana di vacanza, non noterebbe tutto ciò. Come è possibile? In che modo si possono nascondere la povertà e il disagio sociale, gli scontri e i problemi di un intero continente? La risposta può essere trovata in due semplici parole: villaggio turistico. Il villaggio turistico, che in quest anni sta diventando molto diffuso e popolare grazie alle numerose agenzie di viaggio, potrebbe essere paragonato ad un paravento: è composto, generalmente, da numerosi edifici per gli ospiti del villaggio, diligentemente ordinati e provvisti di tutti i comfort. Per i vacanzieri, poi, sono disponibili molte e grandi piscine, con tanto di bar colmi di qualsiasi cocktail o bevanda, un vasto tratto di spiaggia e di mare scrupolosamente curati e bellissimi, numerose attività sportive, di cura e rilassamento del corpo. E, per finire, cucine che preparano, ogni giorno a colazione, pranzo e cena, grandi quantità di cibi e pietanze, che molto spesso non vengono nemmeno consumate. Come può, un nuovello turista, anche solo sospettare che dietro ad un lusso del genere, si possano nascondere i problemi di un paese dilaniato dagli scontri politici, religiosi e sociali?! L unico modo per capirlo, sarebbe uscire dai confini del villaggio, prendersi due minuti di pausa dalla partitella a beachvolley o dalla lezione di salsa merengue, per farsi una bella passeggiata anche solo nelle strade vicine. Allora, lo spettacolo che si presenterebbe ai nostri occhi, sarebbe decisamente diverso da quello a cui eravamo stati abituati. Strade dissestate, chilometri e chilometri di terra nuda, senza nemmeno un briciolo di verde a rallegrare questo triste paesaggio, case distrutte e fatiscenti, che sembrano sul punto di crollare da un momento all altro. Gli unici edifici tenuti bene e non abbandonati o sono centri commerciali, o accolgono negozietti che vendono gadget e souvenirs ai turisti. Questo è ciò che è successo a me, nel mio unico viaggio a Sharm el Sheik: la differenza assoluta, fra la realtà del villaggio turistico e quella del resto del paese che mi ospitava, era palpabile, evidente, impossibile da nascondere. Ciò che ho assorbito da questo viaggio, ciò che ho imparato, è che viaggiare è importante, che serve per farci scoprire la realtà di altre società, che ci mostra davvero come è il mondo, superando i pregiudizi e i luoghi comuni che possono nascere riguardo quelle terre. Quindi, non possiamo permettere che queste strutture, questi villaggi turistici, con il loro benessere e le loro attività ben fornite, non ci permettano di vedere come è la realtà, quella vera, quella che c è oltre alla settimana di vacanza. Il viaggio ci deve arricchire, ci deve insegnare. Non ci deve rendere ciechi. Federica Ruggeri. 8 9

6 Aotearoa La terra dalle lunghe nuvole bianche Nuova Zelanda in lingua Maori Verso la metà di Aprile 2009 scoprii la possibilità di ottenere un visto Working-Holiday per la Nuova Zelanda; questo tipo di visto permette di rimanere nel paese per la durata di 12 mesi, dando la possibilità di lavorare (essendo allo stesso tempo un visto di lavoro) assicurando così l autofinanziamento del viaggio intrapreso. Il primo Novembre 2010 arrivai ad Auckland e qui cominciai, oltre a imparare l inglese da zero, ad ambientarmi, cercando di capire come tutto il sistema di servizi neozelandese funzionasse (banche, trasporti pubblici, sanità ed uffici vari). Ho scoperto come la Nuova Zelanda sia uno stato a misura di giovane e di viaggiatore, soprattutto se indipendente (in inglese Backpacker, inteso come viaggiatore di fortuna, ma anche come ostello ). Il governo qui cerca di proiettare i giovani verso lo sport, la musica e la scuola: tutti i paesi, persino quelli con meno di cinquecento abitanti, hanno un Rugby Club, Youth Center e Skate park, e non sono lasciati andare alla rovina dal non utilizzo, sono invece i posti più frequentati da giovani e adulti, persino di sabato sera. Per il Backpacker viaggiare in Nuova Zelanda è sicurissimo: ogni paese (non importa la dimensione) ha un ostello, e tantissimi ragazzi decidono di viaggiare in autostop per via delle costose compagnie di bus... e a nessuno è mai successo niente. Cominciai la mia avventura dall altra parte del mondo vivendo circa tre settimane in due diverse famiglie neozelandesi grazie ad un programma chiamato WWOOF - World Wide Opportunities on Organic Farms (possiamo tradurlo come opportunità di lavoro nelle nelle fattorie biologiche del mondo). L iscrizione al WWOOF (40 NZ dollars per anno) comprende una copia del registro con nomi indirizzi, numeri di telefono e un piccolo profilo di ogni famiglia iscritta a questo programma. Sono previste circa quattro ore di lavoro al giorno (i lavori variano a seconda che la famiglia possieda una fattoria o che custodisca un parco naturale) in cambio di vitto e alloggio. Queste due esperienze sono state le più significative, per ora, del mio viaggio. Ho potuto provare su me stesso cosa significa essere Kiwi (così sono chiamati gli abitanti della Nuova Zelanda) e cosa significa vivere in un paese dove il primo vicino di casa è a 150 km di distanza. Nelle famiglie sono riuscito comprendere la mentalità di una terra così lontana, e soprattutto, sono riuscito ad imparare l inglese, necessario per poter sopravvivere. Verso la metà di Dicembre mi spostai ad Opotiki, un paesino il cui unico profitto sono le piantagioni di kiwi. Avendo comprato la macchina ero a un passo dalla bancarotta, ma fortunatamente riuscii a trovare lavoro presso una famiglia che possedeva la maggior parte delle piantagioni. Ammetto che il lavoro era noioso e ripetitivo, e il salario non superava il minimo governativo di12 NZ dollars all ora (6 circa), ma la vita dopo il lavoro valeva tutta la fatica! Vivevo in un ostello con altri dieci ragazzi, pressoché della mia stessa età, provenienti da ogni ango- lo del pianeta. Eravamo come una grande famiglia, dove si cucinava, ci si divertiva la sera e si andava a fare Surf la domenica. Fu anche la prima delle tante occasioni di scambi di vedute e di cultura tra persone che provenivano da paesi molto diversi tra di loro. Verso la metà di Gennaio ebbi la prova concreta di come tutto il sistema fosse gestito in maniera ottima: chiamai l ufficio immigrazione in quanto non avevo ancora ricevuto l ultimo stipendio dall azienda per cui lavoravo. Alcuni funzionari arrivarono sul posto, controllarono la veridicità delle mie accuse e fecero si che il datore di lavoro mi pagasse il salario aumentato del 10%... oltre ad una multa salatissima. Tutto questo in meno di una settimana! Inoltre, essendo un immigrato temporaneo con tutte le carte governative in regola, sono stato REALMENTE trattato al pari di un cittadino NeoZelandese. Mi è stato dato il diritto di usufruire del sistema sanitario nazionale, e lo stato si impegna a tutelarmi in qualsiasi modo... questo è sicuramente un altro motivo per cui venire qui senza timori. Dopo questo piccolo disguido partii per l isola sud con due ragazzi francesi ed una ragazza brasiliana, tutti sulla mia macchina che miracolosamente ci portò sani e salvi sino alla capitale: Wellington. Qui, purtroppo, stetti solamente poche ore e nella notte presi il traghetto che mi portò nell isola sud, dove cominciai una frenetica e disperata ricerca di lavoro. Dopo una settimana, sopravvissuto a pane e acqua per la mancanza di cash, trovai due piccoli lavoretti: il primo di due giorni in un vigneto, ed il secondo di due settimane a raccogliere fiori di cipolla. Questi due lavori mi permisero di sopravvivere fino al 15 di Marzo, quando iniziai a lavorare per una grossa e famosa azienda vinicola neozelandese. Anche qui, più che il lavoro, fu la vita con altri dodici ragazzi l esperienza veramente forte! Terminai il contratto alla fine di Aprile e cominciai a viaggiare lungo l isola sud apprezzando gli spettacoli naturali che solo un paese così incontaminato ha da offrire. Probabilmente mi rifarò vivo in Italia verso la metà di Settembre, ma se la mia esperienza vi ha messo sulle spine e non riuscire ad aspettare, potete contattarmi, per qualsiasi domanda, alla mia casella sarei contento di condividere la mia esperienza con voi....e per ricapitolare qualche info su questo posto: ABITANTI: quattro milioni circa, di cui più della metà vivono nell isola Nord PECORE: centotrenta milioni circa LINGUA: Inglese, Maori Davide Nova Novali 10 11

7 Proxima parada: Valencia - Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati. - Dove andiamo? - Non lo so, ma dobbiamo andare. [ Jack Kerouac ] Il buon zio Jack. Così viene chiamato in modo amichevole lo scrittore della Beat Generation Jack Kerouac. Avevo poco più di sedici anni quando, curiosando nella libreria di casa, trovai alcuni suoi libri. Erano ingialliti, un po malconci, odoravano di vite vissute, di mille esperienze, di voci, suoni, volti, tutti diversi tra di loro. I libri sembravano aver viaggiato per terre e luoghi diversi, aver incontrato le mani di tanta gente erano come i viaggiatori, anzi, come i vagabondi. Presi in mano un libro e iniziai a leggerlo... si chiamava On the road. Ogni pagina, ogni capitolo, ogni parola infondevano dentro me qualcosa di nuovo... un desiderio mai provato... un desiderio di prender 4 stracci e andare. Dove andare? Non si sa. Ma Andare. Una voglia di visitare i posti e luoghi che questo mondo ci ha donato, la voglia di conoscere più gente possibile, la voglia di sentire linguaggi diversi e nuovi, assaporare profumi di terre nuove, musiche, colori, modi di vivere... essere cittadini del mondo. Ed è ciò che piano piano iniziai a fare. Fare il più possibile indigestione di viaggi, paesi e città. Evitare i cosiddetti villaggi vacanze, preferendo una tenda e un campeggio su un promontorio. Vivere il viaggio e non solo la meta del viaggio, evitando se possibile un veloce ma poco panoramico viaggio in aereo per un lunghissimo, difficoltoso viaggio in un camper dell 88. Perché anche un motore in panne, il perdersi in zone ignote, lo studio delle cartine... tutto ciò è Viaggio. È vivere il Viaggio. In questi anni il mio desiderio di viaggiare è stato spesso soddisfatto, anche se non ne ho mai abbastanza: si è continuamente affamati di vagabondare. Questi anni mi hanno regalato molte avventure... in posti relativamente vicini e lontani, in patria o dall altra parte del mondo. La bellezza sta nel confrontarsi con tanta gente che mai potresti incontrar nel tuo paesino; cercare di farsi capire con persone che non parlano la tua lingua, scoprire abitudini di vita diverse e provarle su di te, riuscire a essere a proprio agio a km di distanza da casa tua. Una cosa mi mancava, però. Dovevo vivere appieno un popolo, una paese... Entrare completamente nella vita di una città, provare a essere cittadino e non solo visitatore. E così eccomi qui: 6 mesi di vita in Spagna. Valencia. Valencia è una città, non troppo grande, di un milione di anime. È una città superbamente vivibile, culturalmente attiva, sicura, ricca di servizi e verde. Infatti la cultura ambientalista qua la fa da padrona: la città è ricca di parchi grandi e piccoli, tutti ben curati e tranquilli, viali alberati (palme o aranci soprattutto) e grandi aiuole in fiore. Inoltre, il vecchio letto del fiume Turia che la attraversa è stato trasformato in un polmone verde lunghissimo e pieno di vasche, fontane e giochi d acqua. Nel vedere tutto ciò non ho potuto non pensare alla mia Palazzolo..l apertura di un parco è una notizia quasi storica, qua in pratica è la prassi. Se ci fossero 5 metri quadrati liberi i valenciani ci porrebbero un albero o un aiuola; i palazzolesi una bella rotonda! Quanto alla gente, la prima cosa che ti colpisce è il loro modo di vivere: non c è nulla di frenetico, spasmodico, nervoso. Si vive tranquillamente, lavorando sodo quando bisogna lavorare e riposandosi per bene quando bisogna riposarsi ( cuando se trabaja se trabaja, cuando se descansa se descansa! fu la prima cosa che mi disse il mio Professore spagnolo); ed in questo modo anche la gente è più rilassata e cordiale, totalmente alla mano e disponibile: non ci sono formalismi, tutti sono allo stesso piano (per esempio nel laboratorio dove lavoro non esiste il lei... anzi, è quasi un dispregiativo). È una città multiculturale: sudamericani, cinesi, africani, italiani (purtroppo è un invasione): ma lo straniero qui non viene visto come un pericolo; non ci sono partiti che inneggiano al fuori gli immigrati o al tornatevene a casa vostra. Esiste attualmente solo un piccolo gruppo che predica l anti-immigrazione, ma è praticamente snobbato e non ottiene neanche i voti necessari per sedersi in parlamento (ovviamente va tenuto comunque sottocontrollo). Quanto alla situazione nazionale sono due i partiti di maggior importanza: il PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) del famoso José Zapatero e il PP (Partito Popolare) di Mariano Rajoy. Purtroppo anche loro passano tutto il tempo a bacchettarsi, distogliendo l attenzione verso la situazione spagnola non tanto felice (purtroppo anche qui la crisi è molto forte) e questo è quello che gli spagnoli gli criticano maggiormente. Il PP è quello che si definirebbe un partito di destra europea; una destra certo conservatrice, ma anche realista e non razzista. Una vera destra, insomma. Queste sono alcune idee che mi sono fatta in questi quasi tre mesi di permanenza; sono tuttavia ancora al giro di boa, perciò tutto è ancora modificabile. Per il resto, ora mi trovo nel salotto di casa mia, sono le 9 di sera e fra poco si cena (i famosi orari spagnoli...). Accendo la televisione un po annoiata; purtroppo il palinsesto delle reti spagnole lascia molto a desiderare: la fanno da padrone i talk show farciti di gossip. Non oso neanche buttare un occhio a Telecinco (la Canale 5 spagnola, ovviamente made by Berlusconi): sarebbe come guardare la tv italiana, dato che i programmi sono identici (il Grande Hermano, Pasapalabra, Forum, Hombres y Muejeres..). Se apro El Pais (il maggiore giornale spagnolo) rischio di incappare nuovamente nel Presidente del Consiglio italiano: una pagina per lui non si rifiuta mai; critiche su critiche ovviamente. Niente da fare: sarà meglio uscire. La città è piena di locali che vengono chiamati quintos ; questo è il nome che viene dato alle bottiglie di birra che essi vendono alla spietata offerta prendi 3 paghi 1, 5 euro. Che dire? Questa è la Spagna, questa è Valencia e questa è una loro tradizione. E le tradizioni si rispettano. Silvia Toti La nostra Silvia sul fiume Turia (Spagna) 12 13

8 L anpi di futuro Un giovane al Consiglio Nazionale anpi 2010 di Cervia In questo articolo descriverò il mio viaggio a Cervia in occasione del Consiglio Nazionale A.N.P.I. tenutosi lo scorso 19 febbraio, riportando in sintesi i contenuti di due giorni di interventi oltre alle impressioni ed alle osservazioni personali. Fin dall inizio, com era prevedibile, mi sono trovato un po spaesato, a partire dalla partenza in treno dalla Stazione di Brescia: lì ho conosciuto i primi due compagni di viaggio, i consiglieri provinciali Rosa e Redighieri.Sin dal principio si è creata una grande cordialità, e le nostre conversazioni hanno cominciato a spaziare tra vari temi. Il secondo scambio ferroviario è stato per noi un occasione, prontamente colta, di far conoscenza con un illustre compagno di viaggio: il dottor Giuliano Lenci, classe 1921, già partecipante alla guerra di liberazione nel gruppo Folgore sulla linea gotica, successivamente docente all Università di Padova e primario nell ospedale cittadino. L incontro e il dialogo con questa figura ci hanno offerto una straordinaria dimostrazione di memoria, cultura, intelligenza ed elasticità nel passaggio dalla narrazione di un episodio all altro, a volte distante decenni dal primo. Tra le altre cose abbiamo scoperto che Enrico Berlinguer, colpito dall ictus che gli fu fatale, fu esaminato dallo stesso Lenci ed è stata sorprendente la precisione con la quale ci è stato descritto il quadro clinico a distanza di quasi 25 anni dalla triste circostanza. Giunto all albergo e consumata la cena, ho assistito all apertura dei lavori che è iniziata con la relazione tenuta dal Presidente Raimondo Ricci, ma data l ora tarda si è stabilito di riprendere il giorno successivo con lo spazio dedicato agli interventi dei delegati A.N.P.I. provenienti da tutta Italia. Apro una parentesi per sottolineare che nell arco dello svolgimento dell intero evento, i pasti si sono curiosamente rivelati come le più ricche e stimolanti occasioni di apprendimento, grazie all ampiezza delle tavolate ed al clima disteso e cordiale che vi si poteva respirare. Sempre durante i pasti, infatti, mi è stato presentato un altro illustre partigiano, Ennio Odino, con il quale ho avuto modo di dialogare decine e decine di minuti, tentando perlopiù di avanzare le domande giuste affinché proseguisse narrandomi nei particolari l avvincente susseguirsi degli eventi straordinari che hanno segnato la sua esistenza. Come ho avuto modo di riscontrare nella sua biografia [Ennio Odino La mia corsa a tappe, Le Mani Editore], la sua partecipazione in prima linea alla Resistenza comprese la sopravvivenza (con due pallottole nel costato!) alla tremenda Strage della Benedicta ( ), la deportazione a Mauthausen, dove non smise mai di lavorare ad azioni di sabotaggio nel tentativo di aiutare gli Alleati, e nel dopoguerra l attività di ciclista professionista che lo portò a correre fianco a fianco con Fausto Coppi. Vita coronata dal suo successivo impegno come funzionario della Comunità Europea a Bruxelles. Ho dunque rimpianto, nei giorni successivi all evento, di aver lasciato scioccamente la telecamera spenta durante i pasti! Approfitto dell inciso per riportare che, dopo la cena del sabato, abbiamo avuto il piacere di assistere in anteprima alla presentazione ed alla proiezione dell ultimo film di Giorgio Diritti, presente in sala, dal titolo L uomo che verrà, una pellicola ben realizzata che consiglio di visionare. Ritornando agli interventi dei delegati, posso dire che gran parte di essi conveniva sui seguenti punti: L A.N.P.I. oggi ha bisogno di crescere, di farsi conoscere soprattutto dai giovani, di fondare sezioni anche in quelle province nelle quali oggi non è presente; La nostra Associazione ha bisogno di dotarsi di un canale comunicativo più efficace e snello rispetto al superato Comunicato Stampa in utilizzo oggi, in modo da raggiungere il maggior numero degli iscritti pressoché istantaneamente; Oggi all A.N.P.I. spetta il compito di fare politica comunicando col Parlamento e mobilitando i propri iscritti e simpatizzanti in manifestazioni, rimanendo però lontana dal modello di partito, data l inalienabilità dei diritti che essa difende e considerando inaccettabile (per un Ente Morale) il meccanismo imperante che talvolta premia chi sacrifica i principi sull altare dell opportunismo o della tenuta della coalizione di turno; Vista l ingente quantità di sfregi che sistematicamente la Costituzione si ritrova a subire oggi (non di rado da parte di esponenti del Governo stesso) l A.N.P.I. si prefigge l obiettivo di assurgere al ruolo di interlocutore con Camera e Senato, ed intende raggiungerlo mediante l adozione di una forma più snella di Comitato Direttivo che nell arco di poche ore sia in grado di ribattere colpo su colpo alle norme liberticide, siano esse approvate in Parlamento o in un piccolo Consiglio Comunale e di sottoporre con autorevolezza alla più alta politica gli episodi incresciosi accaduti sul territorio, in modo da sollecitare un intervento rapido e promuovere un cammino di ritorno allo stato di diritto. Dal canto mio ho pensato di avanzare una proposta, che poi non ho avuto materialmente il tempo di leggere, ma che in compenso ho accennato a due tra i moderatori seduti al tavolo della presidenza, che si sono mostrati sensibili alla questione sollevata. In sostanza ho richiesto di invitare una quota minima (es. 20%) di giovani sotto i 30 anni in occasione dei Consigli e dei Congressi Nazionali della nostra Associazione, e comunque non meno di un giovane proveniente da ogni provincia. L attuazione di questa proposta, a mio avviso, darebbe un discreto slancio all intera associazione, favorendo l incontro, il confronto e la collaborazione tra i giovani iscritti provenienti dalle diverse realtà locali. Se questo passo fosse fatto nell immediato, decine di giovani avrebbero, come é capitato al sottoscritto, l incommensurabile fortuna di parlare a tu per tu con i partigiani di tutta Italia, di poterne conoscere le storie e le esperienze vissute, insomma di acquisire delle testimonianze in prima persona capaci di rimanere impresse molto più nitidamente rispetto alla Storia appresa dai libri, e che stimolano successivi approfondimenti. Una volta tornati alle rispettive sezioni, inoltre, i giovani rappresentanti provinciali riporterebbero ai compagni le esperienze vissute e apprese, costituendo a loro volta uno stimolo per gli altri giovani all interno di un circolo virtuoso. Data l età avanzata di chi fece in prima persona la Resistenza, la mia speranza è che la mia proposta venga presa rapidamente in considerazione: nella mia proiezione forse un po troppo ottimistica (ma d altra parte è tipico dei giovani ragionare in questi termini) reputo che ci sia in gioco un importante occasione di conoscenza e di coinvolgimento per i nati negli anni 80 ed inizio 90, alla quale sarebbe davvero un peccato rinunciare. Enrico Capoferri 15

9 Sognando cento lire... Nello scorso numero abbiamo raccontato del viaggio di migliaia di persone che ogni giorno cercano di varcare i nostri confini nella speranza di una vita migliore. Questa volta facciamo un passo indietro e raccontiamo un altro viaggio Dobbiamo tornare ai primi anni del 900: in quel periodo moltissime famiglie italiane, prima del settentrione e poi soprattutto del meridione, si misero in viaggio alla volta delle Americhe. L Italia era distrutta dalle guerre, dalla povertà, e, nel 1908, il terremoto con l onda di marea nello Stretto di Messina aveva causato morte e distruzione andando ad aggravare un contesto già instabile. Gli Stati Uniti avevano aperto le porte all immigrazione nel 1880, quando le grandi navi che portavano merci nel vecchio continente, tornavano cariche di emigranti. Molti Italiani scappavano anche nel resto dell Europa, e alcuni in Africa, ma il costo delle navi per l America era inferiore rispetto alla spesa per il viaggio verso gli stati limitrofi. Per questo moltissimi preferirono attraversare l oceano sognando gli Stati Uniti, il Brasile, l Argentina... Chi partiva, il più delle volte, non aveva intenzione di stabilirsi definitivamente nel paese di destinazione, tanto che gli Italiani erano chiamati uccelli di passaggio. Partivano per lo più gli uomini, lasciavano le loro famiglie alla ricerca di un buon lavoro e di una buona paga da poter mandare in patria, con la speranza, un giorno, di tornare. Ad alimentare i sogni della povera gente contribuivano gli sfruttatori, che approfittando dell ignoranza e dell ampia analfabetizzazione, promettevano un paese con le strade coperte d oro, pieno di cibo, lavoro e ricchezza. I porti di partenza erano diversi, e spesso il viaggio era preceduto da lunghe e interminabile attese e cavilli burocratici per la documentazione. Le navi utilizzate per la traversata erano navi vecchie, caricate quasi il doppio della loro capacità, spesso chiamate vascelli della morte. Partivano, per mesi, senza certezza di arrivare a destinazione, tutti ammassati in terza classe, tra lo sporco e i propri escrementi. Numerosi furono i casi di naufragio, e quelle navi che arrivavano a destinazione erano colme di malati e di morti, quei pochi cadaveri scampati al buio dell oceano. La vista della Statua della Libertà significava Terra, ma una terra diversa da quello che si credeva, che si sognava. Una terra straniera, un popolo che parlava una lingua diversa e che li guardava con diffidenza, considerandoli inferiori. All arrivo gli emigranti erano condotti a Ellis Island, nella baia di New York, qui erano rinchiusi in quarantena in apposite strutture ricettive, sottoposti all esame medico, a interrogatori e soprusi. Dal verdetto dell esame dipendeva la permanenza o il ritorno in patria nella disperazione più totale. Non erano accettati gobbi, zoppi, menomati, ciechi, malati psichici, e veniva espulsa qualsiasi ragazza o donna sola, anche se fidanzata (era necessario fosse legalmente sposata per poter rimanere). Rimanere in America, poi, significava iniziare una nuova vita di sacrificio, fatta di lavoro, il lavoro più duro, quello che tutti rifiutavano; considerati dalla gente come sporchi, ignoranti, delinquenti. Nonostante tutto, però, si andava avanti, cercando di integrarsi, lavorando, imparando la lingua. Mai però venivano abbandonate le proprie origini, le proprie tradizioni, e man mano cominciarono a formarsi le comunità italiane, quelle che furono chiamate Little Italies: ghetti con piccoli edifici dove abitavano gli emigranti in condizioni precarie e malsane: in un caseggiato di 132 stanze vivevano per esempio 1324 italiani. Spesso, i nostri connazionali adottavano nei confronti della comunità americana un comportamento difensivo che rischiava di degenerare in forme di banditismo e delinquenza. Ciò contribuì allo sviluppo di un vero e proprio pregiudizio razziale, per cui gli italiani erano considerati criminali e mafiosi. L emigrazione massiccia italiana negli U.S.A. si esaurì negli anni 60, e negli anni 80 in Canada. Tutto questo è storia, una storia lontana da noi, una storia che possiamo vivere attraverso il racconto dei nostri nonni o bisnonni, e che sembra non ci riguardi. Eppure vorrei fare un esperimento: provate a rileggere l articolo cambiando alcune cose, per esempio non parliamo di italiani ma extracomunitari, non più l America ma l Italia, non più Ellis Island ma Lampedusa.. Lascio a voi le considerazioni, non voglio dilungarmi di più, solo un ultima cosa voglio scrivere: la storia è una ruota che gira, eventi uguali si ripetono nel tempo, cambia la Terra, cambia il popolo, quella ruota continua ossessiva il suo giro. L errore che spesso facciamo sta nel non guardarci indietro, perché se solo facessimo tesoro degli errori passati, forse, ne risparmieremo molti oggi. Maria Antonietta Coschignano Appunti da Londra Nell ambito del Dottorato di ricerca in diritto costituzionale italiano ed europeo che sto svolgendo presso l Università degli Studi di Verona, mi è stata offerta l opportunità di trascorrere un periodo all estero; così, per alcuni mesi, ho avuto la fortuna di vivere a Londra e di svolgere la mia attività di ricerca presso la Metropolitan University. È bastato poco per rendersi conto di vivere in un altro pianeta : oltre alla profonda diversità che caratterizza il mondo accademico (molto più aperto, organizzato e meno formale di quanto non sia in Italia), è sufficiente camminare per strada, accendere la tv, vivere la città per percepire una vivacità culturale, un attenzione per le ricchezze artistiche ed ambientali, un dinamismo che da noi paiono, quanto meno, sopiti. Solo per fare alcuni esempi, Londra è una città in cui i principali musei sono gratuiti, quindi accessibili a tutti, a tal punto che ci si può prendere il lusso di gustarseli poco per volta, senza dover arrivare sfiniti al termine della visita solo perché, avendo pagato il biglietto, lo si vuole sfruttare fino alla fine; è una città in cui si trovano i migliori ristoranti delle cucine tradizionali di tutto il mondo, senza che per questo a qualcuno passi per la mente che ciò possa intaccare i sapori tipici del luogo; è una città in cui ti può capitare di imbatterti, al Science Museum, in una classe di bambini delle elementari, accompagnati da maestre musulmane coperte da un velo quasi integrale, o ti può accadere di incontrare donne con il burqa che fanno acquisti al mercato di Brick Lane. Ed è anche una città in cui, passeggiando nell East End tra un negozietto gestito da somali, turchi o lituani e una galleria d arte d avanguardia o una boutique di designers francesi - vedi spuntare qua e là qualche moschea, come quella di Jama Masjid. Tutto ciò è ovviamente assolutamente inconcepibile nel nostro avanzato Nord Italia, come dimostrano le parole del Sindaco leghista di Novara il quale, dopo aver adottato l ennesima ordinaza che vieta di indossare veli che lascino scoperti solo gli occhi, a chi eccepiva che il provvedimento fosse discriminatorio, ha risposto: Novara non è Londra. Eh già, signor Sindaco, purtroppo no. C è, tuttavia, un angolo di Londra che fa pensare alla Stazione Centrale di Milano, in particolare al Binario 21 : è la Stazione di Liverpool Street, dove, riemersi dalle viscere londinesi del metrò, ci si trova di fronte al Kindertransport Memorial, il monumento in ricordo dei bambini ebrei che, destinati a finire nei campi di concentramento della Germania nazista, furono salvati dalla deportazione. Mentre quelli che Da Nuova Resistenza Sezione di Brescia partivano dalla Stazione Centrale di Milano erano treni della morte, il Kindertransport era il treno della speranza. La targa qui collocata ricorda, infatti, la profonda gratitudine verso il popolo e il Parlamento della Gran Bretagna per aver salvato le vite di bambini ebrei che si rifugiarono in questo Paese...per sfuggire alla persecuzione nazista tra il 1938 e il Non a caso la piazza antistante la stazione di Liverpool Street è chiamata Hope Square (Piazza della Speranza); la speranza che la memoria continui perché la storia non si ripeta. Francesca Parmigiani 16 17

10 Note di viaggio Quando è la musica il mezzo di trasporto Al mondo d oggi spesso e volentieri si parla di viaggi, di voglia di spostarsi, di conoscere posti nuovi e certamente le opportunità di intraprenderne uno, o più, sono molteplici, grazie anche allo sviluppo dei mezzi di trasporto che ci consentono di raggiungere posti lontani. Perciò io vi parlerò del mio personale viaggio e di un particolare mezzo di trasporto: il sax. Ed il viaggio di cui vi parlerò è un viaggio speciale nella musica e, attraverso la musica, nelle emozioni. Come tutte le cose belle, questa mia esperienza è cominciata quasi per caso: un giorno ho deciso che volevo cominciare a frequentare l accademia musicale del mio paese e, alla domanda «Che strumento ti piacerebbe suonare?» io, bimba di dieci anni, ho dato quella risposta che mi ha cambiato la vita: «Voglio suonare il sax!». E perché? Onestamente non so perché, ma credo che in parte abbia influito il fatto che sentivo spesso la sigla della Pantera Rosa e me ne ero innamorata. Devo assolutamente ringraziare mia mamma perché mi ha sempre sostenuto in questa cosa, mi ha iscritto all accademia ed ha creduto in me anche quando, il primo giorno in cui ho preso tra le mani il mio primo sax (10 febbraio 2001), sono tornata a casa in lacrime perché non mi usciva nemmeno una nota mentre lei mi diceva «Prova, prova ancora e vedrai che ti esce» io ho provato ed ecco volare la mia prima nota: DO#, sono quelle cose che non si dimenticano. Così quel giorno è iniziato il mio viaggio, un viaggio interiore sorprendente e gratificante. La musica è difficile da descrivere, Frank Zappa ha detto Parlare di musica è come ballare di architettura ed è assolutamente vero, ma io voglio provare a farvi capire come mi sento quando suono, quando viaggio verso mete stupende e quasi mistiche. Tutto inizia quando apro la custodia del mio sax per montarlo, già quel momento è un punto di partenza, un po come quando si aspetta il treno sui binari e viene annunciato il suo arrivo; così come un viaggiatore pronto per cavalcare le rotaie, io monto il sax e lo metto al collo. Poi appoggio la bocca sul bocchino ed il treno parte, qualche nota di riscaldamento e poi, quando prende velocità, quando il sax è connesso al mio cuore, alle mie emozioni. Comincia il viaggio, un avventura che ogni volta è diversa, ogni giorno ha quel qualcosa che la rende speciale ed unica. Così con gli occhi chiusi volo dove voglio, trasportata dalla musica che mi dirige in direzione dei miei sogni. Soffio. I polmoni si svuotano, il cuore si riempie ed io mi appoggio sulle note, saltello da un tono all altro senza preoccupazioni, senza blocchi, chiudo gli occhi e tutto ciò che ho dentro, positivo o negativo che sia, esce dal mio sax sottoforma di musica, sottoforma di quel linguaggio universale, comprensibile a tutti, in ogni parte del mondo. La musica è un viaggio verso un mondo che è solo nostro ma che possiamo cercare di far capire agli altri entrando nelle loro orecchie e, qualche volta, anche nel loro cuore. Ed è un viaggio che non finisce mai perché, ogni qual volta riprendo tra le mani il sax, ogni volta in cui le mie dita si appoggiano su quei tasti, la mia anima vibra e, prendendomi per mano, mi porta alla scoperta di me stessa. La musica ha cambiato la mia vita, nel sax c è un pezzo di me e della mia anima. La musica è un viaggio più che altro interiore, è un passaggio dalla realtà giornaliera ad un mondo di emozioni e vissuti fantastici. Chiudere gli occhi e viaggiare, lasciarsi trasportare: tutti dovrebbero provare questa fantastica emozione, tutti dovrebbero capire che spesso i viaggi più significativi sono quelli che attraversano il nostro cuore anche se il nostro corpo non si è spostato nemmeno di un centimetro. Vania Pedroni I personaggi migrano Cari lettori, ho avuto fra le mani per un po di tempo un libro che, come può accadere a chiunque, mi ha tenuto compagnia e la cui forza narrativa e immaginativa potrà nutrire la fantasia e il bisogno di favola di molti. Grandi speranze è il titolo del capolavoro inglese di metà Ottocento ad opera di Charles Dickens. Ma grandi sono anche le speranze che conducono la vita di Philipp Pirrip, un orfanello cresciuto in casa della sorella maggiore e del marito di lei. Non sto a raccontarvi la trama di questo romanzo corposo, seppur entusiasmante nella lettura, perché ricco di colpi di scena e teatralità. Forse molti non lo sapranno, ma Dickens era abilissimo nel comporre e recitare pantomime natalizie che giunsero persino alla corte della regina Vittoria. Infatti, i personaggi che ritrae dispiegano la loro personalità grazie all immaginazione scenica dello scrittore, che ne descrive con minuzia tratti reali e all apparenza bizzarri, trasfigurandoli con la giusta dose di fantasia. Quella fantasia che svela la realtà delle cose. Pip, così decide di chiamarsi il giovane protagonista all inizio del romanzo potrebbe entrare a far parte di tutti quei personaggi che popolano la nostra vita reale e quotidiana, che in un certo senso guidano il nostro agire. Pensiamo alla schiera di eroi e di tipi umani che la letteratura crea, e che sono in grado persino di non farci sentire spaesati nelle circostanze più difficili. Senza quegli incontri magici che in ogni epoca e in ogni luogo hanno caratterizzato il nostro vivere non saremmo forse cresciuti. Il potere di certi classici è proprio questo, come dice Calvino: l avere sempre qualcosa da dire ad ogni uomo e donna, bambino o anziano, sempre e dovunque. Se un libro si fa leggere e rileggere ha la forza di un messaggio che non cessa mai di essere condivisibile. In questo senso esistono personaggi che migrano, ovvero che dialogano da un libro all altro e con cui siamo obbligati a confrontarci in quello spazio incantato che è la letteratura. E a proposito di questo, vorrei proporvi un altro gioiellino, ma questa volta cinematografico. Sto parlando di un film uscito nel 2009 dal titolo Il vento fa il suo giro diretto da Giorgio Diritti. La diversità di persone che vanno e poi ritornano in continuo dialogo fra passato e presente e futuro è il nocciolo anche di questo film. Cio che è stato cio che sarà non sembra esser tutt uno, in questo spaccato sulla vita di una comunità occitana. L Occitania, per chi non lo sapesse, è una zona che comprende Francia meridionale, parte della Spa- gna e dell Italia del nord. L area geografica prende questo nome dalla lingua parlata nei suoi confini di nazione-non nazione. Il vecchio e il nuovo sembrano essere parte del dna di questa comunità piemontese, dove l arrivo di un forestiero (un pastore francese) porterà in superficie tutti i contrasti della natura umana. Il francese (come viene chiamato dagli abitanti) con il suo arrivo, risveglia una parte addormentata della comunità: il bisogno di creatività e di iniziativa ormai sepolto sotto il giogo della ripetizione monotona, della ritualità e delle tradizioni. Tutto il gioco è in balia del vento: è lui che dona e sottrae, lui che porta la speranza alle persone. È il quarto elemento a creare l infinità delle possibilità. Ecco allora il bisogno di condividere con voi questo orizzonte di poesia, emanato dal paesaggio di queste valli dove il vento fa il suo giro.. e tutto prima o poi ritorna. Che dire, spero di avervi allietato con queste proposte... alla prossima! Giulia Rossi 18 19

11 In cucina con resistenza A.N.P.I. Pasta pomodorini e speck Ingredienti per 4 persone 320 grammi di pennette 150 grammi di speck affettato 400 grammi di pomodorini ciliegina Sale fino, sale grosso, pepe, peperoncino, salvia, rosmarino, olio extravergine d oliva q.b Preparazione: mettere l acqua a bollire; nel frattempo tagliare lo speck a listarelle e i pomodorini ciliegina a quarti (eventualmente si può usare la polpa di pomodoro a cubetti). Prendere una padella antiaderente e fare cuocere i pomodorini con dell olio extravergine di oliva per 5 minuti a fuoco lento; aggiungere lo speck e tutti gli aromi continuando a cuocere per altri 5 minuti. Quando l acqua inizia a bollire aggiungere il sale grosso e le pennette, cuocere la pasta al dente, scolarla e farla saltare per 2 minuti nella padella dove avete preparato precedentemente il sugo. Togliere dal fuoco e servire... lo chef Luca Sottini Nuova Resistenza...anche io, SOSTENGO Nuova Resistenza!!! Fallo anche tu!!! A.N.P.I. 20 Nuova Resistenza

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