LA RIFORMA DEL SISTEMA PREVIDENZIALE. Cause e conseguenze dell introduzione dei fondi pensione. Andrea Baranes

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1 LA RIFORMA DEL SISTEMA PREVIDENZIALE Cause e conseguenze dell introduzione dei fondi pensione Andrea Baranes

2 INDICE Introduzione p.3 1 Definizioni e cenni storici p Sistema retributivo e sistema contributivo p Regime a ripartizione e regime a capitalizzazione p Cenni storici sul sistema italiano p Le diverse concezioni del sistema pensionistico p.7 2 Le motivazioni alla base della riforma p La crisi demografica p La crisi del mercato del lavoro p La crisi della finanza pubblica p Una spesa pensionistica elevata e fuori controllo p.10 3 La riforma (i tre pilastri) p I tre pilastri della nuova pensione p La nuova pensione pubblica p La pensione complementare p La pensione integrativa individuale p Funzionamento di un fondo pensione p Diversi tipi di fondi p Le realtà coinvolte p Il funzionamento del fondo p La riscossione della pensione p Le agevolazioni fiscali p Differenze tra fondi aperti e chiusi p.18 4 Le conseguenze della riforma per le imprese p Gli obiettivi della riforma p il TFR e il costo della transizione p Il finanziamento delle imprese p Le imprese e il TFR p Il caso delle PMI p I reali vantaggi per le imprese p Il maggiore risparmio e lo sviluppo dei mercati finanziari p Il ruolo dei fondi pensione p.25 1

3 5 Le conseguenze per i lavoratori p La pensione pubblica pre e post riforma p Confronto tra fondi pensione e TFR: rendimenti e rischio p Le prestazioni dei fondi pensione p La trasparenza degli investimenti finanziari p Confronto tra fondi pensione e pensione pubblica p Conseguenze su scala mondiale p Il rischio inflazione e la mancata indicizzazione p Disparità tra diverse categorie di lavoratori p Il welfare e la funzione ridistributiva p La riforma per i dipendenti pubblici p.36 6 La situazione all estero p Il sistema anglo americano p Il sistema statunitense p La situazione in Gran Bretagna p Enron & Co. p Il sistema europeo continentale p Possibili proposte e indirizzi p Il problema demografico e il mercato del lavoro p Il ruolo dello Stato p Una spesa pubblica eccessiva? p I vantaggi della gestione pubblica p Possibili indirizzi e soluzioni p Trasparenza e controllo p I fondi etici p Cenni storici e caratteristiche p Dalla beneficenza alla finanza etica p fondi etici e problemi delle pensioni p.51 Conclusioni p.54 Riferimenti normativi p.56 Bibliografia e siti internet p.56 2

4 INTRODUZIONE Le pensioni integrative in Italia esistono da molto tempo, ma il loro ruolo è stato a lungo del tutto marginale e riservato a particolari categorie di lavoratori. All inizio degli anni 90 è iniziata una sostanziale riforma del sistema pensionistico italiano, tesa a controllare la spesa previdenziale. In conseguenza di questa riforma, l importo della pensione percepita dai lavoratori si è ridotto ed è destinato a diminuire ulteriormente nel corso dei prossimi decenni. Per supplire a questa diminuzione, la strada intrapresa è stata quella di introdurre una previdenza complementare, o integrativa, che vada ad affiancare la pensione pubblica. In particolare la principale novità di questa riforma consiste nella nascita di fondi pensione gestiti da operatori finanziari privati. Le conseguenze di questa riforma sono e saranno fondamentali ovviamente in primo luogo per i lavoratori, ma anche per lo stato italiano, per le imprese e per i mercati finanziari. Non passa giorno senza che si leggano sui giornali espressioni come rapporto spesa pensionistica / PIL, gobba delle pensioni, regime a capitalizzazione, ecc... Il problema delle pensioni è presentato dalle istituzioni e dai media come urgente e necessario per permettere lo sviluppo dell economia e il riequilibrio dei conti pubblici. L analisi portata dai mezzi di informazione è però spesso superficiale e da per scontati alcuni aspetti e dati di partenza sui quali vale la pena fare maggiore chiarezza. L obiettivo di questa ricerca è quello di analizzare gli aspetti salienti di questa riforma, quali ne sono le cause, quali gli effetti a breve e nel lungo periodo, e perché si è scelto di intraprendere la strada della pensione complementare privata. Nella prima parte verranno richiamati alcuni concetti fondamentali per capire il funzionamento del sistema previdenziale e le tappe fondamentali della sua evoluzione in Italia. In un secondo momento verranno analizzate le motivazioni alla base della riforma in atto, e verrà quindi esposto in cosa consiste la riforma stessa, prima di elencare le principali conseguenze per le diverse figure coinvolte. Dopo una breve panoramica sulla situazione all estero verranno infine esposte alcune possibili strade alternative a quella che si è deciso di percorrere. 3

5 1 DEFINIZIONI E CENNI STORICI 1.1 Sistema retributivo e sistema contributivo Prima di osservare il sistema previdenziale italiano, la sua evoluzione nel tempo e le recenti riforme è opportuno chiarire alcuni concetti legati ai differenti meccanismi in base ai quali viene calcolata e finanziata la pensione. Il calcolo della pensione può basarsi sul metodo retributivo o su quello contributivo. Il primo caso era quello in vigore in Italia fino alla metà degli anni 90. La pensione viene calcolata in base agli anni di vita lavorativa e alla retribuzione percepita dal lavoratore. Per ogni anno di lavoro, e quindi di versamento dei contributi, viene aggiunta una percentuale per il calcolo della pensione. In particolare, secondo il metodo dell INPS, per ogni anno di contributi si aggiungeva un 2% al valore finale della pensione. Con un massimo di 40 anni di contributi si giungeva quindi ad una pensione corrispondente all 80% della retribuzione. Questa retribuzione poteva essere calcolata sulla base dell ultimo stipendio del lavoratore, o su una media degli ultimi 5 o 10 anni, ecc... Nel sistema contributivo invece, si sommano i contributi versati nel corso della carriera lavorativa, capitalizzati secondo un dato tasso di interesse, e si divide la somma per il numero di anni di vita attesi al momento di andare in pensione, a seconda della speranza di vita media. Con questo metodo quindi, se la speranza di vita media della popolazione aumenta, diminuisce l importo della pensione. Il tasso di interesse utilizzato in Italia per rivalutare di anno in anno i contributi è pari alla media dei tassi di crescita del PIL degli ultimi cinque anni. In entrambi i casi la pensione diminuisce se una persona decide di andare in pensione anticipatamente, nel sistema retributivo perché somma meno anni di contributi, in quello contributivo perché oltre a versare meno contributi ha anche una speranza di vita maggiore, andando in pensione in più giovane età. La differenza essenziale tra i due sistemi riguarda il fatto che nel sistema retributivo la pensione ottenuta è una percentuale dello stipendio del lavoratore, e non dipende quindi dall importo dei contributi versati, ma solo dal numero di anni di versamenti e dalle ultime retribuzioni. 1 Nel sistema contributivo, invece, l importo della pensione dipende direttamente da quanto un lavoratore ha versato nel corso della sua carriera lavorativa. Dal 1995 (riforma Dini) è stato introdotto il metodo contributivo per il calcolo della pensione. Nel programma della riforma originaria questo passaggio era stato concepito pro rata: i lavoratori con almeno 18 anni di contributi nel 1995 continuavano a seguire un sistema retributivo, per quelli assunti dopo il 1995 entrava direttamente in vigore il sistema contributivo, mentre per la fascia intermedia la pensione veniva appunto calcolata come somma pro rata dei due sistemi. Il calcolo con il sistema contributivo porta a pensioni di importo generalmente minore, anche se questo non è univocamente vero. In alcuni casi, la pensione calcolata secondo i due sistemi può risultare uguale, o addirittura maggiore nel sistema contributivo. La tabella 1 riporta uno studio europeo che mostra nel caso italiano l evoluzione del tasso di sostituzione previsto tra il 2000 ed il Per tasso di sostituzione si intende il rapporto tra la pensione e l ultimo stipendio percepito dal lavoratore. Questo parametro indica quindi in quale misura il lavoratore potrà mantenere il suo reddito, e quindi il suo tenore di vita, al momento di andare in pensione. 1 Questo meccanismo ha portato negli anni precedenti la riforma a diverse distorsioni. I dipendenti pubblici erano portati a cercare di ottenere una promozione, con conseguente aumento dello stipendio per andare in pensione subito dopo. I lavoratori autonomi potevano fare delle dichiarazioni dei redditi gonfiate negli ultimi anni in modo che risultasse un reddito superiore e quindi una pensione superiore. 4

6 Come si vede, il tasso di sostituzione diminuisce rapidamente dopo il Questo è dovuto al fatto che dopo quella data va a regime per quasi tutta la forza lavoro il sistema contributivo entrato in vigore con la riforma Dini del 1995, mentre sono sempre di meno i lavoratori che vanno in pensione con un sistema almeno in parte retributivo (intorno al 2040 il sistema si stabilizza quindi sui valori definitivi propri del sistema contributivo). Tabella 1. Tasso di sostituzione previsto in Italia tra il 2000 e il 2050 Anni di contributi Lavoratori dipendenti 35 67,3 67,1 56,0 49,6 48,5 48, ,9 76,7 72,4 66, ,4 Lavoratori autonomi 35 64,4 64,7 41,2 30,7 29,4 29,2 Fonte: Economic Policy Committee (2001) 40 73,6 73,8 54,7 44,4 38,8 38,4 Ricordiamo che il sistema retributivo prevedeva un 2% per ogni anno di contribuzione. Le cifre riportate nella tabella vanno quindi confrontate con un tasso di sostituzione del 70% e dell 80% rispettivamente per 35 e 40 anni di contributi nel sistema retributivo puro. Si nota immediatamente che gli importi medi delle pensioni calcolate con il sistema contributivo sono notevolmente più bassi, e a regime dovrebbero aggirarsi intorno al 50 60% dell ultimo stipendio per i lavoratori dipendenti e a non più del 30 40% per gli autonomi. 1.2 Regime a ripartizione e regime a capitalizzazione Se la prima distinzione riguarda il metodo di calcolo della pensione, è necessario valutare anche in che modo viene finanziata la pensione stessa. Anche qui sono possibili due strade principali e delle soluzioni intermedie. La prima possibilità e quella della ripartizione: in ogni istante si utilizzano i contributi versati dai lavoratori per pagare le pensioni. Vi è quindi un trasferimento di ricchezza da una generazione, quella dei lavoratori attivi, ad un altra, quella dei pensionati. Il secondo possibile regime pensionistico è quello a capitalizzazione. In questo caso i contributi versati da ogni singolo lavoratore serviranno per pagare la pensione dello stesso lavoratore. I contributi vengono quindi investiti anno dopo anno per costruire un capitale che verrà utilizzato, direttamente o come rendita vitalizia, al momento di uscire dal mondo del lavoro. A differenza del regime a ripartizione, basato sulla solidarietà intergenerazionale, in questo secondo regime quindi ogni lavoratore pensa per se, ovvero si costruisce il proprio schema pensionistico mediante il proprio risparmio. Ognuno dei due sistemi presenta dei vantaggi e degli svantaggi. In particolare, la differenza sostanziale è che nel regime a ripartizione non vi è accumulo di risparmio ma solo un trasferimento immediato di capitale. Questo fa si che da una parte non ci sono rischi legati all investimento dei capitali, e dall altro i costi di gestione sono molto minori. E però anche vero che la notevole creazione di risparmio realizzata con il regime a capitalizzazione può essere una risorsa importante per l economia di un paese. Il regime a ripartizione permette inoltre di indicizzare le pensioni ai salari. In questo modo i pensionati non si trovano con il rischio di vedere la propria pensione perdere potere di acquisto rispetto ai lavoratori. In realtà una delle prime riforme degli anni 90 ha tolto l indicizzazione delle pensioni all andamento dei salari, mentre è rimasta unicamente l indicizzazione ai prezzi. Questa indicizzazione nel regime a capitalizzazione è molto più difficile da realizzare, per la natura stessa 5

7 del metodo di finanziamento: l investimento dei capitali sui mercati difficilmente permette di garantire un rendimento proporzionale all aumento dei salari o al tasso di inflazione. Il rischio maggiore del sistema a ripartizione è che il capitale disponibile per pagare le pensioni varia se variano il tasso di occupazione o i salari. In periodi di alti tassi di disoccupazione, meno lavoratori devono sostenere il peso delle pensioni, e le soluzioni sono quindi aumentare le aliquote contributive per i lavoratori, diminuire le pensioni o reperire risorse aggiuntive dalla fiscalità dello stato. Come vedremo meglio più avanti, inoltre, per lo stesso motivo il regime a ripartizione ha difficoltà a fronteggiare i problemi demografici, ovvero l invecchiamento della popolazione. Il regime a capitalizzazione, d altra parte, deve sopportare il rischio ben più aleatorio di quello demografico legato all andamento dei mercati, come verrà illustrato nei successivi capitoli. 1.3 Cenni storici sul sistema italiano Il sistema pensionistico in Italia si è mosso dalle prime esperienze delle corporazioni medioevali alle società di mutuo soccorso all inizio dell 800, fino alle recenti riforme. In particolare se all inizio l idea di pensione riguardava la protezione del lavoratore nel momento in cui per infortunio, malattia o vecchiaia non era più in grado di lavorare, ci si è progressivamente indirizzati verso un welfare state che attribuisce allo stato il compito di aiutare tutti i cittadini che si dovessero trovare in difficoltà. La storia italiana mostra come si sia passati da un modello basato sui contributi volontari dei lavoratori interessati a crearsi un sistema previdenziale, verso un sistema esteso a tutti i cittadini, e finanziato dalla collettività. Negli ultimi anni e nell ultimo decennio in particolare si sta tornando verso un sistema nel quale il singolo lavoratore versa dei contributi durante la sua vita lavorativa per crearsi la propria pensione. Inizialmente il sistema pensionistico nasce su base volontaria ed è assimilabile ad una assicurazione gestita dallo stato (Cassa Nazionale di Previdenza) o dai privati. L assicurazione di invalidità, vecchiaia e disoccupazione viene resa obbligatoria per i lavoratori dipendenti nel 1919, utilizzando un regime a capitalizzazione (ogni lavoratore versava dei contributi, eventualmente integrati dal datore di lavoro e/o dallo stato, utilizzati per costruirsi la propria pensione futura). Nel 1945, in seguito alle devastazioni e all inflazione post bellica, si passa ad un regime misto. A causa dell alta inflazione legata alla guerra e alla ricostruzione infatti, i capitali accumulati dai lavoratori con il sistema a capitalizzazione puro di prima della guerra avevano perso quasi tutto il loro potere di acquisto. Nel nuovo sistema esisteva un contributo base in regime di capitalizzazione (le marche, ovvero i contributi che ogni lavoratore versava per costruirsi la propria pensione) che si sommava agli assegni integrativi che ogni lavoratore riceveva al momento di andare in pensione e che venivano finanziati dai contributi di tutti i lavoratori dipendenti in regime a ripartizione. Il sistema anche se formalmente misto diventa essenzialmente a ripartizione sin dall immediato dopoguerra. Per calcolare la pensione, si moltiplicava infatti la pensione-base derivante dalle marche per un coefficiente di 45 già nel 1952 (quando viene introdotta anche la tredicesima per le pensioni), e di 72 dieci anni dopo. Nel 1965 il concetto di welfare si rafforza ulteriormente con l introduzione di una pensione sociale minima per tutti i lavoratori, mentre nello stesso periodo la pensione obbligatoria viene estesa ai lavoratori autonomi, a partire dagli agricoltori nel 1957 fino ai commercianti nel Nel 1969 la pensione sociale viene estesa a tutti i cittadini con almeno 65 anni e basso reddito, e viene introdotta la scala mobile per agganciare il valore della pensione al costo della vita, oltre che alla retribuzione percepita nell ultimo triennio. L anno successivo viene definitivamente abbandonato il regime a capitalizzazione in favore di quello a ripartizione. 6

8 Nel 1976 la pensione viene calcolata in base alla retribuzione media del triennio più favorevole nell ultimo decennio per il lavoratore, fino ad un massimo dell 80% di questa retribuzione, ovvero due punti per ogni anno di lavoro fino ad un massimo di 40 anni di contributi. Il calcolo della pensione viene inoltre agganciato ai salari industriali che presentano una crescita superiore all inflazione. 1.4 Le diverse concezioni del sistema pensionistico Prima dell inizio delle riforme degli anni 90 il sistema pensionistico italiano era quindi esclusivamente a ripartizione. Come già accennato, questo sistema si basa sulla fiducia e la solidarietà tra generazioni, nel senso che i lavoratori si fanno carico di pagare le pensioni a chi esce dal mondo del lavoro, con l impegno garantito dallo Stato che quando arriveranno all età pensionabile la nuova generazione farà altrettanto. Al di là del sistema previdenziale, in Italia era in vigore anche un meccanismo assistenziale che garantiva una pensione minima a tutti i cittadini e diritti pensionistici per tutti i lavoratori, dipendenti e autonomi, con una pensione commisurata alla retribuzione media. In altre parole oltre al ruolo puramente previdenziale del sistema pensionistico italiano era anche molto forte il ruolo assistenziale che dovevano ricoprire le pensioni. Questo è un aspetto molto importante che caratterizza due modi diversi di concepire il sistema pensionistico. Il primo attribuisce alle pensioni un ruolo previdenziale, ovvero a tutela dei lavoratori che giunti al termine della carriera lavorativa devono potere mantenere un tenore di vita adeguato. Questa concezione è essenzialmente quella dell Europa continentale, Germania in testa. Il secondo ruolo attribuibile al sistema pensionistico è un ruolo assistenziale, ovvero di tutela di tutti gli anziani e i cittadini che non possono mantenersi o che sono esclusi dal mondo del lavoro. A differenza del ruolo previdenziale quindi, che riguarda i lavoratori, la funzione assistenziale si indirizza verso tutti i cittadini. Questa seconda concezione è storicamente molto viva nel mondo anglosassone, mentre la funzione previdenziale è in larga misura delegata al settore privato. In questo caso in realtà, oltre al ruolo previdenziale e a quello assistenziale delle pensioni è possibile distinguere anche un ruolo puramente assicurativo, assimilando i fondi pensione individuali o di categoria e le assicurazioni sulla vita a normali strumenti di risparmio che ogni lavoratore deve sottoscrivere. In ultimo il sistema pensionistico può avere il compito di ridistribuire il reddito tra diverse fasce della popolazione o diverse categorie di lavoratori, andando a prelevare e a erogare pensioni in maniera diversa per diverse categorie. E evidente che questo ruolo ridistributivo può essere garantito unicamente da un sistema pubblico. Ad esempio, il sistema di pensioni pubblico può decidere di erogare prestazioni più elevate a categorie a basso reddito o che hanno sopportato una vita lavorativa particolarmente pesante e rischiosa, come è avvenuto nel caso dei minatori. E evidente che per la sua stessa natura questo ruolo ridistributivo è impossibile in un sistema a capitalizzazione e a gestione privata. Da questi diversi ruoli e diverse possibilità scaturisce la concezione di più pilastri sui quali può poggiare il sistema pensionistico: oltre al ruolo assistenziale ed a quello ridistributivo, necessariamente sotto tutela pubblica, ed al ruolo previdenziale coperto dallo stato, si possono affiancare forme di pensione privata. 7

9 2 LE MOTIVAZIONI ALLA BASE DELLA RIFORMA All inizio degli anni 90 il regime a ripartizione, e più in generale il sistema pensionistico come si era sviluppato, sono stati messi in discussione per diversi motivi. 2.1 La crisi demografica Il primo e più importante motivo alla base della riforma è legato al rapido cambiamento demografico che ha interessato i paesi occidentali. Questo cambiamento è a sua volta la risultante di due fenomeni: da una lato l allungamento della vita media, dall altro il calo della natalità. Questo fenomeno è particolarmente importante e rapido in Italia, se si pensa che la speranza di vita media, di 43 anni ad inizio secolo, è oggi di 81 anni per le donne e di 75 per gli uomini. L Istat ha calcolato che se oggi il rapporto tra la popolazione in età da lavoro (20 64 anni) e gli over 65 è di 0,29, tra 50 anni dovrebbe diventare 0,69. In altre parole, visto che al momento attuale si va in pensione mediamente a 65 anni, se oggi c è un pensionato ogni tre lavoratori, tra cinquant anni ce ne saranno due. Analoghe considerazioni sono state fatte dall Unione Europea che indica come il tasso di dipendenza della popolazione (rapporto tra la popolazione oltre i 65 anni e popolazione 15 64), passerà in Italia dal 27% del 2000 al 61% del A livello europeo, le stime prevedono che la popolazione in età da lavoro (15 64) passerà dai 246 milioni odierni ai 203 milioni del 2050, con un calo del 20%, mentre gli ultrasessantacinquenni saliranno da 61 a 103 milioni nello stesso periodo. In realtà è necessario considerare che da una parte non tutta la popolazione in età da lavoro è realmente attiva, mentre dall altra molti lavorano ben oltre i 65 anni. Come già accennato, nel regime a ripartizione le pensioni derivano direttamente dai contributi versati dai lavoratori in un dato momento. A parità di altri indicatori quindi, se il numero dei lavoratori diminuisce rispetto al numero dei pensionati, è necessario diminuire le prestazioni pensionistiche. Per evitare questa diminuzione si possono intraprendere diverse strade: la prima è un aumento del numero degli occupati, ovvero diminuire il tasso di disoccupazione per fare si che più lavoratori contribuiscano. La seconda consiste nell aumento delle aliquote contributive a carico del singolo lavoratore (eventualmente dividendo questo maggiore aggravio con il datore di lavoro). Un altra possibilità consiste nell intervento dello stato che integra i contributi dei lavoratori. Altri interventi possono contribuire a sminuire il problema demografico. Ad esempio un aumento dei flussi di immigrazione permetterebbe di supplire in parte all invecchiamento della forza lavoro italiana. (Questo ovviamente nell ipotesi che gli immigrati ottengano un lavoro regolare, con pagamento dei contributi previdenziali). Anche il miglioramento delle tutele e delle politiche per le pari opportunità permetterebbe di combattere il problema demografico, con un doppio effetto: in primo luogo oggi molte donne sono costrette ad uscire dal mondo del lavoro al momento della nascita del primo figlio per la mancanza di strutture adeguate, a partire dagli asili nido. Una maggiore partecipazione delle donne al mondo del lavoro andrebbe quindi ad aumentare il tasso di occupazione ed i contributi disponibili per pagare le pensioni. In secondo luogo queste maggiori tutele potrebbero ripercuotersi positivamente anche sul tasso di natalità, che in Italia è tra i più bassi al mondo, se non il più basso in assoluto. 2.2 La crisi del mercato del lavoro Alla crisi demografica si somma quindi anche la crisi del mercato del lavoro. Diversi aspetti di questa crisi si riflettono sul problema delle pensioni. In primo luogo l alto tasso di disoccupazione che si registra oggi aggrava ulteriormente il problema demografico. Nel regime a ripartizione il capitale disponibile in ogni istante per pagare le pensioni è 8

10 pari al numero dei lavoratori per il contributo versato. Un alto tasso di disoccupazione significa che meno lavoratori devono mantenere sempre più pensionati. A questo aspetto si sommano i problemi legati alle nuove forme di lavoro. Negli ultimi tempi la parola d ordine nel mondo del lavoro è flessibilità : contratti interinali, part-time, parasubordinati, ecc. stanno sostituendo rapidamente il lavoro dipendente. La caratteristica premiante di queste forme di lavoro è che assicurano un minore costo per le imprese, perché sono minori i contributi a carico del datore di lavoro, e le aliquote contributive che deve pagare sia il lavoratore, sia il datore di lavoro sono inferiori a quelle che caratterizzano un lavoratore dipendente. Considerando che il contributo versato dal singolo lavoratore per la pensione è il prodotto dello stipendio per l aliquota contributiva si capisce come l aumento delle nuove forme di lavoro, Al momento attuale i contributi pensionistici dei lavoratori dipendenti ammontano al 32,7% dello stipendio, mentre gli autonomi pagano contributi del 16,4 16,8%. I parasubordinati pagano attualmente il 13% (12,5 a fini pensionistici). Queste ultime due classi di lavoratori dovrebbero arrivare nei prossimi anni al 19%. caratterizzate proprio da salari e aliquote contributive decisamente inferiori a quelle previste per i lavoratori dipendenti, contribuisce in maniera sostanziale ad aggravare il problema pensionistico. A questi aspetti occorre sommare l effetto estremamente negativo del lavoro nero. Questo fenomeno, particolarmente sentito in Italia, provoca gravi danni anche al sistema previdenziale. In primo luogo, ovviamente, il datore di lavoro ed il lavoratore in nero non versano alcun tipo di contributo. In secondo luogo, i lavoratori in nero risultano disoccupati, e spesso possono godere di sussidi forniti dalla pubblica amministrazione, andando a gravare ulteriormente sul sistema assistenziale e previdenziale dello stato. Ricordiamo che il lavoro nero, il lavoro precario e l alto tasso di disoccupazione influiscono infatti anche in maniera indiretta sul problema pensionistico. Un alto tasso di disoccupazione ha significato in questi anni un ricorso sempre più importante agli ammortizzatori sociali (indennità di disoccupazione, cassa integrazione, prepensionamenti, ecc...), con ulteriore aggravio per il settore pubblico e per gli enti previdenziali in particolare. All interno di questo discorso si può facilmente capire quali potrebbero essere le conseguenze della riforma prevista dall attuale Governo, che intende introdurre una decontribuzione di 3-5 punti percentuali per i neoassunti, a vantaggio delle imprese 2. Questa decontribuzione è fortemente richiesta dal mondo imprenditoriale per ridurre i costi del lavoro a carico delle imprese, ma significa una riduzione del monte contributi a disposizione per pagare le pensioni, ed in ultima istanza pensioni più basse. 2.3 La crisi della finanza pubblica Un altro aspetto che ha giocato un ruolo importante sulla strada della riforma del sistema pensionistico è la crisi della finanza pubblica. I primi anni 90 registrano un forte aumento del debito pubblico, proprio nel momento in cui, fissati i parametri di Maastricht (nel 1992), l Italia è chiamata ad un riordino della spesa pubblica e ad una drastica diminuzione del rapporto debito / PIL per potere partecipare all unione monetaria. Dalla metà degli anni 70, il sistema previdenziale ha necessitato in misura sempre maggiore dell intervento dello Stato per integrare i contributi. Il rapporto tra le prestazioni previdenziali nel loro complesso ed i contributi dei lavoratori, in rapporto 1 / 1 fino alla metà degli anni 70, ha raggiunto un valore di 1,35 / 1 dieci anni dopo. 2 La legge delega attualmente allo studio sembra volere prevedere una decontribuzione con un tetto massimo del 5% per i neoassunti. In origine ne era previsto anche uno minimo del 3%, che sembra sia stato però eliminato per le difficoltà nel reperire le risorse finanziarie. 9

11 Questo è dovuto a diversi motivi. In primo luogo è utile ricordare il ruolo assistenziale (welfare state) che ha assunto il sistema pensionistico italiano, oltre al ruolo previdenziale. Per coprire questo fabbisogno, è stato necessario l intervento pubblico in misura crescente (fiscalizzazione degli oneri sociali). Se nel computo del sistema pensionistico si includono infatti anche tutta una serie di misure a carattere assistenziale, o di ammortizzatore sociale, come è stato in Italia in misura crescente dagli anni 60, è evidente che si supera il ruolo puramente pensionistico ed è necessario che lo stato integri i contributi dei lavoratori. In questo senso, notiamo che nel bilancio degli enti previdenziali Secondo i dati diffusi a Luglio del 2002 dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in merito agli andamenti finanziari del sistema pensionistico obbligatorio, le prestazioni erogate dallo Stato a fini pensionistici hanno inciso per l 83,9% sul totale di spesa degli enti previdenziali, mentre la gestione per gli interventi assistenziali (GIAS), ammontava al 16,1%, ovvero costituiva quasi un sesto delle spese degli enti previdenziali. pubblici sono ricompresi i costi di finanziamento della cassa integrazione e dei prepensionamenti. Il sistema previdenziale italiano nel suo complesso ha quindi avuto un ruolo di ridistribuzione del reddito dalle fasce privilegiate verso quelle meno abbienti. A questo ruolo assistenziale e di ammortizzatore sociale, occorre tuttavia affiancare il problema dei costi e degli sprechi legati sovente in passato ad una gestione clientelare, se non truffaldina delle risorse generate dai contributi dei lavoratori. Da una parte si è registrato in Italia un abuso delle pensioni di invalidità e delle pensioni d oro, ovvero di particolari privilegi per alcune categorie di lavoratori. In secondo luogo le casse degli enti previdenziali sono spesso state utilizzate per finanziare a prezzi maggiorati delle opere di dubbia utilità. 2.4 Una spesa pensionistica elevata e fuori controllo Uno degli obiettivi della riforma iniziata nel 1992 (riforma Amato), e proseguita nel 1995 (riforma Dini) e nel 1997 (riforma Prodi), è stato quello di riportare sotto controllo la spesa pensionistica, che stava assumendo proporzioni troppo alte rispetto al PIL. Combinando il problema demografico con la crisi della finanza pubblica e del mercato del lavoro, tutte le stime portavano ad ipotizzare un andamento assolutamente insostenibile della spesa pensionistica per i decenni a venire. In particolare le stime dell Unione Europea prevedevano che in assenza di riforme la spesa per le pensioni rispetto al PIL, pari oggi al 13,8%, sarebbe aumentata di quasi 10 punti percentuali entro il Per questo motivo le riforme si sono mosse nella direzione di contenere la spesa pubblica per le pensioni. Questo ha comportato per i lavoratori italiani una serie di sacrifici, ed in particolare il fatto che la pensione pubblica che riceveranno nei prossimi decenni sarà nettamente inferiore a quella percepita finora. Per risolvere questo problema ed integrare la pensione pubblica degli italiani si è scelto di intraprendere una strada, quella della previdenza complementare basata sui fondi pensione a gestione privata, che sarà finanziata almeno in parte con l impiego del TFR. Nei successivi paragrafi cercheremo di esaminare le conseguenze di queste scelte per imprese e lavoratori. Per il momento è il caso di sottolineare come le riforme attuate abbiano riportato la spesa pensionistica italiana sotto controllo. In particolare, se in assenza di riforme il rapporto tra spesa e PIL avrebbe probabilmente superato il 23%, le nuove stime prevedono che da qui al 2030 la spesa per le pensioni rispetto al PIL aumenterà di circa il 2% per poi diminuire nuovamente e tornare nel 2050 a valori simili a quello attuale, intorno al 14%. Questo aumento e successiva diminuzione rappresenta la cosiddetta gobba delle pensioni, spesso assunta dai mezzi di informazione a riprova della necessità di intervenire nuovamente sulle pensioni. 10

12 Tab. 2.: Spesa % sul PIL per le pensioni pubbliche al lordo delle imposte (inclusa la maggior parte dei trasferimenti pubblici sostitutivi del reddito) per persone di 55 o più anni di età Max. variaz. B 10,0 9,9 11,4 13,3 13,7 13,3 3,7 DK (1) 10,5 12,5 13,8 14,5 14,0 13,3 4,1 D 11,8 11,2 12,6 15,5 16,6 16,9 5,0 EL 12,6 12,6 15,4 19,6 23,8 24,8 12,2 E 9,4 8,9 9,9 12,6 16,0 17,3 7,9 F 12,1 13,1 15,0 16,0 15,8 4,0 IRL (2) 4,6 5,0 6,7 7,6 8,3 9,0 4,4 I 13,8 13,9 14,8 15,7 15,7 14,1 2,1 L 7,4 7,5 8,2 9,2 9,5 9,3 2,2 NL 7,9 9,1 11,1 13,1 14,1 13,6 6,2 A 14,5 14,9 16,0 18,1 18,3 17,0 4,2 P 9,8 11,8 13,1 13,6 13,8 13,2 4,1 FIN 11,3 11,6 12,9 14,9 16,0 15,9 4,7 S 9,0 9,6 10,7 11,4 11,4 10,7 2,6 UK 5,5 5,1 4,9 5,2 5,0 4,4-1,1 EU 10,4 10,4 11,5 13,0 13,6 13,3 3,2 Fonte: Economic Policy Committee (2001) 1) Per la Danimarca, i valori comprendono le pensioni legate al mercato del lavoro parzialmente a capitalizzazione (ATP). Se si escludessero, l incremento massimo % sarebbe pari al 2,7% del PIL. 2) I valori relativi all Irlanda sono espressi in rapporto al PNL e non al PIL. Nella tabella 2 vengono riportate, per tutti i paesi dell Unione Europea, le stime dei rapporti tra spesa per le pensioni e PIL nei prossimi 50 anni. Come si può notare, l Italia effettivamente accusa attualmente una spesa alta in rapporto al PIL, essendo la seconda in Europa alle spalle dell Austria. 3 La tabella mostra anche chiaramente, però, come le riforme degli anni 90, intraprese dall Italia (insieme alla Svezia) in notevole anticipo rispetto al resto dell Unione europea, hanno permesso di riportare sotto controllo la spesa pensionistica e di avere la gobba delle pensioni più bassa tra i paesi europei ad esclusione della Gran Bretagna, dove vige però un sistema completamente differente di pensioni. Come già accennato, nel sistema anglosassone lo stato ha un ruolo puramente assistenziale mentre il ruolo previdenziale è quasi interamente a gestione privata. Nel seguito cercheremo di chiarire le conseguenze di questa politica. Notiamo unicamente che se alla spesa pensionistica pubblica si sommasse la spesa privata, la spesa sociale complessiva del Regno Unito sarebbe superiore a quella italiana. In seguito a queste riforme, quindi, la spesa per le pensioni dell Italia dovrebbe essere, nel 2050, di appena 0,3 punti percentuali superiori ad ora, e soprattutto si allineerebbe alla media europea, riducendo notevolmente l attuale gap. 3 In queste considerazioni occorre tenere presente, per quanto esposto nel paragrafo precedente che, decurtata la componente puramente assistenziale (GIAS), la componente pensionistica ha rappresentato una percentuale del PIL pari all 11,3%. E però necessario sottolineare che nella stesura di queste tabelle si è cercato di utilizzare parametri simili per tutti i paesi, e le cifre riportate corrispondono quindi alla spesa del sistema pensionistico pubblico nel suo complesso (ruolo previdenziale, ruolo assistenziale, prepensionamento, invalidità e ogni altra forma di sostituzione del reddito per persone oltre i 55 anni), per tutti i paesi europei. 11

13 In questo capitolo abbiamo osservato le diverse cause che possono contribuire all aumento della spesa pensionistica. E interessante osservare in conclusione, come questi fattori pesano per i diversi paesi dell Unione europea. Nella tabella 3 vengono scomposte le cause di variazione della spesa pensionistica su PIL nelle diverse cause prima esaminate, in particolare: dipendenza: indica il tasso di variazione tra persone oltre i 55 anni (e che quindi potenzialmente potrebbero andare in pensione), e la popolazione anni; Occupazione: misura le variazioni del tasso di occupazione (numero occupati su persone in età da lavoro); Eleggibilità: misura la quota di persone oltre i 55 anni che effettivamente vanno in pensione. Questo parametro indica quindi la variazione del rapporto spesa pensioni / PIL al variare dei requisiti minimi per andare in pensione; Prestazione: misura la variazione della pensione media rispetto alla produttività media del lavoro. In altre parole questo indicatore stima l effetto della variazione del rapporto tra pensioni e salari. Tab. 3: Scomposizione della variazione % sul PIL della spesa per le pensioni pubbliche del periodo nei principali fattori determinanti Dipendenza Occupazione Eleggibilità Prestazione Totale B 5,2-0,9-0,9-2,0 3,0 DK 4,1-0,2 0,5-1,7 2,7 D 6,2-0,7 2,0-2,7 4,8 EL 9,9-3,6 1,4 4,0 11,7 E 8,2-2,4 2,0-0,3 7,5 F 7,7-0,9 0,7-3,6 3,9 IRL 4,5-0,9 1,4-0,7 4,3 I 9,5-3,1-1,4-4,9 0,2 NL 5,4-0,6 0,5 0,2 5,5 A 10,5-2,2-3,0-2,9 2,4 P 6,7-1,1-2,4 0,1 3,3 FIN 6,6-0,1-1,3-0,1 5,0 S 3,9-0,5 0,8-2,6 1,7 UK 2,4 0,0-0,1-3,4-1,0 EU 6,4-1,1 0,6-2,8 3,1 Fonte: Economic Policy Committee (2001) Come si può notare, per l Italia l effetto demografico (dipendenza) è particolarmente grave, ma sono anche possibili dei margini di intervento molto ampi per contrastare questo effetto mediante opportune politiche del lavoro. In particolare, lo studio dell Economic Policy Committee giudica che la risultante finale per l Italia (0,2% di aumento) è una delle più basse in Europa e nettamente al di sotto della media europea. In altre parole grazie alle riforme degli anni 90 e se verranno prese misure opportune in tema di politiche del lavoro, l Italia potrà praticamente annullare l effetto dell invecchiamento della popolazione. Essendosi mossa in largo anticipo rispetto agli altri paesi dell Unione Europea, l Italia è inoltre la nazione nella quale il problema dell invecchiamento della popolazione dovrebbe pesare di meno in futuro. Si può notare inoltre che alla colonna Prestazione l Italia presenta un dato nettamente inferiore a quello di tutti gli altri paesi. Questo significa che la diminuzione della pensione rispetto ai salari, ovvero i sacrifici già richiesti ai lavoratori con le riforme realizzate, è stata molto più pesante per l Italia che per qualunque altro paese dell Unione Europea. 12

14 3 LA RIFORMA (I TRE PILASTRI) 3.1 I tre pilastri della nuova pensione La nuova pensione pubblica Le riforme degli anni 90 hanno introdotto diverse novità che andavano in direzione di un contenimento della spesa pubblica. Nel corso degli anni si sono succeduti diversi interventi, tra i quali ricordiamo: 1. l abolizione dell indicizzazione delle pensioni ai salari, mentre rimane unicamente l indicizzazione ai prezzi; 2. il progressivo elevamento dell età pensionabile per i lavoratori dipendenti (da 60 a 65 anni per gli uomini, da 55 a 60 per le donne); 3. un maggiore requisito contributivo minimo per potere accedere alla pensione; 4. restrizioni per accedere alla pensione di anzianità; 5. minori diritti di integrazione al trattamento minimo; 6. restrizioni al cumulo tra pensioni e redditi per i lavoratori autonomi. La misura forse più importante è però consistita nel passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo introdotto dalla riforma Dini del 1995, concepito pro rata per la maggior parte dei lavoratori. Una delle ulteriori modifiche proposte, per ridurre più rapidamente il peso delle pensioni è quella di passare con maggiore rapidità al sistema contributivo per tutti i lavoratori. In seguito a queste riforme l importo della pensione è generalmente diminuito, come esaminato nel primo capitolo. Per fare fronte a questa diminuzione il legislatore ha previsto che nel futuro la pensione pubblica tradizionale venga integrata da altre forme previdenziali. In particolare a regime la pensione dovrà poggiare sui cosiddetti tre pilastri: 1) la pensione pubblica con il sistema contributivo a ripartizione; 2) la pensione complementare ricavata dalla gestione dei fondi pensione, in regime a capitalizzazione; 3) la pensione integrativa individuale, ovvero il frutto degli investimenti dei singoli cittadini destinato a scopi previdenziali, anch essa in regime a capitalizzazione. Con il sistema contributivo proprio della nuova pensione pubblica, il vantaggio principale è che viene assicurato l equilibrio finanziario tra contributi ricevuti e pensioni erogate. Il sistema contributivo a ripartizione prevede che i contributi dei lavoratori siano indicizzati alla crescita del PIL. In Italia in particolare, i contributi vengono rivalutati di anno in anno ad un tasso che è la media dei tassi di crescita del PIL degli ultimi cinque anni. In secondo luogo è stata introdotta la speranza di vita media come dato per il calcolo della pensione da erogare. In questo modo, visto che in linea di massima la crescita del PIL riflette la crescita di occupazione e salari, il problema demografico viene sostanzialmente annullato. Ad un aumento del numero di pensionati rispetto al numero di lavoratori infatti, corrisponde una diminuzione del monte contributi pro pensionato, ed una diminuzione della pensione. Se questo aumento dei pensionati rispetto ai lavoratori si traduce poi in un rallentamento della crescita economica, si riduce anche la crescita del PIL e quindi il tasso di crescita dei contributi. Analogamente, ad un aumento della longevità segue una pensione da suddividere in più anni e quindi di importo minore. In pratica quindi, il problema demografico viene risolto semplicemente diminuendo la pensione del singolo lavoratore, e proponendo (o obbligando, come vorrebbe fare l attuale Governo) l adesione alla previdenza integrativa privata per supplire a questa diminuzione. Nel sistema contributivo quindi, ogni anno lo Stato riceve i contributi che vengono girati per pagare le pensioni. In altre 13

15 parole di anno in anno il debito pensionistico dello Stato è uguale alle risorse disponibili per pagare le pensioni, e il sistema si ritrova in equilibrio La pensione complementare A seguito di questa riforma la pensione pubblica diventa quindi insufficiente a garantire un adeguato reddito ai pensionati. Per questo motivo il legislatore ha promosso l introduzione di un secondo pilastro, la pensione complementare, basata su un regime a capitalizzazione. Con questo sistema il lavoratore accantona dei contributi in un fondo pensione gestito da un intermediario finanziario, fino al momento di andare in pensione. Visto che l istituzione di questi fondi rappresenta la vera novità della recente riforma, il loro funzionamento sarà trattato in dettaglio nel seguito del capitolo La pensione integrativa individuale Il terzo pilastro è del tutto simile al secondo nella forma: si tratta cioè di investire in regime a capitalizzazione una parte del reddito del lavoratore. Questi contributi vengono dati in gestione ad un intermediario finanziario che si occupa di farli fruttare al meglio in attesa che il lavoratore raggiunga la pensione. La differenza essenziale rispetto alla pensione complementare è il carattere assolutamente individuale del terzo pilastro, rispetto ai fondi di categoria che caratterizzano il secondo. Questa previdenza integrativa assume forme in tutto e per tutto simili a strumenti già presenti sul mercato finanziario, quali i Piani di Accumulo del Capitale (PAC) dei fondi di investimento o le assicurazioni sulla vita, in particolare le polizze unit linked e index linked. Queste sono assicurazioni ramo vita nelle quali le prestazioni sono legate rispettivamente al rendimento di un fondo di investimento e di un indice azionario. I PAC sono invece dei piani grazie ai quali l investitore invece di investire in una volta sola un capitale in un fondo di investimento, acquista poche quote alla volta con versamenti regolari, tipicamente ogni mese. Per distinguere i nuovi strumenti previdenziali dagli strumenti finanziari già esistenti sono state previste delle agevolazioni fiscali per chi sceglie di investire nel terzo pilastro. Al momento del raggiungimento della pensione è poi possibile ottenere una rendita vitalizia o una parte del capitale più una rendita. Dato il carattere assicurativo di questi strumenti, spesso è prevista una copertura in caso di morte del titolare e in alcuni casi può essere garantito un rendimento minimo o la salvaguardia del capitale investito. 3.2 Funzionamento di un fondo pensione Diversi tipi di fondi I fondi pensione che devono costituire il secondo pilastro del nuovo sistema previdenziale possono essere di diversi tipi. In primo luogo si può distinguere tra fondi chiusi (o negoziali) e fondi aperti. I primi sono dei fondi riservati a determinate categorie di lavoratori (ad esempio il fondo Cometa per i metalmeccanici). Più in generale i fondi negoziali sono soggetti generalmente dotati di personalità giuridica e destinati a lavoratori dipendenti di una stessa categoria, territorio, impresa, ecc; soci lavoratori di cooperative di produzione e lavoro; lavoratori autonomi e liberi professionisti di aree professionali simili e/o di una stessa regione. I fondi aperti al contrario, non sono destinati ad una particolare categoria ma sono appunto aperti a chiunque voglia partecipare, perché non dispone di un fondo di categoria chiuso, o perché vuole uscire dal proprio fondo negoziale di riferimento (anche se questo è possibile solo dopo cinque anni dall adesione al fondo chiuso). 14

16 Un differenza essenziale consiste nel fatto che i fondi aperti possono essere promossi direttamente dagli intermediari finanziari abilitati (SIM 4, SGR 5, banche, compagnie di assicurazione). I fondi chiusi sono invece istituiti sulla base di contratti nazionali (CCNL) promossi dai sindacati e dai datori di lavoro, dalle associazioni nazionali del movimento cooperativo o da associazioni di categoria almeno regionali per i lavoratori autonomi. Una seconda differenza è tra fondi a contribuzione definita e fondi a prestazione definita. Nel primo caso si fissano i contributi che devono essere versati al fondo pensione mentre non si stabilisce nulla riguardo alla prestazione che verrà erogata al momento di riscuotere la pensione. Nel caso di fondi a prestazione definita, si fissa invece un obiettivo finale e i contributi variano di volta in volta per raggiungere questo obiettivo. La legge stabilisce che i lavoratori dipendenti e i soci lavoratori delle cooperative possono aderire unicamente a fondi a contribuzione definita. Per i lavoratori autonomi ed i liberi professionisti possono essere istituite entrambe le tipologie Le realtà coinvolte L istituzione, la gestione ed il controllo di un fondo pensione chiuso coinvolgono numerose realtà. In primo luogo il fondo pensione, soggetto giuridico, ha un Consiglio di Amministrazione e un Collegio dei Revisori, eletti dall Assemblea. Quest ultima in teoria include tutti i partecipanti al fondo anche se in pratica è composta dai delegati, eletti per metà dai lavoratori e per metà dai datori di lavoro. Più in generale tutti gli organi sociali del fondo sono eletti in modo paritetico tra lavoratori e imprese. Questi organi sono chiamati a redigere lo statuto del fondo che deve precisare tutti gli elementi fondamentali relativi al fondo stesso, quali gli elementi costitutivi, la scheda informativa, i sistemi di finanziamento del fondo (importo dei contributi) e i sistemi di erogazione delle pensioni, i costi e le modalità per il trasferimento ad altro fondo o in caso di riscatto, ecc... Una serie di altri soggetti interviene poi a diverso titolo. In primo luogo il fondo nominerà una banca depositaria che avrà il compito, tra gli altri, di custodire i contributi versati dagli aderenti al fondo e i proventi derivanti dalle attività finanziarie. Queste attività sono affidate ad uno o più gestori finanziari, ovvero SIM di gestione, banche, compagnie di assicurazione, che operando sui mercati finanziari per conto del fondo devono cercare di fare fruttare i contributi degli aderenti. In realtà la vera e propria compravendita dei titoli sui mercati viene realizzata dalle SIM di negoziazione per conto dei gestori finanziari. I gestori finanziari e quindi i negoziatori, nelle loro scelte, devono attenersi a quanto stabilito nello statuto del fondo in materia di rischio (ad esempio date percentuali di titoli azionari e obbligazionari), benchmark 6 di riferimento, gestione attiva o passiva del fondo, mercati sui quali operare, ecc... E poi da notare che il fondo può gestire direttamente fino al 20% del proprio patrimonio, investendolo però esclusivamente in quote di società immobiliari o di fondi mobiliari chiusi. Oltre a queste realtà è da ricordare anche il gestore amministrativo (che può essere interno al fondo o una società esterna specializzata) e che si occupa degli aspetti contabili del fondo. 4 SIM: Società di intermediazione mobiliare. E un impresa diversa da banche e compagnie di assicurazioni autorizzata a svolgere servizi di investimento ed in particolare ad operare sui mercati finanziari. 5 SGR: Società di gestione del risparmio. 6 Il Benchmark è un indice di riferimento che serve per chiarire la natura e il rischio dell investimento e per confrontare i risultati ottenuti dal gestore. Ad esempio se un fondo investisse unicamente in azioni il Benchmark potrebbe essere il valore dell indice Mibtel. In questo modo un investitore sa in modo chiaro che il fondo tende a replicare l andamento del mercato azionario e può verificare i risultati del fondo rispetto all andamento del mercato stesso. 15

17 Alcuni fondi nominano inoltre un ente valutatore esterno che si occupa di monitorare l efficienza e le prestazioni dei gestori finanziari. Un altro soggetto importante è la compagnia di assicurazione alla quale devono essere versati i capitali accumulati dai lavoratori che vanno in pensione e che deve occuparsi di erogare le rendite. Più in generale si può osservare come l indirizzo scelto dal legislatore sia quello di suddividere i poteri e le responsabilità tra diversi soggetti, in modo da aumentare i controlli incrociati e la trasparenza e tutelare il più possibile i lavoratori nei confronti di eventuali comportamenti illeciti di un gestore. In particolare si parla di tripartizione dei poteri tra il gestore finanziario, scelto con gara pubblica, il service amministrativo e la banca depositaria. Oltre a questi soggetti direttamente coinvolti nella vita del fondo pensione, ricordiamo che la legislazione prevede degli organismi di controllo che devono vigilare sul corretto funzionamento di questi soggetti. Così, come la CONSOB vigila sulle società quotate in borsa e in collaborazione con la Banca d Italia sugli intermediari finanziari, la COVIP (Commissione di vigilanza sui fondi pensione) è l organismo preposto a tutelare i lavoratori che affidano i loro contributi ai fondi pensione Il funzionamento del fondo L adesione al fondo pensione è volontaria, a discrezione del singolo lavoratore, anche se una delle misure centrali (e più discusse) dell attuale legge delega allo studio del Governo prevede l obbligatorietà di adesione e di versamento dell intero TFR ai fondi privati. Chi decide di aderire deve iscriversi al fondo pensione chiuso predisposto per la propria categoria o settore lavorativo. Solo dopo cinque anni di adesione è possibile uscire e aderire ad un fondo aperto. I lavoratori assunti prima della riforma possono decidere quale quota di TFR destinare al fondo pensione mentre per i lavoratori assunti a partire da Maggio del 1993 è automatico il versamento dell intera quota di TFR al fondo pensione in caso di adesione. Nel fondo chiuso inoltre, i contributi che andranno ad alimentare il fondo pensione non sono decisi dal lavoratore, ma sono stabiliti in sede di contrattazione al momento della creazione del fondo pensione tra le parti coinvolte, ovvero sindacati e imprenditori. Questi versamenti sono solitamente costituiti da tre fonti: i contributi del lavoratore, quelli del datore di lavoro e quelli derivanti dal TFR. Al 31 agosto 2002 la COVIP aveva autorizzato all attività 138 fondi, di cui 38 di tipo negoziale e 94 aperti. Dei 38 fondi chiusi autorizzati dalla COVIP solo 12 sono stati autorizzati anche al conferimento delle risorse. Gli iscritti ai fondi pensione sono , di cui poco più di un milione aderiscono ai fondi negoziali e a quelli aperti, rispetto ad un bacino di utenti di circa 15,5 milioni di dipendenti e 6 milioni di autonomi. L iscrizione al fondo prevede diversi costi. In primo luogo ci sono le commissioni di ingresso da versare al momento dell iscrizione al fondo. Parimenti al momento di uscire dal fondo ci saranno delle commissioni di uscita. E inoltre previsto il versamento di una quota associativa annua che copre le spese sostenute dal gestore amministrativo. Ogni anno inoltre, parte dei contributi vanno a pagare le commissioni di gestione sostenute dal gestore finanziario, che sono misurate in percentuale del patrimonio del fondo e possono variare notevolmente a seconda del tipo di strumenti finanziari e della gestione del fondo. In particolare la gestione può essere passiva, nel qual caso il gestore finanziario si limita a seguire le indicazioni e il benchmark prefissato, o attiva. In questo secondo caso il gestore cerca di battere il benchmark, e le commissioni saranno più elevate. Inoltre le commissioni variano a seconda della natura degli strumenti trattati. Tipicamente le 16

18 commissioni sono più basse per i fondi a prevalenza obbligazionaria mentre crescono per fondi che investono principalmente in azioni. E da notare che queste commissioni (che possono arrivare all 1-2% annuo del patrimonio per i fondi chiusi e fino al 3-4% per i fondi aperti) sono dovute a prescindere dai risultati conseguiti: anche in caso di perdita il fondo e quindi gli aderenti sono tenuti a pagare le commissioni di gestione. Nel caso che il gestore finanziario riesca poi a superare il benchmark prestabilito gli viene sovente riconosciuta una commissione di over performance. E poi necessario ricordare che il lavoratore può dovere affrontare ulteriori spese e commissioni in caso di uscita anticipata dal fondo, in caso di riscatto, o nel momento in cui decidesse di cambiare fondo (dopo i 5 anni) per passare ad un fondo aperto. Molti fondi pensione prevedono anche delle spese per passare all interno del fondo stesso da una linea di investimento ad un altra (commissioni di switch). Anche nel momento di acquisto e vendita degli strumenti finanziari sui mercati è necessario riconoscere un margine di profitto per la SIM di negoziazione. Per questo motivo i prezzi di acquisto e vendita degli strumenti finanziari per il fondo sono maggiori (e rispettivamente minori) dei reali prezzi di mercato. Il patrimonio del fondo è suddiviso in quote. Ogni lavoratore versando i propri contributi acquista periodicamente delle quote del fondo. Il valore del patrimonio netto del fondo dipende dai risultati conseguiti dal gestore sui mercati finanziari e con le altre forme di investimento. Il valore di una quota è quindi pari al patrimonio del fondo diviso per il numero di quote. In caso di risultati positivi il valore del patrimonio del fondo e quindi della singola quota aumenterà. Esempio: Un aderente ad inizio anno versa 200 Euro per acquistare 10 quote da 20 Euro l una. Nel complesso, il fondo è costituito da quote, per un valore di 2 milioni. Se dopo un certo periodo il fondo, al netto delle commissioni, ha realizzato il 5%, il nuovo valore sarà di 2,1 milioni, e ogni quota varrà: / = 21 Euro. Il lavoratore avrà quindi 10 quote da 21 Euro, ovvero 210 Euro accumulati. Se adesso versa altri 200 Euro non acquisterà più 10 quote ma 200 / 21 = 9,5 quote circa. E da notare al proposito che il rendimento del fondo e quello di un singolo investitore possono essere molto diversi. Facciamo un esempio: Il primo giorno l aderente acquista 5 quote a 20 Euro l una: montante 100 Euro Alla fine del primo periodo, il fondo ha guadagnato il 10 %. L aderente ha quindi 5 quote da 22 Euro l una e un montante di 110 Euro. A questo punto visto che il mercato è in forte crescita il sottoscrittore decide di comprare altre 10 quote al nuovo prezzo di 22 Euro, investendo quindi 220 Euro. Alla fine del secondo periodo il fondo ha perso l 8% e le quote valgono quindi: 22 x (1-8%) = 20,24 Euro. Il fondo è sempre in attivo avendo conseguito un rendimento complessivo sui due periodi di (20,24 20) / 20 = 1,2% L aderente si ritrova invece con 15 quote del valore di 20,24 Euro, per un montante di 303,6 Euro, a fronte di un investimento complessivo di = 320 Euro, con una perdita di 26,4 Euro, ovvero un rendimento negativo dell 8,25%! Notiamo due cose: Se il gestore del fondo aveva fissato il benchmark ad un valore inferiore al rendimento realizzato dal fondo (ipotizziamo ad esempio un benchmark fissato all 1%), l aderente potrebbe trovarsi a dovere pagare anche la (elevata) commissione di overperforming a fronte di una forte perdita. In secondo luogo, ed è l aspetto più importante, anche se le cifre riportate nell esempio erano puramente indicative, è opportuno notare che molto spesso i risparmiatori inesperti si trovano a fronteggiare situazioni simili: acquistano molto quando il mercato tira (e i prezzi sono quindi alti), e vendono nel momento in cui il mercato scende (e i prezzi sono minori). Nell ambiente della borsa è stata coniata un espressione piuttosto rivelatrice per definire i piccoli risparmiatori che seguono gli andamenti e le oscillazioni dei mercati: vengono chiamati il parco buoi. Questo è uno dei motivi principali per i quali i fondi pensione sono preferibilmente chiusi e a contribuzione definita. Rispetto ai normali fondi di investimento infatti, nei fondi negoziali l importo e la periodicità dei versamenti sono fissati in sede contrattuale, anche se questo comporta altri svantaggi, come una mancanza di elasticità che tenga conto delle possibilità di contribuzione del singolo lavoratore. 17

19 3.2.4 La riscossione della pensione Al termine della carriera il lavoratore avrà accumulato un certo capitale (o montante) presso il fondo pensione. A seconda del periodo di adesione alla pensione complementare il lavoratore può chiedere la liquidazione in contanti del capitale accumulato oppure l erogazione di una rendita vitalizia, o ancora la liquidazione di una parte in contanti ed una pensione per la parte rimanente. In pratica la pensione viene erogata da una compagnia di assicurazione alla quale viene trasferito il premio unico costituito dal montante accumulato. La compagnia dietro pagamento dei caricamenti (tipicamente dell ordine del 1 2% del montante) e a seconda dell età del pensionato eroga la pensione, che viene rivalutata ogni anno in base al tasso di interesse nominale corrente sulle obbligazioni. In pratica si prende come riferimento il rendimento dei titoli di stato considerati privi di rischio, per indicizzare la pensione. Notiamo quindi che anche in questo passaggio esiste un importante fattore di incertezza. In primo luogo se il lavoratore va in pensione in un momento positivo per i mercati si troverà un montante elevato. Un altro lavoratore che invece va in pensione a distanza di pochi giorni, ma dopo un periodo nero sui mercati finanziari può trovarsi, a parità di contributi, stipendio, anni di lavoro, con un montante (e quindi una pensione), nettamente inferiore. Non sono infatti rare giornate nelle quali i listini perdono diversi punti percentuali. 7 In secondo luogo lo stesso discorso vale per la rendita erogata dalla compagnia assicurativa. La pensione viene indicizzata al rendimento dei titoli obbligazionari, mutevole a seconda delle condizioni di mercato. Come somma di questi due effetti aleatori, quindi, sia il montante accumulato dal lavoratore in un periodo di decenni, sia il rendimento al quale sarà agganciata la rendita pensionistica variano a seconda delle quotazioni, e diventa questione unicamente di fortuna l uscire dal mercato del lavoro in un momento di picco o di caduta delle borse, e ritrovarsi quindi con una pensione più o meno elevata Le agevolazioni fiscali Per incentivare l adesione alla previdenza complementare e per distinguere i fondi pensione dai normali fondi di investimento sono state messe a punto diverse misure di agevolazione e di riduzione del carico fiscale. In particolare è prevista una detassazione, entro certi limiti, dei contributi versati dal lavoratore (deducibilità dei contributi versati ai fondi pensione dall Irpef di 10 milioni di lire), una tassazione ridotta dei ricavi generati dagli investimenti in un fondo pensione rispetto ad un fondo di investimento normale (11% anziché 12,5%), ed una tassazione ridotta nel momento in cui il montante accumulato viene trasformato in premio unico di una assicurazione con rendita vitalizia (0,1% anziché 2,5% come le normali polizze) Differenze tra fondi aperti e chiusi Allo stato attuale i lavoratori che hanno a disposizione un fondo chiuso o negoziale devono aderire a questo, e solo dopo cinque anni possono decidere di cambiare fondo. Vediamo brevemente quali sono le differenze tra i due tipi di fondo, e perché il legislatore ha previsto l obbligo di aderire ai fondi chiusi per i lavoratori dipendenti: - I fondi chiusi sono detti anche negoziali proprio perché sono frutto dei negoziati tra le parti sociali in sede di CCNL, e i rappresentanti dei lavoratori hanno voce in capitolo essendo 7 Anche per questo motivo spesso i gestori consigliano di diminuire l esposizione in titoli azionari all avvicinarsi della pensione. Resta tuttavia il fatto che anche i mercati obbligazionari ed immobiliari possono subire fluttuazioni di diversi punti percentuali in un breve lasso di tempo. 18

20 presenti nei principali organi amministrativi del fondo stesso (Assemblea e CdA). I fondi aperti al contrario sono promossi e gestiti direttamente da SIM banche e assicurazioni. - I fondi chiusi sono rappresentativi di una categoria lavorativa ben definita, quindi tendono ad includere lavoratori con salari, interessi e propensione al rischio simili. - I fondi chiusi devono sottostare a regole più severe e stringenti dei normali fondi di investimento in materia di assunzione di rischi, possibilità di investimento in determinati settori, ecc... In altre parole questi fondi danno maggiori garanzie e meno rischi di quelli aperti. - La pluralità di soggetti coinvolti in un fondo chiuso permette inoltre una maggiore trasparenza e controllo. In considerazione delle regole più rigide e della partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori, questi ultimi sono maggiormente tutelati nei confronti di gestioni avventate o poco oneste. - L obbligo di investire a scadenze e importi fissi permette di evitare quanto riportato nell esempio del paragrafo Di solito i piccoli investitori tendono infatti a comprare quando il mercato è alto e vendere subito dopo i crolli, ovvero nei momenti peggiori, sull onda dell entusiasmo o del pessimismo riportati dai mezzi di informazione. - I fondi chiusi hanno generalmente dimensioni maggiori, in termini di numero di aderenti, rispetto ai fondi aperti. Per un effetto di scala, i costi di gestione ed amministrativi tendono quindi ad essere minori per il singolo aderente. L ipotesi allo studio dell attuale Governo prevede al contrario la liberalizzazione dei fondi, in particolare equiparando quelli aperti a quelli chiusi. Oltre ad annullare i vantaggi sopra esposti, questo avrebbe altre conseguenze: - Nel momento in cui si arrivasse alla piena liberalizzazione inizierà la concorrenza tra compagnie che operano sui mercati finanziari per accaparrarsi i risparmi dei lavoratori. Questo può portare ad un rischio gravissimo, ovvero alla tendenza a massimizzare il rendimento sul breve periodo per attirare clienti, che è all opposto dell obiettivo dei fondi pensione che dovrebbe essere quello di garantire un rendimento certo su di un orizzonte di decenni. - In secondo luogo i fondi potrebbero essere portati a prevedere commissioni basse in ingresso ma molto elevate nel caso si decida di uscire dal fondo o riscattare il proprio capitale, per attrarre e poi incastrare gli aderenti. Oltre ai problemi che avrebbe un aderente nel momento in cui decidesse di volere cambiare fondo quindi, in caso di necessità il lavoratore si troverebbe un investimento bloccato a meno di non pagare queste elevate commissioni. Già oggi l obbligo dei cinque anni di permanenza all interno del proprio fondo lo rende un investimento a bassa liquidità, e già oggi molti fondi prevedono elevate commissioni di uscita. Queste norme sono state però pensate anche per evitare che un piccolo investitore poco esperto aderisse ad un fondo aperto che promette rendimenti mirabolanti, senza nessuna conoscenza dei rischi o della situazione del fondo stesso. A queste osservazioni andrebbero poi sommati i costi di promozione e pubblicità dei fondi pensione, che nei paesi dove vige già un regime di concorrenza tra privati costituiscono una fetta rilevante del bilancio, andando inevitabilmente a ripercuotersi su oneri e commissioni a carico dell aderente. 19

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