nova americana Real Cities rappresentazioni della città negli Stati Uniti e in Canada a cura di Andrea Carosso e Carmen Concilio

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1 nova americana Real Cities rappresentazioni della città negli Stati Uniti e in Canada a cura di Andrea Carosso e Carmen Concilio

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4 Real Cities : rappresentazioni della città negli Stati Uniti e in Canada a cura di Andrea Carosso e Carmen Concilio

5 Real Cities : rappresentazioni della città negli Stati Uniti e in Canada a cura di Andrea Carosso e Carmen Concilio Traduzione dei saggi della prima sezione a cura di: Erika Abalos, Chiara Arfinengo, Chiara Boero, Silvia Carosso, Manuela Fea, Valentina Novarino, Lia Peinetti, Ilaria Piacco, Livia Racca, Michela Vacca Arleri, Anna Vaccarini. Collana Nova Americana Comitato scientifico: Marco Bellingeri, Marcello Carmagnani, Maurizio Vaudagna Il volume è pubblicato con il contributo della fondazione CRT di Torino. Prima edizione maggio , OTTO editore Torino ISBN È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuato, compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico, non autorizzato.

6 INDICE Prefazione 1 parte prima las vegas e la cultura americana contemporanea Andrea Carosso Città di frontiera, frontiera della città: Las Vegas nella cultura americana contemporanea 7 John Paul Russo Il Grand Tour di Las Vegas 15 Federico Luisetti Etnografia e poetica della complessità a Las Vegas 33 Joy Ramirez Il deserto del reale: Las Vegas e la (ri) produzione della città postmoderna 47 Robert Casillo Il sacro e il profano in Casinò di Martin Scorsese 59 parte seconda toronto e la cultura canadese contemporanea Carmen Concilio Toronto: una città senza confini, un centro lontano dal centro 87 Simona Bertacco Toronto: la città ideale tra postmodernismo e multiculturalismo 93

7 Franca Bernabei Toronto: le nuove sfide della città globale 111 Barbara Del Mercato La poesia tra comunità e istituzione: il caso di Toronto 135 Note sugli autori 159

8 prefazione Esiste oggi, nel continente nordamericano, una forma urbana distintiva che segnali la peculiarità dell esistenza in questo inizio di millennio? Esistono a fianco delle molteplici città irreali, immaginarie, digitali, utopie, distopie ed eterotopie urbane attraverso le quali la civiltà occidentale da secoli elabora l idea dell altro o di un altrove, città reali con cui fare i conti per comprendere le trasformazioni e i nuovi segnali provenienti dal continente nord-americano, da noi e dalla nostra cultura sempre troppo lontano e diverso. Real Cities Urban spaces and representations in Canada and the United States, è un esempio di fortunato incontro e di dialogo interdisciplinare fra studiosi ed esperti di cultural studies e di letteratura anglo-americana e canadese, avvenuto all Università di Torino, teso a fare il punto sulla questione della città nella cultura statunitense e canadese oggi. Il workshop si proponeva di capire se e come, al di là delle categorie dell irreale e dell immaginario che la letteratura ha sempre privilegiato nella rappresentazione del paesaggio urbano, quel paesaggio, oggi, si facesse a sua volta luogo privilegiato di rappresentazione, o meglio, della rappresentazione di un nuovo destino del luogo urbano. Gli interventi raccolti in questo volume perfezionano e ancor meglio definiscono i contenuti di quelle prime ipotesi, nel tentativo non tanto di guardare a come l arte abbia in passato rappresentato la città tema su cui esiste una letteratura vasta ed esaustiva ma su come oggi avvenga che le città si fanno rappresentazione, diventando il luogo privilegiato di messa in scena di nuovi sensi del nostro convivere quotidiano: spazi, modelli economici, contesti sociali, linguaggi. I luoghi scelti per esemplificare il modo in cui la città nord-americana oggi tende a farsi discorso sono due città alla frontiera avanzata del

9 prefazione cambiamento urbano, sebbene per ragioni e con modalità differenti e poco assimilabili: Las Vegas e Toronto. I saggi di questo volume aspirano a costituire un argomentazione articolata sulla tendenza dei luoghi urbani in questo inizio di millennio a proporsi, nella loro struttura urbanistica e nella loro articolazione sociale, come modello di ciò che la città del futuro dovrebbe rappresentare. La prima parte di questo lavoro è dedicata a Las Vegas, celebrato tempio dell effimero e del kitsch yankee, ma anche dinamicissima realtà urbana degli Stati Uniti. Città in rapida crescita (in un continente in cui la crescita urbana ha sostanzialmente abdicato allo sprawl della cosiddetta regionalizzazione ), nuova frontiera dell immaginario contemporaneo, Las Vegas ha scelto di rappresentarsi come autorappresentazione, casostudio vivente della trasformazione del concetto di luogo in quello che l antropologo Marc Augé ha definito il non luogo. Sin dalla sua fondazione, avvenuta esattamente 101 anni orsono, Las Vegas ha costituito nel continente americano il luogo altro per antonomasia. Da stazione di transito sulla linea della Union Pacific che collegava i due più importanti centri mormoni dell Ovest americano, Los Angeles e Salt Lake City (la ferrovia era originariamente denominata San Pedro, Los Angeles and Salt Lake Railroad ), Las Vegas ha nel corso di questo suo unico secolo di vita ridisegnato il proprio futuro in destinazione turistica globale, forte oggi di un economia tra le più fiorenti del paese, fondata sulla simulazione, sulla ridefinizione del reale in termini di eccesso. Gli interventi su Las Vegas tentano appunto di individuare e comprendere i termini di questo eccesso urbano, cercando di afferrare l inafferrabile confine che separa la razionalità della città moderna, ampiamente inscritta nella storia di Las Vegas, nel suo incrociare un vernacolo della simulazione che ne ridefinisce fortemente il destino. Le diverse prospettive offerte dalla filosofia ai film studies, dai cultural studies alle suggestioni del Grand Tour letterario sono chiavi di entrata con cui gli studiosi impegnati in questo lavoro hanno cercato di penetrare la complessità di fenomeni che sfuggono ai presupposti delle nostre categorie convenzionali tanto di moderno quanto di post-moderno.

10 prefazione La seconda parte del volume è dedicata a Toronto, città poco presente nell immaginario europeo, eppure ingombrante presenza accentratrice nel panorama urbano del Canada. Città aperta come il modello dello sprawl impone a flussi migratori, economici e mediatici, Toronto rappresenta il mondo ogni quartiere è per struttura urbanistica e sociale una fetta di mondo con una vocazione e un aura prettamente postmoderna. Da sempre Toronto si autorappresenta ed è rappresentata come il centro culturale e finanziario dell intero Canada, ma contende il primato di città letteraria con Montreal. Città senza frontiere apparenti, al crocevia tra cultura atlantica ed Europea, tra l estremo Nord e gli Stati Uniti, si caratterizza ora quale città di tradizione multiculturale. Toronto si proietta verso il futuro come un esperimento riuscito di laboratorio sociale. Gli azzardi architettonici la città sotterranea sempre illuminata a giorno dalle ampie vetrate che la collegano al livello stradale e ai principali edifici del downtown e la composita varietà etnica della sua popolazione la rendono un modello esemplare di luogo urbano nuovo. Città scenografica, che si estende sulla sponda nord del lago Ontario, Toronto diviene sempre più spesso scenario di film che la confondono con la tipica città nordamericana, occultandone le peculiarità e la vocazione eccentrica. I saggi su Toronto esplorano le contraddizioni di una città ancora apparentemente arroccata attorno al modello culturale e letterario angloceltico, ma ormai sempre più aperta e votata ad accogliere l altro: sia esso un nuovo modello sociale esempi di solidarietà comunitaria e di una microeconomia di scambio reciproco non necessariamente monetario nel condominio abitato da immigrati di svariati paesi sia esso un nuovo modello culturale esempi di microeditoria che invadono lo spazio urbano portando letteralmente la poesia sull asfalto delle strade. L incontro fruttuoso fra letteratura, antropologia, sociologia e sguardo postcoloniale ha contribuito negli studi qui presentati a ridefinire l immagine di Toronto come nuova frontiera di una integrazione possibile, reinterpretando l anima di questa città-globale verso cui l Europa comincia a volgere uno sguardo sempre più attento. Proprio questo sguardo, dall Europa verso il Nordamerica, capace di cogliere nuovi modelli urbani nella loro complessità e non più solo nella

11 prefazione loro diversità o totale alterità, è un invito ai lettori specializzati oppure semplicemente curiosi ad avvicinarsi a queste città reali attraverso varie prospettive teoriche, letterarie, cinematografiche ed esperienze individuali che restituiscono immagini vivide di Las Vegas e Toronto. Carmen Concilio e Andrea Carosso

12 PARTE PRIMA LAS VEGAS E LA CULTURA AMERICANA CONTEMPORANEA

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14 Città di frontiera, frontiera della città: Las Vegas nella cultura americana contemporanea andrea carosso Università di Torino A Las Vegas il servizio licenze matrimoniali è aperto 24 ore su 24 ogni venerdì, sabato, domenica e nei giorni festivi. Per una licenza di matrimonio servono 35 dollari, un documento di identità e qualcuno del sesso opposto disposto a condividere l avventura, breve o lunga che sia. Quintessenza di pragmatismo americano, Las Vegas è orgogliosa di una burocrazia snella che trasforma un evento altrove di grande rilievo sociale in una semplice e rapida formalità. Trascorse poche decine di minuti negli uffici comunali, ci si trasferisce poi in una delle innumerevoli cappelle matrimoniali sparse per la città, che in un batter d occhio sanno allestire cerimonie di ogni tipo, da quelle più eccentriche a quelle più tradizionali, con tanto di bouquet, abiti da cerimonia (pronti per l affitto), trasporto in limousine, servizio fotografico e accompagnamento musicale. Per i più romantici non manca mai un sosia di Elvis Presley pronto ad intonare un opportuna Love me tender. Ogni anno a Las Vegas si celebrano circa 120 mila matrimoni (è il numero più alto al mondo, dicono le statistiche, dopo quello di Istanbul) e i matrimoni sono una componente importante di un economia in piena crescita, in una città tradizionalmente identificata come la mecca di trasgressione e vizio. È questa certamente l immagine che a lungo si è associata a questa città e ripresa da decine di film e romanzi, come ad esempio il melodramma della RKO Pictures intitolato Las Vegas Story (1952), storia di una cantante di casinò che sposa un giocatore di professione, per poi innamorarsi di un ufficiale di stanza in una vicina base militare nel deserto del Nevada. Il film ben riassume gli stereotipi di Las Vegas: ricchezza, avidità, violenza; amore appassionato, adulterio, gioco d azzardo. 1 Las Vegas Story, uscito nel momento di massima espansione della città subito dopo la seconda guerra mondiale, insisteva sul luogo comune della

15 andrea carosso città del peccato, metropoli nel deserto abbandonata da Dio, monito sulle conseguenze di quando il destino manifesto dell America viene sovvertito in un buco nero che ne inghiotte l intera teleologia. Nella sequenza iniziale, una voce fuori campo ne esalta vizi e virtù: Eccoci qui, nella Contea di Clark, nel Nevada. A parte chi vi abita, ben pochi altri ne hanno sentito parlare. [Appare sullo schermo una mappa di Las Vegas]. Ma appena si dice Las Vegas, la gente drizza le orecchie; i fortunati mettono mano alle tasche, da dove uscirà il denaro che inevitabilmente verrà perso sui tavoli da gioco, insieme alla moglie dell anno precedente. Ma non è giusto parlare di Las Vegas senza nominare la Contea di Clark, perché sono due cose che vanno mano nella mano. La Clark County a cui allude il narratore è la contea di cui Las Vegas è città principale, intitolata a William Clark, mitico proprietario della San Pedro, Los Angeles and Salt Lake, la società ferroviaria che agli albori del ventesimo secolo cambiò per sempre il destino di questa regione desertica. Prima di Clark, Las Vegas ( campi erbosi, così chiamata dagli esploratori spagnoli che ne apprezzavano l erba rigogliosa, l algaroba, le distese di pioppo nero e i non rari corsi d acqua) era anche nota come ragtown, la città dei pezzenti, con riferimento ai molti che lavoravano nelle numerose miniere di piombo circostanti. Las Vegas, a quel tempo, era anche una stazione di transito del cosiddetto Mormon Trail (la pista dei Mormoni) che collegava i due centri principali di questo gruppo religioso dell ovest americano: Salt Lake City nello Utah e San Bernardino in California. Per molti versi, la Las Vegas di William Clark era il perfetto caso-studio per la tesi della frontiera che Frederick Jackson Turner aveva enunciato nel 1893 e secondo la quale la storia dell America coincideva con la storia della colonizzazione del grande Ovest, una espansione legata alla esistenza di una zona di territorio libero, il suo costante arretramento e la contemporanea avanzata dello stanziamento americano. 2 La ferrovia trasformò radicalmente quello scenario. Las Vegas divenne punto intermedio e stazione di manutenzione della nuova linea ferroviaria e all avvio del servizio regolare nell aprile del 1905 la città si trovò improvvisamente fuori dalla frontiera e nuovo punto di snodo del nascente sistema di trasporto transcontinentale. Un mese dopo l avvio del servizio

16 città di frontiera, frontiera della città passeggeri, la società ferroviaria spianò un area desertica ad ovest della ferrovia e la mise in vendita nel corso di un asta passata alla storia, in cui speculatori arrivati (proprio grazie a quella ferrovia) da tutto il sudovest fecero mambassa di nuovi spazi di insediamento urbano ancora ipotetici ma già assai promettenti. Il 15 maggio 1905, giorno in cui si aprì la vendita all incanto, viene tradizionalmente riconosciuto come la data di nascita di Las Vegas. L atto costitutivo ufficiale della municipalità risale a pochi anni dopo, nel Da punto quasi inesistente lungo la frontiera in espansione a sosta obbligatoria per i viaggiatori che attraversavano il continente Nordamericano, la ferrovia trasformò Las Vegas in punto di passaggio nei lunghi viaggi verso altre destinazioni nord-americane. Pur non ancora una destinazione vera e propria, Las Vegas si era ritagliata un proprio destino, che consisteva appunto nella condizione transitoria della propria posizione geografica intermedia. L asta del cosiddetto Clark townsite del 1905 trasformò lo stanziamento antecedente sul lato opposto della ferrovia e noto come il McWilliams townsite in un istantanea città fantasma. Una foto scattata dall alto nel 1931, in direzione sud-ovest, ne mostra con chiarezza passato e futuro. Quella foto rivela anche quale aspetto avesse la città nell anno (il 1931, appunto, uno dei più severi tra gli anni della Depressione) in cui il gioco d azzardo venne legalizzato un evento epocale per l intera contea. Nel bel mezzo della crisi economica più grave della storia americana, la legalizzazione del gioco d azzardo trasformò Las Vegas in una boom-town di oltre 5000 residenti e distante solo poche miglia da uno dei più ambiziosi e spettacolari progetti ingegneristici che il mondo aveva sino a quel momento conosciuto: il cantiere della Hoover Dam, la colossale diga sul fiume Colorado, che l allora presidente Herbert Hoover aveva voluto per garantire a Los Angeles e a tutto il sud-ovest americano l approvvigionamento di energia necessario al loro sviluppo. Inaugurata nel 1935, la Hoover Dam aveva richiesto l utilizzo di tre milioni di metri cubi di cemento e 4 anni di lavoro da parte di un esercito di 5000 operai. La diga e il conseguente apporto di energia che da essa derivarono trasformarono 9

17 andrea carosso Las Vegas in centro urbano a servizio dell industria turistica che si era nel frattempo sviluppata. Proprio per capitalizzare su questa sempre maggiore popolazione in transito, a Las Vegas si costruì nel 1932 il primo albergo di lusso, l Apache, dotato di tutti i confort che la tecnologia del tempo concedeva: un ascensore e un frigorifero per la conservazione di cibi e bevande. Già nel nome e nell ispirazione l Apache rivelava una precoce tendenza alla tematizzazione del tempo libero e cioè a quella propensione tipicamente moderna a caricare l esperienza di toni ed elementi simbolici e che diventerà il tratto distintivo di questa città. L albergo infatti evocava la tradizione di frontiera di quel wild west che un decennio più tardi avrebbe trovato realizzazione su scala ben più ampia nel primo hotel-resort vero e proprio costruito in questa città, il Last Frontier, inaugurato nel 1942 con annessa una replica in dimensioni reali di un villaggio di frontiera. Il momento più spettacolare della tematizzazione di Las Vegas fu la costruzione del Flamingo Hotel nel 1946, finanziato da uno dei gangster storici di questa città, l ebreo newyorkese Bugsy Siegel, definito da Mario Puzo signore della guerra nel nulla sterminato di alcali e cactus. Siegel amava le donne vistose, i night club e il giardinaggio. Secondo un noto aneddoto locale ripreso nel recente romanzo di James McManus Positively Fifth Street, a trent anni dalla sua morte violenta le rose che Bugsy aveva piantato e che curava personalmente nel giardino del Flamingo fioriscono ogni anno più grandi e di un rosso più intenso, alimentate probabilmente dai cadaveri sepolti sotto quella terra di Filthy Frankie Giannattasio, Big Howie Dennis, and Mad Dog Neville, rivali di Bugsy nel controllo delle ricchezze sterminate di questa città. 3 Oltre che giardiniere, infatti, Siegel fu anche il primo imprenditore a comprendere il potenziale economico (legittimo e illegittimo) della città, intuendo come la posizione desertica di Las Vegas costituisse non uno svantaggio, bensì una risorsa critica (McManus, 42): i turisti, una volta mangiato e bevuto sino alla nausea, non avevano che due alternative, il sesso e il gioco, ben consapevoli del fatto che il sesso è bello, ma il poker dura di più. (McManus, 80) Secondo lo storico Eugene Mohering, il Flamingo di Siegel combinava l ambiente sofisticato di un casinò di Monte Carlo con il lusso esotico 10

18 città di frontiera, frontiera della città di un resort caraibico di Miami Beach e dunque affrancava Las Vegas dal piccolo orizzonte della retorica West, proiettandola in una prospettiva di immagini diversificate che ne avrebbero definito il futuro a venire. 4 Tale diversificazione si intensificò negli anni Cinquanta lungo la Highway 91, l arteria stradale a sud del downtown originario in direzione di Los Angeles, ora universalmente nota come The Strip. Nella più assoluta libertà rispetto a ogni vincolo urbanistico (la Strip non rientrava sotto la giurisdizione della città e quindi non era sottoposta ad alcun regolamento municipale) e in piena sintonia con la nuova etica dell automobile che si stava sviluppando proprio in quegli anni di suburbanizzazione in ogni angolo d America, la Strip sviluppò un vernacolo architettonico allo stesso tempo banale negli stilemi costruttivi ma stravagante nell invenzione di simboli roadside (ovvero, da ciglio stradale ) eretti per attirare clienti per i vari motel, casinò e gli altri stabilimenti turistici. In un libro del 1972 divenuto ormai un classico degli American Studies, Learning from Las Vegas, Robert Venturi e i suoi collaboratori studiano con intelligenza il fenomeno di quell architettura semiotica che fa di questa città non tanto una cattedrale del kitsch (come vorrebbero i suoi detrattori), ma al contrario una vera e propria scuola di postmodernità. La lista nera del 1959 che bandiva dalle case da gioco molte figure illustri del crimine organizzato vicenda splendidamente ricostruita da Martin Scorsese in Casinò e il contemporaneo varo di nuove leggi che regolavano il gioco d azzardo aprirono le porte alla modernizzazione della città che, attraverso gli investimenti istituzionali delle grandi corporation del gioco, si vide trasformata a partire dagli anni Sessanta in una vera e propria mecca dell immaginario. Vennero costruiti complessi alberghieri ispirati a temi esotici, lontani sia nel tempo che nello spazio: il Caesars Palace (che evocava le grandezze della Roma imperiale) nel 1965, lo Aladdin (ispirato alle Mille e una notte) nel 1966, il Circus Circus (aperto nel 1968 con annesso enorme chapiteau) e il Las Vegas Hilton ( il più grande complesso alberghiero del mondo ) nel La legalizzazione del gioco d azzardo in molti stati americani avviata negli anni Ottanta obbligò in tempi recenti la città ad abbandonare definitivamente l immagine di gioco, alcol e sesso a cui era stata da sempre 11

19 andrea carosso associata e ad abbracciare una grandeur di stile hollywoodiano che inaugurò una ulteriore rivoluzione negli stili architettonici, definitivamente consacrandola a capitale contemporanea della simulazione, una Disneyland moltiplicata all infinito in cui una cornucopia di temi ne celebra l immagine odierna di Frontiera del Capitalismo Americano e Capitale Moderna del Tempo Libero. Nella Las Vegas di oggi c è qualche cosa per tutti: vi è possibile il grand tour virtuale per usare la felice definizione di Giovanna Franci in cui Venezia e Parigi incontrano New York, la civiltà egizia incontra il mito di Re Artù, la sofisticazione europea (incarnata nel recente Bellagio) incontra l eccesso hollywoodiano (l MGM Grand). Ma è anche il luogo di ripetizione ed omogeneità infinite, uno skyline di alberghi-grattacielo costruiti in serie che se da un lato non la rende molto dissimile dall orizzonte urbano di una città postsocialista, dall altro ne esalta il principio disneyano dell efficienza, della circolazione infinita e del massimo profitto. La Las Vegas odierna non è una destinazione nel senso logocentrico del termine, non contiene panorami e spazi definiti e immutabili. Le prospettive falsate dei suoi spazi simulati producono versioni diverse dello stesso luogo a seconda di dove cade lo sguardo. Se René Magritte affermava in polemica con le leggi della rappresentazione che una pipa dipinta non è affatto una pipa, che cosa dire allora del Giardino di Babilonia (rappresentazione di un mito asiatico) costruito fuori dal Luxor (riferimento chiaramente nord-africano)? O del Ponte di Rialto che si affaccia su una autostrada ad otto corsie? Ma malgrado i sovvertimenti spaziali e temporali di questo pastiche postmoderno che è l essenza di Las Vegas, i turisti qui finiscono per sapervi ricostruire improbabili unità narrative, rinegoziando all infinito i termini del rapporto tra realtà e simulazione. 5 È impossibile tenere traccia delle enormi trasformazioni che la città subisce anno dopo anno. Con due milioni di abitanti previsti per la fine del 2005, Las Vegas è in continua trasformazione, aggiungendo e distruggendo (nel gergo locale, la demolizione pianificata del vecchio viene definita implosione ) ad una velocità che le guide turistiche risultano, al pari degli elenchi telefonici, inattendibili nel giro di pochi mesi. 6 Come in una trasmissione televisiva, in un film o in un sito della grande rete, a 12

20 città di frontiera, frontiera della città Las Vegas si aggiunge e si toglie (cioè la si sottopone a un costante lavoro di montaggio) secondo modalità che destabilizzano ogni concetto di spazio inteso come fissità. Se la città postmoderna è, per richiamare una nota definizione del filosofo Michel Foucault, una costellazione di siti, 7 analogo della nota scheda a circuiti stampati della metafora pynchoniana sullo sprawl losangelino, 8 allora Las Vegas è senza ombra di dubbio, di questa città postmoderna, la frontiera più estrema, testa di ponte avanzata di una più generale tendenza culturale della società americana 9 e laboratorio per la gestione dello spazio costruito per il resto del pianeta. Gli interventi contenuti in questa sezione del volume contribuiscono a mettere in prospettiva alcuni di questi problemi. note 1. Las Vegas Story è passato alla storia hollywoodiana anche perché fu la causa di una delle più violente battaglie legali della storia del cinema americano, provocata dal rifiuto del produttore, Howard Hughes, di riconoscere nei titoli di testa il nome dello sceneggiatore Paul Jarrico, al tempo nella lista nera hollywoodiana perché sospettato di simpatie comuniste. 2. Frederick Jackson Turner. The significance of the frontier in American history, in The Frontier in American History, New York, Holt, James McManus, Positively Fifth Street: murderers, cheetah s, and Binion s World Series of Poker, New York, Farrar Straus and Giroux, 2003, p Eugene P. Moehring, Resort city in the Sunbelt: Las Vegas, , Reno, University of Nevada Press, 1989, p. 49, corsivi miei. 5. Si vedano ad esempio le fotografie ricordo di Las Vegas pubblicate in molti siti personali di Internet, dove risulta generalizzato il tentativo in queste foto amatoriali di ricostruire la narrativa originaria di ogni singolo resort, esplicitamente evitando la cacofonia del pastiche che è la vera Las Vegas. 6. A proposito dell obsolescenza degli elenchi telefonici di Las Vegas, si veda Mark ottdiener, C.C. Collins, et al., Las Vegas: the social production of an all-american city, Malden, MA, Blackwell, Michel Foucault, Des espaces autres (1967), in Eterotopia. Luoghi e non-luoghi metropolitani, Milano, Mimesis, Thoma Pynchon, The Crying of Lot 49, Neil Postman, Amusing ourselves to death: public discourse in the age of show business, New York, Viking, 1985, p

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22 Il Grand Tour di Las Vegas john paul russo Università di Miami, Florida Nella poesia di Mark Strand Always alcuni personaggi definiti campioni dell oblio siedono attorno al tavolo di una stanza spoglia illuminata soltanto da una lampadina. 1 Si dedicano intensamente a dimenticare sia la cultura sia la natura (se non la natura in sé, almeno quella permeata di umana immaginazione). A mano a mano che le cose vengono dimenticate, esse svaniscono anche dall universo. Scompaiono prima una casa e un uomo in un cortile, poi la luna, la Florida e San Francisco. Il mondo si svuota verso dopo verso: E un attimo dopo era scomparsa la Bulgaria, poi il Giappone. Questione di tempo e non rimarrà più nulla: Quando finirà? chiese uno di loro. È davvero difficile rincorrere il destino di ogni cosa conosciuta, disse un altro. Sì, aggiunse un terzo, e fino all ultima pietra; all immaginazione non resterà che fredda perfezione. Nel finale, uno di questi campioni dell oblio, al culmine del trionfo, guarda fuori dalla finestra e esclama: Non una nuvola, non un albero, roghi di promesse ovunque. La radicata convinzione americana che riecheggia in questi versi di Strand deriva da Emerson (e, in ultima analisi, dal pensiero puritano) passando per Whitman, Emily Dickinson, William James, e Wallace Stevens. Harold Bloom riassume con una formula quest ampia tradizione: Tutto ciò che si può infrangere va infranto. 2 Il mondo deve essere scisso in dati sensoriali irriducibili affinché l individuo lo possa re-immaginare, altrimenti si rimane prigionieri del passato e non si può essere padroni di sé stessi. È questa, secondo Bloom, la tradizione su cui si fondano la 15

23 john paul russo cultura e la letteratura americana, tradizione caratterizzata da un desiderio romantico di immediatezza e dall enfasi sul presente e sul futuro. Emerson, secondo cui l anima tende al progresso, diceva di essere alla ricerca di un rapporto nuovo con la natura; il presidente James K. Polk (pressappoco nello stesso periodo) asseriva che la storia dell America sta nel suo futuro. 3 All orientamento di Emerson si contrappone la tradizione filo-europea di Pound e di Eliot, che trae origine da Longfellow, Charles Eliot Norton, Henry Adams, Henry James e Santayana, tutti alla ricerca di immediatezza e polemici verso i pesanti sedimenti (tecnologici, burocratici, legali e culturali) ai quali si lega la definizione stessa di modernità. Su questo argomento William ed Henry James si trovavano in pieno accordo. Quali estremi rappresentanti della linea di pensiero emersoniana, i campioni dell oblio voltano le spalle a un mondo già immaginato, umanizzato ed esaurito. La loro forza propulsiva è l immaginazione che, nel suo impeto modernista di fredda e calcolata ricerca di perfezione, può cancellare o dis-immaginare, ma anche creare: produce il rogo che al tempo stesso annienta e promette, una promessa condizionata a sua volta dall annientamento. La poesia di Strand esprime un indipendenza ascetica dal passato, uno scrupoloso rifiuto dell allusione, come nella stanza spoglia illuminata da una semplice lampadina. Il titolo Always richiama la perpetua possibilità di rigenerarsi a partire da un ground zero ed evidenzia un positivo ottimismo americano ( promesse ovunque ) in un contesto che potrebbe altrimenti sembrare quello di una tragica scomparsa, la scomparsa di tanta storia e di tanta cultura. L espressione roghi di promesse è stranamente debole dal punto di vista poetico; forse Strand ha inteso affidare a questa locuzione un compito che va al di là della sua semplice formulazione. È una debolezza che mina la fiducia in un futuro utopico o indica, quanto meno, che il futuro è sempre soggetto alle stesse condizioni distruttive che lo producono. In questa breve poesia l atto del dimenticare viene per ben due volte definito arduo o difficile, sebbene i versi apparentemente non lo giustifichino: al contrario, dimenticare appare quasi tanto facile quanto restare inerti. È tardi, i campioni dell oblio sembrano annoiati, scomposti sulle loro sedie; uno di loro sbadiglia. Accadrà anche domani? Ho ascoltato Mark Strand recitare questa poesia: riusciva a far ridere il pubblico, se non 16

24 il grand tour di las vegas per la perdita del mondo, almeno per il modo in cui questa avveniva. È poi vero che le tradizioni, come si suol dire, sono dure a morire? Sembrerebbe al contrario che muoiano facilmente. Uno dei migliori esempi del nostro grande oblio culturale (un dimenticare astioso e aggressivo), con le inevitabili conseguenze che esso infligge alla psiche individuale, si sta verificando a Las Vegas, assurta negli ultimi vent anni a paradigma (architettonico, culturale, semiotico e così via) del modello urbano americano. Qui, in un unico luogo, il visitatore si può imbarcare in quello che Giovanna Franci definisce il Grand Tour virtuale dei mega hotel-casinò a tema: il Bellagio, il Venetian, il Tuscany, il Paris-Las Vegas, il Caesars Palace, il New York, New York, il Mandalay, il Treasure Island e via dicendo. Nel 1999, vi si sono recati 34 milioni di turisti (con un incremento del 10.5 per cento rispetto all anno precedente) e non soltanto per giocare d azzardo, ma per ammirare la fantasmagoria delle nuovissime costruzioni. 4 Nuovissime davvero, perché a Las Vegas l impermanenza è tangibile nel costante processo di abbattimento e ricostruzione dei grandi casinò, come nel Luxor Resort, ad esempio, la cui piramide alta trenta piani non durerà tremila, ma trent anni al massimo. Chi partecipa al Grand Tour virtuale vuole divertimento e storie da raccontare e forse la soddisfazione di aver assaporato ciò che gli era stato promesso dalla pubblicità. Il divertimento, dopo tutto, costituisce una delle più forti determinanti della società contemporanea, perché ad esso si lega il significato stesso del benessere personale. La triste verità è che, a fronte dello sforzo intellettuale richiesto, i più preferiscono fare un Grand Tour a Las Vegas piuttosto che in Europa. Molti dei casinò sono oggi legati ad un tema italiano, dunque appropriato ad un Grand Tour virtuale, in un momento in cui l Italia è diventata, nell immaginario della pubblicità, simbolo di lusso, stile, tempo libero, sessualità e globalizzazione. Appare dunque lecito domandarsi quale sia la reazione di quegli italiani che il Grand Tour Virtuale lo sperimentano in prima persona nel vedere miniaturizzati a Las Vegas città antiche e borghi arroccati: com è noto gli italiani amano il gioco, i varietà e lo spettacolo (e dopo tutto casinò è una parola italiana). Quali sono le loro impressioni quando passeggiano per il Caesars Palace (1966), il precursore degli ho- 17

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