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1 Lida Mantovani IV Nell estate del 28 Lida compí venticinque anni. Una sera, mentre lei e il Benetti sedevano ai loro soliti posti, divisi come sempre dal tavolo e dalla lampada, ad un tratto, con molta semplicità, il legatore le chiese se accon. sentiva a sposarlo. Lida trasalí e lo guardò. Le pareva di vederlo per la prima volta. Soltanto adesso si accorgeva di quegli umidi occhi nerissimi, di quella fronte bianca e alta, chiusa da un arco di capelli color grigio ferro, tagliati corti, a spazzola, come li portano i militari e certi preti. «Chissà quanti anni ha», pensò macchinalmente. «Forse quarantacinque, forse cinquanta, forse piú...» Di colpo fu presa da un senso di angoscia. Voleva rispon. dere, ma non sapeva che cosa. In cerca di aiuto si volse allora verso la madre, che intanto si era avvicinata; ma la smorfia patetica che già piegava la bocca di Maria Mantovani non fece che aumentare la sua confusione. «Cos è che hai?», le gridò rabbiosa, in dialetto. Si sentiva torcere lo stomaco dal disgusto, accecare dall ira. Si alzò di scatto, salí di corsa la rampa interna, uscí sbattendo la porta, discese dall altra parte giú nell atrio. Raggiunta infine la strada, subito alzò gli occhi al cielo. Era un magnifico stellato. Sola, in distanza, si sentiva la musica di una banda. Dalle imposte di una casetta di fronte filtrava un tenue chiarore di luce elettrica. Lida appoggiò le spalle al muro, vi aderí con tutta la schiena, e intanto guardava in alto, al cielo pieno di stelle. Attraverso il muro udiva la voce di Oreste. Egli parlava quietamente alla madre: anche se non riusciva a distinguere le parole che diceva, bastava la sua voce, il suono pacato della sua voce, a persuaderla alla calma, a invitarla dolcemente a rientrare. La passeggiata prima di cena Ancor oggi non è difficile, frugando in certe bottegucce di Ferrara, mettere le mani su cartoline vecchie di almeno cinquant anni. Sono vedute ingiallite dal tempo, macchiate di umidità. Una di queste mostra corso Giovecca, la principale arteria cittadina, come era allora, verso la fine del secolo scorso. Per eseguire il suo lavoro, il fotografo dovette porsi col cavalletto sul marciapiede opposto a quello dove si allineavano, al riparo di grandi tende dai bordi frangiati e svolazzanti, i tavolini e le seggiole di vimini del Gran Caffè Zampori, da anni scomparso. A destra, in ombra a guisa di quinta, si erge lo sperone del Teatro Comunale, mentre la luce la luce dorata di un crepuscolo primaverile è tutta per il lato sinistro del quadro. Da questa parte le costruzioni sono basse, ad un solo piano, col tetto ricoperto da grosse tegole brune, alla base qualche piccolo negozio (si nota una pizzicheria, l antro di un carbonaio, una macelleria equina), misere casupole che nel 30, quando in quel punto fu deciso di costruire l enorme palazzo in travertino romano delle Assicurazioni Generali, vennero rase al suolo senza pietà. Anche corso Giovecca, e intendo il piano stradale che occupa, come un largo fiume visto di scorcio, lo spazio centrale della cartolina, è assai diverso da ora. La pavimentazione attuale è una cosa di lusso, da grande città. Come è adesso, la Giovecca è un lungo, imponente stradone, cosí ampio e pulito da riflettere il colore del cielo. Delle rotaie del tram, delle guide di pietra bianca lungo le quali scorrevano calessi e biciclette, non è, da tempo, rimasta piú traccia. Il ferro delle rotaie chissà dove è andato a finire: inghiottito anche esso, forse, dall ultima guerra. Quanto ai lastroni di pietra delle guide che servivano al traffico dei veicoli due doppie strisce parallele, di fianco alle rotaie del tram, alcuni anni fa furono raccolte in un prato di là dai bastioni e, qui abbandonate, in breve si sono

2 coperte di muschio. La cartolina, dicevamo, è tratta da una fotografia; e, come tale, essa dà conto, oltre che dell aspetto di corso Giovecca verso la fine del secolo XIX (una grossa carraia, irta di ciottoli e ineguale nel fondo come il letto di un torrente: ed è forse perciò che la nostra Main Street appare, nella cartolina, molto piú affollata e movimentata di quanto non sembri ora), della vita che, nell attimo in cui il fotografo fece scattare l obiettivo, si svolgeva per tutto lo sviluppo del corso: dall angolo del Caffè Zampori, sulla destra, a pochi metri dal punto dove era piazzato il cavalletto, fino laggiú, dove i lunghi raggi del sole pomeridiano pongono in risalto la lontana, rosea fronte della Prospettiva settecentesca di là dalla quale, invisibile a chi guarda, non c è piú che la ripa verde delle Mura. Elemento trascurabile di quella vita di cui, ora, non resta pressoché alcun ricordo (il quadro è gremito di particolari soltanto in primo piano: il garzone di una barbieria che si affaccia sulla soglia della bottega a stuzzicarsi i denti; un cane che annusa il marciapiede chiazze di sangue rappreso, probabilmente davanti all ingresso della macelleria equina; uno scolaretto che traversa correndo il crocicchio; un signore di mezza età, in redingote e bombetta, che scosta col braccio alzato la tenda a difesa dell interno del Caffè Zampori; un bellissimo tiro a quattro, forse quello dei duchi Costabili, da pochi mesi ritiratisi in provincia da Roma, che viene avanti e si appresta ad affrontare al gran trotto, alle spalle del fotografo, la cosiddetta Salita del Castello; mentre, man mano che ci si spinge con l occhio lungo corso Giovecca, persone e cose perdono forma e rilievo, avvolte in una specie di pulviscolo luminoso): elemento trascurabile, dunque, del quadro offerto dalla principale arteria della nostra città in un imprecisato crepuscolo di maggio sul finire del secolo scorso, una ragazza di circa vent anni, proprio nell attimo in cui il fotografo faceva scattare l obiettivo, e fuori, com è naturale, della portata di esso, si allontanava per corso Giovecca lungo il marciapiede di sinistra, camminando sveltamente verso l indistinta periferia cittadina. Cominciava quel tratto del giorno che precede l ora della cena. È un momento delizioso, questo, quando l aria rinfresca e i nervi si distendono: nel quale la popolazione della città, rappresentata nei piú vari strati sociali, è solita da tempo immemorabile uscire dalle case e dagli uffici e passeggiare su e giú, finché non si accendano i lampioni, lungo gli ampi marciapiedi di corso Giovecca. Per tale ragione per la quantità e la varietà dei passanti c è da pensare che la nostra ragazza, anche se fosse stata inseguita a distanza ravvicinata da uno sguardo meno indifferente di un obiettivo fotografico, avrebbe durato una certa fatica a farsi distinguere. Niente, nella sua figura, dava nell occhio in modo particolare, si elevava al disopra della piú modesta mediocrità. Non si trattava insomma di una bellezza capace di farsi notare, nell ora della maggiore animazione, in una strada di qualche importanza; di una di quelle giovani donne, voglio dire, che per la ricercata eleganza dell abito e dell acconciatura, per la maestosa languidezza del passo, potessero far convergere su di sé gli sguardi ammirati della gente. Tutt altro. Fotografata in un gruppo (come, del resto, confusa tra medici in camice bianco, e infermiere in camice grigio, ella era apparsa a se stessa nella fotografia-ricordo che, avvolta in un foglio di carta da pacchi, e stretta sul petto, proprio ora recava a casa dall ospedale), il suo viso tendeva a sparire, non era che un piccolo ovale sfuocato. Il viso di Gemma Brondi questo il nome, comunissimo a Ferrara e nel contado, della giovane infermiera era dunque come ce n è tanti, né bello né brutto: reso, se possibile, ancora piú comune e insignificante dal fatto che alle ragazze del suo ceto, a quei tempi, non era permesso l uso del rossetto, del belletto, della cipria, insomma di tutti quegli accorgimenti di cui oggi anche l ultima delle infermiere che lavora nel nostro moderno Arcispedale Comunale sorto, negli anni tra il 20 e il 30, in fondo a corso Giovecca, non manca, finito il suo turno e prima di uscire, di servirsi talora con raffinatezza. I capelli castani di Gemma Brondi, raccolti sulla nuca in nodo voluminoso, scoprivano una fronte con. vessa, troppo massiccia, una fronte forte e ossuta da

3 contadina che contrastava, magari non sgradevolmente, con la mollezza della bocca. Negli occhi, dello stesso colore dei capelli, dove il raggio della gioventú brillava solo di rado, e quasi di soppiatto, si notava prevalente un espressione spaurita, malinconica, non troppo diversa da quella, piena di pazienza e dolcezza, degli sguardi di certi animali domestici. In realtà nemmeno il camice grigio, una specie di rozzo grembiale che, stretto alla vita, dava invece risalto alla grossezza e alla prominenza del seno, la difendeva abbastanza, riusciva a cancellarla come forse avrebbe desiderato. Ma a questo proposito il passo, ora lento ora affrettato, con cui ella si teneva al basso muretto di divisione che fiancheggiava dal lato sinistro l ultimo tratto della Giovecca, sembrava parlare per lei. Il suo corpo procace e tozzo sul quale, cinto da un piccolo nastro di velluto nero, si levava un collo esile, quasi gracile, doveva darle un vago senso d imbarazzo, come di vergogna. Resta ora da accennare a quelli che in quel momento potevano essere i pensieri di una ragazza come Gemma Brondi, apprendista infermiera presso l Ospedale Comunale di Ferrara piú di mezzo secolo fa; pensieri o, meglio che pensieri, sensazioni indeterminate, appena affioranti alla coscienza, che al contrario dell antico volto di corso Giovecca, tramandatoci fedelmente da una semplice cartolina, non hanno lasciato dietro di sé nessunissima traccia. Eppure, ove si osservi con un po di attenzione l aspetto generale di corso Giovecca, in quel punto del giorno e della sua storia; se si bada all effetto complessivo di felicità, di speranza, corroborato dallo sbattere allegro delle tende davanti al Caffè Zampori, che dà, visto dalla spalletta che cinge la Fossa del Castello, lo sperone nerastro del Teatro Comunale quasi prora che avanzi, festosa, verso il futuro e la libertà : non ci si può sottrarre all impressione che qualcosa delle fantasie di una ragazza di vent anni, diretta verso casa dopo una giornata di lavoro, sia rimasto registrato nel quadro che abbiamo sotto gli occhi, anche se poi questo quadro medesimo non abbia conservato nulla della sua persona fisica. Fatto si è che dopo una giornata passata nei tristi cameroni dell ex convento nei quali, subito dopo l unificazione del Regno, l Ospedale Comunale aveva trovato provvisoria e inadeguata sistemazione, era, si può arguirlo, con una specie di avidità sensuale che Gemma Brondi si estraniava dal mondo attraverso cui, attirando l attenzione di tutti, era passata testè in carrozza la duchessa Costabili. Perduta nei propri sogni, abbandonandosi senza riserve alle proprie fantasticherie adolescenti, ella camminava senza vedere nulla, è la parola; tanto è vero che, giunta all altezza della Prospettiva, quando, come era solita fare ogni sera, alzò meccanicamente gli occhi ai tre rosei fornici dell interrompimento architettonico, una frase che fu sussurrata al suo orecchio («Buona sera, signorina», o qualcosa di simile) la trovò impreparata, senza difesa, pronta soltanto ad arrossire e impallidire alternativamente, a guardarsi intorno spaurita come in cerca di scampo. «Buona sera, signorina», aveva sussurrato la voce, «permette che l accompagni?» La frase fu questa o, come si diceva, pressapoco questa. Quale fosse stata esattamente, nessuno dei due, né Gemma Brondi né la persona che l aveva pronunciata, avrebbero saputo dire. E chi altro, se non essi, avrebbe potuto raccoglierla, nonché ricordarla? Proprio in quel momento da una chiesa lí vicino, la chiesa di Sant Andrea, avevano cominciato a suonare le campane a distesa; campane che al fotografo, curvo sul marciapiede dall altro capo del corso, e intento a riporre macchina e cavalletto, giungevano smorzate, come soffiate dall aria piú fresca, a dirgli che almeno per quel giorno il suo lavoro era terminato. Chi aveva parlato, chi, ora, mentre il mattone rossastro della Prospettiva si spegneva e raffreddava lentamente sopra le loro teste, tratteneva Gemma Brondi in una conversazione che sforzava gli occhi di lei ad evitare quelli pungenti e nerissimi del suo interlocutore, era un giovanotto dall apparente età di trent anni, vestito di scuro, con tutte e due le mani appoggiate al manubrio di una pesante bicicletta Triumph, un giovanotto dal volto emaciato sul quale spiccavano le lenti cerchiate d oro, a stanghetta, e

4 i baffi, spioventi attorno alla bocca, dello stesso colore degli occhi. Ma a questo punto, percorrendo di volo il cammino lungo il quale i due giovani, lui conducendo la bicicletta a mano, tra qualche istante si avvieranno, trasferiamoci a poca distanza di lí, e precisamente nell interno di una bassa casa a due piani nella quale la famiglia Brondi, una famiglia di contadini di città, vive da diverse generazioni. La casa, una specie di fattoria, è posta a ridosso dei bastioni, separata da questi dalla stradetta polverosa che segue passo passo tutto lo sviluppo delle mura urbane, e in cui, svoltando bruscamente una cinquantina di metri oltre la Prospettiva, corso Giovecca va a finire. È ormai quasi notte. Nelle stanze a terreno, che per l imminenza dello spalto erboso dei bastioni prendono luce soltanto dalle finestre posteriori, aperte sulla distesa degli orti, hanno acceso la luce proprio adesso. Gli ultimi anni di Clelia Trotti III Un bel giorno la porta della casa di via Fondo Banchetto si aprí senza che il vano venisse subito ostruito dalla tozza figura della signora Codecà. Era naturale, in fondo ovvio, che a lungo andare succedesse questo. In ogni favola che si rispetti (potevano essere le tre, tre e mezzo del pomeriggio: c era sul serio qualcosa di irreale nel silenzio della contrada affatto deserta), è raro che la vicenda non si concluda con la sparizione o la metamorfosi del Mostro. D un tratto l incantesimo si era spezzato, la signora Codecà era scomparsa. Ebbene chi poteva essere, se non Clelia Trotti, la persona venuta ad aprire in sua vece? Certo era lei, non poteva esser che lei si diceva Bruno la donnetta risecchita e trasandata, la specie di beghina di cui parlava la gente. Per sincerarsene, bastava guardarle gli occhi. Erano ancora gli occhi, stupendi, della bella fanciulla emula di Anna Kuliscioff, dell impetuosa eroina della classe operaia che l on. Bottecchiari aveva amato da giovane... Spogliatasi della buccia del drago, restituita per miracolo alle sue vere fattezze, anche Clelia Trotti, dunque, come le principesse delle favole, sorrideva dolcemente dello stupore e sorriso e stupore erano del pari d obbligo, di maniera che si esprimeva dal volto del giovane sconosciuto, fermo sul ciottolato davanti alla sua porta. A questo punto sarebbe stato sufficiente un: «Entri, si accomodi, so già perché Lei viene qui»: e la favola, col piccolo uscio che misteriosamente si richiudeva alle loro spalle, contro la quiete ovattata di via Fondo Banchetto, avrebbe avuto un compimento esatto, impeccabile. E invece no, la frase non fu detta. Come a significare che il sorriso, quel dolce sorriso in certo modo smentito, del resto, dall indagine di un acuto sguardo azzurrino, era di pura gentilezza e niente altro. Un sorriso interrogativo; gentile, ma che esigeva risposta. Improvvisamente Bruno comprese. Non soltanto la signora Codecà, ma nemmeno Rovigatti aveva mai fatto il suo nome! Occorse perciò, attraverso la soglia ancora vietata, dire nome e cognome: «Bruno» e «Lattes», in tutte sillabe. Fu adesso il viso di Clelia Trotti a esprimere stupore autentico stupore, il suo, e abbandono fidente, mentre la punta indagatrice dell iride chiara veniva come sommersa da un onda di tristezza generosa. Comunque, tanto bastò perché la favola si compisse in ben altro modo: sfumando cioè nel vero; e la realtà, la realtà nuda, cominciasse a ritrovare le dimensioni a lei proprie. «Bada che è sorvegliata», aveva detto l on. Bottecchiari, abbassando la voce come se temesse di essere udito perfino dall aria. Era alla polizia, all O.V.R.A., che egli intendeva riferirsi. Ma una volta di piú le cose, a guardarle da vicino, risultarono subito diverse. «Venga, che andiamo a parlare nel tinello», sussurrò in un soffio la vecchia maestra, dopo aver fatto passare Bruno nell andito d ingresso. Ora lo precedeva in punta di piedi, lungo un buio corridoietto umidiccio. E cosí, mentre le andava dietro, cercando anche egli di non far rumore, e intanto la guardava muoversi con tutta la circospezione di cui era capace, di nuovo fu facile per Bruno indovinare. Se Clelia Trotti era sorvegliata, era sorvegliata soprattutto in casa, non fuori. Erano la signora Codecà e suo marito (lui cassiere alla Cassa Agricola, la roccaforte della

5 borghesia agraria cittadina, lei insegnante elementare di ruolo, in pieno stato di servizio) i piú veri carcerieri di Clelia Trotti. E la polizia? La polizia, certo, sapeva perfettamente quel che faceva. Abbandonando la sessantenne «ammonita» al controllo domestico dei due degni coniugi persone, costoro, evidentemente di troppo buon senso per tollerare che l incomoda ospite ricevesse visite sospette, l O.V.R.A. poteva limitarsi a farsi viva ogni tanto; e per il resto, davvero, dormire sonni tranquilli. Entrarono nel tinello a pianterreno. Bruno si guardò intorno. Era qui che Clelia Trotti passava gran parte delle sue giornate, sfiatandosi a far lezione ai bambini e ai ragazzetti del vicinato. Era questa la sua prigione. I mobili di legno scialbo, dozzinali, ma non senza qualche ridicola pretesa; la coperta verde, macchiata d inchiostro, stesa a riparo del tavolo centrale; il lampadario di finto vetro di Murano; il diploma di ragioniere con sopra scritto a caratteri gotici il nome del padrone di casa, Evaristo Codecà, appeso a una parete fra miseri quadrucci di paesaggi alpestri e marini; la pendola, anch essa di legno chiaro, dal tic-tac secco e sonoro, incombente come un avviso minaccioso; persino il raggio di sole invernale che, dall unica finestra aperta sull orticello retrostante, filtrava di traverso nella stanza, facendo ardere crudamente una testa di cavallo color sangue rappreso, dipinta a olio sopra un cuscino del divano: in quel fondo di pozzo, in quella specie di tana malfida, ogni cosa parlava a Bruno di noia, di accidia, di lunghi anni di gretta, ingloriosa segregazione e di oblio. E là, dall altro lato del tavolo, pur insistendo a sorridere di sé, di Bruno, e di tutto il resto (chiedeva scusa, anche, chiedeva un po d indulgenza!), la vecchia rivoluzionaria che aveva visto coi suoi occhi Anna Kuliscioff e Andrea Costa, che aveva discusso di socialismo con Filippo Turati, con Giacomo Matteotti e con Massarenti, l apostolo di Molinella, e aveva avuto una parte importante nella famosa Settimana Rossa di Romagna, del 13, ridotta a parlare a voce soffocata, un bisbiglio appena intelligibile, levando ogni tanto gli occhi in alto, al soffitto, quasi a indicare che di lassú, dal piano superiore, la sorella o il cognato potevano scendere da un momento all altro a interromperli, oppure sostando in silenzio, con una mano aperta e tesa a mezz aria e l indice dell altra alle labbra (la pendola suonò, rocamente, durante uno di tali silenzi: e insieme veniva dall orto un sommesso chioccolio di galline), proprio come una scolaretta paurosa di essere colta in fallo! La realtà era questa pensava Bruno, inutile illudersi! E allora, tutto sommato, allora valeva davvero la pena essersi condotti nei riguardi della vita sempre in modo cosí diverso da come si era condotto l on. Bottecchiari, se la tabe comune, il tempo che fiacca e stravolge ogni cosa, aveva potuto ugualmente portare tanto avanti l opera sua corrompitrice e disgregatrice? Clelia Trotti non si era mai piegata, aveva sempre serbato purissima la propria anima; l on. Bottecchiari, invece, sebbene non avesse mai accettato la tessera del Fascio, si era inserito pienamente nella società dei suoi anni maturi, giungendo addirittura a far parte del consiglio di amministrazione della Cassa Agricola, e ciò senza che alcuno se ne lamentasse o scandalizzasse. Ebbene, considerando i risultati, chi dei due aveva avuto ragione nella vita? E che cosa era mai venuto a fare lui, Bruno, arrivando tardi, irrimediabilmente ultimo, se non, appunto, per rendersi conto che il mondo migliore, la società piú onesta e piú civile di cui Clelia Trotti era una prova e un relitto insieme, non sarebbero piú ritornati? Egli la guardava, la celebre socialista, la pietosa prigioniera, e non riusciva a staccare gli occhi dalla riga scura appena visibile che segnava torno torno, poco piú giú dei bianchi capelli raccolti a nodo sulla nuca, il collo magro e rugoso di lei. Quale aiuto si diceva, fissando crudelmente quel povero collo mal lavato, quale protezione, quale segno utile di solidarietà, quale effettiva speranza di redenzione poteva egli attendersi da Clelia Trotti, da Rovigatti, e dalle altre umili amicizie del genere di Rovigatti che la maestra continuava sicuramente a coltivare di nascosto? Bisognava levarsi al piú presto di lí, sottrarsi immediatamente a quel colloquio grottesco! Ma a parte ciò: perché non avrebbe dato ascolto

6 una buona volta a quanto da tempo gli raccomandava suo padre, il quale, dal settembre del 38, non aveva mai cessato di esortarlo ad andarsene da Ferrara per trasferirsi in «Erez», come si era abituato subito a dire, o negli Stati Uniti, o nell America del Sud? Perché finalmente non dargli retta? continuava a chiedersi Bruno. Lui era giovane, insisteva suo padre, aveva l intera vita davanti a sé. Doveva emigrare, mettere radici altrove. Se voleva, c era ancora modo. Fino all estate prossima, l Italia non sarebbe entrata in guerra, e a un ebreo discriminato il passaporto non lo rifiutavano certamente. Volevano scommettere? La discriminazione, che lui disprezzava tanto, per avere il passaporto sarebbe tornata utilissima... «Lei mi deve scusare», diceva frattanto Clelia Trotti piú che mai sottovoce, «ma questa casa è mia per modo di dire. Anzi, non lo è affatto. Mia sorella e mio cognato», aggiunse, con gli occhi azzurri che tornavano di nuovo a esprimere, fissi in quelli di Bruno, la gioia di potersi confidare e la certezza di non sbagliarsi ad aver fiducia in lui, «mia sorella e mio cognato che, da quando tornai dal confino, e cioè ormai da parecchi anni, mi hanno presa qui con loro, si sono messi in testa di impedirmi» e rideva, ora, tentennando il capo divertita «di commettere altre sciocchezze. Mi sorvegliano, mettono il naso in tutto quello che faccio, pretendono che rincasi prima del buio con almeno due ore di anticipo. Peggio, creda, che se fossi una bambina! Certo mi rendo conto: per della gente che non la pensa come noi... che anzi ha un idea della politica completamente diversa dalla nostra... buona gente, sa, d altra parte, due veri cuor d oro... mi rendo conto che comportarsi come essi si comportano nei miei riguardi possa sembrare una specie di diritto. Lo fanno per il mio bene, dicono; e sarà. Ma intanto» qui ebbe una breve smorfia piena di stanchezza, con lo sguardo che d improvviso si era fatto serio, quasi severo «intanto quale noia!» «È sua sorella la signora che viene sempre ad aprire la porta?» «Sí, appunto, ma perché?», fece la maestra, allarmata. «Forse vuole dire che non è la prima volta che viene qui in cerca di me, non è vero? Oh, poverino!», e congiunse le piccole mani ossute, con l indice e il medio della destra macchiati di nicotina; «chissà quante volte Giovanna le ha fatto fare la strada per niente!» «Una volta mi diceva una cosa, una volta un altra. Erano scuse, lo capivo benissimo. Ma non potevo supporre che Lei non fosse in qualche modo al corrente. E allora...» «Oh poverino!», ripeté Clelia Trotti. «E io che parlavo di diritto! Ma mi sentiranno, questa volta, giuro che mi sentiranno! Poco, posso capire; ma quello che è troppo è troppo!» Rimase qualche istante in silenzio, come meditando sulla gravità dell arbitrio perpetrato nei suoi confronti e sulle misure che avrebbe preso per far valere le proprie ragioni. Ma insieme, si vedeva, insieme pensava anche ad altro. E doveva esser qualcosa che, suo malgrado, le faceva un certo piacere. «Ma senta: come ha fatto a trovare il mio indirizzo? Non le sarà stato facile procurarselo, immagino». «Nel novembre scorso andai dall avvocato Bottecchiari», fece Bruno, guardando altrove. E poiché ella non replicava: «L avvocato Bottecchiari», soggiunse, «è un nostro vecchio amico di famiglia. Contavo che sapesse indirizzarmi; invece non seppe, o non volle, dirmi niente di preciso. Mi consigliò tuttavia di rivolgermi a Rovigatti, Cesare Rovigatti, quel ciabattino, sa?, che ha la bottega a due passi di qui, in piazza Santa Maria in Vado. Fortunatamente lo conoscevo benissimo, e...» «Il nostro Cesarino, sí. Tanto caro. Però non riesco a capire come mai... Avrebbe pur potuto parlarmi di Lei! Lo vede? Per una ragione o per l altra, non c è nessuno che non si creda in dovere di assumere nei miei riguardi le piú strambe iniziative. E viceversa non comprendono che con questo sistema, creandomi a poco a poco il deserto attorno, è come se mi togliessero l aria per respirare. Meglio la galera, allora!» C era stanchezza, disgusto, disperazione, nel tono di voce con cui aveva pronunciato le ultime parole. Bruno la guardò in viso. Ma i suoi occhi intensamente azzurri, fermi e asciutti sotto le grige sopracciglia aggrottate, erano pieni di speranza. Come se di tutto e di tutti ella dubitasse, eccetto che di lui. D un tratto la porta fu aperta.

7 Qualcuno si affacciò: era la signora Codecà. «C è qualcuno?», aveva chiesto la nota voce odiosa, prima ancora che la testa color pepe e sale si sporgesse a curiosare. Lo sguardo diffidente della signora Codecà si scontrò con quello di Bruno. «Ah», disse poi, fredda. «Non sapevo che avessi visite». «Oh, è un amico! Il signor Lattes», si affrettò a spiegare Clelia Trotti, agitata, «Bruno Lattes!» «Piacere tanto», fece la signora Codecà, senza avanzare di un passo. «Finalmente l ha trovata, eh?», soggiunse con un sorriso acido, rivolta a Bruno ma senza guardarlo. Si trasse un poco in disparte, e allora, dal buio del corridoio, venne fuori con l aria spaventata un bambinello di otto o nove anni. Indossava un grembiulino nero, attraversato sul petto da tre righe orizzontali bianche. «Vieni pure avanti», lo incoraggiò la signora Codecà. E poi, alla sorella: «Non ti preoccupare. Il signor Lattes lo accompagno io». Quando stettero di nuovo come sempre erano stati, lei bloccando con la massiccia persona l ingresso, e Bruno, dai sassi della strada, a guardarla di sotto in su: «Non so se mia sorella si è ricordata di parlargliene», cominciò la Codecà, «ma dopo domani al piú tardi deve assentarsi veramente. Un viaggio, sí, e credo piuttosto lungo. Quanto durerà? Mah, qualche settimana... forse qualche mese... Insomma per il momento è inutile, dia retta a me, che Lei torni a farle visita. Per il momento è proprio inutile. Faccia il favore, signor Lattes, sia bravo! Lo dico anche per il Suo bene...» Parlava, e l espressione del suo viso si faceva sempre meno dura, la sua voce sempre piú incerta. Sottolineò le ultime parole con uno sguardo accorato, supplichevole. Infine, mentre si ritirava e chiudeva lentamente la porta in faccia a Bruno, aggiunse in un bisbiglio: «Siamo sorvegliati, non lo sa?» Quella notte stessa, rincasando tardissimo come sempre, e senza nemmeno aver telefonato, verso le otto, che non l aspettassero a cena, Bruno fu sorpreso per istrada dalla neve. (La sera l aveva passata dapprima in un cinematografo, e poi, seduto a fianco del bigliardo nella veste di occasionale, volon. tario marcatore di punti, in un bar di fuori Porta Reno). In principio fu una specie di minuto polverio, mulinante leggero attorno ai lampioni. Ma in via Madama, mentre cercava di infilare la chiave nella serratura del portone, la neve era già diventata fitta e pesante. La sentí, chinandosi, bagnargli il volto. Intanto, pur continuando ad armeggiare con la chiave (causa l oscurità, tutte le volte impiegava molto tempo ad aprire), tendeva l orecchio per contare le ore che in quel momento avevano cominciato a battere all orologio del Castello. Una, due, tre, quattro. Le quattro. Ma non per questo, pensava, suo padre doveva essersi deciso a spegnere la luce e a dormire. Come al solito, la luce l avrebbe spenta non prima di averlo sentito passare a tentoni e in punta di piedi davanti alla porta della camera da letto, non prima di avergli fatto capire, tossendo e borbottando, che era stato sveglio e in ansia per lui fino a quell ora. Le labbra gli si piegarono in una smorfia di insofferenza. Meglio cosí. Quella notte non aveva davvero voglia di rifare la vecchia, stupida commedia del buio e dei passi in punta di piedi. Se suo padre non dormiva, sarebbe entrato senz altro in camera sua. Sapeva già di che cosa gli avrebbe parlato. Senonché, appena fu nell atrio in fondo al quale, attraverso la cancellata, si intravedevano le nere piante del giardino, prima ancora di accendere il lume delle scale si accorse di un poco di luce che filtrava dalla porta della stanza a pianterreno dove aveva sistemato il suo studio. Si accostò. Piano piano aperse l uscio. Suo padre era là, seduto nella poltrona di velluto verde a lato del tavolo, che dormiva con la testa reclinata sulla spalla e avvolto in un plaid. Dalle sue ginocchia, un giornale aperto era mezzo scivolato sul pavimento. Penetrò nello studio senza far rumore, addossandosi alla parete di fianco alla porta. Non aveva mai fatto cosí tardi, è vero si diceva. Forse per questo, non risolvendosi a spegnere la luce, né riuscendo, d altra parte, ad aspettare piú oltre disteso, forse per questo suo padre aveva deciso a un certo punto di alzarsi dal letto e di scendere cosí, in camicia da notte e ciabatte, al piano inferiore. Chissà: magari gli era venuto anche in mente di approfittare dell occasione per discutere

8 a fondo con lui la faccenda del suo trasferimento in Palestina o in America, a proposito della quale, ogni volta che aveva cercato di intavolarla, si era sempre sentito rispondere con freddezza; e perciò, prevedendo e temendo un litigio, che avrebbe certo svegliato la mamma, provocandone l atterrito e lacrimoso intervento dalla camera attigua, aveva pensato che gli convenisse attenderlo giú nello studio, dove avrebbero potuto parlare e gridare finché volevano, senza paura di disturbare nessuno. Si mosse in punta di piedi, sogghignando. E stava già per toccare la mano sinistra del dormente che si era abbandonata come morta sul giornale spiegato (la destra, a cui la fronte si appoggiava, si era disposta d istinto in modo da difendere le palpebre socchiuse dalla luce della lampada da tavolo), quando qualcosa, una sensazione improvvisa, quasi una fitta di dolore fisico, gli interruppe il gesto a mezzo. Rimase dunque cosí, con la mano tesa che quasi toccava quella cerea del padre, guardando intensamente la tempia magra di lui, una tempia fragile, piú cartilagine che osso, di uomo deluso, di uomo fallito (dal settembre del 38 era passato poco piú di un anno: ma era bastato per fare dell avvocato Lattes un vecchio ebreo del ghetto!), e quei capelli bianchi, bianchi e leggeri come piuma, che avevano la stessa leggerezza e bianchezza di altri capelli i capelli di Clelia Trotti. Quanto tempo ancora sarebbe vissuto suo padre? Quanto tempo ancora sarebbe vissuta Clelia Trotti? Sarebbero riusciti a vedere, prima di morire, la fine della tragedia che stava sconvolgendo il mondo? Benché finiti, benché prossimi alla morte, né l uno né l altra smettevano ancora di sognare, ciascuno a suo modo, la libertà. Dal suo carcere di via Fondo Banchetto Clelia Trotti sognava la rinascita del socialismo mercè l immissione nelle stanche vene del Partito del sangue dei giovani come Bruno (glielo aveva letto negli occhi: ed era quanto lui stesso si era proposto di offrirle, in fondo!). L avvocato Lattes, dal ghetto di via Madama dove, con dolorosa voluttà, deliberatamente si era rinchiuso (l avevano espulso perfino dal Circolo dei Commercianti: e adesso stava sempre in casa, consumando il tempo a leggere i giornali e ad ascoltare radio Londra), l avvocato Lattes non cessava un momento, pur lasciandosi andare come faceva, di fantasticare sulla «brillante carriera» che, bastava solo che volesse, attendeva sicuramente il figliolo in America o in «Erez». E lui, Bruno, che cosa avrebbe fatto? Sarebbe rimasto? Sarebbe partito? Suo padre si illudeva sul valore effettivo della discriminazione: il passaporto, anche richiedendolo, non sarebbe stato possibile ottenerlo. Quanto alla guerra, oh, essa era appena cominciata, sarebbe durata chissà quanti anni, né si poteva in alcun modo prevedere come sarebbe finita. No, l alternativa fra restare e partire non sussisteva. Non c era che una via sola: quella che portava tutti, nessuno escluso, incontro a un futuro inevitabile. E allora, se la tagliola era ormai scattata e ogni evasione impossibile, allora tanto valeva tirare avanti per la strada già imboccata, partecipando volon. terosamente, non fosse altro che per pietà e umiltà, ai sogni solitari, ai disperati passatempi, ai tristi, miserabili sogni da carcerati dei propri compagni di viaggio. Sempre in punta di piedi andò alla finestra, scostando appena i battenti. La neve continuava a cadere. Fra qualche ora sarebbe stata alta, avrebbe steso su tutta la città, prigione e ghetto comune, il suo silenzio opprimente. Una notte del 43 III Chi non ricorda, a Ferrara, la notte del 15 dicembre 1943? Chi potrà mai dimenticare, finché avrà vita, le lentissime ore di quella notte? Fu una veglia angosciosa, interminabile, per tutti; con gli occhi che bruciavano fissi a scrutare attraverso le fessure delle persiane le vie immerse nel buio dell oscuramento; col cuore che sobbalzava ogni minuto al crepitio delle mitragliatrici, o al passaggio repentino, anche piú fragoroso, dei camion carichi di uomini armati. A noi la morte non ci fa paura Viva la morte e viva il cimitero... cantavano invisibili nel buio, passando lungo le strade

9 deserte, gli uomini dei camion. Era un canto cadenzato ma non marziale: disperato anche esso. L annuncio dell assassinio del Console Bolognesi, l ex Segretario Federale lo stesso che dal settembre, dopo la parentesi del periodo badogliano, era stato chiamato a riorganizzare la Federazione in qualità di Reggente, si era diffuso in città nel primo pomeriggio del giorno 15. La radio poco piú tardi aveva dato i particolari: la Topolino ritrovata lungo una strada di campagna, nei pressi di Copparo, lo sportello di sinistra aperto; il capo della vittima reclinato sul volante, «come se dormisse»; il «classico» colpo alla nuca, «piú rivelatore di una firma»; e lo sdegno, «l ondata irrefrenabile di sdegno», che la notizia, appena comunicata, aveva destato a Verona, in seno all Assemblea Costituente della Repubblica Sociale, adunata in Castelvecchio. Verso sera, anzi (una sera livida, i suoni attutiti dalla nebbia e dalla neve caduta a intermittenze durante l intera giornata, nessuno per le strade, la gente costretta nelle case dal coprifuoco decretato per le cinque), si era potuta ascoltare, sempre alla radio, una registrazione diretta della seduta veronese. Una voce sottile, penetrante il grido rabbioso e lamentoso di un bambino, d un tratto aveva soverchiato quella bassa, accorata di colui che, dopo aver dato comunicazione della morte del Console Bolognesi, ne stava tessendo l elogio funebre. «Tutti a Ferrara!», fu udito gridare, distintamente. «Vendichiamo il camerata Bolognesi!» Si erano appena richiuse le radio, ci si stava a guardare l un l altro spauriti, che già da fuori, dai vetri delle finestre che avevano cominciato a tremare, si annunciava il rotolio sordo dei motori di lontani autocarri in avvicinamento e il ta-ta-ta lacerante delle prime sventagliate di mitra. Ed era già notte, fuori, era scaduta da un pezzo l ora del coprifuoco. Nessuno andò a letto, nessuno dormí. Non ci fu borghese di Ferrara neppure tra quelli che per il passato loro conformismo nei riguardi del regime caduto il 25 luglio scorso avevano accolto con minore apprensione il ritorno del Fascio il quale non temesse di vedere invasa da un momento all altro la propria casa. (Qualcuno, piú pavido, arrivò al punto di farsi rinchiudere in uno sgabuzzino segreto, con tanto di armadio o cassettone accostati a dissimulare il pertugio d ingresso). Ma anche nelle case borghesi, in genere, si parlò e si discusse come mai: nelle lunghe pause concesse da un bridge o da un poker che soltanto il desiderio di mentire a se stessi e agli altri la propria angoscia, e la necessità, comunque, che il tempo trascorresse piú rapido, avevano consigliato di avviare; oppure seduti senza far nulla sotto la luce del lampadario centrale, attorno a quei medesimi tavoli da pranzo dove, a una certa ora, si era tentato vanamente di cenare come le altre sere, e che poi erano rimasti cosí, mezzo sparecchiati, le tovaglie sparse di briciole e ingombre di piatti sporchi. Cosa stava accadendo? Cosa sarebbe accaduto? Fra la gente d ordine le previsioni variavano, com è naturale, secondo i temperamenti e le esperienze. Si può esser certi tuttavia che prevalessero non fosse altro che per farsi, anche con questo, un po di coraggio i pareri meno catastrofici. La città risuonava di colpi d arma da fuoco e di lugubri canti che parlavano di morte e di cimiteri. Ma non perciò era da pensare seriamente che i fascisti, i quali, dal settembre in poi, limitandosi a rastrellare quel centinaio di ebrei su cui erano riusciti a metter le mani, e a rinchiudere nel carcere di via Piangipane appena una decina dei piú accaniti antifascisti cittadini, avevano dato prova, tutto sommato, di notevole mitezza, volessero, ora, cambiato di colpo registro, effettuare un giro di vite vero e proprio. Erano italiani anche essi, i fascisti, che diamine! E anzi, a dir la verità e qui un sorriso e un ammicco erano divenuti d obbligo, piú italiani di tanti altri, buoni soltanto a riempirsi la bocca con la parola «libertà», e di niente altro solleciti, in pratica, che di lustrare le scarpe allo straniero invasore. No, no, non c era da temere. Facevano un po di baccano, i fascisti, si capisce; le faccie feroci; andavano attorno col teschio sul berretto ma piú che altro per tenere a bada i tedeschi, i quali, a lasciarli fare (né si sarebbe potuto, in fondo, dar troppo torto anche a loro: la guerra è guerra, e certi tradimenti, in guerra, si dovrebbe sempre pagarli!), non ci

10 avrebbero pensato un minuto a trattare, l Italia alla stregua di una Polonia o di una Ucraina qualsiasi. Poveri diavoli, i fascisti! Bisognava un po mettersi anche nei loro panni! Cercare di comprendere il dramma loro e quello personale di Mussolini che anche lui, poveruomo, se non si era ancora ritirato a vita privata alle Caminate, come forse desiderava e certo gli conveniva, era per l Italia, soprattutto, che doveva averlo fatto. Il Re, il Re! L 8 settembre non era stato capace, il Re, che di fuggire a Bari con Badoglio. Mussolini, invece, da buon romagnolo dall animo sostanzialmente generoso (i Savoia e Badoglio erano piemontesi: e i piemontesi, niente da fare, sono sempre stati gente gretta, poco sincera!), Mussolini non aveva esitato un solo momento, lui, nell ora della tempesta, a risalire in plancia e a riprendere in pugno, faccia volta ai marosi, la barra del timone... E a essere schietti, che cosa c era da dire dell assassinio del Console Bolognesi un padre di famiglia, tra l altro, uno che in vita sua non aveva mai fatto male a una mosca? Nessuna persona civile, nessun vero italiano, avrebbe potuto approvare un delitto come quello, che tendeva, era fin troppo chiaro, a far divampare anche da noi, a imitazione pedissequa della Francia e della Jugoslavia, gli orrori della guerra partigiana. La distruzione di tutti i valori della civiltà mediterranea e occidentale, da quelli culturali e religiosi a quelli materiali; insomma il comunismo: ecco il traguardo ultimo della guerra partigiana. Che se gli jugoslavi e i francesi, nonostante l esperienza recente della Spagna, volevano il comunismo, padroni, si tenessero pure il loro Tito e il loro De Gaulle. Agli italiani, adesso, si imponeva un obbligo solo: restar compatti e salvare il salvabile. Come Dio volle, finalmente la luce tornò. E con la luce, canti e spari cessarono. Cessò anche, di colpo, il fitto chiacchierio dietro porte e finestre. Ma l angoscia no, che non cadde. La luce del giorno, restituendo ad ognuno, anche ai piú ciechi, il crudo senso della realtà, la rendeva anzi piú acuta. Cosa significava quel silenzio improvviso? Cosa nascondeva o preparava? Poteva benissimo trattarsi di un tranello: per indurre la popolazione a uscire all aperto, e poi rastrellarla, o chissà che altro farne. Trascorsero cosí almeno due ore due ore di inerte, torturante attesa prima che qualche vaga notizia dell eccidio trapelasse a poco a poco, da sé, nell interno delle case. Le vittime della rappresaglia erano dieci, venti, cinquanta, cento... Ad abbandonarsi ai pronostici piú disperati sembrava davvero, in principio, che non solo corso Roma, ma tutto il centro della città fosse seminato di morti. Ci volle dell altro tempo, insomma si arrivò, con questo, verso le nove e mezzo, le dieci del mattino: soltanto allora fu possibile sapere con precisione numero e identità degli uccisi. Erano undici: riversi in tre mucchi lungo la spalletta della Fossa del Castello, lungo il tratto di marciapiede esattamente opposto al Caffè della Borsa e alla farmacia Barilari: e per contarli e riconoscerli, da parte dei primi che avevano osato accostarsi (in distanza non parevano nemmeno corpi umani: stracci, bensí, poveri stracci o fagotti buttati là, al sole, nella neve fradicia), era stato necessario rivoltare sulla schiena coloro che giacevano bocconi, nonché separare l uno dall altro quelli che, caduti abbracciandosi, facevano tuttora uno stretto viluppo di membra irrigidite. E ci fu appena il tempo, in realtà, di contarli e riconoscerli. Perché di lí a poco, sbucando improvvisa dall angolo di corso Giovecca, una piccola macchina militare era venuta ad arrestarsi, con teatrale stridio di freni, davanti al gruppo raccolto attorno ai cadaveri. «Via! Via!», fu gridato, prima ancora di balzare a terra, dai militi della Brigata Nera che l occupavano. Sempre incalzati dalle grida di costoro, ai presenti non era rimasto che ritirarsi lentamente verso le opposte estremità del corso Roma: e di qui, tenendo tuttavia d occhio i quattro militi che laggiú in fondo, sotto il sole ormai alto, montavano la guardia ai morti imbracciando i mitra, far sapere per telefono all intera città quello che avevano visto e rischiato. Orrore, pietà, paura folle: c era questo nell impressione che l annuncio dei nomi dei fucilati destò in ogni casa. Non erano che undici, è vero. Ma si trattava di persone troppo note, in città, di persone delle quali, oltre ai nomi, si conoscevano troppo bene

11 infiniti particolari del fisico e del morale (il volto di questo, e il modo che aveva, ridendo, di strizzare gli occhi celesti dietro le piccole lenti del pincenez; il passo strascicato di quest altro, e i suoi capelli, magari, ingrigiti anzitempo; la maniera di salutare di un altro ancora, agitando il braccio e gridando di lontano: «Salute!»; i vezzi, le piccole manie; la passione per il gioco, l avarizia, la prodigalità, la malignità; l amore per la moglie, per l amante, per i figli, e cosí via... : undici vite di cui si sapeva tutto, o quasi tutto, cresciute insieme e insieme troncate, di schianto, lungo il marciapiede di fronte al portico del Caffè): troppo familiari, troppo legate ad ognuno, per mille legami, erano le undici vittime dell eccidio troppo intrecciate, le loro esistenze modeste, alle modeste esistenze di ognuno perché la loro fine non sembrasse di primo acchito un evento spaventoso, di una efferatezza quasi irreale. E sembrerà strano, certo, che l esecrazione per l assassinio quasi generale, perché non dirlo? potesse accompagnarsi immediatamente al proposito, altrettanto generale, di far buon viso agli assassini, di fare atto di pubblica adesione e sottomissione alla loro violenza. Ma cosí accadde, anche questo è inutile nasconderlo: se è vero, come è vero, che in nessun altra città dell Italia settentrionale il fascismo repubblicano avrebbe potuto contare, da allora in poi, su un numero cosí imponente di iscritti: da vedere fin dal mattino del giorno 17 (durante la notte era cominciato a piovere a dirotto) lunghe, silenziose file di cittadini sostare nel cortile della Casa del Fascio, in viale Cavour, attendendo che gli uffici della Federazione si aprissero. Curvi, dimessi, avviliti nei frusti cappotti di stoffa autarchica che la pioggia batteva senza pietà, erano l identica marca di gente silenziosa che il pomeriggio del giorno avanti aveva seguito passo passo lungo corso Giovecca, via Palestro, via Borso, fino a piazza della Certosa, il funerale del Console Bolognesi, e nei cui volti illividiti dal terrore le poche persone rimaste dentro le case, a spiare da dietro le persiane accostate (uomini, uomini, uomini: tanti, dunque, ne contava Ferrara?), avevano riconosciuto, rabbrividendo, il proprio stesso volto. Che cosa c era da fare, se non cedere? Tedeschi e giapponesi, anche se per ora mostravano di ritirarsi, da ultimo, sfoderando armi segrete di potenza inaudita, avrebbero capovolto la situazione e vinto in poche battute la guerra. Non c era da scegliere che una strada sola. Ma gli autori della strage, intanto, chi erano? Nessun dubbio: gli autori primi, i responsabili materiali, erano certo gli uomini dei camion quattro targati VR, Verona, e due PD, Padova, gli stessi che per tutta la notte avevano fatto echeggiare la città dei loro canti e dei loro spari, e si erano dileguati, poi, verso l alba, proprio come se il buio medesimo col quale erano venuti li avesse risucchiati con sé: i vendicatori preannunciati dalla radio, insomma, di cui qualche passante, che la sera del 15 si era potuto attardare per le strade in quanto fornito di un permesso speciale, aveva fatto in tempo a intravedere di lontano le stravaganti camicie azzurre, tipo Legione spagnola, il teschio sul berretto alla raffaella, il mitra ad armacollo, nonché, infilate sotto le cinture di cuoio assieme col pugnale e la pistola, un paio di bombe a mano dai lunghi manici, di marca tedesca. Per sapere dove fosse via Piangipane non era davvero indispensabile essere del luogo, o farcisi condurre da uno del luogo: bastava, per questo, dare un occhiata a una cartina topografica. Infatti erano stati loro, gli squadristi veneti, a presentarsi alle due del mattino al portone delle carceri, in via Piangipane. Erano stati loro, e non altri che loro, a costringere armi in pugno quel poveruomo del direttore a esibire l elenco dei politici e a cedere in consegna gli avvocati Polenghi e Tamagnini, entrambi socialisti e vecchi organizzatori sindacali, e gli avvocati Galimberti, Fano e Ferraresi, del Partito d Azione: tutti e cinque detenuti in attesa d istruttoria dal settembre precedente. Senonché, a smentire la voce che subito circolò una diceria messa in giro ad arte, era chiaro, secondo la quale nessuno di Ferrara aveva partecipato al massacro, nessuno di Ferrara si era macchiato di quel sangue, restavano gli altri sei morti: il Consigliere Nazionale Abbove, il dottor Malacarne, il ragionier Zoli, i due Cases, padre e

12 figlio, e l operaio Felloni: ciascuno di essi prelevato dalle rispettive abitazioni, che certo non erano segnate su alcuna cartina topografica e si eccettuasse pure, dal numero, l operaio Felloni, la cui bicicletta, rinvenuta la mattina del 15 lungo la muraglia rossiccia dell Auditorium, in via Boldini pareva indicare che il disgraziato, un oscuro dipendente dell Azienda Elettrica, era stato aggregato al gruppo dei giustiziandi unicamente per essersi imbattuto, mentre si recava, ignaro, al lavoro, in una delle tante pattuglie che bloccavano l accesso al centro: reo di questo, in sostanza, e di questo soltanto. Ebbene nessuno che non fosse di Ferrara, e molto pratico, per giunta, della città, avrebbe potuto rintracciare a colpo sicuro il Consigliere Nazionale Abbove non già nel suo palazzo di corso Giovecca, ma nello studio-garçonnière che egli, ricavandolo da un chiostretto medioevale acquistato per pochi soldi, si era fatto costruire di recente nella quieta e romita via Brasàvola, e all ombra discreta del quale, riempitolo dei piú varii oggetti d arte (quadri, tappeti, rarità e bizzarrie di ogni genere: un bric à brac del piú squisito gusto dannunziano, niente da dire!), era solito riparare di tanto in tanto la sua delicata canizie di maturo gaudente. Nessuno che non fosse di Ferrara, informatissimo, oltre a ciò, di quanto era accaduto in città negli ultimi tempi, avrebbe potuto sapere di certi convegni segreti che si erano tenuti, durante i quarantacinque giorni del periodo badogliano, appunto nella garçonnière del Consigliere Nazionale Abbove (il dottor Malacarne e il rag- Zoli, a stare alle chiacchiere, c erano intervenuti ogni volta, ma il vecchio Sciagura no, aveva sempre declinato l invito... ), convegni intesi a stabilire una linea di condotta comune per tutti quei fascisti di niente altro desiderosi, caduto il Regime, che di far giungere al Re «l espressione della loro incondizionata fedeltà», e insomma, come si dice, di voltar gabbana il piú presto possibile. E i due Cases, padre e figlio, in particolare, due dei pochi ebrei sfuggiti alla grande retata del settembre (commerciavano in cuoio, né mai, mai in vita loro, avevano pensato alla politica), i quali vivevano, dal settembre, tappati nel granaio della loro casa di vicolo-mozzo Torcicoda, essendo riforniti di cibo, attraverso un buco del pavimento, esclusivamente dalla rispettiva moglie e madre, arianissima, cattolicissima: chi altri, se non qualcuno che ne conoscesse perfettamente il rifugio qualcuno di Ferrara, dunque! sarebbe stato in grado di indirizzare proprio lassú, in cima a quel polveroso labirinto di scalette semicrollanti, i cinque scherani mandati a prelevarli? Chi altri se non... Carlo Aretusi, sí, appunto Sciagura. E sarebbe stato sufficiente, perché i sospetti convergessero subito su di lui (fin dal mattino del 16 aveva ripreso a comandare lui, in Federazione, e il nome suo, da quel momento, cominciò a essere pronunciato di nuovo come una volta, prima del 22, un bisbiglio appena intelligibile), sarebbe stato piú che sufficiente, in fondo, ricordarsi come era apparso ai funerali del Console Bolognesi, il pomeriggio dello stesso giorno. Non aveva mai voluto partecipare alle riunioni clandestine che nell agosto passato erano state tenute piú volte a casa del Consigliere Nazionale Abbove, mandando anzi a dire agli ex camerati che lui non se la sentiva di intervenirvi perché disse proprio cosí, testualmente non intendeva rinnegare a cinquant anni ciò che aveva fatto a venti. Ed ecco che infatti, mentre camminava alla testa dell interminabile corteo, immediatamente dietro l affusto di cannone su cui posava la bara del Console Bolognesi, e lanciava di con. tinuo, in direzione delle case di corso Giovecca e di via Palestro file e file di imposte chiuse, occhiate cariche d odio e di disprezzo: ecco là che sembrava tornato per miracolo, a non tener conto, si capisce, delle tempie grigie, il giovane che era stato a vent anni: snello, cioè, con addosso, nonostante il freddo, la sola camicia nera, e il berretto alla raffaella della Decima Mas calcato sulle ventitre. «Talpe maledette, marmotte, vigliacchi di borghesi! Vi farò vedere io... vi stanerò io...», minacciavano i suoi occhi furenti, le sue labbra arricciate. In piazza della Certosa, prima che il feretro del Console Bolognesi fosse introdotto in chiesa, egli aveva arringato la folla su questo tono: e la folla ascoltava, accalcandosi grigia, attorno, inerte; e lui a

13 infuriarsi sempre piú, e proprio a causa, sembrava, di quell inerzia. «I corpi degli undici traditori fucilati in corso Roma all alba di stamani», aveva urlato a mo di conclusione, «non saranno rimossi che quando l ordinerò io. Vogliamo essere certi, prima, che l esempio abbia dato i frutti desiderati!» Che cosa mancava, davvero, perché nel parossismo dell ira si arrogasse addirittura il merito di aver fatto giustizia lui, con le sue stesse mani? E di lí a poco, in corso Roma, quando era sopraggiunto improvvisamente a far scattare sull attenti i quattro militi della Brigata Nera che montavano tuttora di guardia ai corpi dei fucilati: cosa mai bisognava dire del suo modo di comportarsi, che da principio era sembrato tanto in contrasto con quello di mezz ora avanti, in piazza della Certosa, mentre poi, a ripensarci, valeva piú di cento confessioni messe insieme? Scese dalla macchina rannuvolato, dando appena un occhiata ai cadaveri stesi sul marciapiede; e subito uno dei militi era avanzato di un passo, informandolo, con l aria di compiacersi che fosse arrivato in buon punto, di quanto stava accadendo. Per tutta la giornata, riferiva il milite, loro quattro erano riusciti a tenere a bada la gente che pretendeva avvicinarsi. Piú di una volta, anzi, allo scopo di disperderli (si trattava con ogni probabilità dei famigliari dei traditori: donne che urlavano e piangevano, uomini che imprecavano: non era stato mica facile, no, persuaderli a indietreggiare!), erano stati costretti a sparare in aria qualche raffica, con l effetto di ricacciarli laggiú, agli opposti angoli di piazza del Duomo e di corso Giovecca, dove anche adesso, come il camerata Aretusi poteva constatare, c era qualcuno che si ostinava a rimanere. Che cosa avrebbero dovuto fare, tuttavia, aggiunse il milite e qui, levando il braccio, egli aveva indicato la finestra dietro i vetri della quale si intravedeva, immobile, la sagoma di Pino Barilari con quel signore là, un bel tipo di incosciente, parola d onore, che nessuna intimazione o minaccia, nessuna scarica di mitra, aveva persuaso a spostarsi di un solo millimetro? Forse era sordo. Comunque, se la saracinesca della farmacia, lí sotto il portico, non fosse risultata abbassata, uno di loro sarebbe certo salito a intimargli da piú vicino, con le buone o con le cattive, di togliersi di mezzo... Di scatto, come se fosse stato morso da una vipera, Sciagura alzò gli occhi alla finestra che il milite gli indicava. Era ormai scuro, in istrada. Traboccando dalla Fossa del Castello, di minuto in minuto la nebbia infittiva. E per tutto corso Roma (lungo una fronte di almeno centocinquanta metri non si vedevano che buie finestre di uffici: banche, studi di avvocati, ecc.), era quella lassú, l unica finestra illuminata. Sempre guardando, Sciagura si lasciò sfuggire di tra le labbra contratte un imprecazione soffocata, ebbe un gesto come di dispetto. Tornò poi a volgersi; e con voce mutata una specie di mormorio impaurito raccomandò ai quattro militi che di lí a venti minuti, quando fossero arrivati gli uomini che lui avrebbe mandato a rimuovere i cadaveri, li lasciassero pure fare, non si opponessero in nessun modo.

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