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1 Lida Mantovani IV Nell estate del 28 Lida compí venticinque anni. Una sera, mentre lei e il Benetti sedevano ai loro soliti posti, divisi come sempre dal tavolo e dalla lampada, ad un tratto, con molta semplicità, il legatore le chiese se accon. sentiva a sposarlo. Lida trasalí e lo guardò. Le pareva di vederlo per la prima volta. Soltanto adesso si accorgeva di quegli umidi occhi nerissimi, di quella fronte bianca e alta, chiusa da un arco di capelli color grigio ferro, tagliati corti, a spazzola, come li portano i militari e certi preti. «Chissà quanti anni ha», pensò macchinalmente. «Forse quarantacinque, forse cinquanta, forse piú...» Di colpo fu presa da un senso di angoscia. Voleva rispon. dere, ma non sapeva che cosa. In cerca di aiuto si volse allora verso la madre, che intanto si era avvicinata; ma la smorfia patetica che già piegava la bocca di Maria Mantovani non fece che aumentare la sua confusione. «Cos è che hai?», le gridò rabbiosa, in dialetto. Si sentiva torcere lo stomaco dal disgusto, accecare dall ira. Si alzò di scatto, salí di corsa la rampa interna, uscí sbattendo la porta, discese dall altra parte giú nell atrio. Raggiunta infine la strada, subito alzò gli occhi al cielo. Era un magnifico stellato. Sola, in distanza, si sentiva la musica di una banda. Dalle imposte di una casetta di fronte filtrava un tenue chiarore di luce elettrica. Lida appoggiò le spalle al muro, vi aderí con tutta la schiena, e intanto guardava in alto, al cielo pieno di stelle. Attraverso il muro udiva la voce di Oreste. Egli parlava quietamente alla madre: anche se non riusciva a distinguere le parole che diceva, bastava la sua voce, il suono pacato della sua voce, a persuaderla alla calma, a invitarla dolcemente a rientrare. La passeggiata prima di cena Ancor oggi non è difficile, frugando in certe bottegucce di Ferrara, mettere le mani su cartoline vecchie di almeno cinquant anni. Sono vedute ingiallite dal tempo, macchiate di umidità. Una di queste mostra corso Giovecca, la principale arteria cittadina, come era allora, verso la fine del secolo scorso. Per eseguire il suo lavoro, il fotografo dovette porsi col cavalletto sul marciapiede opposto a quello dove si allineavano, al riparo di grandi tende dai bordi frangiati e svolazzanti, i tavolini e le seggiole di vimini del Gran Caffè Zampori, da anni scomparso. A destra, in ombra a guisa di quinta, si erge lo sperone del Teatro Comunale, mentre la luce la luce dorata di un crepuscolo primaverile è tutta per il lato sinistro del quadro. Da questa parte le costruzioni sono basse, ad un solo piano, col tetto ricoperto da grosse tegole brune, alla base qualche piccolo negozio (si nota una pizzicheria, l antro di un carbonaio, una macelleria equina), misere casupole che nel 30, quando in quel punto fu deciso di costruire l enorme palazzo in travertino romano delle Assicurazioni Generali, vennero rase al suolo senza pietà. Anche corso Giovecca, e intendo il piano stradale che occupa, come un largo fiume visto di scorcio, lo spazio centrale della cartolina, è assai diverso da ora. La pavimentazione attuale è una cosa di lusso, da grande città. Come è adesso, la Giovecca è un lungo, imponente stradone, cosí ampio e pulito da riflettere il colore del cielo. Delle rotaie del tram, delle guide di pietra bianca lungo le quali scorrevano calessi e biciclette, non è, da tempo, rimasta piú traccia. Il ferro delle rotaie chissà dove è andato a finire: inghiottito anche esso, forse, dall ultima guerra. Quanto ai lastroni di pietra delle guide che servivano al traffico dei veicoli due doppie strisce parallele, di fianco alle rotaie del tram, alcuni anni fa furono raccolte in un prato di là dai bastioni e, qui abbandonate, in breve si sono

2 coperte di muschio. La cartolina, dicevamo, è tratta da una fotografia; e, come tale, essa dà conto, oltre che dell aspetto di corso Giovecca verso la fine del secolo XIX (una grossa carraia, irta di ciottoli e ineguale nel fondo come il letto di un torrente: ed è forse perciò che la nostra Main Street appare, nella cartolina, molto piú affollata e movimentata di quanto non sembri ora), della vita che, nell attimo in cui il fotografo fece scattare l obiettivo, si svolgeva per tutto lo sviluppo del corso: dall angolo del Caffè Zampori, sulla destra, a pochi metri dal punto dove era piazzato il cavalletto, fino laggiú, dove i lunghi raggi del sole pomeridiano pongono in risalto la lontana, rosea fronte della Prospettiva settecentesca di là dalla quale, invisibile a chi guarda, non c è piú che la ripa verde delle Mura. Elemento trascurabile di quella vita di cui, ora, non resta pressoché alcun ricordo (il quadro è gremito di particolari soltanto in primo piano: il garzone di una barbieria che si affaccia sulla soglia della bottega a stuzzicarsi i denti; un cane che annusa il marciapiede chiazze di sangue rappreso, probabilmente davanti all ingresso della macelleria equina; uno scolaretto che traversa correndo il crocicchio; un signore di mezza età, in redingote e bombetta, che scosta col braccio alzato la tenda a difesa dell interno del Caffè Zampori; un bellissimo tiro a quattro, forse quello dei duchi Costabili, da pochi mesi ritiratisi in provincia da Roma, che viene avanti e si appresta ad affrontare al gran trotto, alle spalle del fotografo, la cosiddetta Salita del Castello; mentre, man mano che ci si spinge con l occhio lungo corso Giovecca, persone e cose perdono forma e rilievo, avvolte in una specie di pulviscolo luminoso): elemento trascurabile, dunque, del quadro offerto dalla principale arteria della nostra città in un imprecisato crepuscolo di maggio sul finire del secolo scorso, una ragazza di circa vent anni, proprio nell attimo in cui il fotografo faceva scattare l obiettivo, e fuori, com è naturale, della portata di esso, si allontanava per corso Giovecca lungo il marciapiede di sinistra, camminando sveltamente verso l indistinta periferia cittadina. Cominciava quel tratto del giorno che precede l ora della cena. È un momento delizioso, questo, quando l aria rinfresca e i nervi si distendono: nel quale la popolazione della città, rappresentata nei piú vari strati sociali, è solita da tempo immemorabile uscire dalle case e dagli uffici e passeggiare su e giú, finché non si accendano i lampioni, lungo gli ampi marciapiedi di corso Giovecca. Per tale ragione per la quantità e la varietà dei passanti c è da pensare che la nostra ragazza, anche se fosse stata inseguita a distanza ravvicinata da uno sguardo meno indifferente di un obiettivo fotografico, avrebbe durato una certa fatica a farsi distinguere. Niente, nella sua figura, dava nell occhio in modo particolare, si elevava al disopra della piú modesta mediocrità. Non si trattava insomma di una bellezza capace di farsi notare, nell ora della maggiore animazione, in una strada di qualche importanza; di una di quelle giovani donne, voglio dire, che per la ricercata eleganza dell abito e dell acconciatura, per la maestosa languidezza del passo, potessero far convergere su di sé gli sguardi ammirati della gente. Tutt altro. Fotografata in un gruppo (come, del resto, confusa tra medici in camice bianco, e infermiere in camice grigio, ella era apparsa a se stessa nella fotografia-ricordo che, avvolta in un foglio di carta da pacchi, e stretta sul petto, proprio ora recava a casa dall ospedale), il suo viso tendeva a sparire, non era che un piccolo ovale sfuocato. Il viso di Gemma Brondi questo il nome, comunissimo a Ferrara e nel contado, della giovane infermiera era dunque come ce n è tanti, né bello né brutto: reso, se possibile, ancora piú comune e insignificante dal fatto che alle ragazze del suo ceto, a quei tempi, non era permesso l uso del rossetto, del belletto, della cipria, insomma di tutti quegli accorgimenti di cui oggi anche l ultima delle infermiere che lavora nel nostro moderno Arcispedale Comunale sorto, negli anni tra il 20 e il 30, in fondo a corso Giovecca, non manca, finito il suo turno e prima di uscire, di servirsi talora con raffinatezza. I capelli castani di Gemma Brondi, raccolti sulla nuca in nodo voluminoso, scoprivano una fronte con. vessa, troppo massiccia, una fronte forte e ossuta da

3 contadina che contrastava, magari non sgradevolmente, con la mollezza della bocca. Negli occhi, dello stesso colore dei capelli, dove il raggio della gioventú brillava solo di rado, e quasi di soppiatto, si notava prevalente un espressione spaurita, malinconica, non troppo diversa da quella, piena di pazienza e dolcezza, degli sguardi di certi animali domestici. In realtà nemmeno il camice grigio, una specie di rozzo grembiale che, stretto alla vita, dava invece risalto alla grossezza e alla prominenza del seno, la difendeva abbastanza, riusciva a cancellarla come forse avrebbe desiderato. Ma a questo proposito il passo, ora lento ora affrettato, con cui ella si teneva al basso muretto di divisione che fiancheggiava dal lato sinistro l ultimo tratto della Giovecca, sembrava parlare per lei. Il suo corpo procace e tozzo sul quale, cinto da un piccolo nastro di velluto nero, si levava un collo esile, quasi gracile, doveva darle un vago senso d imbarazzo, come di vergogna. Resta ora da accennare a quelli che in quel momento potevano essere i pensieri di una ragazza come Gemma Brondi, apprendista infermiera presso l Ospedale Comunale di Ferrara piú di mezzo secolo fa; pensieri o, meglio che pensieri, sensazioni indeterminate, appena affioranti alla coscienza, che al contrario dell antico volto di corso Giovecca, tramandatoci fedelmente da una semplice cartolina, non hanno lasciato dietro di sé nessunissima traccia. Eppure, ove si osservi con un po di attenzione l aspetto generale di corso Giovecca, in quel punto del giorno e della sua storia; se si bada all effetto complessivo di felicità, di speranza, corroborato dallo sbattere allegro delle tende davanti al Caffè Zampori, che dà, visto dalla spalletta che cinge la Fossa del Castello, lo sperone nerastro del Teatro Comunale quasi prora che avanzi, festosa, verso il futuro e la libertà : non ci si può sottrarre all impressione che qualcosa delle fantasie di una ragazza di vent anni, diretta verso casa dopo una giornata di lavoro, sia rimasto registrato nel quadro che abbiamo sotto gli occhi, anche se poi questo quadro medesimo non abbia conservato nulla della sua persona fisica. Fatto si è che dopo una giornata passata nei tristi cameroni dell ex convento nei quali, subito dopo l unificazione del Regno, l Ospedale Comunale aveva trovato provvisoria e inadeguata sistemazione, era, si può arguirlo, con una specie di avidità sensuale che Gemma Brondi si estraniava dal mondo attraverso cui, attirando l attenzione di tutti, era passata testè in carrozza la duchessa Costabili. Perduta nei propri sogni, abbandonandosi senza riserve alle proprie fantasticherie adolescenti, ella camminava senza vedere nulla, è la parola; tanto è vero che, giunta all altezza della Prospettiva, quando, come era solita fare ogni sera, alzò meccanicamente gli occhi ai tre rosei fornici dell interrompimento architettonico, una frase che fu sussurrata al suo orecchio («Buona sera, signorina», o qualcosa di simile) la trovò impreparata, senza difesa, pronta soltanto ad arrossire e impallidire alternativamente, a guardarsi intorno spaurita come in cerca di scampo. «Buona sera, signorina», aveva sussurrato la voce, «permette che l accompagni?» La frase fu questa o, come si diceva, pressapoco questa. Quale fosse stata esattamente, nessuno dei due, né Gemma Brondi né la persona che l aveva pronunciata, avrebbero saputo dire. E chi altro, se non essi, avrebbe potuto raccoglierla, nonché ricordarla? Proprio in quel momento da una chiesa lí vicino, la chiesa di Sant Andrea, avevano cominciato a suonare le campane a distesa; campane che al fotografo, curvo sul marciapiede dall altro capo del corso, e intento a riporre macchina e cavalletto, giungevano smorzate, come soffiate dall aria piú fresca, a dirgli che almeno per quel giorno il suo lavoro era terminato. Chi aveva parlato, chi, ora, mentre il mattone rossastro della Prospettiva si spegneva e raffreddava lentamente sopra le loro teste, tratteneva Gemma Brondi in una conversazione che sforzava gli occhi di lei ad evitare quelli pungenti e nerissimi del suo interlocutore, era un giovanotto dall apparente età di trent anni, vestito di scuro, con tutte e due le mani appoggiate al manubrio di una pesante bicicletta Triumph, un giovanotto dal volto emaciato sul quale spiccavano le lenti cerchiate d oro, a stanghetta, e

4 i baffi, spioventi attorno alla bocca, dello stesso colore degli occhi. Ma a questo punto, percorrendo di volo il cammino lungo il quale i due giovani, lui conducendo la bicicletta a mano, tra qualche istante si avvieranno, trasferiamoci a poca distanza di lí, e precisamente nell interno di una bassa casa a due piani nella quale la famiglia Brondi, una famiglia di contadini di città, vive da diverse generazioni. La casa, una specie di fattoria, è posta a ridosso dei bastioni, separata da questi dalla stradetta polverosa che segue passo passo tutto lo sviluppo delle mura urbane, e in cui, svoltando bruscamente una cinquantina di metri oltre la Prospettiva, corso Giovecca va a finire. È ormai quasi notte. Nelle stanze a terreno, che per l imminenza dello spalto erboso dei bastioni prendono luce soltanto dalle finestre posteriori, aperte sulla distesa degli orti, hanno acceso la luce proprio adesso. Gli ultimi anni di Clelia Trotti III Un bel giorno la porta della casa di via Fondo Banchetto si aprí senza che il vano venisse subito ostruito dalla tozza figura della signora Codecà. Era naturale, in fondo ovvio, che a lungo andare succedesse questo. In ogni favola che si rispetti (potevano essere le tre, tre e mezzo del pomeriggio: c era sul serio qualcosa di irreale nel silenzio della contrada affatto deserta), è raro che la vicenda non si concluda con la sparizione o la metamorfosi del Mostro. D un tratto l incantesimo si era spezzato, la signora Codecà era scomparsa. Ebbene chi poteva essere, se non Clelia Trotti, la persona venuta ad aprire in sua vece? Certo era lei, non poteva esser che lei si diceva Bruno la donnetta risecchita e trasandata, la specie di beghina di cui parlava la gente. Per sincerarsene, bastava guardarle gli occhi. Erano ancora gli occhi, stupendi, della bella fanciulla emula di Anna Kuliscioff, dell impetuosa eroina della classe operaia che l on. Bottecchiari aveva amato da giovane... Spogliatasi della buccia del drago, restituita per miracolo alle sue vere fattezze, anche Clelia Trotti, dunque, come le principesse delle favole, sorrideva dolcemente dello stupore e sorriso e stupore erano del pari d obbligo, di maniera che si esprimeva dal volto del giovane sconosciuto, fermo sul ciottolato davanti alla sua porta. A questo punto sarebbe stato sufficiente un: «Entri, si accomodi, so già perché Lei viene qui»: e la favola, col piccolo uscio che misteriosamente si richiudeva alle loro spalle, contro la quiete ovattata di via Fondo Banchetto, avrebbe avuto un compimento esatto, impeccabile. E invece no, la frase non fu detta. Come a significare che il sorriso, quel dolce sorriso in certo modo smentito, del resto, dall indagine di un acuto sguardo azzurrino, era di pura gentilezza e niente altro. Un sorriso interrogativo; gentile, ma che esigeva risposta. Improvvisamente Bruno comprese. Non soltanto la signora Codecà, ma nemmeno Rovigatti aveva mai fatto il suo nome! Occorse perciò, attraverso la soglia ancora vietata, dire nome e cognome: «Bruno» e «Lattes», in tutte sillabe. Fu adesso il viso di Clelia Trotti a esprimere stupore autentico stupore, il suo, e abbandono fidente, mentre la punta indagatrice dell iride chiara veniva come sommersa da un onda di tristezza generosa. Comunque, tanto bastò perché la favola si compisse in ben altro modo: sfumando cioè nel vero; e la realtà, la realtà nuda, cominciasse a ritrovare le dimensioni a lei proprie. «Bada che è sorvegliata», aveva detto l on. Bottecchiari, abbassando la voce come se temesse di essere udito perfino dall aria. Era alla polizia, all O.V.R.A., che egli intendeva riferirsi. Ma una volta di piú le cose, a guardarle da vicino, risultarono subito diverse. «Venga, che andiamo a parlare nel tinello», sussurrò in un soffio la vecchia maestra, dopo aver fatto passare Bruno nell andito d ingresso. Ora lo precedeva in punta di piedi, lungo un buio corridoietto umidiccio. E cosí, mentre le andava dietro, cercando anche egli di non far rumore, e intanto la guardava muoversi con tutta la circospezione di cui era capace, di nuovo fu facile per Bruno indovinare. Se Clelia Trotti era sorvegliata, era sorvegliata soprattutto in casa, non fuori. Erano la signora Codecà e suo marito (lui cassiere alla Cassa Agricola, la roccaforte della

5 borghesia agraria cittadina, lei insegnante elementare di ruolo, in pieno stato di servizio) i piú veri carcerieri di Clelia Trotti. E la polizia? La polizia, certo, sapeva perfettamente quel che faceva. Abbandonando la sessantenne «ammonita» al controllo domestico dei due degni coniugi persone, costoro, evidentemente di troppo buon senso per tollerare che l incomoda ospite ricevesse visite sospette, l O.V.R.A. poteva limitarsi a farsi viva ogni tanto; e per il resto, davvero, dormire sonni tranquilli. Entrarono nel tinello a pianterreno. Bruno si guardò intorno. Era qui che Clelia Trotti passava gran parte delle sue giornate, sfiatandosi a far lezione ai bambini e ai ragazzetti del vicinato. Era questa la sua prigione. I mobili di legno scialbo, dozzinali, ma non senza qualche ridicola pretesa; la coperta verde, macchiata d inchiostro, stesa a riparo del tavolo centrale; il lampadario di finto vetro di Murano; il diploma di ragioniere con sopra scritto a caratteri gotici il nome del padrone di casa, Evaristo Codecà, appeso a una parete fra miseri quadrucci di paesaggi alpestri e marini; la pendola, anch essa di legno chiaro, dal tic-tac secco e sonoro, incombente come un avviso minaccioso; persino il raggio di sole invernale che, dall unica finestra aperta sull orticello retrostante, filtrava di traverso nella stanza, facendo ardere crudamente una testa di cavallo color sangue rappreso, dipinta a olio sopra un cuscino del divano: in quel fondo di pozzo, in quella specie di tana malfida, ogni cosa parlava a Bruno di noia, di accidia, di lunghi anni di gretta, ingloriosa segregazione e di oblio. E là, dall altro lato del tavolo, pur insistendo a sorridere di sé, di Bruno, e di tutto il resto (chiedeva scusa, anche, chiedeva un po d indulgenza!), la vecchia rivoluzionaria che aveva visto coi suoi occhi Anna Kuliscioff e Andrea Costa, che aveva discusso di socialismo con Filippo Turati, con Giacomo Matteotti e con Massarenti, l apostolo di Molinella, e aveva avuto una parte importante nella famosa Settimana Rossa di Romagna, del 13, ridotta a parlare a voce soffocata, un bisbiglio appena intelligibile, levando ogni tanto gli occhi in alto, al soffitto, quasi a indicare che di lassú, dal piano superiore, la sorella o il cognato potevano scendere da un momento all altro a interromperli, oppure sostando in silenzio, con una mano aperta e tesa a mezz aria e l indice dell altra alle labbra (la pendola suonò, rocamente, durante uno di tali silenzi: e insieme veniva dall orto un sommesso chioccolio di galline), proprio come una scolaretta paurosa di essere colta in fallo! La realtà era questa pensava Bruno, inutile illudersi! E allora, tutto sommato, allora valeva davvero la pena essersi condotti nei riguardi della vita sempre in modo cosí diverso da come si era condotto l on. Bottecchiari, se la tabe comune, il tempo che fiacca e stravolge ogni cosa, aveva potuto ugualmente portare tanto avanti l opera sua corrompitrice e disgregatrice? Clelia Trotti non si era mai piegata, aveva sempre serbato purissima la propria anima; l on. Bottecchiari, invece, sebbene non avesse mai accettato la tessera del Fascio, si era inserito pienamente nella società dei suoi anni maturi, giungendo addirittura a far parte del consiglio di amministrazione della Cassa Agricola, e ciò senza che alcuno se ne lamentasse o scandalizzasse. Ebbene, considerando i risultati, chi dei due aveva avuto ragione nella vita? E che cosa era mai venuto a fare lui, Bruno, arrivando tardi, irrimediabilmente ultimo, se non, appunto, per rendersi conto che il mondo migliore, la società piú onesta e piú civile di cui Clelia Trotti era una prova e un relitto insieme, non sarebbero piú ritornati? Egli la guardava, la celebre socialista, la pietosa prigioniera, e non riusciva a staccare gli occhi dalla riga scura appena visibile che segnava torno torno, poco piú giú dei bianchi capelli raccolti a nodo sulla nuca, il collo magro e rugoso di lei. Quale aiuto si diceva, fissando crudelmente quel povero collo mal lavato, quale protezione, quale segno utile di solidarietà, quale effettiva speranza di redenzione poteva egli attendersi da Clelia Trotti, da Rovigatti, e dalle altre umili amicizie del genere di Rovigatti che la maestra continuava sicuramente a coltivare di nascosto? Bisognava levarsi al piú presto di lí, sottrarsi immediatamente a quel colloquio grottesco! Ma a parte ciò: perché non avrebbe dato ascolto

6 una buona volta a quanto da tempo gli raccomandava suo padre, il quale, dal settembre del 38, non aveva mai cessato di esortarlo ad andarsene da Ferrara per trasferirsi in «Erez», come si era abituato subito a dire, o negli Stati Uniti, o nell America del Sud? Perché finalmente non dargli retta? continuava a chiedersi Bruno. Lui era giovane, insisteva suo padre, aveva l intera vita davanti a sé. Doveva emigrare, mettere radici altrove. Se voleva, c era ancora modo. Fino all estate prossima, l Italia non sarebbe entrata in guerra, e a un ebreo discriminato il passaporto non lo rifiutavano certamente. Volevano scommettere? La discriminazione, che lui disprezzava tanto, per avere il passaporto sarebbe tornata utilissima... «Lei mi deve scusare», diceva frattanto Clelia Trotti piú che mai sottovoce, «ma questa casa è mia per modo di dire. Anzi, non lo è affatto. Mia sorella e mio cognato», aggiunse, con gli occhi azzurri che tornavano di nuovo a esprimere, fissi in quelli di Bruno, la gioia di potersi confidare e la certezza di non sbagliarsi ad aver fiducia in lui, «mia sorella e mio cognato che, da quando tornai dal confino, e cioè ormai da parecchi anni, mi hanno presa qui con loro, si sono messi in testa di impedirmi» e rideva, ora, tentennando il capo divertita «di commettere altre sciocchezze. Mi sorvegliano, mettono il naso in tutto quello che faccio, pretendono che rincasi prima del buio con almeno due ore di anticipo. Peggio, creda, che se fossi una bambina! Certo mi rendo conto: per della gente che non la pensa come noi... che anzi ha un idea della politica completamente diversa dalla nostra... buona gente, sa, d altra parte, due veri cuor d oro... mi rendo conto che comportarsi come essi si comportano nei miei riguardi possa sembrare una specie di diritto. Lo fanno per il mio bene, dicono; e sarà. Ma intanto» qui ebbe una breve smorfia piena di stanchezza, con lo sguardo che d improvviso si era fatto serio, quasi severo «intanto quale noia!» «È sua sorella la signora che viene sempre ad aprire la porta?» «Sí, appunto, ma perché?», fece la maestra, allarmata. «Forse vuole dire che non è la prima volta che viene qui in cerca di me, non è vero? Oh, poverino!», e congiunse le piccole mani ossute, con l indice e il medio della destra macchiati di nicotina; «chissà quante volte Giovanna le ha fatto fare la strada per niente!» «Una volta mi diceva una cosa, una volta un altra. Erano scuse, lo capivo benissimo. Ma non potevo supporre che Lei non fosse in qualche modo al corrente. E allora...» «Oh poverino!», ripeté Clelia Trotti. «E io che parlavo di diritto! Ma mi sentiranno, questa volta, giuro che mi sentiranno! Poco, posso capire; ma quello che è troppo è troppo!» Rimase qualche istante in silenzio, come meditando sulla gravità dell arbitrio perpetrato nei suoi confronti e sulle misure che avrebbe preso per far valere le proprie ragioni. Ma insieme, si vedeva, insieme pensava anche ad altro. E doveva esser qualcosa che, suo malgrado, le faceva un certo piacere. «Ma senta: come ha fatto a trovare il mio indirizzo? Non le sarà stato facile procurarselo, immagino». «Nel novembre scorso andai dall avvocato Bottecchiari», fece Bruno, guardando altrove. E poiché ella non replicava: «L avvocato Bottecchiari», soggiunse, «è un nostro vecchio amico di famiglia. Contavo che sapesse indirizzarmi; invece non seppe, o non volle, dirmi niente di preciso. Mi consigliò tuttavia di rivolgermi a Rovigatti, Cesare Rovigatti, quel ciabattino, sa?, che ha la bottega a due passi di qui, in piazza Santa Maria in Vado. Fortunatamente lo conoscevo benissimo, e...» «Il nostro Cesarino, sí. Tanto caro. Però non riesco a capire come mai... Avrebbe pur potuto parlarmi di Lei! Lo vede? Per una ragione o per l altra, non c è nessuno che non si creda in dovere di assumere nei miei riguardi le piú strambe iniziative. E viceversa non comprendono che con questo sistema, creandomi a poco a poco il deserto attorno, è come se mi togliessero l aria per respirare. Meglio la galera, allora!» C era stanchezza, disgusto, disperazione, nel tono di voce con cui aveva pronunciato le ultime parole. Bruno la guardò in viso. Ma i suoi occhi intensamente azzurri, fermi e asciutti sotto le grige sopracciglia aggrottate, erano pieni di speranza. Come se di tutto e di tutti ella dubitasse, eccetto che di lui. D un tratto la porta fu aperta.

7 Qualcuno si affacciò: era la signora Codecà. «C è qualcuno?», aveva chiesto la nota voce odiosa, prima ancora che la testa color pepe e sale si sporgesse a curiosare. Lo sguardo diffidente della signora Codecà si scontrò con quello di Bruno. «Ah», disse poi, fredda. «Non sapevo che avessi visite». «Oh, è un amico! Il signor Lattes», si affrettò a spiegare Clelia Trotti, agitata, «Bruno Lattes!» «Piacere tanto», fece la signora Codecà, senza avanzare di un passo. «Finalmente l ha trovata, eh?», soggiunse con un sorriso acido, rivolta a Bruno ma senza guardarlo. Si trasse un poco in disparte, e allora, dal buio del corridoio, venne fuori con l aria spaventata un bambinello di otto o nove anni. Indossava un grembiulino nero, attraversato sul petto da tre righe orizzontali bianche. «Vieni pure avanti», lo incoraggiò la signora Codecà. E poi, alla sorella: «Non ti preoccupare. Il signor Lattes lo accompagno io». Quando stettero di nuovo come sempre erano stati, lei bloccando con la massiccia persona l ingresso, e Bruno, dai sassi della strada, a guardarla di sotto in su: «Non so se mia sorella si è ricordata di parlargliene», cominciò la Codecà, «ma dopo domani al piú tardi deve assentarsi veramente. Un viaggio, sí, e credo piuttosto lungo. Quanto durerà? Mah, qualche settimana... forse qualche mese... Insomma per il momento è inutile, dia retta a me, che Lei torni a farle visita. Per il momento è proprio inutile. Faccia il favore, signor Lattes, sia bravo! Lo dico anche per il Suo bene...» Parlava, e l espressione del suo viso si faceva sempre meno dura, la sua voce sempre piú incerta. Sottolineò le ultime parole con uno sguardo accorato, supplichevole. Infine, mentre si ritirava e chiudeva lentamente la porta in faccia a Bruno, aggiunse in un bisbiglio: «Siamo sorvegliati, non lo sa?» Quella notte stessa, rincasando tardissimo come sempre, e senza nemmeno aver telefonato, verso le otto, che non l aspettassero a cena, Bruno fu sorpreso per istrada dalla neve. (La sera l aveva passata dapprima in un cinematografo, e poi, seduto a fianco del bigliardo nella veste di occasionale, volon. tario marcatore di punti, in un bar di fuori Porta Reno). In principio fu una specie di minuto polverio, mulinante leggero attorno ai lampioni. Ma in via Madama, mentre cercava di infilare la chiave nella serratura del portone, la neve era già diventata fitta e pesante. La sentí, chinandosi, bagnargli il volto. Intanto, pur continuando ad armeggiare con la chiave (causa l oscurità, tutte le volte impiegava molto tempo ad aprire), tendeva l orecchio per contare le ore che in quel momento avevano cominciato a battere all orologio del Castello. Una, due, tre, quattro. Le quattro. Ma non per questo, pensava, suo padre doveva essersi deciso a spegnere la luce e a dormire. Come al solito, la luce l avrebbe spenta non prima di averlo sentito passare a tentoni e in punta di piedi davanti alla porta della camera da letto, non prima di avergli fatto capire, tossendo e borbottando, che era stato sveglio e in ansia per lui fino a quell ora. Le labbra gli si piegarono in una smorfia di insofferenza. Meglio cosí. Quella notte non aveva davvero voglia di rifare la vecchia, stupida commedia del buio e dei passi in punta di piedi. Se suo padre non dormiva, sarebbe entrato senz altro in camera sua. Sapeva già di che cosa gli avrebbe parlato. Senonché, appena fu nell atrio in fondo al quale, attraverso la cancellata, si intravedevano le nere piante del giardino, prima ancora di accendere il lume delle scale si accorse di un poco di luce che filtrava dalla porta della stanza a pianterreno dove aveva sistemato il suo studio. Si accostò. Piano piano aperse l uscio. Suo padre era là, seduto nella poltrona di velluto verde a lato del tavolo, che dormiva con la testa reclinata sulla spalla e avvolto in un plaid. Dalle sue ginocchia, un giornale aperto era mezzo scivolato sul pavimento. Penetrò nello studio senza far rumore, addossandosi alla parete di fianco alla porta. Non aveva mai fatto cosí tardi, è vero si diceva. Forse per questo, non risolvendosi a spegnere la luce, né riuscendo, d altra parte, ad aspettare piú oltre disteso, forse per questo suo padre aveva deciso a un certo punto di alzarsi dal letto e di scendere cosí, in camicia da notte e ciabatte, al piano inferiore. Chissà: magari gli era venuto anche in mente di approfittare dell occasione per discutere

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