L ISOLA. OMAGGIO AI PALLONISTI DI CAPRI di Giuseppe Aprea

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1 L ISOLA Anno IV numero 25 Luglio 2006 Distribuzione gratuita Il free climbing a Capri di Salvatore Cosentino Quel poeta maledetto di Giuseppe Aprea Le case di Procida di Vittorio Paliotti C era una volta il Paradiso di Gino Verbena Il circumnavigatore delle isole di Claudio Calveri Il ceramista gentiluomo di Roberto Gianani Sotto le stelle di Anacapri di Ruben Rosa Formia al tempo dei vip di Lina Greco Il terrore dei cefali di Mino Rossi Il lungomare delle ragazze blu di Mimmo Carratelli Tra Scilla e Cariddi di Maria Froncillo Nicosia Libri e menù di Wilma Martusciello La barca di Hemingway di Benedetta Palmieri Le anime belle di Gordon Square di Alessandro Cecchi Paone COMITATO D ONORE Pina Amarelli Mengano, Alessandro Bergonzoni, Anna Maria Boniello, Tonino Cacace, Alessandro Cecchi Paone, Antonio Cianniello, Franca Coin, Maurizio d Albora, Tommaso Di Tommaso, Antonio Di Palma Castiglione, Mario Guida jr, Bruno Lauzi, Andrea Mingardi, Michele Moselli, Vittorio Paliotti, Giulio Pane, Ciro Sandomenico, Paolo Signorini, Chicco Testa, Edoardo Vianello. Reg. Tribunale di Napoli n. 25 del 28/02/03 OMAGGIO AI PALLONISTI DI CAPRI di Giuseppe Aprea PIETRO GALASSO DETTO PETRUCCIO SVELA LA VERA STORIA DEI MAGNIFICI BUGIARDI DELL'ISOLA. IL PRIMO FU ANGELO FERRARO CHE RACCONTÒ A KOPISCH LA "BALLA" DELLA GROTTA AZZURRA. DOPO, SONO VENUTI GLI SPADARI E GLI ARCUCCI E ALTRI ANCORA. CHI SONO STATI I PIÙ BRAVI NELL'INVENTARE MITICHE MENZOGNE CHE FRUTTAVANO LE LAUTE MANCE DEI TURISTI. QUANDO IL GIRO DI CAPRI VALEVA 75 LIRE. GLI AMERICANI ERANO UNA VERA PACCHIA. GLI ULTIMI PALLONISTI, DA COSTANZIELLO A MAFIGGE. Il pallonista è un specie endogena di Capri come la lucertola azzurra dei Faraglioni o come un'orchidea selvatica di Cetrella. Ma chi è, cosa fa e dove vive non c'è scritto sui libri di testo. Perciò io l'ho domandato a uno di loro che si chiama Pietro Galasso detto Petruccio. E che è amico mio. Pietro Galasso detto Petruccio mi racconta la storia vera dei pallonisti di Capri. Cominciando da un'ammissione "E' vero, ci chiamiamo pallonisti perché raccontiamo qualche bugia di tanto in tanto - mi dice - Ma il pallonista è un mestiere antico e nobile. E' antico perché, se ci pensi bene, il primo di noi c'era già nell'ottocento, e si chiamava Angelo Ferraro detto il Riccio. Non fu lui a raccontare a Kopisch e al suo amico Fries quella grande balla, che nella Grotta Azzurra c'erano i fantasmi, che solo lui aveva il coraggio di entrarci e che era difficile, perché il buco era piccolo? Il primo pallonista di Capri fu lui, ti dico. Naturalmente ci voleva un amico albergatore, e lui aveva Pagano de La Palma. Sicuramente si sono divisi una bella sommetta, quel giorno! Era il 1826: c'è pure la lapide in piazza, ma nessuno se ne ricorda più ". Insomma, secondo Petruccio, Ferraro è stato il primo. Dopo sono venuti gli altri, gli Spadari, gli Arcucci. "Loro però lavoravano "fissi", diciamo. Ad esempio, c'era Gorki che voleva andare a pescare ogni tanto? E il pallonista diceva che solo lui conosceva le poste dei cagni, e dei saraghi 'punzuti' e faceva un patto: io ti metto a disposizione il gozzo e Barche alla Marina, Capri. (Foto Centro Archivistico Documentale Isola di Capri). tu mi dai un tanto. Domani viene il tuo amico Lenin e ci sono due persone di più? Una piccola mancia e tutto s'aggiusta. Lo stesso con Krupp. Volete un esperto dei fondali, signurì? Chiedeva il portiere del Quisisana. Io lo conosco, si chiama 'tal dei tali'. E poi dividevano: tanto a te e tanto a me". Poi vennero gli anni del fascismo, nell'isola governava Dusmet, il podestà. E i pallonisti aumentarono di numero. Ce n'erano di nuovi, e di bravi: Saverio Mazzola, Salvatore Cimino, Enrico Arviello. E poi ancora Pasquale Catuogno, i fratelli Anastasio, Giovanni e Antonio. E naturalmente Pietro Galasso, il mio amico. A Marina Piccola, dove l"attività" si spostava quando c'era il mare di tramontana, facevano di tanto in tanto i pallonisti Salvatore Cosentino e Umberto Lembo, detto Capajanca. Ora tutti avevano una "divisa": una maglietta, sulla quale ognuno portava scritto il proprio nome. Ed erano organizzati: c'era un "caporale", una specie di capo, che per un certo periodo fu Gabriele Aprea. Lui divideva tra tutti, in parti uguali, i guadagni. E interveniva se qualcuno faceva un po' il furbo: ad esempio inghiottendo le 5 lire di mancia ricevute anzichè dividerle con i compagni Le riunioni dei pallonisti di Capri si svolgevano di domenica: dopo la messa all'oratorio, l'appuntamento era ai Giardini d'augusto. Per non sbagliare, si incontravano in una grotta, quella in alto, accanto ai leoni di marmo! "I miei clienti migliori - mi racconta Petruccio - li andavo a prendere all'albergo Le Terrazze, da Eugenio, tuo padre. Là c'erano molti soldati tedeschi. Oppure al Parco, dove alloggiavano spesso le SS che però, in molti casi, erano militari polacchi. E noi parlavamo pure il polacco ". Il percorso a mare fino alla Grotta costava 17 lire, il giro dell'isola, scoglio per scoglio, ne valeva 75. Spesso ci scappava pure la mancia perché il "signore" restava sempre contento, vedeva la fatica del pallonista che spingeva sui remi (le palelle) e sentiva la passione e l'orgoglio con cui gli spiegava la storia di Capri e la bellezza del suo mare. "E questo è il motivo della nobiltà del mestiere di pallonista... E bada bene, se c'era scappata la "palla", se cioè al cliente si era spacciata la Grotta del bue marino per Grotta Azzurra, era stato solo a fin di bene. Lui (il cliente) era soddisfatto ugualmente e noi pure". I tedeschi andarono via, poco alla volta; arrivarono gli americani del Rest Camp e trovarono ad attenderli i pallonisti di Capri. Che pacchia con quelli! Bastava mettersi d'accordo con il caposquadriglia - sempre rigorosamente nel suo albergo, perché la "petulanza" era punita! - ed il giorno dopo arrivava a bordo con l'intero equipaggio. "Quelli erano così fessi che non c'era sfizio - mi confida il mio amico - Si guadagnava bene, anche se eravamo sorvegliati, per terra e per mare. Ognuno di noi aveva un tesserino a forma di cuore. Quello per le "water guide", cioè noi pallonisti di mare, era rosso; poi potevamo fare anche le "land guide", e dovevamo avere pure quello verde". A Pietro Galasso spettò l'onore (chissà se retribuito?) di portare in mare nientemeno che il generale Clark e il suo attendente. Partiti che furono gli americani, ci fu un po' di riposo forzato per tutti, pallonisti compresi. Poi, lentamente tornarono gli americani. Questa volta senza divisa. I pallonisti erano sempre lì: tra i nuovi, Costanziello Rocco, Giuseppe Tarantino e Carmine Galasso, detto Mafigge (africano del Mozambico) per via della sua perenne abbronzatura Il turismo insomma rinacque, a Capri come altrove. E i portieri d'albergo erano sempre lì, dietro i banconi delle portinerie, pronti a proporre ai nuovi arrivati: "Un bel giro dell'isola, signore? Ho un amico marinaio, a Marina Grande che per poche lire "

2 2 L EDITORIALE Il ricordo delle notti ischitane è quello che più di tutti, ogni tanto, come candela lucente, accende le nostre memorie. Quelle notti arrivavano dopo gli esami universitari di metà luglio. A Mezzocannone, i portoni si chiudevano, per i prossimi impegni se ne parlava a novembre. Via del Rettifilo si squagliava nel sole. Intorno, i vicoli erano lingue di aliti caldi che sapevano di caponate di pomodoro, basilico e freselle. Il bar Van Bol e Feste, quello frequentato una volta da Ferdinando Russo e dal poeta Chiurazzi, era un pentolone di caffé, cornetti alla crema, biscotti all amarena e cappuccini con la schiuma bianca innaffiata da una pioggia di cacao. Una piccola festa per celebrare l arrivederci agli esami e poi via, di corsa, per una missione indispensabile e speciale. Libri usati da vendere a Port Alba. Servivano i soldi per il mare, per una chitarra, per il fumo di un night. Servivano i soldi per accendere le stelle di un amore, per andare al ristorante e far finta di essere un play boy. I testi universitari, spesso, non ci appassionavano, le donne sempre. Eravamo studenti e sognatori. Il mare era l acqua dei nostri cuori, Ischia l isola delle nostre avventure. Partivamo da Pozzuoli con un traghetto bianco e sgangherato. In valigia, bermuda a fiori, i coccodrilli della Chemise La Coste, le t-shirt Fruit of the Loom e un cambio di jeans Wrangler. In tasca una mazzetta piccola, piccolissima di carte da diecimila lire. Larghe e rosse, una lussuria per meritarsi una pizza, una caraffa di vino, una canzone. Lo spinello era inutile perché eravamo gasati di proprio, ubriachi di ormoni e arrapati da sempre. Fra di noi, rampolli di nobili famiglie napoletane e figli di valorosi operai. Tutti insieme sotto lo stesso cielo a consumare notti senza prigioni. Non c erano sbarre, non esistevano barriere. A Ischia la vita era una musica e noi la ballavamo a piedi nudi sopra spiagge di conchiglie e emozioni. Suonavamo chitarre di taverna e melodie di luci notturne. Eravamo vagabondi della sera. Il viaggio attraversava passioni finite dopo un giorno, lacrime di stelle, paradisi di vino bianco gelato, amori eterni. Avevamo il sole negli occhi anche di notte, le donne erano fate vestite di lino bianco, la vita la mangiavamo a morsi senza buttare niente e le ore non bastavano mai. I cuori si baciavano, il cielo pescava le stelle, un gabbiano bloccava il tempo e lo imprigionava sulla riva di Forio. Dentro un concerto di chitarre, i sentimenti diventavano sogni, scorreva la musica e arrivava fino al mare. Il pianoforte di Vito Coltella sospirava tenero e appassionato. La sua voce raccontava canzoni incantate che parlavano di amori perduti e promesse sciupate. Respiravamo un aria di sale che sapeva di libertà e di desiderio di baciare la bocca di una donna. I corpi si sfioravano, sussurravano le parole. Le labbra assaggiavano il gusto dell amore. Sopra di noi, un soffitto di stelle scandalose, eccitanti, disponibili a qualunque complicità, a qualunque intrigo malizioso. Bocche appoggiate sul collo di donne quasi convinte, quasi conquistate. C era la luna e le promesse erano conchiglie. Portavano l eco di una canzone, il suono di un giuramento celebrato con l acqua del mare. Canzoni per un primo bacio, per un appuntamento meritato a fatica. C era una piccola casa lì, sulla riva destra del porto, proprio accanto al Barraccio di Tonino Baiocco. La finestra era così stretta che gettava gli occhi appena su uno spicchio di barche, un poco di prua e solo un fazzoletto di vela bianca. Dentro la casa, facevamo l amore sopra un letto mai rifatto con le lenzuola che profumavano della nostra gioventù e avevano le pieghe stropicciate come le nostre facce. Il sole ci svegliava quando era già alto. I capelli sparsi sul cuscino, bocche di nuovo ansiose ad aspettare un caffè, se proprio Ciro il cameriere ci voleva bene e si ricordava di noi. Ischia era mare, amore e musica. In quegli anni Romano Mussolini viveva a Casamicciola, in una casa di pergolati e di jazz, spartiti di Duke Ellington e note di pianoforte. Ugo Calise lo accompagnava alla chitarra. Angelo Rizzoli, Schubert, Alida Valli, Carlo Croccolo e Carla Del Poggio ascoltavano incantati. A Ischia Ponte, il cavalletto di Mario Mazzella era quasi appoggiato sull acqua. Pittore di barche e di donne, curve e colori. Poppe larghe e fasciame blu, femmine matrone e bucati bianchi. Pietro Blasi aveva una faccia di lentiggini dorate e lo sguardo da pirata. Il suo barcone navigava tra Palmarola e Ischia. Imbarcava onde, coralli e donne meravigliose. Al timone, Gianfredo Puca era un marinaio in lino bianco, piu bello di Alain Delon, irresistibile e fascinoso. Sbarcavano a notte alta nel porticciolo di Sant Angelo. Il solito tavolo QUELLE NOTTI ISCHITANE di Roberto Gianani dal Pescatore, lo spaghettino alle vongole, ruscelli di vino bianco e la voce di Fred Bongusto che era docedoce. Dall altra parte dell isola, verso Punta Molino, Pisolo De Gaudio non aveva ancora incontrato Tania e si divideva tra poker eterni e languidi slow al Rancio Fellone, il night di ricami candidi disegnato dall architetto Sandro Petti. Qui, quasi in riva al mare, la chioma bianca di Mario Perrone brillava più della luna. Il pianoforte a coda e, ai suoi piedi, tutte le notti May Way, una cagnetta color latte e caffè che lo ha accompagnato per una vita. Cantava Mario Perrone e la sua voce era un contagio. Ad ascoltarlo signore in abito da sera e le facce incantate di Mina, Domenico Modugno, Peppino di Capri e Don Marino Barreto. Un whisky e una canzone. Il tempo ci dondolava, lento e indolente, fino all arrivo del suo ultimo brano: That s life. La vita allora era così e sorrideva di più. Eravamo felici anche quando il sole si nascondeva, quando la pioggia faceva luccicare gli ombrelloni e il vento ballare le nuvole. Felici anche se il mare si increspava, se una bufera ci impediva di navigare, se una donna ci voltava la schiena. Da allora, i nostri orologi hanno accelerato i ritmi e il tempo morde il cuore e la gola. Ma, ogni tanto, in qualunque angolo della nostra vita, quando un artista di strada accenna na voce, na chitarra e o poco e luna, una musica senza età ci riporta il ricordo di quelle notti ischitane. ASSOCIAZIONE ITALIANA CONTRO LE LEUCEMIE-LINFOMI O N L U S Sezione di Napoli Flaviano Magrassi C.C.P Presidente avv. Antonio di Palma Castiglione Riviera di Chiaia, 276 tel fax IL LUNGOMARE DI CHIAVARI Finalmente il soffio fresco del maestrale attenua la calura e aiuta il respiro. Il lungomare di Chiavari si stende tra il mare e una geometria di case bianche sorrette da corridoi di portici antichi. Negozi griffati e botteghe artigiane, il passaggio silenzioso di biciclette che sembrano farfalle. Profumo di sale e trenette al pesto, olio buono e basilico. Sono uscita dall ospedale Gaslini dentro un abito di lino bianco, i capelli raccolti, un mazzolino di fresie e la lettera dei volontari dell AIL: bentornata Serena, ha vinto il tuo coraggio, la voglia di vivere, il desiderio di ribellarsi alle rotte della vita e cercare un porto sicuro. Grazie amici, ho preso in affitto una piccola casa di luce e merletti. A due passi, il lungomare è un nastro azzurro di barche e di scogli. La voce di Bruno Lauzi mi fa compagnia e canta: onda su onda. Serena L ISOLA Periodico di Capri e Anacapri, delle isole e delle costiere. Anno IV - Numero 25 - Luglio 2006 Registrazione Tribunale di Napoli n. 25 del 28/02/03 Vele Bianche editori srl Via del Parco Margherita, Napoli Direttore responsabile Roberto Gianani Coordinamento redazionale Mimmo Carratelli Art Director Alessandra de Martino Pubbliche relazioni Patrizia Signorini collaboratori Vincenzo Abate, Oreste Albanesi, Pina Amarelli, Giuseppe Aprea, Caterina Baffigi Ulivi, Antonella Basilico Pisaturo, Alessandro Bergonzoni, Carmen Bonazza, Anna Maria Boniello, Salvatore Borà, Cinzia Brancato, Antonio Brundu, Maria Rosaria Cafiero, Claudio Calveri, Alessandro Cardito, Angelo Caroli, Maurizio Carosone, Maria Gisella Catuogno, Alessandro Cecchi Paone, Ciro Cenatiempo, Nellino Cilento, Adriano Cisternino, Franca Coin, Ermanno Corsi, Salvatore Cosentino, Paolo Cutolo, Maurizio d'albora, Simona d'albora, Pippo Dalla Vecchia, Carmine D'Angelo, Bianca D'Antonio, Nino D'Antonio, Selene D'Alessio, Giulio De Flammineis, Vincenzo De Gregorio, Alessandra Deleuchi, Angela Del Gaudio, Leandro Del Gaudio, Erri De Luca, Adriano De Luna, Annarita Di Pace, Paola Di Pace, Antonella Durazzo, Renato Esposito, Luisa Federico, Marina Federico, Monica Florio, Claudia Forlani, Carlo Franco, Cristina Gambini, Pietro Gargano, Luciano Garofano, Antonio Ghirelli, Rosario Iannuzzi, Peppe Lanzetta, Bruno Lauzi, Laura Lilli, Salvatore Lo Presti, Roberto Marra, Wilma Martusciello, Teo Mascia, Nino Masiello, Margherita Mellini, Aldo Messina, Andrea Mingardi, Sergio Moitre, Eddy Monetti, Maura Nessi, Carlo Nicotera, Maria Clara Nitti, Vittorio Paliotti, Benedetta Palmieri, Giulio Pane, Luca Pane, Riccardo Pazzaglia, Petra Reski, Cino Restuccia, Raffaele Rivieccio, Gianmaria Roberti, Mino Rossi, Caterina Ruggi d'aragona, Maria Pina Sacco, Raffaele Sandolo, Ciro Sandomenico, Giovanni Schettino, Catalina Schezzini, Francesco Signorini, Vincenzo Maria Siniscalchi, Fiorella Taglialatela, Clodomiro Tarsia, Chicco Testa, Piero Antonio Toma, Aldo Tosolini, Giuseppe Tricoli, Daniele Trosino, Giuseppe Ulivi, Giovanni Valentini, Ezio Vendrame, Gino Verbena, Gaetano Vespoli, Edoardo Vianello. Impaginazione Ecopress di Bruno Rispoli Cava de Tirreni (SA) Stampa Guarino e Trezza Cava de Tirreni (SA) La riproduzione, anche parziale, dei testi è consentita citando la fonte (L ISOLA) L Isola - via Soraveta, Anacapri (NA) - tel. e fax Per la pubblicità telefonare al

3 3 Cose di Capri, cose di una volta. Le ricordo così come mi vengono in mente. Altre atmosfere e altri personaggi. Veri, ruspanti. Non la passerella artificiale di oggi. Insomma, Capri prima e dopo l'ultima guerra. Personaggi da libro delle favole. Michele 'a scignitella, per esempio. Fu la sorpresa di una compagnia di alpinisti trentini giunti nell'isola per scalare i Faraglioni. Quelle splendide rocce sul mare avevano una caratteristica particolare. Ospitavano lucertole che, anziché avere il colore naturale grigio-verdognolo, erano di un blu intenso. Ogni tanto arrivava a Capri qualche naturalista che pagava sostanziose cifre per qualche esemplare. Il difficile era catturarle. Quella dei Faraglioni era una scalata difficile e pericolosa. Gli alpinisti trentini, equipaggiati di tutto punto, si accinsero all'impresa. Caricarono su una barca piccozze, chiodi, martelli e grosse funi e si diressero ai Faraglioni. Impiegarono due ore per arrivare in cima con la loro straordinaria attrezzatura. Bene. Chi trovarono sulla vetta dei Faraglioni? Michele a scignitella che, senza alcun attrezzo particolare, ma con la sua specialissima agilità e l'abile lavoro dei piedi e della mani, si arrampicava sui Faraglioni meglio di qualunque provetto alpinista. Aveva già catturato alcune lucertole blu e le regalò agli scalatori trentini. Essi non seppero dire se, sui Faraglioni, la sorpresa di avere "conosciuto" la lucertola blu fosse superiore o inferiore alla sorpresa di avervi trovato Michele 'a scignitella che non aveva bisogno di funi e di chiodi per issarsi su quelle rocce. Posso dire che, in netto anticipo su tutti, Michele 'a scignitella fu a Capri l'inventore e il primo straordinario praticante del "free climbing", l'arrampicata a mani nude sulle rocce che venne di moda in California negli anni Ottanta. Un altro personaggio era "Ciammurriello", così soprannominato perché originario di Anacapri, i cui abitanti venivano chiamati "ciammurri". Di lui si diceva che era ateo e, per di più, comunista. Era una persona gentilissima. Portava i capelli rasati a zero sulle tempie con un ciuffo sulla testa. Una moda che, allora, si definiva "alla tedesca". Già questo aspetto lo rendeva, come dire?, temibile. O, almeno, una persona da evitare. Dominavano i preti e un ateo, per giunta comunista, era visto come il IL FREE-CLIMBING UN'INVENZIONE CAPRESE demonio. Del povero "Ciammurriello" si pensava che era meglio non farsi neanche sfiorare. Invece, era una persona di grande cultura. Un altro comunista che, al tempo del regime fascista, era sinonimo di sfaticato e sovversivo, era mastu Vicienzo 'o ferraro. Credo fosse di origine pugliese. Aveva, a Capri, un antro enorme, nero di fuliggine, e là lavorava, sempre indaffarato alla forgia, dall'alba al tramonto. Era picco- lo di satura e magro come una sardina. Quando batteva il ferro sull'incudine in fondo alla bottega, confuso nel fumo della forgia, diventava invisibile. Con le sue piccole braccia usava abilmente l'enorme martello. Mio padre, che era un fascista, l'ammirava al punto da dire: "Se tutti i comunisti fossero come lui, viva il comunismo". Mastu Vicienzo 'o ferraro scoprì felicemente che cresceva a Capri una Prima che l'arrampicata a mani nude sulle rocce diventasse di moda in California, Michele 'a scignitella scalava i Faraglioni senza alcuna attrezzatura per catturare le lucertole blu. La sorpresa di un gruppo di alpinisti trentini. L'ateo di Anacapri e il fabbro ferraio che amava le cipolle amare. L'incredibile prima notte di nozze di un'affascinante inglese. Ecco alcune storie di Capri dell'altro ieri. di Salvatore Cosentino delle sue ghiottonerie, i "lambusciari", una varietà di cipolla selvatica amarissima. Gliene portavo un paniere quando andavo da lui per fargli riparare il filo dei lunghi scalpelli che usavamo per fare i buchi per le mine. Nel dopoguerra, Capri fu invasa da molti turisti inglesi, molti dei quali erano gay. Usavano bere cognac con ghiaccio e acqua. Un giorno, all'ora dell'aperitivo, al bar dell'albergo dove lavoravo, si presentò un giovane inglese, sui venticinque anni, in abito da sera, cosa veramente insolita a quell'ora. Era un gay? Non mi ordinò il cognac con il ghiaccio e l'acqua, ma un Martini. Questo voleva già dire che non era un gay. Disse che era appena arrivato da Londra, dove si era sposato quella stessa mattina. Mi spiegò che erano entrati in servizio degli aerei velocissimi, i Comet, e così, dopo il matrimonio, era riuscito ad esaudire il desiderio della sposina di trascorrere a Capri la prima notte di nozze. Sposina? Quando apparve, vedemmo una bellissima donna in decolleté con lunghi capelli sciolti sulle spalle nude. Il marito ordinò un Martini anche per lei. Lei lo sorseggiò, poi si accorse di avere dimenticato qualcosa in camera e andò su a prenderla. Passò un po' di tempo e la bellissima inglese non tornava. Passò più di mezz'ora. Il marito cominciò a guardare nervosamente l'orologio. A un certo punto, salì in camera. Ma la stanza era vuota. La moglie non c'era. L'inglese scese precipitosamente nella hall. Chiese al portiere se avesse visto la moglie uscire. Quello gli rispose di sì: "E' uscita pochi minuti fa, l'ho vista andare verso la Piazzetta". Il marito andò in Piazzetta ma non scorse la moglie da nessuna parte. La donna bellissima era scomparsa. Solo il giorno dopo si scoprì che stava in un albergo di Anacapri. Era successo che, andando in Piazzetta, si era fermata sotto il Campanile dov'era lo stazionamento delle carrozzelle. Un caprese, noto per le sue conquiste, l'aveva abbordata invitandola a una gita ad Anacapri dove c'era la festa di Sant'Antonio. Lei aveva accettato. Raggiunse Anacapri su una carrozzella con lo sconosciuto. La bellissima inglese fece la sua prima notte di nozze ad Anacapri col conquistatore caprese. Dovette trovare la cosa molto più eccitante che farla col marito. Così non era più tornata in albergo. Il marito se ne tornò in Inghilterra velocemente, perché c'erano i velocissimi Comet che collegavano Napoli con Londra. Lei rimase tutta l'estate a Capri con l'amante caprese e divenne l'attrazione delle feste dell'isola. Quando il marito tornò a Capri, cercò testimoni del "matrimonio non consumato" per ottenere il divorzio per colpa di lei. Non trovò nessuno che si prestasse a farlo. (Nelle foto, i faraglioni di Capri)

4 4 I bretoni sono uomini duri come la falesie, che il mare artiglia possente dai tempi dei tempi. Come il granito dei calvari della loro terra. Sono caparbi e silenziosi, come la marea che monta e ricopre la roccia. E i vecchi hanno rughe salate, profonde come corteccia d'albero. E' gente antica, quella di Bretagna; gente di frontiera. Era lì il "finis terrae" del grande Impero di Roma; oggi è la regione più a settentrione della Francia, il Finistère. Edouard Corbière, il padre di Tristan il poeta, era uno di quelli. Tutti a Morlaix, e a Roscoff, dove veniva d'estate, sapevano chi era. I più anziani lo avevano raccontato ai più giovani di quando lui era davanti a tutti, nella rivolta contro il re e i suoi servi sciocchi. In quel 1830 in cui il sangue era sceso a fiumi. Quando il pericolo era cessato, Corbière aveva posato il fucile e impugnato la penna e con il romanzo "Il negriero" era diventato il primo scrittore francese di storie di mare. Ora, che un uomo come lui potesse avere un figlio come il suo, nessuno in paese avrebbe mai potuto neanche immaginarlo. Edouard Joachim era magro e segaligno come un giunco di mare. Brutto, malaticcio, taciturno e poeta. Lì a Roscoff qualcuno, di quelle lingue velenose che crescono un po' ovunque sulla terra, ma che in Bretagna nascono ancora più acuminate, gli aveva affibbiato un soprannome di quelli che quando arrivano lasciano il segno. "Ankou", lo chiamavano Ankou, col nome dello spettrale auriga del carro dei morti, che gira di notte nelle strade della città a cercare le sue vittime. In una mano, diceva la leggenda celtica, tiene la falce omicida, con l'altra domina il passo dei due cavalli: il bianco, magro e malfermo sui garretti, si chiama Anken, il 'dolore'; l'altro, Ankoun, ha un manto nero e lucente; il suo nome in lingua bretone vuol dire 'oblio'. Tristan - Edouard Joachim si era intanto autobattezzato così - reagiva a modo suo. "Ankou, Ankou!", gli gridavano i monelli nei vicoli del porto. E lui, per tutta risposta, una volta usciva dal suo maniero travestito da donna, un'altra volta da forzato, un'altra ancora da mendico. E intanto scriveva versi sferzanti e beffardi, spesso fuori da ogni legge della metrica. "Au vieux Roscoff, Berceuse en nord-ouest mineur, Trou de filibustiers, vieux nid A corsaires " L'ironia, oltre che la passione per la poesia e per la pittura, era tutto ciò che aveva ereditato da papà Edouard. E imparò subito farne buon uso, ora che, abbandonati gli studi alle soglie del Baccaloreato per l'aggravarsi della sua salute, si era rintanato lì a Roscoff. Era il 1863, e aveva appena 18 anni. Trascorreva le giornate andando a pesca di aragoste con la barca di suo padre, il "Négrier", e le notti alla taverna Le Gad, dove si intratteneva con i pochi amici: i marinai del posto e i pittori francesi che venivano spesso a dipingere la bella marina. Una sera, davanti ad un bicchiere di vino, fece la conoscenza di uno di loro, Jean-Louis Hamon, e insieme progettarono il viaggio in Italia che li avrebbe portati fino a Capri. I due sbarcarono a Marina Grande che era il 30 dicembre del 1869; Hamon guidò il nuovo amico attraverso la via Strettola, fino alla locanda di don Michele Pagano, dove egli stesso aveva abitato qualche anno addietro. Sul Registro dell'albergo che i nuovi arrivati dovevano compilare, accanto al nome e al paese di provenienza, c'era la voce "condizione". Corbière ci pensò un poco, poi scrisse in italiano "far niente?" e infine, un rigo più sotto, "pittore - poeta etc.". QUEL POETA MALEDETTO DALLA BRETAGNA A CAPRI L'isola era in quegli anni un grande atelier a cielo aperto: e ciò avrebbe fatto la fortuna di quanti, a cominciare dai Pagano, l'avevano intuito per tempo. I pittori spedivano i loro quadri al Salon parigino o in giro per l'europa, e altri ne venivano coi cavalletti a tracolla. Così a Capri, tra le donne più giovani e belle, si era diffuso un nuovo modo per guadagnarsi da vivere, che di bello aveva di essere assai meno faticoso che far la facchina su e giù per la Scala Fenicia o di lavorare al telaio dall'alba al tramonto. Era il mestiere di modella: tutto ciò che bisognava fare era mantenere la posa il più a lungo possibile, e sorridere. I pittori pagavano bene e qualche volta le sposavano pure le loro modelle e Luisella, Marietta, Emiliella e le altre, nelle notti d'estate, si trasformavano in meravigliose danzatrici di tarantella. Era successo così, ad di Giuseppe Aprea Edouard Joachim Corbière, magro e segaligno come un giunco di mare, brutto, malaticcio, taciturno, si ribattezzò Tristan. Il soggiorno alla locanda di don Michele Pagano. Gli autografi preziosi. Un carnevale indimenticabile. Il viaggio ad Anacapri a dorso di mulo. esempio, a Jean Benner, pittore francese d'alsazia. Si era scelto per compagna Margherita, che oltre ad essere bella era pure la figlia di don Michele Pagano, il padrone della locanda con la grande palma. Al centro del paese. Chissà. Forse Corbiére ci impiegò più di un giorno a ritrovarsi, in quel microcosmo azzurro e luminoso dov'era capitato; il cielo ed il mare erano così diversi da quelli tanto amati e tanto inquieti della sua Bretagna Ma ci pensò l'inverno caprese col suo vento di libeccio a farlo sentire a casa sua. Il 22 febbraio del 1870, in compagnia di Jean Benner e di Mar- LLOYD ITALICO DIVISIONE TORO ASSICURAZIONI S.p.A. Rosario-Truppi Assicurazioni s.n.c. La professionalità e l efficienza di un assicurazione amica Agenzia Generale in Napoli, Via Guantai Nuovi, 25 - Tel Fax

5 5 L'amore senza speranza per l'attrice di origini italiane Armida-Josephina Cuchiaini, in arte Herminie, che cantò in versi sotto lo pseudonimo di Marcelle. L'unico suo libro di poesie fu una scoperta di Paul Verlaine. tutti i presenti alla festa, a mò di maschera. Sulla fronte di Hamon erano comparsi alla fine due occhioni ridenti, che aggiunti ai suoi facevano quattro! A Tristan era toccata una maschera differente, ma non meno appariscente: l'amico Jean l'aveva dipinto d'oro, come un dio egizio E poi a mezzanotte tutti fuori, a dar fuoco al grande pupazzo di Carnevale! Qualche giorno dopo la partenza di siffatti ospiti don Michele, che a quel tempo era affiancato nella gestione dell'albergo da suo nipote Teodoro, trovò un'ultima traccia del passaggio di Corbière nei suoi registri. L'ultimo dei suoi "graffi" capresi, un piccolo poème en prose senza titolo. "Capri feu vide - bouteille de feu Tibère qui venait y geter sa gourme et des astrologues à la mer pour faire des ronds dans l'eau - Aujourd'hui tout degénère impossibile de trouver un astrologue dans le pays ce qui prive le flaneur et l'amateur de couleur locale - on est réduit à jeter des cailloux.". Il che, tradotto (ahimé) solo letteralmente, suona pressappoco così: "Capri fuoco vacuo - bottiglia di fuoco Tiberio che veniva a gettarci i suoi peccatucci e gli astrologhi in mare per fare dei cerchi nell'acqua - Oggi tutto degenera impossibile trovare in paese un astrologo ciò penalizza il flâneur e l'appassionato del colore locale - ci si è ridotti a gettare dei ciottoli". gherita, con i quali l'intesa era stata immediata, e dell'inseparabile Hamon, ne fece la conoscenza diretta. Dalla marina, dove il mare si infrangeva sulle case, i quattro amici risalirono ad Anacapri, a dorso d'asino. E, dopo una sosta ristoratrice all'osteria di Massimino, scesero fino al Limbo, dove andava in scena lo spettacolo del mare in burrasca. "Le spectacle que nous offre la mer est admirable" annotò Benner nel suo diario. Tristan, lui, non era tipo da tenere un diario. E così, fedele alle due "qualifiche" che aveva dichiarato all'arrivo - poeta e pittore - pensò di lasciare proprio nei Libri degli Ospiti dell'albergo Pagano alcune chiare e personalissime tracce di entrambe le sue passioni. La prima, nel librone con la copertina rigida che in copertina recava l'elegante dicitura "Nota dei Forestieri", è una poesia senza data, scritta nel suo inimitabile stile, ispirata dalla visita a Napoli e dall'immagine che si era fatto dell'italia. S'intitola "Vedere Napoli è (morì)". Ed è tutta da leggere: ironica, canzonatoria, dissacratrice: "O Dante Alighieri qu'ont il fait de ma malle?/ Raphael! Ils m'ont fait mes cigares / dedans. / O Mignon! Ils ont fait flotter mon linge sale / Pour le passer au bleu de l'éternel printemps!". "Dante Alighieri, cos'hanno fatto del mio baule? / Raffaello! Ci hanno fatto dentro i miei sigari. / O Mignon! hanno fatto ondeggiare la mia biancheria sporca / per tingerla dell'azzurro dell'eterna primavera! Termina con un verso quasi surreale: "Và poète ne pas voir Naples et dormir". Qualche pagina dopo, nello stesso registro, c'è un'altra poesia, firmata in calce "Tristan", con la data del 2 marzo. E' riferita al romanzo di Lamartine, "Graziella", e naturalmente ne costituisce la poetica presa in giro. Il titolo è "Les fils de Lamartine et de Graziella". Eccone la prima strofa. "A' l'île de Caprée où la mer de Sorrente/ Roule un flot hexamètre où fleurit l'oranger,/ Un naturel se fait une petite rente/ En Graziellant l'étranger". Il poeta infelice ed il suo amico pittore Hamon, più volte immortalato dallo stesso Corbiére ("Tristan pingebat 1870") in pose spassose in un altro dei libri del Pagano, il cosiddetto Album delle Caricature, lasciarono l'isola il 17 marzo di quell'anno, con una nave dal nome un po' inquietante: "La Riposta". A bordo parlarono forse dell'indimenticabile Carnevale trascorso a Capri, con Jean Benner a dipingere i volti di Nella pagina precedente, Don Michele Pagano, Caricatura del pittore De Pury. In questa pagina, in alto a sinistra, Autocaricatura di T. Corbiere e, a destra, poesia di Corbiere dal registro dell Hotel Pagano. Qui sopra, una foto dell Hotel Pagano ai tempi del soggiorno del pittore bretone. A dire la verità un altro "graffio", nel registro del Pagano, Corbière lo lasciò. Due anni dopo, alla metà di maggio. Ma si trattò solo della sua firma, accanto a quella della donna di cui era innamorato senza speranza, l'attrice di origini italiane Armida- Josephina Cuchiaini, (in arte Herminie) che era accompagnata nella gita a Capri dal suo compagno e anfitrione, Rodolphe de Battine. Tra i due, Tristan era destinato a fungere solo da terzo incomodo, purtroppo; Herminie rimase un sogno da cantare in versi, nascosta sotto lo pseudonimo di Marcelle. Nel 1875 il poeta si stabilì a Parigi, ma la sua salute peggiorò ancora. Venne ricoverato nel sanatorio di Dubois e da lì scrisse un'ultima lettera alla madre Angelique: "Je suis à Dubois du bois dont on fait les cercueils", "Mi trovo a Dubois (du-bois=di legno n.d.r.). Di legno son fatte le bare". Quando chiuse gli occhi, il primo di marzo di quello stesso anno, stringeva ancora nel pugno un ramoscello di erica. Il suo ultimo desiderio di uomo. Della sua morte non un rigo fu scritto sui giornali; nulla neppure sulla sua tomba, a Morlaix, dove Angélique lo riportò. Ma Tristan l'ankou il suo epitaffio l'aveva già scritto da tempo, nascosto tra i versi della sua "Piccola morte dal ridere": "( ) le bare dei poeti/ non son altro che semplici giochi per i becchini/ custodie di violino che suonano vuote / Ti crederanno morto-idioti borghesi-/ Va, sfreccia leggero pettinator di comete!". Fortuna volle che Paul Verlaine leggesse l'unico libro di poesie pubblicato da Corbière, intitolato "Amours Jaunes" (giallo è il colore del tradimento), e quasi otto anni dopo la sua morte ponesse con ammirazione il suo nome tra quelli dei grandi Poeti Maledetti, accanto a Rimbaud e Mallarmé. I precursori della poesia moderna.

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