PICCOLA DEA 5 30/03/15 17:36

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1 PICCOLA DEA

2 Per Simone

3 1. Il miglior tè del mondo «Dovrai rompermi un dito del piede» le spiegai. Io e Lorrie Ann stavamo prendendo il sole nel minuscolo patio recintato della casa di mia madre, sdraiate su asciugamani sottili stesi sulle screpolature del lastricato rovente. Ci eravamo spremute sui capelli una confezione a testa di limone concentrato, di quello industriale, e con gli occhi chiusi contro il sole pregavamo di diventare più bionde, sempre più bionde. Il vento portava con sé l odore del gelsomino. Nell esigua insenatura del nostro quartiere californiano anni Novanta, non c era ragazza più perfetta di Lorrie Ann Swift, non tanto perché fosse straordinaria, ma perché era ordinaria in modo superiore al nostro. I suoi genitori le volevano bene, e lei voleva bene a loro. Era addirittura difficile che invitassero qualcuno a casa, tanto preferivano la loro reciproca compagnia a quella degli altri. Perfino suo fratello maggiore, anziché prendersela con lei e tormentarla o travolgerla ogni volta che le passava accanto con la bici, condivideva la sua collezione di cd e le dava consigli per perfezionare lo stile a rana. Quasi tutti i nostri genitori erano finiti a Corona del Mar, nel torpore di quella cittadina sull oceano, per una serie di errori sempre più grandi. Il mercato immobiliare della California del Sud, che durante gli anni Ottanta sembrava non avere limiti, era di colpo collassato; molti padri erano rimasti a casa e ormai dividevano equamente il loro tempo tra la bottiglia e il divano, con una borsa per il ghiaccio sugli occhi, 9

4 mentre le mogli si affannavano per guadagnarsi un attestato di igienista dentale. Una ragazza, Miranda, aveva la madre che lavorava a Disneyland di giorno e poi di notte, da casa, per una linea a pagamento di chiromanzia. «Rende anche meglio del sesso telefonico» commentò Miranda un pomeriggio mentre leccavamo da minuscoli piattini il preparato per una gelatina senza zucchero all arancia. Ricordo anche i suoi quattro Rottweiler. Erano molto vecchi e due di loro avevano perso ormai il controllo dell intestino. I nostri genitori avevano perlopiù creduto che la vita sarebbe stata tutta in discesa e che, brillanti ed entusiasti com erano, se la sarebbero cavata. Quella fiducia, una fiducia nelle loro capacità, li stava poco a poco abbandonando per essere sostituita, almeno nel caso di mia madre, da un interesse per l occulto e una costante inclinazione per il vino rosso. La generazione del babyboom è stata definita da alcuni ottimista, ma per come la vedo io era semplicemente debole e poco preparata. Non sapevano cucire né cucinare e nemmeno far quadrare i conti. Si dimenticavano di aprire la posta. Un mal di testa li colpiva ogni volta che cercavano di condurre una riunione delle Girl Scout: restavano seduti su sedie pieghevoli a pizzicarsi con due dita il ponte del naso cercando di non piangere per quella vita che si era rivelata terribilmente dura e monotona mentre, tutt attorno, delle bimbette eccitate ridevano sguaiate perché una di loro aveva pestato una cacca. I genitori di Lorrie Ann, invece, non perdevano la fiducia. Vivevano in un modo diverso, migliore. Ogni domenica andavano in chiesa. Ogni venerdì sera prendevano a noleggio un classico dell horror, e persino il fratello maggiore di Lorrie Ann, che al tempo aveva sedici anni, restava a casa a guardarlo mentre ordinavano una pizza a domicilio e facevano i popcorn nel minuscolo bilocale dove vivevano tutti e quattro insieme. Suo padre, Terry, portava un orecchino (un grande cerchio dorato, come quello di un pirata) e per la serata insegnanti-genitori si metteva in testa un cilindro nero. Aveva un 10

5 gruppo di christian rock, mentre la madre di Lorrie Ann, Dana, era una maestra di scuola materna che faceva collezione di gnomi: gnomi di legno e di ceramica di ogni stile e dimensione, posati a terra o su tavoli e ripiani, con la schiena al muro, lo sguardo spento rivolto verso il centro della stanza. Di certo credevo che Lorrie Ann non sarebbe mai stata tanto stupida da rimanere incinta in seconda superiore di un ragazzo che nemmeno le piaceva, esattamente quello che avevo fatto io. Eppure, durante la primavera dei miei quindici anni fu proprio Lorrie Ann che mi accompagnò ad abortire, che mi aiutò a programmare tutto. Aveva già compiuto sedici anni e preso la patente, ma non avevo bisogno di lei solo perché guidava. Avevo bisogno che, in tutta la sua bontà e correttezza, mi perdonasse, mi desse il suo consenso partecipando al mio disegno. «Non puoi dire semplicemente che ti sono venute? Perché ti devo rompere un dito del piede?» chiese Lorrie Ann, gli occhi nascosti dietro le lenti scure degli occhiali da sole presi in prestito da mia madre. «Chi si perderebbe una partita di campionato solo per un po di dolori mestruali?» mi difesi. Riuscire a fissare un appuntamento al consultorio familiare era stato un incubo. Non c era modo di spostarlo e non credevo proprio che sarei riuscita a giocare a softball il giorno dopo. Volevo che Lorrie Ann mi rompesse un dito del piede in maniera da avere una vera e seria giustificazione da esibire al coach. E poi, per qualche strana ragione consideravo che rompermi un dito del piede fosse il prezzo da pagare per l aborto, un modo per sincerarmi di essere ancora una persona perbene: era la punizione che rende di nuovo buoni i cattivi. Sebbene fossi stata cresciuta senza alcuna educazione religiosa, ero in un certo senso cattolica per mia stessa indole. «Di semplicemente che sei ammalata!» insistette Lorrie Ann. «Non mi piace dire bugie, e questa è la cosa che più si avvicina alla verità.» 11

6 Lorrie Ann mi guardò addolorata. «Tu sei matta» fece. «Dici bugie in continuazione.» «Vero, e non mi piace per niente. Andrà tutto bene. Ci beviamo qualcosa e lo facciamo.» Naturalmente costringere Lorrie Ann pura, bella e brava a rompermi un dito del piede e punirmi così per il mio aborto assumeva un significato importante a livello simbolico. Per noi la famiglia di Lorrie Ann era splendida, e quello splendore si trasferiva a Lorrie Ann. Rendeva i suoi capelli già dorati color del miele e il blu oceano dei suoi occhi ancora più profondo. Faceva apparire elegante, anziché irlandese, il suo naso all insù. Era il suo splendore a rendere grazioso, e non ridicolo, che in prima media Lorrie Ann fosse l unica di noi a non depilarsi ancora le gambe. Credo fossimo tutte gelose di quella bella peluria dorata, un riflesso di polvere di fata sui suoi polpacci. Perché su di lei era così bella mentre sui nostri piccoli stinchi flemmatici aveva un aspetto tanto brutto e infame? Perché Lorrie Ann riusciva a essere elegante persino in scarpette da ginnastica malconce e pantaloncini un po troppo piccoli per lei? Perché risultava deliziosa quando, ridendo troppo forte, finiva per fare versi da maialino? Sì, eravamo gelose di lei, eppure non la odiavamo. Non la stuzzicammo nemmeno una volta, noi monelle vagabonde di Corona del Mar, ladre di noccioline e aranciata, fanatiche del lucidalabbra e del turpiloquio, figlie di finte chiromanti e specialiste di flebotomia fresche di diploma. Fu così che quando, poco dopo la fine delle superiori, cose terribili iniziarono ad accadere a Lorrie Ann, rimanemmo tutte scioccate. Fu come una sorta di strana resa di Giobbe postmoderna. Restammo di sasso, ammutolite, private persino della possibilità di accedere ai gesti tradizionali di piatti portati nella casa del defunto e decorosi silenzi. La storia di Lorrie Ann diventò il rospo in gola che ci fece restare in silenzio mentre nervosamente sceglievamo le nostre carriere e acconsentivamo con molti dubbi e pregiudizi a sposare gli uomini 12

7 di cui eravamo innamorate. (Tutti i nostri genitori avevano divorziato, come potevamo non avere paura? Tutti i nostri genitori tranne, naturalmente, quelli di Lorrie Ann.) In un certo senso è stata Lorrie Ann a fare di me ciò che sono, poiché la mia personalità ha preso forma come reazione uguale e opposta a ciò che era lei, proprio come, ne sono certa, la sua è andata formandosi come conseguenza della mia. La gente fa cose così. Si spartiscono le qualità, come se per indocilire la realtà bisognasse classificarla, etichettarla, definirla. Mia madre si considera tuttora la sorella intelligente, mentre l altra è la bella, sebbene abbia ottenuto un dottorato in biologia marina e lei sia invece diventata truccatrice. Per me, la mia amica Lorrie Ann era la buona, mentre io ero la cattiva. Lei era bella (e in maniera sconvolgente, come un dipinto di Vermeer) ma io ero sexy (a tredici anni bastava un po di Labello alla ciliegia per sentirsi sexy). Eravamo entrambe sveglie, ma Lorrie Ann era riflessiva mentre io ero furba, lei seria e io scaltra. Se lei faceva la sentimentale, io diventavo sarcastica. Di solito le amicizie tra ragazze vengono catalogate e riposte in scatole piene di cartoline e biglietti di concerti, ma qualsiasi cosa ci fosse tra me e Lorrie Ann, non fu tanto semplice da archiviare. Il weekend successivo eravamo andate al consultorio familiare sulla Diciannovesima, a Costa Mesa, avevo abortito, e poi avevamo mangiato un hamburger da In-N-Out. Mi sentivo male e probabilmente sarei dovuta andare a casa e rannic chiar mi sul divano come quando ti senti male alle elementari. Una boule dell acqua calda e un antidolorifico sarebbero stati provvidenziali. Ma non volevo ammettere che avevo bisogno di coccole. Volevo fare la dura, assumere l aria vissuta persino rispetto a quello che era appena accaduto, perché facendo finta che non importasse avrebbe davvero avuto meno importanza. Quando chiesi di andare da In-N-Out, Lorrie Ann non ebbe altra scelta se non accompagnarmi. «Sei sicura?» mi chiese. «Come ti senti?» «Sto da dio» dissi, e lei rise nervosamente. 13

8 Ma dopo aver ordinato ed esserci sedute sulla panchina da picnic in pietra cocente con del cibo che nessuna delle due voleva, non riuscivamo a parlare. Capii che, per tornare a essere davvero amiche, dovevo trovare un modo per farla partecipe, per darle accesso a quei pochi minuti freddi e illuminati a giorno che avevo appena trascorso senza di lei. «L infermiera aveva, tipo, dei baffi» dissi infine. Mi tornava in mente la sua faccia che incombeva su di me durante la procedura; avevano continuato a chiamarla così, la procedura. L espressione nei suoi occhi era difficile da decifrare: non c era pietà, ma nemmeno un giudizio. Non c era alcuna emozione palese, eppure aveva una faccia onesta e franca. Alla fine avevo capito cos era: l infermiera mi guardava con la stessa disinvoltura con cui ci si guarda allo specchio, quando ci si esamina senza avere la sensazione che la faccia appartenga a qualcun altro. «Credo che mi odiasse» dissi. «O che odiasse tutto quanto: gli aborti e le ragazzine che li fanno di sabato. Oppure era semplicemente annoiata. Magari mentre io abortivo lei era semplicemente annoiata. È strano, vero? Che possa essere la cosa più grande e paurosa, la cosa peggiore che mi sia mai capitata, mentre per lei era solo un altra giornata di lavoro.» «Mi dispiace moltissimo» disse Lorrie Ann posando una patatina fritta. Schioccò le dita per liberarsi del sale. «Riesco solo a pensare che avrei voluto farlo io, che avrei potuto farlo io al posto tuo in maniera che non dovessi essere tu a farlo.» Era sul punto di piangere, e quello aiutava. Se avesse pianto lei non avrei potuto farlo io, ed era più facile consolare lei che consolare me. «Non è stato poi così terribile» le dissi. «In un certo senso fanno in modo che tu non ti accorga di quel che succede. Te lo nascondono. Forse sarebbe meglio se non facessero così, se lo vedessi, se sapessi. Però ho fatto sedute dal dentista che facevano più male e più schifo.» Lorrie Ann mi guardò e rise piano. «Sei una bugiarda del cazzo.» * 14

9 Poi tornammo a casa mia; purtroppo mia madre era lì, e purtroppo era ubriaca. La cosa più fastidiosa di mia madre ubriaca era che diventava sdolcinata. «Vi voglio troppo bene, ragazze» sussurrava mentre ci strappava le sopracciglia e gli occhi le si riempivano di lacrime. «Siete troppo belle.» Ricordo che sanguinavo come un Romanov e passai il pomeriggio a cambiare un assorbente dopo l altro, mentre lei ci faceva trattamenti al viso e il ventilatore del salotto girava debolmente. Dovetti mentire e dire che avevo la cacarella per spiegare le mie frequenti incursioni in bagno, lo sguardo vitreo e distratto. Sentivo che Lorrie Ann si preoccupava per me e continuavo a sorriderle e scrollare le spalle, dicendole con il labiale che stavo bene ogni volta che mia madre ci dava la schiena. Ma più fingevo di star bene, più mi sentivo dentro un agitazione che sfociava in uno strano stato di ansia e sfinimento. I miei fratelli, paralizzati dal caldo, erano sdraiati sui divani di pelle. In verità erano miei fratellastri, procreati dal mio nuovo patrigno, Paddy. Il mio vero padre viveva una specie di vita strepitosa come venditore di auto a San Francisco, dove gli facevo visita una volta all anno, di solito per due o tre giorni, sebbene, nel tentativo di essere carini l uno con l altro, fossimo generalmente esausti già alla fine del primo giorno. Mio padre per me non fu mai davvero famiglia, non come i miei fratelli. Avevano cinque e sei anni all epoca, ed erano nudi tranne per gli slip da Superman, mentre la loro carnagione, dall abbronzatura satinata, brillava risaltando sulla pelle nera del divano. «Questo è un siero esfoliante» ci informò mia madre, farfugliando solo lievemente. Era truccatrice per Chanel e la mia vita era stata una serie di campioncini di prodotti di bellezza: minuscoli tubetti di crema che mi metteva in mano come talismani contro i pericoli. Per l intero pomeriggio e la sera, io e Lorrie Ann aspettammo: che le nostre nuove facce si rivelassero, che mia madre perdesse finalmente i sensi, che i miei fratellini andassero a letto (all epoca adoravano ancora I racconti della buonanotte; Dio, 15

10 che libro noioso! E buonanotte a questo, e buonanotte a quello, e di nuovo da capo). Finalmente, passata mezzanotte, io e Lorrie Ann uscimmo di soppiatto nel cortiletto con un martello. Ricordo che Lorrie Ann si mangiava le unghie. Per farle perdere il vizio, sua madre Dana le aveva cosparse di un prodotto dal nome davvero inquietante: Mani ad artiglio. Lorrie Ann, però, mi aveva confessato che quel gusto amaro le piaceva e si era messa addirittura a rosicchiare via lo smalto formando scaglie che le si scioglievano sulla lingua come acido delle batterie per poi tornare dalla madre e supplicarla di riapplicarglielo. «Non posso farlo, Mia» aveva detto Lorrie Ann, rimettendo giù il martello e iniziando subito a rosicchiarsi le unghie. «Stronza, fallo!» urlai. Eravamo entrambe molto, molto ubriache. Da quando il mio patrigno era stato licenziato dal ristorante italiano in cui lavorava, mia madre aveva iniziato a comprare bottiglioni di Carlos Rossi. Di lì a poco, così sembrava, sarebbe diventato parrucchiere. «Non posso farlo e basta» aveva ripetuto Lorrie Ann, mettendosi a piangere. «E va bene» dissi, «poppante del cazzo.» Ricordo che il cielo notturno era chiaro, inondato di stelle. Afferrai il martello e me lo tirai più forte che potei sul dito del piede. Su come fossi rimasta incinta, immagino si possa dire, tanto per cominciare, che rientro in quella che dev essere una percentuale minima di ragazze che rimangono incinte quando perdono la verginità. Nel mio caso si chiamava Ryan Almquist e, quando glielo avevo chiesto, aveva sostenuto che il preservativo dovesse essere infilato alla fine. Eravamo nel suo furgone, che odorava di muffa e cera per la tavola da surf, una combinazione non del tutto sgradevole. «Alla fine?» «Sì, scemotta» disse baciandomi sul collo. Poiché sapevo che lo scopo del preservativo era di raccogliere tutto lo sperma e che quello succedeva certamente alla 16

11 fine e che anzi quella era, di fatto, La Fine del Sesso, non mi sembrò poi così insensato. In seguito, specialmente dopo essermi accorta di essere incinta, mi sentii mortificata per la mia ingenuità. Mi sarei arrabbiata di più se avessi creduto che Ryan mi avesse intenzionalmente ingannata, ma ero piuttosto certa che fosse davvero un semplice idiota. Dopotutto, quella era una delle ragioni per cui lo avevo scelto per perdere la verginità. Lorrie Ann si era dimostrata paziente con me mentre le spiegavo il mio ragionamento, sebbene si capisse che non era convinta: una di noi doveva farlo per prima, così dicevo, e a quel punto tanto valeva che fossi io. Ryan era (a) inoffensivo, (b) figo e (c) aveva un furgone. Per di più andava in un altra scuola e i pettegolezzi sarebbero stati ridotti al minimo. «Non vuoi farlo con una persona di cui sei innamorata?» aveva chiesto Lorrie Ann. «No» avevo detto. «E se poi fa male ed è tremendo e ti metti in una situazione imbarazzante, tipo che piangi o sanguini o scorreggi o qualcos altro? Meglio farlo con qualcuno di cui non t importa niente.» «Io penso che preferirei farlo con qualcuno che amo» aveva detto piano Lorrie Ann. «Be, tu forse potrai scegliere» dissi, «ma chi vuoi che ami me, con il cuore nero che mi ritrovo?» Io e Lorrie Ann scherzavamo spesso sul mio cuore: non era altro che una piccola pietra scura, collocata nel petto, che brillava di un tono spento, come la grafite o il carbone. «Non voglio bene nemmeno a mia madre!» avevo gridato mentre Lorrie Ann si piegava dal ridere. «Ma certo che sì» aveva detto. «No» le avevo risposto ridendo, senza fiato. «Proprio no.» Anni e anni dopo, a Istanbul, ero ancora preoccupata che il mio cuore potesse essere di pietra. Era stato Franklin, un ricercatore dell Università del Michigan, a introdurmi al sistema di scrittura cuneiforme, il più antico mai inventato, ed era 17

12 stato sempre lui a farmi sperare per primo che il mio cuore fosse fatto di altro: una qualche essenza di coniglietto, per esempio, o polvere di fata o torrone, o semplicemente della polpa tenera di una normale ragazza. Non avevo studiato il cuneiforme prima: la mia specialità erano gli studi classici, e in particolare il latino. Ma nella primavera del 2005 avevamo deciso di provare a fare insieme una traduzione dell intero ciclo di Inanna, una serie di antichi canti che narrano la storia della dea sumera Inanna. Durante il mio percorso nell antichità classica, mi ero imbattuta nella mia dose di dee. Anzi, devo a mia madre e alla sua crisi di mezza età, che le fece acquistare Le Dee dentro la Donna, se più tardi decisi di studiare letteratura e cultura greca e romana. Ricordo ancora quando lessi quel tascabile che andava a pezzi in vasca da bagno, mentre mio fratello Alex dava insistentemente colpi alla porta per entrare a usare il gabinetto. Ero affascinata dagli dèi: dalla loro amoralità, volubilità e sete di sangue. Ma persino con tutte le mie letture, con tutti i libri sparpagliati per casa come corazze di scarafaggi, persino durante la specializzazione e il dottorato, durante quegli ardui sette anni in cui penavo per raggiungere l eccellenza, non avevo mai incontrato una dea come Inanna. Era troppo figa. Con qualche raggiro, mentre il padre era ubriaco, lo aveva convinto a farle dono di tutta la sua saggezza, che lei aveva poi a sua volta regalato al popolo. Aveva sposato un mortale e lo aveva fatto re. E poi, una volta avuto tutto, quando l intero mondo era suo, aveva sviluppato una sete di morte che l aveva fatta andare da sola negli inferi, dov era stata uccisa per poi rinascere. Nessuno aveva mai pubblicato l intero ciclo di Inanna prima. La sua storia attendeva di essere riscoperta in quelle tavolette d argilla ricoperte solo da una strana scrittura fatta di cunei, priva di punteggiatura o spazi tra le parole, tanto da ricordarmi i disegni merlettati sulle uova di Pasqua ucraine. Solo piccoli frammenti erano stati pubblicati in qualche articolo scientifico negli ultimi cent anni, per cui nell autunno del 2006 ricevemmo le borse di studio e i finanziamenti e ci tra- 18

13 sferimmo insieme a Istanbul per iniziare la prima traduzione completa dell intero ciclo di Inanna. Prima di Franklin, non avevo nemmeno sentito parlare di Inanna. Lui mi spiegò che era dovuto a una ragione ben precisa: quando, nel 1889, furono rivenuti i frammenti, che erano rimasti sepolti per circa quattromila anni nelle rovine di Nippur, il bottino era stato equamente diviso tra l Università della Pennsylvania, che finanziava il progetto, e il Museo dell Antico Oriente di Istanbul, che aveva dato l autorizzazione agli scavi. Nessuno, tuttavia, si era messo a leggere le tavolette a mano a mano che le smistavano, per cui se le erano solo spartite equamente e le avevano spedite verso destinazioni diverse. Era così che metà delle tavolette con la storia di Inanna era finita a Istanbul, e l altra metà a Philadelphia, e nessuno fino allora aveva mai letto la storia per intero. Ecco cosa ci facevo a Istanbul: trasformavo la traduzione approssimativa di Franklin in un testo che qualcuno avrebbe davvero voluto leggere, innamorandosi di una dea che nessuno più venerava da migliaia di anni. Nel nostro condominio c era una bambina di nome Bensu, un nome che significa sono acqua. Abitava nell appartamento sotto il nostro e aveva forse cinque anni, la bocca a forma di cuore ed enormi occhi verdi turbolenti che sembravano fatti di smeraldo sintetizzato in laboratorio, oltre a una lingua che arrotolava belle frasette in inglese o in turco, quasi fosse un giocattolo disegnato da un utopista multiculturale. Ero molto spesso sorpresa della malvagità della fantasia di Bensu, forse a causa dell innocenza che proiettavo su di lei. «Solo un minuto» mi disse Bensu. «Solo dieci secondi.» Quello che Bensu mi stava chiedendo era che mi fermassi sulle scale, posassi a terra le borse della spesa e facessi finta di bere del tè da una scarpina di plastica delle bambole. Non aveva un servizio da tè, per cui si faceva andar bene le scarpe della bambola più grande che aveva. Versava il tè in quelle scarpe inclinando abilmente un cuscinetto per spilli che probabilmente apparteneva a sua madre. 19

14 Certi giorni cedevo, altri no. Ma quando accettavo, Bensu sollevava la scarpa della bambola e mi rivolgeva un sorriso, mentre gli occhi le brillavano. «Il mio tè è ottimo, vero?» «Sì, Bensu» dissi io. «Che cosa ci metti dentro per renderlo così gustoso?» Bensu sorseggiò piano l aria dentro la scarpa della bambola. «È un segreto.» «Non è giusto!» «Anche se ti dicessi il segreto» Bensu sospirò, stanca e paziente, «non riusciresti a farlo bene come me, perché io faccio il tè meglio di chiunque altro al mondo.» «In tutto il mondo?» chiesi. «Wow. È incredibile.» Bensu annuì modestamente e bevve un altro sorso dalla scarpa della sua bambola. All improvviso, e con grande passione, allungò la mano e mi toccò il ginocchio. «Non ti preoccupare» disse con giganteschi occhi smeraldo che parevano illuminati da dentro, «sono sicura che qualcuno ti sposerà lo stesso. Anche se il tuo tè non è molto buono.» «Il mio tè non è molto buono?» chiesi. Bensu scosse la testa, triste. Il mio tè era così cattivo da intristirla. «Sarà molto difficile, ma ti troveremo un marito» disse Bensu. «E Franklin?» Bensu conosceva Franklin, il mio fidanzato, che viveva al piano di sopra insieme a me. «Ho paura che sia stato pagato.» «Pagato?» «Sì, tua mamma lo sta pagando perché faccia finta di essere innamorato di te.» «E perché mai lo farebbe?» chiesi. «Perché era dispiaciuta per te, per il tuo tè.» Da bambina non avevo conosciuto quel tipo di sottile crudeltà che si annida in ragazzine anche giovanissime. Nemmeno allevando i miei fratellini che, a volte, erano più animali 20

15 che bambini: perfetti, meravigliosi animaletti. Cuccioli di leone. Ma anche Bensu, con i suoi cinque anni, riusciva a intuire che c era qualcosa in me che non andava e che mi avrebbe impedito di trovare un compagno. Lorrie Ann è mai stata così crudele? Non so. Non saprei dire. Posso solo rispondere di me, la ragazzina che una volta sputò letteralmente in faccia a sua madre, la ragazzina che scelse il ragazzo con cui scopare in base alla sua stupidità, la ragazzina che una volta, vergognosamente, baciò il fratellino di due anni sulla bocca solo per vedere come sarebbe stato: sì, sì, sì. Ero e sono tremenda e terribile. Sono sicura di aver detto cose perfide a cinque anni. Anzi, mi sembra proprio di ricordare quella volta che informai la baby sitter che il nostro cane provava a ingropparsi tutti tranne lei, probabilmente perché era brutta. Eppure non fu a me, ma a Lorrie Ann che gli uccellacci del malaugurio continuarono a fare visita, oscurando il cortile di casa, picchiando ai vetri delle finestre con i loro becchi ammuffiti e incrostati di sangue. «Svegliati ragazzina!» urlavano. «Abbiamo dell altro in serbo per te!» 21

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