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1 Nome file data Contesto Relatore Liv. revisione Lemmi SC_VV1.pdf 06/07/1997 ENC AA VV Trascrizione STUDIUM CARTELLO 1996/ luglio 1997 Giornata conclusiva IL PASSAGGIO Vighizzolo d Este DIBATTITO Non sono mai riuscito a scoprire nella musica qual è quello, il secondo tempo: io sto a sentire e mettiamo che sia un primo tempo; ma poi che cosa ci metto io ascoltatore, io Altro? Ho sempre avuto un obiezione parziale alla musica. Forse mi devo correggere, una correzione mia da fare. In ogni caso mi insinua un dubbio di questa specie: che dato che comunque nel parlare io sarò sempre più imperfetto di un buon musicista nel suonare, il risultato è di declassamento del parlare rispetto al suonare. Questo non mi va. In ogni caso metterò sempre il parlare su un gradino più alto rispetto al suonare che pongo nel secondo gradino. Non ammetterò mai mi mettere la musica al gradino superiore rispetto al parlare. Userei questa riunione allo stesso fine di questa mattina in cui ho parlato solo io, ossia nel perfezionare insieme quello che chiamavo fare il punto del dopo rispetto al quale non c è ritorno anche in caso di abbandono. Un modo, uno dei modi per caratterizzare questo punto è la caduta, salvo tornare indietro ma non allo stesso modo di prima, di tanti duo, di tante coppie di opposti, di tante divisioni, come ontologia-etica, dirittomorale, ontologia-psicologia, morale-psicologia. Mi ha colpito che tu dici, hai introdotto questo tipo di argomento, gli uomini che dicono che la donna è quanto di meglio e vi prego di non farmi l obiezione che mi ha fatto qualcuno prima Ma non fare la femminista, perché questo tipo di intervento. Il porre con chiarezza e non è affatto banale ed ha delle conseguenze molto importanti che la domanda è offerta, perché se la domanda non è offerta non è neanche domanda, che l offerta è domanda, perché se no non è offerta, ma al livello più semplice, come quello che vende le scarpe: vi sta offrendo qualche cosa chiedendovi di accettare questo tipo di discorso e che mi sembrava contraddetto dal tuo procedimento discorsivo, per cui sembrerebbe che c è un problema di rapporto degli uomini in quanto uomini, i quali trovano nella donna, e infatti poi si sente spesso questo discorso: «Ah, la donna sarebbe più facilitata degli uomini, e invece l uomo». Con questo chiaro riferimento economico per cui la domanda è insieme offerta e l offerta è insieme domanda finalmente la facciamo finita con questa storia dell uomo e della donna, per cui l uomo sarebbe quello che offre e la donna quella che domanda. Secondo me finalmente la facciamo finita con questa menata che non se ne può più. Allora il problema diventa la questione dell ospitalità, con tutta l ambiguità del termine ospite: ospite è sia chi riceve che chi viene ricevuto. Non c è più nessuna questione che la donna sarebbe più vicina a Dio dell uomo, mentre l uomo Se no alla fin fine continuiamo a fare discorsi omosessuali. Questa era un osservazione nata sull onda di quanto sentito. 1

2 DOMANDA Volevo chiedere al Dr. Contri perché ha usato l aggettivo banale in più occasioni, anche quando siamo andati a mangiare. Banale è un aggettivo, un buon aggettivo, altrettanto descrittivo che il dire che ora fa bel tempo o se piovesse che piove. Designa abbastanza bene tutto ciò che è a portata di mano, il fenomeno che ci sono cose a portata di mano, come adesso mangiamo, dunque non squalifica nulla; non solo non squalifica, ma in fondo è un giudizio, corrisponde al seguente giudizio: nel fare ciò che ora farò, per esempio mangiare, non ho nessuna obiezione, semmai anzi Detto così, addirittura la parola banale diventa una parola interessante e non più degradante, sia pure poco. Quando è che il mangiare si debanalizza patologicamente? In quel caso di cui abbiamo sempre parlato e di cui tutti sanno qualcosa che è l anoressia. Nell anoressico il mangiare cessa di essere banale e questo per danno suo e di tutti. Allora bene il banale. Questo esempio serve a scoprire che il banale non è poi così tanto banale, salvo significare lo faccio senza alcuna obiezione e per lo più qualcosa di gradevole, anche il banale si banalizza, ma già il considerarlo come l ho detto lo toglie dalla banalizzazione, perché non fosse per il caso opposto, ossia di chi non mangia più e fa del mangiare una questione di principio, impettito, con la scopa nella schiena: non mangio e c è qualcosa di molto comandante, una forte asserzione di sé nel non mangio. Anche solo per effetto di contrasto, trovo che anche il mangiare è un atto di consenso e dunque anche il mangiare, stessa cosa che per la differenza dei sessi, è una banalità biologica: per poter continuare a muovere bene le gambe bisogna mangiare. Questa è la banalità biologica. Ma anche solo per l effetto di contrasto con l anoressia in cui se ne fa una questione di principio ma perché dovrei mangiare? : la follia si vede da questo ma perché, per lo più con il ficcarci di mezzo questo bugiardo verbo dovrei; una volta fatto passare il mangiare sul punto del devo è finita e guai a chi rispondesse mangia che ti fa bene : da quando in qua un anoressico è guarito perché gli è stato detto mangia perché devi ossia perché ti fa bene. Perciò anche il mangiare è esattamente come i sessi, che sono nella loro differenza una banalità biologica; anche il mangiare, come i sessi, passa a un altro statuto, allo statuto del corpo, che non è l organismo. Su quello che diceva Mariella, sono d accordo con il giudizio di menata e fine della fiera, ossia punto di non ritorno; basta lì. Non ho invece afferrato perché nella struttura discorsiva io avessi concesso un qualche cosa a un altro modo di pensare. Gli uomini che dicono la donna è quanto di meglio abbiamo in questo genere di cose : è una sequenza di un certo tipo. No, non è una sequenza di un certo tipo solo in ragione di questa risposta che do io. Vediamo se è buona. Risponderei quello che ho messo nel Pensiero di natura proprio su ciò che nel corpo, nel corpo in moto, non nell organismo, non nella banalità biologica, su ciò che potrebbe, non dovrebbe o deve, differenziare l uomo dalla donna, ammesso che si possa concedere una cosa simile. Nel libro rispondevo ed era stato un agitar la mente di giorni, perché c era pro e contro che in uno e uno solo punto è conveniente, forse addirittura ho usato la parola gradevole, che non si trovi una differenza aldilà di quella biologica, ma in che cosa è conveniente che si faccia sì che ce ne sia una là dove nei dati non ce n è nessuna. Era a proposito dell uso della parola padre al cospetto dei figli. C era già l argomento che sia uomo che donna sono padres per i figli, che non c è la padrità e la mammità, che padre è la donna come padre è l uomo, visto come è stato definito il Padre, quello che favorisce il passaggio all eredità o la sovranità. Quale dei due nello stesso uso 2

3 linguistico banale, dove si chiama padre l uomo e si chiama padre la donna, là dove nessuno dei due ha un ontologia da Padre, e ridicolo, lì rispondevo che c è una convenienza, un po come si direbbe era più conveniente sentire il concerto prima di riunirci ancora, più gradevole, più vantaggioso, è conveniente che ci sia uno dei due che concede il nome di padre a un uomo, senza obbligatorietà. È come quando davanti a una porta si dice «Prego, prima lei». Proprio non ho nulla in più da dire. Qualcosa che accade normalmente tra persone: come quando si parla e ambedue si ha la stessa idea e uno dice all altro «Ma dilla tu»: una cosa simile. Essendo che la denominazione di Padre è sostenibile da tutti e non è sostenibile in modo essenziale, ontologico, da nessuno. Ci sarebbe forse un altra osservazione, ma che neanche dico, perché si presterebbe a quel lieve scivolo verso la pornografia che non mi sembra il caso. La lascio pensare a ciascuno. Amo l oscenità ma detesto la pornografia. LUIGI BALLERINI Nell elenco dei impossibili, questa mattina, ho notato un assenza che mi aspettavo di trovare, non fosse altro che perché proprio come impossibile è stato dato nel corso del Seminario: mi riferisco al perdonare. È assente perché è assente, o se è presente come forma particolare dell amore, quindi contemplato all interno di quell impossibile. Per rispondere bisognerebbe tradurre, come dicevano gli insegnanti di liceo Dillo con parole tue. Altrimenti la parola perdonare si presta a tutti i possibili pasticci. Perdonare per me è concettualmente identico, su un punto, al V comandamento: non uccidere. Una volta dicevo che mi proponevo e ritengo di esserci riuscito di dimostrare il carattere di norma giuridica e non di comandamento morale a tutti i dieci comandamenti e che è stata la dura cervice, non solo di tre o quattromila anni fa, ma anche di adesso, il permanere dell idea che sono dei comandi di Dio, e non dei pensieri normativi nel pensiero, se volete cuore, pensante di ciascuno. Perché non uccidere? Perché nel mio cuore ci sta scritto? Sono omicida: cosa mi venite a dire che nel mio cuore ci sta scritto Ah, sì però ci sarà il rimorso. Se la legge soddisfacente, la legge per l uomo e non l uomo per la legge, è quella che chiamiamo dell appuntamento, della convenienza, dell onorare l obbligazione ma solo perché ci guadagna anche quello che si è obbligato, del resto l obbligazione è a due, o usando un altro lessico, se la legge è quella del venire all appuntamento, se ammetto l uccidere, ci sarà qualcuno che non viene all appuntamento e se l ammetto in linea di principio, tutti. Vi sarà qualcuno individualmente, ma se l ammetto di principio tutti. Infatti, l omicida nello spirito, diciamo così, né va né chiede appuntamento, né offre domanda, né domanda offerta, l omicidio di principio ossia senza la norma riguardante l uccidere, non si trova con nessuno. Per capire che c è dell omicida nel senso di contro il V comandamento in tante patologie è sufficiente vedere che in qualcuno non c è nulla che tira all appuntamento, che tira al beneficio, al guadagno, all Agisci in modo che il bene ti venga da Risponderei allo stesso modo per il perdono. Il non perdonato è una considerazione puramente economica: c è una norma che è giuridica ed economica insieme. Il primo diritto è fatto di norme simultaneamente giuridiche ed economiche. Il non perdonare significa tirar via dal mercato qualcuno, e se in linea di principio, tutti coloro che contravvenissero a un obbligazione contratta, per di più oltre a questo svantaggio se ne aggiungerebbe un secondo, nel non perdonare, ossia che ho il lucro cessante unito al danno emergente del passare la vita, ossia i miei investimenti, nella direzione della vendetta, che è un dispendio immenso. Chiunque sa, per qualche storia personale, sa qualche cosa della compulsione, perché è una compulsione, della coazione vendicativa, allora c è perdita su ambedue i lati. Con tutto ciò ci si accorge che il perdonare è impossibile. Allora ricomincerei sul caso del perdonare le stesse considerazioni fatte prima. Comunque che è un impossibile, empiricamente lo constatiamo. Si può solo lasciare andare, dimenticare, lasciar perdere. Il pensiero resta coatto, nella inclinazione vendicativa che è patologica. Semplicemente per la considerazione economica che ho detto: la testa va tutta da quella parte lì. Bisogna avere una bella economia, una economia molto ben fatta, per potersi permettere il lusso di trarre un vantaggio o quanto meno di non finire nella perdita di fronte all offesa. In ogni caso deve essere 3

4 un economia davvero fiorente. Quando si dice che Dio perdona, come in quel film western da quattro soldi, Dio perdona io no, attribuire a Dio il perdono è dire ecco qualcuno la cui economia è così fiorente che se lo può permettere. Nulla a che vedere con una ontologica bontà, nel senso di un attributo, dottrina degli attributi. Deve trattarsi di qualcuno, se ha la proprietà di perdonare, il cui benessere, nel senso di welfare, è tale da avere la facoltà di permetterci di guadagnarci anche davanti all offesa. Quindi, nulla a che vedere con la sacrificalità, con la paciocconeria del rapporto adulti-bambini: Dio pacioccone è una bestemmia come tutte le altre. Alla fin fine è poi quello che i preti insegnano dal pulpito: come il papà e la mamma non ti hanno punito in quel caso, così Oltretutto c è qualcosa di non dignitoso, come si dice essere un po dignitosi personalmente. Piuttosto decidiamo che non esiste. In questo senso, una cosa che avrei voluto dire è la riattivazione siamo sempre ai vent anni, le date collimano anche su quello che dico adesso, si aggira a vent anni fa la data, l intervallo temporale in cui nel nostro paese, in Francia, in tutti i paesi in cui è esistito un marxismo, dei partiti comunisti, più o meno attaccati alle loro vicende passate, che è sparita l espressione piccolo-borghese o filisteismo piccolo-borghese. Di piccola-borghesia non ce n è mai stata tanta quanto oggi: l invidia, il non accesso alla dimensione del guadagno, della soddisfazione, il massimo del piccoloborghese. Oggi ce n è più di ieri. I partiti comunisti hanno avuto la pessima ragione è stata l unica ragione per cui io per la prima volta sono stato contro i partiti comunisti si sono messi a cambiare nome: i ceti medi voleva dire viva la nostra invidia. Parlare del perdono è parlare di sovranità: è la grande opposizione. È una connessione forte che io farei. La cultura di sinistra è peggiorata dopo; è proprio l abbandono di ogni possibile pensiero di sovranità. AMBROGIO BALLABIO Questa mattina mi è spiaciuto che hai detto che del sapere come impossibile non dicevi nulla. C è una ragione: in qualche cosa che avevamo detto nelle settimane scorse preparando questo momento, mi era venuta in mente una questione che secondo me c entra molto con quanto dicevi ed è una cosa risaputa: sulla relazione tra la patologia e la teoria. La patologia più comune che ci troviamo nelle cure è di soggetti che sono filosofi, ontologi e via dicendo. Una questione ricorrente, non solo per chi inizia a curare, ma tutte le volte che ci si pone la questione di un trattamento che non sia un maltrattamento, una delle questioni ricorrenti diventa: perché non basta che l altro riconosca l errore affinché lo corregga? È una questione ricorrente anche nella storia delle tecniche di cura. Da questo punto di vista è evidente che ci sono due piani: quando si dice che non basta riconoscere l errore per correggerlo si allude a un riconoscimento che non è il riconoscimento di essere un filosofo che sbaglia nel produrre quell errore. Si può prendere uno degli esempi più banali che capitano spesso, in cui la questione denunciata potrebbe essere analoga a tante altre. Mi ero annotato: le persone che vengono a dirmi Non riesco a fidarmi di nessuno. So che dovrei imparare a fidarmi almeno di qualcuno. Questo apparentemente è il riconoscimento di un errore dove quello che non viene riconosciuto è che si è costruita una teoria apposita per non fidarsi di nessuno e non si potrà mai decidersi a fidarsi di qualcuno senza smontare quella teoria apposita che si è costruito per non fidarsi di nessuno. Da questo punto di vista l altra sera parlavamo dell ignoranza e secondo me si distinguono subito due tipi di ignoranza: l ignoranza che è legata al non riconoscere la teoria come teoria, che fa dire Non mi fido di nessuno e lì il riconoscere questo passaggio che è uscire da un certo genere di ignoranza dovrebbe corrispondere a correggere l errore. C è un altro tipo di ignoranza che secondo una modalità perversa nega comunque che esista un nesso tra l errore denunciato e una possibile teoria che emerge dal discorso, con tutte le possibilità giustificative di alibi che portano alla non imputabilità, a sostenere teorie che negano l imputabilità, etc. Abbinato a questo, l altra sera si accennava anche alla questione molto preziosa proprio agli inizi dell esperienza del curare, del non dare le perle ai porci: la maggior parte delle volte che si interviene su questioni di questo tipo, così come mi viene raccontato nelle supervisioni, mi capita di dire «Certo, se si danno le perle ai porci, poi si è nei pasticci». Mi sembra che queste cose che avevo già in mente ruotano intorno al fatto che del sapere come impossibile vale la pena di parlare un momento perché anche qui c è il passaggio dall impotenza all impossibilità. Il non fidarsi di nessuno viene denunciato molte volte in quel contesto come una forma di 4

5 impotenza, mentre per altri versi si potrebbe dire che fidarsi di qualcuno è impossibile. Poi sappiamo che ci riusciamo, normalmente, quando si instaura un rapporto nel senso in cui noi ne parliamo. Avete presente quelle frasacce popolari che vengono citate come dogmi, «L ho guardato negli occhi e ho capito subito che era un uomo verace» oppure «Da come stringe la mano si capisce subito che ci si può fidare»? È lo stesso schema di questa mattina. AMBROGIO BALLABIO Da parte di certi genitori c è anche il non fidarsi dei figli, che non è il non riuscire a fidarsi di nessuno. Anche qui il criterio della riuscita è affidato a un tratto diretto: un Soggetto e un Altro direttamente in rapporto e il rapporto sarebbe diretto. Poi sappiamo che non lo è. Ho preso questi due esempi anche sciocchi, ma correnti. È prendendo l altra strada, che poi è anche la strada del profitto, quella che ho chiamato la strada della grazia di una legge per l uomo, che l impossibile Come si fa a sapere intorno all affidabilità, a emettere il giudizio di affidabilità, che è fondato sul sapere, so che? È il contatore di cassa. Insisto sulla massima brutalità: il profitto. Individuate voi il contenuto del vostro profitto: anche il fatto che finalmente questa notte dormo, mentre da una settimana non dormivo, è un profitto. La lista dei profitti è varia e non è solo quella capitalista. Chi si mette sulla via della legge per l uomo, sulla grazia di tale legge a sapere, ha il mezzo per fidarsi, ivi compreso il sapere quando non fidarsi. Il capitalista, l unico da secoli che mantenga un criterio di profitto, e anche noi continuiamo a pensare che sia giusto così lui ha il profitto, poi invece noi siccome non siamo imprenditori in senso corrente abbiamo altre cose a cui pensare nella vita, che è poi come nasce lo spiritualismo questo il capitalista il problema del fidarsi assolutamente non lo ha, perché il criterio è il profitto e sa distinguere con precisione di chi fidarsi e di chi non fidarsi. Chi dica «Io non mi fido di nessuno» è uscito dalla legge, onesta e sana perché vantaggiosa, di una propria soddisfazione. Un frase del genere non fa altro che dire io sto fuori da una simile legge. Quanto all errore, o l essere o il divenire, anche se abbiamo fatto le scuole tecniche, è una di quelle storie che abbiamo sentito. Non so se i presocratici erano individualmente dei nevrotici penso di sì ma che tutta una storia del pensiero sia stata impostata esattamente come qualsiasi nevrotico farebbe sull opposizione fra essere e divenire, vi dico che fin dall inizio si è fatta una teoria nevrotica. In ciò che diciamo Il bene agisci in modo da riceverlo da un Altro la funzione del tempo nell accadere un qualche cosa che prima non c era si chiama divenire: è dunque l ente che è qualcosa che consta a partire da un certo momento. Essere o divenire: preferisco usare le parole della psicopatologia piuttosto che annegare anch io nella problematica del nichilismo. La parola nulla è una parola di grande comodo. Un po come un nostro amico che ha tanto insistito sul demone: si chiama patologia. Non esiste il demone. È il mito che porta noi o siamo noi che portiamo il mito? Basta, non giochiamo più. Il segno della guarigione è che a una certa cosa non si gioca più, non ci si sta più, non si va più a mangiare a quel ristorante perché la cucina è cattiva. Chiunque abbia cominciato a lanciare questo orribile dibattito di essere o divenire era in tutt uno un filosofo, un gruppo di filosofi e un nevrotico. Ti amo per quello che sei Un corno! Non ti amo per quello che sei. Se Dio mi amasse per quello che sono sarebbe nevrotico anche lui, ma semplicemente perché non sono fino al momento in cui non mi ha passato i suoi finanziamenti. Una volta si chiamava la grazia. Sono come ente ciò che divengo dopo un investimento. La mia essenza. Mi annotavo che il primo diritto, la norma di beneficio è simultaneamente filosofia, diritto, economia e psicologia. La parola profitto sta attaccata alla parola economia. Allora qui aggiungevo: che cosa è anzitutto il reale? Il profitto. Per potere dire che qualcosa è reale e possiamo chiamare reale tutto, anche il trauma fisico sulla testa ma per poter parlare di un reale a partire dal quale si dice ora sì, come si dice 5

6 battendo la mano sui soldi, questo è reale. Ha torto il mistico che dice a Dio solo tu se reale. Il reale è il beneficio che da te mi è venuto: tanto per cominciare incasso e riconosco il beneficio in quanto beneficio. Poi dopo magari incomincio a occuparmi di chi sei tu, del perché ti sei mosso in quella maniera, che cosa ti è girato in testa per fare così, etc. Solo il profitto è reale: il guadagno, la soddisfazione, cioè la conclusione di un moto. Ecco cos è il reale. Su questo reale si può avere sapere. Regalare le perle ai porci è solo un atto malvagio, anzi è proprio un caso di ente che prima non c era e l ho creato io: tu non sei un porco. Tu che non hai mai bevuto lo champagne e non hai mai sentito parlare di certe cose. Hai sempre bevuto Coca. Dal momento in cui ho la poca saggezza di far bere a un bambino che non apprezza lo champagne o molti altri esempi meno strettamente sensistici, un qualcosa che già non apprezza, faccio di lui un porco, ossia qualcuno che è disgustato da qualcosa di gustabile. Perciò è stato un maltrattamento regalare le perle a qualcuno che diventa porco solo dopo. Allora non c è il giudizio porco e allora non perle, salvo il sapere individualmente già che tu sei proprio porco, individualmente. AMBROGIO BALLABIO Che poi in quel caso lì è uno che domani ti metterà il coltello nella schiena. Ti metterà il coltello nella schiena, oppure se invitato a casa mia o al nostro Club dello Champagne viene a tavola e mentre tutti bevono quello lui chiede una Coca: ci guasta la festa. Perciò è un atto malvagio: si crea l ente porco che prima non c era. AMBROGIO BALLABIO Però anche la questione evangelica riguarda in qualche modo il sapere: non si tratta solo degli oggetti. Nel momento evangelico, ma nella parentesi che apro sempre, bisogna dire che Gesù era anche in mezzo a lupi e in quel caso anziché chiamarli lupi li ha chiamati porci: sapeva benissimo con chi aveva a che fare, aspettavano soltanto di pigliarlo da una certa parte per fargli la pelle. Nel lessico di Gesù c è stata solo un variazione semantica in ambito zoologico: anziché lupi, porci. PIETRO R. CAVALLERI Avevo in mente una cosa che dirò fra poco, ma faccio una premessa riallacciandomi a una battuta del discorso precedente sul perdono. Lasciando in sospeso la sua impossibilità, dissentirei rispetto a quanto ha proposto Ballerini di collocarlo come caso dell amore, quanto piuttosto lo considererei come caso del giudizio. La sua impossibilità mi sembra derivi dal fatto che abbiamo a che fare in questo caso con l ultimo giudizio, cioè con un giudizio per il cui compimento occorre un rimando. In ogni caso ora non mi interessava tanto intervenire sulla possibilità o impossibilità del perdono, quanto sulla collocazione del perdono che metterei come un caso del giudizio, del giudizio perfetto. Quello che volevo dire è che mi è sembrato che l attacco di questa mattina sul dopo, costituisca una ripresa e una continuazione diretta dell ultima lezione di chiusura del corso, cioè quella sull inizio, perché c è dopo soltanto dopo che c è stato un inizio, altrimenti il dopo che si individua qualora non ci sia stato inizio è il dopo della cattiva fissazione al trauma o delle illusioni di una fissazioni al trauma, cioè all atto patogeno, all offesa, a ciò da cui discenderebbero necessariamente, automaticamente, via non Soggetto, 6

7 via non atto del Soggetto tutti gli atti del Soggetto. In questo senso direi proprio che si tratta di una fissazione come il metterci qualcosa di attivo e lo distinguerei proprio dall inibizione. Sì. PIETRO R. CAVALLERI Non c è inizio ma l attività sarà tutta nella continuazione in qualcosa che è posto in funzione del rinviare o del sostenere la possibilità di un inizio, perché si inizi un atto. In questo senso, dico anche una cosa che mi era venuta in mente ascoltandoti all ultima lezione del Corso: il parlare di inizio, di possibilità di un inizio, che costituisce il punto di riferimento da cui vi è un dopo, porta a distinguere fra inizio e iniziazione, cioè la questione della trasmissibilità del sapere è la questione della trasmissibilità dell atto. L iniziazione, al contrario dell inizio, è un girare intorno all impossibile. È l illusione di passare dall incapacità alla facoltà senza però autorizzarsi a un atto: in questo senso mi sembrava che la frase che hai citato di Goethe sulla impossibilità di trasmettere il sapere, che ha un fondo melanconico, dice nello stesso tempo una verità, ma con un errore. Dice una verità, perché la possiamo verificare tutti, ma nello stesso tempo dice un errore perché fa dell atto una questione della sua pura trasmissione, mentre il contributo dell Altro è sempre e soltanto il contributo del rendere possibile l occasione perché l atto venga posto dal Soggetto; l atto non è ricevuto da nessuno. Sono costituite nel rapporto le condizioni perché vi sia un atto, ma non è trasmesso un atto, né nel bene, né nel male. In questo senso mi sembrava che la distinzione fra inizio e iniziazione fosse abbastanza suggestiva di tutte le modalità anche nevrotiche o addirittura perverse, di garantirsi un accesso all atto come pura trasmissione, come puro recepimento di qualcosa che è già compiuto ancor prima del proprio intervento. Questo mi sembra sia specifico, chiaro, nel nevrotico; poi forse ce n è anche una versione perversa: questo è il mondo dell iniziazione come sostitutiva di un inizio. Sono d accordo su tutti i punti, specialmente della trasmissibilità del sapere e quella dell atto. Quanto al trasmettere: uno si può chiedere perché avere una simile questione come questione personale? Potrei essere un insegnante, quindi anche pagato, incaricato di fare questo e come si dice gergalmente «Va beh! Lo faccio». Ma dove starebbe il rilievo personale, il che significa per tutti non vuol mai dire privato, personale, ma per tutti. Questo è un altro dei passaggi che facciamo del trasmettere, del potere trasmettere? Qual è il co-interesse fra me e il destinatario figlio, studente all esserci trasmissione? Si trasmette solo l azienda. Si trasmettono solo i mezzi di produzione: l aggiunta che noi facciamo riguardo ai mezzi di produzione e ci ho messo tanto a capirlo perché leggevo Marx e gli autori marxisti trent anni fa e a questo non ci arrivavo. Non mi bastava mai il concetto di mezzi di produzione l aggiunta che noi facciamo è che il pensiero è fra i mezzi di produzione. Se la trasmissione riguarda l azienda, i mezzi di produzione, allora c è trasmissione. Una volta dicevo che è la trasmissione del gatto con gli stivali quello che fa diventare ricco il figlio che lo riceve in risibile eredità. DOMANDA Questo è interessante, perché a partire da questo metterebbe in gioco la questione del plusvalore: il plus-godere 7

8 Il godere lasciamolo stare, perché so a cosa si riferisce. Ho sempre preferito parlare di profitto o guadagno perché è una nozione molto chiara, non solo nel paragone economico. Ho anche fatto il paragone con Non dormo da un mese, questa notte finalmente sì. È un profitto da registratore di cassa. Plusvalore peraltro significa soltanto che dopo c è qualcosa che prima non c era e che mi interessa. Per questo respingo l idea di plus-godere che nessuno qui dentro conosce. Ho sempre evitato di far perdere tempo a percorrere strade un po troppo contorte allorché si può evitarlo. L idea che ci sia un godere, e questo è un profitto e non importa quale, allora il godimento, quale che ne sia il contenuto, è già un soprappiù, è già un plusvalore. Dire un plus-godimento è dire un soprappiù di un soprappiù. Se godimento, quale che ne sia il contenuto, è già un supplemento, un soprappiù, che senso ha parlare del soprappiù del soprappiù? Risposta: non sono d accordo con l idea di un plus-godere, ma non è che non sia d accordo con una teoria. Equivale a dire che non sono d accordo con il perverso: il perverso ci racconta sempre balle, e noi stessi le raccontiamo allorché siamo perversi, perché ci viene a raccontare di qualche suo godimento ineffabile al di là dei godimenti dei comuni mortali. È una bugia, dico che è una bugia, che, sempre stando al gergo, ci vuole far sù. Non esiste il plus-profitto: esiste il profitto. Non esiste il plus-star bene, la plus-pace. Altrimenti finiamo come certi mistici, e non mi riferisco solo a quelli di tradizione cristiana, ma parlo di misticismo misto, come si dice gelato misto, che nel comportamento personale ci vengono a raccontare di una qualche loro ineffabile felicità, e poi dopo si vede subito che sono angosciati fino alla fine dei capelli e sotto le suole delle scarpe, da capo a fondo. È una bugia: non c è nessuna felicità, nessun godimento, sono angosciati come tutti, sono inibiti come tutti, sono fissati più di tutti e dunque ci raccontano di un plusgodimento che non sta da nessuna parte. Quindi è una frottola che esista un plus-godere, è un darla a intendere. DOMANDA Ma io pensavo nella posizione del corpo in relazione a questo plusvalore. Un godimento del corpo nel sintomo o la sublimazione, o un godimento già quando passa per la pulsione anale. Ma la mia risposta è che non c è un godimento nel sintomo o che c è un godimento nel masochismo. Dico semplicemente che non è vero. E non ho intenzione, preferisco i concetti freudiani ripescarli tutti con parole e con frasi che non ricordino neanche Freud, perché per ricapire Freud bisogna riparlarlo tutto in un altra lingua. Qui tutti sanno con quale rigore mi metto a non infrangere questa regola che mi sono dato più di dieci anni fa. Che esista un certo o certi vantaggi in un sintomo, e non solo in questo, benissimo. Mi rifiuto di chiamarlo godimento. È vero che potrei ottenere del danaro tagliandomi una mano se qualcuno fosse tanto interessato alla mia mano; avrei poco buon senso, ma ammettiamo. Non mi metterò a dire che c è godimento: ero in miseria e ho dato la mia mano per un milione di dollari. RICCARDO MIRANDOLA Mi è sembrato di cogliere questa mattina che Lei proponesse una distinzione in questi termini: tra il giudicare un azione e invece il formulare un giudizio come atto. Chiederei se potesse aggiungere qualcosa a questo riguardo e in relazione a questa meditazione che ho fatto: ponendosi questa distinzione, se è possibile dedurne allora che il giudicare un azione corrisponda al giudicare come attività del diritto penale o più in generale come diritto della seconda città, mentre il formulare il giudizio come atto risponda invece al giudicare come un attività del diritto nella prima città. 8

9 Il diritto penale fa bene a limitarsi, a occuparsi di giudicare azioni e basta. Ci mancherebbe anche che il diritto penale si ergesse a giudice dell ultimo giudizio, ossia dell atto, dei nostri atti. Che cos è un atto? È capitato a tutti andando in autostrada di sbagliare uscita, con tutte le conseguenze: si arriva in ritardo chiamiamolo delitto l arrivare in ritardo: si perdono degli affari, si fa torto a qualcuno, etc. ossia all atto errato dell uscire all uscita sbagliata conseguono una serie di delitti e tutti da giudicare. E questa è una serie di azioni. Ma nel momento in cui capisco la fonte di tutti i miei errori in seguito all essere uscito di strada, sono io a farmi l ultimo giudizio. E l ultimo giudizio è Ho sbagliato nell atto. Se esiste la possibilità del giudizio sull atto, non anzitutto come giudizio penale, può anche essere premiale, se esistesse un mondo, noi, alcuni di noi che sono in grado di portare il giudizio sull atto, un tale mondo è un altro mondo. Rispetto al giudizio penale, tecnicamente è un altro mondo: è un contenuto del giudizio che non riguarda le azioni, in questo caso delittuose, ma che riguarda l atto da cui sono venute tutte le azioni delittuose. Per questo ho sempre trovato utile l esempio del pubblicano: è totalmente inefficace star lì a giudicarne le azioni che sono un pacchetto di azioni giustamente mal giudicabili. Con tutto ciò, il tipo dopo aver riconosciuto che ci deve essere stato un errore da qualche parte, esce dal tempio e ricomincia da capo. Esattamene come se io fossi uno scagnozzo mafioso: cosa volete che faccia? Ricomincio domani. Anche se in questo momento fossi qui a riconoscere che non va bene, che non mi piace, domani ricomincio. Occorre che si dia un mutamento di atto iniziale perché io cessi di fare il pubblicano o il mafioso. Lo sanno tutti. Per questo ogni tanto uso esempi di questo genere, così ovvi; ossia un altro imbocco e un altra uscita d autostrada. La fornitura d occasione per un nuovo atto di partenza, per un nuovo inizio, per un nuovo patto, il che è lo stesso bisogna essere piuttosto gentili per fornire a qualcuno un occasione del genere se lui non l ha già; e gentile è un termine moderato. Diciamo molto graziosi, da grazia in ogni caso uno non esce da una certa catena di conseguenze se non riparte da un atto che non comporta quella catena di conseguenze. Con buona pace di Sciascia, che peraltro lo sapeva benissimo: era un mafioso anche lui come tutti gli altri. Il giorno della civetta è il libro più mafioso che ho letto in tutta la mia vita: uomini, mezzi uomini, ominichi e quaquaraqua. I due sono i due uomini. Ricominciamo a fare i pubblicani, che non è una patologia, anche se all inizio potrebbe esserci stata. Anzi, mi correggo: mi stupirebbe se non ci fosse stata. A proposito della distinzione tra impossibilità e impotenza, ricollegandomi a quello che dicevi, che se parliamo di psicoanalisi se ne parla in quanto riguarda il divano. Quando si parla di psicopatologia no, anche se magari è da lì che vengono certi giudizi. La nevrosi è questo nodo fra impossibilità e impotenza. La nevrosi è in ogni caso qualche cosa, un modo di pensare costruito a tavolino da un altro che in questo caso noi possiamo definire come non nevrotico ma perverso Che potremmo benissimo chiamare il tavolino di Parmenide o di Eraclito, essere o divenire. A meno che quello non sia già andato avanti un pezzo sulla cosa, in cui l impossibilità è di risulta. Adesso tu facevi l esempio del si trasmette l azienda. L erede dell azienda non ha nessun problema di impossibilità quanto al sapere: giudica di ciò che eredita. Ossia, fa quell operazione di connessione di un lavoro fatto, ad esempio da suo padre, con la convenienza per lui di prendere quel lavoro e proseguirlo con il proprio lavoro. In questo caso non c è nessun impossibile al sapere. In quale caso si produce l impossibile al sapere, l idea di impossibilità, che dunque è di risulta? Nel caso in cui quel padre, come quel tizio che dice questo è un tavolo, gli dice «questa è un azienda». Allora si porrà il problema di sapere cos è un azienda, il concetto di azienda, etc. 9

10 È matto. È la stessa cosa di quello che dice «questo è un tavolo», in quanto sconnette quel tavolo o quell azienda dall essere il prodotto di un lavoro. Sconnettendo quello rendi impotente il pensiero. In questo senso dico che la nevrosi che è implicata in questo problema, mentre il perverso è l agente di questo inganno, il nevrotico è caduto in questo inganno che gli ha reso impossibile il sapere degli oggetti che riceve, ma è stato reso impotente in quanto c è stata una trasmissione che ha sconnesso quell oggetto che gli viene trasmesso dall essere il prodotto di un lavoro e allora quell oggetto gli è presentato come evidente. E prima parlavo con A. Colombo che di fatto l evidenza non ti dice praticamente nulla, perché tu non puoi sapere se quella roba lì è un trasmettitore piuttosto che per Se invece qualcuno ti dice «questo è» e «e non ci puoi far niente»: per questo è un azione cattiva, omicida, in quanto vieni posto come qualcuno che arriva a cose fatte su cui tu non ci puoi far niente. Quindi, in realtà l operazione è quella di rendere impotente il tuo pensiero. Una volta reso impotente il tuo pensiero, perché ti è stato detto questo è un evidenza infatti quando qualcuno mi dice devi arrenderti all evidenza vorrei avere la pistola ed è veramente qui l inganno, l imbroglio, il trucco come quello delle tre carte. Un oggetto che è frutto del mio lavoro e io te lo passo e tu vedi se ti conviene continuarlo con il tuo lavoro, e io ti dico «Questo è quella cosa lì e non ci puoi far niente» e in questo tu cadi, il tuo pensiero è reso impotente. Dopo di che sarai preso nel gioco dell impossibilità a conoscere per questa via. Quindi, non è che l impossibilità sia una traduzione dell impotenza, ma è di risulta all impossibilità in cui sei stato messo. Questo perché mi torna sempre più importante il discorso dell inibizione. Inibizione anzitutto del pensiero. Per cui anche Marx quando dice ne sappiamo abbastanza per poter cominciare a cambiare le cose, è proprio sul sapere che non ne sappiamo abbastanza. Ma non e sappiamo abbastanza proprio per questo gioco in cui è impedito il sapere e il giudicare. È costruito a tavolino. Anche l ultima madre ignorante, semianalfabeta, era capace di questi pensieri e non occorre ricorrere ai presocratici, richiamando all evidenza un soggetto, quindi costringendolo a stare in un certo ordine di cose «su quello non ci puoi far niente». Quindi a questo punto il pensiero si perde a pensare, a cercare di capire qualcosa che non potrà più capire. E secondo me tutte le cose sulla linguistica, sul significante, etc., gli orizzonti di senso che si aprirebbero attraverso il linguaggio, ha a che fare con queste cose. È l oggetto ricevuto in questo modo, per cui tu non ne puoi più sapere niente. Ed è sempre l Altro che fa questa operazione sul Soggetto perché non vuole un altro che non si adatti ad essere arrivato a cose fatte e adesso a quelle deve stare: e non ti permettere di cambiare più un accidente. E il gioco è ottenuto perché non puoi più capire un accidente, non puoi più sapere niente. Questo lo riesce a fare anche la madre ignorante, semianalfabeta: «Sei arrivato a cose fatte e ora non ti permettere di mettere becco» e questo diventa evidente, mentre l evidenza di per sé non ti dice assolutamente niente, perché per dire questo è un tavolo o questo è uno squalo c è già un lavorio di elaborazione enorme, mentre invece ti faccio credere che c è una complessità che ti sfugge. L idea di impossibile è di risulta di un operazione di questo tipo. Forse non dobbiamo neanche tanto cadere nel discorso che è impossibile il rapporto, è impossibile il sapere: è impossibile dopo un operazione del genere. No, scusa, qui c è una cosa più elementare. Secondo me è meglio che non la lasci. L impossibile detto non si solleva dalla terra se non di quanto ognuno di noi si solleva dalla terra quando si alza in piedi. Ma è un impossibile di risulta. 10

11 No, non sono d accordo: non è un impossibile di risulta. L impossibile è: è impossibile arricchirmi direttamente, dovrò passare per una divisione del lavoro. È impossibile l amore se esso non è articolato in due articoli in cui lo stesso lavoro lo fanno in due. L impossibile quindi è un concetto primario. Nessuna azione otterrà un efficacia nell ordine umano, ossia un arricchimento, senza quella condizione. Questo è l impossibile. Allora l impossibile rapporto allorché sarebbe una mia azione a costituirlo per il fatto di averla compiuta. Per esempio, ti faccio del bene e quindi dovrebbe esserci rapporto. No. Questo è il tipico pensiero ossessivo, chiamato benevolenza ossessiva, o avere la fissa del bene. È impossibile. La parola evidenza, senza menzionarla, l ho implicata questa mattina. Ma per concepire l impossibile bisogna che uno abbia già fatto un contropensiero, per poter aver concepito che sia possibile. Deve essere già passato per la perversione. Diciamo per un errore. E questo errore è cominciato, diciamo così, da Adamo ed Eva. Allora siccome noi non apparteniamo a un epoca che possa aver cancellato quello che è successo lì, si dice, e ne abbiamo già parlato di questo racconto delle origini, etc. Riguardo all evidenza, anche se è una parola che io maneggio rarissimamente, perché ne sono stati fatti gli usi più banalizzanti, come il pugno sul tavolo, se proprio sono tirato per i capelli, non ho a difendere o non difendere l idea di evidenza, piuttosto la difendo a condizione che sia chiaro che il contenuto dell evidenza del tavolo è che c è stato un lavoro investito. A questo punto dico che è corretto parlare di evidenza; con tutto ciò non credo di aver usato in vita mia la parola evidenza, ma se proprio mi ci si vuole tirare, a condizione che l evidenza del tavolo è l evidenza del lavoro investito, allora sì che c è evidenza. Solitamente, se voi analizzate, chi dice evidenza sottrae questo. Allora diciamo che l impossibile, almeno da Adamo ed Eva, ossia da quando un certo errore lo si rintraccia per ogni dove, non importa se si chiama peccato originale o no, da quel momento l impossibile è l impossibile del raggiungere un beneficio se non attraverso, etc. Essendo, ammesso che sia esistito un prima di Adamo ed Eva, essendo che è pensabile, è una possibilità del nostro pensiero, così profondamente corretto o guarito da non avere più bisogno di passare per il pensiero dell impossibile. Ma questo è fare un gradino in quella che era la speculazione antica, perfino il gusto della speculazione ad ogni costo. Si può pensare questo. Ma diciamo che nel pensiero dell impossibile ci siamo, e allora tanto vale ripartire da lì e dire: c è un impossibile, non esiste l arricchimento se non, etc. In questo senso una potentissima idea patologica che va nel senso del pensiero patologico dell impotenza o dell incapacità è stato dato alcuni secoli fa da quel pensiero inglese settecentesco che ha parlato a tutto il mondo di penuria delle risorse: in questo caso è più un pensiero perverso. Esso dice: intanto, qualsiasi cosa si faccia, non si potrà produrre ricchezza oltre un certo limite o quanto meno per tanti o per tutti; non ce n è abbastanza. Il difetto sta nel manico. Allorché il pensiero della penuria delle risorse è un pensiero personale, riguardo a se stessi, esso coincide con il pensiero di non sono capace, le mie risorse non sono tali da. 11

12 Malthus ha scritto un importate saggio e a tavolino ha fatto un pensiero patologico che è uguale a tutti i pensieri patologici. In questo senso, io mi sento di dire, anche attraverso la conoscenza di questa quota parte di storia del pensiero, anche Marx è rimasto malthusiano: alla classe operaia non è certamente stato predicato di arricchirsi, di trovare la via per il beneficio, la soddisfazione, la ricchezza. La scarsità delle risorse è stata presentata come evidente. No, è stata presentata come dimostrata. DOMANDA Volevo chiedere se c era un qualche rapporto fra quanto dice sull impossibile e quanto scrive Freud in quell articolo sulla negazione come nascita del pensiero: la condizione stessa perché il pensiero possa nascere, perché l intelligenza svilupparsi, è l impossibilità del pensiero a conoscere ciò di cui si tratta. Penso anche al commento che ne ha fatto Lacan. Il pensiero non nasce affatto da una negazione, ma nasce dall affermazione. Del resto lo dice anche Freud in quell articolo quando parla di una Behakung - Behauptung primaria. Io da bambino non ti conoscevo ma suppongo che sia stato così anche per te. Quanto al rimossa ritorniamo alla scolastica, quella buona, sulla quale io spesso sorvolo, ma accenniamola pure, perché può servire ad alcuni a togliersi confusione. La rimozione è qualcosa che avviene nel tempo: non è mai esistita una rimozione primaria. Mi viene da fare un gestaccio, di quelli volgari, che il popolo conosce bene. Non c è nessuna rimozione primaria, né c è mai stata. Ma io sarei nato nella rimozione: un corno. Io ho cominciato a rimuovere il giorno in cui per qualche ragione mi sono dovuta difendere in quella maniera lì. Rimozione ce n è una sola: è sempre stata un atto ed è compiuta dall io. Su questo sono freudiano sputato quasi come fosse un articolo del credo, solo che non è un articolo del credo ma una cosa che so anch io per avere rielaborato tutta questa materia. Non ci sono due rimozioni, non c è rimozione originaria; la rimozione è qualcosa che è accaduto nel tempo della mia, e di ciascuno di noi, vita. Il grandissimo Freud è quello che dice che è l io a farla: c è stato un giorno, c è stata un occasione per questo e da quel momento si è imparato a fare ciò. Nulla di primario, di originario, di fondativo nella rimozione. Il giorno che ho imparato a fare come Rossella O Hara a dire «Ci penso domani», che è la rimozione, ho imparato un bel giorno che ho imparato a sbarcare il lunario per mezzo di questo espediente, ecco la parola giusta. Continuerò così fino a trent anni, o quarant anni o cinquant anni. Dopo diventerò psicotico. Anzi, no: è più facile che dopo diventi melanconico, anche se la melanconia può cominciare prestissimo nella vita. Viene un giorno in cui neanche la rimozione tiene più. Viene un giorno in cui eventi esterni, mi sollecitano, mi impediranno di rimandare ancora. Vale l esempio di un prestito ricevuto: si può rimandare il tempo della restituzione del credito, ma un giorno ci sarà qualcuno che viene a chiedere A questo punto la soluzione detta rimozione, rinvio non potrà più essere messa in pratica. Si tratta di trovarne un altra; ammettiamo pure che ce ne sia più di una: diventerò perverso o melanconico o anoressico o quant altro, ma dovrò trovarne un altra e non sarà un buon momento. La rimozione tiene fino a un certo punto. MARA MONETTI 12

13 Quando si diceva dell impossibilità e dell impotenza: mi pare che succeda questa cosa perché comunque si viene ingannati sul concetto di Padre. Il pensiero normale vive o comunque si alimenta del pensiero del possibile. Mi veniva in mente la parola forma o affetto: mi è sembrato chiaro, proprio perché nell impossibile c è il pensiero del Padre, io sono nella posizione di quella che riceve quindi questa è la mia prima mossa. Perciò la forma o l affetto non sono delle determinazioni iniziali, ma sono una meta. A me è venuto chiaro per la prima volta che l affetto è proprio la meta, non è l inizio o la funzione di partenza. È la meta dopo che qualcuno ha investito su di me. Sulla correzione di cui parlava Ambrogio Ballabio, è vero che non basta riconoscere l errore per correggerlo, però già riconoscere l errore è un giudizio notevole. La fine dell analisi potrebbe essere riconoscere l errore. Io pensavo che ci si corregge da sé e l Altro mi dispone in questo, mi facilita e non so come, ma anche il concetto di passione, come quella di colui che riceve, c entra nella correzione, cioè mi autorizzo a correggermi perché l Altro mi facilita: c è l idea di passione. Un osservazione sull affetto: ci soccorre ancora una volta l esempio del bambino normale, che arriva lì, sta bene, approfitta delle circostanze, anche personali, di qualcuno che gli sta bene. Ciò che si può dire dell affetto in lui è che, primo, è presente, secondo, non traspare come affetto, non c è per così dire un estroflessione di qualcosa di affettivo al di fuori della forma di ciò che sta facendo. L affetto è patologico ed è addirittura una riduzione dell affetto non c è iperaffettività, è ipoaffettiva la patologia allorché un affetto incomincia ad apparire come una specie di aggiunta. Come facevo osservare una volta, è proprio perché nella patologia l affetto è ridotto che si ha bisogno di andare al supermercato a comprarsene e allora si affittano tutte le possibili maschere affettive di questo mondo: gioiosa, triste, luttuosa, preoccupata, amorosa, perdonante, come in un negozio con gli scaffali pieni di maschere affettive. Direi che l affetto è così tanto, tutt uno con la forma del moto Ah, ecco: cosa succede nell affetto? Nel normale è tutto nella forma del moto, l affetto, al punto che non verrebbe neppure da menzionarlo. L affetto come facies che può anche essere la facies di come si muovono le corde vocali l affetto viene andato a cercare in una forma fissa e non nella forma del movimento: è il movimento che è sparito. Allora, per avere visto Via col vento, andrò a comprarmi al prezzo del biglietto del cinema o della videocassetta la facies di Rossella O Hara dopo la scenata con A tante persone si potrebbe dire certi giorni guardandoli in faccia «So che film hai visto ieri sera». I vecchi film sulle psicosi erano chiarissime: il grande Hitchcock, pensate alle facce dei suoi psicotici. GIANPIETRO SÉRY Pensavo alla differenza fra metodo e tecnica a proposito della trasmissione del sapere oppure della trasmissione dei metodi di conduzione dell azienda. Mi sembra che in campo educativo prevalga la ricerca del metodo, mentre invece nella trasmissione dei mezzi di produzione mi sembra che sia evidente che è un problema di tecnica e non di metodo. Guarda caso, noi parliamo del fatto che l amore è un fatto di tecnica e non di metodo. E giustamente Freud ha parlato di tecnica analitica e non metodo analitico. Mi sembrava che la differenza fra queste due parole fosse importante alla luce di quanto detto. A questo risponderei che bisogna riconoscere quando si parla di metodo ciò che è da riconoscere quando si parla di filosofia o di metafisica. Ce n è una che va da una parte e una che va dalla parte opposta, ostile. È proprio il caso di dire che c è metodo e metodo. Non è la prima volta che riconosciamo l opposizione di un metodo a un altro, alla legge per l uomo cui si oppone l uomo per la legge: metodo contro metodo. Ecco perché è stato un inquinamento umano il fatto che uno abbia scritto uno dei libri più celebri della storia moderna che è Il discorso del metodo. Non c è il metodo: diciamo che c è il metodo buono e il metodo cattivo. Non c è le discours du méthode. Quando uno mi dice che c è le discours du méthode, se io ci sto e regolo i miei passi in questo senso, muovo male i miei passi. Il bambino, i suoi amici e 13

14 i suoi nemici, il sottotitolo di Child: l idea di il metodo è un nemico del bambino, almeno da Adamo ed Eva in poi. Almeno da quando c è ciò che chiamiamo una crisi. ELENA TEATINI Questa mattina mi sono accorta di una cosa, della posizione fra incapacità e impossibilità; io ponevo: «se io non sono incapace, allora sono incapaci gli altri», mentre il passaggio all impossibilità, per arrivare alla possibilità mi è sembrato proprio un cambiamento di rotta. È un cambiamento di rotta che si può fare se si ha la fortuna di imbattersi intanto in qualcosa che ci faccia accorgere che c è questa possibilità. Trovo buono il verbo accorgersi e in effetti in giro non c è più nessuno che ci fa accorgere di niente, ma neanche di qualcuno che la sta derubando. Anzi, il verbo accorgersi credo sia diventato un verbo di scarso uso o almeno di scarso apprezzamento. Apprezzo il suo apprezzamento e non ho altro da dire. Aggiungo questo: che il possibile che discende dalla constatazione che l azione diretta è impossibile che faccia i gattini, che faccia plus, che faccia ricchezza, tutto ciò che diciamo, pensiamo, insegniamo da anni, è che il possibile che risulta dalla scoperta dell impossibile fa universo, perché è il reale umano intero che è possibile fonte di beneficio, ossia ci libera da quel pensiero anch esso settecentesco, molto importante e ancora oggi tutti gli economisti lo valutano e applaudono che è il pensiero che l ordine umano risulterebbe da una mano invisibile: ognuno si fa i suoi affari particolari, per qualsiasi motivo, sia egoistico che altruistico, ma il particolare resta solo particolare. Come fa a risultarne pur sempre qualche ordine, visto che dopo tutto gli impianti elettrici funzionano, il governo bene o male qualcosa fa, etc., e la polizia dopo tutto arriva, etc., perché un certo ordine ci sia ci sarà una mano invisibile che sintetizza tutte le azioni particolari. Allora, tutte le nostre azioni sono solo particolari. Noi su questo siamo proprio contro: nell atto, l agire è sempre universale. Il particolare è soltanto che i miei guadagni, quale che ne sia il contenuto, avranno come fonte alcuni, ma anche in questo caso non è il particolare che preme al primo posto, perché anche questi alcuni sono alcuni selezionati come rappresentanti di tutti gli altri, sono quelli buoni che mi sono capitati lì. Soprattutto decade l idea di preselezione nell amore, che corrisponde a frasi del tipo: «Quella non è il mio tipo». Il mio tipo è quello o quella che a una certa offerta darà quella risposta: quello è il mio tipo. Catastrofe amorosa dopo il primo semestre, perché nei tempi la gente è diventata più svelta. Oggi, anziché separarsi o divorziare dopo dieci anni ci sono molte persone che lo fanno dopo due mesi come qualcuno di cui ho saputo l altro ieri. Semplicemente ci si sveltisce a trovare che è impossibile l efficacia attraverso l azione diretta. RAFFAELLA COLOMBO Anzitutto mi chiedevo qual è la ragione di distinguere e se quale ordine dare ai due termini, ontologia e metafisica, perché trattandosi di atto, di diritto e tu hai messo come sinonimi diritto e ontologia No, ho messo come sinonimi diritto e metafisica. Un ontologia, sorretta da una metafisica che è uguale a un diritto. RAFFAELLA COLOMBO 14

15 Non era la parola diritto, ma la parola ontologia quella che ci importava. Quindi nella metafisica come diritto, ossia che dice chi è l essere, come si colloca l ontologia? Perché rivalorizzare questi due termini? Facciamo quello che suggerisco sempre di fare: diciamolo con altre parole. Invece di ontologia e metafisica che è un diritto, ho il sapere e il sapere come scienza degli enti, anzitutto coloro con cui ho a che fare uguale ontologia a condizione, persino derivante da, generante da, il far passare qualsiasi cosa, ma anzitutto qualcuno a uno stato pattizio al quale prima non apparteneva. A questa si oppone la più tradizionale, e persino rafforzata a cavallo di Cinque-Seicento, ontologia e metafisica (cfr. Francesco Suarez), che ha come enorme, pazzesco progetto il più accettato pensiero dei secoli successivi: che l ontologia è la scienza degli enti prima che ad essi accada alcunché; è l ontologia dell ente puro. E il pensiero dell ente puro è veramente un pensiero nemico. Si può sostenerlo e di fatto è l unico pensiero che esiste in giro, ma è un pensiero ostile. RAFFAELLA COLOMBO Direi che non c è una questione di subordine tra metafisica e ontologia, anzi sono quali equivalenti. No, l ontologia è il genitus perché ci sembrava bene rispolverare le vecchie parole di una tale metafisica. RAFFAELLA COLOMBO La mia osservazione era questa: quello che tu dicevi, come passaggio, passaggio nuovo, cioè come novità, il concetto di impossibile, il pensiero dell impossibile, fa parte della guarigione. Nel bambino normale e quello malato che non lavora, che non mette mano a niente, ad esempio che non parla, che non fa niente nel bambino normale evidenza, soddisfazione e riuscita sono sinonimi e sono gli esiti di un lavoro, sono un risultato. Non sono un mito. RAFFAELLA COLOMBO In questa prima esperienza, in questo inizio, questa costituzione, non c è idea di impossibile: c è il possibile. Non si pone neanche la distinzione tra possibile e impossibile. C è evidenza, come esito del mettere le mani su una cosa, di guardare, toccare, manipolare, essere trattati, cioè una soddisfazione riuscita. L inganno di cui parlava Maria Delia Contri fa passare la riuscita, di cui non c era neanche l opposto, la riuscita come asserzione, è l inganno che introduce l incapacità. L impossibilità è un pensiero che può venire sei mesi dopo, non prima. È dall incapacità che può venire questo pensiero, ma se venisse sarebbe già un inizio di guarigione. Come l hai posto tu questa mattina, concepire un impossibile, che alleggerisce, che dà pace, è una novità e questa novità mi sembra dia contenuto a quello che si diceva, cioè che la guarigione non è tornare alla normalità iniziale, ma è qualcosa di più. Quindi c è un guadagno, felix culpa, grazie addirittura alla patologia. La guarigione dà un guadagno ulteriore che non c era prima ed è il guadagno dell impossibile. 15

16 Ma allora, la nota serie di S. Agostino «Non posso non peccare prima della grazia, posso non peccare che è lo stato di grazia non posso peccare» che è lo stato finale, l ultimo giudizio. Il primo di questi tre passaggi è un impossibile, però è una incapacità, mentre posso non si colloca come paragone all impossibile come norma; non posso peccare è di nuovo un impossibile: mi è impossibile di peccare. Questo ultimo impossibile mi fa dire che anche la perversione è da mettere fra gli impossibili, però è l unico impossibile che non ha riuscita. Questo si risolve, perché è la catena linguistica, proprio le parole, a potere introdurre degli slittamenti. Proviamo a sostituire alla parola peccare l espressione fregarsi con le proprie mani, in aggiunta alle mani altrui che mi hanno fregato per prime. Raffaella Colombo Concludo: dopo la guarigione, questa mattina dicevi dopo il dopo, nel dopo non si torna indietro: o c è mettersi di traverso o c è mettersi contro; per quel dopo intendevi la guarigione o la normalità. Se l ammalarsi deriva dall inganno di un altro, da una perversione altrui, dopo la guarigione l eventuale perversione altrui o propria, il momento di perversione, non inganna affatto: suscita ira. Neanche sconcerta. Viene semmai giudicato come stupidità. [Qui la registrazione non si capisce - GDM] Stante che questa mattina ho citato questa tua stessa frase, che la perversione è l atto mancato, ma in questo caso atto mancato vuol dire fallimento è in rotta di collisione con l impossibile: il fallimento è finito il possibile, come si dice finita la festa, anzi, magari neanche cominciata. L impossibile come detto è semplicemente la scoperta dell indicazione che è possibile un altra via. Ma anche questo è scolasticamente essere puntigliosi con le parole. Allora non direi che c è possibilità neanche nella perversione perché il fallimento non è impossibile. La perversione non riesce e quindi qui noi abbiamo disgiunto fallimento da impossibilità: è addirittura contrapposto. RAFFAELLA COLOMBO Posti questi tre passaggi, non posso non - posso non - non posso, quest ultimo passaggio non è un fallimento, è un caso di impossibilità, mentre la perversione è tra gli impossibili, ma come un impossibile che non ha la sua Ma io prenderei quella terza frase di cui tu mi parlavi anni fa, finale di Agostino, come e qui ritorna ciò che diceva Maria Delia Contri la costituzione di una condizione, non più di crisi, in cui quindi il pensiero dell impossibile non ha più bisogno di nascere. Mi viene voglia di fare questa osservazione a proposito della perversione e del peccato. Sostituiamo peccare con delinquere, tanto per cominciare: vuol dire delinquere. In tutte le accezioni, anzitutto le più comuni, ciò che si osserva dello sviluppo temporale del perverso è che il perverso fa di tutto per non delinquere: non gli piace fare i peccati. Avrà quel suo paio di fisse, il vizietto, chiamiamolo così perché va ridicolizzato quello che se ne va a dodici viados per sera tutte le sere: è ridicolo. È un ossessivo schiavizzato. Fa ridere. È patetico. A parte il vizietto, propriamente detto, non vuole essere peccatore, delinquente. La via del perverso è passare ai toni altri, passare alla sublimazione. Il vero delitto del perverso 16

17 è la sublimazione, che è un operazione sempre culturale che si rivolge a tanti se non a tutti. La parola sublimazione designa un delitto. Questo lo dicevamo già, anche se non con tanta chiarezza, cinque-sei anni fa. Perché il vero aldilà essendo il corpo, la sublimazione fa fuori il corpo, essendo il corpo la vera riuscita. La sublimazione ricaccia il corpo a un basso al di sopra del quale vi sarebbe un qualcosa d altro. Il massimo alto viene ricacciato nel basso. Al massimo alto, che non ha un basso, massimo alto vuol dire il livello giusto la sublimazione gli crea un top e il corpo sarà sempre un bottom. La sublimazione è un delitto e il perverso non vuole essere un pubblicano: proprio farà sempre di tutto per essere legittimato in ciò che fa. Una volta abbiamo tradotto sublimazione con un operare legittimatorio attraverso la cultura. Uno degli esempi noti anche ai sassi è la richiesta che il concetto giuridico di matrimonio si estenda fino a includervi il matrimonio fra due persone dello stesso sesso. AMBROGIO BALLABIO Volevo verificare come avevo compreso questa questione a partire dall intervento di Maria Delia Contri. Mi sembra che la tua definizione di impossibile sia sostanzialmente arrivare al pensiero: il profitto mi è impossibile senza l apporto dell Altro. Non sottolineerei immediatamente il patto, perché l esempio che sto per fare non implica un patto ma al massimo un contratto, senza l apporto dell Altro. Il pensiero dell impossibile è questo mi è impossibile senza l apporto dell Altro. Prendo gli esempi di Maria Delia Contri e il tuo di stamattina. Il tale universitario che per dire cos è il reale batte il pugno sul tavolo inganna per il semplice fatto che tutti sappiamo cos è il tavolo e che è stato costruito e per lo più lo usiamo. È proprio la questione filosofica pretendere di spiegare con una evidenza che taglia via il lavoro che cos è il reale. Non ho detto che il professore universitario sbaglia a battere il pugno. AMBROGIO BALLABIO Taglia via il lavoro, non solo di chi l ha costruito, ma anche di ciascuno di noi che il tavolo lo usa e sa benissimo cos è e questo viene messo in disparte. Gli esempi di Maria Delia Contri, dal periscopio al trasmettitore, portano a un altra considerazione: io che con le macchine mi dò da fare e altri qui che hanno la stessa esperienza, quando uno passa dall impotenza al pensiero dell impossibile? Quando, avendo comprato un videoregistratore piuttosto che il computer o un altra cosa, e avendo provato e non riuscendo a capirci niente, si rende conto che il giorno dopo può telefonare a chi glielo ha venduto e farsi spiegare. Banalmente questo è implicito nel contratto e vuol dire che ti accorgi che non sei tu che sei incapace: quella cosa lì non la sai fare e il giorno dopo potrai sapere come si fa perché implichi un altro in questo lavoro. La questione semmai è quest ultima di Agostino che citava Raffaella Colombo: a quel punto diventa possibile ciò che a quel punto sembrava impotenza e il pensiero dell impossibile te lo rende possibile perché poi con l apporto dell Altro riesci. L ultima frase citata di Agostino, quando diventa non più possibile ricascarci, secondo me è il dopo che riguarda non dico la guarigione come definizione, ma dico la guarigione che ciascuno spera di ottenere quando va a curarsi. Riguarda il fatto che da un certo punto c è un dopo e il dopo consiste in un fatto che per essere arrivati a quel tipo di guarigione lo sai che ci vorrà l apporto dell Altro e poco o tanto sai che ci vorrà un patto perché l Altro possa essere grazioso. Allora, da quel punto in poi puoi ricascarci quante volte vuoi, ma non c è più l impossibilità di sapere. È su quel punto lì che io capisco che Maria Delia Contri avesse un obiezione a mettere il sapere fra gli impossibili, perché quando arrivi a sapere, a sapere praticamente che sarà possibile anche quello che ti può apparire impossibile con l apporto grazioso dell Altro, da quel punto di vista lì in poi il sapere non è più una questione di impossibile. 17

18 Il sapere è totalmente a portata di mano ancora di più che i pomodori dal fruttivendolo. AMBROGIO BALLABIO In un certo senso anche il sapere sulla guarigione: se ci si ricascherà in un certo modo si andrà a fare una seconda fase di cura. Io a questo rispondo di no, se attraverso una prima esperienza è mutato, si è corretto il mio pensiero quanto basta a ciò che si è detto questa mattina: se il mio pensiero si è corretto quanto basta per dirmi che mi accorgo che c era un errore nel dire non sono capace, che si tratta di un altra dimensione, detta l impossibile, la guarigione e i mezzi di produzione della guarigione sono già in mio possesso. Viceversa ci sono persone che hanno fatto sette analisi e non sono mai arrivate a questa correzione. SANDRO ALEMANNI Mi sembra che sia facile, almeno per me adesso, ridere del perverso. Mi sembra un po meno facile ridere del capitalista, mi sembra che oggi ci sia un versante del gusto perverso, cioè lucrare sull impotenza, che fa mercato, che è il modo attuale di presentarsi del discorso perverso. Rispetto a cui questo battere sul tavolo, dire questo è il tavolo il capitalista fa molto mercato perché dice questo è il guadagno e lo fa presentare come oggetto: «Questo è ciò che ho guadagnato. Tu dimostrami ciò che guadagni», ossia oggettiva il tuo guadagno. Se non sei capace di oggettivare il tuo guadagno togliti di torno perché non sei capace di stare nel mercato, di fare guadagno. Mi sembra che questa sia effettivamente la questione di una certa definizione dell impotenza che io omologherei del tutto alla perversione: far fare il lavoro solo all altro. E questo credo che abbia attinenze su quell ambivalenza, non come ambivalenza, che occorre non considerare ambivalenza fra domanda come offerta e offerta come domanda, perché dipende in qualche modo secondo me da che posto si fa questo. Rimango dell idea che non c è primo e secondo giudizio, non c è ultimo giudizio: l ultimo giudizio ed è questo per cui mi risulta più difficile oggi ridere del capitalista l ultimo giudizio è il primo e cioè quello che può fare solo il Soggetto: non c è giudizio dell Altro che tenga. È un affermazione che mi sembra molto grossa, perché montarla sul mercato non come una pratica economica piuttosto che quella analitica, ma ammetterla come pratica quotidiana pensiero di natura non secondo natura, ma secondo un qualcosa che è accaduto, inedito nella storia iniziale può iniziare attraverso tutte queste pratiche per ciascuno; può essere che ci sia una comunanza attraverso pratiche diverse per cui a ciascuno è accaduto, attraverso la sua storia, con modalità diverse, un applicazione in campi diversi di arrivare a questa conclusione, iniziale magari. La conclusione per me è che non c è giudizio se non quel emette il Soggetto: il giudizio dell Altro dobbiamo metterlo sul mercato non me ne frega niente, perché è l impotenza che punta al discorso del giudizio dell Altro, che pensa di far mercato e guadagno sul fatto che la potenza ce la metterà l Altro: e sei impotente tu. Questo è un certo modo del capitalista che vedo oggi e che definirei simile al perverso. Perché il capitalista da un certo punto di vista non concede il primo diritto all Altro che si mette al lavoro: lo pensa solo come strumento, come qualcosa che è dentro una vicenda rispetto a cui gli serve. È chiaro per vendere qualcosa e far guadagno Noi siamo nell epoca post-fordiana che è quella in cui Ford si è accorto che bisognava aumentare gli stipendi agli operai per fargli comprare le macchine, perché producevano tante macchine ma non le comprava nessuno perché non avevano i soldi. Allora aumentandogli lo stipendio questi compravano le macchine che producevano loro: grande furbata. 18

19 Se noi mettiamo veramente sul mercato che in fondo non c è il giudizio dell Altro, non perché non me ne frega niente, perché del giudizio dell Altro posso preoccuparmi solo in quanto impotente. Se questo è vero, occorre ripensare completamente: non credo che sia una cosa tanto semplice oggi. Cercavo e avevo chiesto di dare un idea di questo nuovo discorso, di questa nuova posizione che possa ridere del capitalista sul serio, ma che possa andare sul mercato del mondo e dire del tuo giudizio non me ne frega niente perché non puoi se non partire dal mio. C è tutto un lavoro che implica un secondo tempo, in particolare sul tema della verginità. C è effettivamente un modo di riproporre ancora certe parole, come la verginità, che in quanto -ità potrebbe essere anch essa un essenza. Come normale non riuscivo a capire che cosa voleva dire finché non ho pensato invece che come aggettivo il verbo: io faccio la norma, cioè io sono implicato nel produrla. Per verginità bisognerebbe trovare una parola che indichi non l -ità ma il verginare. Di solito si dice sverginare, ma non c è il verbo che indica il verginare. Pensaci e la prossima volta ci dici il risultato della tua ricerca linguistica. SANDRO ALEMANNI Questo non è linguistico, anche se spero di arrivare al linguistico. Era uno sforzo per indicare il punto che mi premeva. Questa pratica non è una pratica fantasiosa ma è l inizio di un nuovo discorso che implicherà sempre più l attenzione quando dicevo che del giudizio dell Altro non me ne frega niente non vuol dire che allora poi nella pratica non terrò conto di come l Altro gradirà o non gradirà, perché diventa anzi sempre più importante. Il megalomane non è vero che se ne frega del giudizio dell Altro: è lì solo attento al giudizio dell Altro, tanto è vero che non riesce a vedere nessun Altro, ma proprio nessuno, di cui lui non abbia paura del giudizio. Il paranoico va alla ricerca del giudizio di tutti perché non se ne può fregare di nessuno. Va alla ricerca del giudizio di tutti perché non c è un cane che lo guardi nel becco e quindi deve delirare qualcuno che pensi a lui. SANDRO ALEMANNI Siccome la mia esperienza è che quando tu, con il paranoico, ti metti a pensare a lui, finisce spesso come allora dicevo che diventa ancora uno scherzo quando Ambrogio Ballabio diceva «Non ci casco più»: non è non cascarci più nell errore, ma è non cascarci più a farsi buggerare dall Altro. L Altro può tentare in tutti i modi di buggerarmi, ma io non ci casco più. Casco ancora nel fare un mucchio di errori, ma non ci casco più a farmi buggerare dall altro, ossia nello star lì ancora a preoccuparmi del suo giudizio: sono libero dal suo giudizio. A Napoli dicono «Accà nisciune è fesso». Bene, un pensiero del genere, quello che tu chiami l altro che mi buggera è un pensiero che naturalmente è bene avere, ma per così dire nell angolino del cervello, come avvertenza, come possesso di un test che mi rivela se l atmosfera di un certo capannone in cui vado è eccessiva, è satura di certe sostanze inquinanti. Su questo punto direi che quello che andiamo dicendo prende 19

20 piuttosto la via del quand anche vi fossero già state esperienze, per esempio nella mia infanzia, in cui l altro non mi ha fatto un granché bene, ovvero mi buggera, l altro resterà sempre comunque da me preso come possibile fonte di beneficio, persino quello che mi ha buggerato il giorno prima. Ossia, che anche nel riscontro dell esistenza del nemico, anche in quel caso io badi a tutto l universo, lui incluso, come possibile fonte di beneficio. Il discorso sul perdono poi sarebbe un risvolto, un seguito di questo. Il capitalista non mi buggera. Anni fa è uscito un film che non ho visto, di cui ricordo bene il titolo: La classe operaia va in paradiso. Non mi importa il contenuto, tanto non l ho visto e non saprei parlarne. Il guaio è che se la classe operaia è andata avanti come è andata avanti è solo perché non è andata in paradiso e non ce l ha mandata nessuno. Sorvolando sull esistenza del paradiso di cui ci è stato detto, predicato, insegnato, andare in paradiso vuol dire saltare a quella che chiamiamo e che è la prima città. È essere anche il lavoratore di un altra vigna, ossia fare funzionare in sé medesimo il principio di piacere. È per questo che io ritengo che non sia mai esistito l odio di classe, ma è sempre esistita solo l invidia di classe. Il capitalista è semplicemente rimasto l unico ed è per questo che sono risultati inconvenienti non da poco per l umanità è stato l unica persona seria di tutta l era moderna. Chi dall altra parte si trovasse l operaio fatto così, non dipende dal capitalista che le cose stiano diversamente. Questa era la predicazione anzitutto protestante che insegnava di fare un po di elemosina almeno la domenica. Il capitalista ha fatto benissimo ad andare per la sua strada. Spetta agli altri andare in paradiso, cioè anche loro lavorare al livello di una prima città e di un primo diritto. In questo senso è proprio vero che l operaio se è stato maltrattato, non è stato maltrattato perché trattato come strumento: è stato maltrattato perché è stato trattato come libero soltanto nel diritto dello Stato, ossia come quello che resta fissato sempre e solo a una seconda legge, a un secondo diritto, a una seconda città. Io questo l ho imparato da Marx. Il capitalismo è nato nel momento in cui la gran parte dell umanità è stata giuridicamente liberata nel diritto dello Stato. E anche quando c è l esempio citato di Ford, più trattarli da Soggetto di così! L inganno, l errore, le conseguenze storiche dipendono dal continuare sempre e solo ad appartenere alla città dello Stato. La colpa non è del capitalista. Proprio io che mi metto a fare apologia del capitalista. Almeno ce n è uno che lavora come Soggetto. Allora, imparare ragazzi. Si fuoriesce dall invidia, tanto per cominciare. Impariamo quel primo pezzo che lui fa benissimo a fare. DOMANDA Se dovessi scrivere una fiaba moderna non prenderei il principe o l operaio, ma il capitalista. Il capitalista è uno che inizia e imprende: altri non iniziano e non imprendono. Ma cos altro può dire il capitalista se non «peggio per loro: e io cosa posso farci?». Cosa volete? Andare a interrogare la coscienza morale del capitalista? A parte che se anche se si interrogasse sarebbe esattamente lo stesso, almeno c è uno che bada al profitto e che in quello ha una bussola sicura: il nord è sempre là. Si lasci cadere la storia, l invidia per il capitalista, e so riprenda per nostro proprio conto la posizione dell inizio. Sono tre secoli che da nessuna parte nessuno ha mai pregato la classe operaia di andare in paradiso, a parte un po di predicume al termine della settimana di lavoro in cui si è sempre raccomandato che durante la settimana di lavoro bisogna sempre stare nella seconda città, alla domenica nella prima. La critica del capitalismo non è la critica alle malefatte del capitalismo, ma è la critica al fatto che anche noi non passiamo al capitalista come il principio di piacere di Freud, quello che chiamiamo la legge di beneficio, etc. Il capitalismo è l unico che non tratta nessuno come oggetto e gli stessi oggetti che sono i profitti non vengono tesaurizzati ma vengono reinvestiti. Su c è il capitalista. Che Dio e l umanità mi perdoni questa apparente apologia dell avversario. Non è avversario perché lui opera così; è avversario perché non c è nessun altro che operi così, a parte Dio. Dio, se è quello che dicono alcune scritture, opera esattamente così. Infatti è già stato detto da molti che il capitalista lavora come Dio, oltre che lavorare come un Dio. 20

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