NOVUS ASINUS AUREUS (Attenti, ragazzi, nonj è inglese.) Romanzo quasi picaresco BREVE PREMESSA:

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1 90 NOVUS ASINUS AUREUS (Attenti, ragazzi, nonj è inglese.) Romanzo quasi picaresco BREVE PREMESSA: Cari lettori, innanzi tutto mi chiederete chi sono e da dove vengo. Mi chiamo Apuleio (un nome bizzarro che m impose un padre bizzarro, fanatico degli antichi classici) e Sinceri di cognome (cognome che a nessuno mai s addisse quanto a me, nemico d ogni menzogna, come ho sempre vissuto ed ancora mi ritrovo). Anch io, similmente a tutti voi, sono nato per caso, perché il nascere è davvero un bel caso: proprio quello spermatozoo tra tanti e quell ovulo, e proprio in quell attimo, e così per il padre, per la madre e, via via, per tutti gli ascendenti sino all inizio dei secoli; ma poi il nascere bene, soprattutto. Infatti, anche il nascer bene è come giocare alla roulette, uno su trentasei? Su trentasette se contiamo anche lo zero? E forse ancora di più, perché in realtà, la fortuna ne aiuta uno su cento? Su mille? Non vi sono statistiche in proposito; diciamo che nascer bene è, anch esso, insieme, un bel caso ed una bella fortuna. Intendiamoci, per nascer bene non intendo nascere ricchi (naturalmente un certo benessere aiuta), ma avere un padre ed una madre che si amano e che ti vogliono bene, uno o più fratelli con i quali vivere in armonia, ché il non essere figlio unico e già, anche quella, di per se stessa, una bella fortuna, perché t insegna a discutere, a difendere il tuo, ad arrangiarti: a prepararti per la vita, insomma. Inoltre, sono nato in Italia, buona sorte anche questa e per la civiltà della sua gente e per le bellezze naturali ed artistiche che regalmente l adornano, ma, purtroppo a Reggio Emilia. Sarei potuto nascere nei climi caldi del meridione, in quelli dolci dell Umbria e del Lazio o in quelli secchi delle Dolomiti e, invece, ero nato nella terra dal clima più brutto ed infame che vi sia: sempre umido, caldo d estate e freddo d inverno, ma, tant è, non si può avere tutto dalla vita. La mia città (figlia di Marco Emilio Lepido, ma di madre ignota), popolata da gente intelligente ed industriosa, piccolina com è, si vanta di aver dato i natali al Boiardo, all Ariosto, al Correggio, a Lazzaro Spalanzani ed a quel Silvio D Arzo che mi educò nelle lettere. Cresciuto ai bordi d una strada dove le macchine, allora, erano rare quanto son oggi i cavalli bianchi e dove ogni cortile era aperto al giuoco mio e dei miei amici, avevo fatto collezione di piacevoli ricordi che non m avevano mai più abbandonato. Inoltre, frequentando il liceo scientifico della città natale con insegnanti che sapevano mantenere il rispetto, pur concedendo la confidenza, i miei studi, considerati da ogni studente tra i più duri, erano risultati particolarmente gradevoli. Così, io trascorsi i miei primi anni di vita in cose d altri tempi che poi, come voi ben sapete, si sono andate perdendo in una parvenza di democrazia infarcita d un rozzo progresso. Tornando ai fatti, un brutto giorno la fortuna m aveva voltato improvvisamente le spalle costringendomi ad emigrare. Partito da Reggio, ancora in età giovanile, per emigrare negli Stati Uniti, ormai centro del mondo come un tempo Roma antica, avevo imparato la lingua del posto ed ero riuscito ad avere un buon successo nel commercio. Ora, anziano, sono ritornato in Italia, alla città natale, per scrivere di questa mia avventura in Utopa, della quale, sinora, non ebbi a parlare con nessuno, per timore d essere deriso. Infatti, cari lettori (sempre che n abbia più d uno), gli avvenimenti che vi narrerò potranno, forse, sembrarvi incredibili, ma sono rigorosamente veri; se così non fosse, mi sarei ben guardato dall importunarvi con cose che, già all apparenza, paiono fantasiose. Vi dico questo, perché, pensandovi uomini colti ed amanti della scienza galileiana, potreste prendere sottogamba le mie misere avventure dovute ad opera della magia nera. In queste memorie, infatti, voi troverete cose assolutamente assurde (uomini risuscitati, animali parlanti; persino merli intelligenti) tanto che chi avrà la costanza di leggerle sino in fondo (o sino alla feccia, se preferite) forse dirà con un sorriso di compatimento: Caro ragazzo, tutto quello che narri non ha né capo né coda. Ma anche Utopa non ha più né capo né coda. Purtroppo per voi, ogni tanto, magari forzando, ho inserito una mia poesia che sembrava adattarsi all occasione; perdonatemi, ognuno ha le sue debolezze. Essendo Utopa un paese così bizzarro dove si può ricevere una denuncia per diffamazione, anche solo per aver calpestato l ombra altrui in una giornata di sole, affinché non si possa individuare la nazione

2 91 alla quale mi riferisco, ho tradotto i nomi propri in un rozzo italiano. Vi prego di scusarmi, ma ad Utopa vi è chi vive con simili limpide azioni morali. PRIMA PARTE Svolgendosi il mio lavoro nel campo della produzione e vendita del pellame, ero venuto in Utopa, come in genere facevo una volta l anno, per affari. Sceso all aeroporto di Panzanella, dopo qualche incontro con alcuni commercianti locali che lavoravano chi nel campo dell abbigliamento e chi in quello dei divani, me ne stavo, con la mia comoda automobile, viaggiando verso Filona (nota capitale dello stato). E questa una graziosa città bella e di notevoli dimensioni, costruita su alcuni colli, che ha un clima molto gradevole in tutte le stagioni e sembra esser nata benedetta da Dio. Ad est e nord, un fitto bosco di conifere copre le colline per giungere sino ai piedi delle montagne, a sud ed ovest, una distesa di campi declina in una larga pianura. A Filona dovevo incontrarmi, per trattare un affare, col signor Ileo Causticchio, proprietario di un importante gruppo televisivo e grosso industriale nel campo della pelletteria (cinture, giacche, pantaloni e chi più né ha più né metta). Avevo da poco superratto l uscita di La Balla, il fiorente borgo (semidistrutto dall ultima guerra e poi ricostruito lasciando mano libera alla più ripugnante speculazione edilizia), quando la mia automobile iniziò a sbuffare, causa un repentino, giustificato appetito; io passai quindi dalla benzina al gas liquido (fortemente tassato ad Utopa, perché poco inquinante) per poi arrestarmi a fare il pieno. Il distributore era posto in un enorme area di servizio dove, tra i numerosi altri, mi colpì subito un negozio che portava, in bella evidenza, un insegna luminosa particolare. Le lettere si accendevano, una ad una, sino a formare la dicitura Insegnoteca, per poi spegnersi tutte in una volta e riprendere, da principio, la loro pubblicità. Incuriosito, entrai per chiedere che merce si vendesse in quel locale dall insegna, a dir poco, bizzarra. Mi accolse una commessa secca da far schifo, unica eccezione due buffi meloni al posto del seno, con i capelli unti pitturati di rosso e le labbra d un bel nero opaco alla Dracula ( allegria! come diceva un tempo un noto presentatore televisivo del mio paese). Nel caso particolare, tutto era reso ancor più affascinante dal vestiario. Poiché una nota sarta aveva trasformato, in vestire alla moda, la mise delle prostitute che ormai si distinguevano solamente dal linguaggio più castigato e dall abbigliamento talebano (figuratevi che sorprese a volte!), la ragazza lasciava intravedere persino le mutande, all apice delle due zampe storte, infatti, in Utopa, solo le donne dotate di belle gambe (Dio mio, come sono poche) le nascondono dentro una gonna lunga o le intubano in un paio di pantaloni. Il tutto la faceva sembrare appena uscita da un quadro di Picasso e mi venne fatto di pensare, per contrasto, alle belle brasiliane di Rio durante il carnevale e di ringraziare il Signore d aver fatto sì che Utopa non rappresentasse il mondo. Il mio senso d orrore iniziale aumentò quando, con modo saccente, mi disse che nel suo locale si vendevano insegne per negozi (come chiaramente indicava Insegnoteca, diceva lei); si trattava di convincere i commercianti all uso di eleganti neologismi, quali Cretinoteca e Stupideria ; del resto, erano il non plus ultra della cultura e della modernità (la lingua si evolve, naturalmente). Il posto era ben scelto, perché questi signori intelligenti passavano il fine settimana lontanissimi dalla loro residenza e, quando si fermavano, al ritorno, erano talmente frustrati e svaniti che era più facile convincerli ad un acquisto, giocando sulla stanchezza. M informai, inoltre, di uno strano fatto: la ragazza portava delle scritte sia sulla camicetta sia sulla gonna, cosa che, per me forestiero, rappresentava una bizzarra novità. Lei mi spiegò trattarsi di capi griffati: la camicetta era di Gai in Campagna e la gonna di Fretta e Fritte, noti maestri artigiani del vestiario. Sono ditte che devono spendere parecchio denaro in pubblicità di questo genere! osservai. Qui in Utopa ne ho vista molta. La ragazza mi guardò con compassionevole stupore: Siamo noi che paghiamo per portare questi capi. Ecco una cosa priva di senso. Ma lei mi spiegò che, era solo una questione di equità e di giustizia. Un tempo, i grandi sarti cucivano un piccolo rettangolo di stoffa col nome all interno dell indumento, poi si pensò che fosse di cattivo gusto non far conoscere l autore di un capo così prezioso (anche i pittori firmano i quadri) e l etichetta fu messa all esterno, ma, essendo il nome troppo piccolo per essere letto con facilità, si provvide ad evidenziarlo. Mi sembra una cosa ben fatta.

3 92 Ora vi è chi sostiene che, sempre per una questione di buon gusto, di fianco al nome si dovrebbe scrivere anche il prezzo: starebbe ad indicare l alto valore dell artista. Sono così cari? Senz altro meno di quello che valgono. Purtroppo, qualche raro sarto furbastro compra dei capi all ingrosso (camicette ad esempio) per pochi spiccioli, le manda a ricamare in estremo oriente, poi ha il coraggio di rivenderle, come se fosse originali, sino a 300 patacche. (la moneta di Utopa, cambiata praticamente alla pari col dollaro). Mi sembrano tante patacche anche per quelle autentiche! Osservai. Tante davvero, ma qual è il prezzo dell arte? Le chiesi, poi, dove si potesse prendere un caffè, visto che nessuno dei numerosi locali di quella grande area di servizio, dove si vendevano persino mobili a buon prezzo, portava la dicitura bar, o posto di ristoro, o che so io. Proprio fuori del negozio, a destra. Uscendo entrai nel bar dalla porta adiacente sulla quale troneggiava la scritta Cocacoleria e Tostoteca. Il locale, gestito da un commerciante evidentemente moderno ed acculturato, era pieno di turisti e, quindi, fui costretto, per avere un panino ed un caffè ristoratore, a mettermi in fila ed attendere il mio turno. Davanti a me v erano due distinti signori: uno era vestito in modo un po appariscente, ma tutto griffato, con, al polso, un Rotolex con cinturino d oro, cosa che lo indicava per un arricchito di recente fortuna; l altro, molto distinto e ricercato nel parlare, in una strana foggia che l avrebbe fatto classificare per un uomo bizzarro, se non si fosse stati in periodo di carnevale. Stavano discutendo animatamente, il primo più focoso, il secondo più garbato, quasi per convincere. Cercando di allungare le orecchie (si fa per dire, ché nessuno di noi desidera diventare un somaro, anche se poi, come vedrete, ci può succedere), compresi che si stava parlando di magia e la cosa m interessò subito. Io, infatti, prima ancora degli avvenimenti straordinari che mi sarebbero accaduti in seguito, pur essendo una persona seria, ho sempre creduto nel sopranaturale. La cosa non vi deve meravigliare, cari lettori, perché una mia tata, donna di grande serietà, mi aveva narrato che da bambina era stata a servizio in una villa dove si sentiva. Questa importante casa padronale, al centro di una vasta tenuta, aveva una grande cucina le cui pareti erano impreziosite e riscaldate da vecchi rami pregevoli: tegami, stampi per budini, pentole, colini, leccarde, scaldini, persino una stufetta sterilizzatrice ed un bagnomaria da speziale e chi più né ha più né metta, una vera, preziosa raccolta. La padrona di casa, quando aveva degli ospiti per il pranzo o per la cena, accampando scuse (a volte persino ridicole), attirava le ospiti nella cucina anticipando, così, il piacere della mensa grazie all invidia che si disegnava sui loro volti. Vedo che alle lettrici brillano gli occhi, ma vi era, ahimè, una contropartita: ogni sera, a mezzanotte, nella stanza, pentole, tegami, coperchi, insieme a tutti gli altri elementi di quella pregevole e rumorosa mercanzia, cadevano dalle pareti. Figuratevi il baccano nel pieno del sonno! Ma a tutto ci si abitua e i padroni si sarebbero rassegnati se non fosse stata una grossa scomodità per la servitù che, tra l atro, dormiva al piano superiore; succedeva spesso che scendendo, il mattino, stressata dal lavoro, dopo una notte insonne e, spesso, piena di angoscia (il personale di servizio era, allora, così sensibile e psicologicamente fragile), dovendo fare due rampe di scale dagli alti gradini, rischiasse, spesso, qualche incidente con conseguente frattura ossea. Nonostante mancassero le prove, di tali argomenti si erano fatti forti i sindacati, con una grossa spesa per i proprietari che avevano dovuto aggiungere al salario un indennità di rischio. Da parte del datore di lavoro si era tentato di mercanteggiare, ma, causa uno sciopero selvaggio in pieno inverno che aveva costretto il padrone (allora si diceva così) a trasportare la legna dal sotterraneo e la signora ad alzarsi in ore antelucane per accendere la stufa, dopo una lunga resistenza di ben due giorni, i proprietari avevano ceduto. Quei poveri diavoli, ahimè senza saperlo, avevano acquistato, nello stato di fatto e di diritto, un abitazione infestata da fantasmi scortesi; avrebbero voluto rivenderla, ma, purtroppo, v erano troppe serve (sapete com erano, allora, le serve) tra il personale di servizio e s era sparsa la voce: nessuno voleva comprarla più, quella villa. In quanto ai domestici, il fatto di dover rimettere, tutte le mattine, ogni cosa al suo posto, col tempo era divenuta una noiosa abitudine ben retribuita che faceva di quell impiego un lavoro ricercato, in specie dai più volonterosi, mentre i lamenti dei proprietari salivano sino al cielo. Io mi sono sempre fidato ciecamente di quella tata ed ecco perché credo in certe cose e, se allo scoccare della mezzanotte, in una sera tempestosa, mi venisse di vedere un fantasma, non mi meraviglierei per nulla e potrei anche invitarlo per una partita a scacchi: un giuoco serio che si addice ad

4 93 un apparizione seria (perché credo che i fantasmi burloni si trovino solo nei libri d'increduli autori burloni). Tornando ai fatti dell area di servizio autostradale, i due signori furono molto gentili e si presentarono, il primo, Franco Mirelli, aveva dato un passaggio all altro che si era qualificato per il filosofo Socrate. Naturalmente, essendo io la persona che vi ho detto, non mi sorpresi per nulla della stranezza e mi misi subito dalla parte di quest ultimo contro l incredulo antagonista. Il nocciolo del dibattito era la magia. Socrate cercava di convincere il Mirelli circa l esistenza di streghe (le più famose ai suoi tempi vivevano a Larissa) e demoni, mentre l altro, uomo sicuramente ignorante (proprietario d una costosa Ferrari, macchina bellissima e seria, costretta, suo malgrado, ad ospitarlo), buttava tutto in ridere. Affermava che, a queste baggianate, si credeva all epoca del filosofo, ma, da allora, molt acqua era passata sotto i ponti. La discussione aveva continuato per un certo tempo, con i pro ed i contro più impensati, a volte scaldandosi, a volte assumendo i toni di un pacato conversare, con l intervento di altri signori e signore che esprimevano chi lo stupore e chi, come il Mirelli, un accento di sciocca presunzione; e, diciamo la verità, era difficile sopportare la loro aria d increduli saccenti. Figuratevi che, avendo io chiesto ad uno di questi signori come si potesse spiegare la presenza di Socrate, morto da millenni, egli, con una sghignazzata, aveva affermato che anche per carnevale tutto diventa possibile: basta un costume. Ma io non intendo tediarvi, miei cari lettori (sempre che voi abbiate avuto la costanza di seguirmi sin qui), con le ragioni filosofiche e la narrazione d avvenimenti straordinari che erano portati avanti dai contendenti. Ad un certo punto, dopo essersi ben rifornito di bibite e panini, il signor Mirelli ci piantò in asso sbuffando e lasciando a piedi il povero Socrate. Naturalmente fui costretto ad offrirgli un passaggio (ignorando di quanti guai sarebbe stata foriera la mia gentilezza) e devo ammettere, tra l altro, che la cosa mi fece un certo piacere, perché la curiosità mi stava stuzzicando. Così, appena fatta benzina, ci avviammo. Poco prima di Fandonia, causa un incidente clamoroso, fummo bloccati da una lunga coda, cosa che succede facilmente ad Utopa quando si viaggia in autostrada, e la cosa stupisce noi che veniamo da paesi dove tali inconvenienti sono segnalati precocemente, onde evitare al cittadino contribuente una simile, grossa seccatura. Seccati da tali inconvenienti, appena ci fu possibile, uscimmo dall autostrada. La statale verso Filona era leggermente in salita, tagliata in una pianura incolta. Si vedevano vecchie case solide che resistevano ancora, altre cadenti ed altre già crollate causa l abbandono. L urbanesimo aveva sradicato i contadini dalle loro terre spingendoli verso l eldorado dell industria. Questa povera gente, costretta alla dura fatica dei campi, aveva accolto con gioia l idea del lavoro a catena. In tal modo uccidevano la noia dei mesi invernali, quando erano costretti a scaldarsi nel tepore della stalla, giocando a carte davanti ad un bicchiere di vino. Finalmente ci si poteva alzare alle prime ore del mattino, nel vivace fresco delle nebbie invernali, per raggiungere, con un lento e distensivo viaggio in treno, il posto di lavoro; la sera, affamati (causa un pranzo sommario come il processo di una dittatura) sempre con lo stesso distensivo sistema di trasporto, potevano tornare alla casta dimora. La stanchezza aveva distrutto l appetito, così, dopo un leggero salutare spuntino (pensate il risparmio!), si riposava in un sonno ristoratore non interrotto dagli incubi che spesso ci dà lo stomaco greve. Oh tristezza delle loro spose! Mentre, così, noi correvamo sulla strada, naturalmente ignorando ogni limite di velocità sicuri dell assenza della polizia, dopo lo scambio dei soliti convenevoli, io chiesi a Socrate di come fosse riuscito a tornare dall oltretomba ed egli, con voce profondamente triste, come si addice a chi da gran tempo soffre, usando il tu come s usava ai suoi tempi, cominciò a narrare.: Tu ben sai che io sono un suicida e, di conseguenza, giaccio sprofondato all inferno. Gli feci osservare che la cosa era poco credibile e soprattutto di non andarlo a dire in giro, perché la gente, oggigiorno, è troppo intelligente e modesta per credere in Dio; figurarsi poi nel diavolo. Soprattutto ai giovani, colti come sono, con scuole che sanno accorciare le orecchie agli asini! Vedi, - mi disse, - Dio esiste indipendentemente dal fatto che gli uomini lo credano. Se ai miei tempi qualcuno avesse sostenuto l esistenza dell America, i più l avrebbero preso per pazzo; eppure l America esisteva anche allora. Così è con Dio, che si creda o no; e purtroppo esiste anche il diavolo! - poi approfittando del mio stupore, continuò. - Vi era una volta un angelo bellissimo chiamato Lucifero che un giorno Dio cacciò dal Paradiso. Alcuni affermano che fu una bella cosa, altri che fu un ingiustizia (tra questi, Lucifero stesso ed i suoi demoni), altri ancora se ne fregano, ma il fatto, credi a me, avvenne realmente e costò un sacco di guai a tutti noi uomini. Questa storia la conosco benissimo.

5 94 Ti pregherei di lasciarmi continuare; sai che, per natura, sono un chiacchierone e, all inferno, la mia pena consiste nel rimanere sempre muto. Posso mangiare, defecare, dormire, sorridere, ma devo sempre ascoltare gli altri (e tu non immagini quante stupidaggini dicano anche lassù) senza potere mai intervenire. Che fatica! Perciò, dopo più di duemila anni di silenzio, per piacere, fammi sfogare tranquillo. Come mi dovevo comportare, pover uomo? Lo lasciai dire ed egli, naturalmente, ne approfittò per raccontarmi una lunga storia, per altro, certamente credibile. E' naturale che la caduta del diavolo nel profondo inferno non sia stata senza dolore e senza drammatiche conseguenze: una lussazione inguaribile all'anca, il piede sinistro aperto in due, il naso schiacciato in modo orribile ed il trauma, naturalmente; sono cose che scuotono e lasciano un segno. Messo alla scelta se subire interventi chirurgici dolorosi ed insicuri (la chirurgia allora era ai primordi, tanto che per addormentare i pazienti davano loro una botta in testa), o modificare i canoni della bellezza nell'ambito dell'inferno, ora suo regno indiscusso, Lucifero scelse quest'ultima via che, oltre essere la meno dolorosa, era anche la più economica e la più semplice. E proprio così brutto? Chiesi incuriosito. Certo. E tu pensa alla mia sofferenza, abituato al senso del bello che respiravo in Atene, abitare in quel luogo e non poter mai criticare, condannato al silenzio come sono laggiù, dove si considerano orribili la Venere di Milo e la Nike di Samotracia. Ora si pronuncia Naik! - interruppi. Lo dice anche il poeta: La Nike alata, o nobile sagacia Trasforman nella Naik di Samotracia. Mi guardò come si guarda un deficiente, poi continuò: Figurati che spesso si può vedere Satana bellissimo, dice lui, seduto in trono con quel suo corpaccio rosso, le corna, la coda ed una lingua biforcuta tutta nera; se aggiungi il piede rotto che sembra quello di un caprone e che, essendo rosso e nero, per forza di cose siamo costretti a tifare Milan, figurati lo schifo. Io ero rimasto stupito da questa sua descrizione, sorpreso, soprattutto, di come gli artisti, nei secoli, avessero rappresentare il demonio in modo così reale, quasi in fotografia, senza averlo mai visto. Ti credo! affermai con convinzione. Ma mi stupisce che una persona retta come sei tu sia stata condannata all inferno. Tu sai bene che, condannato a morte innocente, mi suicidai a scopo educativo, ma in paradiso le leggo sono leggi e le attenuanti non vengono prese in considerazione. Lì non siamo ad Utopa, quello è un tribunale che non perdona, perché Dio non permette in alcun modo, ahimè, che si deroghi dai suoi comandamenti. Essendo quindi un anima dannata era soggetto alla seccatura degli spiritisti. Succedeva raramente che lo cercassero, perché, per fortuna, si trattava di esseri dotati di una cultura limitata che spesso non arrivavano nemmeno a conoscere Napoleone. Pensavo che fosse molto gettonato! Interruppi. In effetti, è abbastanza noto, ma sicuramente più dai matti che dagli spiritisti, comunque sempre meno di quanto si pensi. Dopo un attimo di respiro, riprese il racconto dicendo d essere stato invitato a battere un colpo durante una seduta spiritica di tre amici che facevano tutto, senza convinzione, per poi deridere i gonzi che credevano a queste corbellerie. Socrate, essendo particolarmente gentile e disponibile e poco richiesto (sotto sotto sperava di poter iniziare una discussione con spiritisti dotati di una certa cultura) aveva pensato di intervenire. Fossi stato Caino o Giuda mi avrebbero accordato subito un permesso, ma io sono un dannato mal visto, perché ho vissuto in modo troppo morale ed onesto; nessuno si sarebbe preso la briga di aprirmi le porte degli inferi ed allora ho dovuto approfittare del fatto che Asmodeo era mandato in missione sulla terra. Quali pasticci doveva venire a combinare? In quei giorni - riprese a dire, - Lucifero si trova nella sua residenza invernale sul pianeta Mercurio. E il più vicino al sole, dove si può vivere in un clima delizioso più caldo di quello infernale. D inverno, infatti, la temperatura del suo regno tende a scendere a valori ben più bassi di quelli solari ed egli, quindi, per evitare infreddature e malanni, preferisce trasportare sul pianeta Mercurio la residenza e la sede del governo. Ma quella mattina, Lucifero era rientrato per una riunione della massima importanza. L avresti potuto vedere seduto su di una pira di legna ardente (quel supplizio così gradito alle streghe), circondato dai suoi migliori consiglieri, tutti presenti, da Asmodeo a Belfagor. Naturalmente

6 95 vi era anche il diavoletto di Cartesio, immerso nell'acqua dentro il suo piccolo tubo di vetro, ma quello nessuno l ascolta. Se appena abbozza di voler parlare, un qualche diavolo cattivo lo spinge sotto con un dito ed allora giunge solo il gorgogliare delle bolle che le sue parole formano nel liquido. Di cosa si stava discutendo? Chiesi incuriosito. Si trattava di una specie di tavola rotonda intorno al fatto che i peccatori erano sempre più numerosi e con peccati sempre più originali e moderni: quindi si sarebbe dovuto non solo aumentare il numero dei gironi infernali, ma anche renderli idonei alle pene richieste dalle nuove colpe. E in che modo sei riuscito ad uscire. Hanno mandato il gobbo Asmodeo, dal viso di furetto, a consultare un urbanista di sinistra, molto di moda, ed io mi sono infilato dietro. Purtroppo, giunto sul posto della seduta spiritica, quei tre giuggioloni, stanchi d aspettarmi, se n erano andati. Allora sono rimasto lì come un allocco, perché Asmodeo era già rientrato. Trovandosi abbandonato sulla terra, Socrate aveva cercato un posto per dormire; abituato al caldo (come, del resto, sono tutti i dannati), passare la notte all addiaccio, in quel freddo febbraio, sarebbe stato, per lui, un tormento peggiore di quelli dell inferno stesso Per sua disgrazia era privo di denaro ed, in Utopa, non esistono alberghi dove ti diano gratis una camera per la notte. Potevi cercare un ostello della gioventù. Figurati, ho più di duemila anni! Allora il nostro filosofo si era guardato attorno per vedere se vi fosse stato qualcuno disposto a dargli un suggerimento. Nell antica Atene avrebbe trovato senz altro un qualunque cittadino pronto ad ospitarlo, ma egli, al corrente che nei tempi attuali, molto più progrediti, il senso dell ospitalità era ridotto al lumicino, non sapeva che pesci prendere. Tra l altro era in un lungo viale alberato da piante moribonde, (scheletri privi di foglie), assolutamente deserto, che fiancheggiava una strada di gran traffico. Poi, guardando meglio, aveva visto un tipo bizzarro, vestito d una pelle d agnello, il quale sedeva fumando, appoggiato allo scheletro d un pioppo rinsecchito che non infastidiva più nessuno con le allergie procurate dai suoi pappi. L uomo (dalla folta capigliatura bianca ed il volto pelle e ossa che lo rendeva simile ad un biblico predicatore di sventure) sprizzava guizzi di fiamme attraverso gli occhiali, tenendo in mano un bastone, ben dritto e tornito, che recava all apice un gran cartello bianco, sul quale, in cupi e grossi caratteri neri, figurava lo scritto: Disobbedienza civile. Socrate, uomo di ben altre superate idee, si era avvicinato a quel tizio chiedendo, urbanamente, spiegazione. Rancidino, che così si chiamava, membro d una piccola perniciosa famiglia che lavora, da sempre, a distruggere le civiltà, dopo averlo squadrato in malo modo, gli aveva risposto molto serio con voce minacciosa e tuonante: Senti la puzza del gas che si sviluppa da tutte queste automobili? Pensi che qualcuno se ne preoccupi? Neanche per sogno. Ma con un'ingiusta legge, si è proibito di fumare nelle strade e nei luoghi pubblici per ridurre l inquinamento ed io, con la mia disobbedienza civile, difendo il diritto dei cittadini alla libertà. Bisogna sapere, infatti, che ad Utopa se uno si drogava lo mettevano subito a fare il bidello in una scuola elementare, ma, se fumava fuori delle rare riserve adibite a tal uso, rischiava la morte. Socrate era rimasto stupefatto, lui che, condannato a morte ingiustamente, si era tolto la vita per insegnare ai discepoli che la legge dello stato deve essere sempre rispettata, anche quando sbaglia, ora aveva subito un colpo non indifferente alle sue convinzioni; quindi s era presentato e gliel aveva detto a quel tizio, ma lui s era messo a ridere: Dunque tu sei Socrate. Ecco il perché dei tuoi abiti stravaganti. Ti conosco e conosco la tua filosofia da vecchio chiacchierone bilioso. E vero che la democrazia l avete inventata voi Ateniesi, ma i tempi sono cambiati ed ora gente ridicola come te la ricovererebbero in una squallida casa di riposo per vecchi rimbambiti; noi, nuovi maestri, dobbiamo adeguare gli insegnamenti per i giovani ai tempi moderni e predicare loro che la vera libertà si ha solo con l arbitrio libertario. Io, allora, avevo interrotto il racconto del filosofo, che in quel momento mi era sembrato particolarmente abbattuto, cercando di consolarlo: Dopo più di duemila anni tutti ti ricordano, Socrate, e t indicano come uno dei più grandi maestri della nostra civiltà; tra un secolo nessuno si ricorderà più di quel tizio. Forse non valeva la pena di suicidarsi con la cicuta per avere di questi epigoni! mi rispose con profonda tristezza, poi riprese a narrare.

7 96 Dopo aver esposto la sua difficile situazione a Rancidino, questi, sempre con la stessa voce tuonante e minacciosa, foriera di sventure, gli aveva indicato un motel di lusso dove Panfila, persona amica molto rispettabile, affittava camere a prostitute in cerca di facile carriera nel campo dello spettacolo ed a vecchi Vip rimbambiti. Aveva detto che si trattava di un ambiente signorile frequentato da divi, magnati del cinema, padreterni della televisione e belle donnine, generalmente oche. Panfila stessa, che aveva percorso quella strada maestra, era una dama famosa, ma ormai vecchia, brutta, e bizzarra, tuttavia ancora esperta in certe cose e piena di voglie. Se avesse avuto la fortuna di piacerle, forse l avrebbe ospitato, gratis, per simpatia. Purtroppo Socrate, da li a poco, sarebbe stato costretto a sperimentare, sulla sua pelle, quella trista ospitalità, non avendo altra scelta. Appena arrivato, si era accorto che il locale era un vero bordello: Non capisco perché quel postribolo lo chiamino Motel! Caro Socrate, non essendo di Utopa, non puoi sapere che in questo paese vi è il gusto della provocazione e dell osceno, ma vi è anche il pudore delle parole. Si può andare a letto con quanti si vuole e con chi si vuole raccontandolo a destra e manca, ma certe parole non si possono pronunciare mai, tutti restano sempre amici o fidanzati; ed i finocchi (li chiamava così anche Catullo), orgogliosi della loro diversità, devi chiamarli Gay. Socrate, da vero filosofo, si accontentò di sorridere. Un mascalzone, di quelli che vanno imbrattando i muri, aveva scritto di fianco alla porta dell albergo una poesia dedicata a Panfila: Un buon chirurgo t'ha rifatto il viso Cancellando le zampe di gallina, A fondo nel sedere t'hanno inciso, Ti han tolto due bistecche alla pancina, Or ti sembra di stare in paradiso, D'esser tornata quasi una bambina; Ma sbatti gli occhi, mamma mia che orrore, T'apri di dietro con un gran fragore. Il nostro filosofo, sul momento, aveva pensato che si trattasse di cattivo gusto, ma, appena vista Panfila, si era ricreduto ed era rimasto scioccato. Da lontano sembrava giovane e carina, però, quando t avvicinavi e potevi guardarla bene, ti rendevi conto che si trattava d una vecchia bavosa, tutta rifatta. Era stata, diceva lei, in una clinica nella quale l avevano completamente ringiovanita. Al posto del seno v erano due grosse palle di silicone, due prosciutti stagionati avevano sostituito le cosce, due mezze angurie le chiappe cadenti. e le si era tolta una grossa fetta della pancia. Tagliando e tirando la pelle, per poi cucirla, erano sparite tutte le rughe dal viso che sembrava gonfiato con una pompa, ma, ahimè, se Panfila sbatteva gli occhi, come aveva scritto quel poeta, si apriva di dietro con conseguenze non sempre gradevoli sia per il rumore sia per il profumo. Il tutto, diceva la donna, era stato fatto con una spesa non indifferente e per l intervento e per il soggiorno in clinica. Cosi affermava lei, ma, visto i risultati su questa cadente baldracca maestra di magie, Socrate riteneva che avesse ottenuto quei mirabolanti esiti grazie l intervento di diavoli di bassa forza che ricompensavano in questo modo i suoi miserabili amplessi. Ed in questo, sbagliava. Come venni poi a sapere, questa Panfila era stata una bellissima giovane molto libera (un tempo si sarebbe detto ninfomane) la quale, avendo letto in un romanzo di Gian Vauli, un autore italiano dei primi del novecento, che il demonio si univa alle streghe penetrandole con organo biforcuto, aveva trovato nel satanismo la sua vocazione. Divenuta strega, il guaio per lei era stato quello di non corrispondere ai gusti di moda agli inferi: in poche parole, bella per gli uomini era brutta per i demoni. Le avevano rifilato il diavoletto di Cartesio che, piccolo com era, non poteva darle grandi soddisfazioni. Tutto ciò l aveva stressata rendendola particolarmente cattiva. Per sua fortuna, divenuta brutta invecchiando, le era rinata in cuore la speranza di piacere a Belzebù, ma questi voleva donne orribili, ma non appassite. Viste morire ogni sua possibilità, si era messa nelle mani di chirurghi estetici, luminari della scienza, che l avevano trasformata nel modo descritto da Socrate e, divenuta finalmente orribile, ma soda, era riuscita a sedurre Satana stesso che ne aveva fatto la sua amante, congiungendosi con lei tutti i sabati sera. Si trovavano, or qua or là, sempre in un bosco, dove lei, vecchia beghina del satanismo, giungeva a cavallo d una scopa tradizionale. Tornando a noi, per il nostro disgraziato filosofo senza soldi, non v era stata scelta: aveva dovuto sottostare alle insane voglie dell ostessa, e passare la notte con lei.

8 97 Naturalmente, la mattina, nonostante fosse molto affaticato, appena possibile era fuggito da quella casa, inseguito dalle maledizioni della vecchia strega che, irata dal suo abbandono, gli aveva predetto una morte orrenda. Che t importa, tu sei già morto! osservai. Infatti. La morte non mi spaventa, ma il modo si: anch io sento il dolore. Inoltre, ella ha esteso la sua maledizione a chiunque m avesse prestato aiuto. E me lo dici solo ora? Maledetto idiota! Urlai spaventato. Ormai, purtroppo, non ti serve a nulla né urlare né fuggire. Quello che è fatto è fatto. Si tratta di una strega potente e la sua magia ti raggiungerebbe ovunque tu ti nascondessi. Davvero consolante! Al mattino aveva trovato Mirelli che, gentilmente, si era fermato e gli aveva dato un passaggio. Chiacchierando, a volte anche concitati, si marciava in autostrada ad andatura tranquilla, quando fummo fermati dalla polizia stradale: una coppia di ragazze su due moto italiane. Una era bella e l altra brutta, logicamente gentile la prima e fiscale la seconda. Ci avevano intimato l alt, perché eravamo entro i limiti di velocità. Un reato gravissimo, affermò la più brutta, che provoca numerosi sorpassi ed il sorpasso è la causa del maggior numero d incidenti. Mentre la ragazza ci spiegava queste cose, Socrate, da saggio ed emerito filosofo, approvava con la testa quei ragionamenti pieni di tanta logica. Sono stranieri intervenne la più carina dopo aver visto i documenti certamente non conoscono le nostre leggi. Questa trasgressione comporta il ritiro della parente; è un reato gravissimo e non mi era mai successo di vedere qualcuno tanto mascalzone da comportarsi in modo così pericoloso: solo i centoquaranta! Brutta e carogna! pensai. Ma Socrate, l astuto filosofo che, da vivo, tirava fuori la verità dalla pancia altrui, stando all inferno ne aveva imparato una più del diavolo. Il mio amico è di origine italiana. Ecco spiegato tutto. Sappiamo che in quel paese tutti rispettano i limiti di velocità, come assurdamente prescrive la loro legge. Affermò conciliante la più carina. Purtroppo ce lo insegnano i nostri padri sin dalla più tenera età! intervenni. Vidi le due ragazze parlottare tra loro, con la più bella che cercava di convincere l altra, poi, mentre quest ultima se n andava indispettita, la prima ci disse che, per questa volta, avrebbero lasciato correre, ma stessimo attenti di non incorrere più nella stessa infrazione. Ripartii con la mia formidabile sportiva a duecento l ora. Amico mio, come mai così piano?. Un triste retaggio della mia educazione infantile. Risposi. Uscendo dall autostrada avevamo chiesto al funzionario, che ritirava i soldi del pedaggio, di consigliarci un albergo con autorimessa. Era buio, quando vi arrivammo; situato in una vasta piazza davanti al palazzo del capo dello stato, era uno di quei locali che nelle guide gastronomiche doveva avere più stelle della bandiera degli Stati Uniti, dove si va per pagare molto senza riempirsi la pancia, ma dove, chiunque abbia anche solamente una spruzzatina di Vip, non può non essere stato. Lì ci fermammo per la cena e per la notte. Poiché il nostro Socrate era privo di denaro, entrai con tristezza, conscio che l onere del soggiorno sarebbe stato tutto a mio carico. Mentre egli mi attendeva sprofondato in una comoda poltrona, io mi recai alla ricezione. Visti i prezzi sbalorditivi, per risparmiare almeno sul dormire, presi una sola camera a due letti, separati naturalmente, ben conoscendo certi vizietti degli antichi greci, poi, stanco del viaggio ed accasciato per la folle spesa che avrei dovuto sborsare al risveglio, raggiunsi Socrate. Nel frattempo, stanco per la rispettabile età, il filosofo si era addormentato e russava in modo privo di ogni decoro, forse sognando di concionare nell agorà. Mentre mi guardavo attorno, non lo nego, con una certa vergogna, venne un cameriere che ci disse di seguirlo e ci condusse al nostro tavolo per la cena. Io, ossessionato dal timore di un prezzo regale, cercavo di scegliere i piatti con oculatezza (da buon commerciante conosco il significato del risparmio) mentre Socrate, pezzente privo di risorse ed a mio carico, tendeva ad abbuffarsi dei cibi più raffinati. Credimi mi disse farfugliando col cibo in bocca, all inferno forniscono robaccia, desidero proprio un pranzetto buono ed abbondante.

9 98 E che vino, amici miei, aveva ordinato (questi maledetti dannati sono proprio al corrente di tutto): era una bottiglia DOC con tutta un altra sfilza di letterine (un mezzo alfabeto) delle quali ignoravo il significato, ma che aumentavano notevolmente il prezzo del beveraggio. Avrei avuto molto da obiettare in condizioni normali, però ero talmente spaventato per le ipotetiche maledizioni della strega, da non poter nemmeno reagire. Mentre Socrate si abbuffava, facendo rumori sconvenienti, io, di tanto in tanto, tendevo l orecchio ad ascoltare i discorsi di un Pulcinella ed una Colombina, seduti al tavolo vicino al nostro, che stavano giusto cinguettando. Per carnevale, infatti, a Filona la maggior parte delle persone si maschera abitualmente. Tutte le sciocchezze e le sdolcinature scambiate reciprocamente, cari lettori, le lascio alla vostra immaginazione, ma ad un certo punto era successa una cosa tanto sgradevole quanto importante: Pulcinella, chiamato al cellulare, era sbiancato in volto. Una cosa terribile! aveva detto mentre, una volta chiusa la comunicazione, riponeva il telefonino nell astuccio. Era mia moglie, mi ha comunicato che in un incidente stradale è morto un nostro conoscente, un certo Franco Mirelli. Ed all urletto di Colombina: Forse lo conosci? Continuò. Altro se lo conosco! aveva risposto lei con aria giuliva. Era mio marito. Poi avevano ripreso tranquillamente a cinguettare. Ma in me non vi era più nessun interesse per ascoltare ancora i discorsi altrui: avevo sentito una stretta al cuore; ecco la maledizione della strega Panfila, si trattava, senz altro, di quel signor Mirelli che era stato così gentile con Socrate, da dargli un passaggio. All orrore della morte si aggiungeva, anche, l indifferente disprezzo della moglie Come potete ben capire, il mio pasto si trasformò in fiele; posai coltello e forchetta ed attesi, taciturno, che il filosofo finisse di cenare. Poi salimmo in camera non senza una certa paura da parte mia che, ormai, temevo la vendetta della strega. Purtroppo, come io credo che avvenga a tutti, anche quando la nostra mente è piena di orribili pensieri, ad un certo punto il sonno mi vinse. Si trattò di un terribile dormiveglia pieno di incubi popolati da una serie infinita di signori Mirelli ridotti in polpette, sino a quando fui svegliato, di soprassalto, dalle voci di due donne che stavano litigando. Una la riconobbi subito, dalla descrizione che me n aveva fatto Socrate, per l inconfondibile strega Panfila, anche perché ogni tanto s apriva dietro; l altra, nuda, tranne per un turbante di preziosa stoffa orientale che le copriva il capo, era bellissima, specie nel corpo fornito della cellulite necessaria nei posti giusti. Nonostante la mano nera del terrore mi stringesse il cuore, non potei fare a meno d ammirare quella donna perfetta in un paese dove s era soliti girare tra acciughe e balene. Panfila stringeva in mano un cuore (che poi seppi essere quello di Socrate) e l altra, che la prima chiamava Lucilla, cercava di stapparglielo. Perché non uccidiamo anche questo? aveva urlato, allora, Panfila. Dopo avrai anche tu il tuo cuore da mangiare. E un bel giovane; varrebbe la pena di farselo. Hai ragione, mangia tu che l uomo me lo faccio io. Naturalmente ero rimasto bloccato dall orrore ed allora, mentre Lucilla, una volta divorato in un sol boccone quell orribile pasto, mi aveva tenuto fermo con una forza diabolica, l altra, seguendo il consiglio dell amica, dopo avermi usato violenza carnale, si era liberata su di me della sua urina fetida, come se quella vacca avesse pascolato in un campo d asparagi. Fatti i comodi loro, prorompendo in un riso satanico, le due streghe se ne uscirono dalla finestra, cavalcando, in tandem, la fatidica scopa. Passato il primo momento d orrore, quasi presago, guardai dalla parte di Socrate e vidi che le due donne, prima di violentarmi, l avevano sgozzato. La gola era squarciata, ma non vi era una sola goccia di sangue, come se le streghe l avessero bevuto tutto in un osceno, diabolico brindisi. L arma del delitto, un orribile coltello a serramanico, era anch essa pulita (forse l avevano nettato golosamente con la lingua). Senza pensarci, quasi istintivamente, lo afferrai, ma subito compresi la tragica situazione nella quale ero venuto a trovarmi; causa le impronte digitali che avevo lasciato sull arma: sarei stato accusato dell omicidio del mio amico, e sentii brividi di freddo corrermi lungo la schiena. La maledizione di Panfila aveva iniziato a colpire.

10 99 L unica idea che mi venne in mente fu quella di fuggire il più presto possibile ed allora, senza nemmeno lavarmi, mi rivestii e, afferrata la valigia, corsi giù per le scale, tenendo un fazzoletto contro il naso per non essere soffocato dal fetore del lerciume sotto i miei abiti. Capirete che, in tali condizioni, me la sarei filato via molto volentieri, ma, prima che avessi potuto uscire dalla porta dell albergo, il muscoloso portiere, una specie di mastino baffuto, aveva percepito subito, sin da lontano, quell olezzo che emanava dal mio corpo sporco d urina. La cosa lo rese sospettoso (tra l altro si aspettava una mancia generosa); il mio stato di disordine, infine, non fece altro che peggiorare la situazione. Allora mi bloccò chiedendomi notizie del conto e, visto il mio imbarazzo, m accompagnò alla ricezione. Lì si accorsero subito che non avevo pagato e la diffidenza di quel maledetto mastino andò aumentando. Se ricordo bene, caro il mio manigoldo, ieri sera eri in compagnia d un amico e temo proprio che, poco fa, tu stessi scappando dopo averlo derubato e, quel che è peggio, per filare insalutato ospite E mentre parlava, il portiere, per difendersi dal mio puzzo, si teneva stretto il naso con due dita, sicché la voce, di per se stessa sgradevole, assumeva dei toni profondi che sembravano farla salire dagli inferi. Lì per lì balbettai qualche sciocca ed incredibile giustificazione, il che servì solo ad aumentare viepiù i suoi sospetti, ed allora, presomi per i pantaloni, mi spinse su per le scale. Giunto in camera gli si parò davanti la tragica situazione: Socrate sgozzato nel letto. Ad un simile spettacolo, il mastino iniziò ad urlare: Correte! Correte! Vi è un morto! La stanza si riempì rapidamente di molte persone. Io sono un medico disse un giovane dalla faccia melensa. - Quest uomo è stato assassinato. Ed, allora, il portiere corse al telefono per chiamare i gendarmi; erano due ragazze in divisa, ma graziose e gentili, nonostante l aspetto marziale, sicché avrei preferito conoscerle in ben altre circostanze. Queste, dopo avermi fatto lavare accuratamente, mi ammanettarono con delicatezza, per portarmi in carcere accusato d omicidio, mentre tutti i presenti urlavano: E un vampiro! Ha bevuto il sangue. Ha mangiato anche il cuore! - aggiunse il giovane medico, dopo aver ispezionato il cadavere. - Gliel ha strappato dallo squarcio della gola. Possibile che qualunque disgrazia succeda vi sia sempre un medico in zona! Che portino iella? Figuratevi il mio sgomento! Pregai una guardia di lasciarmi telefonare a Causticchio, e quella, mossa a compassione dal terrore che avevo disegnato sul volto, accondiscese. Il mio amico fece venire subito a soccorrermi l avvocato Azzeccagarbugli (quel nome mi ricordò qualcosa, forse un suo antenato coinvolto in qualche torbida storia di donne?), cosa che mi tranquillizzò. Niente paura, ragazzo mio! esclamò, appena arrivato. Ti farò uscire dal carcere immediatamente. Tu sei amico di Causticchio, uno degli uomini più in vista del paese; questo tuo infortunio sarà sulla prima pagina di tutti i giornali, perché rappresenta un fatto di cronaca clamoroso. In questi casi, trattandosi d omicidio, ad Utopa è relativamente facile ottenere la libertà provvisoria. Se poi un imputato, per sua disgrazia, è trattenuto in carcere, può ricorrere al tribunale sociale, poi a quello libertario ed infine a quello dell arbitrio e uno o l altro lo libererà sicuramente. La cosa cambia per i reati della piccola gente, perché il disgraziato può aspettare senza suscitare lo scandalo dei mas media. Ciò detto mi portò davanti al giudice e tutto si risolse, come l avvocato aveva affermato, in cinque minuti. Uscendo dal tribunale vidi che, in alto, alla fine dello scalone, vi era una statua di donna discinta e piangente ed io chiesi all avvocato di chi si trattasse: La giustizia, rispose. Ma come? Non ha la bilancia in mano?. In Utopa i giudici, in genere, sono legati a movimenti politici che danno loro i giusti indirizzi. Se tu vedi bene, nella statua della giustizia si è sostituita la bilancia con la stadera, sicché il braccio, trascinato dal peso, guarda sempre in basso. Ma ora dobbiamo parlare, perché domani vi sarà il tuo processo Così presto? Il mondo giuridico si è diviso a lungo in due grandi correnti di pensiero. Alcuni ritenevano che fosse socialmente preferibile procedere contro i grandi, anche nel caso di tempi infiniti, causa i cavilli; altri, invece, che tutti, anche i più miseri, avessero il diritto d essere processati. I giudici, come ogni altro cittadino che ricopra delle cariche importanti, hanno diritto al loro spazio televisivo e quindi sono interessati soprattutto a casi giudiziari clamorosi che durino a lungo; ed anche noi, penalisti di grido, apparteniamo alla prima corrente di pensiero che fortunatamente ha avuto il sopravvento. Tu, come amico di Causticchio, sei uno straniero molto importante, ma non ti si può lasciar marcire nelle carceri in attesa di giudizio, perché il tuo caso è troppo evidente. Sarebbe bastato un minimo

11 100 dubbio per rimandare la sentenza alle calende greche, con gran gioia dei giudici, dei cittadini e soprattutto dei giornalisti. Figurati, quelle cime vi avrebbero sguazzato dentro, loro che per capire una cosa impiegano sempre tre giorni. Lo guardai con un certo stupore. Tre giorni? Ascoltano una dichiarazione, poi, sul giornale, la interpretano alla rovescia, sicché il terzo giorno devono sempre rettificare. Anche quelli della televisione? Quelli sono più intelligenti: a loro ne bastano due, perché la notizia la danno il giorno stesso. Ignoranza o malafede? A volte l una a volte l altra, a volte tutte e due. Resta il fatto che si sarebbero buttati a pesce sull argomento. Probabilmente qualcuno di loro t avrebbe proposto di posare nudo per un settimanale ed avresti dovuto organizzare un servizio d ordine, per mettere in fila le donne che avrebbero desiderato venire a letto con te. Causticchio era, quel che si suol dire, un nuovo ricco, ma un buon uomo in fondo, anche se rozzo e sbruffone; la moglie, che non avevo ancora avuto il piacere di conoscere e sulla quale circolavano strane chiacchiere, dicevano fosse una zucca vuota, bella e presuntuosa la quale conduceva, in televisione, un programma ecologico sugli animali. Tra due persone così diverse poteva esserci stato solamente un matrimonio d interesse, nel quale un coniuge aveva portato la sua bellezza e l altro i mas media, utili alla carriera televisiva della donna: un contratto di vendita, infine, nel quale il povero Causticchio, innamorato, pensava di aver fatto un buon affare. La villa del mio amico, formata di mille ghirigori e svolazzi che ne facevano un capolavoro del cattivo gusto, era situata ai bordi della città, al centro di un parco splendido. Entrati dalla strada, un lungo viale conduceva alla casa padronale; dietro, oltre il prato alberato, la proprietà confinava col bosco che circondava il più grande manicomio di Utopa. Io ero già stato ospite di Causticchio altre volte e sapevo che dopo aver suonato bisognava attendere a lungo, perché, prima d aprire, v erano almeno dieci circuiti televisivi da osservare e cinquantamila catenacci da rimuovere. Differentemente da quanto avviene qui da noi, dove si preferisce donare che prendere e quindi le porte sono sempre aperte, in questo sfortunato paese (non lo crederete e vi sembrerà impossibile) il furto e la violenza sono molto frequenti. Che il mio ospite fosse un arricchito si vedeva subito, appena giunti a casa sua; finito il rumore di ferraglie, infatti, ti veniva ad aprire un distinto signore, in abito scuro e farfallino nero che risultava, poi, essere un maggiordomo, e ti faceva accomodare in un ampio salotto al quale i mobili antichi, in diversi stili accostati a casaccio, davano l aria più d un museo che d una casa. Le pareti, come chiedeva la moda, erano decorate grazie a moderne macchie di colore che si ottenevano lanciando, contro il muro, bottiglini di vetro pieni d inchiostri variopinti; il tutto, tra l altro, costava meno dei soliti quadri di pittura contemporanea e l effetto era migliore. Non rimasi solo a lungo, perché venne a ricevermi l ultima moglie di Causticchio (la quinta? la sesta?). Sul momento mi sembrò che la donna non avesse una fisionomia nuova, poi, all improvviso, mi resi conto che si trattava della strega Lucilla (quella stessa che aveva aiutato Panfila a violentarmi e ad uccidere il povero Socrate) Essendo senza turbante, vidi che aveva la testa rasata, (pettinatura? In gran voga, opera magistrale di un grande coifeure) tanto da sembrare una zucca, e questo, forse, sul momento, mi aveva confuso le idee. Naturalmente non era più nuda, ma indossava un paio di pantaloni tutti decolorati e rattoppati, sotto una camicetta striminzita e sfilacciata che lasciava trasparire il seno con i capezzoli rosa: roba di gran classe, da sfilata di moda. Ma queste considerazioni le feci dopo, perché la prima impressione fu terribile: che colpo, ragazzi! Poiché fingeva di non riconoscermi, accettai la finzione che mi toglieva dall imbarazzo. La voce era dolce e lei cinguettava con la leggerezza di un uccellino in primavera. Che fascino! Avevamo appena esaurito i convenevoli, quando arrivò anche il marito, in un variopinto principe di Galles, tanto da sembrare più un pavone bizzarro che un uomo. Nell attesa della cena si iniziò a parlare dei soliti sciocchi argomenti, come succede in genere a persone la cui conoscenza è superficiale, arte nella quale Causticchio era maestro. Il mio ospite, però, non intendeva tediare la signora, tanto che ben presto, gentilmente, volle portare la conversazione verso un argomento che potesse interessare la moglie. Nonostante possieda un apparecchio costosissimo con venticinque altoparlanti, guardo la televisione di rado.

12 101 Naturalmente se non vado in onda io! interruppe Lucilla che, come vi ho detto, conduceva un programma televisivo di tipo ecologico a favore degli animali. La tua trasmissione è forse l unica che m interessi veramente. In genere, gli altri conduttori perdono tempo a mostrare bambini del terzo mondo che muoiono di fame e di malattie, continuò il mio ospite. - Li inseriscono nei telegiornali, nei documentari, persino nelle trasmissioni di canzonette. La cosa mi rende nervoso, perché mi fa pensare a quei poveri cani e gatti randagi, dei quali non parla mai nessuno, che soffrono tanto e magari finiscono prigionieri in canili dove non danno loro nemmeno il minimo indispensabile. Io ne parlo sempre nelle mie trasmissioni. Certo, amore, ma gli altri no, e la situazione di queste care bestiole, in molte occasioni, è drammatica. I cattivi padroni li comprano, poi se ne stancano e, l estate, li abbandonano lungo una strada per non portarseli dietro in villeggiatura. Quei bambini invece, beati loro, non li abbandona mai nessuno, ma fanno notizia e così si trascurano gli animali. Convenni anch io che la cosa era riprovevole, pur osservando che sarebbe stato difficile abbandonare il bambino da parte di un genitore del terzo mondo il quale non conosceva nemmeno la parola ferie Io penso che sia il caso, per quelle povere bestiole abbandonate, di mettere le ruote nelle chiese! Continuai, poi, con fare perentorio. Stavo giusto dicendo che i politici avrebbero dovuto codificare una carta dei diritti degli animali, quando l uomo in nero ci venne ad avvisare che il pranzo era servito. Mi sedetti a tavola con la consueta tristezza: la cena, infatti, come sempre avveniva in Utopa con la nuova cucina alla moda, fu qualcosa di allucinante. Si sosteneva che, in tempi evoluti, dovesse evolversi anche il cibo verso una nuova cucina: il mio ospite voleva essere all avanguardia in ogni campo ed il suo cuoco era, ahimè, uno dei maestri di tanta novità. Sulla mia tavola non vi sono animali fatti a forma di altri animali dalla cui pancia si vedono uscire dei piccioni vivi, come si narra che faccia Trimalcione, nobile signore di eletta qualità che vive in Italia, ma cibi semplici, secondo le ricette dei cuochi più moderni e raffinati. La cena, infatti, si segnalò per la presenza di vivande preziose e stravaganti, non lingue di pappagallo, naturalmente, ma caviale, salmone, e aragosta rovinati da strane salse, bizzarre gelatine e così via, ma d ogni cosa solamente un assaggio, come si conviene a questo nuovo modo di mangiare che ti lascia disgustato a pancia vuota. Dovetti assaggiare di tutto per non offendere l ospite. Il servizio era svolto da cameriere che lasciavano vedere le poppe, e, soprattutto, splendide gambe (come avrebbero voluto tenerle nascoste, povere ragazze, ma il mostrarle era una clausola del contratto di lavoro). Col loro visetto grazioso, rendevano sopportabile la ridicola cena. Portavano le vivande preziose in rutilanti ceramiche di cattivo gusto, posandole su di una tovaglia evidentemente ricamata in oriente con assurde gondole. Le posate, naturalmente d argento, erano quanto di più barocco si potesse vedere ed i bicchieri soffiati, ma l uno diverso dall altro per colore, nascondevano quello prezioso del vino. La conversazione fu di una noia terribile, ma, per fortuna e per forza di cose, ben presto si passò a parlare d affari, mentre la moglie, sotto la tavola, mi toccava le gambe, col piede scalzo, salendo sino a livelli invitanti, Nel frattempo Causticchio stava dicendo che, se avessi potuto avere la cittadinanza di Utopa, tutto sarebbe stato più facile per me, sia per i miei commerci in Filona sia perché avrei potuto evadere il fisco nel mio paese. Vedendo che ero impallidito e mi agitavo stranamente, non sapendo che il piede di sua moglie stava muovendosi in modo entusiasmante, mi chiese se la cosa m interessasse. Non conoscendo le mie origini italiane (voi credete alla chiacchiera che fuori d Italia tutti paghino le tasse? ma fatemi il piacere!), pensava che fossi un contribuente coscienzioso. Scusami per il mio comportamento! dissi imbarazzato. - Mi sento molto stanco. Ciò che mi è successo mi ha lasciato svuotato. La cittadinanza m interessa moltissimo, ma mi hanno detto che non è facile ottenerla. Per te non ci sono problemi, credo che tu superi il minimo di patrimonio ritenuto indispensabile e, anche se non vi arrivassi proprio, qui è tutto un mercato delle vacche: ungi e ottieni; infine siamo in democrazia. In ogni modo, domani pomeriggio ti porterò a seguire una seduta del parlamento e, dopo, c incontreremo col capo del governo per parlare del nostro caso. Di cosa discuteranno i parlamentari? Di un grosso problema riguardante l inquinamento dovuto alle automobili. Un argomento molto interessante. Osservai, ricordando la protesta di Rancidino della quale mi aveva parlato Socrate. Il governo di destra sostiene che si debba passare all elettricità e l opposizione, invece, ad energie alternative. Indubbiamente un dibattito ad alto livello.

13 102 Se ne discusse anche nella passata legislatura, quando era al potere la sinistra Allora le tesi erano le stesse ma capovolte. Poi tutto finì in una bolla di sapone. Poiché in quel momento iniziavo ad emettere gridolini, colpa del maledetto piedino muliebre, interpretando la mia agitazione per stanchezza, Causticchio osservò: Hai avuto una dura giornata e vedo che sei stanco, se lo desideri ti puoi ritirare. Ne approfittai subito, per togliermi dall imbarazzo. Finsi di andare in camera mia, ma mi recai in cucina da Fiammetta, la più carina delle cameriere (mi aveva stretto l occhio durante la cena e mi stava attendendo.) Svelto! mi disse questa ragazza degna dei suoi tempi. Andiamo a letto. Sabato scorso, qui abbiamo avuto un pranzo e non ho potuto recarmi in discoteca. Io conduco una vita sana: niente alcolici e fumo, mangiare moderatamente, evacuare una volta il giorno e scopare una volta la settimana. Perciò niente preliminari: questa settimana sono in astinenza. Diciamo che si trattava di una brava ragazza che non era né viziosa, né anoressica, né stitica, né ninfomane, tanto da meritare subito la mia attenzione, ma ogni fisico ha le sue esigenze; una novella Beatrice che il grande poeta avrebbe amato e cantato: Tanto gentile e tanto onesta pare La pupa mia, quand ella altrui saluta, Che ogni lingua divien tremando muta E gli occhi non si sazian di guardare. Ella sen va, sentendosi laudare, Modernamente d umiltà svestuta, Come se fosse giù dal ciel venuta Mammelle e cosce a farti rimirare. Sotto quell abito fatto sol di velo, Sempre modesta, con virginal candore, Porta uno slip che le ricopre il pelo. Di tutto il suo, nasconde solo il cuore Fatto di rovi, avvolto dentro il gelo, Poi va gridando a tutti: Voglio amore! Figliola, se non mi fai qualche panino temo d andare in bianco. La consigliai e la trattativa si concluse in modo soddisfacente per entrambi. La notte tentò di venirmi in camera anche Lucilla, ma, un po stanco per l impegno precedente, un po fedele al desiderio di non tradire un amico, finsi di dormire. La mattina successiva, mentre ci recavamo in tribunale, l avvocato chiese come mi fossi trovato in quel breve tempo che era intercorso tra l arresto e la libertà provvisoria. Gli dissi che la cella era larga e spaziosa, dotata di ogni confort moderno, dal bagno lussuoso alla televisione; non mi potevo certo lamentare del trattamento, perché anche la colazione era stata di prim ordine. Vi era però una cosa che non avevo capito, durante la passeggiata nel grazioso giardino del carcere, ero venuto a contatto esclusivamente con carcerati in attesa di giudizio. Avevo chiesto spiegazione ad una guardia la quale mi aveva spiegato che i condannati, in quel carcere, erano tutti fuori per ferie o per buona condotta e la cosa mi era sembrata strana. Non tutti! precisò, sorridendo, Azzeccagarbugli. In un altra ala del carcere vi sono quelli che hanno approfittato della libertà per commettere gravi reati; questi vengono nuovamente arrestati e chiusi in prigione per riprendere dall inizio il loro corso di rieducazione. L avvocato mi spiegò, poi, che, qualunque fosse il delitto, in Utopa si tendeva a far prevalere la rieducazione del colpevole rispetto al risarcimento del danno subito. Anche in caso di omicidio? A maggior ragione; più sono gli omicidi commessi e più è necessaria una rieducazione. Tanto non si può ridare la vita al morto, e se un famigliare ha subito quel danno, in fondo in fondo, cavoli suoi. I cittadini sono tutti uguali, perché il giudice dovrebbe mettersi in mezzo? Noi siamo un paese di grande civiltà e tradizione giuridica e ciò che conta veramente è la rieducazione del colpevole e non la pena; in un caso di omicidio la rieducazione è ancora più necessaria. E tutto questo ti sembra giusto? Certamente. Tanto più, da quando alcuni studiosi dell università di Filona sono riusciti a mettere in chiaro l episodio di Caino ed Abele: dopo accurate ricerche storiche, quegli eminenti professori hanno dimostrato che si era a lungo equivocato sull episodio, causa un errata interpretazione della Bibbia. Dio non maledisse Caino dopo l omicidio di Abele, anzi, per rieducarlo gli fornì, ad uno ad uno, fratelli sempre più buoni che egli tolse di mezzo regolarmente. Allora Dio cambiò tattica dandogli una

14 103 sorella. Caino la violentò, ma non la uccise e questo, per lui, fu un enorme passo avanti verso la sua rieducazione. Tacque ed allora, incuriosito, gli chiesi com era finita quella storia. La Bibbia, purtroppo, non lo dice, ma la scoperta ha avuto un enorme influenza sulla nostra giustizia. Davvero un esempio di grande civiltà. Certamente. Figurati che una corrente di pensiero sostiene, addirittura, che Caino sia stato solo un invenzione di Dio, così come i delinquenti sono una pura e semplice invenzione delle guardie. Ma per fortuna queste idee avveniristiche, che causerebbero un grave danno economico a noi avvocati, sono portate avanti da una piccola minoranza. Azzeccagarbugli sperava molto, nel mio caso, su la tradizione giuridica del suo paese e, se le cose si fossero messe male, al momento opportuno avrebbe giocato una carta vincente; così diceva lui, senza altro spiegazioni. Quando giunsi in tribunale, l avvocato mi comunicò che il mio sarebbe stato il terzo processo di quella seduta della corte. Naturalmente credevo che la cosa sarebbe andata per le lunghe ma tutto, come aveva detto Azzeccagarbugli, si svolse in modo addirittura fulmineo. Nel primo caso, si trattava di un giovanetto, accusato di aver rubato una mela, nella attesa del processo da lungo tempo. Il difensore sostenne la tesi che la cosa sarebbe stata grave se il ragazzo l avesse fatto per fame, ma siccome il giovane era di famiglia benestante e, quindi, sempre ben pasciuto, la colpa doveva essere attribuita esclusivamente alla società. L arringa del difensore raggiunse il suo scopo, il ragazzo fu assolto e portato in trionfo dagli amici, mentre le donne (in maggioranza giovani madri) piangevano commosse. Il secondo caso trattava di un ventenne di buona famiglia che aveva violentato una prostituta. L arringa fu breve anche in questo caso; come molti giovani benestanti entravano in negozi e supermercati ad arraffare merce affermando che si trattava di un esproprio proletario, anche l accusato, per lo stesso motivo, si era appropriato d una merce in vendita lungo la pubblica via, senza pagarla. Non si trattava quindi di una violenza carnale, ma di un atto connesso ai diritti di libertà politica. Anche questo imputato fu assolto tra le urla di stizza dei papponi che, se quella moda avesse preso piede, avrebbero visto messi a rischio i loro lauti guadagni. E finalmente, terzo ed ultimo, si giunse al mio processo. Signori della corte! iniziò l avvocato, - qui siamo davanti ad un accusato, che, secondo il pubblico ministero, sarebbe un assassino, ma manca il movente. Un uomo ricco e stimato che uccide un derelitto raccolto per la strada? Andiamo, via! Inoltre egli sostiene che il morto sia il filosofo Socrate ucciso da due streghe. Siamo sicuramente in presenza di un individuo incapace di intendere e di volere. Naturalmente egli calcò la mano anche sul fatto che, essendomi comportato da vampiro (infatti, come ricorderete, avevo bevuto il sangue del morto e mangiato il suo cuore) non potevo essere molto normale. Questa volta la discussione andò un po più per le lunghe, ma, nonostante la facondia del mio legale, fui condannato all ergastolo. A questo punto avvenne il colpo di scena sul quale l avvocato aveva puntato le sue carte. Azzeccagarbugli mi fece compilare un autocertificazione nella quale assicuravo la corte del mio pentimento. Si giudicò che era inutile mantenere tutta la vita, a spese della comunità, per rieducarlo, un tizio che, con la sua dichiarazione, dimostrava di essere già rieducato. Naturalmente passai subito dall ufficio dell avvocato per l onorario. Prima, egli mi fece leggere alcuni giornali che parlavano del mio caso; quelli governativi di destra sostenevano che era assolutamente idiota condannare un uomo per aver assassinato un tizio morto da più di duemila anni, quelli dell opposizione invocavano l ergastolo per chi aveva privato l umanità di un si grande filosofo. Come vedi - disse l avvocato, - i giornali sono tutti molto seri, perché sostengono i loro punti di vista con valide argomentazioni, anche se dicono sempre l uno il contrario dell altro. Poi Azzeccagarbugli venne a parlare del vile denaro e, udita la cifra, mi resi conto che l ergastolo sarebbe stato ben poca cosa in paragone all onorario. Vedendo il mio pallore, l avvocato pensò bene di giustificarsi: Forse ti può sembrare che io sia esoso, ma il mio avere è proporzionato alla difficoltà del caso. Diciamo subito che ti ho difeso anche se sono certo che tu sia colpevole ed affatto pentito, ma prima di lasciarti, voglio darti un buon consiglio: se ti dovesse venir desiderio, di nuovo, qui ad Utopa, d uccidere qualcuno, e credo fermamente che lo rifarai, uccidi uno dei tuoi genitori, o, addirittura, entrambi; nessun giudice si assumerà la responsabilità di condannarti.

15 104 Pagato l onorario (e come fa un povero diavolo, in Utopa, a difendersi seriamente) mi recai a casa di Causticchio, il quale mi aveva invitato per il pranzo, visto che il pomeriggio ci saremmo dovuti recare in parlamento. Il Senato, disegnato da un importante architetto italiano come spesso avveniva nei tempi andati, era di squisita fattura, come si conviene ad un edificio pubblico di tale importanza. Appena entrati si era accolti in un magnifico salone affrescato da validi autori e ci si rendeva conto di quanto fossero inadatti all ambiente quegli uomini vestiti di squallidi abiti moderni. Ma erano i pensieri e le sensazioni di un attimo, perché eri subito distratto da un odore fortissimo di tartufo. Facendoglielo osservare, chiesi al mio amico se dopo la seduta vi sarebbe stata una cena. Niente pranzi. disse il mio amico. - E la puzza abituale dei nostri acrobati saltimbanchi,. In quel momento ci si trovava in un ampio salone ed egli mi stava mostrando una strana pantomima. Vi ricordate, nei viaggi di Gulliver, i ruffiani uomini di corte che si sdilinquivano davanti all imperatore di Lilliput? Ebbene, (così poco cambia l uomo) qui eravamo in presenza dello stesso sconcio spettacolo. Anche oggi i senatori si esibiscono nei loro soliti esercizi. Affermò Causticchio. Vi era chi faceva capriole, chi stava in equilibrio su di una corda elastica e chi, approfittando della sua elasticità, spiccava acrobatici salti mortali; com erano tutti abili in quest ultimo esercizio dal quale uscivano per ricadere sopra la corda in piedi, senza mai perdere l equilibrio e chi saltava più in alto era applaudito. Altri passavano sotto un cordone teso e facevano a gara nell abbassarlo sempre di più, sino quasi a dover strisciare per terra. Ciascuno si produceva nell uno o nell altro di questi fantastici e diversi numeri da circo, ma una cosa li univa tutti: avevano una sedia attaccata al culo che non mollavano mai, per nessun motivo e qualunque fosse l acrobazia che stavano compiendo. Attorno a loro una grossa folla sembrava che applaudisse, ma in realtà, allungando le mani, cercava di togliere il sedile di sotto a quei poveretti che lo difendevano col vigore e la ferocia delle bestie selvatiche. Come gli atleti, che si facevano ammirare in questi abili esercizi, anche coloro che assistevano erano divisi in gruppetti, ciascuno dei quali si esibiva davanti ad un uomo a volte piccolo e goffo, a volte gobbo e storpio che ostentava pose statuarie, chiesi a Causticchio il perché di questo fatto. Questi onorevoli signori eseguono le acrobazie davanti al capo del loro partito che li premierà o li punirà a secondo del divertimento che sapranno fornirgli. Poi si sentì suonare una campanella e tutti i senatori, sempre con la loro brava sedia attaccata alculo, presero posto nell emiciclo del Senato ed ebbe inizio la seduta. Entrammo nelle tribune anch io e Causticchio, ma, così facendo, si passò davanti ad una porta chiusa dalla quale uscivano voci concitate. Causticchio mi svelò subito il mistero: La nostra è una sana democrazia e quella è la famosa stanza del conflitto d interesse. Vi sono richiusi tutti quei parlamentari che hanno rapporti economici con l argomento del quale si discute in Senato. Oggi, ad esempio, tutti quelli che posseggono azioni di ditte automobilistiche e petrolifere. Una cosa saggia. Certamente; tanto più che, nella sala attigua, un loro delegato di fiducia sta trattando il finanziamento ai partiti da parte delle ditte in causa nella discussione e così i conti tornano per tutti. Quando il relatore ebbe finito di illustrare la legge, iniziò un eletta e lunga discussione, ma, alla fine, il capo del governo tagliò corto proponendo un emendamento conciliante: le centrali per la produzione dell energie alternative, necessarie alle automobili ecologiche, avrebbero funzionato a petrolio. Purtroppo ad un sottosegretario, mentre con una mano stringeva quella del presidente per congratularsi, l altra si rattrappì per un crampo e la sua sedia rotolò verso il centro dell emiciclo. Si scatenò allora una rissa furibonda, sia da parte del pubblico sia dei colleghi ed i commessi ebbero un bel da fare a dividere i contendenti, mentre il presidente dell assemblea, naturalmente senza alzarsi dal prezioso scanno, scampanellava a lungo. Sedata la baruffa si votò e la legge passò all unanimità: soldi e faccia erano entrambi salvi. Così si sciolse la seduta. Usciti che fummo dal Senato, mi venne fatto di pensare che basta un nonnulla a cambiare il giudizio storico su di un uomo. Caligola fu considerato pazzo per aver fatto Senatore un cavallo, se avesse fatto Senatore un asino sarebbe passato alla storia come un uomo di spirito. Finita la riunione Causticchio mi conduce dal capo del governo. Costui, animo nobile e caritatevole, dopo avermi estorto una cifra consistente per i suoi poveri (che ahimè erano tanti anche tra i parlamentari) mi disse che si sarebbe dato da fare per soddisfare il mio

16 105 desiderio (nella peggiore delle ipotesi sarebbe ricorso alla cittadinanza onoraria), ma, nel frattempo, secondo la consuetudine locale, avrei dovuto seguire un corso d educazione per conoscere storia, usi e costumi di Utopa e perfezionarmi nella lingua. A tale scopo, fui chiuso in un monolocale senza finestre e con la porta sbarrata, rischiarato da una luce riposante, dove cominciò la mia triste sventura. Le pareti erano formate da un grande schermo televisivo a 360 che trasmetteva giorno e notte; non veniva mai nessuno, salvo a portarmi il cibo tre volte al dì ed io non potevo far altro che guardare o dormire. E lì mi si tenne chiuso un mese. Per poche e rare conduttrici intelligenti, ero costretto a subirmi le chiacchiere di mille bellissime zucche vuote, tutte ossigenate che lasciavano vedere, alla base della nuca, la radice nera del capello con un ripugnante senso di sporco e che accusavano le colleghe d avere fatto carriera usando il letto. Poiché tutte dicevano la stessa cosa, sarebbe stato difficile separare il grano dal loglio, sempre che di grano ve ne fosse stato; e, presentati da pochi vecchi, ma validi marpioni, dovevo ascoltare individui che non conoscevano né i modi né i tempi dei verbi, né l esatta pronuncia dell Utopico e facevano volare gli accenti qua e là sulle vocali, come se fossero farfalle impazzite; ma quasi tutti erano pieni di crassa ignoranza, di presunzione e, spesso e volentieri, imitavano il pregevole spettacolo che avevo visto fare dai saltimbanchi alla camera. Le trasmissioni erano riempite, senza limiti, da sfilate oscene di vecchie buone donne, da culi e seni, seni e culi sino alla nausea, mentre le folle applaudivano il nulla, a comando. Oppure si vedevano storie cretine piene di monotone scopate sempre uguali: un colpetto quando era sopra lui ed un altro quando era sopra lei. Naturalmente si trattava di trasmissioni su canali privati, mossi solo da motivi di interesse. Devo ammettere, tuttavia, che qualche trasmissione buona vi era anche su queste reti, ma, chissà per quale strambo motivo, sempre la notte, e, non avendo un registratore, per seguirla avrei dovuto invertire il ritmo della vita. Sempre di notte, però, vi era anche della pubblicità spesso interrotta da rapporti amorosi anche tra lesbiche e tra finocchi, cosa che i magistrati, tenuti per legge a perseguire ogni reato, giudicavano favorevoli alla difesa del comune senso del pudore. Per fortuna in mezzo a tutto questo bailamme dei canali televisivi privati, ve n era uno pubblico che aveva come scopo l acculturazione del plebeo ascoltatore. Iniziava al mattino con una trasmissione scientifica nella quale un mago, dalla voce femminea, prediceva il futuro leggendo l oroscopo; dopo seguiva il così detto giuoco degli scacchi: due signori direttori di giornali culturali, si sedevano ad un tavolo con una scacchiera. Da una parte v erano i pezzi bianchi che rappresentavano attori noti? o celebri sportivi, dall altra i neri che rappresentavano grandi? attrici ed efebiche modelle. Di fianco si sedeva un onnipresente giornalista che fungeva da arbitro. Ogni scacco aveva un nome che corrispondeva ad una persona reale. Il giornalista diceva un nome ed uno dei giocatori muoveva un pezzo, poi diceva un secondo nome di sesso opposto ed il secondo giocatore muoveva un suo pezzo nello stesso posto del precedente. Si venivano così a formare delle coppie che si dividevano e si riunivano in diverso modo. Venni poi a sapere che, quando una coppia si formava, gli spettatori, felici, battevano le mani e quando si divideva s intristivano, per chi veniva abbandonato nel quadretto; vi era addirittura chi piangeva. Ogni mattina, cambiati i giocatori, il giuoco riprendeva esattamente dalla situazione del giorno prima e tutto procedeva all infinito senza che nessuno vincesse mai. Seguivano un certo numero di esperti per parlare su importanti argomenti che andavano dalla psicologia dei fiori, ai modi di giungere a scambi di cortesia nelle riunioni condominiali, ad una rubrica di medicina alternativa medievale, con consigli relativi alle più svariate e gravi malattie, dalla cura dell infarto a quella del tumore. Come è logico, in un paese di così forte cultura qual è Utopa, lo spettacolo preferito era quello dei giuochi a premio, di certo il più impegnato; venivano fatte delle ferree selezioni per trovare i concorrenti, poi, durante la trasmissione, li si interrogava uno per volta, naturalmente, e, ad ogni risposta esatta, il premio raddoppiava, sino a raggiungere la grossa cifra di cinquecentomila patacche. Le prime difficoltà si superavano con la scelta della risposta esatta di fronte a tre proposte di soluzione. Quanti angoli ha un triangolo? Uno, tre, oppure centotrentasette? Poi il giuoco diventava più difficile, quando si passava alla scelta tra due sole possibilità. Carlo Magno era un antico imperatore o una maschera napoletana? Ed infine l ultimo quesito con una domanda secca e cattiva: Quanto fa due più due?

17 106 Se il candidato rispondeva, poniamo, quindici o diciassette veniva liquidato con poche parole, ma se rispondeva cinque lo si consolava dicendogli: Bravo! Hai quasi indovinato. Se magari tu (perché tutti si davano del tu, come se si conoscessero da secoli) avessi meditato e ti fossi concentrato maggiormente e così via. Se la risposta era esatta, si assegnava un vistoso premio. E poi il giuoco del calcio! Una vera ossessione che compare in tutte le salse. Nei paesi occidentali, voi, spesso e volentieri, potete prendete a pedate i vostri figli, ma in Utopa è proibito: lo hanno detto gli psicologi e guai a chi contraddice gli psicologi; e, allora, si sfogano tutti su di un povero pallone di cuoio. Ventidue energumeni lo calciano e tutti gli altri urlano felici, liberando l anima, per un attimo, dal peso di figli vagabondi e lavativi. Purtroppo anche su questo canale, per battere la concorrenza dei privati nell assicurarsi la pubblicità, v erano spettacoli così detti leggeri, nei quali si educavano le fanciulle ad andarsene a letto col primo venuto, diffondendo la verità che l accordo sessuale era fondamentale e che l amore romantico sarebbe seguito, perché il sesso rappresentava il novanta per cento nella riuscita di un matrimonio felice, alla faccia del dieci per cento per i figli, gli interessi comuni e così via. Per non turbarvi vi risparmierò gli spettacoli di ripugnante violenza. Questo periodo, davanti alla televisione, per me fu pernicioso. Gli Utopici, figli di mamme e papà fanatici telespettatori, allevati a questa scuola dalla più tenera età, formavano anticorpi; io, invece, non ero vaccinato a quegli spettacoli e, senza accorgermene, pian piano mi coprii di peli grigi, i piedi e le mani divennero zoccoli, le mie orecchie si allungarono e, in poco tempo, per colpa della televisione, mi trasformai in somaro. (Come appresi poi, nessun anticorpo sarebbe stato in grado di difendermi da quella stregoneria! finale.) Fatto sta che mi trovai ad essere un vero e proprio asino, ma dotato di una doppia personalità (o bestialità?): comprendevo il linguaggio degli animali, ma anche quello degli uomini; ragliavo, ma, con un po di buona volontà, sarei stato in grado anche di parlare. Mi esercitai, in seguito, quand ero da solo, ritenendo, per il momento, che fosse preferibile non apparire come un fenomeno vivente, ed in breve divenni bilingue. Questo avvenimento terribile mi riempì di sgomento, ma in seguito, per me, sarebbe stato molto utile. Il fatto di comprendere il linguaggio degli animali, mi avrebbe permesso di ascoltare da loro tante storielle simpatiche ed istruttive, sicché mi venne il sospetto che Esopo, Fedro e La Foteine, con le loro favole, non fossero stati altro che somari nelle mie stesse condizioni. SECONDA PARTE Causticchio, affranto dal dolore per la mia disgrazia, mi ospitò in un suo garage dove fui trattato con tutti i riguardi che si devono ad un ospite. La prima notte vennero sia Fiammetta sia Lucilla, per avere un rapporto sessuale con me. Tra loro nacque subito una discussione, la cameriera, occasione unica, voleva vedere la differenza che poteva esserci tra un essere umano e lo stesso trasformato in somaro, la seconda desiderava sfruttare l amplesso per la sua trasmissione sugli animali dicendo che, in questi documentari, il pubblico apprezzava soprattutto due cose: la vista di un animale che, con ferocia, ne sbrana un altro (magari anche due o tre) ed i rapporti sessuali. Fiammetta, avendo compreso le ragioni della padrona, ci riprese con una telecamera. Dissi a Lucilla che l avrei soddisfatta solo se dopo il rapporto m avesse tolto dal mio stato. Caro Apuleio la trasformazione che hai subito è dovuta alla maledizione di Panfila la quale ha guidato la tua vita verso questa terribile metamorfosi. A maggior ragione tu puoi salvarmi, volli insistere. Non posso: Panfila è enormemente più potente di me e penso che solo lei potrebbe riportarti allo stato iniziale. Per fortuna è molto vecchia e la tua unica speranza sta nella sua morte: solo in tal caso avrei il potere di salvarti Io, inoltre, ero molto preoccupato per questo rapporto sessuale: avevo un cuore da uomo, ma un fisico da asino e temevo, date le mie dimensioni, di combinare un pasticcio rompendo tutto. Per fortuna la cosa andò bene, perché Lucilla si aprì come un fiore di petunia al sorgere del sole Che spettacolo nuovo per il pubblico della televisione! Neppure i vecchi barbogi sarebbe stati in grado di protestare, perché, anche se si trattava del ripugnante rapporto tra una donna ed un animale, in effetti, chi avrebbe potuto mettere in dubbio che quell animale era anche un uomo? Naturalmente sarebbero intervenuti scienziati, moralisti e teologi, a discutere di questo nuovo scandalo, ma poi tutto avrebbe avuto la solita sorte: finire nel dimenticatoio, ma sarebbe rimasto il colpo giornalistico che forse avrebbe generato un nuovo tipo di spettacolo televisivo, da mandare nelle

18 107 ore d ascolto dei bambini. Il risultato di quell accoppiamento (così ritenni allora) fu sconvolgente per Lucilla che s innamorò di me in modo folle. Da parte mia, ero ridotto in tal modo che per me sarebbe stato del tutto indifferente unirmi con una donna o con un asina; mi si era aperta una nuova interessante prospettiva. Venne poi il problema della mia educazione, perché, come asino, dovevo ottemperare all obbligo scolastico. Bisogna sapere che in Utopa, ed in modo particolare a Filona, vanno tutti pazzi per le corse dei cavalli. In questo campo hanno una vecchia tradizione di secoli, che dirò, di millenni, nei quali hanno fornito alla civiltà dei veri campioni, invidiati da tutto il mondo. Questi animali erano degli eccelsi quadrupedi che nelle corse anticipavano, con disinvoltura, tutti gli altri, vincendo ovunque e tenendo alto, in ogni angolo della terra, il nome della loro patria. Ma anche ad Utopa il tempo passava inesorabile e ben presto passarono i secoli e, col passare dei secoli e col progresso, si andarono modificando le idee, sino a quando nacquero le ideologie. Allora vi fu un bello spirito, privo di qualunque capacità di discernimento, che affermò solennemente: Tutti gli equini nascono uguali, è la società che, crudelmente, li rende diversi. Tale idea, altamente sociale, ebbe un grande successo ed un governo di sinistra decise quindi che anche gli asini dovevano diventare cavalli da corsa e li spinse ad abbandonare il loro stato naturale per frequentare le scuole sino al più alto livello. Allora il ministro della cultura in preda ai fumi nocivi dell ideologia, Con giuochi di prestigio molto rari Fé diventar cavalli anche i somari. Questi poveri animali facevano pena essendo costretti a faticare ininterrottamente; i professori, infatti, avendo a che fare con degli asini, non riuscivano a completare i programmi, e, quindi, li caricavano di compiti per le vacanze estive durante le quali dovevano lavorare come somari (che poi non eran altro). Purtroppo queste bestie zuccone non riuscivano mai a salire oltre il livello dei muli: erano troppo presuntuose per ritornare asini e troppo testone per fare i cavalli. I muli, inoltre, convinti, d essere riusciti a finire le scuole per loro merito e non per i calci ricevuti nel sedere, alimentavano la presunzione con l ignoranza; sciocchi com erano, andavano in giro offendendo saggi ed anziani cavalli Poiché nulla valevano e nulla sapevano, restando inutilizzati, si riunivano in centri triviali e giravano per le strade incendiando automobili e distruggendo vetrine a colpi di zoccolo, mentre affermavano, urlando, il loro diritto alle corse. Purtroppo, causa l inefficienza della scuola la quale doveva adattarsi ai somari, succedeva che anche i cavalli regredissero allo stato di muli. Figuratevi che spettacolo negli ippodromi! Tutto questo, inoltre, aveva creato il problema della mancanza d asini per il lavoro e, quindi, bisognava importarli da fuori e, andando avanti di questo passo, si sarebbero dovuti importare anche i cavalli da corsa. Tornando a me, io fuggii subito da quella scuola, che mi avrebbe trasformato in mulo, diventando, così, l unico asino nostrano della nazione. Vuoi dunque rimanere somaro come Apuleio? avrebbero detto, più tardi, gli asini ai figli svogliati ed il mio esempio sarebbe servito a stimolarli. Fu così che, nonostante le mie cognizioni di uomo, fui considerato l unico somaro di Utopa perché tale, come ho detto, avevo voluto restare. Condiscendendo alle preghiere della moglie, che diceva di provare una gran pena per la mia situazione particolare, l amico Causticchio fece costruire, vicino alla villa, una magnifica stalla con poste e pavimenti di marmo. Lì andai ad abitare, spostandomi da una posta all altra ed usandole a mo di camere: una come sala da pranzo, una come bagno e così via. Tutte le notti Lucilla veniva nella mia posta da letto e li ci congiungevamo in adulterini amori. Mi sembrava, come ho detto, che la donna avesse una vera passione per me così come anch io, che avevo aspetto di somaro ma gusti da uomo, l avevo per lei. La mattina veniva Fiammetta a portarmi cibo, da uomini naturalmente, ché, nonostante il mio aspetto, avevo trovato difficile abituare il palato al gusto dei somari. Fatta una buona ed abbondante colazione, privo come sempre di qualunque finimento, uscivo nel grande parco che si estendeva dietro la villa: un prato ricco di ombre e solcato da un piccolo ruscello che andava a formare un grazioso laghetto col suo bel ponticello romantico. Il tutto era recintato da una bassa siepe di bosso, oltre la quale si vedeva un bosco piacevolmente curato. Io gironzolavo qua e là, brucando, qualche volta, più per curiosità che per fame, mentuccia, basilico ed altre erbe aromatiche. Quando ero stanco di trotterellare, amavo sdraiarmi in riva al laghetto ad osservare la vita interessante che vi si svolgeva: dalle rane alle falene.

19 108 Poiché come asino avevo il privilegio di comprendere anche la lingua degli animali, mi ero abituato a scambiare qualche idea con Saltinpozza, un vecchio ranocchio bigotto, membro del parlamento ranocchide. Era un po noioso, perché sapeva solo criticare, ma, in compenso, bestiola di spirito, mi narrava, con arguzia, di quanto avveniva nel suo liquido mondo. E vi dirò che ben presto si era formata tra noi una salda amicizia. Giunta l ora, rientravo per i pasti e la sera attendevo Lucilla con ansia umana e foia asinina (roba da matti, vi dico). Naturalmente mi mancavano molte cose che le consuetudini della vita ci rendono indispensabili, ma soprattutto sentivo, con dolore, l impossibilità di leggere, perché lo zoccolo m impediva di sfogliare i libri. Non potendo più nemmeno svagarmi in quel modo, avevo pregato Fiammetta di venirmi a leggere qualche pagina, soprattutto le poesie che mi hanno sempre affascinato. Tra l altro, la ragazza aveva una voce dolce e suadente ed il suo recitativo era d ottima qualità. Ma galeotto fu il libro e chi lo scrisse e ben presto facemmo la sciocchezza di abbandonarci all amore. Guai per noi: quando Lucilla ci sorprese, tramutò Fiammetta in una ranocchia e mi bastonò crudelmente. Senza la cameriera, la mia vita divenne più triste. Non che Lucilla m avesse abbandonato; continuava ad unirsi con me, spinta dalla sua foia animalesca, ma i nostri rapporti erano peggiorati, spesso mi bastonava e se non l avesse trattenuta il timore di vedermi indebolire e divenire tale da non soddisfarla più, penso che mi avrebbe fatto patire anche la fame e la sete. Di giorno, come ho detto, trascorrevo il mio tempo fuori della stalla, approfittando del clima mite e, in riva al lago, trovavo spesso Saltinpozza e Fiammetta con i quali passavo il tempo chiacchierando. Una volta mi venne fatto di compiangere la povera ragazza che la strega aveva trasformato in rana per gelosia, ma, arrossendo dalla rabbia, per quel tanto che può arrossire un ranocchio verde, Saltinpozza mi fece osservare che non era il caso di coprirsi il capo di cenere per la disgrazia di Fiammetta. In fin dei conti, si tratta soltanto di una serva; cosa dovrei dire io, allora, che ero un metalmeccanico! Come mai ti sei trasformato in ranocchio! Non lo so, hanno fatto tutto i sindacati. E se ne andò seccato. Un altra volta li avevo trovati che disputavano animatamente (essendo lui, come ho detto, un vecchio ranocchio bigotto e lei una giovane rana femminista) e naturalmente mi ero unito alle loro discussioni. Ricco delle esperienze fatte nel mio paese dove, sulle battaglie femminili, avevo sentito un infinità d inutili discorsi, specie da parte di vecchi rincitrullititi come Saltinpozza, mi ero schierato con Fiammetta, sapendo come il femminismo aveva rinsaldato l unità familiare e creato una società più morale, tranquilla e sicura nell esaltazione dei più alti valori. Anche in quella occasione il vecchio ranocchio, forse un po permaloso, si era seccato moltissimo ed era rimasto qualche giorno senza rivolgermi la parola. Nonostante questi sporadici battibecchi, però, la vita sarebbe trascorsa, di nuovo, stupida e felicemente serena, se Lucilla, colpita da un rinascente guizzo d amore per me, non avesse fatto le bizze col marito. Non si poteva lasciarmi sempre solo: ora che Fiammetta era scomparsa bisognava trovare qualcuno che mi accudisse. I continui rimbrotti della moglie proseguirono tenaci e noiosi sino a quando il marito si decise ad assumere uno stalliere. Era un biondastro sciocco ed analfabeta, ma erculeo e vigoroso e la mia amante, che intendeva l amore solo come passione fisica, se ne invaghì rapidamente e, abbandonato me ed il marito, andò a convivere con lui nella attesa del divorzio. La cosa non suscitò nessuno scalpore, perché in Utopa simili casi erano molto frequenti: le donne si sposavano con un uomo ricco e poi l abbandonavano per il primo spiantato che si ritrovavano tra i piedi. Si diceva: E mai possibile che nessuna moglie di un povero scappi con un ricco? Si tratta davvero di una grossa ingiustizia sociale nei riguardi di questi ultimi che, oltre a sopportare il peso del denaro, devono sopportare anche quello dell abbandono. Fatto sta che il povero marito, per consolarsi, iniziò una relazione con una sua serva bruttarella e non essendoci più né Fiammetta, né Lucilla, né lo stalliere, io mi trovai in balia di me stesso, costretto a nutrirmi dell erbaccia nel parco. L unico passatempo, oltre il discorrere la notte con Fiammetta e l amico ranocchio, divenne quello di ascoltare i discorsi degli animali e spesso mi accadde di conoscere cose interessanti e voglio narrarvi di uno strano caso che mi portò a riflettere. Tutte le mattine, dopo una misera colazione, fatta brucando qualche ciuffo d erba, mi sdraiavo all ombra d una fronzuta quercia; ogni giorno vedevo passare un'oca (colta, così diceva lei) che, dopo avere ben bene lisciate le piume bianche, faceva la sua passeggiata salutare respirando l aria fresca e balsamica, nel verde. Procedeva sempre tronfia ed impettita, perché sosteneva di essere una discendente di quelle progenitrici che, nei tempi andati, avevano salvato il Campidoglio. Quel giorno stava

20 109 passando con un ochetta sua nipote, venuta a farle visita. Mentre lei avanzava ondeggiante, come un vecchio bastimento a vapore del Mississippi, la piccola aveva posato gli occhi su di una beffarda maschera da commedia dell'arte, mezza nascosta in un cespuglio, tanto che nessuno l aveva mai notata. Agli urletti stupiti della nipotina, la vecchia si era ricordata di una breve favola che le avevano raccontato tempo addietro (quando le scuole per oche erano molto più serie), nella quale era successo un fatto analogo ad un astuta volpe: "Una testa magnifica, ma senza cervello!" Aveva sentenziato, per fare sfoggio di saggezza, usando le stesse parole pronunciate dall'arguto animale della favola, ma, proprio in quel momento, era sgusciata fuori da un occhio della maschera un'anziana formica: "Cara la mia oca, quello che tu dici è vero, ma questa maschera ha il buon senso di tacere, mentre vi sono in tanti, senza cervello come lei, che, mettendosi in bocca i pensieri degli altri, vanno facendo quaqua tutto il giorno." Non so se il fatto potesse avere un particolare significato, forse riferito, oltre che all oca, anche ai politici, ai critici od ai filosofi, ma tutto questo non m interessa, infatti, mi sono prefisso di raccontare il fatto, non di fare della filosofia da Bar del Commercio. Alla sera ne parlai col ranocchio e ed egli osservò che difficilmente si poteva stabilire a chi si fosse riferita la formica, il campo era molto vasto ed esemplificò nominando psicologi e pedagoghi. A quel punto, poi, pensammo bene di passare ad altro. Col tempo, però, mi stancai di quella vita meschina: mangiare sempre l erba e bere l acqua melmosa del laghetto, avere come unico amico un ranocchio, ascoltare quotidianamente le chiacchiere di merli idioti o di grilli presuntuosi; Fiammetta, poi, sempre più gracidante, era divenuta insopportabile con un modo di fare grintoso ed aggressivo, quasi illusa d essere divenuta intelligente. Il dolore di vederla così trasformata ed il ricordo delle sue tenerezze, delle passate effusioni, delle letture spesso scollacciate ed invitanti, erano causa, per me, di una tristezza invincibile. Ero giunto a credere che la vita per l uomo (scusate, per il somaro) avesse solo il significato di perpetuare se stessa. Ad un certo punto pensai addirittura al suicidio, ma come avrei potuto realizzarlo? Impossibile uccidersi senza le mani e, per annegarsi, il laghetto era poco profondo. Una volta provai persino a prendere la rincorsa ed avventarmi, con rabbia, contro il tronco di una quercia; duro era il tronco, ma ancor più duro il mio cranio. Che mal di testa per quell inutile tentativo, unica consolazione, la sera, le sagge ragioni di Saltinpozza: Amico mio, la vita è come un guanto, bisogna infilarsi dentro tranquilli avendo coscienza che un dito di stoffa può sempre assottigliarsi in qualche punto, ma, finche è possibile, conviene fare un rammendo e tirare avanti. Il mal di testa passa sempre e la vita continua. Allora m irritò il suo ragionare, ma ora, maturo ed anziano, riconosco la saggezza di quelle parole. Come rimpiango le lunghe, elevata? discussioni che noi chiamavamo Dei massimi sistemi! Naturalmente il bernoccolo se n andò, ma non la disperazione dovuta all inedia d una vita sciocca e sempre uguale. In preda ai più foschi pensieri, presi il coraggio che serviva per affrontare l ignoto, saltando la siepe che mi separava da L infinito misterioso e m eclissai, insalutato ospite, in cerca di maggior fortuna. Di là dalla siepe v erano ancora i resti del basamento in mattoni a vista il quale aveva retto, un tempo, la robusta cancellata e, poi, il bosco che si estendeva a perdita d occhio, folto d alberi e ricco di verdi radure. In una di queste, resa più grande abbattendo le piante, si poteva vedere un enorme palazzo; dico palazzo per le dimensioni, ma in realtà si trattava di un enorme casamento mal tenuto: il manicomio. Saltare la siepe, per me, fu oltremodo facile, e, dopo aver guardato attorno con fare circospetto, mi avviai verso l edificio. Davanti all ingresso, seduto su di una vecchia poltrona sfonda, vidi un signore; a prima vista, pensai che fosse il guardiano del manicomio, anche se il vestito bizzarro, formato di losanghe multicolori, faceva pensare a tutt altro. Naturalmente io, vedendolo, mi fermai timoroso, quasi in un tentativo di fuga, ma egli mi fece un gesto invitante con la mano ed allora, preso coraggio, m avvicinai proferendo un cortese saluto. Pensavo che si sarebbe stupito a vedere un somaro parlare, ma egli, oh maraviglia, non si scompose; poi, in un veneziano dolce ed armonioso, ma leggermente largo per essere compreso: Accovacciati dunque - disse, - se vuoi fare due chiacchiere in amicizia. Poi dopo un attimo, - innanzi tutto dimmi chi sei. Dopo essermi presentato, gli parlai della mia disgrazia: divenire somaro da uomo qual ero. Quando ebbi finito di raccontare succintamente le mie traversie, egli, senza nessun commento o commiserazione, come se ritenesse quegli sfortunati accidenti un fatto d ordinaria amministrazione, si presentò dicendo

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