Nicholas Sparks VICINO A TE NON HO PAURA

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1 Nicholas Sparks VICINO A TE NON HO PAURA Quando hai un segreto che ti costringe a fuggire. Quando il tuo passato entra con violenza nel presente. Quando tutto sembra perduto... l'unico posto dove puoi andare è l'amore.

2 1. Il vento proveniente dall'atlantico scompigliò i capelli a Katie, che si aggirava per i tavoli reggendo in bilico quattro piatti. Indossava i jeans e una maglietta con la scritta da ivan, il re del pesce. Portò le ordinazioni a quattro uomini in abbigliamento casual; quello più vicino incrociò il suo sguardo e le sorrise. Sebbene si atteggiasse a tipo disinvolto e scherzoso, lei si accorse che la fissava mentre si allontanava. Melody le aveva accennato che quei tizi erano arrivati da Wilmington, alla ricerca di location per un film. Dopo aver preso una caraffa di tè, Katie riempì loro i bicchieri, poi tornò al banco. Lanciò una rapida occhiata al panorama. Era fine aprile, la temperatura perfetta, il cielo azzurro e limpido fino all'orizzonte. Alle sue spalle, il canale era calmo nonostante la brezza e rispecchiava il colore del cielo. Uno stormo di gabbiani era appollaiato sulla ringhiera, pronto a tuffarsi sotto i tavoli non appena qualcuno faceva cadere una briciola. Ivan Smith, il proprietario del locale, li detestava. Li chiamava «ratti con le ali», e aveva già pattugliato due volte il parapetto agitando uno sturalavandini di legno nel tentativo di scacciarli. Melody le aveva sussurrato di essere più allarmata per la provenienza dell'arnese che per la presenza dei gabbiani. Lei non aveva ribattuto. Preparò un'altra caraffa di tè e pulì il bancone. Un istante dopo sentì qualcuno batterle sulla spalla. Voltandosi si trovò davanti la figlia di Ivan, Eileen. Era una graziosa diciannovenne con una lunga coda di cavallo e lavorava parttime come direttrice del locale. «Katie... puoi occuparti anche di un altro tavolo?» Diede un'occhiata intorno, calcolando mentalmente i ritmi di lavoro. «Certo», annuì. Eileen scese le scale. Dal suo posto, Katie udiva brandelli di conversazione... gente che parlava di amici o famigliari, del tempo o di pesca. Vide i due clienti seduti nell'angolo chiudere i menu. Si affrettò verso di loro e prese l'ordinazione, senza trattenersi a chiacchierare come era solita fare Melody. Non era brava a socializzare, ma era veloce ed educata e la clientela sembrava soddisfatta. Lavorava nel ristorante dall'inizio di marzo. Ivan l'aveva assunta in un freddo e terso pomeriggio di sole. Quando le aveva detto che poteva cominciare il lunedì successivo, lei aveva dovuto fare uno sforzo immane per non scoppiare a piangere lì per lì dal sollievo, ma più tardi era crollata. Aveva aspettato di tornare verso casa, prima di crollare. All'epoca era sfinita e non mangiava da due giorni. Fece un altro giro per riempire d'acqua e di tè i bicchieri, poi si diresse verso la cucina. Ricky, uno dei cuochi, le strizzò l'occhio. Qualche giorno prima le aveva chiesto di uscire, ma lei gli aveva risposto che non voleva frequentare nessuno del ristorante. Sospettava che lui ci avrebbe riprovato, anche se sperava tanto di sbagliarsi. «Non credo che oggi il ritmo rallenterà», osservò Ricky. Biondo e dinoccolato, di un paio d'anni più giovane di Katie, viveva ancora con i genitori. «Tutte le volte che pensiamo di poter tirare il fiato, ci ritroviamo sommersi di lavoro.» «È una bellissima

3 giornata.» «Ma perché la gente viene qui? Con una giornata del genere dovrebbero andare al mare, o a pescare. Il che è esattamente quello che farò appena finito il turno.» «Ottima idea.» «Posso accompagnarti a casa, dopo?» Si offriva di darle un passaggio in macchina almeno un paio di volte alla settimana. «Ti ringrazio, ma non è necessario. Non abito lontano.» «Guarda che non è un problema», insistette lui. «Mi fa bene camminare.» Gli porse il foglietto e Ricky l'appuntò al pannello, poi le consegnò un'altra ordinazione. Lei la portò al tavolo. Aperto da quasi trent'anni, quel ristorante era una vera istituzione. Ormai Katie aveva imparato a riconoscere i clienti abituali e, mentre attraversava la sala, li oltrepassò con lo sguardo per soffermarsi sulle persone che non aveva mai visto. Coppie di innamorati, altre coppie che si ignoravano. Famiglie. Nessuno sembrava sospetto e nessuno aveva fatto domande su di lei, ma a volte le mani cominciavano a tremarle lo stesso, e dormiva ancora con la luce accesa. Teneva i capelli corti; se li tingeva di castano nella cucina della casetta che aveva affittato. Non si truccava e sapeva che il suo viso si stava abbronzando, anche troppo. Avrebbe dovuto comprarsi una crema solare, ma dopo aver pagato l'affitto e le bollette non le restava molto per i lussi. Persino per una crema solare. Si trattava di un ristorante alla buona e le mance erano modeste: a forza di mangiare solo riso e fagioli, pasta o avena, negli ultimi quattro mesi era dimagrita. Aveva le costole sporgenti e fino a qualche settimana prima anche delle profonde occhiaie che temeva non sarebbero più sparite. «Credo ti abbiano notata», osservò Melody facendo un cenno verso il tavolo con i quattro tizi dello studio cinematografico. «In particolare, quello bruno. Il più carino.» «Oh», si limitò a rispondere lei. Preparò un'altra caffettiera. Era certa che qualunque cosa avesse detto a Melody sarebbe diventata di dominio pubblico, così evitava di confidarsi. «Ma come? Non lo trovi carino?» «Sinceramente non ci ho fatto caso.» «Come fai a non accorgerti se un uomo è attraente?» L'altra la fissò incredula. «Non lo so.» Anche Melody aveva un paio d'anni meno di lei. Sui venticinque, era una bella ragazza con i capelli neri e gli occhi verdi, e stava con un certo Steve che faceva il fattorino per il negozio di bricolage dall'altra parte della città. Era cresciuta a Southport, che descriveva come un paradiso per bambini, famiglie e anziani, ma il luogo più tetro del mondo per i single. Continuava a dire di volersene andare a Wilmington, dove c'erano bar e club e tanti bei negozi. Sapeva tutto di tutti. A volte Katie pensava seriamente che la principale occupazione di Melody fosse raccogliere pettegolezzi. «Ho sentito che Ricky ti ha chiesto di uscire», disse ora cambiando argomento, «e che tu gli hai dato picche.» «Non voglio complicazioni sentimentali con i colleghi.» Katie finse di essere impegnata a sistemare i vassoi delle portate. «Potremmo uscire in quattro, allora. Ricky e Steve vanno a pescare insieme.» Chissà se era stato Ricky a suggerirle quella pensata, o se era un'idea sua. Forse di tutti e due. La sera, dopo l'ora di chiusura, la maggior parte del personale si fermava nel locale a bere qualche birra. A parte Katie, tutti gli altri lavoravano da Ivan da diversi anni. «Non credo sia una buona idea», si schermì lei. «Perché no?» «In passato ho avuto una brutta esperienza con un tizio conosciuto sul lavoro... Da allora mi sono imposta di non ricascarci.» Melody alzò gli occhi al cielo

4 prima di affrettarsi verso uno dei suoi tavoli. Katie incassò un paio di conti e sparecchiò. Non stava ferma un attimo, come al solito, cercando di essere efficiente e invisibile. Lavorava a testa bassa e teneva sempre il bancone in perfetto ordine. Era un modo per far passare più in fretta la giornata. Non si mise a flirtare con il giovane dello studio cinematografico, e lui se ne andò senza voltarsi indietro. A volte Katie copriva entrambi i turni, pranzo e cena. Quando calava la sera le piaceva guardare il cielo infiammarsi sul bordo occidentale del mondo. Al tramonto l'acqua scintillava e le barche a vela si inclinavano nella brezza. Gli aghi dei pini sembravano brillare. Non appena il sole scendeva dietro l'orizzonte, Ivan accendeva le stufe a propano e il riverbero arancione brillava come lumini dentro zucche vuote. Katie si era leggermente scottata al sole e le ondate di calore le facevano pungere la pelle. In genere di sera Abby e Big Dave sostituivano Melody e Ricky. Abby frequentava l'ultimo anno delle superiori e rideva un sacco, mentre Big Dave faceva il cuoco lì da quasi vent'anni. Sposato, con due figli, aveva uno scorpione tatuato sull'avambraccio destro. Pesava più di cento chili e in cucina la faccia gli diventava lucida di sudore. Trovava soprannomi per tutti, e aveva deciso di chiamarla Katie Kat. Alle nove, quando i clienti venuti a cena cominciarono ad andarsene, Katie pulì e chiuse il bancone. Aiutò gli sguatteri a portare i piatti verso la lavastoviglie mentre gli ultimi avventori finivano di mangiare. Tra loro c'era una giovane coppia con la fede al dito. Si tenevano per mano, erano belli e felici, e Katie provò un senso di déjàvu. Anche lei un tempo era stata così, tanto tempo prima, solo per un istante. O almeno così pensava, perché aveva imparato che quel momento era stato soltanto un'illusione. Distolse lo sguardo da quella coppia innamorata, augurandosi di poter cancellare per sempre i ricordi e di non provare mai più quell'emozione. 2. Il mattino dopo Katie uscì sulla veranda con una tazza di caffè. Le assi del pavimento scricchiolarono sotto i suoi piedi nudi, mentre andava ad appoggiarsi alla ringhiera. Tra l'erbaccia di quella che era stata un'aiuola fiorivano i gigli, e lei si avvicinò la tazza alle labbra, assaporando l'aroma. Le piaceva stare lì. Southport era diversa da Boston, Filadelfia o Atlantic City, con l'onnipresente frastuono del traffico, gli odori, i passanti frettolosi sui marciapiedi, ed era la prima volta nella vita che aveva un posto tutto per sé. La casetta dove stava non era granché, ma era sua, e appartata, e questo le bastava. Sorgeva in fondo a un viottolo di ghiaia, accanto a un'altra identica. Erano costruzioni di legno, in origine usate come casotti di caccia, nascoste in un fitto di querce e pini ai margini della foresta che arrivava fino alla costa. Il soggiorno e la cucina erano pìccoli e la camera da letto non aveva l'armadio, ma il cottage era ammobiliato con tanto di sedie a dondolo in veranda e l'affitto era basso. Pur non essendo decrepito, il posto soffriva di anni di trascuratezza e il padrone di casa si era offerto di sponsorizzare una rinfrescata. Da quando Katie vi si era trasferita, aveva passato quasi tutto il tempo libero inginocchiata a strofinare, oppure in piedi su una sedia a fare la stessa cosa. Aveva riempito di stucco i buchi nei muri, poi li aveva scarteggiati per lisciarli. Aveva tinteggiato la cucina di un giallo

5 squillante e dato una mano di smalto bianco agli armadietti. La camera da letto adesso era azzurro chiaro, il soggiorno beige e la settimana prima con un nuovo copridivano, aveva rinnovato il sofà. Con il grosso del lavoro ormai alle spalle, nel pomeriggio amava sedersi in veranda a leggere libri presi in prestito dalla biblioteca. A parte il caffè, la lettura era il suo unico vizio. Non aveva né televisore, né radio, né cellulare, non possedeva un forno a microonde e neppure un'auto, e tutti i suoi averi riempivano una borsa. A ventisette anni era una ex bionda dalla lunga chioma senza veri amici. Era arrivata lì praticamente a mani vuote, e a mesi di distanza continuava a non possedere quasi niente. Metteva da parte metà delle mance e tutte le sere arrotolava le banconote per infilarle in un barattolo del caffè che teneva nascosto nell'intercapedine sotto la veranda. Erano soldi destinati alle emergenze, e avrebbe preferito morire di fame piuttosto che toccarli. Il fatto di averli le bastava per sentirsi sollevata, perché il passato incombeva ancora e sarebbe potuto tornare in qualsiasi momento. Vagava per il mondo sulle sue tracce, e lei sapeva che si faceva di giorno in giorno sempre più rabbioso. «Salve», disse una voce strappandola ai suoi pensieri. «Tu devi essere Katie.» Si voltò. Sulla veranda mezzo sfondata del cottage vicino al suo c'era una donna dai lunghi capelli castani e ribelli che la salutava con la mano. Doveva essere sulla trentina, indossava un paio di jeans e una camicia con le maniche arrotolate. Annidati tra i riccioli sulla sommità del capo portava un paio d'occhiali da sole. Teneva in mano una stuoia e sembrava incerta se scrollarla o meno, poi la gettò da parte e si incamminò verso di lei. Si muoveva con l'energia e la disinvoltura di chi fa esercizio fisico regolarmente. «Irv Benson mi ha parlato di te.» Il padrone di casa, pensò Katie. «Non sapevo che qualcun altro sarebbe venuto a vivere qui.» «In realtà non lo sapeva nemmeno lui. È quasi caduto dalla sedia per la sorpresa, quando gli ho detto che volevo affittare la casa.» Ormai aveva raggiunto Katie e le porgeva la mano. «Gli amici mi chiamano Jo», si presentò. «Piacere di conoscerti.» «Hai visto che tempo? Davvero meraviglioso.» «Sì, è una bella mattina», concordò Katie dondolandosi da un piede all'altro. «Quando sei arrivata?» «Ieri pomeriggio. E poi, fortuna delle fortune, ho passato la notte a starnutire. Credo che Benson abbia collezionato tutta la polvere che è riuscito a trovare e l'abbia portata nel mio cottage. È davvero uno strazio.» Katie fece un cenno verso la porta. «Anche da me era lo stesso.» «Però non sembra. Scusa, sai, ma non ho potuto fare a meno di lanciare un'occhiata dentro casa tua, quando hai aperto le finestre. È allegra e luminosa. Io, invece, ho affittato una catapecchia polverosa e piena di ragni.» «Il signor Benson mi ha permesso di ritinteggiarla.» «Ci credo. Immagino lo permetterà anche a me. Così si ritroverà con un cottage grazioso e pulito, senza nessuna fatica.» Sorrise maliziosa. «Da quanto tempo abiti qui?» Katie incrociò le braccia sul petto, mentre il sole del mattino cominciava a scaldarle la faccia. «Da quasi due mesi.» «Non so se io riuscirò a resistere tanto a lungo. Se continuo a starnutire come la notte scorsa, la testa mi si staccherà molto prima.» Si tolse gli occhiali da sole e cominciò a pulire le lenti con un lembo della camicia. «Che te ne pare di Southport? È un mondo tutto a sé, vero?» «In che senso?» «Non hai l'accento di queste parti. Sei del Nord, giusto?» Dopo un attimo di esitazione, Katie annuì.

6 «Lo immaginavo», proseguì Jo. «Ci vuole del tempo per abituarsi a stare qui. Cioè, io l'ho sempre amata, ma devo dire che ho un debole per le città di provincia.» «Sei di qui?» «Sono nata a Southport, me ne sono andata e alla fine sono tornata. La storia più vecchia del mondo, no? E poi, non è che trovi dappertutto posti polverosi come questo.» Katie sorrise, e per un istante regnò il silenzio. Jo le stava di fronte tranquilla, aspettando che fosse lei a fare la mossa successiva. Bevve un altro sorso dalla tazza, lo sguardo perso verso il bosco, poi ricordò la buona educazione. «Vuoi un caffè? L'ho appena fatto.» Jo si infilò di nuovo gli occhiali tra i capelli. «Sai, speravo proprio che me lo chiedessi. Lo gradirei molto. Tutta l'attrezzatura da cucina è ancora negli scatoloni e ho la macchina dal meccanico. Hai idea di cosa significhi affrontare la giornata senza caffeina?» «Lo so, eccome.» «Per tua informazione, sono una vera caffèdipendente. Soprattutto quando devo disfare bagagli. Te l'ho detto che detesto farlo?» «Non mi pare.» «Secondo me, non c'è niente di peggio. Pensare a dove mettere ogni cosa, sbattere contro gli spigoli mentre ti aggiri in mezzo al casino. Comunque non preoccuparti, non sono il genere di vicina che chiede aiuto. Un caffè, però...» «Vieni, entra.» Katie la invitò con un gesto. Una volta in cucina, prese una tazza dalla credenza, la riempì e la porse a Jo. «Mi spiace, non ho né panna né zucchero.» «Non importa», rispose l'altra. Soffiò sopra il caffè, poi ne bevve un sorso. «Ok, è ufficiale», annunciò. «Per il momento sei la mia amica del cuore. Ah, com'è buono!» «Figurati», rispose Katie. «Benson mi ha detto che lavori da Ivan, giusto?» «Faccio la cameriera.» «Big Dave c'è ancora?» Vedendola annuire, Jo proseguì: «Ricordo che lavorava lì fin da quando ero al liceo. Appioppa ancora soprannomi a tutti?» «Sì.» «E Melody? Continua a parlare di quanto siano carini i clienti?» «Ogni giorno.» «E Ricky tampina sempre le nuove cameriere?» Di fronte all'ennesimo cenno d'assenso, Jo rise. «Quel posto non cambia mai.» «Ci hai lavorato anche tu?» «No, ma la città è piccola e Ivan è un'istituzione. E poi, a mano a mano imparerai che non possono esistere segreti in questa città. Si sa tutto di tutti e alcune persone, come, diciamo... Melody... hanno elevato il pettegolezzo a una forma d'arte. Un tempo mi dava terribilmente sui nervi. In realtà, mezza Southport è fatta così. Non c'è granché da fare qui, a parte spettegolare.» «Tu però ci sei tornata.» Jo alzò le spalle. «Sì, è vero. Che posso dire? Forse mi piace la gente un po' pazza.» Bevve un altro sorso di caffè e indicò fuori dalla finestra. «Sai, fino a ieri non conoscevo l'esistenza di queste due casette.» «Il padrone di casa mi ha spiegato che erano capanni di caccia. Appartenevano alla piantagione prima che lui li desse in affitto.» «Non riesco a credere che tu sia venuta ad abitare cosìiuori mano.» «Dopo tutto lo hai fatto anche tu», ribatté Katie. «Sì, ma io sapevo che non sarei stata l'unica donna in fondo a una strada sterrata in mezzo al nulla. È un luogo molto isolato.» È proprio per questo che l'ho scelto. «Non è poi tanto male», rispose invece Katie. «Ormai mi ci sono abituata.» «Spero di riuscirci anch'io.» Soffiò di nuovo sul caffè per raffreddarlo. «Dimmi, che cosa ti ha portata a Southport? Sono sicura che non è stato per le allettanti prospettive di carriera da Ivan. Hai dei parenti da queste parti? I tuoi genitori? Fratelli o sorelle?» «No», rispose Katie. «Sono soltanto io.» «Hai seguito un ragazzo?» «No.» «Allora... ti sei trasferita e basta.» «Esatto.» «Si può sapere perché

7 diavolo l'hai fatto?» Katie esitò. Erano le stesse domande di Ivan, Melody e Ricky. Si rendeva conto che non c'erano secondi fini, era semplice curiosità, ma lei non sapeva mai bene cosa dire, se non la pura verità. «Volevo un posto dove poter cominciare daccapo.» Jo bevve un altro sorso di caffè, con l'aria di riflettere su quella risposta e, con sorpresa di Katie, non chiese altro. Si limitò ad annuire. «Ho capito. A volte uno ha proprio bisogno di ricominciare. Io lo trovo ammirevole. Tanta gente non ne ha il coraggio.» «Lo pensi davvero?» «Lo so», ribatté Jo. «Allora, che cosa hai in programma per oggi? Mentre io lacrimerò, disferò i bagagli e pulirò sino a scorticarmi le mani?» «Più tardi devo andare al lavoro. Per il resto, non molto. Devo giusto fare un po' di spesa.» «In città?» «No, farò un salto da Fisher.» «Hai già incontrato il proprietario dell'emporio? Quel tizio con i capelli grigi?» Katie annuì. «Un paio di volte.» Jo svuotò la tazza e la posò nel lavandino, poi fece un sospiro. «Bene», disse niente affatto entusiasta. «Basta rimandare. Se non comincio subito, non finirò mai. Fammi gli auguri.» «Buona fortuna.» Jo agitò brevemente la mano. «Grazie del caffè, Katie. Ci vediamo.» Dalla finestra della cucina Katie guardò Jo scrollare la stuoia che aveva posato prima. Sembrava un tipo amichevole, ma era un po' turbata all'idea di avere una vicina di casa. Anche se sarebbe stato piacevole poter scambiare due chiacchiere con qualcuno di tanto in tanto, ormai si era abituata a stare da sola. D'altronde, sapeva che scegliendo di abitare in una città di provincia non avrebbe potuto mantenere a lungo l'isolamento che si era autoimposta. Doveva andare al lavoro, fare la spesa, attraversare a piedi il centro; alcuni clienti del ristorante la riconoscevano già. E poi bisognava ammettere che era stato bello parlare con Jo. Chissà perché, aveva l'impressione che in lei ci fosse di più di quanto apparisse a prima vista, qualcosa... di solido e affidabile, sebbene non riuscisse a spiegarselo. Inoltre era una donna single, il che rappresentava decisamente un vantaggio. Katie non voleva neppure immaginare come avrebbe reagito se un uomo si fosse trasferito lì accanto, e si domandò come mai non avesse preso in considerazione quella possibilità. Lavò le tazze, poi le ripose nella credenza. Era un gesto tanto familiare che per un attimo si sentì rituffata nella vita che si era lasciata alle spalle. Le mani cominciarono a tremarle, e allora le strinse mentre faceva qualche profondo respiro. Due mesi prima - persino due settimane prima - non avrebbe avuto modo di fermarle. Era un bene che quegli attacchi d'ansia andassero scemando, ma ciò significava che cominciava ad ambientarsi, e questo la spaventava. Rischiava così di abbassare la guardia, quando non poteva permetterselo. Comunque era contenta di essere finita a Southport. Era una cittadina storica di poche migliaia di abitanti, che sorgeva alla foce del Cape Fear River, proprio nel punto dove il fiume si gettava nel canale navigabile. C'erano ampi marciapiedi ombreggiati da alberi e fiori che sbocciavano dal terreno sabbioso. Rami e tronchi erano drappeggiati di tralci. Aveva visto i bambini andare in bicicletta e giocare a pallone per strada ed era rimasta sorpresa dal numero di chiese, una a ogni incrocio. La sera si riempiva del canto di grilli e rane e fin dal principio aveva avuto la sensazione che quello fosse il posto giusto. Che fosse un posto «sicuro», come se l'avesse chiamata da sempre, promettendole protezione. Katie si infilò il suo unico paio di scarpe, delle Converse ormai consunte. Il cassettone

8 era praticamente vuoto e in cucina non c'erano provviste, ma mentre chiudeva la porta e usciva sotto il sole, diretta verso l'emporio, pensò: Questa è casa mia. Inspirando l'aria che profumava di giacinti ed erba appena tagliata, si rese conto di non sentirsi così felice da molti anni. 3. I capelli gli erano diventati tutti grigi intorno ai venticinque anni, provocando non poche battute benevole da parte degli amici. Nella sua famiglia, era un caso isolato. Stranamente, la cosa non aveva turbato troppo Alex Wheatley. Anzi, quando era sotto le armi a volte sospettava che lo avesse aiutato nella carriera. Aveva servito nella divisione investigativa criminale, o CID, di stanza in Germania e in Georgia, e aveva trascorso dieci anni indagando su crimini militari, affrontando casi di ogni genere, dai soldati disertori ai furti, dagli abusi domestici agli stupri, fino agli omicidi. Era stato promosso regolarmente, e si era ritirato all'età di trentadue anni con il grado di maggiore. Conclusa la carriera militare, si era trasferito a Southport, città natale della moglie. Appena sposato e in attesa del primo figlio, pensava di fare domanda per entrare in polizia, ma il suocero si era offerto di cedergli la sua attività. Era il classico emporio di campagna, con assi di legno imbiancate, persiane azzurre, una veranda con il tetto spiovente, una panca sul davanti. Il genere di bottega in voga molto tempo addietro e ormai quasi del tutto scomparso. Al primo piano si trovava l'abitazione della famiglia. Un'enorme magnolia gettava ombra sul lato dell'edificio, mentre sul davanti cresceva una quercia. Il parcheggio era asfaltato solo per metà, ma di rado restava vuoto. Il suocero aveva aperto l'emporio prima della nascita di Carly, quando tutt'intorno c'erano quasi solo campi. Si vantava di capire i bisogni della gente e voleva soddisfarli in tutto, il che conferiva al negozio un'aria piuttosto gremita. Alex condivideva in pieno. Cinque o sei corsie erano dedicate agli articoli di drogheria e da bagno, vicino alla porta c'erano cesti di frutta e verdura fresca, i frigoriferi sul fondo traboccavano di bevande gassate, acqua, birra e vino, e, come qualsiasi altro emporio, anche questo aveva espositori di caramelle, patatine e tutto quel cibo spazzatura che la gente compra mentre è in coda alla cassa. Ma le analogie finivano qui. C'erano anche scaffali con attrezzature da pesca, esche vive, e una rosticceria gestita da Roger Thompson, ex agente di Borsa trasferitosi a Southport in cerca di uno stile di vita più semplice. La rosticceria offriva hamburger, panini e hotdog, e aveva qualche posto a sedere. C'erano DVD a noleggio, diversi tipi di munizioni, giacche a vento, ombrelli e una piccola scelta di romanzi nuovi e classici. L'emporio vendeva pure candele per motori, cinghie varie e bombole di gas; nel retrobottega Alex aveva un macchinario per duplicare le chiavi. Gestiva anche tre pompe di benzina e un'altra sul molo, l'unico posto oltre al porto dove le imbarcazioni potevano fare rifornimento. A dispetto delle apparenze, non era difficile tenere aggiornato l'inventario. Alcuni articoli si esaurivano regolarmente, altri no. Alex intuiva al primo sguardo le necessità delle persone. Aveva un forte spirito di osservazione, una capacità che gli era tornata molto utile quando lavorava nel CID. Inoltre cercava sempre nuovi prodotti, per stare al passo con i mutevoli gusti della clientela. Non avrebbe mai immaginato di fare quel lavoro, ma era stata una scelta giusta, se non

9 altro perché gli permetteva di tenere d'occhio i ragazzi. Jòsh andava già a scuola, mentre Kristen avrebbe iniziato solo in autunno e trascorreva le giornate al negozio assieme a lui. Aveva attrezzato un'area giochi dietro il banco per la sua intelligente e loquace bambina, che a cinque anni sapeva già usare il registratore di cassa e dare il resto, servendosi di uno sgabello per raggiungere i tasti. Alex si divertiva un sacco nel vedere l'espressione dei clienti quando lei cominciava a fare il conto. Forse quella non era l'infanzia ideale, ma era l'unica che lui potesse offrirle. Era perfettamente consapevole che badare ai figli e al negozio gli prosciugava le forze. A volte gli sembrava di non farcela: doveva preparare il pranzo a Josh, poi accompagnarlo a scuola, ordinare la merce ai fornitori, incontrare i rappresentanti, servire i clienti e intanto intrattenere Kristen. I pomeriggi erano ancora più impegnativi. Seguiva le loro attività: con Josh era facile, ma a Kristen piaceva giocare con le bambole e i pentolini, e lui non era bravo in questo. A tutto ciò si aggiungevano la cena da preparare e la casa da pulire, così a volte aveva l'impressione di annegare. Quando finalmente riusciva a mettere a letto i bambini, stentava a rilassarsi, perché c'era sempre qualcos'altro da fare. La sera non c'era nessuno a fargli compagnia. Sebbene conoscesse quasi tutti in città, non aveva molti veri amici. Le coppie che prima lui e Carly frequentavano si erano allontanate lentamente ma inesorabilmente. In parte era colpa sua - era sempre preso -, ma a volte aveva la sensazione di metterle a disagio, come se rappresentasse per loro un monito circa la spaventosa imprevedibilità del destino e la possibilità che il vento cambiasse da un momento all'altro. Era uno stile di vita stressante e solitario, incentrato su Josh e Kristen. Anche se ora capitava di rado, entrambi soffrivano di incubi da quando Carly era scomparsa. Se si svegliavano singhiozzando inconsolabili nel cuore della notte, lui li stringeva tra le braccia, mormorando paroline rassicuranti finché si calmavano e si riaddormentavano. Nei primi tempi tutti e tre avevano ricevuto sostegno psicologico, ma gli incubi erano continuati per quasi un anno. Ogni tanto, mentre colorava assieme a Kristen, o pescava con Josh, li vedeva farsi taciturni e capiva che pensavano alla mamma. In certi momenti la piccola esprimeva il proprio dolore con voce infantile e tremante mentre le lacrime le rigavano le guance. Lui sentiva il cuore spezzarsi, perché sapeva di non poter fare né dire niente per aiutarla. La psicologa gli aveva assicurato che i bambini in genere avevano una tempra molto forte e che, se si sentivano amati, con il tempo avrebbero superato il trauma. Aveva ragione, ma ora Alex si trovava ad affrontare un'altra forma di perdita, altrettanto dolorosa: il ricordo della mamma stava gradualmente svanendo in loro. Avevano solo quattro e tre anni quando se n'era andata, e questo voleva dire che un giorno la madre sarebbe diventata per loro più un'idea astratta che una persona in carne e ossa. Era inevitabile, anche se a volte Alex non trovava giusto che loro dimenticassero il suono della risata di Carly, o il suo modo di abbracciarli teneramente quand'erano piccoli, o il suo amore incondizionato. In genere era sua moglie a usare la macchina fotografica, e di conseguenza c'erano poche foto di lei con i bambini. Per quanto Alex si sforzasse di sfogliare spesso l'album assieme a Josh e Kristen, intuiva che le sue stavano diventando semplici storie. Le emozioni collegate ai racconti erano come castelli di sabbia in riva al mare, erosi piano

10 piano dalle onde. Lo stesso stava succedendo con il ritratto appeso in camera da letto. Lei non lo voleva, ma ora lui era contento di aver insistito. Nella foto appariva bella e indipendente, la donna volitiva che aveva catturato il suo cuore, e di notte, quando i bambini dormivano, a volte fissava l'immagine, con il cuore in tumulto. Josh e Kristen, invece, non la guardavano quasi più. Pensava sempre a lei, gli mancavano l'affiatamento e l'amicizia che erano stati alla base del loro matrimonio. Nei momenti di massima sincerità con se stesso, ammetteva di rimpiangere quelle sensazioni. Doveva riconoscere di sentirsi solo. Nel periodo subito dopo la scomparsa di Carly non riusciva neppure a immaginare di avere in futuro una nuova relazione, men che meno di potersi innamorare di un'altra. Passato un anno, quello era un pensiero che scacciava ancora. Il dolore era troppo recente, il ricordo troppo atroce. Qualche mese prima, però, aveva portato i bambini all'acquario e, mentre erano di fronte alla vasca degli squali, si era messo a chiacchierare con una donna dall'aria simpatica. Anche lei era lì con i figli, e anche lei non portava la fede al dito. I bambini erano coetanei di Josh e Kristen e per un po' erano rimasti tutti insieme a guardare i pesci; lei aveva riso di qualche sua battuta e lui aveva provato una scintilla d'attrazione, che gli aveva ricordato antiche emozioni. Alla fine si erano separati, ma all'uscita l'aveva rivista. La donna lo aveva salutato con la mano e per un istante lui aveva sentito l'impulso di raggiungere la sua macchina per chiederle il numero di telefono. Quella sera si aspettava di provare un'ondata di rimorso, che stranamente non era arrivata. Né gli sembrava di aver fatto qualcosa di sbagliato. Al contrario, si sentiva... a posto. Non su di giri, non allegro, ma a posto, e per quel motivo aveva capito che stava cominciando finalmente a guarire. Ciò non significava che fosse pronto per l'avventura. Se fosse accaduto, tanto meglio. E se invece non succedeva? Be', ci avrebbe pensato al momento. Era disposto ad aspettare di incontrare la persona giusta, qualcuno che non solo riportasse la gioia nella sua vita, ma amasse i suoi figli quanto lui. Southport però era piccola. Non c'erano molte donne single in giro, tanto meno disposte a prendersi l'intero pacchetto, bambini compresi. E questa, ovviamente, era la condizione imprescindibile. Anche se si sentiva solo, anche se desiderava una compagna, non era disposto a sacrificare il bene dei figli per questo. Avevano già sofferto abbastanza e sarebbero sempre stati la sua priorità. Tuttavia... una possibilità esisteva, pensò. C'era una persona che gli interessava, sebbene non sapesse quasi niente di lei, a parte il fatto che era sola. Aveva cominciato a bazzicare l'emporio all'inizio di marzo. La prima volta che l'aveva vista era pallida e smunta, di una magrezza spaventosa. Di regola non avrebbe attirato la sua attenzione. Capitava spesso che chi era di passaggio in città si fermasse da lui per comprare qualcosa da bere e uno spuntino o per fare rifornimento. Lei, però, non voleva nessuna di queste cose; si aggirava per le corsie a testa bassa, come se cercasse di rendersi invisibile, come una specie di fantasma. Ma non aveva funzionato: era troppo attraente per passare inosservata. Sembrava vicino ai trenta, aveva considerato lui, con i capelli castani dal taglio un po' irregolare che le arrivavano appena sopra le spalle. Non era truccata e gli zigomi alti con i grandi occhi distanziati le davano un che di elegante e fragile nello stesso tempo.

11 Quel giorno, vedendola avvicinarsi alla cassa, Alex si era reso conto che era davvero molto carina. Aveva gli occhi verdi con pagliuzze dorate e gli rivolse un rapido sorriso posando la roba sul banco: caffè, riso, avena, pasta, burro d'arachidi e articoli da bagno. Intuendo che una conversazione l'avrebbe messa a disagio, lui batté il conto in silenzio. «Ha per caso dei fagioli secchi?» gli chiese lei, in tono esitante. «Purtroppo no», le rispose. «In genere non li tengo.» Mentre metteva la merce nel sacchetto, notò che la donna guardava fuori dalla vetrina, mordendosi distrattamente il labbro inferiore. Ebbe la sensazione che stesse per mettersi a piangere. Si schiarì la voce. «Se le servono regolarmente, glieli posso ordinare. Mi basta sapere che tipo preferisce.» «Non voglio darle disturbo.» La sua voce era poco più di un sussurro. Pagò con banconote di piccolo taglio, poi se ne andò dal negozio. La vide incamminarsi a piedi oltre il parcheggio, il che aumentò la sua curiosità. La settimana successiva si era procurato fagioli secchi di tre varietà, una confezione per ciascuna, e quando lei tornò, la informò che poteva trovarli sullo scaffale in basso nell'angolo. La donna le prese tutte e tre, poi gli chiese se aveva le cipolle. Alex indicò alcuni sacchetti. «Me ne serve una soltanto», mormorò con un sorriso di scusa. Contò le banconote con dita tremanti e anche questa volta se ne andò a piedi. Da allora c'erano sempre fagioli e una cipolla singola in vendita e nelle settimane successive lei era diventata quasi una cliente regolare. Nonostante l'aspetto dimesso, sembrava meno fragile, meno nervosa di quando era arrivata. Piano piano le occhiaie le stavano sparendo e il viso aveva preso colore. Aveva anche messo su peso, non troppo, quel tanto che bastava per ammorbidire i suoi delicati lineamenti. La voce era più decisa e, per quanto non avesse ancora manifestato un vero interesse per lui, riusciva a sostenere il suo sguardo un po' più a lungo prima di abbassare gli occhi. Non avevano fatto grossi progressi nella conversazione, al di là di «Ha trovato tutto ciò che le occorre?» seguito da un «Sì, grazie», ma anziché scappare dall'emporio come un cerbiatto inseguito, ora capitava che lei si soffermasse tra gli scaffali, e aveva cominciato a chiacchierare con Kristen, quando lui non era al banco. Per la prima volta l'aveva vista abbassare le difese. Il suo atteggiamento naturale ed estroverso nei confronti della bambina lo aveva colpito. Anche Kristen ne era affascinata, tanto che gli confidò di avere una nuova amica, che si chiamava Miss Katie. Comunque Katie non si sentiva ancora a proprio agio con lui. La settimana prima, dopo aver scambiato quattro chiacchiere con la piccola, si era messa a guardare le copertine dei romanzi che c'erano in negozio. Alla fine non aveva preso nessun libro, e quando alla cassa le aveva chiesto casualmente quale fosse il suo autore preferito, Alex aveva scorto sul suo viso un lampo del vecchio nervosismo. Non avrebbe dovuto farle capire di averla osservata. «Non importa», si era affrettato ad aggiungere. Mentre usciva, tuttavia, lei si era fermata un istante, la borsa della spesa stretta tra le braccia. Senza girarsi del tutto, aveva borbottato: «Mi piace Dickens». Poi aveva aperto la porta e si era incamminata per la strada. Da allora lui si sorprendeva a pensare spesso a lei, ma erano pensieri vaghi, contornati di mistero e animati dalla consapevolezza di volerla conoscere meglio. Però non sapeva come fare. A parte l'anno in cui aveva corteggiato Carly, non era mai stato bravo con le

12 ragazze. Al college, tra lo studio e gli allenamenti di nuoto, non aveva avuto molto tempo per uscire con loro. Poi si era buttato nella carriera militare, lavorando duramente e facendosi trasferire a ogni promozione. Aveva avuto qualche donna, ma si era trattato di storie fugaci che di solito cominciavano e finivano in camera da letto. A volte, ripensando alla sua vita di un tempo, faticava a riconoscere se stesso, e sapeva che l'artefice di tale cambiamento era Carly. Sì, a volte era dura, e sì, si sentiva solo. Gli mancava la moglie e, sebbene non lo dicesse a nessuno, in certi momenti gli sembrava davvero di avvertire la sua presenza accanto a sé: vegliava su di lui, per assicurarsi che tutto andasse bene. Visto il bel tempo, quella domenica il negozio era più affollato del solito. Alle sette, quando Alex aveva aperto la porta, c'erano già tre imbarcazioni ormeggiate al molo. Dopo aver fatto rifornimento di benzina, i proprietari avevano comprato spuntini, bevande e buste di ghiaccio da stivare in barca. Roger - che come sempre era al bancone della rosticceria - non aveva avuto un momento di pausa da quando si era allacciato il grembiule, e i tavoli erano gremiti di gente che mangiava salsicce o hamburger chiedendogli consigli sul mercato azionario. In genere Alex stava alla cassa fino a mezzogiorno, dopo di che lasciava il posto a Joyce, la sua preziosa collaboratrice. Ex impiegata del tribunale, l'aveva per così dire ereditata assieme al negozio. Suo suocero l'aveva assunta dopo che era andata in pensione e ora, a settant'anni, non mostrava alcun segno di cedimento. Il marito era morto diversi anni prima, i figli vivevano altrove e per lei i clienti erano come una famiglia. Joyce apparteneva all'emporio tanto quanto gli articoli sugli scaffali. Soprattutto, però, capiva che Alex aveva bisogno di passare del tempo con i bambini e non le spiaceva lavorare la domenica. Appena arrivava, s'infilava dietro la cassa e gli diceva di andarsene pure, con un tono più da capo che da dipendente. Joyce era anche la sua babysitter, l'unica di cui lui si fidasse quando doveva recarsi fuori città. Non capitava spesso, comunque ormai considerava quella donna una benedizione. Era sempre disponibile ed affidabile. Mentre aspettava il suo arrivo, Alex perlustrava le corsie. Il sistema computerizzato aveva semplificato molto l'inventario, ma lui sapeva bene che un buon paio d'occhi valuta meglio la situazione. Per condurre un'attività commerciale con successo era necessario variare spesso l'offerta, e questo significava che lui doveva procurarsi merce che non si trovava da nessun'altra parte. Aveva marmellate e gelatine fatte in casa; aromi «ricetta segreta»; una selezione di frutta e verdura in scatola di produzione locale. Persino chi si riforniva regolarmente al supermercato locale capitava spesso all'emporio per acquistare alcune specialità che Alex teneva orgogliosamente a disposizione. Più ancora di quanto, gli interessava capire quando un determinato articolo andava a ruba, un fattore che non era necessariamente evidenziato dalle cifre. Per esempio, aveva imparato che i panini da hotdog si volatilizzavano nel fine settimana; i filoni di pane, invece, durante i giorni feriali. Sulla base di questo genere di osservazioni faceva in modo di avere sempre scorte sufficienti, aumentando così le vendite. Non era niente di particolare, ma sommato a tutto il resto gli permetteva di restare a galla anche in un'epoca in cui le grandi catene stavano soppiantando i negozi al dettaglio. Si chiese che cosa fare quel giorno con i bambini. Caricare i figli sul seggiolino e girare su due ruote per la città era stata una delle grandi passioni di Carly, ma un giro in

13 bicicletta non era abbastanza per riempire un intero pomeriggio. Magari potevano arrivare fino al parco... di sicuro si sarebbero divertiti. Dopo aver dato un'occhiata all'ingresso per assicurarsi che non stesse entrando nessuno, si affrettò verso il retrobottega e sporse fuori la testa. Josh stava pescando sul molo, il che era di gran lunga la sua occupazione preferita. Ad Alex non piaceva che il figlio se ne stesse là fuori da solo - era sicuro che qualcuno lo considerasse un cattivo padre per questo - ma il bambino restava sempre entro il raggio della telecamera di sicurezza. Era una regola, e Josh non la infrangeva mai. Kristen, come al solito, era seduta al tavolino nell'angolo dietro la cassa. Aveva suddiviso gli abiti della sua Barbie in diversi mucchietti e continuava a cambiarla. Ogni volta alzava gli occhi e lo guardava con un'aria fiduciosa e innocente, chiedendogli se gli piaceva la bambola vestita così. Come se lui potesse mai dire di no. Le bambine... sanno sciogliere anche il cuore più duro. Stava rimettendo in ordine alcuni condimenti quando sentì tintinnare il campanello sopra la porta. Sbirciò verso l'ingresso, e vide entrare Katie. «Ciao, Miss Katie», esclamò Kristen. «Ti piace la mia bambola?» Da dove si trovava, lui scorgeva appena la testa di sua figlia che spuntava oltre il banco, tenendo in alto... Vanessa? Rebecca? «È molto bella, Kristen», rispose lei. «Ha un vestito nuovo?» «No, ce l'ha da un po'. Ma non gliel'avevo più messo.» «Come si chiama?» «Vanessa.» Ah, ecco, pensò Alex. Più tardi avrebbe fatto i complimenti a Vanessa, dimostrandosi un padre molto attento. «Gliel'hai dato tu questo nome?» «No, era già il suo. Puoi aiutarmi a metterle gli stivali? Io non ci riesco.» Porse la bambola a Katie, che cominciò a manovrare i morbidi stivali di plastica. Per esperienza, Alex sapeva che non era affatto facile infilarli, invece lei ci riuscì subito. Restituì la bambola alla bambina. «Va bene così?» «Sì, grazie», rispose Kristen. «Secondo te, devo metterle il cappotto?» «No, non fa tanto freddo fuori.» «Lo so, ma Vanessa a volte prende il raffreddore. Ci vuole il cappotto.» La testa di Kristen scomparve dietro il banco per poi rispuntare un attimo dopo. «Quale preferisci? Blu o rosso?» La ragazza si portò un dito sulle labbra, con aria pensosa. «Credo che quello rosso vada bene.» Kristen annuì. «Sì, anch'io. Grazie.» Katie le sorrise prima di voltarsi e Alex si concentrò sugli scaffali per evitare che lei lo sorprendesse a fissarla. Sistemò i barattoli di senape su un ripiano. Con la coda dell'occhio la vide prendere un cestino per la spesa e spostarsi verso un'altra corsia. Tornò rapidamente alla cassa. Quando lei guardò dalla sua parte, le rivolse un cenno di saluto. «Buongiorno», le disse. «Salve.» Cercò di scostarsi una ciocca, ma era troppo corta. «Devo prendere solo un paio di cose.» «Chieda pure, se non trova qualcosa. A volte spostano la roba.» Lei fece un cenno d'assenso. Mentre s'infilava dietro la cassa, Alex lanciò un'occhiata al monitor appeso alla parete: Josh stava pescando nello stesso punto di prima e una barca si avvicinava lentamente. «Ti piace, papà?» Kristen gli tirò la gamba dei pantaloni sollevando la bambola verso di lui. «Accipicchia! È molto bella.» Si inginocchiò di fronte alla figlia. «Che cappotto elegante. Vanessa ogni tanto si prende il raffreddore, vero?» «Sì», rispose Kristen.

14 «Però mi ha detto che vuole andare sull'altalena, così devo cambiarla di nuovo.» «Ottima idea. Che ne dici se dopo facciamo un giro al parco tutti insieme? Tu hai voglia di andarci, sull'altalena.» «Io non voglio andare sull'altalena. E Vanessa che vuole. E poi è tutto inventato, papà.» «Oh», fece lui rialzandosi. «D'accordo.» Gita al parco archiviata. Immersa nel suo mondo, Kristen si mise a spogliare di nuovo la bambola. Alex controllò Josh sul monitor mentre un ragazzino entrava nell'emporio con indosso solo un paio di bermuda. Gli porse un mazzo di banconote. «Per la benzina al molo», disse, prima di uscire di corsa. Alex incassò i soldi e azzerò la pompa, mentre Katie si avvicinava al banco. I soliti acquisti di sempre, con in più un tubetto di crema solare. Quando lei girò lo sguardo verso Kristen, lui notò i suoi occhi cangianti. «Ha trovato tutto ciò che le occorre?» «Sì, grazie.» Alex cominciò a riempire la borsa. «Il mio romanzo preferito di Dickens è Grandi speranze», osservò cercando di avere un tono disinvolto. «E il suo?» Katie lo guardò interdetta, sorpresa che lui si ricordasse dei suoi gusti letterari. «Storia di due città», rispose a bassa voce. «Piace anche a me. Però è triste.» «Sì», convenne lei. «E per questo che mi piace.» Siccome sapeva che era venuta a piedi, le distribuì la spesa in due borse. «Dato che ha già conosciuto mia figlia, penso che forse dovrei presentarmi... Mi chiamo Alex», disse. «Alex Wheatley.» «Lei è Miss Katie», squittì la bambina dietro di lui. «Te l'avevo già detto, ricordi?» Alex si voltò e quando tornò a guardare in avanti, la donna stava sorridendo con i soldi in mano. «Chiamatemi semplicemente Katie.» «Piacere di conoscerti, allora.» Alex batté sui tasti e il cassetto del registratore si aprì con suono argentino. «Abiti qui vicino?» Nessuna risposta. Alzando lo sguardo dalla cassa, lui vide la sua espressione terrorizzata, fissa sul monitor: Josh era caduto in acqua e agitava le braccia in preda al panico. Alex sentì un nodo alla gola e agì d'istinto. Si precipitò fuori dal banco e attraversò a razzo l'emporio e il retrobottega, urtando gli scatoloni. Poi spalancò la porta posteriore, il corpo percorso da scariche di adrenalina, scavalcò una fila di cespugli e prese una scorciatoia fino al molo. Corse a tutta velocità sulle assi, lanciandosi verso il figlio, che continuava ad agitare le braccia. Con il cuore in gola, Alex si librò in volo e si tuffò nel fiume. L'acqua non era alta - un metro e ottanta al massimo - e lui toccò con i piedi il fondo fangoso prima di tornare di slancio in superficie, le braccia tese per afferrare il bambino. «Ti ho preso!» gridò. «Ti ho preso!» Josh si dibatteva e tossiva, annaspando a corto d'aria, e Alex non riusciva a tenerlo fermo mentre guadagnava la riva. Poi, sollevandolo con un enorme sforzo, lo adagiò nell'erba, mentre prendeva in considerazione freneticamente le varie possibilità di rianimazione. Cercò di distendere Josh, ma lui oppose resistenza. Si agitava e tossiva e, sebbene fosse sconvolto, Alex ebbe sufficiente presenza di spirito per capire che quella era una reazione positiva. Non sapeva quanto tempo fosse trascorso - forse giusto una manciata di secondi che a lui parvero un'eternità -, comunque alla fine Josh diede un colpo di tosse più forte, sputò un fiotto d'acqua e riuscì a riprendere a respirare. Inspirò a fondo, tossì di

15 nuovo, inspirò e tossì, ma stavolta sembrava più che altro per un impulso a liberarsi la gola. Fece qualche respiro profondo, ancora sotto choc, e solo a quel punto parve rendersi conto di ciò che era accaduto. Si girò verso il padre, che lo abbracciò stretto. Josh scoppiò a piangere e Alex provò un brivido di paura. Che cosa sarebbe successo se non si fosse accorto che Katie fissava il monitor? Se fosse passato un altro minuto? La risposta a quelle domande lo lasciò sgomento. Piano piano i singhiozzi del bambino si placarono. «Mi spiace, papà», ansimò. «Anche a me», mormorò Alex continuando a stringerlo. Quasi temeva che, lasciandolo, potesse tornare indietro nel tempo al momento dell'incidente, e stavolta con un esito diverso. Quando finalmente riuscì a staccarsi da Josh, scorse un capannello di persone. C'erano Roger e i clienti della rosticceria. Poi un altro paio di curiosi, probabilmente appena arrivati. E naturalmente Kristen. All'improvviso Alex si sentì di nuovo un padre inadeguato, perché vide che la sua bambina piangeva disperata e aveva bisogno di lui, anche se si era rifugiata tra le braccia di Katie. Solo dopo che lui e il figlio si erano cambiati i vestiti, Alex riuscì a ricostruire l'accaduto. Roger aveva preparato per i bambini hamburger e patatine fritte, e si erano seduti tutti a un tavolo della rosticceria, anche se nessuno di loro aveva fame. «La mia lenza si è impigliata nella barca che si stava staccando dal molo, e non volevo perdere la canna da pesca. Pensavo che il filo si sarebbe spezzato, invece mi ha trascinato in acqua e io ho bevuto. Poi non riuscivo a respirare e mi sembrava che qualcosa mi tirasse verso il fondo.» Josh esitò. «Credo che la canna sia finita nel fiume.» Kristen era accanto a lui, gli occhi ancora rossi e gonfi. Katie, che nel frattempo era rimasta a farle compagnia, le teneva la mano. «Non importa. Proverò a cercarla più tardi e se non riesco a trovarla, te ne comprerò una nuova. La prossima volta, però, molla il colpo. Hai capito?» Josh tirò su col naso e annuì. «Scusami», disse. «È stato un incidente», lo tranquillizzò Alex. «E adesso non mi permetterai più di pescare.» No di certo, pensò Alex. «Ne parliamo più tardi, d'accordo?» «E se ti prometto che la prossima volta lascerò andare la canna?» «Ho detto che ne parleremo dopo. Ora non ti va di mangiare qualcosa?» «Non ho fame.» «Lo so, ma è ora di pranzo.» Josh prese una patatina e l'addentò senza convinzione, masticando meccanicamente. Kristen fece lo stesso. A tavola imitava sempre il fratello, che si arrabbiava. Adesso però lui non aveva la forza di reagire. Alex si voltò verso Katie. Deglutì, sentendosi improvvisamente nervoso. «Posso parlarti un momento?» Si alzarono da tavola e raggiunsero un punto dove i bambini non potevano sentirli. Lui si schiarì la voce. «Volevo ringraziarti per quello che hai fatto.» «Non ho fatto niente di speciale», protestò lei. «Sì, invece», ribatté lui. «Se tu non avessi guardato il monitor, io non avrei visto che cosa stava succedendo e non sarei riuscito a intervenire in tempo.» Tacque un istante. «Grazie anche di esserti presa cura di Kristen. È una bambina dolcissima e molto sensibile. Sono contento che tu non l'abbia lasciata sola, anche mentre noi eravamo di

16 sopra a cambiarci.» «Chiunque avrebbe fatto come me», si schermì Katie. Nel silenzio che seguì, sembrò rendersi conto di quanto fossero vicini e fece un mezzo passo indietro. «Ora devo proprio andare.» «Aspetta», disse Alex. Si diresse verso i frigoriferi sul retro del negozio. «Ti piace il vino?» «Sì, però...» Prima che lei potesse finire la frase, aprì lo sportello e tirò fuori una bottiglia di Chardonnay. «Per favore», le disse, «accettalo. È davvero molto buono. Quando ero nell'esercito un mio amico mi ha insegnato ad apprezzare il vino di qualità. Lui è un conoscitore, e sceglie per me le marche da tenere in negozio.» «Davvero non devi...» «È il minimo che io possa fare per ringraziarti.» Le sorrise. Per la prima volta da quando si erano incontrati, lei non abbassò lo sguardo. «D'accordo», cedette infine. Recuperò le borse della spesa e uscì dall'emporio. Alex tornò al tavolo dai figli. Insistendo ancora un po', li convinse a finire gli hamburger mentre lui cercava di recuperare la canna da pesca. Quando rientrò nel negozio, Joyce si stava infilando il grembiule e lui portò i figli a fare un giro in bicicletta. Quindi li accompagnò a Wilmington, dove andarono al cinema e a mangiare una pizza, i classici passatempi più amati dai bambini. Tornarono a casa che il sole era già tramontato, così gli fece la doccia e gli infilò il pigiama. Rimase a letto in mezzo a loro per un'ora, a leggere delle storie, prima di spegnere la luce. Poi andò in salotto, accese il televisore e saltò da un programma all'altro. Continuava a pensare a Josh, e pur sapendo che era sano e salvo di sopra, fu assalito di nuovo da un brivido di paura, e da un senso di fallimento. Stava facendo del suo meglio e nessuno amava i figli più di lui, eppure forse questo non bastava. Più tardi andò in cucina e prese una birra dal frigorifero. Se la portò in salotto e la sorseggiò lentamente. I ricordi della giornata gli affollavano la mente. Ripensò a Kristen e al modo in cui si era aggrappata a Katie, nascondendo il viso nel suo collo. L'ultima volta che l'aveva vista fare così, si disse, era stato quando Carly era ancora viva. 4. Aprile lasciò il posto a maggio mentre le giornate si susseguivano tranquille. Il ristorante si faceva sempre più affollato e la mazzetta di banconote nel barattolo del caffè a casa di Katie diventava ogni giorno più spessa e rassicurante. Ora poteva andarsene da lì, in caso di necessità. Per la prima volta da molti anni riusciva a mettere da parte qualcosa dopo aver pagato l'affitto e le bollette. Non molto, ma abbastanza da sentirsi libera e leggera. Un venerdì andò da Anna Jean, un negozio di abbigliamento di seconda mano. Trascorse lì quasi l'intera mattina, e alla fine comprò due paia di scarpe, due pantaloni, dei calzoncini, tre magliette e alcune camicette; tutti capi di marca che sembravano quasi nuovi. Stentava a credere che ci fossero donne con un guardaroba così fornito da poter scartare vestiti del genere. Al suo rientro, la vicina stava appendendo una campana a vento. Non avevano parlato molto dal loro primo incontro. Il lavoro di Jo, qualunque cosa fosse, la teneva molto impegnata e Katie copriva tutti i turni che poteva. Quando tornava la notte vedeva che le luci a casa di Jo erano ancora accese; il weekend precedente, invece, la donna era andata via. «Ehi, quanto tempo», disse la ragazza salutandola con un cenno della mano. Fece

17 tintinnare la campana prima di attraversare il cortile. Katie salì in veranda e posò il sacchetto. «Dove sei stata?» «Sai com'è. Si fa tardi, ci si alza presto, si corre di qua e di là. Vivo quasi costantemente con l'impressione di essere tirata da tutte le parti.» Indicò le sedie a dondolo. «Mi permetti? Devo riposarmi un attimo. È tutta la mattina che pulisco e ho appena appeso quell'oggettino. Mi piace il suono che fa.» «Accomodati pure.» Jo si mise a sedere e cominciò a ruotare le spalle per sciogliere la tensione. «Vedo che hai preso un po' di sole», osservò. «Sei andata al mare?» «No.» Spinse di lato il sacchetto per far spazio ai piedi. «In queste settimane ho coperto qualche turno extra di giorno e ho servito sulla terrazza.» «Sole, acqua... che cos'altro vuoi? Lavorare da Ivan deve essere una specie di vacanza.» Katie rise. «Non proprio. E tu che mi racconti?» «Niente sole e niente mare per me. Volevo venire da te stamattina per mendicare una tazza di caffè, ma eri già uscita.» «Sono andata a fare shopping.» «Lo vedo. Hai scovato qualcosa di bello?» «Credo di sì», confessò Katie. «Allora forza, fammi vedere che cosa hai comprato.» «Ti interessa davvero?» Jo rise. «Abito in una casetta in fondo a una strada sterrata in mezzo al nulla e passo la mattina a lavare armadietti. Ho altre occasioni di divertimento?» Katie tirò fuori un paio di jeans e glieli mostrò. Lei li prese e li rigirò davanti e dietro. «Uau!» esclamò. «Scommetto che li hai trovati da Anna Jean. Mi piace molto quel negozio.» «Come fai a sapere che sono stata lì?» «Perché nessun altro posto da queste parti vende roba così carina. E poi è quasi come nuova.» Li appoggiò sulle ginocchia e passò una mano sulle cuciture delle tasche. «Sono davvero stupendi. Adoro queste impunture!» Lanciò un'occhiata al sacchetto. «Cos'altro hai preso?» Le mostrò gli acquisti uno alla volta, ricevendo un mucchio di complimenti. Quando il sacchetto fu vuoto, Jo sospirò. «Ok, è ufficiale. Sono invidiosa. E scommetto che non è rimasto niente per me, giusto?» Katie la guardò, assalita da un'improvvisa timidezza. «Scusa», disse. «In effetti ho setacciato tutto il negozio.» «Hai fatto bene. Questi vestiti sono fantastici.» «Come vanno i lavori? Hai già iniziato a tinteggiare?» «Non ancora.» «Sei troppo impegnata con il lavoro?» Jo fece una smorfia. «Per essere sincera, dopo aver disfato i bagagli e pulito le stanze da cima a fondo, è come se avessi esaurito le energie. Meno male che ogni tanto posso venire qui da te, dove tutto è così allegro e luminoso.» «Vieni pure quando vuoi.» «Grazie, sei gentile. Però il malvagio Benson mi porterà dei barattoli di vernice, domani. Il che spiega perché ho bisogno di distrarmi. Mi angoscia già l'idea di trascorrere l'intero weekend coperta di schizzi.» «Non è poi tanto male. Si fa in fretta.» «Vedi queste mani?» chiese Jo sollevandole. «Sono fatte per accarezzare bellissimi uomini e portare unghie smaltate e anelli di diamanti. È un peccato sciuparle impugnando rulli e grossi pennelli.» Katie ridacchiò. «Vuoi che ti aiuti?» «No, non preoccuparti per me. Sono bravissima a rimandare, sai, ma quando mi ci metto riesco a cavarmela da sola.» Delle starne si levarono in volo dagli alberi, muovendosi con un ritmo quasi musicale. Le assi della veranda scricchiolavano leggermente sotto il peso delle sedie a dondolo. «Posso sapere che lavoro fai?» domandò Katie. «Sono una consulente psicologa.» «Nelle scuole?» «No», rispose Jo. «Io mi occupo di elaborazione del lutto.» «Oh», fece Katie. E dopo una pausa, aggiunse: «Spiegati meglio».

18 «In pratica, fornisco un supporto psicologico alla gente che soffre per la morte di una persona cara.» Si fermò, e riprese con voce più morbida: «Di fronte al dolore ognuno reagisce a modo suo, e sta a me trovare la chiave per aiutare i miei pazienti ad accettare l'accaduto, come si dice. In realtà odio tale espressione, dato che si tratta di un processo lungo e penoso, ma è più o meno quello il mio obiettivo. Perché alla fine, per quanto sia difficile, l'accettazione della perdita è l'unica cosa che ci permette di andare avanti. Anche se a volte...» Tacque. Grattò via con l'unghia un pezzo di vernice dalla sedia a dondolo. «A volte, saltano fuori questioni di altro genere, ed è di questo che mi sto occupando ultimamente. Ci sono persone che hanno bisogno di sostegno per superare certi traumi emotivi.» «Deve essere un lavoro che dà soddisfazione.» «Infatti. Comunque è sempre una sfida.» Si girò verso Katie. «E tu?» «Lo sai che faccio la cameriera da Ivan.» «Però non mi hai raccontato nulla di te.» «Non c'è molto da dire», ribatté Katie intenzionata a cambiare argomento. «Non ci credo. Ognuno ha la sua storia. Per esempio, che cosa ti ha spinta veramente a trasferirti a Southport?» «Te l'ho già spiegato. Volevo un posto dove poter ricominciare.» Jo la fissò negli occhi, come se volesse leggerle dentro, mentre valutava la risposta. «D'accordo», replicò alla fine in tono leggero. «Ho afferrato il messaggio. Non sono affari miei.» «Non intendevo questo...» «Invece sì, anche se l'hai fatto in modo carino. E io rispetto la tua volontà, perché hai ragione: la cosa non mi riguarda. Ma sappi che, se mi dici che volevi cominciare da capo, come psicologa non posso fare a meno di chiedermi perché tu abbia sentito questa necessità. E, soprattutto, che cosa ti sia lasciata alle spalle.» Katie si irrigidì. Avvertendo il suo disagio, Jo proseguì in tono gentile: «Senti, lascia perdere. Però se un giorno avessi voglia di confidarti con qualcuno, puoi sempre rivolgerti a me. Sono brava ad ascoltare. E che tu ci creda o no, a volte sfogarsi aiuta». «E se non potessi parlarne?» replicò Katie in un involontario sussurro. «Qual è il problema? Dimentica che sono una psicologa. Siamo semplicemente amiche, e tra amiche si chiacchiera di tutto e di niente. Per esempio, potresti incominciare da dove sei nata e da cosa ti piaceva fare da bambina.» «Perché, sono cose importanti?» «No, ed è proprio questo il punto. Così non sei obbligata a dirmi quello che non vuoi.» Katie rifletté su quelle parole prima di lanciarle un'occhiata diffidente. «Sei forte nel tuo lavoro, eh?» «Ci provo», riconobbe Jo. Intrecciò le dita in grembo. «D'accordo. Sono nata ad Altoona, in Pennsylvania.» Jo si appoggiò alla spalliera della sedia. «E com'è?» «E una di quelle vecchie cittadine sorte lungo la ferrovia», rispose Katie. «Piena di gente onesta, grandi lavoratori che cercano solo di migliorare il proprio tenore di vita. E aveva un certo fascino, soprattutto in autunno, quando le foglie cambiano colore. Un tempo pensavo che non ci fosse un posto più bello al mondo.» Abbassò gli occhi, persa nei ricordi. «Avevo un'amica, Emily, e il nostro principale divertimento era andare ad appoggiare le monetine sui binari. Dopo il passaggio del treno ci mettevamo a cercarle, e restavamo sempre meravigliate di come fossero diventate completamente lisce. A volte erano ancora calde. Ricordo che un giorno mi sono quasi scottata le dita. Se ripenso alla mia infanzia, mi tornano in mente piccoli piaceri del genere.» Katie alzò gli occhi per guardarla, ma Jo sorrise in silenzio, aspettando che lei continuasse.

19 «Ho frequentato le scuole lì. Fino al diploma, e poi, non so... probabilmente mi ero stancata... di tutto quanto, sai? La vita di provincia, ogni weekend uguale all'altro. Sempre le stesse persone alle stesse feste, gli stessi ragazzi che bevevano birra a bordo dei loro pickup. Volevo qualcosa di più, ma il college non faceva per me, così sono finita ad Atlantic City. Ho lavorato in quella città per qualche anno, dopo di che ho girato un po', e ora eccomi qui.» «In un'altra cittadina di provincia.» Katie fece una smorfia. «Qui è diverso. Mi sento...» Vedendo che si era interrotta, Jo finì la frase per lei: «Al sicuro?» Katie la fissò sbigottita e Jo replicò: «Non era difficile da immaginare. Tu hai detto che volevi ricominciare, e quale posto migliore per farlo, se non questo? Dove non succede mai niente». Fece una pausa. «Be', non è proprio vero. Ho sentito che c'è stato un po' di trambusto un paio di settimane fa, quando tu eri all'emporio.» «Te l'hanno riferito?» «La città è piccola, e si viene sempre a sapere tutto. Raccontami com'è andata.» «Che spavento... Un attimo prima parlavo con Alex e quando ho alzato la testa verso il monitor, lui deve aver notato la mia espressione, perché subito dopo è scappato fuori. Ha attraversato il negozio in un lampo, poi anche Kristen ha guardato lo schermo ed è scoppiata a piangere. Io l'ho presa in braccio e sono uscita per seguire il suo papà. Prima che arrivassimo al molo, Alex aveva già riportato a riva Josh. È andato tutto bene.» «Per fortuna», annuì Jo. «Che ne pensi di Kristen? Non è una bambina dolcissima?» «Mi chiama Miss Katie.» «È adorabile», disse portandosi le ginocchia al petto. «Comunque non mi sorprende che andiate d'accordo. Né che si sia affidata a te in un momento di paura.» «Perché dici così?» «È molto sensibile. Sa che tu hai buon cuore.» Katie assunse un'aria scettica. «Forse era semplicemente spaventata per il fratello e, una volta uscito il padre, io ero l'unica persona vicina a lei.» «Non sottovalutarti. Come ho già detto, è molto sensibile», la incalzò Jo. «E Alex? Si è ripreso dopo l'incidente?» «Era ancora un po' scosso, ma sembrava di sì.» «Avete avuto occasione di parlare spesso da allora?» Katie non si sbilanciò. «È sempre molto gentile con me quando vado all'emporio, e mi tiene da parte quello che mi occorre. Tutto qui.» «Ci sa fare con i clienti», disse Jo con aria convinta. «Parli come se lo conoscessi bene.» L'altra si dondolò per un po'. «In effetti, penso di conoscerlo.» Katie aspettò che proseguisse, ma Jo rimase in silenzio. «Ne vuoi parlare?» le domandò allora con aria innocente. «Sai, a volte aiuta, soprattutto con un'amica.» Gli occhi di Jo si illuminarono. «Ho sempre sospettato che tu sia molto più in gamba di quanto vuoi far credere. Stai usando le mie stesse parole. Dovresti vergognarti.» Katie sorrise senza dire niente, come aveva visto fare all'altra. E sorprendentemente lo stratagemma funzionò. «Non sono sicura di poterti raccontare tutto», cominciò Jo. «Ma questo posso dirtelo: è una brava persona. Il genere d'uomo su cui puoi contare, che fa sempre la cosa giusta. Lo si vede da come ama i figli.» Katie strinse le labbra per un istante. «Vi siete mai frequentati?» Jo scelse con cura le parole. «Sì, ma forse non nel modo che pensi tu. E comunque voglio precisare: è successo tempo fa e poi ognuno è andato per la sua strada.» Katie non sapeva bene come interpretare quella risposta, ma non voleva insistere. «Qual è la sua storia? Immagino sia divorziato, giusto?» «Dovresti chiederlo a lui.» «Io? Perché dovrei farlo?» «Perché lo hai chiesto a me», rispose alzando un sopracciglio. «Il che ovviamente significa che quell'uomo ti interessa.» «Non è vero.» «Allora perché fare domande su di lui?» Katie si accigliò. «Per essere un'amica, sei un

20 po' sfacciata.» Jo si strinse nelle spalle. «Mi limito a dire alle persone quello che già sanno ma hanno paura di ammettere con se stesse.» Katie ci pensò un istante. «A questo punto ritiro ufficialmente la mia offerta di aiutarti a tinteggiare casa.» «L'hai fatto spontaneamente.» «È vero, però ora ho cambiato idea.» Jo scoppiò a ridere. «Ehi, hai degli impegni stasera?» «Tra poco inizia il mio turno al ristorante. Anzi, dovrei già prepararmi.» «E domani sera? Lavori?» «No, ho il weekend libero.» «Che ne dici allora se vengo qui con una bottiglia di vino? Sicuramente avrò bisogno di bere qualcosa e non voglio passare più tempo del necessario a respirare i vapori della pittura. Ti va l'idea?» «D'accordo.» «Bene.» Jo appoggiò i piedi a terra e si alzò dalla sedia. «È deciso.» 5. All'alba di sabato il cielo era azzurro, ma ben presto si coprì di nuvole spesse e plumbee, sospinte da raffiche di vento. La temperatura si abbassò bruscamente e Katie dovette indossare una felpa prima di uscire di casa. L'emporio distava all'inarca tre chilometri, il che equivaleva a una mezz'ora a piedi, e lei doveva sbrigarsi, se non voleva farsi sorprendere dal temporale. Quando raggiunse la statale, sentì rimbombare il primo tuono. Accelerò il passo, avanzando nell'aria umida che odorava di salsedine. Un camion le sfrecciò accanto, e Katie si spostò sul ciglio sabbioso. Sopra di lei si librava un falco coda rossa, sfidando la forza del vento. Mentre procedeva con andatura sostenuta, ripensò alla sua conversazione con Jo. Era evidente che quella donna si sbagliava, considerò. Lei voleva solo fare quattro chiacchiere innocenti, mentre l'altra aveva frainteso le sue parole su Alex. Certo, il tipo sembrava proprio una brava persona e, come sosteneva Jo, Kristen era una bambina dolcissima, ma lui non le interessava. Non lo conosceva neppure. Da quando Josh era caduto nel fiume, non si erano praticamente più visti, e l'ultima cosa che lei desiderava era una relazione di qualsiasi genere. Allora perché aveva l'impressione che Jo cercasse di metterli insieme? Comunque non aveva importanza. Era contenta che Jo venisse da lei quella sera. Due amiche che si trovavano davanti a un buon bicchiere... Niente di speciale. Molte altre donne lo facevano in continuazione. Si accigliò. D'accordo, non in continuazione, forse, ma la maggior parte di loro probabilmente sapeva di poterlo fare, se voleva, ed era proprio questa la differenza tra lei e le altre. Da quanto tempo non viveva più una vita normale? Da quando era bambina. Dall'epoca in cui metteva le monetine sui binari. In realtà non era stata sincera fino in fondo con Jo. Non le aveva detto che spesso si recava alla ferrovia per sfuggire alle grida dei genitori che litigavano, alle loro voci biascicate. E che una volta, a dodici anni, era finita in mezzo a quel fuoco incrociato ed era stata colpita da una palla di vetro con la neve finta che il padre aveva lanciato contro sua madre. Quella ferita alla testa aveva sanguinato per ore, ma nessuno dei due si era preoccupato di portarla all'ospedale. Non aveva raccontato a Jo che il padre diventava cattivo quando beveva, e che lei non invitava mai nessuno, neppure Emily; e nemmeno che non era andata al college perché i suoi genitori lo consideravano uno spreco di soldi e di tempo. O che l'avevano buttata fuori di casa a calci il giorno stesso del diploma. Forse prima o poi si sarebbe confidata con Jo. Oppure no. Che cosa c'era di strano se

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