CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE

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1 CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE PRESSO IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA *** RASSEGNA STAMPA 14 aprile 2008 Titoli dei quotidiani Avvocati Il Sole 24 Ore Il Sole 24 Ore Il Sole 24 Ore Italia Oggi Avvocati, l esame resta un incubo Meglio puntare su numero chiuso e preselezione Se il negozio giuridico diventa una libreria specializzata L'avvocato escluso dall'antiriciclaggio Professioni Il Sole 24 Ore Il Sole 24 Ore Italia Oggi Italia Oggi Italia Oggi Italia Oggi Italia Oggi L accesso all Albo spacca in due i professionisti L eterno dilemma della concorrenza Nuovi indicatori, effetto sorpresa L'intervallo di confidenza Scelta favorevole per ogni indicatore Controlli fiscali puntati sulle pmi I contributi a percentuale non sono oneri deducibili Giustizia Il Sole 24 Ore Nei tribunali la scommessa dell efficenza

2 GIURISPRUDENZA Il Sole 24 Ore Il Sole 24 Ore Italia Oggi Italia Oggi Licenziabile dopo il rinvio a giudizio La confisca segue l acquisto Professioni emergenti disciplinate con legge statale Videopoker, c'è azzardo solo se si dimostra il lucro

3 *** Avvocati Antiriciclaggio Italia Oggi (12/04/08) pag. 34 L'avvocato escluso dall'antiriciclaggio Avvocati fuori dall'antiriciclaggio. Almeno in Francia. Il Consiglio di Stato francese, con una sentenza resa lo scorso 10 aprile, ha delimitato il campo di applicazione della II direttiva antiriciclaggio nella attività professionale forense stabilendo che la consulenza giuridica resta soggetta al segreto professionale. La giurisprudenza francese si è così inserita nel solco interpretativo già tracciato dalla Corte di giustizia delle comunità europee e dalla Corte costituzionale belga, che già avevano avuto modo di esprimersi su questa controversa questione. Il Conseil d'etat ha stabilito che la direttiva 2001/97/Ce può essere ritenuta compatibile con i principi fondamentali come il diritto alla difesa e alla riservatezza delle comunicazioni solo ove le informazioni ricevute o ottenute da un avvocato «siano escluse dal campo degli obblighi di informazione e di operazione con le autorità pubbliche con la sola riserva dei casi in cui il consulente legale prenda parte alle attività di riciclaggio di capitali o la consulenza legale sia fornita a fini di riciclaggio o l'avvocato sappia che il suo cliente intenda ottenere la consulenza ai fini del riciclaggio di denaro sporco». In secondo luogo, i principi generali dell'ordinamento, in particolare il diritto alla segretezza delle comunicazioni fra avvocato e cliente, prevalgono sulla normativa antiriciclaggio, limitandone l'applicazione agli avvocati nei casi tassativamente elencati. Sulla base di queste considerazioni e con specifico riferimento alla normativa nazionale di attuazione della direttiva comunitaria, il giudice amministrativo ha statuito che essa è invalida nella misura in cui consente all'autorità di sorveglianza di porre direttamente domande ai professionisti legali prescindendo dalla essenziale funzione di filtro svolta dagli ordini professionali; e che il Codice monetario e finanziario è invalido nella misura in cui impone agli avvocati un ruolo di vigilanza nella loro attività professionale, senza prevedere condizioni a salvaguardia del segreto professionale. Per il presidente del Cnf Guido Alpa «conforta constatare come sul tema si vada ormai consolidando un dialogo tra i vari giudici europei che per primi si sono occupati della vicenda e che potrà costituire un valido criterio interpretativo ove anche in Italia i giudici fossero chiamati a pronunciarsi».

4 Giovanni Negri, Il Sole 24 Ore pag. 5 Avvocati, l esame resta un incubo Esame professionale Esame forense senza pace. Mentre circa il 35% dei candidati supera in media la selezione già è in discussione una nuova riforma. Perché quella voluta nel 2003 dall allora ministro della Giustizia Roberto Castelli ha già bisogno di ben più di una semplice manutenzione. Nata con l obiettivo di cancellare la possibilità dei casi Catanzaro, dove le modalità di svolgimento delle prove, con la quasi totalità dei compiti scritti in fotocopia, nella sessione del 1997 interessarono anche la magistratura, non ha eliminato uno dei mali cronici: l enorme disparità tra sede e sede nella percentuale tra i promossi, ma soprattutto in quella degli ammessi agli orali. E nella correzione degli scritti infatti che viene oggi effettuata la prima e più dura scrematura dei candidati. E allora, se in base ai dati parziali disponibili relativi alla sessione del 2006 (ancora in corso almeno per quanto riguarda la completa conclusione degli orali), le differenze saltano agli occhi. Se la commissione di Bolzano ha infatti ammesso agli esami solo il 19% dei candidati, a Trieste il 28%, i commissari di Catanzaro si segnalano ancora tra i più morbidi con una percentuale di ammessi dell 83%, ma a Cagliari è dell 81,7%, a Napoli del 70%, a L Aquila del 74%. Differenze che, sia pure con percentuali diverse, emergono anche nel 2005, l ultima sessione definitivamente conclusa. Una prima considerazione è che la riforma Castelli abbia sgomberato il campo da molti sospetti si pratiche clientelari tra componenti delle commissioni e candidati. A essere cancellata, infatti, almeno per la correzione degli elaborati, la comune appartenenza allo stesso distretto di Corte d appello. Adesso, attraverso il meccanismo degli abbinamenti tra sedi diverse, i compiti degli aspiranti legali di un distretto vengono corretti dalla commissione di un altro distretto. Si resta invece in sede per lo svolgimento degli orali. Quello che la riforma non ha eliminato è l elevatissimo numero di candidati: nella sessione 2005 furono in a presentarsi e nel 2006 il numero è ancora cresciuto attestandosi a quota Una situazione esplosiva anche a fronte di valutazioni comunque severe. Con tassi di promozione attuale, ai circa 200mila avvocati iscritti attualmente all albo, in 10 anni se ne aggiungerebbero quasi 150mila. Per questo l opportunità di un nuovo intervento, a 5 anni dall ultimo, assume i connotati di necessità. Tenuto conto, tra l altro, che i numeri attuali producono anche difficoltà organizzative, costi elevati di svolgimento, tempi lunghi per la correzione dei temi, l impegno di circa 1800 commissari, una almeno discutibile valutazione del merito. E per questo che il ministero della Giustizia e il Consiglio nazionale forense avevano da qualche mese avviato un tavolo di confronto per individuare i possibili punti di svolta. Un confronto bloccato dalla fine anticipata della legislatura, ma che ripartirà con il nuovo Governo. Perché se i problemi sono evidenti, anche le soluzioni non sono infinite. A partire da una dalla necessità di una preselezione che filtri a monte gli aspiranti professionisti. A delinearsi era un test di ammissione all esame basato su quesiti a risposta breve, con domande di diritto civile e penale alle quali dare una risposta da contenere entro righe. La valutazione della preparazione sarebbe più efficace. Una simulazione del ministero della Giustizia calcolava in 30 giorni i tempi per valutare circa 50mila elaborati con una commissione di 300 esperti. In questo modo, prevedeva il modello, calcolando il tasso di ammessi del 20%, alle prove scritte si presenterebbero non più di 10mila candidati. I tempi di correzione dei relativi 30mila temi non sarebbero superiori, per 300 commissari, a otto mesi. Tendenzialmente la preselezione e gli scritti dovrebbero svolgersi in quattro sedi distrettuali individuate di volta in volta dal ministero della Giustizia.

5 Ma a essere investite del cambiamento potrebbero essere anche gli orali. Oggi il candidato ha libertà di scegliere nel proporre 5 materie, con il vincolo dell inserimento di almeno una processuale, ma la tendenza diffusa è quella del dirottamento su materie minori, limitando le chance di valutazione della preparazione. In prospettiva, l orale potrebbe svolgersi attraverso la trattazione di brevi questioni su sette materie base. Per porre un freno ala possibilità di tentare l esame di abilitazione (oggi non c è limite) il certificato di compiuta pratica potrebbe avere una durata di quattro anni, con possibilità di proroga per tre anni. Si potrebbero così svolgere sette tentativi in tutto. Un ultima modifica riguarderebbe ancora il turismo concorsuale, prevedendo che la domanda per l iscrizione nel registro speciale praticanti deve essere rivolta al Consiglio dell Ordine nella cui circoscrizione il richiedente risiede da almeno due anni. Andrea Maria Candidi, Giovanni Parente,Il Sole 24 Ore pag. 5 Se il negozio giuridico diventa una libreria specializzata Se la prova scritta è il vero filtro per consentire ala matricola di indossare la toga di avvocato in tribunale, ci si aspetta che all orale il candidato porti un bagaglio di conoscenze di tutto rispetto. E in parte ciò è dimostrato dal tasso di promossi tra quelli che hanno superato l esame scritto (in media l 80%, con punte fino al 100%). Tra il dire e il fare ci sono però di mezzo figuracce inenarrabili davanti a commissari sbigottiti. Un esempio? Il negozio giuridico. Di fronte alla richiesta di spiegazione circa il significato della locuzione, il giovane candidato, con estrema tranquillità, spiega che si tratta della più vicina libreria specializzata in tomi giuridici. Per non parlare della cambiale che smaterializza come un ostacolo insormontabile rischiando la scena muta, anche se da un laureato in legge un vago ricordo è giusto pretenderlo. Nel giudizio degli elaborati l errore grammaticale assume un peso specifico rilevante. Basta commetterne uno, grossolano, per dover ritentare al giro successivo anche perché, a differenza di altre categorie, il candidato porta con sé i codici commentati, una ciambella di salvataggio di tutto rispetto. Non è, però, solo questione di proprietà di linguaggio giuridico. La preoccupazione più rande per i commissari, è che a una soluzione corretta di un problema non sempre corrisponda un argomentazione compiuta ed organica. E che lo svolgimento sia in qualche circostanza simile a un collage di pezzi raccatati qui e lì dai codici. Ovviamente non si può generalizzare. L esperienza insegna che ci sono praticanti con una preparazione di tutto rispetto. Così come ci sono candidati in procinto di acquisire un doppio passaporto e che di lì a poco si accingono ad affrontare altre prove, come, ad esempio, quella per l accesso in magistratura. Tanto nella vita gli esami non finiscono mai.

6 Giovanni Negri, Il Sole 24 Ore pag. 5 L intervista Meglio puntare su numero chiuso e preselezione Cambiare l esame è ormai una necessità. Parola di Guido Alpa, 60 anni, presidente del Consiglio nazionale forense. Che svela un particolare significativo: Quando iniziammo il confronto con il ministero della Giustizia per arrivare a una ridefinizione condivisa delle regole, pensammo anche di tornare a una disciplina che è stata in vigore fino al 1941 quando venne sospesa per ragioni belliche: il numero chiuso. E perché venne abbandonato? Al ministero prevalse il timore di andare incontro a censure severe da pare della Commissione europea che avrebbe potuto contestare la limitazione della concorrenza. Si trattava di introdurre, o meglio reintrodurre, un sistema che contingentava il numero dei legali con l introduzione di parametri collegati alla popolazione, al numero di chi effettivamente svolge la professione, ai deceduti o comunque cancellati dall Albo. Un sistema che però non suona inedito per l Europa. Non direi proprio. Tanto è vero che in Inghilterra i barrister sono in numero assai limitato e la Commissione non ha mai contestato nulla. E vero che c è stata un apertura ai solicitor, in precedenza confinati al settore, per esempio, della consulenza, del patrocinio in giudizio, ma sono ancora i barrister di fatto ad andare davanti all autorità giudiziaria. Una cosa però è certa: la riforma Castelli, aprovata per ridurre le disparità di trattamento da una sede all altra, ha mancato l obiettivo. I dati dello stesso Cnf testimoniano di differenze comunque marcate. Perché? Il progetto approvato solo pochi anni fa aveva il merito di affrontare una situazione che ormai era difficilmente sostenibile. In molti ricordano il caso Catanzaro di cui si è occupata anche la magistratura. Di fatto però aver scelto di far viaggiare i compiti da una sede d esame all altra, attraverso il meccanismo degli abbinamenti, non ha dato i risultati sperati. Un certo margine di scostamento è naturalmente comprensibile. Qui però si tratta di disparità che sono difficilmente giustificabili. Da dove è possibile ripartire e quali soluzioni avere individuato? Da tempo avevamo in corso una trattativa con il ministero. Un trattativa che già aveva dato alcuni frutti individuando alcuni punti sui quali era possibile intervenire. Credo che con il prossimo governo dovremo per forza ripartire da lì. In concreto, per quanto riguarda gli scritti, il progetto che si stava delineando prevedeva la cancellazione del sistema attuale con le correzioni incrociate, a favore dell istituzione di alcune maxicommissioni articolate su base locale e per area geografica. Una per il Nord Est, per esempio; una per il nord Ovest; una per il Centro e altre per Meridione e Isole. Impossibile pensare a una sola commissione nazionale che avrebbe cancellato alla radice le differenze? Non è impossibile. Ci sono maxiconcorsi che prevedono appunto un solo soggetto chiamato alla valutazione. Direi piuttosto impraticabile: da parte del mistero è stato fatto notare che il costo sarebbe stato troppo elevato. E spuntata anche la proposta di introdurre una forma di selezione anticipata. Sì. Penso che una prova preselettiva sarebbe opportuna, Permetterebbe d dimezzare il numero di candidati e le commissioni potrebbero valutare con più attenzione gli elaborati di chi poi sarebbe ammesso alle prove scritte. Prove scritte per le quali dovrebbe essere eliminata la possibilità di portare un Codice commentato: in questo modo il candidato conosce in gran parte la soluzione da dare ai temi e soprattutto vengono svolte prove fotocopia. Sulle materie penso che sia poi opportuno l introduzione del diritto comunitario, magari al posto di quello ecclesiastico.

7 Non c è però anche un problema di formazione? E l esame di abilitazione non potrebbe diventare una selezione di secondo grado come quella introdotta dal nuovo ordinamento giudiziario? Non lo so. Di sicuro si potrebbe limitare l accesso alla facoltà di giurisprudenza solo a chi poi intende effettivamente svolgere la professione forense o quella di magistrato o notaio. I classici operatori di giustizia insomma. Come pure si potrebbe pensare di fare accedere all esame solo chi ha partecipato a una scuola di formazione, ma su questo punto ci incagliammo già con la commissione Siliquini.

8 Professioni Esame di Stato Francesca Barbiero, Il Sole 24 Ore pag. 4 L accesso all Albo spacca in due i professionisti Gli esami di abilitazione sono una pura formalità per medici e veterinari ma non per tante altre categorie. Nella sessione 2006, mese di novembre, per gli esami di Stato per architetti, su candidati solo 179 hanno superato la prova. La percentuale dei bocciati superò il 90%. Ed è il caso non solo degli architetti. I dottori commercialisti hanno meno di una possibilità su due di passare l esame di Stato e la percentuale con gli anni è in diminuzione. Tra gli atenei dove il tasso di bocciatura è più elevato, Arcacavata in Calabria, Lecce e L Aquila. A Milano, è più facile passare l esame in Bicocca che in Bocconi e, soprattutto, in Cattolica dove nel 2006 su 99 candidati soltanto 33 sono stati promossi. Ma come funzionano gli esami di Stato? Per quanto riguarda avvocati e notai la gestione è a carico del ministero della Giustizia, mentre per i consulenti del lavoro è il dicastero del Lavoro. Per tutte le professioni per le quali non è prevista la laurea (periti agrari, periti industriali, geometri) l operatività è del ministero dell istruzione. L unica professione che ha mano libera sull accesso al proprio albo sono i giornalisti per i quali è il Consiglio dell ordine a fissare le modalità. Per tutte le altre professioni per le quali è prevista una laurea (triennale o quadriennale che sia) è il ministero dell Università a bandire due volte l anno i concorsi per gli esami. La prossima data è fissata per giovedì 26 giugno, quando, tutte le categorie, dai biologi ai farmacisti, in possesso di laurea quinquennale, affronteranno la prova e una settimana dopo, il 3 luglio, sarà la volta dei candidati in possesso di laurea triennale. Sono poi gli ordini locali a inviare le terne dei commissari per tutte le categorie previste, mentre i presidenti delle commissioni di norma sono docenti universitari. Nelle commissioni, oltre ai cattedratici e liberi professionisti, sono previste altre qualifiche affini alla materia d esame come per esempio, consulenti tecnici per gli ingegneri, dirigenti degli uffici tributari per i dottori commercialisti, dipendenti delle Asl per biologi. Tutte le figure vengono designante dall ordine mentre per quelle di penitenza del ministero dell Università la designazione avviene a sorte. I laureati possono iscriversi in qualsiasi parte d Italia lo desiderino, non c è dunque vincolo con la continuità né sull ateneo dove si è preso il titolo accademico né sul luogo del tirocinio. Discorso a parte per i medici che non sono chiamati al duplice appuntamento del 26 giugno e del 3 luglio. I laureati in medicina di fatto sono sottoposti a due prove. La prima è un tirocinio di tre mesi di cui uno presso cliniche universitarie e ospedali, un mese di chirurgia e un mese di presidio medico di base. Chi supera la prima prova, deve affrontare un quiz a carattere nazionale in data unica. Queste a grandi linee le regole. Ma allora come mai per alcune professioni l esame di ammissione all albo è più selettivo e faticoso di quanto sia stato il percorso di laurea? Può accadere che il gap tra preparazione accademica e pratica sia enorme e all esame vengano richieste competenze che sono fuori dal curriculum universitario. Quindi si può ipotizzare che i candidati arrivino poco preparati. Negli altri casi il dubbio è che chi è dentro non abbia proprio alcuna voglia di fare spazio a chi è fuori.

9 Mauro Mazza, Il Sole 24 Ore pag. 4 L Analisi L eterno dilemma della concorrenza Inevitabilmente, anche il Parlamento che si sta formando con i voti di queste ore finirà per mettere in agenda, la riforma delle professioni- E, grosso modo, tornerà sui nodi di sempre: tariffe, formazione permanente, categorie sanz Albo e altrettanto inevitabilmente l accesso. Sarà il solito rituale di audizioni, con la rassegna di posizioni note e inconciliabilità conclamate? Speriamo di no, temiamo di si. I dati che presentiamo in queste pagine, a proposito degli esami di Stato confermano quanto il Sole 24 Ore segnala da decenni sulle crepe de sistema. Ci sono categorie con accesso in volata post laurea (che in diversi casi metteranno poi la tessera in un cassetto, come dimostrano le contribuzioni alle Casse) e ci sono quelli che si sottopongono ad esami capestro, con valori tali da ingegnare il sospetto di un numero programmato dall alto ma non dichiarato. Poco di nuovo vien da dire. Già nel 2007, chiudendo l indagine conoscitiva sugli Ordini professionali, l Antitrust consigliò più imparzialità nella composizione delle commissioni esaminatrici. L Autorità avvertiva che nella formazione della Commissione il carattere esclusivamente tecnico del giudizio doveva essere salvaguardato da ogni rischio di deviazione verso interessi di parte o comunque diversi da quelli propri dell esame. In tal senso non può essere riservato agli Ordini un ruolo determinante nella fase di accertamento del possesso dei requisiti del candidato. Sono passati quasi undici anni dall indagine, le professioni sono cambiate (molto, in alcuni casi, con impegni veri sulla formazione permanente, fusioni storiche di albi confinati, debutti di titoli di studio non previsti nel secolo scorso), ma i timori per gli accessi troppo governati sono rimasti intatti. La dicotomia tra un vaglio all origine alla qualità e una selezione lasciata successivamente al mercato è rimasta malinconicamente identica. Eppure su alcuni esami (come quello degli avvocati) sono intervenuti gli stessi ministeri della Giustizia, per garantire modalità più trasparenti. Eppure i giudici amministrativi hanno dovuto sciogliere in numeri conflitti di retroguardia tra non ammessi e commissioni. Eppure le normative e le decisioni europee finiscono per avere sempre più peso e rilevanza rispetto alle abitudini nazionali. Verrebbe da condividere l appello di Guido Alpa, presidente degli avvocati: chiudiamo il numero. E selezioniamo ancora di più. Ovvero, abbattiamo la finzione di una valutazione lasciata a mezzo tra ragioni della professione e ragioni della concorrenza. Tanto la concorrenza arriva sempre: più il mondo si fa piccolo, più categorie che potevano sentirsi invulnerabili vengono incalzate da colleghi stranieri. Sarebbe il Parlamento a dover dire da quale parte preferisce stare, con il numero chiuso o l offerta puntata sulla qualità o con un più aggressivo crescete e moltiplicatevi, anche oltre frontiera. Ma il dilemma, da decenni, resta lì.

10 Maurizio Tozzi, Italia Oggi pag. 10 Nuovi indicatori, effetto sorpresa Studi di settore Nuovi indicatori, da valutare l'impatto probatorio. Possibile l'evidenziazione di fattori di marginalità o di cattivo funzionamento dell'indicatore. Sotto osservazione le conseguenze del posizionamento spontaneo nell'intervallo di confidenza ai fini accertativi e per il test delle società di comodo. In attesa di apprezzare appieno i nuovi indicatori di normalità economica che fanno il loro esordio negli studi evoluti, può iniziarsi a fare qualche considerazione sulla portata probatoria degli stessi. I nuovi indicatori, sono stati individuati nella generalità dei casi (salvo poi specifiche precisazioni) in tre indicatori per i titolari di reddito d'impresa, vale a dire «l'incidenza dei costi di disponibilità dei beni strumentali mobili rispetto al valore storico degli stessi», «la durata delle scorte» e «l'incidenza dei costi residuali di gestione sui ricavi», e nell'indicatore «rendimento orario» per i titolari di reddito professionale. Soprattutto i primi due indicatori citati (costi dei BS e durata delle scorte), sono molto simili agli indicatori creati lo scorso anno e peraltro ancora esistenti negli studi non evoluti. In riferimento ai «vecchi» indicatori, ben note sono state le vicende interpretative e legislative che hanno condotto ad un progressivo «sgonfiamento» della loro portata probatoria, fino a culminare nella interpretazione fornita dalla Finanziaria del 2008 (comma 252) e nelle conseguenti precisazioni della circolare numero 5 del 2008 secondo cui, in estrema sintesi, eventuali accertamenti fondati solo sugli scostamenti valutati dagli indicatori devono essere sempre supportati da ulteriori elementi di prova. Lo studio di settore, nato sulla base di una concertazione con le rappresentanze di categoria, è sottoposto al continuo monitoraggio degli osservatori provinciali, nonché alla supervisione della commissione degli esperti. Ma è la fase di concertazione a rappresentare il cuore e l'essenza degli studi di settore, come nel passato è stato peraltro sempre ribadito dall'agenzia delle entrate, secondo cui la «persuasività» delle motivazioni degli atti di accertamento basati sugli studi di settore è determinata proprio dal giudizio «positivo» espresso dalle organizzazioni di categoria e professionali. Ora la storia si ripete. I nuovi indicatori, come emerge anche dalle relazioni delle riunioni degli esperti consultabili sul sito della Sose e soprattutto da alcuni pareri delle categorie interessate, sono il frutto delle elaborazioni statistiche da parte dell'amministrazione finanziaria, con una serie di variabili e di coefficienti assolutamente non originate dal confronto con le medesime categorie, né tantomeno oggetto di giudizio «positivo». Sarà pur vero che i nuovi indicatori sono ulteriormente «tarati» in funzione della nuova territorialità e dei diversi cluster di appartenenza, ma è altrettanto vero che sono sconosciuti, in quanto non frutto di concertazione, i metodi e le valutazioni utilizzate per giungere a definire i valori «soglia» di ogni indicatore (in rapporto all'area e al cluster), nonché i coefficienti utilizzati in alcuni casi per la determinazione dei maggiori ricavi da attribuire in presenza di «incoerenza» dell'indicatore. Peraltro, il meccanismo sembra essere lo stesso dei «vecchi» indicatori, essendo fondato sulle seguenti fasi: 1individuazione degli indicatori di normalità economica; 2.determinazione dei valori dei predetti indicatori ritenuti normali nel settore/area/cluster di appartenenza del contribuente; 3.calcolo degli indicatori risultanti dalla dichiarazione del contribuente; 4.confronto tra indicatori dichiarati e quelli normali del settore/area/cluster; 5.conversione in maggiori ricavi/compensi del differenziale tra il dato dichiarato e quello ritenuto normale; tant'è che soprattutto in riferimento agli indicatori riferiti ai costi dei beni strumentali e alla durata delle scorte possono sin da ora richiamarsi le precisazioni di prassi dello scorso anno. In sostanza, la legittima perplessità è che

11 come nel recente passato, una volta applicati gli studi di settore e scoperto, magari, il «rilevante» peso in termini di adeguamento dei nuovi indicatori, vi sia nuovamente «una levata di scudi», con relativo rincorrersi di chiarimenti e provvedimenti finalizzati a contenerne l'impatto (e forse un «transito» per un tavolo di concertazione ampio sarebbe stato sicuramente preferibile).

12 Italia Oggi pag. 10 L'intervallo di confidenza Un problema particolare in sede di adeguamento si pone in riferimento al cosiddetto «intervallo di confidenza». La circolare n. 5 del 2008 contiene una importante presa di posizione in riferimento al posizionamento spontaneo del contribuente all'interno del cosiddetto intervallo di confidenza. Deve anzitutto evidenziarsi che lo studio di settore, come peraltro sottolineato nella circolare n. 110/E del 1999, rappresenta una stima dell'ammontare dei ricavi o compensi conseguiti ritenuta rappresentativa al 99,99% per i valori contenuti in detto intervallo, racchiuso in un valore minimo e uno massimo, rispetto al quale in sede di adeguamento il software gerico ha sempre segnalato: il valore minimo come adeguamento minimo ammissibile; il valore medio (ossia compreso tra il minimo e il massimo dell'intervallo), come valore puntuale di riferimento, cui solitamente si è riferito l'adeguamento per raggiungere la congruità. L'equivoco principale ha sempre riguardato i soggetti già naturalmente collocati all'interno dell'intervallo di confidenza, che pertanto avevano registrato ricavi o compensi ritenuti al 99,99% attendibili rispetto alla stima dello studio di settore e la cui principale domanda riguardava la necessità o meno di un adeguamento al valore puntuale di riferimento. La circolare n. 5 del 2008 in estrema sintesi afferma che: continuano ad avere validità le circolari n. 110/E del 21 maggio 1999 e n. 148/E del 5 luglio 1999, secondo cui tale adeguamento origina comunque un ricavo o compenso «possibile», ferma restando la facoltà dell'ufficio di chiedere al contribuente di giustificare per quali motivi avesse ritenuto di adeguarsi a un livello di ricavi o compenso inferiore a quello di riferimento puntuale; tenuto conto delle probabilità di attendibilità del risultato, i contribuenti devono «considerarsi generalmente in linea con le risultanze degli studi di settore, in quanto si ritiene che i valori rientranti all'interno del predetto intervallo hanno un'elevata probabilità statistica di costituire il ricavo/compenso fondatamente attribuibile ad un soggetto esercente un'attività avente le caratteristiche previste dallo studio di settore». Dal che discende, chiude l'agenzia delle entrate, che l'attività di accertamento sulla base degli studi di settore deve essere prioritariamente rivolta nei confronti di quei contribuenti non congrui che, «sulla base delle risultanze della contabilità», hanno dichiarato un ammontare di ricavi o compensi inferiori al ricavo o compenso minimo di riferimento. Orbene, se questa è la tesi dell'amministrazione finanziaria, è opportuno riflettere sulle conseguenze dell'adeguamento a seconda che si tratti di studi evoluti o meno. L'agenzia afferma che il posizionamento all'interno dell'intervallo consente di considerare il contribuente «generalmente in linea», ma non congruo a tutti gli effetti. Dal che discende, in prima battuta, che: per gli studi evoluti, essere spontaneamente nell'intervallo di confidenza permette di evitare, in linea di massima, accertamenti; per gli studi non evoluti, bisogna considerare qual è il valore d'adeguamento. Infatti, nei casi in cui è maggiore il valore minimo ammissibile rispetto alla sola analisi della congruità, necessariamente il posizionarsi all'interno dell'intervallo di confidenza attribuisce la «congruità» agli studi di settore. Se invece è maggiore il risultato della sola analisi di congruità, per l'adeguamento il soggetto deve raggiungere tale valore. In sostanza, se la congruità attribuisce un valore di 18 e il minimo ammissibile sulla base dei vecchi indicatori è pari a 12, per adeguarsi il contribuente deve raggiungere 18. Si ritiene, però, che se vi è un posizionamento spontaneo ad un valore compreso tra 12 e 18, essendo all'interno dell'intervallo di confidenza, il contribuente è «in linea» con gli studi di settore e ottiene i vantaggi previsti dalla circolare n. 5 del Il punto, però, è che il soggetto in entrambi i casi suesposti non è formalmente congruo. Questo aspetto deve essere valutato su due fronti:

13 il primo riguarda il test di operatività per le società di comodo. Infatti, è prevista una nuova causa di esclusione che riguarda le società congrue e coerenti, ma il valore di congruità è quello richiesto dal software (ossia il puntuale di riferimento per gli studi evoluti e il maggior valore tra minimo ammissibile e «sola» congruità per i non evoluti). Essere all'interno dell'intervallo di confidenza, seppur consente di evitare l'accertamento, obbliga l'effettuazione il test di operatività; il secondo riguarda l'inibizione dagli accertamenti prevista dall'art. 10, comma 4-bis, della legge n. 146 del 1998, ai sensi del quale, nei confronti dei soggetti adeguati agli studi di settore considerando anche gli indicatori di normalità economica, non possono trovare applicazione gli accertamenti di tipo induttivo, salvo che l'accertamento non superi il 40% dei ricavi o compensi dichiarati e comunque 50 mila euro. Anche in tal caso, l'intervallo di confidenza non consente di avvalersi della disposizione. Pertanto, coloro che intendono ottenere i predetti vantaggi faranno bene a valutare l'eventuale adeguamento, probabilmente di importo contenuto, pur se ai sensi della circolare n. 5 del 2008 potrebbero dormire sonni tranquilli essendo spontaneamente collocati all'interno dell'intervallo di confidenza.

14 Italia Oggi pag. 11 Scelta favorevole per ogni indicatore I nuovi indicatori ricalcano sostanzialmente i vecchi, differenziandosi per essere «tarati» in misura diversa in rapporto alle realtà territoriali e ai singoli cluster. Da questo presupposto, è fondamentale dunque rivedere i chiarimenti contenuti nelle circolari nn. 31, 38 e 41 dello scorso anno per poter cogliere alcuni interessanti aspetti sul piano dell'utilizzo ai fini accertativi. Anzitutto va rammentato che essendo gli studi evoluti frutto di revisioni e rappresentando un aggiornamento e affinamento in grado di cogliere più puntualmente tutte le situazioni particolari per le quali si sono determinati risultati non aderenti alle effettive condizioni di esercizio dell'attività, in sede di futuro contraddittorio con i soggetti che sono risultati non congrui agli studi relativi all'anno 2006 gli uffici finanziari sono tenuti (circ. 38 del 2007, punto 2.2) a considerare non soltanto gli elementi specifici giustificatori che i contribuenti saranno in grado di dimostrare, ma anche i risultati derivanti dalla applicazione degli studi revisionati e, ove più favorevoli al contribuente, utilizzarli in luogo di quelli del Ciò per esempio può accadere per l'indicatore di incidenza dei costi dei beni strumentali mobili o per la durata delle scorte: se i relativi indicatori degli studi evoluti dovessero condurre a un valore di adeguamento in termini di maggiori ricavi (pari a 20 mila euro) inferiore a quello derivante dallo studio 2006 (pari per esempio a 35 mila euro), sarà il valore di 20 mila euro a dover essere preso in considerazione. In merito, si ritiene che: la scelta dei valori più favorevoli deve essere effettuata per ogni singolo indicatore, prescindendo dal valore complessivo di adeguamento; il ricalcolo degli indicatori, sulla base delle giustificazioni del contribuente, deve essere fatto anche in riferimento agli studi revisionati. Pertanto se i nuovi indicatori sono di base più favorevoli, verranno applicati e poi ulteriormente rettificati sulla base di quanto osservato dal contribuenti; anche se si usano gli indicatori evoluti per il 2006, resta ferma la valenza di presunzione semplice. Deve farsi, peraltro, un'osservazione in ordine all'indicatore riferito alla produttività per addetto: già nelle interpretazioni dello scorso anno era stata evidenziata qualche perplessità di funzionamento, tant'è che tale indicatore non è stato riproposto nel Da ciò deriva che se il mancato adeguamento per il 2006 è strettamente connesso all'incidenza della produttività per addetto potrà aversi un'arma in più in sede difensiva, proprio sostenendo la tesi che stesso l'amministrazione finanziaria ha preferito accantonare l'utilizzo dell'indicatore. Gli studi evoluti, inoltre, potrebbero essere utilizzati per gli accertamenti riguardanti periodi d'imposta precedenti al 2006, così come per gli studi divenuti definitivi a decorrere dall'anno 2007 rispetto ad anni precedenti al 2006 sottoposti a periodo di sperimentalità o monitoraggio. In tali casi, oltre a essere opportuno, in sede di contraddittorio, l'utilizzo delle risultanze dello studio evoluto, ai fini dell'accertamento, ricorrendo allo studio definitivo, bisognerà porre attenzione solo al risultato derivante dalla «congruità» dello studio evoluto o definitivo, senza considerare l'impatto degli indicatori. In pratica: per gli studi evoluti, in sede di contraddittorio eventuali scostamenti dalla congruità registrati nel passato potranno essere giustificati sulla base del minor valore di congruità del nuovo studio, al netto degli eventuali maggiori ricavi richiesti dai nuovi indicatori di coerenza economica; per gli studi definitivi, gli stessi potranno essere utilizzati ai fini dell'accertamento nei confronti dei soggetti non congrui agli studi sperimentali o monitorati, sempre al netto dell'importo di adeguamento richiesto dai nuovi indicatori. Per quanto concerne, invece, l'ammontare di adeguamento, già si è avuto modo di dire che gli studi evoluti risentono a pieno dei nuovi indicatori. Ciò implica, stante le precisazioni della citata circolare n. 5 del 2008, che non avremo più due differenti «livelli» di presunzioni semplici, ma l'intero risultato potrà essere utilizzato in egual modo ai fini dell'accertamento. Più in particolare, pur essendo esclusi utilizzi indiscriminati,

15 nell'eventuale accertamento l'onere di fornire ulteriore materiale probatorio non è predefinito, ma dipende dall'apporto di elementi particolari da parte del contribuente in sede di contraddittorio. In sostanza, se in sede di contraddittorio dovessero emergere elementi tali da inficiare la validità dei risultati dello studio di settore, allora sarà compito dell'agenzia delle entrate ricercare ulteriore materiale probatorio. Se, viceversa, il contribuente non sarà in grado di produrre valide scusanti agli scostamenti registrati, pur se riferiti ai nuovi indicatori, l'agenzia delle entrate procederà ad accertamento senza ricercare ulteriori elementi. Infine, una riflessione in merito al versamento della maggiorazione del 3% in sede di adeguamento in dichiarazione, che scatta nell'ipotesi in cui l'applicazione degli studi di settore conduce ad un valore puntuale di riferimento superiore del 10% dei ricavi o compensi contabilizzati. Se è confermato l'assunto della circolare n. 31 del 2007, l'introduzione di nuovi indicatori di normalità economica per gli studi evoluti dovrebbe assimilarsi a una «revisione» degli studi medesimi, poiché comporta un nuovo meccanismo di stima dei ricavi o compensi presunti rispetto a quello in precedenza previsto. Dal che dovrebbe discendere una diversità di funzionamento della maggiorazione del 3% a seconda dell'adeguamento richiesto da Gerico in quanto dovrebbe: non applicarsi nel caso di adeguamento dovuto ai nuovi indicatori; applicarsi comunque con riguardo ai soggetti nei cui confronti non vengono determinati maggiori ricavi o compensi per effetto degli indicatori di normalità economica, ovviamente a condizione che l'ammontare dei ricavi o compensi stimati da Gerico per la congruità risulti superiore al 10% dei ricavi o compensi annotati nelle scritture contabili.

16 Fisco Cristina Bartelli, Sergio Mazzei, Italia Oggi(12/04/08) pag. 33 Controlli fiscali puntati sulle pmi Lotta all'evasione, osservati speciali i professionisti e le piccole imprese. Il piano di controlli per il triennio , definito in attuazione dell'art. 1, comma 345, della legge n. 244 del 2007, prevede l'esecuzione, nell'anno 2008, di almeno accertamenti. Di questi almeno 95 mila dovranno essere di iniziativa degli uffici nei confronti dei soggetti esercenti attività d'impresa nonché arti e professioni. Il trend sarà di continua crescita nel corso del triennio. Gli accertamenti d'iniziativa degli uffici locali passeranno, infatti, dai 77 mila effettuati nel 2007 ai 150 mila nel 2010, con un incremento annuo compreso tra il 25 e il 26,5%, portando a regime la loro incidenza sul totale degli accertamenti dal 22% del 2007 al 30% nel Per contro, sarà leggermente più contenuto l'impegno per il controllo formale, mentre sarà mantenuta costante l'attività relativa agli accessi brevi. Grande attenzione, dal punto di vista dell'assistenza, alla nuova categoria dei contribuenti minimi che si stima saranno in 700 mila. Sono questi i punti cruciali della convenzione stipulata tra Agenzia delle entrate e Ministero dell'economia e delle finanze per il triennio La rimodulazione del piano: Il piano dei controlli per il prossimo triennio si sviluppa su due linee d'azione: aumento delle attività e dei funzionari addetti. Evidentemente i due principi sono strettamente correlati dato che sul piano fattuale verranno preferite le verifiche sul territorio ad ogni altro mezzo istruttorio e che contemporaneamente rimarranno invariati il numero dei controlli formali e automatizzati svolti presso gli uffici. Al risultato si dovrebbe arrivare attraverso una importante campagna di assunzioni di laureati con un'età inferiore ai 32 anni, che tra l'altro è in avanzata fase di esecuzione. Tutto prende le mosse dal comma 345 dell'art. 1 alla Finanziaria 2008 che ha riconosciuto all'amministrazione finanziaria una rilevante capacità di spesa, 27,8 milioni di euro per l'anno 2008, di 60,8 milioni di euro per l'anno 2009 e di 110,1 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2010, per assunzioni di personale, anche di qualifica dirigenziale Analisi e ricerca: Tra le attività di prevenzione e contrasto alle frodi Iva, viene confermata anche per il 2008 l'attività di intelligence diretta ad individuare quei soggetti che da una parte richiedono una nuova partita Iva e dall'altra presentano elevati indici di pericolosità fiscale. Per l'individuazione, tra le partite Iva di nuova attivazione, delle posizioni dei soggetti che presentano anomalie ed indizi tali da ritenere utile un accesso presso la sede dell'attività, viene utilizzata un'applicazione informatica di analisi del rischio. Con riferimento al settore auto rappresenteranno oggetto di controlli gli eventuali mutamenti nei comportamenti fraudolenti, conseguenti all'entrata in vigore delle modalità di versamento dell'iva attraverso delega di pagamento F24 con tanto di targa del veicolo. Soggetti di rilevante interesse fiscale. Nella casistica dei soggetti interessati non rientrano come negli anni passati solo le entità economiche con un cospicuo volume di affari, ricavi o compensi, ma anche più genericamente tutti i soggetti di particolare interesse fiscale quali capogruppo, banche, assicurazioni ecc. Nell'attività in questione rientrano, inoltre, i controlli svolti nei confronti di soggetti aderenti all'istituto del consolidato nazionale. In particolare, in attesa degli obiettivi che saranno fissati nella convenzione, la programmazione considererà un numero minimo di soggetti da controllare pari a 1.226, di cui almeno 496 con verifica. Quanto ai controlli sui soggetti che hanno optato per il cosiddetto consolidato nazionale si prevede un numero di interventi non inferiore a 912.

17 I servizi al contribuente: Nell'immediato non si può ignorare l'impatto che deriverà dall'introduzione del sistema dei «contribuenti minimi» (contribuenti potenzialmente interessati 700 mila), dalle difficoltà di compilazione del modello Unico 2008 (a causa delle numerose novità introdotte dai provvedimenti legislativi), nonché dalle criticità derivanti dalla richiesta degli istituti previdenziali di compilazione del modello attestante le detrazioni d'imposta spettante ai propri iscritti. Tali circostanze lasciano ragionevolmente presumere che il numero dei contribuenti che accederanno agli uffici sarà nel corso del 2008 leggermente in aumento nonostante le misure adottate in linea generale. Benito Fuoco, Italia Oggi (12/04/08) pag. 39 I contributi a percentuale non sono oneri deducibili Il contributo integrativo a percentuale che il professionista applica sul totale dei compensi e versa alla cassa di previdenza non è un onere deducibile; l'ufficio tuttavia per recuperare il maggior tributo deve notificare un avviso di accertamento adeguatamente motivato e non può liquidare l'imposta a norma dell'articolo 36 bis del dpr 600/73. Sono le motivazioni che si ricavano dall'esame congiunto di due sentenze: la prima, la n. 5/4/08 depositata in segreteria il 13 marzo scorso dalla sezione quarta della Commissione tributaria regionale del Lazio riguarda l'indetraibilità del contributo a percentuale; l'altro principio, che tuttavia impone la necessità all'ufficio di notificare un accertamento motivato, è stato espresso nella sentenza n /2007 dalla sezione tributaria della Cassazione. I giudici regionali capitolini, riformando completamente la decisione dei colleghi della Commissione provinciale di Roma, hanno definitivamente stabilito che la cartella di pagamento notificata per recuperare i contributi a percentuale del 2% (oggi 4%) versati da un avvocato alla cassa di previdenza, è legittima; questo perché i contributi a percentuale versati dal professionista non sono ricomprendibili tra gli oneri deducibili indicati nell'articolo 10 del decreto del presidente della repubblica 917/86. «Per maggior chiarezza», osservano i giudici capitolini, «si deve evidenziare la differenza esistente tra il contributo soggettivo e quello integrativo, laddove il primo è calcolato in misura percentuale sul reddito netto professionale dichiarato ai fini Irpef, mentre il secondo è costituito dalla misura del 2% (oggi 4%), da applicare su tutti i corrispettivi rientranti nel volume d'affari Iva dichiarato». Proprio questa differenza tra reddito netto e volume d'affari ai fini Iva da cui scaturisce la base di calcolo tra i due contributi, ne determina la diversità; infatti, prosegue il collegio, l'articolo 10 del decreto del presidente della repubblica 917/86 cita espressamente «che gli oneri deducibili possono essere sottratti al reddito complessivo rilevante ai fini Irpef prima del calcolo dell'imposta», mentre la maggiorazione del 2% e/o del 4% viene riferita al volume d'affari Iva, che non è altro che una maggiorazione percentuale calcolata sui compensi professionali e che non è assimilabile ad un contributo soggettivo previdenziale previsto tra gli oneri da dedurre ex articolo 10. Nel caso specifico, conclude la commissione, l'indeducibilità del contributo integrativo deriva dal combinato disposto dell'articolo 10 del decreto del presidente della repubblica 917/86 con l'articolo 11 della legge 576/80 istitutiva del contributo integrativo. Trattando un caso analogo a quello esaminato dai giudici regionali, La Cassazione nella sentenza n /2007 ha stabilito che quando la rettifica della dichiarazione e la conseguente pretesa impositiva sono fondati sull'interpretazione della norma, nel caso specifico dell'articolo 10 del decreto del presidente della repubblica n. 917/86 (oneri deducibili dal reddito) e dell'articolo 11 della legge n. 576/80 (istitutiva del contributo integrativo) è necessario che l'amministrazione finanziaria provveda a eseguire un accertamento compiutamente motivato.

18 Lionello Mancini, Il Sole 24 Ore pag. 7 Giustizia Nei tribunali la scommessa dell efficienza La pattuglia di testa, formata dalle Procure dell Aquila e di Pescara, è gia partita: la prima verifica per metà settembre. E in quel periodo, almeno altri 18 uffici giudiziari sparsi in 15 Regioni avranno ottenuto dai Fondi europei il denaro per attuare i piani di miglioramento già pronti e promossi dagli esperti di Via Arenula. E se le Regioni decideranno di destinare ulteriori fondi europei ( di cui dispongono fino al 2013), altri 18 uffici in Italia potranno mettersi in moto per trasformarsi in Procure e Tribunali dotati di un organizzazione del lavoro rifatta con criteri di efficienza, di un bilancio sociale, una carta dei servizi, un sito web chiaro e facilmente fruibile. Le dimensioni del meccanismo avviato da un ostinata pattuglia di manager pubblici è presto detto: soltanto i primi 20 progetti richiederanno l impegno di circa 1400 magistrati e 5mila amministrativi, dislocati in Uffici giudiziari il cui bacino complessivo d utenza è formato da oltre 15 milioni di cittadini. Il progetto messo in moto da Via Arenula Fondo sociale europeo. Diffusione di best practies presso gli Uffici giudiziari italiani ha portato a uno sforzo premiato dal numero di progetti elaborati dagli Uffici, dalla convalida dell impianto in sede europea e dall impegno formale assunto da 16 Regioni a indire appalti necessari. Di soldi in ballo non ce ne sono molti. La Regione Abruzzo, la prima a muoversi, con il suo Progetto Procure ha destinato 218mila euro per Pescara e 170 mila per l Aquila: 388mila euro in tutto prelevati dai fondi europei. A Bolzano, nel 2004, il Procuratore Tarfusser ottenne dal Fondo sociale europeo (fse) circa 20mila euro per rendere più efficiente il proprio ufficio e, dopo tre anni, all evidenza dei risultati raggiunti ( efficienza, riduzione delle spese, bilancio sociale etc), il ministero della Giustizia ha cominciato ad accarezzare l idea di replicare l esperienza di Bolzano. Martedì 22 aprile ultima riunione con gli estensori dei progetti e il 30 aprile si andrà alla firma delle convenzioni ministero-regioni. Dopodichè, partiranno i bandi per costruire una Giustizia di qualità.

19 Italia Oggi(12/4/2008) pag. 33 GIURISPRUDENZA Corte Costituzionale Professioni emergenti disciplinate con legge statale La regione non ha voce in capitolo sulle professioni emergenti né in campo bio-naturale né in nessun'altro: infatti solo una legge dello Stato può tracciare il percorso formativo e le regole del titolo abilitante. Lo ha stabilito la Corte costituzionale che, con la sentenza n. 93 di ieri ha bocciato alcune norme della legge Piemonte n. 32 del 2006 che avevano individuato le discipline bio-naturali del benessere nelle pratiche naturali e tecniche naturali, non sanitarie, e avevano definito il percorso formativo degli addetti ai lavori. La decisione della Consulta si incardina perfettamente in un filone già inaugurato che sottrae al potere legislativo regionale la facoltà di individuare nuove figure professionali, con i relativi titoli abilitanti. Insomma, per dirla con le parole dei giudici, non è nei poteri delle regioni dar vita a nuove figure professionali, non rilevando, a tal fine, che esse rientrino o meno nell'ambito sanitario. Cassazione Andrea Maria Candidi, Il Sole 24 Ore pag. 37 La confisca segue l acquisto Mentre si attende di conoscere le motivazioni sulla vicenda Impregilio, che ruotano attorno alla definizione di profitto del reato ai fini del sequestro preventivo, le Sezioni penali unite della Cassazione pubblicano la sentenza 10280/08 che si occupa di un caso analogo. Questa volta, in una fattispecie di concussione, i giudici optano per una interpretazione estensiva della nozioni di profitto, che comprende anche la trasformazone che il denaro illecitamente conseguito subisca per effetto del suo investimento, quando queste siano collegabili casualmente al reato stesso e al profitto immediato conseguito e siano attribuibili all autore del reato che quelle trasformazioni abbia voluto. Nel caso Impregilio una scarna informazione provvisoria aveva messo in live la questione della portata del sequestro nei confronti non di una persona fisica, ma di una società: il vantaggio economico di diretta e immediata derivazione casuale del reato, che va determinato tenendo conto dell utilità eventualmente conseguita in concreto dall imputato. Nel caso esaminato oggi, invece, le Sezioni unite hanno confermato il sequestro per equivalente di un immobile acquistato dall imputato con il frutto del reato di concussione.

20 Remo Bresciani, Il Sole 24 Ore pag. 36 Licenziabile dopo il rinvio a giudizio Basta la richiesta di rinvio a giudizio per legittimare il procedimento disciplinare e, quindi, il licenziamento del dipendente incolpato di gravi negligenze. Quando infatti, la vicenda è portata la vaglio del giudice penale il datore di lavoro si può attivare non appena l esito delle indagini preliminari effettuate dagli inquirenti gli faccia ritenere ragionevolmente sussistente l illecito disciplinare, senza attendere la conclusione del processo penale. Sono queste le conclusioni della Cassazione con la sentenza 7983/2008. Marilisa Bombi, Italia Oggi(12/04/08) pag. 36 Videopoker, c'è azzardo solo se si dimostra il lucro L'installazione in un pubblico esercizio di apparecchi da gioco che simulano il poker, anche se è vietata espressamente dal testo unico di pubblica sicurezza, non presuppone il reato di gioco d'azzardo. È quanto ha deciso la Cassazione penale, sezione terza, con la sentenza n del 5 marzo 2008, che ha annullato il provvedimento dell'11 maggio 2007 con il quale, invece, la Corte d'appello di Ancona aveva condannato il titolare di un bar e il distributore dei giochi, per i reati di cui agli articoli 718 e 719 del codice penale. Assolti in primo grado dal tribunale di Urbino per insussistenza dei fatti, la decisione sfavorevole era intervenuta a seguito dell' impugnazione del procuratore della repubblica del tribunale marchigiano che aveva chiesto venisse affermata la responsabilità penale degli imputati, perché a seguito di alcune modifiche introdotte nel 2002 al testo unico di pubblica sicurezza del 1931, l'articolo 110 del Tulps oggi prevede l'espresso divieto di installare apparecchi che riproducano il gioco del poker. Secondo il procuratore i videopoker erano da ritenersi sempre vietati in quanto assolutamente aleatori e il fine di lucro sarebbe insito nel sistema di gioco con essi attuabile. Non ha condiviso questa interpretazione la Cassazione penale che si è rifatta a una giurisprudenza consolidata la quale ritiene che il fine di lucro, elemento essenziale del reato previsto dagli articoli 718 e 719 del codice penale, «non può essere desunto solo dal fatto che i videogiochi in questione riproducessero il gioco del poker, in quanto esso deve essere valutato considerando anche l'entità della posta, la durata delle partite, la possibile ripetizione di queste e il tipo dei premi erogabili, in denaro o in natura». Nel caso in esame, secondo la Corte di cassazione, gli unici elementi accertati in sede di merito erano che le apparecchiature in sequestro riproducevano il gioco del poker, si attivavano con l'introduzione di monete da 50 centesimi e consentivano vincite, non in denaro, costituite dalla possibile ripetizione della partita fino a dieci volte e dal raddoppio della vincita. Questi elementi, si legge nella sentenza, «non sono sufficienti per ritenere provato il fine di lucro e, dunque, la decisione impugnata deve essere annullata con rinvio, nel capo relativo al reato di che trattasi». Spetta, quindi, ora alla Corte di appello di Perugia esaminare la questione nel merito ed emettere un nuovo giudizio.

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