Sarcofago etrusco (520 a.c.) RICERCA DI. Arena Francesco, Capestro Emanuele, Ferraro Luigi, La Para Matteo, Rossi Alessandro, Tedeschi Leonardo.

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1 Sarcofago etrusco (520 a.c.) RICERCA DI Arena Francesco, Capestro Emanuele, Ferraro Luigi, La Para Matteo, Rossi Alessandro, Tedeschi Leonardo. 1

2 INDICE..Dalle Origini pag. 3 - Introduzione pag. 3 - Età Arcaica pag. 4 - Età Classica pag. 4 - Età Ellenistica pag. 5 - Etruria Padana MISA pag. 7 - Etruschi a Marzabotto pag. 8 - Montovolo Montagna Sacra pag. 9 - Necropoli di Misa pag I Sepolcreti pag Città di Misa pag Resti della Città pag Storia degli Scavi pag L Acquedotto SPINA pag Etruschi a Spina pag. 17 Necropoli di Spina pag Architettura Funeraria pag Le Sepolture pag Gli Scavi A spasso per Misa pag. 20 La Città pag Il Sepolcreto Est pag L Acropoli 2

3 Le origini degli etruschi rimangono oscure; già nell'antichità esistevano varie ipotesi in merito: lo storico greco Erodoto asseriva che provenissero dalla Lidia, regione dell'asia Minore occidentale. Questa ipotesi venne accolta in seguito sia da Livio sia da Polibio; Dionigi di Alicarnasso, invece, sosteneva che gli etruschi fossero una popolazione indigena dell'italia. La ricerca archeologica ha gettato nuova luce sulla più antica storia etrusca: è oggi opinione comune che i primi insediamenti etruschi ebbero luogo nelle basse e paludose regioni costiere della Toscana. I primi insediamenti stabili Vetulonia e Tarquinia datano dalla fine del IX secolo a.c. I ritrovamenti relativi a questa fase sono caratterizzati da nuovi tipi di camere funerarie, che si distinguono nettamente dalle precedenti tipologie tombali e che contengono corredi funerari molto ricchi, comprendenti oggetti in ambra, argento, oro e gemme provenienti dall'egitto e dall'asia Minore. La particolare combinazione di originalità e imitazione nell'arte etrusca e i caratteri peculiari della loro religione hanno fatto pensare che questo popolo fosse originario di qualche regione del Mediterraneo orientale, posta tra la Siria e l'ellesponto. INTRODUZIONE La produzione artistica etrusca manca sostanzialmente di unitarietà: non presenta caratteri costanti né nello spazio, né nel tempo, e neppure nella qualità degli esiti raggiunti. Una possibile spiegazione di tale fenomeno appare individuabile nella condizione sociale degli artisti e degli artigiani i quali, asserviti alle classi aristocratiche dominanti, videro ostacolata quella stabilità nella trasmissione di tecniche e stilemi necessaria per istituire scuole locali o botteghe, e quindi per il costituirsi di una solida tradizione artistica. Tuttavia, tale discontinuità si associò a una costante richiesta, da parte della committenza, di prodotti artistici dotati di peculiarità ben determinate, che condusse allo sviluppo di laboratori locali specializzati; la destinazione principale della produzione artistica fu sempre il culto, caratterizzato da una rigida cerimonialità. L ETA ARCAICA (VII-VI SECOLO A.C.) Nel corso del periodo arcaico furono in particolare le ricche città dell'etruria meridionale Tarquinia, Cerveteri, Veio quelle che svilupparono una propria tradizione figurativa, creando scuole locali specializzate in diversi tipi di manufatti. Notevoli esiti in ambito architettonico, nella lavorazione dei metalli (oreficerie, argenterie, bronzi smaltati e fusi) e nella produzione ceramica si 3

4 registrano soprattutto a Cerveteri. Straordinari esempi di pittura monumentale funeraria, realizzata con la tecnica dell'affresco, si trovano nelle tombe di Tarquinia; da Veio si diffusero le ceramiche dei pittori etrusco-corinzi, oltre a pregevoli candelabri, specchi e statuette in bronzo. A Veio si colloca l'attività della scuola di scultura cui è legato il nome dell'unico artista etrusco a noi noto, quel Vulca che lavorò, secondo le fonti antiche, per il tempio Capitolino di Roma e al quale sono attribuite le sculture del tempio di Apollo Veiente (Museo nazionale di Villa Giulia, Roma). Chiusi, infine, registra il fiorire dell'attività di artigiani specializzati nella decorazione dei cosiddetti canopi (urne cinerarie a testa umana) e di un tipo di piccole urne che si diffusero in seguito nell'etruria settentrionale (a Volterra, Perugia, Fiesole). Lo splendore dell arte in questa fase della storia etrusca costituisce il riflesso della ricchezza e del prestigio internazionale raggiunti dalle locali aristocrazie: la loro adesione ai principi della cultura greca si manifestò, oltre che nella produzione artistica, anche nell'adozione di costumi (il banchetto, la caccia, l'esaltazione delle tradizioni gentilizie) e perfino di consuetudini religiose (culto degli avi, celebrazione di giochi funebri) di matrice ellenica. Il linguaggio figurativo dei diversi centri dell'etruria venne profondamente segnato dall'attività di artisti e artigiani che dal mondo greco si stabilirono permanentemente nelle ricche città etrusche: dapprima, nel VII secolo a.c., legati alle colonie greche d'occidente e al mondo orientale siro-fenicio e cipriota, e in seguito, nel corso del VI secolo a.c., portatori di quella cultura ionica che si venne imponendo a livello internazionale come il linguaggio figurativo comune del Mediterraneo arcaico. L ETA CLASSICA (V SECOLO A.C.) Agli inizi del V secolo a.c. la società etrusca visse una profonda crisi politica, sottolineata da difficoltà interne e dalla perdita dell'egemonia sul Tirreno e nell'entroterra laziale: tappe cruciali di questa fase di difficoltà furono la sconfitta navale di Cuma contro i siracusani (474 a.c.), la battaglia di Ariccia (504 a.c.) e la calata dei sabelli (metà del V secolo a.c.). La grande tradizione dell'arte arcaica etrusca entrò definitivamente in crisi: la produzione si ridusse sia nella quantità sia nella qualità, limitandosi a una stanca ripetizione di motivi e di moduli; pressoché assenti furono le ricerche e le novità espresse negli stessi anni in Grecia dallo stile severo e dall'arte classica dell'età di Pericle. Proprio da quest epoca data il progressivo distacco dell arte romana da quella etrusca: la città laziale, liberatasi dai sovrani di stirpe etrusca, vide affermarsi nell arte una progressiva autonomia espressiva, frutto di contatti diretti con il mondo greco. Nacquero a Roma importanti laboratori artistici e artigianali, specializzati nella coroplastica (lavorazione della terracotta) o nella bronzistica. IL IV SECOLO E L ETA ELLENISTICA Agli inizi del IV secolo nelle città-stato dell'etruria un nuovo tipo di aristocrazia, politicamente organizzata con magistrature di tipo repubblicano, avviò una ripresa politica e culturale che, seppure lentamente, ebbe positive ripercussioni anche nell'ambito della produzione figurativa. Ceramisti, pittori e scultori greci tornarono a stabilirsi in Etruria, contribuendo allo sviluppo di nuovi laboratori locali a Cerveteri, Tarquinia, Vulci, e anche nelle città settentrionali: statue cinerarie e urne in ceramica vennero prodotte a Chiusi, urne in alabastro a Volterra, oggetti in travertino a Perugia, mentre in ogni città fiorì una scuola di ceramografi. I modelli a cui si fece riferimento provenivano da Taranto, da Siracusa e dalla Campania, centri di diffusione delle tecniche, dei moduli figurativi e degli 4

5 schemi decorativi della grecità d'occidente. A partire dal III secolo a.c., le gravi sconfitte inferte dal nascente astro di Roma e la progressiva sottomissione ai nuovi padroni del Mediterraneo portarono al declino della potenza etrusca, minacciata inoltre al proprio interno da rivolte di schiavi. Le aristocrazie locali vennero gradatamente integrate all'interno della struttura sociale romana. Quelle che erano state prospere città si ridussero a centri di passiva ricezione di temi e di moduli figurativi ellenistici, in cui marcati fenomeni di conservatorismo si associarono all'isolamento culturale di una committenza ormai marginale, periferica, provocando di fatto la fine di qualsiasi forma autonoma di produzione artistica etrusca. Il Ponte della Badia sul fiume Fiora, nei dintorni di Vulci. Di epoca etrusco-romana (I secolo a.c.), testimonia la perizia ingegneristica dei costruttori: tre arcate a tutto sesto alternate a possenti pilastri alleggeriscono la struttura nello stesso tempo in cui creano un efficace sistema di spinte e constrospinte al quale si deve la longevità della costruzione. ETRURIA PADANA Originariamente gli Etruschi abitarono nei territori della Toscana e del Lazio settentrionale, in quella regione definita Etruria tirrenica sulla base dell'appellativo di Tyrrenoi che gli antichi Greci attribuivano a questa popolazione. Le fonti storiche, greche e latine, ci informano di un' espansione etrusca verso l'italia meridionale, nell' attuale Campania, e verso nord, nella valle del Po, avvenuta fin dai tempi più antichi. Nella pianura padana l' espansione portò alla realizzazione di una confederazione di dodici città, analoga a quella che già esisteva nella madrepatria tirrenica. La fondazione di queste città, numericamente superiori rispetto a quanto è sinora noto sulla base delle testimonianze archeologiche, sarebbe avvenuta secondo alcuni autori ad opera di Ocnus, il fondatore di Perugia, secondo altri ad opera di Tarconte, l'eroe fondatore ed eponimo di Tarquinia. La documentazione archeologica suggerisce di accettare entrambe le tradizioni, attribuendole 5

6 a due diversi momenti di profondo mutamento del quadro politico ed economico dell'etruria padana, dovuto all'arrivo di Etruschi dall'area tirrenica, unito ad un forte contributo apportato dalla popolazione locale. La prima "colonizzazione", riferibile a Tarconte, viene fatta risalire agli inizi dell'età del Ferro (IX sec. a.c.), e ha come finalità il reperimento di nuove terre per lo sfruttamento agricolo; la seconda, riferibile a Ocnus, è databile alla metà del VI secolo, e implica un riassetto di tutta la regione padana allo scopo di incrementare le attività commerciali. A partire dalla fine del IX secolo, il popolamento nella valle del Po, precedentemente organizzato in piccoli nuclei di capanne sparsi per tutto il territorio, si concentra nell'area di Bologna, il principale centro dell'etruria padana, e di Verucchio, fiorente insediamento ubicato nel cuore della Romagna. I due centri, nettamente distinti sul piano topografico, si differenziano anche per i diversi ruoli svolti nell'organizzazione socio economica del territorio. Bologna, grazie a numerose opere di bonifica e canalizzazione, arriva a sfruttare le risorse agricole, destinate agli scambi di tutti i territori circostanti, espandendosi sino al corso del Po verso nord, nelle aree modenesi e reggiane sino alla valle dell'enza a est, sino ai valichi appenninici a sud, e sino alla valle del Mezzano a ovest. Accanto ad attività di sussistenza minori, come la caccia e la pastorizia, fioriscono le produzioni manifatturiere, e in particolar modo il settore metallurgico, con la lavorazione del bronzo e del ferro. La crescente ricchezza economica e lo sviluppo sociale di Bologna, apportano un importante contributo alla sua funzione di mediatrice tra l'etruria tirrenica e l'italia settentrionale. Tale ruolo è documentato dalla diffusione verso il nord Italia di prodotti artigianali tirrenici (bronzi, vino e profumi) che arrivano insieme a impulsi artistici e culturali, tra i quali è fondamentale l'acquisizione dell'alfabeto e della scrittura etrusca, precocemente praticati nel centro padano e rapidamente trasmessi a settentrione. Diverso è il ruolo svolto da Verucchio, posta a controllo della valle del Marecchia e della costa adriatica, meno interessata allo sfruttamento agricolo del territorio rispetto a Bologna e dedita principalmente ad attività commerciali. 6

7 ETRUSCHI a MARZABOTTO Oltre che in area tirrenica (Toscana e Lazio settentrionale) gli Etruschi furono presenti anche nella Valle Padana dove, fin dal {X secolo a.c.. svolsero un'importante ruolo di intermediari tra il Mediterraneo da un lato e l'europa continentale dall'altro e dove realizzarono, per la prima volta nella nostra regione, un sistema di città»: Bologna, l'antica Felsina; Spina, sull'adriatico; aperto ai commerci greci, la città di Spina; a nord del Po, con funzione di testa di ponte verso l'area transalpina, la città di Mantova; sull'appennino, lungo la valle del Reno, che costituiva la via principale di collegamento tra l'etruria tirrenica e l'etruria padana, la città etrusca di Marzabotto. La città etrusca di Marzabotto, fondata ex-novo agli inizi del V secolo su una piana di origine fluviale pressoché privo di strutture preesistenti fu realizzata secondo rigorosi criteri urbanistici, in cui l'estrema regolarità deli'impianto risponde anche a precise esigenze di una razionale organizzazione urbana oltre che di una vera pianificazione. Strade e isolati, tracciati sul terreno in un solo momento, costituivano l'ossatura dell'impianto, all'interno del quale doveva sorgere e svilupparsi la città secondo una previsionalità insediativa molto larga, che non fu mai del tutto saturata. Alcuni isolati infatti, pur essendo regolarmente tracciati nei loro limiti estremi, sono vuoti perché non furono mai utilizzati. All'estremità nord ed est sono collocate le due necropoli; mentre a nord-ovest, in posizione elevata rispetto all'area urbana, è situata l'acropoli con il complesso degli edifici sacri costituiti da templi con i rispettivi altari. AlI'interno dell'area urbana, oltre naturalmente alle case di abitazione, sono documentati impianti artigianali di un certo rilievo come fornaci per la cottura di ceramiche e laterizi destinati al fabbisogno interno; officine per la fusione del bronzo e ateliers per la lavorazione del ferro i cui prodotti erano invece destinati anche all'esportazione. È evidente che la città etrusca di Marzabotto, ancora intatta nelle sue strutture, costituisce un terreno ideale per lo studio dell'urbanistica e dell'architettura etrusca e, più in generale. per lo studio della stona e della vita degli Etruschi. L'area archeologica, dislocata in un bellissimo scenario appenninico, e l'annesso Museo costituiscono infatti uno dei documenti più rilevanti di questa civiltà. Ogni estate si alternano gruppi di studenti e giovani laureati che oltre ad imparare le tecniche dello scavo archeologico sono impegnati nella scoperta di nuovi materiali che vanno ad arricchire il già consistente patrimonio di questa che può legittimamente essere considerata la più importante area archeologica della Regione Emilia Romagna. 7

8 MONTOVOLO Montagna SACRA La Pietra Ovale di Montovolo come simbolo sacro nelle Necropoli Etrusche di Marzabotto. Circa 15 km da Montovolo lungo la strada che conduce a Bologna esistono i resti dell'antica città etrusca di Misa (nel comune di Marzabotto ). La sua scoperta è avvenuta nella seconda metà del 1800 e fino da allora i resti di questa antica città etrusca destarono meraviglia in tutto il mondo (gli scavi e le ricerche continuano tuttora con il contributo anche dell'università di Bologna ). Stupiscono la regolarità della sua pianta ortogonale con strade principali larghe 15 m orientate nord-sud che si incrociano con strade più strette larghe 5 m orientate est-ovest che disponevano anche di marciapiedi. Stupiscono pure la vasta rete di impianti idrici e scarichi fognari e la divisione dei vari quartieri residenziali ed artigianali con particolare riguardo alla lavorazione dei metalli e produzione di ceramiche. Questa città aveva anche i suoi templi nell'acropoli e le sue due Necropoli. La scoperta della città di Misa nella sua totale ampiezza, dava, in parte, concretezza alla leggendaria esistenza di una lega delle dodici città a nord dell'appennino. Se esisteva una dodecapoli doveva esserci anche la sua Montagna Sacra dove i Lucumoni si riunivano per prendere le decisioni più importanti. Le prove sono subito comparse! La prima stranezza che compare davanti ai visitatori delle Necropoli è vedere che sopra diverse tombe vi è una grossa pietra Ovale. Alcune le più belle sono nel Museo Aria! Ovali in marmo ( visibili nel vicino museo e descritte come peculiarità di questa zona dell'etruria anche se alcune sono state trovate nella Necropoli Etrusca di Pisa) con incise motivi molto significativi sono stati ritrovati in tombe monumentali sempre a Marzabotto. Questo fatto ci fa intravedere che probabilmente ogni tomba aveva sopra una pietra Ovale. Oggi nei nostri cimiteri ogni tomba ha sopra il suo simbolo religioso, che per noi è la Croce. Allora il simbolo religioso di quella dodecapoli o solo città era la pietra Ovale. Se è cosi la Montagna Sacra è Montovolo che anche nel nome conserva tuttora il significato di Monte dalla pietra Ovale. Ma questa pietra Ovale, come abbiamo descritto in precedenza, era l'omphalos o simbolo del Centro Oracolare Etrusco che si trovava a Montovolo. 8

9 NECROPOLI di MISA Appena si entra nella Necropoli detta Orientale, sembra di entrare in un nostro cimitero di campagna un poco abbandonato. Infatti c'è un'entrata a cui manca solo il cancello in ferro, che serviva come oggi per isolare la zona dei morti da quella dei vivi. Dall'entrata si notano subito tutte le tombe alcune dette a cassone e molte sepolture in terra (fosse). A queste tombe mancava solo il simbolo della "nostra" Croce ma al posto della Croce c'è una pietra Ovale, il loro simbolo religioso! Le due necropoli della città etrusca di Marzabotto sono situate immediatamente al di fuori delle porte nord e est della città e il loro attuale aspetto appare profondamente mutato rispetto all originario a causa di interventi ottocenteschi. La scelta di adibire queste aree a sepolcreti è dettata da un lato dalla consuetudine di seppellire i morti al di fuori dell abitato, come nella maggior parte delle civiltà antiche, dall altro da una relazione profonda tra le tombe e le strade di accesso alla città. Alla porta nord giungeva infatti la via proveniente da Felsina, mentre dalla porta est aveva inizio il percorso che, attraverso gli Appennini, metteva in collegamento l Etruria padana con quella tirrenica. Questi particolari spazi destinati a necropoli, con le tombe disposte ai due lati delle vie di accesso alla città, rappresentavano certamente un segno di prestigio per la comunità che viveva a Marzabotto nei confronti di chi giungeva in città. I numerosi segnacoli funerari, la cui posizione originaria non è più ricostruibile, costituivano infatti un elemento di monumentalizzazione e stando alle ridotte dimensioni della necropoli dovevano essere comunque ben visibili. Nella necropoli est questo carattere monumentale era ulteriormente enfatizzato dalla presenza di uno spiazzo prospiciente la porta nel quale si trovava un luogo di culto a cui è riferibile il rinvenimento di alcuni bronzetti. Più vaghe sono invece le notizie riguardanti il sepolcreto settentrionale, dove la presenza di una via sepolcrale, certamente esistente, è desumibile esclusivamente dalla disposizione delle tombe in due gruppi ben distinti ai lati di uno spazio centrale libero. La tipologia delle tombe documentata a Marzabotto è abbastanza omogenea. Ad alcune decine di inumazioni, entro fossa rivestita di ciottoli, si contrappone la prevalenza di sepolture ad incinerazione, sia entro pozzetti internamente rivestiti di ciottoli sia, nella maggior parte dei casi, in tombe a cassone costituite da grandi lastre di travertino sormontate da un segnacolo. La tipologia della tomba a cassone richiama l Etruria tirrenica settentrionale, in particolare Populonia, ma è inoltre documentata in un unico caso anche a Bologna. Elemento probabilmente riconducibile all importante ruolo di mediazione svolto da Marzabotto nell ambito dei rapporti tra Felsina 9

10 e l Etruria tirrenica. Ad un più ampio quadro topografico, comunque sempre relativo all Etruria settentrionale e interna (Volterra, Pisa, Orvieto), sono riconducibili i pochi segnacoli particolari della città. Al di sopra delle tombe, tradizionalmente ritenute completamente interrate, erano infatti collocati nella maggior parte dei casi grossi ciottoli di fiume di forma vagamente sferica, accanto ai quali si pongono alcuni esempi di monumenti funerari più ricercati: colonne forse sormontate da una sfera, una stele con defunta eroizzata rappresentata in atto di libare e alcuni cippi a bulbo, di cui uno con scena di giochi funebri, innestati su una base con angoli decorati da protomi di ariete; a questi si aggiungono tre statue frammentarie in marmo di ispirazione o addirittura di produzione greca, fra le quali in particolare una testa di kouros, per cui si è ipotizzata un analoga destinazione funeraria sulla base di un confronto con Bologna, per il quale è certa la provenienza da un contesto sepolcrale. I corredi funerari sono stati smembrati, ma è comunque possibile riconoscere l adesione profonda all ideologia funeraria del banchetto, comune a tutte le città dell Etruria. Vasi importati dalla Grecia (per lo più crateri, kylikes e skyphoi, appunto connessi al consumo del vino) e bronzi pregiati (vasellame e strumenti per la preparazione del vino e il rituale del banchetto) testimoniano una notevole apertura commerciale della città etrusca di Marzabotto e il pieno inserimento nei circuiti più vitali, non solo dal punto di vita economico ma anche sociale e culturale. I SEPOLCRETI A Marzabotto esistono due sepolcreti: uno a Nord e l altro a Est della città. Entrambi comprendevano alcuni principali tipi di tombe: a cassone (lastre di travertino), a fossa (rivestite a ciottoli) e a pozzetto (con cinerario). Per le tombe a cassetto il rito di norma era l incinerazione, come per le tombe a pozzetto; le tombe a fossa raccoglievano gli inumati. Nel sepolcreto Nord esistevano circa 170 tombe, in maggior parte a cassone; ne rimangono solamente 91. Il sepolcreto era tagliato a metà da una strada. Nel sepolcreto Est si trovavano 125 tombe, di cui 62 a cassone, 55 a fossa e 8 a pozzetto. Anche in questo caso erano distribuite ai lati di una strada che tagliava a metà il sepolcreto, e conduceva alla porta Est. Le piante di entrambi i sepolcreti rispecchiano la situazione attuale. Le tombe, interamente infossate nel terreno, erano indicate da segnacoli che sporgevano dal suolo, per la maggior parte dei grossi ciottoli prelevati dal vicino fiume Reno e, talvolta, parzialmente levigati. Alcuni segnacoli erano costituiti però da travertino a forma di colonnetta. Tutti questi segnacoli sono stati datati al pieno V secolo a.c. Le sepolture comprendono solitamente un corredo che riuniva oggetti di tipo diverso: dalle ceramiche 10

11 locali ai grandi vasi greci, dalle suppellettili di bronzo agli oggetti di pasta vitrea, d osso, d ambra, di alabastro e di ricca oreficeria,tutti databili dal VI al IV secolo a.c. Molto importanti sono le ceramiche attiche importate attraverso l emporio di Spina e trasportate via terra fino a Marzabotto che dimostrano i contatti commerciali con la Grecia. CITTA di MISA a MARZABOTTO Fondata secondo un piano urbanistico regolare, proprio di una mentalità che tende a distribuire in modo pianificato le emergenze urbane, secondo gli schemi della limitazione, Misa a Marzabotto è organizzata ortogonalmente, con strade disposte secondo un rigido orientamento astronomico. Quelle principali (una sola in senso nord-sud, tre in senso est-ovest) sono larghe circa 15 metri e presentano una sede centrale per i veicoli e due laterali per i pedoni. Lo spazio era ulteriormente diviso in lotti rettangolari tramite strade minori, larghe circa 5 metri, parallele al grande asse viario nord-sud; le dimensioni dei lotti, non uniformi, variano da m di lunghezza per 30 circa di larghezza. Gli isolati erano occupati sia da abitazioni, sia da impianti manifatturieri. Le case di abitazione affacciate lungo le strade, dovevano essere a un solo piano: gli ambienti si disponevano attorno a un cortile centrale aperto, dove per solito si trova un pozzo, e la copertura del tetto doveva essere displuviata, dati i canali di raccolta delle acque rinvenuti nelle corti. Costruite su fondamenta eseguite in ciottoli fluviali, avevano pareti realizzate con argilla pressata e intelaiatura lignea. Tutta la parte sud-orientale dell'acropoli poggia su una terrazza artificiale: la regolarità della disposizione era stata rigorosamente osservata correggendo, se del caso, la formazione naturale del terreno con massicciate sui declivi e lavori di livellamento. Lungo l'ampio cardo si stendevano un tempo lunghe file di officine e fabbriche. Piccoli ateliers lavoravano pure nel cuore della 11

12 città. L'artigianato artistico su base industriale, in particolare quello della lavorazione dei metalli, ebbe certo, accanto al commercio, una grande importanza. Ogni costruzione era, conformemente, dotata di tutto il necessario. Un lungo corridoio portava nella corte interna, dov'era il luogo di fabbricazione, dotata di pozzi e impianti di lavaggio, e anche di un canale coperto per lo scarico delle acque industriali. Sul davanti, verso la strada principale, correva un marciapiede largo cinque metri, dove si esponevano le merci prodotte e gli articoli preziosi. Per le sua posizione e per le aree manifatturiere individuate essa appare un centro con prevalente vocazione commerciale e manifatturiera piuttosto che agricola, teso allo sfruttamento della zona (boschi, cava e forse giacimenti minerari). E' indubbio che ci troviamo di fronte ad un impianto urbano mediato, probabilmente attraverso il porto di Spina, da modelli tipicamente greci, secondo un sistema urbano tradizionalmente connesso ad Ippodamo di Mileto. Ciò non esclude, comunque, una certa esperienza da parte di pianificatori locali nell'applicazione di queste norme urbanistiche. Le evidenze archeologiche raccolte permettono di considerare Misa o Marzabotto come un caso di "trapianto" coloniale avvenuto per il trasferimento di gruppi proveniente dall'area centrale dell'etruria (la scrittura in uso presenta caratteri simili a quella di Chiusi) e la ricerche, si venne alla grande sorpresa: nel profondo della terra dormivano le rovine di una città etrusca, la prima che sarebbe riemersa in tutta la sua compiutezza. La città rimase fino a poco tempo fa l'unica ricomparsa alla luce. Marzabotto, forse l antica Misa citata sui Cippi di Rubiera, era posta nelle vicinanze della capitale dell Etruria padana: Felsina come scrive Plinio. Per qualcuno questa città fu un posto di frontiera di Felsina, ipotesi non accettabile vista l importanza e la differente cultura materiale. Infatti nonostante i pochi chilometri la cultura di Marzabotto è profondamente diversa da quella Felsinea: meno fastosa nel complesso con presenza di materiale greco ma di qualità evidentemente più modesta dato che ci chiarisce il livello sociale degli abitanti. Non ci sono le grandi Stele figurate poste a segnalare le sepolture, ma abbiamo cippi più semplici che troviamo simili ad Orvieto, Perugia e a Chiusi. Possiamo quindi stabilire che a Marzabotto sorse una città coloniale fondata da coloni provenienti dall Etruria interna, in connessione col vasto fenomeno cha va sotto il nome di 2 12

13 colonizzazione, quella che alla fine del VI secolo a.c. vide un occupazione capillare di tutta la pianura Padana. RESTI della CITTA Marzabotto sorse contemporaneamente a Spina il porto etrusco più importante da questo momento in poi. Infatti, tutti i commerci greci trovando difficoltà nel mar Tirreno, a causa del predominio Siracusano, s indirizzarono verso il Mar Adriatico. Gli Etruschi che erano in difficoltà sul Tirreno trovarono nell Adriatico nuova forza per le attività commerciali. Marzabotto divenne importantissima, infatti era posta sulla strada che dall Etruria conduceva alla pianura Padana, quindi un emporio, un luogo di scambio. Fu costruita in pochissimo tempo secondo le proprie esigenze. La città è organizzata su di una sola via tracciata in senso Sud-Nord (plateia) larga 15 metri e da tre strade ortogonali di eguale larghezza e fra loro equidistanti (stenopoi), suddividendo l area urbana in otto settori o regioni, vie minori larghe 5 metri li suddividono in otto settori. Tutte le strade sono limitate da canalette, destinate insieme allo scolo delle acque a segnare il confine tra aree stradale pubbliche e quelle private. Anche i templi dell Acropoli sono orientati come le strade e questo ci fa affermare che furono costruiti contemporaneamente. All estremità orientale e settentrionale del pianoro sono dislocati due sepolcreti, entrambi separati dall area urbana da una porta che nel caso del sepolcreto orientale conserva parti consistenti dell alzato. Le necropoli si dispongono senza alcun ordine, chiaramente destinate al seppellimento singolo e non familiare, che si riallaccia alla tradizione villanoviana. In entrambi i sepolcreti sono documentati diversi tipi di tombe: a fossa cineraria per i cremati; a cassone di lastre di travertino, sempre per i defunti cremati, nonostante manchi il cinerario nella maggior parte dei casi, perciò i resti della cremazione erano probabilmente raccolti in 13

14 contenitori di materiale deperibile o in un velo di stoffa. Marzabotto è una città di tipo greco ippodamea all incrocio delle due plateiai centrali è stato trovato ancora in posto un cippo infisso nel terreno che reca sulla sommità due tratti incisi ortogonali e perfettamente orientati: la crux dei gromatici, utilizzata per tracciare gli assi principali, secondo la Disciplina. Alle spalle dei templi su di un cuccuzzolo che costituisce ancora oggi la parte più alta di Misanello, fu rinvenuta nel secolo scorso una struttura, oggi perduta, un altare destinato all Augure che da lassù (non c erano gli alberi) scrutava il cielo e dava i responsi. A partire dalla metà del IV secolo a.c. la città etrusca di Marzabotto è occupata dai Celti e trasformata in un avamposto militare, questa fase è documentata da 25 tombe e da resti sparsi. Nel III secolo a.c. è abbandonata. Due secoli più tardi vi è installato un impianto rustico, caratterizzato da materiali molto modesti. STORIA degli SCAVI La prima menzione della città etrusca di Marzabotto risale al 1550 quando frate Leandro Alberti nella descrizione di tutta Italia ipotizzò l'esistenza di una città in Pian di Misano in base alla presenza di strutture murarie antiche ancora in vista, mosaici e monete. Nel 1782 Serafino Calindri nel Dizionario Corografico Georgico Orittologico Storico dell'italia osservava l'esistenza di muri di antichi edifici nel Pian di Misano dove documentava anche lo svolgersi di attività di scavo alla ricerca di preziosi materiali. I terreni del Pian di Misano vennero acquistati nel 1831 da parte di G. Aria e da questo momento in poi ebbero inizio la raccolta e la conservazione dei materiali archeologici scoperti nel corso dei lavori agricoli. Il primo rinvenimento vero e proprio risale al 1839 quando vennero portate alla luce ai piedi dell'acropoli 30 statuette di bronzo, seguite poco dopo da altri bronzetti e da alcune tombe del sepolcreto nord; nel 1856 verranno poi scoperti gli edifici sacri dell'acropoli. Entrambe le campagne di scavo furono prontamente pubblicate dal Gozzadini, il quale aveva maturato l'erronea convinzione di stare scavando un'enorme necropoli. In occasione del V Congresso Internazionale di Antropologia e Archeologia Preistoriche tenutosi a Bologna nel 1871 si accese il dibattito scientifico sulla città: a dare una corretta interpretazione dei risultati di scavo fu G. Chierici, il quale sostenne che in Marzabotto si trovavano i resti di una città con strade, case, templi e sepolcreti. Nel 1886 fu E. Brizio a curare l'ampliamento e il riordino di 5 sale della Villa Aria con funzioni di Museo e a dirigere anche, tra il , la prima campagna di scavo finanziata dallo Stato e destinata al settore meridionale della città. Nel 1933 la zona archeologica di Marzabotto e la sua Collezione vennero acquistate dallo Stato e i materiali furono trasferiti da Villa Aria nel nuovo Museo: quest'ultimo, distrutto da un incendio nel 1944, venne ricostruito e inaugurato nel 1949, mentre negli stessi anni venivano portati restauri ai templi, ai sepolcreti e alla città. 14

15 Nel 1957 iniziò la propria attività di Soprintendente G.A. Mansuelli, a cui si devono l'ampliamento del Museo, l'edizione di una prima guida e l'avvio di una serie di scavi in vari punti della città con la collaborazione dell'università di Bologna. Il 4 novembre 1979 venne inaugurato il nuovo Museo archeologico, su progetto dell'architetto F. Bergonzoni e in base ad un ordinamento curato da G.A. Mansuelli, A.M. Brizzolara, S. De Maria, G. Sassatelli e D. Vitali. Dal 1988, circa cent' anni dall'inizio degli scavi nella città, sono riprese le indagini sistematiche sul terreno, sia da parte della Soprintendenza Archeologica dell'emilia Romagna, che da parte del Dipartimento di Archeologia dell'università di Bologna. L ACQUEDOTTO L'impianto urbano della città, perfettamente pianificato sotto l'aspetto della viabilità e della distinzione tra spazi pubblici e spazi privati, prevedeva anche una complesso ed efficiente sistema idrico consistente in opere di canalizzazione delle acque piovane e pozzi per la captazione delle acque sorgive che coinvolgeva sia le abitazioni private sia le strutture pubbliche e la rete stradale. Fulcro di questo sistema era una struttura che fu indagata tra il 1870 e il 1872 da F. Sansoni, assistente di scavo di G. Gozzadini prima e di E. Brizio poi. La struttura venne individuata all'estremità occidentale della plateia B, ai piedi della collina di Misanello sede dell'acropoli, a cui la stessa strada conduceva. Rinvenuta a 4,50 m di profondità rispetto al piano di calpestio attuale, in un settore caratterizzato dalla presenza di un consistente deposito di terreno di erosione, dopo essere stata scavata venne ricomposta poco lontano dal sito originario, dove è possibile visitarla tutt'ora. Tale ricomposizione non perfettamente in situ si dovette al desiderio degli allora proprietari del terreno di costruire proprio in quel luogo un piccolo acquedotto racchiuso in una costruzione in stile etruschizzante (o meglio egittizzante), ancora oggi esistente in prossimità della struttura antica. Tanto l'impianto etrusco quanto quello ottocentesco captavano le acque di una sorgente naturale attiva in quel luogo. L'impianto idrico antico, interamente realizzato con lastre e blocchi squadrati di travertino, si compone di un corpo centrale di forma rettangolare da cui si dipartono tre canali. Il corpo centrale delle dimensioni di 1,80 x 1,20 m e con un'altezza di 0,50 m, si presenta parzialmente coperto e internamente suddiviso da un diaframma in due vasche di differente livello. A questa struttura, attraverso un'unica imboccatura, si innestano due distinti canali di immissione delle acque provenienti dalla zona subito a monte, dove catturavano l'acqua di una falda quasi affiorante per convogliarla nella prima delle due vasche, che con i suoi circa 3 metri cubi di capacità aveva evidentemente la funzione di vasca di decantazione. L'acqua, ripulita delle impurità che si depositavano sul fondo di questa prima vasca, 15

16 immettendosi per sfioramento nella seconda vasca, attraverso un condotto di emissione veniva incanalata in direzione Est, verso la sottostante area urbana. Si deve evidentemente ad una ristrutturazione successiva l'aggiunta di un secondo canale di emissione, diretto verso Sud, che anziché innestarsi nella seconda vasca si innestava direttamente in quella di decantazione, rimanendo di conseguenza sprovvisto di un sistema di filtraggio ma assolvendo comunque alla sua funzione di canalizzazione delle acque verso l'area urbana. Entrambi i canali di uscita sono realizzati con la medesima tecnica costruttiva, componendosi di un doppio filare di blocchi di travertino piani all'esterno e concavi all'interno in modo tale da formare un foro di 14 cm di diametro, dimensione che garantiva ai canali una notevole portata. L'impianto, in antico lasciato probabilmente parzialmente a vista e dunque non privo forse di una sua monumentalità, doveva essere funzionale all'alimentazione idrica di due officine per la produzione di ceramiche e laterizi poste nei due settori urbani verso cui i canali di uscita dirigevano: l'una nell'area nord-occidentale dell'abitato, nell'insula 1 della Regio II, tuttora visibile; l'altra a Sud, nel settore della città oggi franato nel sottostante fiume Reno, dunque non più esistente ma nota attraverso appunti di scavo di E. Brizio. La fornace ancora oggi conservata e visibile nell'insula 1 della Regio II presenta un lungo condotto realizzato con coppi incastrati l'uno nell'altro, conservato per un tratto di almeno 20 m., che sembrerebbe dirigersi proprio verso l'altura dell'acropoli. L'impianto idrico pubblico individuato ai piedi dell'altura di Misanello era dunque probabilmente funzionale alla fornitura di acqua corrente pulita a due importanti strutture per la produzione di ceramiche e laterizi che, sia per le dimensioni, sia per la complessità del loro impianto, sia per l'assenza di indizi che facciano pensare ad una loro parziale destinazione residenziale, potevano avere anch'essi una destinazione di tipo pubblico. 16

17 ETRUSCHI A SPINA Per due secoli, il V e il IV a. C., Spina è stata uno dei più importanti porti commerciali del Mediterraneo, rappresentando per quell'epoca ciò che altre città, da ultima Venezia, hanno rappresentato in momenti storici diversi: l'anello di congiunzione tra Occidente e Oriente. Poi, duemila anni fa, dopo una progressiva decadenza, la città scomparve, inghiottita dalle acque. Di lei tuttavia si continuò a parlare: della sua fondazione dovuta ai discendenti degli Argonauti, della sua potenza marinara, della sua floridezza commerciale, del suo legame strettissimo con il mondo e la cultura greca, documentato sia dalla presenza del Tesoro di Spina a Delfi, sia dal fatto che la mitologia greca ambientò proprio nelle acque dell' Adriatico antistanti Spina miti celebri quali il volo di Icaro e la caduta del carro di Fetonte. Ma ciò di cui si è disputato soprattutto, e per ben duemila anni, è stato del luogo dove sorgeva la città. Per secoli e secoli infatti l'esatta ubicazione di Spina ha rappresentato un vero e proprio giallo archeologico, la cui soluzione ha appassionato scrittori e studiosi illustri: da Dionigi di Alicarnasso a Plinio il Vecchio, da Giovanni Boccaccio a Filippo Cluverius, fino agli archeologi del primo Novecento. Come spesso succede in archeologia, fu però il caso a risolvere quel mistero. Accadde nel 1922 quando, durante i grandi lavori di bonifica delle Valli di Comacchio, in Valle Trebba venne alla luce un sepolcreto di epoca etrusca. NECROPOLI di SPINA La necropoli di Valle Trebba fu la prima ad essere scavata, negli anni , mentre gli scavi di Valle Pega, iniziati nel 1954, furono terminati nel L'abitato della Città di Spina non è stato ancora completamente scavato, dato che è consuetudine dare la precedenza agli scavi delle necropoli, che sono sempre fonti molto Più ricche di suppellettili rispetto agli abitati. Le oltre tombe scavate hanno restituito ingenti quantità di suppellettili non ancora completamente classificate, in particolare quelle di Valle Pega, per cui non è ancora possibile riorganizzare i dati relativi ai corredi delle necropoli in modo matematicamente certo. 17

18 ARCHITETTURA FUNERARIA Le tombe primitive hanno la forma di un semplice pozzetto circolare scavato nella roccia (VIII secolo a.c.). Le più antiche tombe a inumazione, contemporanee ai pozzetti, sono fosse allungate di forma trapezoidale, anch esse scavate nella roccia. Il loro uso continua anche più tardi allorché il vano sepolcrale si allarga a forma di camera, con copertura di blocchi o lastre di pietra e tumulo di terra (VII secolo a.c.). Nei due secoli seguenti la tomba a tumulo assume forme monumentali, con il grande basamento ad anello, scavato o costruito, e uno o più gruppi di tombe interne, precedute a volte da un ampio vestibolo. I tumuli maggiori superano a volte i trenta metri di diametro. Dal VI al II secolo a.c. appaiono anche le tombe a camera, fornite di un vestibolo e allungate l una accanto all altra ai lati delle vie sepolcrali. L ultimo periodo (secoli IV-I a.c.) è caratterizzato da sepolcri esclusivamente ipogei, senza tumulo, costituiti da un solo ampio ambiente imitante l interno della casa, con panchina e pilastri e decorato anche da dipinti e rilievi. Già nelle camere più antiche si nota l imitazione delle case che si accentua in seguito sia nella planimetria che negli ambienti architettonici, negli elementi decorativi e nel mobilio. La disposizione più comune si compone di un vestibolo di accesso con due piccole camere sepolcrali; in fondo si apre la tomba principale costituita di un ambiente che immette in una, due o tre celle. Nelle tombe più recenti si ha un solo ambiente con vasto soffitto a spioventi o cassettonato e che talvolta può anche avere delle interessanti varianti strutturali o decorative, come nel caso della tomba Torlonia o in quella dell Alcova ove, a somiglianza delle camere più antiche, sono ricavate sul fondo delle autentiche alcove per la deposizione dei coniugi, certo i membri più importanti della famiglia, mentre tutt intorno, in loculi scavati nelle pareti o in comparti ricavati sul piano di larghe banchine, trovano posto i vari componenti della gens, poiché di gens si deve ora parlare. Nel IV secolo, contemporaneamente alla presenza di camere sepolcrali di grandi proporzioni con vaste banchine e con numerosissime deposizioni, compare in Caere un nuovo tipo di sepolcro cosiddetto rupestre. Presso queste sepolture di epoca tarda erano posti cippi in peperino o in marmo, di forma cilindrica per l uomo e di casetta per la donna, recanti incisi o dipinti il nome della gens o del defunto e la sua età. Le SEPOLTURE Per la maggioranza si tratta di inumazioni di un unico defunto, quindi tutte tombe monosome tranne un caso di inumazione bisoma, ma sono presenti anche molte incinerazioni. Varie le disposizioni del corredo funerario, che viene trovato in parte o completamente sia all'interno che all'esterno del cinerario, a volte contenuto insieme al cinerario all'interno di una cassa di legno, in rari casi contenuto unitamente al cinerario in un'urna marmorea all'interno di una cassa di legno. La disposizione delle tombe nelle necropoli segue il cordone di paleodune prospiciente l'antica linea di costa, con orientamento Nord Ovest - Sud Est, con il capo dell'inumato rivolto a Nord Ovest. I corredi funerari sono per la maggiori parte composti da oggetti di uso comune, come vasellame da cucina e da mensa, utensili da cucina, elementi d'arredo, come candelabri e sgabelli, oggetti legati alla cura della persona, come balsamari ed altri contenitori per unguenti, pigmenti, essenze, ed alcuni gioielli. Per quanto riguarda il vasellame, in particolare gli elementi destinati alla miscelazione e mescita del vino sono talvolta di dimensioni tali da escluderne tassativamente un possibile uso effettivo; si tratta quindi di produzioni destinate esclusivamente ad uso funerario. Frequente è la presenza di elementi con connotazione scaramantica, o comunque destinati ad aiutare il defunto nella vita oltre la morte, come i dadi, l'aes rude cioè il frammento di bronzo che aveva 18

19 funzione di moneta (l'obolo per Caronte), astragali utilizzati anche come dadi, protomi femminili, probabili rappresentazioni di divinità che avevano funzione essenzialmente benaugurale. La presenza di anfore, quasi tutte da vino, per la maggior parte di produzione attica ed alcune di produzione locale, indicano lo status sociale piuttosto elevato del defunto, dato che il consumo di vino era indice di ricchezza. Una parte delle suppellettili è attualmente esposta, nel Museo Archeologico Nazionale. GLI SCAVI Gli scavi, in Valle Trebba, iniziarono subito e proseguirono fino al 1935; poi ripresero nel 1954, interessando soprattutto la Valle Pega e in minor misura le valli adiacenti. Ciò che si era venuti dicendo nel corso di due millenni, a proposito di Spina, ha potuto così trovare finalmente riscontro o smentita nella realtà dei fatti e tra questi, in primo luogo, nello straordinario patrimonio di materiali greci ed etruschi di straordinaria bellezza ritrovati nelle oltre quattromila tombe e nella parte dell'abitato scavati a tutt' oggi: ori, argenti, ambre, paste vitree, ceramiche attiche a figure nere e a figure rosse, e ancora bronzi, ceramiche iscrizioni etrusche. Un nucleo ricchissimo di materiali rari e preziosi di cui questa mostra presenta una scelta quanto mai ampia ed esauriente, in parte addirittura inedita. 19

20 La CITTA I resti della città: tra l erba alta si possono intravedere le fondamenta degli edifici della città stessa. All incrocio tra le strade principali era sotterrato un grosso ciottolo sul quale erano incisi gli assi, orientati secondo i punti cardinali,nel rigoroso rispetto dei quali si sviluppava la città. 20

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