Grazie a. 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 2

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1 Introduzione «Se dovessi definire sinteticamente il contributo della recente ricerca archeologica alla conoscenza dell Altomedioevo italiano, direi che consiste nell aver riproposto con nuovi argomenti un problema che già aveva impegnato la storiografia italiana a partire dall Ottocento: quello della rilevanza conservata da aspetti essenziali del mondo antico nelle origini del Medioevo; il problema, cioè, della continuità» 1 Come viene espresso in modo sintetico in questa frase, uno degli apporti più originali dell archeologia medievale in Italia è stato quello di avere applicato i metodi d indagine che le sono propri agli anni che segnarono la fine del mondo antico e l inizio del Medioevo. Nell ambito di questo dibattito ormai più che ventennale, che ha suscitato l attenzione di storici ed archeologi allo studio delle istituzioni, dei commerci e delle città 2, un ruolo importante è stato ricoperto dalla pubblicazione del volume di P. Toubert (1973) che s interessava inoltre al fenomeno dell incastellamento nel Lazio medievale 3. Il modello teorizzato da Toubert per l insediamento rurale in Sabina, che faceva coincidere la nascita dei castelli tra X-XII secolo d.c. alla fine dell abitato sparso, in molti casi di origine classica, ha stimolato l interesse degli archeologi e degli storici a verificare su diversi campioni regionali della Penisola le trasformazioni del sistema insediativo, a partire da epoca tardoantica 4. Gli studiosi britannici, che alla fine degli anni 50 avevano avviato un celebre progetto di ricognizione diacronica in Etruria meridionale, coronato in tempi più recenti dalla pubblicazione degli scavi della Mola di Monte Gelato 5, hanno inserito la regione in questo dibattito 6. La South Etruria Survey interessò le aree immediatamente a nord di Roma, ma a margine di quella che è stata giustamente definita come una delle più ampie ricognizioni mai intraprese 7, il territorio fu indagato per mezzo di altri programmi più limitati di prospezione diacronica e scavo, i cui dati verranno discussi in questa sede. Fra questi è il progetto Monti della Tolfa-Valle del Mignone, attraverso il quale la Soprintendenza Archeologica per l Etruria meridionale ed il Gruppo Archeologico Romano 8 hanno avviato scavi e ricognizioni nell immediato entroterra del porto di Centumcellae (l odierna Civitavecchia), interessandosi ad un area le cui vicende in epoca tardoantica ed altomedievale erano del tutto sconosciute 9. La stessa Centumcellae, che aveva rivestito un ruolo importante nei secoli II-IX d.c., non aveva mai attirato l attenzione degli archeologi post-classici, i quali si sono piuttosto concentrati sugli approdi portuali a sud della Capitale 10. Già nel corso di una prima analisi condotta da chi scrive sui dati raccolti dal GAR negli anni , lo schema proposto dagli studiosi britannici per le trasformazioni dell insediamento rurale in Etruria meridionale, non corrispondeva completamente all evidenza archeologica della fascia costiera della regione. In essa infatti, erano emersi dei fenomeni molto più attenuati d abbandono dei siti rurali nel III secolo d.c., oltre che numerosi esempi di ripopolamento delle campagne nel V secolo, i quali potevano spiegarsi con il ruolo assunto da Centumcellae per l approvvigionamento dell Urbe, a seguito della decadenza di Ostia 11. L interesse di Roma alla salvaguardia della città sembrava trapelare dalle numerose 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 1

2 iniziative intraprese per la sua difesa, sia durante il conflitto greco-gotico che durante quello longobardo-bizantino, durante il quale papa Gregorio III avrebbe riedificato le mura di cinta. La vitalità economica del suo entroterra in epoca altomedievale era infine riscontrabile nel numero e nella varietà tipologica degli insediamenti citati dalle fonti, alla cui tutela nell 854 d.c. fu preposto il castrum di Leopoli-Cencelle che ereditò il territorio di Centumcellae, distrutta dai Saraceni nell 813. Questi pochi argomenti ci sembravano già sufficienti a riprendere in considerazione il lavoro, arricchendolo questa volta di una serie di dati, di cui precedentemente si era tenuto solo parzialmente conto 12. Fra questi sono le indagini dell Istituto di Topografia dell Università di Roma I, che pur non trattando degli insediamenti post-classici, hanno registrato meticolosamente i resti delle ville marittime distribuite lungo la via Aurelia fra S. Severa e S. Marinella, ormai cancellate dalla costruzione di villaggi di vacanze 13. Per quello che riguarda gli abitati della Valle del Mignone, è stata considerata la rassegna dei siti archeologici, che compare nel primo volume dedicato allo scavo di Cencelle: in esso sono pubblicati i siti individuati nel corso del progetto Monti della Tolfa-Valle del Mignone ed alcune schede di ricognizione inedite, archiviate nella la sede dell Associazione Archeologica Centumcellae 14. Considerati gli ambiti cronologico e geografico della regione ai quali abbiamo dedicato ricerca, il primo capitolo di questo volume tratterà dei principali progetti di ricognizione e di scavo che si sono interessati alla ricostruzione dei paesaggi tardoantichi e medievali in Etruria meridionale. La seconda parte del lavoro (capitoli II-V) sarà incentrata sull entroterra di Civitavecchia e sull insieme degli elementi che condizionarono l assetto di questo territorio dal II secolo d.c., epoca della fondazione di Centumcellae al secolo XV. È in quest ultimo periodo difatti, che lo sfruttamento del bacino minerario della Tolfa e la Società dell Allume, creeranno i presupposti per la formazione di un nuovo abitato, radicalmente diverso da quello precedente. Quest area come si vedrà, difetta ancora di dati archeologici di epoca bassomedievale, ma la ricchezza delle fonti documentarie ha permesso comunque di seguire le vicende che accompagnarono la formazione degli insediamenti castrali. Come si avrà modo di vedere, ai siti citati nel corso del testo fa seguito un numero riportato fra parentesi in neretto: quest ultimo rimanda a un Corpus finale, all interno del quale si possono trovare una descrizione più dettagliata dei siti e la bibliografia relativa. I dati già noti, sono stati arricchiti con quelli inediti, raccolti sempre nel corso del progetto Monti della Tolfa-Valle del Mignone, al quale chi scrive ha partecipato sino al I siti che compaiono sulle carte di fase come Ricognizioni GAR, corrispondono a quelli che sono ancora in corso di studio da parte di G. Gazzetti. Laddove è stato possibile, ciascuna scheda è stata integrata con le informazioni desumibili dagli appunti di S. Bastianelli (Corpus AB ), raccolte all inizio di questo secolo quando i resti di alcuni degli abitati erano certamente più consistenti di quelli attuali 15. I disegni, le fotografie e i grafici pubblicati in questo volume sono a cura dell Autore. Grazie a Coloro che hanno diretto, letto, riletto e corretto i miei manoscritti e che hanno permesso a questa ricerca di crescere, come François Baratte, Chris Wickham, François Bougard, Laurent Feller, Dominique Briquel, Christian Peyre e Federico Marazzi. Coloro che hanno incoraggiato, finanziato e hanno seguito la pubblicazione di questo volume e in particolare Riccardo Francovich, il Comune di Tarquinia nella persona di Daniele Scalet, il Centre Lenain de Tillemont sur le Christianisme ancien et l Antiquité 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 2

3 tardive (CNRS, Paris), Alessandro Mandolesi, Bruno Blasi e la signora Lea Ariani. Gli archeologi del Laboratoire d Archéologie de l École Normale Supérieure di Parigi che mi hanno supportata e sopportata durante la stesura, come Osmund Bopearachchi, Catherine Gruel, Eliane Lenoir, Mathilde Gelin, Serge Benoit, Anne Marie Manière, Aïcha Melek, Anne Colin, Guy Lecuyot, Frédéric Payre e Philippe Martinez. Le persone che sono state indirettamente coinvolte, o alle quali sono stati sottoposti problemi, che hanno trovato le adeguate risposte, come Michel Colardelle, Catarina Tente e Christian Landes. Gianfranco Gazzetti e Mariolina Cataldi Dini e tutto il personale della Soprintendenza Archeologica per l Etruria Meridionale, che hanno seguito per tanti anni le nostre ricerche. Giovanna, Stefano, Didier, Monique e Christian e tutti gli amici che mi sono stati vicini come Mariella Causa, Thierry Gobron, Annick Fenet, Antonella Zarri e Roberto Bertolino. Gli archeologi e i volontari che erano sul campo e in particolare Enrico Benelli, Barbara Vitali Rosati, Andrea Zifferero, Alessandro Naso, Marco Casareto, Francesca Romana Corradini, Cecilia Tavanti, Sybille Shäffer, Ruggero Selmi, Alex Checco Jones e Ludovico Magrini è a loro e a tutti gli ormai ex ragazzi di via Belli che dedico questo libro. «It is very doubtful, however, whether the charm of the Campagna is meant to be described in prose: one might as well expect to understand a symphony of Beethoven from a printed description, if one had never heard it and could not read the score.» T. ASHBY, The Roman Campagna in Classical Times, Tondbridge, 1927, p DELOGU 1994, p Una frase di questo tipo non è certo sufficiente a sintetizzare 20 anni di ricerca storica ed archeologica in Italia: si rimanda pertanto a FRANCOVICH, MILANESE 1989; PAROLI, DELOGU 1993 e più recentemente a FRANCOVICH, NOYE 1994 e a WICKHAM TOUBERT 1973 oltre a TOUBERT Sul dibattito scaturito dalle tesi di Toubert, vanno segnalati i recenti atti dei colloqui di Gerona e Roma (BARCELÒ, TOUBERT 1998) ed in particolare il contributo di C. Wickham (1998) che ha analizzato il fenomeno dell incastellamento oltre i confini della Penisola. 4 Per una storia delle ricerche archeologiche che furono avviate dopo la pubblicazione della tesi di P. Toubert, si rimanda all efficace sintesi di P. Delogu (1989). 5 POTTER, KING Lo scavo di questo sito, sul quale avremo modo di soffermarci dettagliatamente, rappresenta una pietra miliare per la storia della regione nei secoli postclassici, in quanto ha offerto l opportunità di seguire dettagliatamente le vicende di un insediamento rurale nel corso di tutto il I millennio d.c. (cfr. anche MARAZZI 2000). 6 La bibliografia sul progetto verrà citata spesso nel corso del testo, per ora si rimanda a WARD PERKINS et al. 1968; WICKHAM 1978 e Per Mazzano e Ponte Nepesino cfr. POTTER, KING POTTER 1985, p Da ora in poi saranno citati come SAEM e GAR. 9 Il campione, pari a 540 km 2 corrisponde alle tavolette dell Istituto Geografico Militare Italiano (da qui in poi IGM) in scala 1: : 142 I SE, 142 II NE, 143 IV SO, 143 IV SE, 143 III NO, 143 III NE e 143 III SO. Per una presentazione delle strategie di ricerca applicate nel corso dell indagine si rimanda a COCCIA et al. 1985; GAZZETTI, ZIFFERERO 1990 e NARDI In effetti lo studio delle pianure prospicenti il mare in questa zona attraversata dalla via Aurelia non è stato mai approfondito. Alcuni indizi della ricchezza insediativa della regione in epoca tardoantica erano già trapelati in GIULIANI, QUILICI 1964; AA.VV e GIANFROTTA 1972, arricchiti in tempi più recenti dalla tesi di laurea di Flavio Enei (1993), sul territorio di Cerveteri. 11 NARDI Un fenomeno simile era già stato registrato da F. Cambi (1993) in Apulia e precisamente in Daunia, in concomitanza con la ristrutturazione provinciale di Diocleziano che ha portato alla creazione della provincia Apulia et Calabria, governata da un corrector con sede a Canosa. 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 3

4 In NARDI AA.VV e GIANFROTTA AA.VV e MAFFEI, NASTASI Salvatore Bastianelli è stato uno dei fondatori dell Associazione Archeologica Centumcellae assieme a Francesco Scotti. Lo studioso consacrò molti anni al censimento dei monumenti antichi presenti nel territorio e le sue ricerche culminarono negli anni con lo scavo delle terme della Villa di Traiano. Durante la Seconda Guerra Mondiale quando Civitavecchia fu ripetutamente bombardata, fu lui a recuperare gran parte del materiale archeologico proveniente dalla regione, per costituire il Museo Civico della città. Si deve sempre a Bastianelli la prima carta archeologica del territorio civitavecchiese. Nel 1988, l Associazione Archeologica Centumcellae ha pubblicato i manoscritti dello studioso (BASTIANELLI 1988). Senza levare il giusto merito a quest iniziativa, va comunque segnalato che l intera opera manca di apparato critico e sarebbe auspicabile una nuova edizione, che tenga conto dei risultati delle ricerche più recenti, molte delle quali hanno interessato gli stessi siti indagati da Bastianelli. 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 4

5 1. Indagini di superficie in Etruria meridionale Storia delle ricerche 1.1. Breve premessa al capitolo Come abbiamo già accennato nell introduzione, il primo capitolo di questo lavoro tratterà dei principali progetti di ricognizione e scavo che hanno permesso di ricostruire l assetto di questa regione tra l epoca tardoantica ed il Medioevo. Vista la difficoltà di organizzare ricerche molto diverse fra di loro, quanto a strategie adottate e risultati ottenuti, la soluzione migliore ci è sembrata quella di scomporre questo lungo racconto in paragrafi, tenendo conto dei temi principali che sono stati affrontati: la città e la campagna, le fortificazioni sorte all epoca delle invasioni longobarde, i problemi legati alla datazione della ceramica e delle strutture murarie, la formazione delle domuscultae ed infine l incastellamento medievale, sulle problematiche del quale si tornerà nella sezione dedicata agli insediamenti medievali dei Monti della Tolfa Le città e le campagne nella tarda Antichità L antica Etruria meridionale ha una lunga tradizione di studi topografici, che dagli inizi del secolo scorso fu indirizzata a registrare le vestigia del popolo più famoso che l abitò, vale a dire degli Etruschi 1. Anche se l argomento oltrepassa gli interessi di questo lavoro, sarà utile ricordarne brevemente le tappe principali, rimandando per la bibliografia e per una visione più ampia ai volumi di M. Rendeli, di F. Cambi e N. Terrenato 2. Nella prima metà del XIX secolo gli studiosi legati all Instituto di Corrispondenza Archeologica cominciarono ad interessarsi alla topografia della regione. Le prime aree ad essere indagate furono il Lazio e la Maremma: scopo di queste ricerche fu la ricostruzione del paesaggio antico, basato sul censimento dei monumenti, delle strutture idrauliche, delle strade e infine dei confini territoriali dei centri più importanti 3. È proprio in quell epoca che G. Dennis, dopo aver visitato la regione ( ) assieme a S. Ainsley, compilò una prima rassegna topografica, dove si teneva conto sia delle necropoli più note (come ad esempio Vulci, Tarquinia e Cerveteri) sia dei siti sparsi nelle campagne, all epoca sconosciuti o in totale stato di abbandono 4. Negli anni , E. Ripetti pubblicava il Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana, che fu scritto con lo scopo di creare un opera nella quale si trovassero le notizie topografiche, statistiche e storiche di tutti i siti medievali della Toscana. Una modifica radicale del quadro delle ricerche sarebbe avvenuta più tardi, quando Ruggero Bonghi, ministro della Pubblica Istruzione, ufficializzò la Carta Archeologica d Italia: il progetto prevedeva il censimento della totalità dei siti archeologici, rappresentati su carte topografiche in scala 1: Agli inizi del 900 T. Ashby veniva in Italia: le sue indagini nei dintorni di Roma, condotte negli anni che precedettero importanti trasformazioni agricole, sarebbero culminate nel 1927 con la pubblicazione di The Roman Cam- 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 1

6 pagna in the Classical times. Nel frattempo, G. Tomassetti s interessava alla campagna romana medievale e moderna, attraverso un lavoro meticoloso di ricognizioni sul campo e in archivio che sarebbe stato proseguito più tardi da G. Silvestrelli 6. Lo slancio innovativo che avrebbe portato ad un maggiore interesse per i secoli post-classici in Etruria meridionale si sarebbe avuto a partire del 1954, con l arrivo di J. Ward Perkins come direttore della British School at Rome. Lo studioso che ha avuto il merito d introdurre in Italia il concetto di archeologia del paesaggio 7, mise a punto un programma di ricognizione archeologica, la South Etruria Survey, che doveva riguardare i centri ed i territori di Veio, Capena, Anguillara e Campagnano. L indagine era stata indirizzata inizialmente all analisi del sistema viario della regione da età etrusca sino a secoli post-medievali, ma l enorme quantità dei siti che furono rinvenuti estese gli interessi degli studiosi, impegnati in quest operazione 8. È in questa occasione che l Etruria meridionale fu analizzata per la prima volta da un équipe interdisciplinare composta da archeologi, geologi, geomorfologi e geografi, che considerarono i resti archeologici in stretto rapporto con il territorio e le sue risorse. Le condizioni eccezionali nelle quali furono riconosciuti i siti archeologici contribuirono al successo di questo progetto: in Italia, nei primi anni del secondo dopo guerra, l agricoltura meccanizzata si sviluppò fortemente. Quest ultima fu impiegata a seguito della riforma fondiaria del 1950 che permise la conversione di estese aree boschive in zone coltivabili 9. Nel quadro di questa situazione, i ricognitori britannici ebbero quindi modo di «vedere i monumenti antichi mentre venivano portati in superficie dagli aratri, lavorando così su dati di prima mano» 10. Durante le prime indagini furono annotati circa 2000 siti archeologici (protostorici, romani e medievali) e furono intrapresi i primi scavi finalizzati alla datazione della ceramica 11. Gli scavi e le ricognizioni in Agro falisco furono affidati nel 1966 a T. Potter. Nel corso dei primi 5 anni si ricognirono ben 200 km 2 di terreno, dei quali almeno i 3/4 offrivano buone condizioni di visibilità, perché non occupati da palazzi moderni, da macchia o da alluvium post-romano 12. Gli insediamenti romani del bacino del Treia furono dapprima classificati in capanne, fattorie, ville e grandi ville sulla base di un metodo che teneva conto dell estensione delle aree coperte da frammenti 13. È solo più recentemente che i risultati ottenuti dai ploughzone studies 14 hanno indotto lo studioso modificare i criteri di questa classificazione, che attualmente si basa sul tipo di materiale recuperato in ciascun sito 15. Sulla base di questa tipologia e vista la cronologia e la disposizione geografica degli insediamenti, fu ipotizzata l esistenza di ville e di fattorie tardoantiche, caratterizzate essenzialmente dall essere situato in zone di non facile accesso, a monte di strette valli e lontano dalla viabilità principale (vie Flaminia ed Amerina) 16. La datazione di questi complessi fu effettuata grazie anche agli studi condotti da J.W. Hayes sulla Terra Sigillata Africana 17. In Agro falisco, ad esempio, la distribuzione dei frammenti di Terra Sigillata Africana permise di osservare come, a partire dall inizio del III secolo d.c. il numero dei siti cominciasse a declinare sensibilmente: il 40% degli insediamenti risultava abbandonato agli inizi del secolo IV e più del 55% alla fine dello stesso 18. Lo stesso fenomeno veniva nel frattempo registrato in Agro veientano, nelle aree lungo la via Gabina e nelle colline a sud di Bracciano 19. Tale declino, che come vedremo successivamente interessò anche l entroterra di Civitavecchia, fu spiegato in un primo tempo come un assorbi- 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 2

7 mento delle piccole proprietà da parte delle più estese ma un analisi più approfondita, condotta sulla ceramica tardoromana recuperata in Agro falisco, permise di riformulare il problema in modo più complesso. Tra il 300 e il 500 d.c., i ritrovamenti di Terra Sigillata Africana, dimostravano difatti che alcune piccole fattorie continuarono a sopravvivere e che quindi i grandi latifondi non erano l unica entità rurale della tarda Antichità. Al tempo stesso, come osservava lo stesso Potter «la crescita delle grandi tenute e la sopravvivenza di alcune piccole aziende, difficilmente potevano aver controbilanciato la globale diminuzione del numero di siti» 20. A spiegazione di questo calo demografico nelle campagne furono avanzate una serie d ipotesi, che indirizzarono gli studiosi ad andare a verificare se, per caso, all epoca la popolazione si fosse stabilita all interno di altri centri o delle stesse città 21. La sopravvivenza dei centri urbani e la conseguente vitalità dei propri territori diventarono quindi un argomento, che avrebbe aperto un nuovo capitolo della storia delle ricerche. Potter aveva notato come gran parte dei centri urbani e delle stazioni di posta romane d Etruria meridionale (ad esempio Veio, Lucus Feroniae, Capena, Falerii Novi, Ad VI, Careiae, Ad Baccanas, Ad Gallinas, Ad Vicesimum e Aquaviva) fossero già in declino nel corso del medio Impero e non avessero mantenuto il loro status urbano oltre il IV secolo 22. Quest osservazione non si accorda con le ricerche più recenti di V. Fiocchi Nicolai sulle diocesi ed i cimiteri paleocristiani della regione (Fig. 2), all interno delle quali è emerso come gli abitati che si possono considerare abbandonati in epoca tardoantica (ad es. Fregene, Alsium, Pyrgi, Graviscae, Veii, Capena, Lucus Feroniae), sono quelli dove mancano totalmente di testimonianze cristiane funerarie 23. L Autore ha inoltre notato come, sui 37 cimiteri dei quali si hanno sicure testimonianze monumentali cristiane, almeno 13 sono relativi a città di epoca imperiale diventate diocesi prima del 649 d.c. e cioè: Caere, Centumcellae, Tarquinii, Vulci, Forum Clodii, Blera, Tuscania, Sutrium, Sorrina Nova, Volsinii, Nepet, Falerii Novi e Orte 24. Dei restanti 24, 9 si riferiscono ad abitati di una certa consistenza, identificabili come vici 25, oppure a stazioni della grande viabilità 26, mentre gli altri 15 possono essere attribuiti a ville e a fattorie distribuite nella campagna 27. Le parole di V. Fiocchi Nicolai sono solo un aspetto delle numerose correzioni che sono state apportate ai risultati della South Etruria Survey, attraverso le indagini archeologiche che si sono svolte successivamente. Queste ultime verranno trattate nelle pagine che seguono, a premessa delle quali è bene sottolineare che non si tratta sempre di operazioni nate con lo stesso spirito del vasto progetto britannico. Le ricognizioni che hanno interessato l Agro capenate e la fascia costiera (in particolare i territori di Cerveteri e Civitavecchia) sono state svolte nell ambito di tesi di laurea. Trattandosi di lavori condotti da studenti, i pochi contributi pubblicati non possono ancora considerarsi completi 28. Ad eccezione del progetto Monti della Tolfa-Valle del Mignone (per l entroterra di Civitavecchia), i dati del GAR sono spesso stati raccolti nel quadro di operazioni di controllo e tutela del territorio (Fig. 3). Con queste parole non si vuole assolutamente mettere in dubbio la fedeltà di queste ricerche, ma semplicemente spiegare l assenza di una trattazione più ampia che certi casi, come l Agro falisco, avrebbero meritato. Va inoltre segnalato che l intero territorio dell Etruria meridionale, esclusi i casi di Vulci, Volsinii, Falerii e Tuscania, difetta d informazioni relative ai centri urbani e alcuni dei centri principali della regione in epoca tardoantica, come ad esempio Civitavecchia, Tarquinia e Cerveteri sono quasi del tutto sconosciuti all archeologia post-classica 29. * * * 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 3

8 Partendo dall area falisca, lo stato delle ricerche è stato arricchito da contributi più diversificati ed in particolare, dalla revisione del materiale epigrafico di Falerii Novi 30 di I. Di Stefano Manzella 31 e dalle ricognizioni condotte dal GAR tra gli anni 1984 e 1989, che hanno permesso di arricchire le informazioni sul centro e di rintracciare l assetto dell insediamento rurale (Fig. 4, n. 1) 32. I documenti epigrafici tardoantichi relativi a Falerii sono almeno cinque. Fra questi due sono databili al IV secolo, rinvenuti nella catacomba dei SS. Gratiliano e Felicissima, uno scomparso, datato oltre la metà dello stesso secolo 33 e infine la base onoraria di Iunius Bassus praefectus urb. del 359 d.c., che testimonia la presenza di possedimenti della famiglia degli Iunii Bassi nei dintorni di Acquaviva 34. Un esempio particolarmente significativo è un iscrizione onoraria, purtroppo lacunosa, che compare su una tavola marmorea, dedicata originariamente ad un imperatore 35. Quest ultima, datata sulla base dei voti triennali al IV-V secolo, dimostrerebbe come all epoca esistesse ancora una comunità urbana, con possibilità economiche tali da potere realizzare monumenti onorari 36. Ad avvalorare queste ipotesi contribuiscono le ricerche condotte sull edilizia sopravvissuta nella città e quelle sui suoi cimiteri 37. Già nel secolo scorso, abbiamo notizia dello scavo di un edificio, forse termale, datato al III secolo d.c. 38, mentre i lavori condotti recentemente nell insula a est di S. Maria di Falleri hanno permesso di riconoscere alcune strutture di epoca imperiale tarda 39. Alla stessa epoca è datata una chiesa absidata che fu inserita nella catacomba dei SS. Gratiliano e Felicissima (IV secolo d.c.) 40. Questa necropoli, che doveva rappresentare il cimitero ufficiale di Falerii, sostituì in parte l antica area sepolcrale situata lungo la via Amerina tra la città ed il Fosso Tre Ponti, il cui abbandono è databile alla metà del III secolo d.c. Alcuni frammenti di ceramica più tarda ne indiziano una frequentazione successiva ma sporadica, da mettere forse in relazione con la continuità d uso dell Amerina 41. Un saggio di scavo in località Cavo degli Zucchi ha difatti dimostrato che il lastricato stradale dell Amerina, fu mantenuto almeno sino al IV secolo d.c. 42. Nel secolo VI, l esarca romano riaprì la strada e il tracciato della via rimase immutato ancora agli inizi del secolo VII, così come lo descrive l Anonimo Ravennate 43. La distribuzione dei siti rurali tardoantichi conferma questi dati 44. Esempi sono le ville ubicate nel tratto compreso fra Falerii e Nepi, come Pian Badessa, Monte della Macina, Tenuta Franca, Casale Messano e Fosso Maggiore che attestano il loro abbandono nei secoli compresi fra il IV ed il VI d.c. 45. A queste vanno aggiunti altri due siti in località Regolelli e nei pressi dell abitato protostorico e medievale di La Torre, dove sono stati rinvenuti frammenti di Terra Sigillata Africana D di IV e V secolo 46. Nel tratto compreso tra Nepi e Baccano (la mansio Ad Vacanas), si conoscono i casi di Casale dell Umiltà, Monte Gelato, Grotta Arnaro e S. Marcello, che hanno restituito frammenti di Terra Sigillata Africana del tipo D, datati dalla metà del IV alla metà del V secolo d.c. 47. Su Monte Gelato avremo modo di soffermarci più dettagliatamente in seguito; va per ora notato che l insieme delle ville elencate è situato a non più di un chilometro dalla via Amerina 48 e la loro cronologia dimostra che almeno fino ai decenni precedenti le guerre greco-gotiche e l invasione longobarda, la strada aveva mantenuto il suo ruolo di arteria interregionale tra Roma e l Umbria. In Agro capenate, alcune ricognizioni condotte alla fine degli anni 80 per la redazione di un volume della Forma Italiae non sembrano aver registrato alcuna flessione qualitativa e quantitativa dei siti rurali in epoca imperiale. La ricchezza del panorama insediativo tardoantico di questo territorio è dovuta principalmente alla sua posizione privilegiata rispetto a Roma, alla 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 4

9 quale è collegato attraverso la via Flaminia ed il Tevere, che hanno assicurato il rifornimento del mercato urbano 49. Il ritrovamento di ceramica invetriata altomedievale sul sito di Capena (Fig. 4, n. 3), nell area del Castellaccio ha indirizzato i ricercatori ad ipotizzare un interrotta vitalità del centro 50, mentre una più accurata analisi del comprensorio ha permesso di riconoscere la rioccupazione di alcuni centri pre-romani (Fig. 4, n. 2) 51. I dati raccolti in questo territorio sono ancora allo stato preliminare e non è possibile quindi offrire un quadro più dettagliato della tipologia e cronologia degli insediamenti rurali tardoromani. È interessante comunque segnalare che almeno due di essi sono situati nelle immediate vicinanze di castra altomedievali, attestati dalle fonti a partire del IX e X secolo d.c. 52. Un caso simile a quello capenate, cioè di non contrazione del numero degli insediamenti rurali in età tardoantica fu registrato da Duncan, alla fine degli anni 50 per il territorio di Sutri, lungo la via Cassia. Va ricordato che all epoca gli studi sulle ultime importazioni di ceramica africana non erano comunque ancora approfonditi e che sarebbe interessante una revisione del materiale alla luce delle nuove acquisizioni, già in parte fatta da C. Morselli per la ceramica dei secoli precedenti 53. Rimanendo lungo la via Cassia, più a nord, gli scavi dell École Française de Rome, nel sito di Volsinii romana, si sono interessati prevalentemente al centro urbano, senza prestare particolare attenzione al suo territorio, per il quale si conoscono solo alcune aree funerarie di IV e V secolo d.c. (come ad esempio la catacomba di S. Cristina), che indizierebbero un certo livello di popolamento 54. Dai risultati della ricerca sulla città è emersa una fase significativa di riorganizzazione urbana del centro nel IV secolo d.c. 55. È a partire di questo periodo che la basilica situata nel foro sarebbe stata convertita in chiesa paleocristiana e le tabernae ad essa limitrofe adibite a luoghi di sepoltura. La distribuzione degli edifici non sembra registrare alcun abbandono precoce del centro, soprattutto se si considera che in epoca tarda, l anfiteatro della città venne restaurato. Un quadro del tutto differente da quello di Volsinii è emerso nel corso delle indagini a Tuscania (Fig. 5). Qui, gli scavi condotti alla fine degli anni 70 sul colle di S. Pietro, che corrisponde all antica acropoli della città, hanno dimostrato come alcune case romane, edificate ai lati di una strada lastricata, fossero state abbandonate già nel corso del IV secolo e che solo nell VIII secolo, durante l occupazione longobarda del centro, sarebbe stata costruita una nuova via (Fig. 6, nn. 1 e 2) 56. La decadenza del centro urbano nella tarda Antichità è riflessa anche nella distribuzione degli insediamenti del suo territorio che, pur non variando di numero rispetto ai periodi precedenti 57, sono situati in aree non ben collegate al centro urbano, quasi a dimostrare come quest ultimo non costituisse più il principale mercato per i loro prodotti 58. Tuscania è l unico centro di quelli situati lungo la via Clodia, le cui indagini sono state indirizzate sia alla città che al suo territorio 59. Diversamente è accaduto per Forum Clodi e Blera. Della Praefectura Claudia Foroclodi, la cui localizzazione si fa cadere sulla riva occidentale del lago di Bracciano, nelle vicinanze della chiesa di S. Liberato, sappiamo che fu municipio autonomo a partire da epoca augustea 60. Dal 313 d.c. sino al 501 d.c. essa risulta fra le sedi episcopali laziali ed è opinione diffusa che almeno dal VII secolo d.c. sarebbe stata assorbita dalla diocesi di Monteranum 61. L edificio attuale di S. Liberato è datato all Altomedioevo 62, ma un iscrizione recuperata nelle vicinanze, oggi perduta, sembrerebbe testimoniare una frequentazione dell area già a partire dal IV secolo d. C. 63. Nel caso di Blera, la città tardoantica doveva occupare la parte orientale 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 5

10 del promontorio originariamente pertinente al centro etrusco, all interno del quale sono state ipotizzate tre aree funerarie paleocristiane 64. L ipotesi è scaturita dai testi di alcune iscrizioni, oggi perdute, che si trovavano all interno della chiesa di S. Maria, databili intorno al IV secolo. Nel VI secolo, in un epistola di Gregorio Magno è anche ricordato un monastero, identificato in contrada Casentile, a sud-ovest del centro abitato 65. Passando alla costa e quindi alle città che sorgevano lungo l Aurelia, le fonti documentarie ed i resti monumentali, che interessano in particolare le fasi tardoantiche del centro di Caere sono molto scarse. Nell anno 499 la diocesi risulta unita a quella di Lorium ed è amministrata da un vescovo della chiesa di Roma di nome Adeodato. Secondo un ipotesi di Duchesne a partire dal 501, quest ultima sarebbe confluita in quella di Silva Candida 66. Il territorio della città è stato recentemente analizzato nell ambito della tesi di laurea di F. Enei: l Autore ha proposto una tipologia di siti e scandito in 4 carte di fase l evoluzione dell abitato rurale dal II sec. d.c. al VI sec. d. C. 67. I risultati di questa ricerca hanno mostrato che nel corso del IV secolo d.c. e in epoca tardoantica, il popolamento del territorio sopravvive lungo le vie principali, concentrandosi nelle ville più grandi 68. I piccoli insediamenti rurali, situati nel tratto di pianura costiera compreso tra ad Turres, la via Aurelia e il mare, scompaiono dando luogo alla formazione della vasta zona delle paludi di Palidoro, bonificata soltanto agli inizi del 900. Durante il secolo successivo sarebbero stati ancora in funzione i grandi complessi marittimi situati in prossimità dell Aurelia come la villa alsiensis di Palo (I/IV-V sec. d.c.) e di San Nicola (V sec. d.c.) e il centro di ad Turres (Statua) 69 : le strade vicinali e secondarie sarebbero state abbandonate, a seguito del progressivo spopolamento delle campagne 70. È interessante notare come nelle ville esistenti in questo territorio continuino ad arrivare dall Africa prodotti come anfore e Terra Sigillata Africana del tipo D 71, le quali permettono di datarne l abbandono alla fine del secolo VI 72. Proseguendo lungo l Aurelia, se si esclude Civitavecchia, sulla quale ci soffermeremo dettagliatamente in seguito 73, i casi di Tarquinia e di Vulci sono fra i meno noti all archeologia post-classica della regione. Centri etruschi per eccellenza, le poche informazioni a nostra disposizione sono dovute in gran parte a ritrovamenti fortuiti nelle aree urbane e nelle necropoli più antiche. A Tarquinia, per esempio, il ritrovamento di lucerne tardoromane in alcune delle sepolture della necropoli dei Montarozzi e quello di un iscrizione, oggi murata nel cortile del palazzo Di Carlo (proveniente dalla stessa area), ci dimostrano come tra il IV ed il V secolo d.c., parte dell area funeraria etrusca fosse ancora utilizzata 74. Le sepolture rinvenute qualche decennio fa sull area dell Ara della Regina, indiziano una possibile riutilizzazione del tempio come chiesa cristiana 75, mentre le fonti letterarie ci informano che Tarquinia fu sede vescovile a partire della metà del V secolo e nel secolo IX la sua diocesi sarebbe passata sotto la giurisdizione del vescovo di Tuscania 76. Nel caso di Vulci, il materiale raccolto già a partire del secolo scorso ci dimostra una frequentazione interrotta del centro sino all Altomedioevo 77. Durante gli scavi di Luciano Bonaparte nella città e nelle necropoli settentrionali, furono rinvenuti un ipogeo cristiano, del quale non si ha più traccia, con iscrizioni di IV-V secolo d.c. e un cimitero urbano, situato nell area anticamente occupata dalle terme 78. Nei pressi di quest ultimo fu recuperata un epigrafe del 309 d.c., nella quale è menzionato l ordo Vulcentium, quasi a testimoniare come in età costantiniana fosse ancora pienamente efficiente l organizzazione municipale della città 79. Alcune tracce di una frequentazio- 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 6

11 ne del sito in epoca tarda (III-IV secolo d.c.) sono attestate nella zona del mitreo e in un edificio a pianta basilicale sorto al centro della città. Qualora quest ultimo potesse essere identificato con una chiesa, si potrebbe pensare all area della città tardoantica, probabilmente ristretta nelle sue dimensioni originali, le cui trasformazioni sono evidenti nella conversione a cimitero dell area termale 80. * * * A conclusione di questa rassegna, se si considerano le regioni capenate, falisca, ceretana e tuscaniense, dove ai dati desumibili dai centri abitati sono stati aggiunti quelli delle ricognizioni nei loro territori, ci si rende conto di come non esistano molte similitudini tra un contesto e l altro. Se prendiamo in considerazione Tuscania e Bolsena ad esempio, che sono i soli centri abitati sui quali sono state effettuate delle indagini stratigrafiche, ci si accorge come per Tuscania il IV sec. d.c. coincide con una fase di vero e proprio abbandono della città ed un venire meno nei suoi rapporti con i siti rurali del territorio. Bolsena, al contrario, viene riorganizzata a seguito della sua trasformazione in civitas episcopalis. Il modello di Bolsena potrebbe essere applicato a Blera e molto probabilmente a Vulci, all interno della quale abbiamo segnalato la conversione in area cimiteriale di un antico edificio termale e l edificazione di un edificio di culto, identificabile in una chiesa. Le ricognizioni più recenti effettuate in area ceretana e nei dintorni di Falerii sono più eloquenti dal punto di vista dell organizzazione dei loro territori: qui la popolazione (almeno sino alla fine del secolo V) sembrerebbe abbandonare le fattorie minori per concentrarsi nei grandi complessi, situati in prossimità degli assi viari principali. Contesti così differenti non devono comunque destare alcuna perplessità se si considerano i risultati delle ricognizioni in Toscana meridionale, che hanno mostrato addirittura maggiori variazioni per i diversi campioni analizzati nelle aree situate tra la valle dell Albenga e del Fiora, nella zona di Roselle, in quella di Roccastrada e di Populonia o nelle aree del senese 81. La tipologia degli abitati rurali sopravvissuti alla crisi di età antoniniana è un argomento troppo vasto per essere sviluppato in questa sede. Secondo la ricostruzione proposta da F. Cambi, i paesaggi tardoantichi d Etruria si sarebbero formati a partire dal II sec. d.c. sulle ceneri del sistema della villa tardorepubblicana 82. A partire di quel periodo si sarebbe difatti affermato il modello di villa periferica, teorizzata da Plinio il Giovane, capace di governare il grande fundus, grazie all integrazione del lavoro di schiavi e di coloni 83. Stando a Plinio, i coloni destinati ad amministrare piccoli lotti di terreno sarebbero vissuti in case sparse ma le ricognizioni topografiche dimostrano come in Etruria, dopo l epoca augustea il numero delle abitazioni più modeste sarebbe fortemente diminuito. È possibile a questo punto che la popolazione fosse stanziata in altri centri, forse le stesse stazioni di posta, la cui esistenza è attestata in Agro capenate, all interno del quale si ripopolano inoltre abitati pre-romani, dotati d impianti pubblici e dimore private 84. Attorno alla metà del V secolo d.c., l abbandono delle grandi proprietà e la frammentazione degli abitati avrebbe dato luogo ad un forte arresto del paesaggio tardoantico e alla nascita di forme di vita minori, sulle quali si sarebbe poi sviluppato il popolamento medievale. Abbiamo già notato come V. Fiocchi Nicolai, attribuisse almeno 24 dei cimiteri paleocristiani da lui registrati in Etruria meridionale a grandi ville, stazioni di posta o villaggi, la cui esistenza sarebbe ancora nascosta alla survey 85. Dalla tesi di 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 7

12 laurea di F. Enei è risultato difatti come, nell area di Cerveteri, lungo la via Aurelia oltre le grandi ville marittime come l Alsiensis di Palo o quella di S. Nicola, sarebbe sopravvissuto il centro di ad Turres e lo stesso sembrerebbe sulla Cassia per la statio di Baccano. Lungo la costa ceretana, le ville cessano di essere frequentate solo più tardi, alla fine del V secolo ad esclusione di qualche sporadica testimonianza a Ad Turres e nelle ville di Vaccina e S. Martino 86. Un simile quadro emerge anche lungo la costa di Populonia che nel VI secolo risulta priva d insediamenti, ad eccezione dell abitato di Vignale e di due ville. Negli anni compresi fra la guerra greco-gotica e l invasione longobarda, vengono anche abbandonate le grandi ville dell Agro rosallano, mentre all interno dello stesso territorio la popolazione lascia le aree di pianura per insediarsi nelle zone collinari. I siti minori della valle dell Albenga, scompaiono totalmente nel VI secolo e l entroterra di Cosa, risulta già abbandonato negli anni di poco precedenti la guerra greco-gotica 87. I secoli compresi tra il V e il VII secolo d.c., rappresentarono dunque un periodo particolarmente delicato per l intera regione, in quanto furono segnati da rispettivamente dalla discesa di Alarico, dalle guerre greco-gotiche e infine dall occupazione longobarda: come vedremo fra poco, nel quadro di questi eventi l Etruria meridionale ebbe un ruolo di primo piano Il periodo delle guerre gotiche e dell occupazione longobarda La portata del primo dei due avvenimenti non va comunque esagerata: nelle aree più interessate dalle invasioni gote, alcune comunità s insediano negli abitati di tradizione romana, lasciando testimonianza del loro passaggio in corredi funerari o nelle iscrizioni sepolcrali. Lungo la via Aurelia si conoscono i casi di ad Turres 89, di Centumcellae 90 e della villa della Vaccareccia (n. 40) 91, mentre lungo la via Tiberina una sepoltura con corredo di tipo ostrogoto è stata rinvenuta nei pressi del cimitero di Monte Canino 92. Un iscrizione dove si menziona un personaggio di origine gota è stata ritrovata sull isola Martana, laddove Procopio di Cesarea, narrava dell esistenza di un castello, all interno del quale si trovava una prigione 93. La militarizzazione della costa e lo stato di guerra contribuirono certamente alla disgregazione di ciò che era rimasto dell organizzazione dei latifondi ed alla nascita di una rete di fortificazioni, situate lungo le principali direttrici d accesso verso l interno. Alcuni di questi castra, mantennero la stessa funzione durante le invasioni longobarde, in quanto situati nel tratto tirrenico del limes, organizzato a difesa del Ducato di Roma 94. Se le ricerche condotte in Toscana hanno permesso di delineare la struttura di questi complessi attraverso gli scavi di Cosa, Talamonaccio e Poggio Cavolo, lo stesso non si può dire per Centumcellae e per Nepi che svolsero un ruolo chiave durante quei decenni 95. La conquista longobarda non interessò comunque subito la fascia meridionale dell Etruria la quale, stando a Gregorio di Cipro, entrò a far parte della provincia Urbicaria 96 : è solo nel 592 con la presa di Bomarzo, Orte e Sutri da parte di Ariulfo, che la regione sarebbe stata coinvolta più direttamente in questi avvenimenti 97. Tra la fine dello stesso anno e gli inizi del successivo l area vide nuovamente il passaggio dell esercito bizantino, destinato a riprendere Bomarzo, Orte e Sutri oltre che Amelia, Todi, Perugia e Luceoli, che erano situate peraltro lungo le vie Amerina e Flaminia, nel corridoio di collegamento fra Roma e Ravenna 98. Secondo la ricostruzione proposta a loro tempo dagli archeologi e degli storici britannici, gli episodi narrati avrebbero portato alla creazione in Agro falisco di una linea di frontiera a km da Roma, scandita dagli insediamenti di Sutri, Nepi e Civita Castellana 99. I castra di Ponte Nepesino e Mazzano Romano sarebbero 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 8

13 invece sorti nel secolo VIII, all epoca di Liutprando, quando la frontiera fra la Tuscia longobarda ed il Ducato bizantino sarebbe stata notevolmente arretrata 100. Quest ultima ipotesi era basata sulla datazione della ceramica di tipo Forum Ware, recuperata nei due siti che si è poi rivelata errata, alla luce degli studi più recenti di H. Patterson 101. Il limite settentrionale del Ducato bizantino, doveva estendersi alla fascia costiera d Etruria, dopo la conquista del territorio di Tuscania, che dovrebbe risalire agli anni compresi fra i sinodi del 649 e Il porto di Centumcellae, del quale Astulfo cerca di impadronirsi nel 749, ne avrebbe potuto costituire la punta occidentale 103. Su questo soggetto, al quale si è più volte accennato nei preliminari di ricerca, la bibliografia si è soffermata su di un eventuale identificazione dei confini occidentali della frontiera, con quelli meridionali della diocesi tuscaniense, descritti nella bolla di Leone IV al vescovo Virobono, a sud dei quali si estendevano i territori compresi nella diocesi di Centumcellae 104. Un ipotesi avanzata più recentemente tende ad identificare i limiti citati nella bolla leoniana con l asse, descritto agli inizi del secolo VII nella di Giorgio di Cipro, che ricalca nel suo tratto occidentale le cime dei Monti dalla Tolfa 105. Torneremo in seguito sull argomento, ma va comunque anticipato che nel periodo delle incursioni di Liutprando, papa Gregorio III riedificò dalle fondamenta le mura di Centumcellae 106. La creazione di fortificazioni di frontiera è uno dei tanti elementi del paesaggio d Etruria meridionale in epoca altomedievale, per lo studio dei quali pesano ancora certe lacune sulla conoscenza dei fossili guida principali, vale a dire la ceramica e le strutture materiali dell abitazione Lo studio della ceramica e delle strutture dell abitazione Se le prime ricerche che sono state effettuate sulle ceramiche post-classiche rinvenute a Roma e nel Lazio hanno permesso d inquadrarne le problematiche, è solo grazie agli scavi stratigrafici condotti a Roma alla Crypta Balbi, a Ostia, a S. Cornelia, S. Rufina e alla Mola di Monte Gelato che è stato possibile creare una tipologia per le varie classi (Fig. 7) 107. Generalmente si può dire che nel periodo compreso tra il tardo V e la prima metà del VI secolo, nelle aree più interne della regione è stata notata una diminuzione di prodotti fini importati, forse a conseguenza del crollo del mercato romano 108. Nel corso del secolo VIII, l unica fornace sinora identificata nella Campagna Romana è quella della Mola di Monte Gelato, dove si fabbricava ceramica acroma 109. Tra la seconda metà del secolo VIII e gli inizi del IX si assiste ad una ripresa della produzione locale. Gli scavi effettuati nell esedra della Crypta Balbi hanno permesse di riconoscere i più antichi esempi di ceramica invetriata altomedievale, tra i quali la Forum Ware di produzione romana 110 e le ceramiche da cucina (caratterizzate da forme come olle, coperchi e lucerne), la cui fabbricazione con ogni probabilità avveniva negli stessi ateliers che producevano ceramica invetriata. Nella Campagna Romana è probabile che un centro di produzione esistesse a S. Rufina 111 : la fondazione delle Domuscultae nel secolo VIII, aveva quindi creato le condizioni favorevoli al lavoro di vasai professionisti i quali, come nel caso della Mola di Monte Gelato producevano ceramica sia per uso locale sia da destinare altrove 112. Passando dalla ceramica alle strutture materiali dell abitazione, l Etruria meridionale non può vantare ancora quella ricchezza di studi, che distingue le ricerche in Toscana centro-meridionale. Le indagini toscane hanno difatti analizzato la tipologia delle costruzioni tra tarda Antichità e Altomedioevo, attraverso lo studio delle fasi più recenti delle ville romane, delle 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 9

14 abitazioni più modeste, sparse nel territorio e degli abitati pluristratificati come quello di Poggio Imperiale-Poggibonsi, scavato di recente 113. Nei casi più indagati, come ad esempio Torre Tagliata a Orbetello e S. Vincenzino a Cecina, è stato notato un cambiamento d uso delle ville nel pieno IV secolo, come sedi di maestranze specializzate in servizio d appoggio alla navigazione 114. Tra VI e VII secolo alcuni nuclei familiari avrebbero occupato la pars urbana delle residenze padronali, mentre risulterebbero completamente scomparsi i villaggi aperti e fortificati (eccetto il caso di Poggio Cavolo). Di estremo interesse si sono rivelati gli scavi a S. Quirico e Pace (Castelnuovo Berardenga) nel senese, che hanno permesso di riconoscere un abitazione isolata di VI e VII secolo 115. La casa era dotata di un unico vano a pianta rettangolare (4,80 3,40 m), limitato da muri in terra pressata di cm di spessore mentre la copertura, in laterizio, doveva essere costituita da un tetto ad un solo spiovente, fermato da ventose in pietra. All interno sono stati trovati i resti di un focolare e frammenti di dolia che probabilmente erano appoggiati sul lato settentrionale dell edificio. I rifiuti dovevano essere smaltiti in una fossa terragna scavata nel terreno. Passando dalla Toscana all Etruria laziale, lungo la costa civitavecchiese, alcune informazioni di un certo interesse provengono dalle due ville marittime delle Grottacce (n. 9), del Castello Odescalchi (n. 16) e dalla Villa di Traiano (n. 41). Nei primi due casi, tra III e IV secolo alcuni ambienti sarebbero stati convertiti in magazzini, indizio di un nuovo orientamento dell economica delle due ville che da marittime si sarebbero trasformate in insediamenti agricoli. Un caso più tipico è quello delle terme della Villa di Traiano, abbandonate in epoca tardoantica, all interno delle quali sarebbe stata costruita una calcara. Il reimpiego di materiale più antico, dettato da esigenze puramente pratiche, è stato riscontrato per i casi delle chiese di S. Cornelia, di S. Rufina, della Mola di Monte Gelato e delle Mura di S. Stefano, situati in aree precedentemente occupate da ville romane 116. Esperienze tipo lo scavo della casa di S. Quirico e Pace nel senese, non sono state ancora effettuate nel Lazio 117 ed allo stato attuale non sono note le caratteristiche delle case sparse che dovevano caratterizzare il paesaggio rurale 118 : questo tipo di strutture meriterebbero quindi essere indagate 119. La bibliografia che riguarda l architettura dei secoli postclassici nella regione è ancora limitata alle ricerche condotte qualche decennio fa da J. Raspi Serra 120 e agli scavi del colle di S. Pietro di Tuscania che hanno permesso di distinguere un esempio locale di fortificazione altomedievale, caratterizzato dalla presenza di torri lignee 121. Le indagini di D. Andrews 122 hanno gettato le basi per una tipologia delle tecniche murarie nelle aree a nord di Roma dal IX al XIV secolo, che purtroppo non ha avuto gran seguito, ad eccezione dei casi di Leopoli-Cencelle (Fig. 8), Alteto e Valle Nobile, situati in area tolfetana 123. Gli scavi, recentemente avviati su Leopoli-Cencelle, si rivelano quindi di estrema importanza in questo senso, perché permetterebbero di arricchire un quadro di per se lacunoso, sulla base dei dati di un sito che ha vissuto l intero arco del Medioevo La riorganizzazione dell approvvigionamento di Roma: le domuscultae Come abbiamo accennato nel paragrafo precedente, la nuova evidenza ceramica nella Campagna Romana si manifesta con la riorganizzazione del mercato per il vettovagliamento di Roma, nel quale s inquadra la fondazione 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 10

15 di domuscultae. Le domuscultae, la cui attività è attestata sino al secolo X «rappresentano una fase d importante transizione tra il dissolvimento del paesaggio delle fattorie sparse e la formazione dei villaggi fortificati» 124. I prodotti di queste aziende servivano per la distribuzione di alimenti ai poveri radunati nel Laterano ed a S. Pietro oltre naturalmente ai fabbisogni della chiesa stessa: per questo motivo la vicinanza a strade facilmente percorribili era una delle prerogative essenziali per la scelta topografica dei centri di produzione delle domuscultae 125. Il termine domusculta è attestato nella documentazione italo-longobarda a partire dalla metà del secolo VIII, per indicare il centro principale della curtis, accanto al quale sono installate diverse unità produttive, rappresentate dalle casae dei lavoratori dipendenti 126. In Etruria meridionale, il caso più noto è quello della Domusculta Capracorum, che entrò in possesso della chiesa romana attorno al 780, grazie ad una donazione di papa Adriano I 127. È molto probabile che le terre della Domusculta Capracorum, distribuite nei territori veiente e nepesino, fossero organizzate in più raggruppamenti fondiari, separati fra di loro 128. Il complesso di S. Cornelia (Fig. 9, n. 2) costituisce uno degli insediamenti agricoli che ne facevano parte 129. Secondo le fonti storiche, Adriano I vi avrebbe stabilito il centro amministrativo della tenuta, trasferendovi le spoglie di quattro martiri, tra i quali S. Cornelio 130. Il sito si trova a circa tre chilometri dal centro di Veio, nell area di una villa romana, sulla quale insistono strutture altomedievali e medievali, databili dal III al XII secolo d.c. Al periodo che corrisponde alla formazione della domusculta, appartengono una chiesa a tre navate ed un battistero rettangolare, ai quali si aggiungono successivamente un portico ed una probabile torre campanaria. Nel corso del secolo XI, si ha notizia di una trasformazione del complesso in monastero: lo scavo ha evidenziato un ampio rifacimento della basilica attraverso la costruzione di una cripta, di un portico di facciata, di due grandi sale separate da un chiostro ed altri locali 131. Una simile tipologia insediativa è stata riscontrata anche a S. Rufina (Fig. 10, n. 1), lungo la via Boccea e alle Mura di S. Stefano (Fig. 9, n. 1), nei pressi della via Clodia, anch esse situate sui resti di ville romane, datate da epoca repubblicana al tardo Impero 132. A S. Rufina, nel corso del secolo VIII, sarebbero stati edificati una chiesa, pavimentata con un mosaico datato al 750 d.c., una torre campanaria e alcuni edifici associati (Fig. 10, n. 2). Stando alla ricostruzione di Tomassetti, si tratterebbe della chiesa dedicata alle martiri S. Rufina e S. Seconda, restaurata da Adriano I e successivamente da papa Leone IV 133. Lo scavo condotto alle Mura di S. Stefano ha permesso di scandire la vita del complesso in 4 fasi principali: la fattoria del I sec. d.c., la costruzione di un edificio a tre piani, arredato con una ricca selezione di marmi che oblitera la fattoria e che dovrebbe risalire alla II metà del II secolo d.c., la creazione di un fossato di difesa (V sec. d.c.), la costruzione di una chiesa e di un insediamento agricolo (VIII-XI sec. d.c.) 134. La tipologia della chiesa, molto simile a quella della prima fase di S. Cornelia, induce ad ipotizzare che i due edifici siano coevi. Ben più numerosi sono i dati relativi alla Mola di Monte Gelato, che ricadeva anch essa nelle aree pertinenti alla Domusculta Capracorum 135. Già alla fine del secolo scorso G. Tomassetti, ricordava alcuni scavi effettuati nella tenuta di Crepacore, nell ambito dei quali erano venute alla luce una cappella cristiana e una necropoli 136. Il sito si trova in prossimità del fiume Treia nel cuore dell Agro falisco e alcune ricognizioni condotte negli anni 60 avevano attestato la presenza di una villa romana. Gli scavi della British School at Rome (Fig. 11), hanno dimostrato come l insediamento abbia conosciuto sostanzialmente tre grandi periodi di sviluppo, che i ricercatori hanno suddiviso in sette fasi. Il primo d epoca romana (I-III secolo d.c., fasi I e II) concerne un 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 11

16 primo insediamento del I secolo d.c., abbandonato nel III, identificabile con una villa attribuita a C. Valerius Flaccus, magister degli Augustales di Veio. Le testimonianze più interessanti sono un piccolo edificio termale e tre vasche foderate in cocciopesto, che probabilmente erano utilizzate per la spremitura delle olive 137. Nel corso del secolo IV d.c. (fase III), l insieme di queste strutture sarebbe stato demolito per creare un complesso rurale, orientato su di un diverticolo stradale che congiungeva la via Cassia alla via Amerina. La costruzione degli edifici tardoantichi sarebbe stata attuata reimpiegando il materiale della villa precedente, come dimostra la presenza di una calcara, accanto alla quale sono stati trovati diversi frammenti di marmo. Nel V secolo, in corrispondenza dell angolo meridionale del complesso, viene inserito un piccolo edificio di culto ad un unica navata e in occasione di alcuni lavori di ristrutturazione degli ambienti si realizza un nuovo impianto per lo smaltimento delle acque (fase IV). Le tracce di continuità d uso di questo complesso sono testimoniate da resti di focolari e di pareti lignee, oltre che scarichi di ceramica, datati al VII secolo d.c. La presenza di buche di palo ad intervalli regolari, che tagliano le pavimentazioni più tarde e che potrebbero essere identificate come resti di armature di sostegno, induce ad ipotizzare che in quel periodo, molto probabilmente, le murature romane dovessero versare in cattivo stato. È all epoca della creazione della Domusculta Capracorum (fase V) che, anche qui, si assiste ad una profonda ristrutturazione dell intero complesso. Nella metà del secolo VIII viene costruita una chiesa più ampia, affiancata da un piccolo battistero e da un cimitero. In uno degli ambienti di epoca romana viene ricavata una fornace per la cottura di ceramica. Tra il IX ed il X d.c. secolo (fase VI), la chiesa ed il battistero subiscono nuove opere di ristrutturazione ed i due complessi sembrano ancora in uso durante il secolo decimo: l assenza di qualsiasi frammento di sparse glazed, ne indica l abbandono nel secolo XII. A poche centinaia di metri dal complesso, si trovano ancora i resti di un mulino (la vera e propria Mola di Monte Gelato, in uso sino al secolo scorso) e di una torre di XII e XIII secolo, dominati da una collina, il Castellaccio, sulla sommità del quale vi sono un altra torre, alcuni lacerti murari e grotte scavate nel tufo (fase VII). L insieme degli edifici sinora descritti è stato associato a tre bolle papali emesse rispettivamente da Leone IX (1053), Adriano IV (1158) e Innocenzo III (1205). Nella prima, a favore della Basilica Vaticana, si parla di un «Castrum Capracorum, cum terris, vineis et molaria sua, cum ecclesia sci Johanni que dicitur Tregia positam territorio Vegentano, miliario ab Urbe Roma plus minus XXVII» 138. Lo stesso si dice nelle due bolle di Adriano IV e Innocenzo III, con la sola differenza che in queste due la chiesa viene nominata come diruta 139. È possibile quindi, che almeno fino al secolo XI a Monte Gelato convivessero i due complessi, il più antico attorno alla chiesetta della domusculta e il castrum, mentre nel secolo successivo sarebbe rimasto il solo sito fortificato. Da alcuni passi della biografia di Adriano I del Liber Pontificalis si deduce il tipo di cultura e di allevamento che venivano praticato all interno della Domusculta Capracorum. Gli scavi di Monte Gelato e delle Mura di S. Stefano sono tra i rari casi in Etruria meridionale, in cui questo tipo d informazioni siano state confrontate ai risultati delle analisi sui resti vegetali ed animali per il periodo medievale. Questi dati ci inducono ad aprire una breve parentesi su un aspetto ancora poco indagato dagli studiosi. 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 12

17 1.6. Lagricoltura e l allevamento Fra le specie coltivate alle quali accenna il redattore della biografia di Adriano, oltre vigne e oliveti, sono menzionati triticum seu ordeum e diversa legumina 140. Alcuni campioni di terreno, provenienti dallo scavo della Mola di Monte Gelato e sottoposti a flottazione, hanno dimostrato come effettivamente il 50% dei resti botanici sia relativo a cereali come grano duro (triticum aestivum durum), orzo (hordeum vulgare), avena (avena sp.) e miglio (panicum miliaceum) mentre fra le leguminose, compaiono la fava (vicia faba) e il pisello (pisum sativum) 141. Per quello che riguarda Mura di S. Stefano, nel IX- XI secolo risultano presenti tra le graminacee il farro piccolo (triticum monococcum), il farro (triticum dicoccum), il grano tenero (triticum aestivum e compactum), l orzo (hordeum vulgare), il panico e la segale (panicum miliaceum e avena sativa); le graminacce infestanti sono rappresentate dall avena e dalla zizzania (lolium) 142. Per quello che riguarda le leguminose ritrovate alle Mura di S. Stefano, i dati sono molto simili a quelli della Mola di Monte Gelato: sono attestati difatti il cece (cicer arietinum), la lenticchia (lens culinaris), la fava (vicio faba) ed il lupino (lathyrus lupinus). Sull esistenza o meno nel Lazio, delle condizioni necessarie di approvvigionamento idrico per la produzione di cereali, si è soffermato recentemente M. Rendeli, che ha tenuto conto dei dati raccolti nella relazione Canevari sulla media della piovosità a Roma tra il 1782 e il 1870 e quella di Almagià, che riguarda tutte le regioni d Italia tra il 1921 e il L Autore si è rifatto alla tabella stilata da Osborne per la Grecia, all interno della quale era stata fissata a 200 mm (da concentrare tra ottobre e maggio, mesi di coltivazione di cereali e di legumi), la precipitazione annuale minima per non subire la perdita di un raccolto d orzo, a 300 mm per il grano e a 400 mm per i legumi 144. I dati che riguardano Roma nella relazione Canevari, dimostrano come nell arco di un secolo la differenza media supera di poco i 30 mm annui, oscillando tra i 795 e i 760 mm, contro i 634 mm nei mesi di coltivazione dei cereali e dei legumi. Non molto diverso è il quadro riportato dall Almagià per il Lazio ed in particolare per l Etruria meridionale nelle aree di Bolsena, Tarquinia, Viterbo e Civitavecchia. Anche se è difficile ipotizzare una situazione del tutto simile nella II metà del I millennio d.c., l insieme di questi dati ci induce a pensare che le nostre regioni non debbano mai avere avuto gravi problemi di approvvigionamento idrico. Al contrario, come sottolinea giustamente Rendeli, nelle aree del litorale come Cerveteri, Tarquinia o Vulci dove la presenza di formazioni travertinose facilita l accumulo delle acque stagnanti, è possibile che le culture prevalenti fossero cereali come il farro, che resistono ad abbondante presenza di acqua 145. I risultati delle analisi condotte sui resti faunistici di Monte Gelato concludono questa lunga parentesi (Figg. 12 e 13) 146. La maggior parte delle ossa ritrovate provengono dalla preparazione e consumazione di pasti. Le ossa di cavallo non hanno mostrato tracce di macellazione ed è quindi probabile che non si consumasse questo tipo di carne. Una costante di tutte le fasi di occupazione del sito è un alta percentuale di resti di suini: nelle prime due essi risultano pari a circa il 70% del totale, scendendo al 40% nella III fase e risalendo nelle successive sino al 50-58% 147. Nello schema riportato da A. King si nota chiaramente come le stesse percentuali, relative ai secoli I e II d.c., siano state registrate in altri siti dell Italia centrale (Ostia, Pompei e Napoli e Settefinestre), dove l allevamento dei suini è generalmente associato ad un agricoltura di campi arati, nella quale dominano le attività legate alla 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 13

18 fattoria. Riguardo quest ultimo dato, non è un caso difatti che a Monte Gelato, al calo di resti di suini, nella metà del IV-VI secolo d.c., corrisponda una diminuzione di pollini di graminacee ed un aumento di ovini, macellati in età adulta per la produzione di lana 148. In generale, sulla base di quanto analizzato da A. Carandini e C. Panella, a partire del II secolo d.c. si assisterebbe ad un graduale calo dell allevamento e dell agricoltura in Italia e un conseguente incremento della stessa nelle province, dove i costi erano minori. La stessa villa di Monte Gelato nel III secolo sarebbe stata abbandonata e rioccupata nel IV, quando il centro cominciò a produrre lana 149. Nella biografia di Adriano I, fra le specie allevate nella domusculta, si citano soli i suini, che devono essere macellati sul sito e trasportati poi a Roma. Tracce di aree di macellazione, organizzate tenendo conto dell età dei capi e della qualità della loro carne, sono state riconosciute nella V fase del sito (circa 800). I dati di Monte Gelato che riguardano l Altomedioevo, non differiscono molto da quanto raccolto in altri centri laziali a differenza di Farfa, dove l età di macellazione degli ovicaprini è molto più bassa, perché evidentemente erano maggiormente presenti nell alimentazione L incastellamento Nell introdurre le pagine relative alle domuscultae, abbiamo riportato una frase di T. Potter, secondo il quale quest ultime rappresentarono una fase importante di transizione tra il dissolvimento del paesaggio delle fattorie sparse e la formazione dei villaggi fortificati (Fig. 14) 151. Le problematiche legate alla genesi dell incastellamento in Etruria meridionale, che verranno esposte molto brevemente, concludono questo capitolo. Va premesso che esse riguardano principalmente le aree interne della regione. Allo stato attuale delle ricerche, abbiamo già visto come sia possibile ipotizzare che nel periodo delle guerre greco-gotiche e successivamente durante l invasione longobarda, i principali siti fortificati fossero solo quelli situati in prossimità della frontiera longobarda 152 e quindi civitates, con il ruolo di sede episcopale o anche centri di ascendenza etrusca, che mantennero le proprie funzioni strategiche 153. Fra i casi di quest ultimo tipo potrebbe essere annoverata anche Cerveteri la quale, spopolata l area urbana che in età classica occupava l intero pianoro di Vignali, restrinse l insediamento all acropoli, un appendice naturalmente fortificata da cui è possibile controllare tutta la pianura costiera 154. Il modello prevalente di fortificazione nel Lazio settentrionale altomedievale sarebbe quindi stato basato «su uno schema centralizzato di controllo militare del territorio, facente capo ad una o più città capoluogo in una determinata regione, che non consentiva il proliferare indiscriminato di centri fortificati» 155. Se si esclude il problema delle città nuove di fondazione papale, che affronteremo a proposito di Leopoli-Cencelle, anch esse comunque centri fortificati del IX secolo ma concepiti con uno spirito del tutto particolare, è in corrispondenza del secolo X che negli Agri falisco e veiente, si assiste all occupazione regolare dei castelli di Calcata, Formello ed Isola Farnese, citati dai documenti scritti. Nei casi di Mazzano, Castel Porciano e Ponte Nepesino, dei quali si hanno anche i dati provenienti da indagini di scavo, è stata ipotizzata addirittura un occupazione al IX o seconda metà del secolo VIII 156. Il paesaggio della regione, in particolare nelle sue aree interne, sa- 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 14

19 rebbe quindi stato caratterizzato dalla compresenza fino al secolo X di siti fortificati, in corrispondenza delle zone nevralgiche per la difesa di Roma e di siti aperti, di ascendenza romana (massae, fundi e domuscultae), ampiamente attestati nelle fonti, prima del secolo X 157. Se il caso della Mola di Monte Gelato, può essere preso a riferimento per stabilire quando questi open sites siano stati abbandonati a favore dei siti incastellati, è molto probabile che questo debba farsi risalire all XI secolo, all epoca cioè nella quale la chiesa dell insediamento aperto è considerata diruta. Il trionfo dell incastellamento non avrebbe comunque avuto grande durata in Etruria meridionale, le cui campagne a partire del secolo XIV risultano già occupate da casali 158. Come ha già scritto T. Potter a conclusione del suo volume sulla storia del paesaggio della regione, la maggior parte dei siti incastellati fu progressivamente spopolata fra il 1350 ed il Il paesaggio rinascimentale doveva comunque avere maggiori elementi comuni a quello classico, di quanto non lo sia stato per quello dei secoli che abbiamo considerato. I casali vennero costruiti in aperta campagna e le strade furono nuovamente scandite da stazioni di posta con locande, stalle e cappelle, che in alcuni casi (come Baccano o Acquaviva), sono installate sui siti delle antiche stationes romane 159. L entroterra di Civitavecchia, che analizzeremo, è uno dei rari casi nei quali la fine dell incastellamento è coronato da un avvenimento eccezionale: un cambiamento brusco dell economia locale che da agro-pastorale si trasformò in mineraria. 1 Per una sintesi delle informazioni riportate in questo capitolo, si rimanda anche a NARDI c.s. Nonostante si sia scelto di mantenere il nome di Etruria meridionale, con il quale la regione è distinta nella maggior parte della bibliografia archeologica, va ricordato che a partire della riforma di Diocleziano la Regio VII fece parte della Tuscia et Umbria, una delle regiones suburbicariae, sottoposte direttamente al Vicarius Urbis Romae. Nel V secolo d.c., l area dell antica Tuscia fu suddivisa nuovamente in due zone, l una più a nord, compresa nell Italia Annonaria e l altra più a sud nell Italia Suburbicaria. Nell ambito di quest ultima era inserita l Etruria meridionale laziale. Per quello che riguarda il confine tra le due Italie, si rimanda a CRACCO RUGGINI RENDELI 1993 (in particolare le pp ); CAMBI, TERRENATO 1994, pp Cfr. inoltre il capitolo dedicato alla storia delle ricerche in POTTER 1985, pp Nell entroterra di Civitavecchia i primi documenti dove sono censiti i resti monumentali della regione risalgono ai secoli XVI e XVII; il più antico è l apografo di un iscrizione etrusca, conservato presso la Biblioteca Vaticana, redatto da un anonimo viaggiatore (CAMPANA 1989 e MAGGIANI 1989). Ad esso seguono la raccolta epigrafica di Paolo Falzacappa, della quale si conserva una copia ottocentesca nella Biblioteca Casanatense di Roma (cod. 3238) e le Croniche di Corneto di Muzio Polidori. Quest ultime, assieme a quanto rimane del manoscritto settecentesco di Ferdinando Buttaoni costituiscono due fonti molto importanti per la ricostruzione della topografia medievale della regione, in quanto descrivono edifici dei quali non è rimasta alcuna traccia (per il volume di M. Polidori si rimanda all edizione curata da P. Moschetti nel 1977 mentre per il manoscritto Buttaoni cfr. MORRA 1979). I primi scavi dei quali si ha notizia si svolsero fra il 1776 ed il 1779, attorno alla Torre Chiaruccia, sul sito di Castrum Novum, in una zona chiamata Bufaloreccia (TORRACA 1777, pp. 275, 297, 325, 409; TORRACA 1778, p. 334). 3 CAMBI, TERRENATO 1994, pp Fu all epoca che vennero redatte opere famose come l Etruria Marittima di L. Canina ( ), la Topography of Rome and its Vicinity di W. Gell ( ) e l Analisi storico topografica dei dintorni di Roma di A. Nibby (1837). Cfr. inoltre WESTPHAL 1830 e GHERARD DENNIS Le ricognizioni condotte in Etruria e in Sabina furono pubblicate solo un secolo più tardi, per volere di Giuseppe Lugli (RENDELI 1993, p. 20; CAMBI, TERRENATO 1994, p. 25; GAMURRINI et al. 1972). Nel 1926 fu avviato il Progetto Forma Italiae, vero e proprio catasto archeologico del territorio nazionale sulla base delle tavolette dell IGM 1: TOMASSETTI 1979 e SILVESTRELLI Nella sua accezione più moderna, vale a dire di «studio archeologico del rapporto fra le persone e l ambiente nell Antichità e dei rapporti fra la gente e la gente nel contesto dell ambiente in cui abitava» (BARKER 1986, p. 7). 8 FREDERIKSEN, WARD PERKINS Uno dei fini principali della South Etruria Survey, era difatti l analisi dei fossati e dei tracciati tagliati sulla roccia sedimentaria che costituivano l antico sistema viario della regione. In quest occasione, gli studiosi britannici sottolinearono 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 15

20 la difficoltà di distinguere le strade pre romane da quelle medievali, le quali vengono general mente riferite ad una società rurale primitiva, stanziata in prossimità delle terre che coltiva (l argomento è stato discusso anche in POTTER 1986, pp ). 9 BARKER 1986, p. 8 e CAMBI, TERRENATO 1994, p CAMBI, TERRENATO 1994, p. 36. L eccezionalità delle condizioni all interno del quale fu svolta questa ricerca è stata altresì dimostrata dai risultati dalle indagini condotte nel 1989, nell area di Campagnano romano (KING 1993). Su 71 campi che erano già stati esaminati dalla South Etruria Survey, 23 si sono rilevati non più utili alla ricognizione e fra questi 5 non hanno restituito alcuna traccia archeologica. Nei 20 anni successivi alle ricerche di Ward Perkins, le tecniche agricole moderne hanno quindi notevolmente influito sulla leggibilità di queste zone. 11 La pietra miliare di queste ricerche è ancora l articolo di J.B. WARD PERKINS et al 1968, cfr. inoltre DUNCAN 1958; JONES 1962; WARD PERKINS 1962; BONATTI 1963; JONES 1963; JUDSON 1963; WARD PERKINS 1964; BARKER, HODGES 1981; POTTER 1985; POTTER POTTER 1992, p Difatti se questi coprivano un estensione di 300 m 2 si poteva trattare di una capanna (tipo A), a una superficie di 1200 m 2 corrispondeva una fattoria (tipo B), a un area di 2200 m 2 una piccola villa (tipo C) ed infine a una zona di 4700 m 2 una grande villa (tipo D). 14 AMMERMAN, FELDMAN 1978; BARKER, LLOYD 1991; POTTER 1992, p. 645; CAMBI, TER- RENATO 1994, p I ploughzone studies (studi della zona arata) hanno dimostrato difatti come i medesimi siti indagati in anni successivi si presentano in modo differente, anche a parità di condizioni di visibilità e di stagione. 15 POTTER 1992, p Ad un area di frammenti di sparsi, dolia e vetro ordinario corrisponde quindi una capanna (tipo D); frammenti sparsi, tegole, pezzame di muratura, blocchi di travertino, vetro ordinario, basalto e tessere in calcare, marmo italiano e mattoncini di opus spicatum indicano la presenza di una fattoria (tipo C). Lo stesso tipo di materiale con resti di affreschi, cisterne, marmi importati, vetro da finestre e vetro sottile dimostrano la presenza di una villa (tipo B), mentre resti di decorazione in stucco, rivestimenti murari in marmo policromo, tessere musive in pasta vitrea, iscrizioni, conci di colonna oltre a tracce di diverticoli stradali che conducevano al sito, sono indizio di una grande villa (tipo A). 16 POTTER 1985, p. 215 e p Per quello che interessa più in generale le ville romane in Etruria cfr. MORETTI, SGUBINI MORETTI 1977; GIANFROTTA 1981; LUCHI 1981; ATTOLINI et al e 1983; CARANDINI 1985 e 1985a. 17 HAYES 1972; Atlante 1981 e più recentemente SAGUÌ POTTER 1985, p WARD PERKINS 1968, p. 152; WARD PERKINS, KAHANE 1972, pp ; HEMPHILL Più in generale si rimanda a JONES Non va comunque dimenticato che la Terra Sigillata Africana, a partire dalla metà del secolo V, doveva essere molto meno diffusa nelle campagne che nei centri urbani. Per un esposizione esauriente della ceramica in circolazione in Italia nel corso dei secoli VI e VII d.c., si rimanda a SAGUÌ POTTER 1985, p Tra le varie ipotesi che riguardano lo spopolamento registrato da Potter in Agro falisco, ne è stata proposta una in tempi più recenti da F. Cambi (1994). Secondo l Autore, l aumento di fenomeni alluvionali e di disboscamenti registrati tra II e III secolo d.c., avrebbe avuto effetti devastanti in alcune aree come Faleri e Blera. Le piene dei torrenti avrebbero isolato i pianori tufacei, spingendo la popolazione a rifugiarsi verso la pianura e favorendo così la crescita di Agri deserti (cfr. anche HEMPHILL 1988, pp ). 22 POTTER 1985, p Uniche eccezioni sarebbero state Nepi, Sutri e la stazione di Ad Nonas (La Storta) che è citata come Burgo Novo in alcuni documenti del secolo XI (WICKHAM 1978). Ad una conclusione simile sembrerebbe essere arrivato anche E. Papi (tesi di dottorato inedita), secondo il quale nelle aree comprese tra il Tevere e Pupulonia, le uniche città fiorenti sarebbero state Centumcellae e Nepet (riportato in CAMBI et al. 1994, p. 189). 23 FIOCCHI NICOLAI 1988, p. 383 e pp In tempi più recenti l Autore ha avanzato alcune osservazioni sulla South Etruria Survey, che non considerò con dovuta attenzione l archeologia delle chiese e dei cimiteri tardoantichi. In effetti, confrontando le carte degli insediamenti proposte da T. Potter per il V e l VIII secolo con una pianta dove sono localizzate per la stessa area le chiese e le aree funerarie, appare subito evidente come il numero dei cimiteri attivi tra IV e VI secolo indizi un livello di popolamento più elevato. Un esempio è l area ipogea di Rignano Flaminio che ospitò in meno di un secolo di vita 500 o 600 sepolture e che quindi deve essere messa in relazione con un grande centro abitato, evidentemente ancora nascosto alla ricognizione (FIOCCHI NICOLAI 1994, p. 383). 24 FIOCCHI NICOLAI 1988, p Riguardo Castrum Novum dove è ambientato il martirio di Secondiano, Verino e Marcelliano, i pochi dati a disposizione sono quelli recentemente recuperati sul sito della Castellina del Marangone (n. 130). Su questo argomento torneremo successivamente nel capitolo dedicato a Centumcellae. 25 Cimiteri di Mario e Marta a Boccea, di S. Giuliano presso Tuscania, di Rignano Flaminio, di S. Eutizio presso Soriano nel Cimino. 26 Come le aree funerarie di Lorium, del bivio Cassia-Clodia, di Ad Baccanas, Ad Rubra, Ad Vicesimum. 3 Edizioni all Insegna del Giglio - vietata la riproduzione e qualsiasi utilizzo a scopo commerciale 16

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