SOCIETA DELL EVENTO. Tra Modernità, Postmodernismo, Globalizzazione, Realismo Glocale

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1 Bruno Sanguanini SOCIETA DELL EVENTO Tra Modernità, Postmodernismo, Globalizzazione, Realismo Glocale 1.a Edizione Su carta solo a richiesta Info: 1

2 III. CULTURE DELL'EVENTO E POSTMODERNISMO 1. Introduzione Dalle pagine di questo terzo Capitolo mi attendo qualcosa di originale. La questione delle culture dell evento sarà affrontata facendo precipuo riferimento alle manifestazioni ed ai fenomeni che contraddistinguono l epoca del Postmodernismo (Postmodernism). Già sappiamo che con questo termine, da taluni particolarmente amato e da non pochi oltremodo disprezzato, ci riferiamo tutti al quarantennio che intercorre dagli inizi degli anni 70 del secolo scorso alla fine del primo decennio del secolo XXI. Propongo qui di esaminare alcuni dei prodotti e degli artefatti che la società contemporanea associa alla cultura dell evento. Mi riferisco in particolare alle grandi manifestazioni della politica, della cultura, della religione, dello spettacolo, delle innovazioni tecnologiche, dello sport, del costume collettivo, e ovviamente delle catastrofi naturali, che secondo i sistemi dei media sono i grandi eventi della nostra epoca. Scopriremo così che a parlare di eventi sono prima i media, poi le istituzioni, infine ciascuno di noi. Cosicché anche le istituzioni, per inverarsi come tali, tendono ad agire come tecnologie dell evento. In che maniera? Avvalendosi dei Culturali. Di seguito propongo sei paragrafi. Il secondo paragrafo presenta un articolata ma sintetica trattazione circa i saperi sull evento. Sul fronte dei classici incontreremo le voci di Vico, Schiller, Hegel, Marx, Simmel, e altri grandi autori del pensiero occidentale, senza fare eccessive distinzioni tra filosofi e letterati, economisti e sociologi. Sul fronte dei moderni e dei contemporanei scoprire le pagine di scienziati sociali del calibro di Comte, Durkhèim, Cooley, Weber, Parsons, Giddens, ecc., senza fare alcuna distinzione sulla base delle appartenenze linguistico-nazionali.

3 Il terzo paragrafo offre una rassegna delle teorie dell evento più recenti e significative. A partire dal pionieristico dibattito provocato, allo scadere degli anni Sessanta, da Edgar Morin, sociologo. La ripresa, a qualche anno di distanza, della questione da parte del filosofo Jacques Derrida ci permette la messa a punto dei concetti. Il quarto paragrafo avanza le prime definizioni di società dell evento. Punto di attracco è la distinzione tra eventi dal vivo e eventi mediali generati dai media o eventi mediatizzati ideati in arene dal vivo ma riprodotti e diffusi anche via media. Di seguito troveremo esplicitata prima la teoria degli pseudo-eventi, quindi anche degli eventi mancati o dei quasi-eventi (quasi-event). Il ricorso a diversi casi esemplificativi ci faciliterà il compito. A seguire, ri-scopriremo la ben nota teoria dei great events, altrimenti nota come la teoria della cerimonia dei media. La spiegheremo ricorrendo a più di un esempio ma anche a qualche spunto critico. Questa prima tipologia suggerisce al sociologo di elaborare una neodistinzione. Classificare come eventi mediali (event-media) gli eventi che i media riprendono dalla realtà. In parallelo, classificare come eventi mediatici o eventi mediaticizzati (media-event) gli eventi che divengono tali a partire dalla fabbrica dei media. Il quinto paragrafo ci introduce ad un ulteriore livello di approfondimento. Chiamando in causa la classica distinzione tra le scale di realtà, analizza le caratteristiche sia dei macro-eventi che dei microeventi. A sostegno di questa posizione troveremo l analisi condotta pressoché in tempo reale sui casi dei funerali di Lady Diana principessa del Galles, madre Teresa di Calcutta, lo stilista Gianni Versace. Il sesto ed ultimo paragrafo esamina la moda dei Mega-eventi. Parlo di moda dal momento che da diverso tempo i media di ogni genere chiamano mega qualsiasi tipo di evento (politico, sportivo, religioso, culturale, ecc.) che occupa l Agenda di diversi media per almeno qualche giorno. Con la grandezza di tipo mega i media designare gli eventi che hanno sì grandi dimensioni, ma vivono di spot per un tempo limitato ed hanno un carattere ibrido, ovvero sono un pastice di politica, cultura, spettacolo, ecc. Nel complesso, scopriremo due novità. In primo luogo, una tipologia sociologica delle culture dell evento. In secondo luogo, la connessione tra gli eventi ed i sistemi sociali che stanno trasformandosi in qualcosa di 3

4 più complesso, caotico, immateriale, rischioso, liquido, vischioso, glocalizzato. 2. Quando la società tende alla cultura dell'evento Che cosa succede nella realtà quando il suo focus è la società? In che cosa consiste ciò che chiamiamo società? Con le poche pagine di questo paragrafo mi propongo di introdurre il lettore non accademico alla scoperta dei primi lineamenti del lavoro sociologico. Per questo interrogo con strumenti elementari una delle questioni basilari della sociologia: la società. Il termine società non è di recente conio: è in uso da circa due millenni. Molti dei concetti del passato sono ancora vivi, anche se la modernità ne ha resi obsoleti taluni e adottato non pochi tra quelli che hanno conservato una qualche validità empirica. (Gallino, 1983: 620) Come si parla di società? Napoli, tra la fine del secolo XVII e l inizio del secolo successivo, è una città-metropoli e tra le capitali del mercantilismo europeo. Qui, Giambattista Vico, filosofo, noto soprattutto per l opera Principi di Scienza Nuova, rilegge il diritto romano antico nella prospettiva sia delle origini della Repubblica che del successivo cosmopolitismo dell Impero, ricorrendo ad un metodo che rende la sua riflessione un prodromo della teoria sociale dell autorità, del potere, del diritto istituzionale, del rapporto tra le scienze e le arti, del lavoro intellettuale. Nell Orazione III, risalente al 1701, il filosofo partenopeo gettò le basi della sua concezione della società. Grandissima e potentissima è quella forza insita nell animo degli uomini che li spinge a consociarsi ed unirsi l uno con l altro; cosicché non esiste nessuno tanto scellerato,, che non conservi ed alimenti,, una qualche particella di giustizia per la conservazione della società. (Vico, 1971: 734) E prosegue: Ad un socio il latino socius, da cui societas: nota mia la legge prescrive di portare alla comunità un bene o un lavoro. Pertanto come gli uomini sono accomunati dalla ragione, i popoli dalla lingua, i cittadini dallo stato, gli appartenenti alla gens dal nomen, i parenti dal sangue, i mercanti dal mestiere lucrativo, così è necessaria che l attività erudita unisca quelli che professano le arti liberali e l indagine della natura i filosofi. (Cit.: 736) E conclude:

5 Comportiamoci dunque nella società letteraria scacciandone ogni slealtà; ascriviamo a loro merito le virtù degli autori e compensiamone i difetti con i pregi; apportiamo qualcosa di nostro al patrimonio comune e non defraudiamo i nostri soci dal vicendevole aiuto, non dichiariamo di aver arrecato a vantaggio comune più di quanto vi abbiamo portato. (Cit.: 744) Per il filosofo napoletano, la società ha nella società letteraria, ovverossia nell Accademia delle Arti, delle Lettere, delle Scienze, il suo tipo ideale. Tuttavia, la Scienza dei sapienti viene ad essere una filosofia dell autorità quando stabilisce i principi del giusto sopra il certo dell autorità e non sopra l autorità degli addottrinati. (Cit.: 468) In proposito, Vico a appello alla filologia delle cose di cui la filosofia deve fornire le prove. Di che cosa si tratta? Vediamole, nell ordine: i) le cose della mitologia condivisa; ii) le espressioni d eroismo circa i sentimenti; iii) l etimologia delle parole della lingua-madre; iv) ciò che si pensa circa le cose umane della società; v) la verità delle tradizioni; vi) il senso dei frantumi dell antichità di cui siamo circondati; vii) la causa e gli effetti delle cose di abbiamo tracce nella storia. Così procedendo, si fonda il metodo del cogitare videre, confermando l autorità con la ragione e la ragione con l autorità delle prove, ovvero della scoperta empirica. Ciò porta a far sì che la logica non venga più intesa come favola, e favella in italiano, oppure idea o parola: bensì, parlar vero, quindi il parlar naturale. (Cit.: 484-5) Che cosa significa? Occorre tenere sempre conto delle cose che fanno gli uomini, anche se, pur non conoscendole, sono soliti spiegare ad altri le cose lontane e sconosciute descrivendole per somiglianze di cose conosciute e vicine, (Cit.. 605) tanto da chiamare lo sconosciuto con i nomi di ciò che è familiare e conosciuto. Il filosofo partenopeo ci introduce così alla scoperta di un canone dell inculturazione, che, particolarmente popolare tra i colonizzatori ed i modernizzatori sia della sua epoca che delle epoche successive, schiude uno dei principi basilari della re-invenzione del senso della società. Secondo Friedrich Hegel, noto filosofo tedesco, la formazione della società civile è una caratteristica del mondo moderno. Per un altro filosofo tedesco, Immanuel Kant, la società civile fa da garante a ciò che è mio e a ciò che è tuo tramite le leggi pubbliche dello Stato sovrano, garantendo così sia la convivenza pacificata che la libertà individuale. Se per Friedrich Schiller l uomo ha bisogno dei suoi simili per coltivare le sue finalità, per il poco più giovane Wolfgang Goethe gli uomini sono degli esseri collettivi. In che cosa consiste, allora, la vita sociale? Per de 5

6 Tocqueville non si tratta altro che di una teatralizzazione. D altro canto, all epoca, il teatro di prosa o d opera era il locus più rappresentativo del senso del pubblico, dell opinione borghese, dell istituzione culturale a valenza sociale, della differenziazione culturale. (Sanguanini, 1989b) Pochi decenni dopo, nel passaggio dalla prima metà alla seconda metà del secolo XIX, la concezione della società si arricchì di nuovi concetti. Per il francese August Comte, uno dei padri della sociologia, il fine ultimo della società è assicurare l ordine sociale, ma, quest ultimo, risulterà agli occhi dei singoli individui sempre in conflitto con la libertà individuale, e ciò varrà quanto più lo sviluppo intellettuale dei singoli farà dei progressi. D altronde, visto che l intero meccanismo sociale si fonda su opinioni, la varietà di queste ultime espone l ordine sociale tanto al consenso quanto alle critiche. La società è quindi immediatamente esposta a forme di contraddizione culturale, cosa che chiama in causa la necessità di un ordinamento scientifico della società intesa come realtà degli uomini. Nel contempo, per Karl Marx non è ipotizzabile concepire la realtà sociale come qualcosa in cui la società si sviluppi al di sopra degli individui e ogni singolo individuo possa evolversi prescindendo dalla vita collettiva e dalle istituzioni della società. Il tramonto del XIX secolo e l alba del XX secolo videro la nascita dei fondamenti scientifici della sociologia. Per il francese Gabriel Tarde la società è costituita da individui che contribuiscono sia alla convivenza civile che al cambiamento delle cose della realtà imitandosi vicendevolmente. L imitazione è la legge basilare da cui dipende l integrazione, la formazione intellettuale, l impresa, l adattamento alle istituzioni. Per il tedesco Georg Simmel, filosofo della società e degli individui, la sociabilità coltivata, quindi la scoperta dell Altro, è uno dei fondamenti della relazione sociale. Come accade? Nei tanti modi che la civilizzazione moderna e particolarmente la vita urbana rendono espliciti. Per il francese-alsaziano Emile Durkhèim, studioso di antropologia e sociologo, occorre riprendere alcuni aspetti fondamentali della lezione del franco-ginevrino Jean-Jacques Rousseau. I sistemi naturali o, meglio, primitivi della convivenza umana pongono al centro non l individuo ma la società. Non l uomo, ma la società è qualcosa di oggettivo. In altri termini, è un fatto sociale. E in forza di questa disposizione della conoscenza che in tante civiltà gli uomini hanno posto al centro del loro mondo prima la società e poi la città, legando l una all altra, per fare dell insieme il focus della loro vita morale. Per convenire che l individuo non è altro che

7 qualcosa di vivente ma quasi una materiai indeterminata del vivente che è formato e trasformato dal fattore sociale. Secondo Max Weber, storico sociale e sociologo, tedesco ma osservatore anche della realtà statunitense, la società è il contesto e l ambiente in cui gli uomini e le istituzioni creano un sistema di valori. A partire dall importanza basilare che hanno gli individui ed i gruppi nel dare volontariamente vita a forme di associazione. Secondo il sociologo tedesco, Ogni universo di valori è generato tanto dai gruppi quanto dai singoli individui, essendo la risposta oggettiva tanto alla situazione quanto all ambiente. Inevitabilmente, esso è tanto sociale quanto storico. (Weber, 1958) Dal momento che il sistema sociale in cui operiamo è in buona misura un eredità del passato, non c è ragione di attribuire ai suoi valori un valore superiore a quelli espressi dai singoli individui. Viceversa, occorre scoprire quali sono le particolarità con cui gli uomini, in un ambiente storico, connettono il presente al passato e viceversa. Da qui l importanza attribuita all azione sociale orientata ai valori della società ma esplicitata dalla razionalità dell agire. In area nord-americana, ai primi decenni del Novecento, uno dei padri del pensiero sociologo è senz altro lo statunitense Charles Cooley, accademicamente riconosciuto come psicologo sociale. Egli sostiene la correlazione tra società e forme di organizzazione, comunicazione, azione sociale. Rivolgendosi alle istituzioni che esplicitano l ordine sociale, lo psicologo sociale afferma che esse non sono altro che la cristallizzazione dei costumi, dei sentimenti e dei simboli che configurano le tendenze umane votate alla civilizzazione. (Cooley C., 2010) Secondo altri due studiosi. Thomas e Znaniecki, quando viene meno l influenza delle regole di comportamento del sistema sugli individui la disorganizzazione si fa strada. Dal momento che è uno stadio inevitabile dello sviluppo, più che cercare di arginarla è opportuno darle una direzione, ovvero controllarla gestendone le risorse. Poco prima e poco dopo la metà del Novecento incontriamo diverse posizioni che definiscono la società in chiave talvolta di azione sociale e altre volte di sistema sociale. Nelle opere di Talcott Parsons, statunitense di Harvard (Boston), ma formatosi scientificamente nella Germania degli anni 30, le due prospettive sono compresenti ma non si sovrappongono. In una prima fase, presta massima attenzione all azione volontaristica degli individui, ignorando le spiegazioni del comportamento sociale e asserendo che i fatti sono tali quando risultano conformi alla teoria sociale. 7

8 Che cosa significa? L agire sociale è tale se riconducibile a dei modelli che rispondono agli orientamenti normativi su cui la teoria è chiamata a pronunciarsi. Quando? Come? A partire dall elaborazione del pensiero dei classici: prima ancora che dalla spiegazione dell evidenza empirica. Ora, al centro di tutto è posta l interazione tra l attore, il fine, la situazione, il modo di espletare la relazione. Motore dell agire sociale è, quindi, l orientamento rispetto alle norme. (Parsons, 1978) Con la seconda fase, più o meno coincidente con l avvio della seconda metà del Novecento e la contemporanea mondializzazione dell economia e del sistema sociale statunitense, i focus sono il cambiamento sociale e lo sviluppo della società, che, portarono alla concezione della società come un sistema sociale, esplicitato dalle tematiche del ruolo, della socializzazione, delle organizzazioni, ecc. Riprendendo il discorso sulla funzione regolativa delle norme, esplicita la funzione della socializzazione ai fini dell interiorizzazione dei valori e delle norme quale meccanismo formativo dell azione e spiegazione funzionale dell organizzazione sociale. Da qui l importanza attribuita alle istituzioni (religione, lavoro, burocrazia, scuola, ecc.) in quanto modelli regolativi del sistema. Passando dalla seconda alla terza fase del suo pensiero sociologico, si coglie la crescente importanza che viene attribuita al sistema culturale, sempre meno fatto coincidere con la sfera delle norme e dei valori. Inizialmente, è concettualizzato come i modelli di valore che sono conformi ai media simbolici dei bisogni sociali che rispondono sia alla personalità che agli orientamenti normativi. Poi, è concepito come una sorta di agenzia di controllo, tanto degli aspetti psico-sociali della personalità, quanto dell ordine sociale e del cambiamento degli attributi caratterizzanti il sistema. Si perviene così alla fase ultima (terza fase) che comporta, da un lato, la teorizzazione dei quattro sistemi di azione, dall altro, il varo di due nuovi concetti: informazione ed energia. Li sottolineo così dal momento che per il sociologo statunitense sono la fonte degli scambi che generano l azione ed il processo che è consunstanziale al funzionamento del sistema sociale. Ri-attualizzando i suoi schemi interpretativi tra cui il sempiterno schema AGIL, Parsons arrivò a definire gli orientamenti di valore come informazione. (Hamilton, 1989: 162) Soltanto con le opere degli anni 90 il sociologo britannico Anthony Giddens si allontana dall impostazione un po sociografica del suo noto Manuale edito verso la fine degli anni 80. (Giddens, 1990). Eleggendo la

9 Globalizzazione a fattore-chiave della società contemporanea, individua la trasformazione che ha investito gli ambiti, i contesti, le modalità esplicative della modernità avanzata. Con pervicacia, il sociologo britannico avverte sempre la dominante non è la mondializzazione del fattore economico-capitalistico. Parlare di un sistema-mondo porta a trascurare quanto rilevanti siano più le differenze che le omogeneità, le frammentazioni diversificate piuttosto che l omologazione dei regimi di modernizzazione. (Giddens, 1993) La Globalizzazione è la bandiera della modernità contemporanea dal momento che trasforma ciò che investe in maniera apparentemente dall esterno, visto che in massima parte opera a distanza. A partire dall incidenza informativa che hanno da un lato i mezzi di comunicazione globale in tempo reale, ovverossia la televisione e internet, principalmente: dall altro, la mobilità umana ed i mezzi di trasporto di massa tanto sulle linee domestiche quanto sulle reti trans-continentali. Cambiano i contesti locali, l esperienza personale, le abitudini, i bisogni individuali, gli stili di vita. A seguito anche dell incalzare degli eventi che, da ogni angolo del pianeta, precipitano sui mondi locali. Da qui l insorgenza di processi improntati da fenomeni che si sviluppano all insegna della contraddittorietà e della conflittualità come peraltro anticipò Daniel Bell all inizio degli anni 70, provocando frammentazioni societarie, stratificazioni eccentriche, nuovi massimalismi, ma anche la domanda sociale di nuovi sistemi intelligenti. Giddens annovera la riflessività sociale che contraddistingue il filtraggio delle informazioni da parte degli individui che si accingono a prendere una decisione per agire, la fiducia critica nei confronti degli specialisti, la domanda di una democrazia dialogica per rappresentare al meglio i tanti interessi particolari che si moltiplicano, l etica della responsabilità come una sorta utopia sociale dell immediatezza, ecc. (Giddens, 1999) Si constata così che tra le concezioni di evento e quelle di società esiste un complesso di nessi culturali e sociali che meritano l attenzione del sociologo. A partire dai rapporti che, nella realtà contemporanea, sussistono tra la vita quotidiana e l evento, tra l azione sociale e gli eventi. Per approdare alla causalità tra eventi, informazione e fatti, da un lato, ma soprattutto alla concezione dell evento come una sorta di meccanismo sociale. D altro canto, per Franco Ferrarotti, la società si manifesta sia un progetto razionale degli individui e dei gruppi che la costituiscono, sia come un prodotto di cultura. (Ferrarotti, 1986: 11). 9

10 3. Dov è l Evento? Teorie scientifiche d Autore Dov è l evento? Prima ancora che negli avvenimenti inattesi, occasionali, imprevisti, l evento va scoperto nella sua cultura. Quale è il posto della "cultura dell'evento" nella società contemporanea? Verso la fine degli anni Sessanta del Novecento, il sociologo francese Edgar Morin sostenne l urgenza di teorizzare il ritorno dell'evento. Affermò che il tempo in cui la storia, l etnologia, la sociologia, hanno perseguito l espulsione dell evento, è ormai scaduto. Le nuove scienze della complessità, le scienze dell evoluzione della vita e la teoria dell informazione, impongono una svolta. Di seguito considero le concezioni di "evento" che sono espresse da alcuni autorevoli autori che ritengo rappresentativi di diverse branche scientifiche. La scelta non è casuale, ma dettata dalla mia conoscenza delle pagine d autore. Trattandosi di pochi ma per me significativi chiarimenti mi sembra lecito parlare di scienze d autore. Qui non mi interessa approfondire il pensiero di questo o quel scienziato: ritengo sufficiente riportarne la sintesi. Perché l'evento? "Evento" o "Event" è uno dei termini di cui il lessico e la semantica hanno subito poche variazioni sia nelle principali lingue europee, sia passando da un mondo culturale all'altro. In italiano, il termine "evento" (eventus) deriva dal latino evenire, che significa accadere o venir fuori. Che cosa accade? Un fatto o un avvenimento che, pur essendo già noto nel passato, può verificarsi ancora una volta, investendo una situazione oggettiva o soggettiva in maniera rilevante, al punto da modificarla. Talvolta si tratta di qualcosa di assolutamente nuovo; altre volte, invece, la novità consiste semplicemente nella variabile risonanza pubblica. Sempre in italiano, al termine "evento" sono associati altri sostantivi (evenienza, eventualità, ecc.), aggettivi (evenemenziale, eventuale, ecc.) ed avverbi eventualmente). I sinonimi sono parecchi (fatto, avvenimento, caso, vicenda, ecc.) ma non c'è un vero e proprio contrario. Anche il termine "eventualità" ha molti sinonimi (evento, evenienza, caso, avvenimento, contingenza, imprevisto, ecc., ma nessun contrario. Soltanto l'aggettivo "eventuale" ha come sfumatura l'aggettivo "casuale"

11 e alcuni contrari (certo, sicuro, reale, ecc.) Risulta così che i termini più vicini sono, nell'ordine: caso; evenienza; avvenimento. In francese, il significato del latino eventus è rappresentato dal sostantivo "event" o dal verbo "de éventer", termini tardo-medievale ormai desueti. Altrimenti, esplicita il significato di "Caractère de ce qui est éventé." (Robert, 2007: 969). Incontriamo anche altri termini come événement, évenementiel, éventualité, éventuel, éventuellement. In proposito, per parlare di "evento" il termine più appropriato è "événementiel", ordinariamente usato per parlare dei settori dell'attività umana che hanno a che fare con le fiere, le mostre, gli spettacoli, la comunicazione, le relazioni pubbliche. In inglese, event è circondato da termini come eventful ed eventing, da un alto, eventuality, eventually e to eventuate, dall'altro. In tedesco, il concetto filosofico è "Ereignis". Nell'uso comune il termine più consono è Vorfall. All'italiano "evenienza" corrisponde il sostantivo maschile Fall, mentre Moghlickeit sta per "eventualità". Risulta quindi che, nel lessico ordinario, ci sono due modi diversi per nominare ciò che è casuale, da un lato, e ciò che insorge all'improvviso, dall'altro. Da quando i filosofi parlano di "evento"? Secondo San Tommaso d'aquino, l'evento è il buon esito delle cose che accadono, anche se l'accadimento non è ancora concluso. Ne parla per designare un esito ma anche a proposito di ciò che sta per compiersi. Un evento può essere costituito anche da più eventi, tanto che al buon risultato dei primi non sempre corrisponde quello infelice dei secondi. I sinonimi più tradizionali sono: esito, riuscita, risultato; quelli più moderni, invece, sono: caso, avvenimento, momento, circostanza, episodio. Pur tuttavia, " ciò che accade" è sempre ritenuto essere un fatto sociale. (d Aquino, 1978) Passando immediatamente alle fonti più specifiche della Modernità pre-industriale, il filosofo tedesco Immanuel Kant, uno dei padri dell'illuminismo moderno, nel 1781 scrive sull evento. Per lui l evento è l esito dell intellegibilità dei fenomeni. Esso consegue al lavorìo dell intelletto che è volto a portare l oggetto della realtà nell arena della conoscenza. Essendo tipico più dell estetica che della politica o dell etica, nasce nell interfaccia tra l intelletto e l immaginazione umana. Si tratta quindi di una sintesi che è suggerita dalla apprensione nell intuizione. Circa centottanta anni dopo, nel 1964, il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty scrive che l evento è senz altro qualcosa di straordinario che si presenta nell intreccio tra temporalità della coscienza ed irreversibilità del tempo. Emerge con il cambiamento brusco del senso 11

12 della temporalità, rendendo manifesto il passaggio del passato nel presente e viceversa. (Merleau-Ponty, 1980) Lo storico Emmanuel Le Roy Ladurie imputa alla storiografia strutturale e quantitativa di essere responsabile del silenzio sulla realtà dell evento. Pur cercando di trascendere gli eventi, anche esorcizzandoli, non è mai riuscita a poterli ignorare completamente. L'incontro/scontro si presenta continuamente. Soprattutto quanto c'è da spiegare una mutazione e, quindi, il passaggio da uno stato all'altro, da una struttura all'altra. L'antinomia struttura/eventi diviene particolarmente rilevante quando si passa dalla macro-storia di decine e decine di anni o di centinaia di anni alla micro-storia di pochi anni. Nel primo caso la prospettiva della struttura prevale su tutto; nel secondo caso, invece, sono gli eventi che incalzano a divenire i fatti decisivi. Talvolta, l'accumulo degli eventi nell'arco di pochi anni fa emergere delle reazioni alle azioni che rivelano delle strutture mentali apparentemente superate nella contingenza, che, invece, sotto nuova veste tornano a far parlare di sé. (Le Roy Ladurie, 1972) Secondo Henri Laborit, biologo e filosofo della scienza, l'evoluzione degli esseri viventi è, al tempo stresso, un fenomeno da osservare e un meccanismo da scoprire. In scena c'è sempre il determinismo ed il caso; il primo riguarda le funzioni di adattamento mentre il secondo quelle della mutazione. La distinzione è tuttavia strumentale, perché nulla ci dice che ciò che spieghiamo come deterministico non sia invece da osservare come una struttura complessa del caso. Invero, l'adattamento non è conservativo della mutazione, dal momento che nessuna trasformazione avviene per caso: ordinariamente "ciò che accade" è provocato da qualcosa che esiste già. La trasformazione o l'evoluzione ha corso quando dei nuovi elementi si aggiungono ad un insieme che si interseziona con un altro insieme. (Laborit, 1972: 177) Così che ciò che a noi appare aleatorio, imputabile al caso, in realtà dipende da incontri e interazioni. Nella fisica sperimentale l'evento non è altro che "qualcosa che accade"; è l'elemento della dinamica dell'energia,sostiene Stéphane Lupasco. Nella ricerca sulle particelle della materia che si conducono in laboratorio s ha sempre a che fare con i "comportamenti degli eventi energetici, ciò che essi contengono allo stato potenziale e allo stato di attuazione." (Lupesco, 1972: 157) Tanto che tale duplicità comporta che in ogni sistema ci sia antagonismo: tra gli elementi c'è sempre attrazione e repulsione. In altri termini, c'è associazione e dissociazione, ma anche un antagonismo costitutivo.

13 Questa tri-polarità è la logica dell'evento. In proposito, Lupesco scrive: "Gli eventi son così suscettibili di una sinergia non contraddittoria: eventi omogeneizzanti si accumulano nei sistemi fisici, generando un'omogenesi entropica, come eventi eterogeneizzanti possono accumularsi, per sinergia differenziatrice, nei sistemi biologici facendo nascere un'eterogenesi di entropia negativa." (Cit.: 162) Il filosofo statunitense Donald Davidson suggerisce di considerare il concetto di evento in termini più pragmatici. Per lui si tratta di ciò che è conforme alle diverse descrizioni dell azione umana. E l esito a cui perviene ogni sorta di processo di identificazione di ciò che accade. Consistendo nel significato di ciò che si dichiara essere esso da un lato dipende dalla composizione del suo discorso, dall altro risponde altresì all oggetto ovvero, il fenomeno che accade a cui è collegato. L evento è concepito all insegna della bivalenza: è qualcosa di ontologico, ma anche qualcosa di particolare. (Davidson, 1990) L evento è mutamento sia di un oggetto (sostanza) che dell agire umano. Come descrivere gli aventi? Alla stregua di azioni. Si possono descrivere dalle loro cause o dai loro effetti, oppure per le cause e gli effetti. Visto che l obiettivo è individuarli per descriverli, onde poterli distinguere o accomunare, è plausibile fare ricorso alle coordinate spazio-temporali che utilizziamo per identificare gli oggetti materiali. Tuttavia, occorre fare distinzione tra eventi mentali ed eventi fisici. I primi sono caratterizzati dall esibizione di intenzionalità. I secondi, invece, sono meramente fisici. (Cit.) Ponendo in rapporto i due tipi di eventi, Davidson definisce tre principi. Con il principio d interazione causale spiega gli eventi mentali che interagiscono causalmente con gli eventi fisici. Per lui, tutti gli eventi mentali hanno commercio causale con gli eventi fisici. Con il principio del carattere nomologico della causalità afferma che gli eventi che maturano dei rapporti di causa-effetto sono inevitabilmente deterministici. Inesorabilmente, per lui, la causalità genera una legge. Con il principio dell anomalia mentale non ci sono leggi deterministiche per spiegare gli eventi mentali. Ci troviamo davanti a tre principi dove l uno pare fare a pugni con l altro. Eppure, secondo il filosofo Davidson, la teoria del monismo anomalo rende comprensibile la riconciliazione. Come? Asserendo, in prima istanza che tutti gli eventi sono fisici. Anche se, diversamente dai materialisti, ciò non significa che le spiegazioni fisiche rendano comprensibili gli eventi mentali. 13

14 Benché un evento mentale sia causa ed effetto di un evento fisico, non tutti gli eventi mentali sono spiegabili dalla fisica. Infatti, molti tra essi, pur correlati ad un evento fisico, sono spiegati solo ricorrendo ad altri eventi mentali. Così facciamo quando spieghiamo un azione umana tirando in ballo l abitudine, un desiderio, delle percezioni, che non sono altro che eventi mentali. (Cit.) Secondo Jean-Francois Lyotard, filosofo francese ed esponente di primo piano del cosiddetto pensiero del postmoderno, l evento è legato alla materia dell esistenza umana. Ciò nonostante, esso ha luogo senza che lo si possa vedere. Per coglierlo occorre essere ricettivi al che cosa succede. Secondo lui, è ciò che sanno fare, meglio di altri, molti tra gli artisti della modernità. L evento si cela sotto il riverbero del quotidiano. Da una parte, rende tutto tanto esteriore quanto materiale, trasformando ogni espressione della profondità in superficie. Dall altra, cela un nulla che non si manifesta mai, creando così l incognita ed il fascino della sua sorpresa. (Lyotard, 1992) Gli eventi scaturiscono non solo da grandi accadimenti o da fenomeni sociali, ma anche dagli atti individuali che concorrono a formare la realtà sociale, sostiene Franco Crespi, sociologo. Anzi, la realtà sociale esiste a seguito dei molti eventi che la caratterizzano, anche se questa caratterizzazione non è bastevole a spiegarla. Per comprendere che cosa accade qui occorre interrogare l azione ed il comportamento umano. Solo così gli eventi ci risulteranno dotati di senso in quanto sostanza di un racconto o schema narrativo, che, li rappresenta nel legame con un contesto. (Crespi, 1993) Non c è evento se manca l azione. Per interpretare l azione-evento occorre, innanzitutto, impossessarsi delle regole dell agire che sono in vigore nel contesto in cui tutto accade. Che cosa significa ciò che accade? La decodifica del significato non può avvenire se non tramite la conoscenza delle categorie interpretative di chi, anche con il suo agire singolare, ha reso possibile l evento medesimo. L azione, che, consegue l evento, si basa sui significati che categorizzano la realtà. Ne risultano delle forme di mediazione simbolica che, a causa della semplificazione dell esperienza umana con cui operano, talvolta sono all altezza ma altre volte sono inadeguate a sorreggere la domanda di adattamento e di cambiamento. Cosicché non di rado ci risultano essere delle oggettivazioni che, invece di promuovere l azione, la limitano. (Cit.)

15 Vediamo ora di approfondire due tra le posizioni più radicali. Da una parte quella di Edgar Morin, sociologo; dall altra, la posizione di Jacques Derrida, filosofo. Iniziamo con Morin. Secondo il sociologo francese, presupposto di partenza è che il concetto di "evento" è proponibile sono "in relazione al sistema su cui agisce". (Morin, 1972: 270) Non a causa della polisemicità, della complessità e della ricchezza del significato del termine, bensì per farne motivo di un dibattito scientifico che non precipiti nella classica opposizione tra determinismo e contingenza, rivelatasi inadeguata a rendere scientificamente comprensibile i grandi problemi che le scienze della complessità oggi si trovano ad affrontare. I progressi scientifici registrati nel Novecento attestano che è la combinazione più che l'opposizione, la complementarietà più che la contradditorietà la "valvola di sicurezza" più efficace. L'accettazione del caso, dell'indeterminazione, della non quantificazione dell'improbabile, non può comunque avvenire in un'ottica metafisica, anche se deterministica. Occorre prendere atto che l'improbabilità della mutazione è il dato più ricorrente: però, quando essa avviene, comunque risulta da un'attitudine che si manifesta come improbabilità estrema. Il caso trionfa quando nei margini, negli interstizi, esplodono degli "eventi" che provocano una rottura e dei salti. Morin postula altresì l'esistenza di due classi di "evento". Ci sono gli eventi che hanno a che vedere con il tempo che scorre, quindi con una norma stabilita sulla base di ciò che è determinato e probabile, più o meno come è l'avvicendarsi della luce del giorno alla notte. L'evento, in tal caso, consiste nella deviazione, nel cambiamento rispetto alla norma. In secondo luogo, ci sono degli eventi che sono tali solo sulla base del sistema di riferimento. La modifica della componente di un sistema o di una macchina produce un effetto che si ripercuote inevitabilmente sull'insieme, anche quando il micro ed il macro mantengono la rispettiva indipendenza. L'incontro avviene comunque, ed è trasformatore anche delle singole parti. Se l'evento è polifattorizzato e polirelazionato, come interviene sul sistema di riferimento? Come quest'ultimo reagisce alla provocazione? A questo punto, il sociologo introduce la relazione tra il sistema, dove ogni imput è un evento, e l'ecosistema, i cui output sono degli eventi. Cosicché la relazione a fronte di eventi tra le due entità - sistema ed ecosistema - è (sempre) sia determinata che aleatoria. A che cosa porta questa bi-polarità nella differenza e nella complementarietà? A sostenere l'attitudine 15

16 ("doppio principio della regolazione ecosistemica") dei sistemi che accettano gli eventi ad auto-organizzarsi. (Cit.: ) Secondo tale doppio principio, il sistema complesso che vuole sopravvivere a se stesso auto-organizzandosi di continuo da un lato tende a eludere, castrare, sottomettere gli eventi a ciò che già c'è; dall'altro, tende a produrre degli eventi che stimolano i sotto-sistemi alimentanti il sistema complessivo, anche per incrementare la governance del secondo sui primi. La questione non mi risulta nuova se ritorno con la mente alla politica rinascimentale della Biblioteca e della festa, oppure alle politiche culturali degli anni '80 laddove il "Fare cultura" conteneva degli elementi di "politica dell'effimero" (festival culturali, iniziative dirette, ecc.) la cui esistenza, pur negata a parole, nei fatti contribuiva ad allargare il campo sociale istituzionale del "Fare cultura". Un sistema, che cosa se ne fa di un evento? Un evento come precipita su un sistema? Ponendo questi due interrogativi, Morin non ignora che si tratta di due posizioni-limite; tuttavia, le esprime comunque, per esaminare a quali condizioni avviene lo sviluppo ontogenetico, ovvero i "gradi di libertà d'azione" che associa alle capacità di autoorganizzazione dei sistemi complessi ed alla facoltà di modificazione di ogni evento. In prima fila pone l'evento "come da programma". Poi, l'evento che genera degli effetti di cambiamento (risposta ontogenetica). E' su questo secondo fronte che il sociologo individua un'istanza che ritiene esiziale. Facendo riferimento alla realtà umana, Morin afferma che lo sviluppo più significativo è apportato dagli "eventi ecosistemici", ovvero quando l'attore incontra l'ambiente. Dal punto di vista del sistema, essi possono comportare sia un regresso che uno sviluppo per l'attore. La differenza è data dal diverso impatto con il cambiamento che ordinariamente il sistema va sperimentando. Se il sistema è in grado di assorbire le spinte dell'ecosistema, cioè l'evento, maturano forme di cooperazione che accrescono le capacità auto-riformatrici del sistema medesimo. L'aggressione dell'evento è avvertita non come un pericolo, bensì come uno stimolo. La differenza tra sistema ed eventi è particolarmente significativa dal punto di vista del tempo. Il primo è ritenuto essere sincronico, ciclico, multi-statico. I secondi, invece, sono visti come diacronici, occasionali, sregolati. Si tratta però di una distinzione di tipo astratto. Nella realtà, l'evoluzione del sistema tiene conto della rottura provocata dagli eventi

17 quando vuole preservare la sua capacità di evolversi. Divenendo così generativo di se medesimo. Morin riprende dal linguista Noam Chomsky, fondatore della grammatica generativa, il concetto di "generativo", ponendolo a confronto con il concetto di "fenomenico". Per lui, il generativo è il principio che rende il sistema abile ad utilizzare l'informazione che serve per la sua riproduzione nella conservazione, per il dialogo con l'ecosistema, per "far vivere". In altri termini, è "informazionale, virtuale, basato sui principi. Il fenomenico, al contrario, è costituito dalla realizzazione del sistema, dai suoi avatar, dalla sua esperienza: insomma, è pratico, metabolico, esistenziale. Alla fine, i due principi non sono in opposizione, ma complementari, sebbene non equivalenti e asimmetrici. (Cit.: 289) Se un sistema è modificato solo dal suo dispositivo generativo, e quest'ultimo è modificato solo da ciò che lo disorganizza, che cosa procura disorganizzazione generativa? L'informazione, quindi l'entropia o il rumore rispetto all'esistente, a ciò che già vive. Con ciò Morin riprende dai teorici dell'auto-organizzazione dei sistemi la concezione che i sistemi auto-organizzantisi sono quelli più complessi, che vivono in forza della capacità di governare il proprio stato continuo di disorganizzazioneriorganizzazione (d-r). Purché le perturbazioni tocchino la parte fenomenica, non la parte generativa, cosicché l'evento diacronico che tocca la parte seconda è gestibile come generativo. Ci imbattiamo così nel ritorno del sociologo. Per Morin la società è esempio di scontri, opposizioni antagonismi che costituiscono la norma. Se ai conflitti sociali ordinari, già fattore di disorganizzazioneriorganizzazione (d-r) permanente, aggiungiamo gli eventi esterni, abbiamo un sistema complesso. Tali eventi esterni spesso procurano un trauma: soprattutto se un sottosistema si blocca, esplodono delle inibizioni organizzative, insorgono stati di panico, sopravengono tendenze di salvaguardia del sistema, si cercano delle soluzioni per tentativi, ecc. Altre volte crisi o evoluzione? Al contrario, può scattare l'innovazione. Da dove nasce l'innovazione? Dal 'cuore' stesso della crisi, cioè dalle virtualità inibite. In che cosa consistono? Scanning, iniziativa spontanea, ecc. Su questo versante il sociologo è parco di idee, salvo approdare al recupero, da un lato, del concetto di "perturbazione", declinato in termini di rumore, errore, accidente: dall'altro, del concetto di "creazione", basandolo sulla relazione caotica tra ordine/disordine. (Sanguanini, 1995) 17

18 Che cosa rende un principio sia complementare che antagonista all'altro? La complessità della storia umana e della vita umana. Morin abbozza qui una sociologia dell'evento fondata su "Le relazioni molteplici e multiformi tra sistema sociale e evento". (Cit.: 294) Riscopre l'evento per le funzioni che assolve nella d-r del sistema, quindi per l'evoluzione del sistema sociale. Attribuisce valore sociologico agli eventi perché "da un alto l'evento rivela qualcosa del sistema su cui agisce, dall'altro, ci pone di fronte al problema della sua evoluzione." (Cit.: 295) Per concludere che l'evento, pur essendo una "realtà fenomenica enorme" (Cit.: 297), è anche altro: soprattutto, "... è sul limite dove il reale e il razionale comunicano e si separano." (Cit.: 298) Anche il filosofo Jacques Derrida, sempre all esordio degli anni Settanta, affrontò la tematica dell'evento. L occasione si presentò con la conferenza sul tema della "comunicazione" che tenne a Montréal, in Canada). Il pretesto è fornito dal 'dovere di consegna' del testo della conferenza filosofica, debitamente firmato dall'autore, ex-ante l'avvenimento, come risulta dal titolo "Firma evento contesto", senza virgole ma con due spaziature. In che termini il filosofo parla di evento? Per scoprirlo dobbiamo seguire l'intero flusso discorsivo prestando attenzione ai passaggi argomentativi. (Derrida, 1997) In apertura, Derrida abbozza una semiotica della comunicazione abbastanza conforme all'approccio in voga. Si sofferma prima sull'importanza del contesto e poi sulla nozione di scrittura come testo. Subito cita l'illuminista francese, e gesuita, Etienne Bonnot abate di Condillac, l'ideatore della filosofia dei sensi e della percezione, nonché autore di lezioni sull'arte dello scrivere, del parlare, del pensare. Il richiamo a Condillac è fatto per introdurre tre questioni: i) la significazione nella comunicazione; ii) il rapporto tra la presenza del segno e l'assenza dell'oggetto rappresentato; iii) la non commensurabilità tra la "differenza" (scarto, ritardo, distanza, ecc.) e la "ripetizione" (ciò che è trasmesso, decifrabile, comunicabile, ecc.). Per sostenere che dal testo (scritto) non va pretesa la rappresentatività assoluta dell'autore. Esso, prima di tutto è un'opera di letteratura scritta: ma, soprattutto, è un testo scritto, che, possedendo una specifica autonomia (la "marca"), sia rispetto all'autore, sia rispetto al lettore, agisce per conto proprio. I riferimenti alla fenomenologia del filosofo tedesco Edmund Husserl sono più che espliciti. Derrida afferma che nel testo scritto taluni enunciati hanno senso anche se: i) l'oggetto di riferimento non è presente; ii) c'è assenza di

19 significato (uso di simboli non animati; enunciati privi di oggetto); iii) ogni segno può essere usato (citato, duplicato, iterato, ecc.) anche se non richiama ad un contesto. La scrittura è così dotata di senso in quanto "marca", non di qualcosa che al momento non c'è, né fisicamente né sotto forma di rappresentazione, ma semplicemente come testo comunicante la "marca" stessa. Dopo aver predisposto per bene i suoi "ferri del mestiere " sul tavolo di lavoro, il filosofo francese alza il lenzuolo dal corpo da vivisezionare. In che cosa consiste? Nella questione del performativo che il linguista John Austin sollevò verso la metà degli anni '50. L'oggetto della conferenza è questo: perché il linguaggio scritto dovrebbe essere performativo? Come è possibile che la scrittura generi qualcosa d'altro da sé medesima? Derrida si rifà ad Austin in due modi. In primo luogo, condivide che l'enunciazione linguistica di tipo performativo non sia l'enunciazione constatativa (finalizzata a descrivere). Per entrambi è ciò che permette di fare qualcosa con le parole. Inoltre, il performativo introduce alla comunicazione di un "movimento originale": all operazione in sé è associata la produzione di un effetto. In altre parole, si comunica "una forza per l'impulso di una marca." (Cit.: 20) Il performativo non ha alcun referente: è soltanto una "comunicazione" che non trasmette alcunché di diverso da se medesima. Il contesto di riferimento non è qualcosa di specifico, ma il totale. In ciò consiste l'evento del performativo. Derrida argomenta tale presupposizione appoggiandosi ai fattori di successo o di insuccesso di Austin. Il 'successo' è assicurato da: i) le circostanze del discorso devono essere appropriate; ii) le persone devono eseguire certe azioni fisiche o mentali. Io aggiungo un terzo fattore: i codici culturali di significazione delle circostanze, parole e delle azioni devono essere condivisi o, comunque, oggetto di contrattazione e dialogo. Il fattori di 'successo' sono almeno sei: i) l'affermazione dei valori di convenzionalità, correttezza e completezza; ii) la definizione del contesto; iii) la coscienza totale dell'operazione; iv) voler dire di se stesso; v) la visione del campo totale; vi) l'elezione dell'intenzione a organizzatore di tutto. Se per Austin gli atti convenzionali sono destinati all'insuccesso, per Derrida ciò che è convenzionale è, in altri termini, specifico del rito e 19

20 della cerimonia. Dal momento che ci sono dei rituali sociali che modificano la realtà degli uomini, come suggeriscono Emile Durkhèim e Marcèl Mauss, il filosofo esclude che ogni rituale destini il performativo all'insuccesso. (E su questo passaggio che l'antropologo Stanley J. Tambiah, negli anni '80, facendo riferimento sia a Austin che a Derrida, ha sviluppato il legame positivo tra rituali sociali e performativo.) Derrida riconosce che Austin è interessato esclusivamente al linguaggio ordinario. Il rifiuto di occuparsi degli enunciati "non serii" o semplicemente "parassitari". Ma il filosofo incalza sostenendo che anche una citazione, l'iterazione di un'espressione da un altro contesto e dal altra convenzionalità, è un "evento di parola". L'impurità rispetto all'hic et nunc non significa che destini l'enunciazione all'insuccesso del performativo, visto che è lo stesso Austin a sostenere che i "performativi puri" non sussistono. Allora, anche la situazione ordinaria del linguaggio è un'illusione, come lo è la richiesta del linguista di esigere un contesto determinabile. Come mai? per il semplice fatto che l'intenzione, focus del contesto, non è mai completamente presente ed auto-cosciente. (Cit.: 28) A questo punto, il filosofo mette le mani sulla questione del contesto esaminando in che cosa consiste la firma apposta a un testo. Richiamandosi alla ricorrenza con cui il linguista fa riferimento al presente indicativo di chi parla o di chi scrive, ritenendolo la fonte dell'enunciazione, cioè la sua giustificazione, Derrida sottolinea che non si nega mai l'esistenza di un'implicazione. Se nell'enunciazione orale si riconosce che l'autore è chi enuncia, nel testo scritto c'è una firma. Questa, allo stato presente, implica la non presenza dell'autore come fonte. Da una parte, rivela la non connessione tra il testo e la sua fonte di produzione. Dall'altra, afferma la sua "singolarità presente". Scrive Derrida: "Affinché si verifichi il ricongiungimento alla fonte, è dunque necessario che sia trattenuta la singolarità assoluta di un evento di firma e di una firma nella sua forma: la riproducibilità pura di un evento puro." (Cit.: 31) Con ciò asserisce che la comunicazione non è confinabile ai suoi media ed alle funzioni di trasporto, trasmissione, mediazione, per scambiare delle intenzioni o un voler-dire. Se lo crediamo non facciamo altro che aderire (ideologicamente) al suo effetto. Al contrario, la proliferazione della comunicazione, come peraltro dimostra il proliferare dei testi, comporta una disseminazione che più ambisce a restituire delle verità maggiormente dissolve ogni pretesa di rintracciare l'esistenza di un luogo, di una realtà, della verità. Per il

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