RACCONTI DI VITA VISSUTA

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1 RACCONTI DI VITA VISSUTA I. Il funerale più affollato di Trischene Elenina uscì di casa sbattendo la porta quella sera era già tardi per i suoi 14 anni. Ed era ancor più tardi per la sua personale inquietudine. Fischiava un vento insistente, e lei lo sfidava curva e determinata, con le foglie, cicche e cartacce che le volavano intorno mentre imboccava via Italia, l abbaiare furibondo in lontananza di un cane si mescolava al rumore sordo dei suoi pensieri, quando, attraversato il grande arco ed il portone del Cantinone, si trovò davanti alla nota finestrella, con le sbarre grosse, arrugginite e pesanti, e accanto, il portoncino chiuso, con quel numero civico 17, a testimoniare quanto a volte può essere cinico e beffardo il destino e l inquietudine di Elenina aumentò. Si fece forza, prese un bel fiato, e cominciò a correre a più non posso. Quando attraversò il piccolo spiazzo e s immise nella strettoia che costeggiava i ruderi dell antica Chiesa Madre di San Silvestro, correva così tanto, che sentiva il cuore possente, dalla trachea, pulsarle fino in gola. Sempre più agitata saltò i grandi gradoni in pietra a due a due e, a perdifiato, svoltò in Via Bruzio. Alla fine dell ardua discesa finalmente potè cominciare a voltarsi repentinamente all indietro Il pericolo era scampato e all imbocco del Ponte Pranno potè tirare un bel sospiro di sollievo. II. E noto a tutti come spesso il paese è fonte e veicolo di pettegolezzi e storielle. A volte si tratta di chiacchiere innocenti, innocue ed inoffensive, o di voci e dicerie bizzarre, singolari e strampalate. Ma a volte sono indiscrezioni insensate ed ottuse o peggio maldicenze infami e maligne. E talora arrivano ad essere finanche delle volgari e spregevoli insolenze o peggio ancora, miserabili e vergognose calunnie. E così talvolta capita che queste, chiamiamole storielline, si trasformino in vere e proprie censure e condanne ai danni del malcapitato personaggio, che suo malgrado, si trova al centro di situazioni scaturite solo dalle fantasie morbose e perverse dei concittadini, che, nel tempo, possono dare origine a vere e proprie leggende, come del resto questa, che mi trovo così per caso a tramandare.

2 C è da dire ancora che spesso i chiacchieroni indiscreti ed intriganti, o meglio, i pettegoli, si giustificano appellandosi ad alcuni proverbi di origine dubbia, come ad es. : si nun fai un se sa o ancora puru ca un si vistu si sentutu. E nel ridente e solare paesino di Trischene, tra strade e stradine, vicoli, piazze e piazzette, portoni, battenti o usci di casa, erano tanti i luoghi dove potevi ascoltare la fatidica frase d esordio: u vo cuntatu nu fattu? oppure u sai chi m hannu dittu! A Trischene, la Piazza Poerio era il veicolo e luogo deputato per eccellenza. Era naturalmente aperto a tutti i cittadini, che partecipavano in base alle proprie mansioni e in base ai propri ruoli: c era lo scettico, il dubbioso, il sospettoso, l incredulo, il difensore d ufficio, ed i molti e semplici uditori. Ma i più numerosi erano sempre gli accusatori, o accusaturi, nel gergo trischeneo, e quella mattina, vicino ai giardinetti che ospitavano la statua del Mattia Preti, disposti in cerchio, numerosi personaggi di Trischene cuntavanu intorno agli accadimenti, o meglio, alle avventure e tribolazioni, o meglio ancora, intorno alle traversie, disavventure e disgrazie di don Filomeno Ricca. III. Una delle cose più incredibili che si dicevano di don Filomeno era che fosse adoratore del demonio e che avesse fatto un patto col diavolo. E quella mattina uscì fuori tutto il campionario più incredibile e assurdo intorno alla sua casa ed alla sua figura. Cicciu u Barbaru esordì: - m ha dittu antura Peppinuzzu u Tartanu ca l athru jornu è thrasutu alla casa ma ce porìa a spisa e ca ha vistu tutte chiddhe maschere di metallu mpennute alla parete comu si forannu quathri. Eo vi l aju sempre dittu ca don Filomenu se cumpessa c u diavulu. E quannu a notte un c è nessunu e vida nu foresteru, fincia ca un ce vida bonu e parra shranu ca para quasi Ntonuzzu u Mutu. Allu foresteri le dispiacia e cussì l ajuta mu fa thrasire dinthra. E allora ZZAANN!!! Orlandu u Scimunitu che era uno degli scettici del gruppo, a quel punto chiese:

3 - A parte u fattu ca foresteri dinthr a notte nun aju ncunthratu mai, eo volerra sapire chi vo dire tu cu chiddhu ZZAANN!! E Ciccio in risposta - Ma allora si nu babbareddhu daveru. Su mancia! E Orlando fra i risolini di scherno e l incredulità generale - Ma statte quetu ca è medgghiu. Su mancia mò!e poi su mancia pè fame o pe malacarne. Un bastava tuttu u restu, mo don Filomenu diventau puru cannibbalu. Ma poi dicu eo, l ha vistu ancunu per casu? Rivolgendosi alla folla - L hannu vistu Orlà, l hannu vistu. Peppinuzzu u Tartanu m ha dittu ca l annu scorsu don Filomenu s ha accattatu u comu u chiamanu u friggideru - disse qualcuno. E Orlando correggendolo - U fregoriferu - Chiddhu! Chiddhu! - ribattè Ciccio - e si l ha accattatu ma ce minta tutte e restatine di foresteri c ammazza a notte, ca cussì un puzzanu. E via di questo tono. Per quanto surreali ed esagerati potevano sembrare i racconti di Cicciu u Barbaru, i toni su cui vertevano le discussioni intorno a don Filomeno non erano molto dissimili. Si parlava soprattutto delle sue strane usanze come quella di uscire soltanto nella notte, e mai per il paese, ma soltanto nel suo orto. Del resto la sua figura non aiutava. Longilineo, vestito di nero con lungo cappotto. Piegato dagli anni, con quei peli luridi che gli uscivano dalle orecchie e dal naso, i capelli e le mani gialle per il troppo fumo trinciato forte. E poi quel suo intercedere strisciante e rumoroso. E non aiutava nemmeno l orrendo delitto di cui s era macchiato in gioventù e che l avrebbe segnato per tutta la vita.

4 IV. Tuttavia intorno a quella figura così leggendaria l argomento più discusso era sicuramente la sua grande casa. E tutti gli aberranti ed inconfessabili segreti che celava. In verità, nell abitazione di don Filomeno, nessuno a memoria d uomo vi aveva mai messo piede. E neanche Peppinuzzu u Tartanu, che vantava una certa confidenza, non era mai andato al di là della soglia. Eppure era proprio da Peppinuzzu u Tartanu che traevano origine quasi tutte le leggende intorno a quella casa. Essendo Peppinuzzu il bottegaio di Trischene, era l unico che poteva avvicinarsi con la scusa di portare la spesa. Persino Giovanninu u Postinu consegnava la posta nelle sue mani per fargliela recapitare. Ma Peppinuzzu non era mai andato oltre a qualche sguardo fugace a quell entrata così misteriosa ed imperscrutabile, e a quella casa, che con le sue imposte e tende sempre chiuse, stuzzicava ed eccitava in profondità l ingerenza e la curiosità invadente dei trischenei. C era chi come Cicciu u Barbaru avallava dunque la collezione di maschere di metallo chiù brutte du scuru da menzannotte. Chi invece sosteneva che conservasse aborti ed ogni genere di piccoli animali che servivano per i suoi insoliti e strambi esperimenti. C era poi chi pensava ad un laboratorio, come se ne vedevano in alcune illustrazioni, pieno di ampolle rigurgitanti fumo e liquidi colorati. E poi marchingegni strani ed utensili bizzarri, che servivano per chissà quali esperimenti alchemici. C era poi chi immaginava tutte le più moderne invenzioni, come la lavatrice, il frigorifero, e tutte quelle cose meravigliose e fantastiche che i trischenei da qualche tempo potevano ammirare nella sala adiacente la Chiesa di Santa Barbara, dove, come in una sorta di cinematografo, l Arciprete Arrotta aveva fatto installare una di quelle scatole magiche che chiamavano televisione. C erano poi i più cattivi, che spinti dalla loro fantasia esagerata, immaginavano figli malformi, incatenati nei sotteranei, o corpi di belle donne, che don

5 Filomeno avrebbe rapito chissà dove. Eppure il Palazzo Ricca era all origine la dimora di un antica e nobile casata trischenea, con tanto di blasone e stemma in bella vista sul portone d ingresso, a testimonianza ancor oggi di tutta la sua importanza. Sontuoso e particolarmente interessante dal punto di vista architettonico, conservava nel suo cortile interno un pregevole colonnato e degli apprezzati affreschi ad abbellire i riquadri delle pareti e la copertura. Ma tutto oggi si mostrava in decadenza in declino era il Palazzo Ricca e parallelamente in declino appariva tutta la famiglia, don Filomeno compreso, che ultimo di tanti fratelli, era l unico rimasto ancora a Trischene. V. A questo punto c è da dire che quando parliamo di leggende e credenze popolari, i bambini, col loro mondo immaginario e fantastico, sono molto ricettivi, sensibili e pronti. E suscettibili. Soprattutto quando c è di mezzo un personaggio così tenebroso, oscuro e controverso. Ed anche i genitori son lesti ad introdurlo in un loro particolare e tramandato codice educativo. Infatti ne fanno narrazione che possa stimolare la loro infantile ed atavica paura, come un monito, un deterrente o ammonimento per eventuali

6 malefatte. Ed allora ecco come nascono tutte quelle presenze misteriose e tutti quei fantasmi che occupano ed aleggiano intorno a quel numero civico 17. Elenina coi suoi 14 anni era già più di una bambina, ma la sua inquietudine era comprensibile a quell ora e davanti a quella casa. Ma non si trattava soltanto di panico, fifa o terrore. C era in lei anche un forte sentimento d angoscia, di pena, d afflizione, perché nella sua casa, nota a Trischene come la casa dei Fiordalisi, s era abbattuto, come un temporale, una sofferenza, un dolore. Rosario, detto da tutti Santo, e fratello maggiore a cui Elenina era molto legata, aveva contratto il tifo e versava in condizioni disperate. Nella casa dei Fiordalisi era arrivata la notizia che la penicellina, una nuova e costosa medicina, avrebbe potuto guarire Santo. Quella sera Mamma Rosa e Papà Floro non erano in casa in quanto lontani per lavoro, nei pressi del Marchesato di Cutro. E quando loro non erano in casa, come del resto sovente accadeva, era Rosetta, la sorella maggiore, a prendere le redini della casa di San Silvestro. Rosetta, seppur dotata di gran cuore, era una donna molto severa, che non esitava nelle maniere forti quando si trattava d impartire l educazione ai fratelli più piccini. Tanto che più volte ricorreva alle botte, particolarmente nerborute per Nino, il più scapestrato tra i fratelli. Intanto le condizioni di Santo peggioravano lambendo l avvilimento e la disperazione. Rosetta prese la decisione che bisognava assolutamente recarsi al Circolo buono di Trischene, per chiedere la penicellina a don Cettino il farmacista. Era Teresina che solitamente s occupava di queste incombenze, in quanto la più energica, risoluta e determinata fra tutti i fratelli e sorelle. Ma quella sera Teresina non era ancora rincasata perché in quel periodo amoreggiava con Antonio Diviso, figlio del notissimo don Pepè. Mamma Rosa e papà Floro erano felicissimi di questo amore in quanto Teresina avrebbe presto sposato il rampollo di una delle più ricche famiglie di Trischene. E tutto ciò grazie alla sua bellezza. Bellezza che nella famiglia Fiordalisi e forse in tutta Trischene era seconda soltanto alla sorella Elenina. La quale si trovò così costretta quella sera ad uscire e a percorrere la strada che come abbiamo visto

7 attraversava la casa di don Filomeno, con il terrore e la paura d incontrare i fantasmi, o come venivano chiamati a Trischene le paurate VI. Dunque avevamo lasciato Elenina a tirare un bel sospiro di sollievo all altezza del Ponte Pranno. Ella, boccheggiante ed affannata per la lunga corsa, lo attraversò, e si trovò immessa nella via principale del paese, Corso Mattia Preti. Ancora pochi passi e sarebbe arrivata al Circolo buono, frequentato dai notabili, dalle autorità, in sostanza dai maggiorenti di Trischene. Il Circolo aveva sempre le tende serrate per evitare che si potesse curiosare all interno, e questo denotava come i soci fossero molto attenti alla loro riservatezza, tanto che nessuno dei non aventi diritto poteva assolutamente entrare. La stessa Elenina non era mai stata in quel luogo bandito alle donne, così emblematico della potenza e ricchezza delle maggiori famiglie di Trischene. Tutto ciò, non faceva altro che aumentare la sua agitazione e il suo nervosismo.la porta era socchiusa, e timidamente, entrò ed attraversò una prima sala deserta dove arrivavano attutite le voci dei soci, riuniti nella sala adiacente. Elenina questa volta bussò. Nessuno rispose. Così aprì la porta e si trovò al centro degli sguardi sorpresi ed indagatori dei presenti. Elenina si sforzò di non fare caso a tutti quegli occhi giudicanti e tirò dritta verso un tavolo da gioco in fondo, all angolo della sala, dove era seduto don Cettino il farmacista. Insieme a lui, immersi in una partita di ramino, c erano don

8 Carmelo Maserati, sindaco di Trischene, don Franco Cina, il medico curante, e don Ciccio Cerchiato, avvocato. Essi furono in verità molto seccati ed irritati alla vista dell affannata e trepidante Elenina. Come si permetteva questa piccola impicciona, questa mocciosa così invadente ed intrigante, a disturbare quell atto così vitale, quella pratica così importante e consolidata. Ma cosa ne poteva sapere quella piccola ignorante delle loro faccende altolocate!? Il Sindaco don Carmelo la squadrò da sotto gli occhialini dicendo: - Allora! Cosa vuole la nostra fiordalisina!? Ed Elenina, a quella domanda dal tono così saccente ed arrogante, rispose intimorita - C è Santo che sta molto male Al che don Franco le disse: - Domani mattina lo vengo a visitare - Veramente Rosetta diceva se don Cettino ci può dare la penicellina - rispose Elenina - Non ce n è penicellina! E poi, ce li avete i soldi per pagare? disse sempre più irritato don Cettino. Ormai ci mancava poco che Elenina scoppiasse in lacrime, ma si trattenne ed ingoiando i sussulti e mordendosi le labbra disse - Ha detto Rosetta che poi vi paghiamo quando viene papà E Don Cettino incollerito e rabbioso le disse - Ma guarda sta piccola impertinente maleducata. Non ce n è penicellina, come te lo devo dire, in francese?dì a Rosetta di stare tranquilla che domani mattina viene il dottore per visitare Santo. Ohhh! E che sarà mai! Elenina corse via piangendo mentre don Cettino, don Ciccio, don Carmelo e don Franco, crucciati, ripresero la partita a ramino. Quando Elenina rincasò piangente, prese anche il resto da Rosetta, sotto forma di ceffoni. Ma intanto era arrivata Teresina che, infilandosi il cappotto appena riposto, uscì dicendo: - ci vado io!

9 Elenina tirò su col naso e asciugandosi gli occhi stava sulla soglia della stanza da letto. Osservava quel suo fratello così sventurato che continuava sotto le coperte in quel suo gemito ossessivo, in quel suo lamento sordo ed incessante. Si avvicinò al letto e gli si sdraiò accanto. Gli prese la mano e gliela strinse con tenerezza, ed accarezzandogli la testa, cominciò a sussurargli dolcissime parole d amore. Era così forte la rassegnata amarezza per l avvenimento accaduto poc anzi al Circolo, ed era altresì profondo ed intenso l amore che nutriva per quel suo fratello così infelice, che la percorse per un attimo nella mente un insano proposito: avrebbe soffocato in un ultimo appassionato abbraccio Santo, così avrebbe posto fine a tutte quelle sofferenze. E se l avessero scoperta, tanto peggio. Si sarebbe uccisa anche lei. Intanto arrivò Teresina con la penicellina. Era riuscita col suo fare deciso e sicuro a convincere don Cettino. Ma sicuramente, vista anche l ipocrisia dei tempi, per l opera di convincimento fu fondamentale che Teresina presto si sarebbe sposata col rampollo di don Pepè Diviso.

10 VII. Sin dall infanzia Don Filomeno appariva taciturno, introverso e strano. Decisamente strano. Sembrava, ad un occhio attento, una persona che già dalla nascita sosteneva dentro sé un gran dolore. I Ricca, la sua famiglia, possedevano numerose terre ed immobili, ed era, almeno fino all immediato dopoguerra, la famiglia più ricca e potente di Trischene. I

11 genitori di don Filomeno, addolorati della sua diversità e stranezza, lo indirizzarono verso gli studi di teologia. E fu così che lo chiusero in seminario avviandolo alla carriera ecclesiastica. Don Filomeno subì questa decisione con rassegnata sofferenza. Ma quando arrivò ai 21 anni si liberò dell abito talare, e si trasferì a Roma, per studiare filosofia. A Roma nondimeno, continuò a fare vita molto ritirata. Ma un giorno per lui fatale, conobbe una bella ragazza, e se ne innamorò perdutamente. Destino volle che il suo equilibrio, già fortemente minato, cominciò seriamente a vacillare. Ad un anno dal suo trasferimento a Roma, e a due mesi dal suo innamoramento, invitò Anna Maria nella sua casa di San Lorenzo, per un chiarimento. Quella sera lui le disse: - non sai quanto ti amo - e invece tu sai benissimo quanto non ti amo rispose Anna Maria. E poi sempre più sprezzante - mi ero illusa che dicessi la verità e che dopo quella sera che hai osato darmi uno schiaffo non mi avresti più vista. Ed invece eccoti qua, di nuovo ad implorarmi. Spero comunque che sia l ultima. Don Filomeno, a testa bassa, rassegnato e sempre più afflitto, le rispose - non preoccuparti amore mio, che oggi, e qui a casa mia, sarà l ultima volta che mi vedrai. E finita. Finita come la mia vita quando t ho incontrata quel giorno maledetto. Io non posso più vivere senza di te. Sei la mia ossessione. Anna Maria, non curante del pericolo incombente e con tono sempre più acido, disse - ma io si! Anzi, io voglio assolutamente vivere senza di te - Va bene! Allora addio per sempre e Don Filomeno le si avvicinò minaccioso, completamente fuori di sé e agitando una robusta corda. Anna Maria, indietreggiando, e a quel punto seriamente impaurita, lo implorò - No! Che fai? Lasciami! E Don Filomeno sempre più preda del suo raptus omicida - Tu non devi vivere senza di me! E così la strangolò

12 Dopo il delitto don Filomeno trascorse alcuni anni nel carcere romano di Rebibbia e nel manicomio criminale d Aversa. Tuttavia i genitori, dopo oltre vent anni, riuscirono a farlo liberare. Ma i tempi stavano per cambiare e la sua famiglia era ormai in lento declino. Don Filomeno poco più che quarantenne si trasferì nella vecchia casa di Trischene. All epoca dei fatti qui narrati, quando Santo s ammalò di tifo, nessuno dei Ricca stava più a Trischene, se si eslude il sempre più vecchio e sempre più solo don Filomeno. Ritiratosi definitivamente dalla vita sociale, don Filomeno usciva soltanto la notte, per recarsi nell orto. Nel tragitto non incontrava mai nessuno in quanto l orto si trovava all interno della proprietà, la quale comprendeva anche la sua abitazione. L unico rapporto sociale che intratteneva, era quello con Peppinuzzu u Tartanu, bottegaio di Trischene, che gli consegnava la spesa, il trinciato forte che fumava in continuazione, e talvolta anche la posta. Ma a nessuno e tantomeno a Peppinuzzu era consentito varcare la soglia. E sicuramente questa era la motivazione principale per cui nacquero tutti quei misteri, quegli enigmi ed arcani intorno a quella casa.

13 VIII Santo guarì dal tifo, ma ne restò segnato profondamente, nella mente e nello spirito. Intanto la vita continuava a scorrere per le vie di Trischene. Erano anni di grandi cambiamenti sociali, politici ed economici. In una soleggiata mattina di maggio, un fetore insopportabile aleggiava intorno a quel civico 17 di via Italia. Don Filomeno si era spento. La notizia della morte di don Filomeno si sparse velocemente, e nel giorno dei funerali, già dalla prima mattina, cominciarono ad accorrere persone da Trischene e dai suoi dintorni. Lentamente e per tutta la giornata, una fila interminabile di donne, uomini e bambini aspettavano di entrare in quella casa. Apparentemente per rendere omaggio alla salma, ma in verità per vedere finalmente coi propri occhi tutte le particolarità, tutte le stravaganze, le stranezze e le atrocità che quella leggendaria casa aveva per così tanto tempo occultato, celato ai così saggi, onesti, bravi e irreprensibili abitanti di Trischene. Certamente il funerale di don Filomeno fu a memoria d uomo, quello più partecipato, gremito e affollato della storia di Trischene. Ma con enorme e stupefatta sorpresa, tutti i trischenei e tutti gli abitanti accorsi dai paesi vicini scoprirono una normalissima casa: i mobili vecchi ma ben curati, quadri appesi alle pareti, diverse librerie con tanto di libri, e una cucina pulita ed ordinata. Non c era nessun frigorifero e né tantomeno nessuna lavatrice o televisore. E nessuna diavoleria o arnese strano. E né tantomeno marchingegni fuori dal comune. Ma tutte quelle persone accorse al funerale, si trovarono davanti, con enorme stupore, ad un orto curato inaspettatamente in una maniera prodigiosa, sbalorditiva e con abilità e pratica imprevista e sorprendente. C era la lattuga, i pomodori, le fave, i piselli, i peperoni, le zucche, i cetrioli e i fagiolini. C erano poi dei bellissimi alberi da frutta: nespoli, ciliegie, mele, pere, pesche, aranci, mandarini e limoni. C era inoltre qualche ulivo e una piccola vigna curatissima che gli assicurava una minima ma buonissima

14 produzione di vino rosso cerasuolo e bianco falanghina. Anche Elenina accorse al funerale. Prima d entrare si rammentò di quella brutta serata di qualche mese prima quando Santo s era ammalato. Pensò a quanto a volte siano insensate, cattive, ottuse, brutte ed ingiustificate le paure. E più della casa e dell orto, a colpire profondamente Elenina fu un foglio lasciato sulla scivania dove in una bellissima ed ordinata grafìa don Filomeno aveva appuntato un suo ultimo pensiero: Di lacrime e di sangue, di polvere e di vento di tutti i nostri sogni è la sabbia del deserto perché è lì che son scritte le storie di noi tutti puttane, assassini e sognatori, eroi per caso e farabutti e il deserto è il cimitero della gente senza storia di paure, gran menzogne e amori ignoti alla memoria tra rovine di un passato di violenze e di rancori per trovarsi nel domani una volta ancor più soli. Ma non si fermerà e, anzi, mai sarà finita La canzone del deserto Il deserto della vita. Post Scriptum Ancora oggi a Trischene, alcune persone molto anziane, (magari i nonni ai nipotini) davanti ad una persona che non esce e sta chiuso in casa da diversi giorni, le si dice: Te sta riducennu comu a don Filomenu

15 NB Le persone ed i fatti narrati in questa storia non corrispondono a verità e sono da considerarsi come frutto della fantasia dell autore. DANIELE RADANO TAVERNA (CZ)

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