LA PASSIONE nella tradizione culturale di Grottaglie

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1 Comune di Grottaglie CITTA D ARTE Assessorati cultura turismo e musei Associazione culturale Piccolo Teatro di Grottaglie PRESENTANO LA PASSIONE nella tradizione culturale di Grottaglie Grottaglie

2 De Giorgio Domenico, La Passione, Atto I: Pria che il sol sorga all occaso ; Pria che il sol sorga all occaso scorra il rio per la sorgente, fian in pria le stelle spente e poi Pier si cangerà, si cangerà! Son con Te ovunque vada, ai trionfi nella morte, stretto sono alla tua sorte come Pier, ti negherà? Non negherà! Non negherà! Non negherà! No, no, no, no, no. Pria che il sol volga all occaso scorra il rio per la sorgente, fian in pria le stelle spente e poi Pier si cangerà, Si cangerà! No, Pier non cangerà No, Pier non cangerà Pier non cangerà, Pier non negherà. 2

3 Dal Funerale di Cristo di Padre Serafino delle Grottaglie, Atto I, Scena V: Il tormento di Pietro. Travagliosi pensieri, Importune fantasme, infausti sogni Partitevi da me; sparite omai, Non più mi tormentate, Lasciatemi posar in mezzo al pianto, E voi meste pupille Mai aperte, al lacrimar mai stanche. In breve, e languidissima quiete Chiudetevi, chiudete. già s appanano gli occhi, e viene il sonno. si sogna Pietro, Pietro infelice, Per timor d una Fante, D una Turba mal nata, e d un vil servo Negasti; ahi troppo audace, il tuo Maestro; Sì, sì negasti infido, Non una, ma trè volte, chi confessar dovevi a petto ignudo Tra lancie, e spade infrà perigli, e morti; E per colpa maggior, per più tormento, Vi s aggiunse al negar il giuramento: Si sveglia Lingua infame e spergiura, Queste eran le maniere Di render lodi, e gratie al tuo Fattore; Per quanto la sua mano a tè concesse? Ti formò, ti creò, trasse dal nulla, Ti mantien, ti conserva, T hà redento col sangue a un tronco affisso. Apostolo t elesse, Anzi padre, e pastor, capo de gli altri, 3

4 Acciò da gesti tuoi, da tue parole Norma, regola, esempio apprenda il Mondo; Et ora il Mondo istesso Scandalizzato al tuo misfatto iniquo, che dirà? Che dirà? Lasso, che speri? Pietà, forse perdono al tuo delitto? Ah che peccato enorme Merta per ogni via pena conforme, Sconoscesti il tuo Dio, l havrai per sempre Giudice rigoroso, empio nemico; Ahimè mi son svegliato, torbide fantasie, cure malvagie, Che volete da mè? Datemi tregua, Datemi posa, se non pace, alquanto Lumi posate un poco in mezzo al pianto. In breve, e languidissima quiete, Chiudetevi, chiudete. E grave l error tuo, Pietro dolente, Se d ogni parte il miri, Te ne diede l aviso il buon Maestro, gonfio d aura superba Ti vantasti incontrar seco la morte, Sparger la vita e l sangue Per lui, che sangue, e vita à tè pur diede, Ahi dove, dove andaro i tuoi gran vanti? Veramente villano, che parola non hai stabile, e ferma, Guerrier senza coraggio, Se su l principio al tuo pugnar cadesti, Fatto di serva vil favola, e gioco Con agghiacciar di fede innanzi al foco. E pur mi travagliate 4

5 (Si sveglia )Disperati pensieri? Ed è pur vero, che dopo rea tempesta Sbassa le vele, e fa posar i remi Nocchier vegliante, accorto, e per sedato mar ricovra in porto; e voi lumi piange. Pace alcuna ottener già non potete, Per breve, e languidissima quiete. De Giorgio Domenico, La Passione, Atto II: Direm che il popol muove. Direm che il popol muove con l arte e con l intrigo. Gli apporterem le prove che a Cesare è nemico. Direm che è un sedizioso, Direm che è un sedizioso, direm che è un infedel (bis) che è un infedel (quater) Direm che il popol muove con l arte e con l intrigo. Gli apporterem le prove che a Cesare è nemico. Direm che è un sedizioso, (bis) direm che è un infedel (bis) Direm, direm, direm che è un infedel 5

6 De Giorgio Domenico, La Passione, Atto II: Romanza d Arimatea Se presso un popolo Spenta è giustizia Ei crede lecita Ogni nequizia. Se presso un popolo Spenta è giustizia Ei crede lecita Ogni nequizia Le leggi e l ordine, (ter) sono e non son. (ter) Ma invan non turbasi L ordin morale; pena infallibile vien dietro al male; Ma invan non turbasi L ordin morale; pena infallibile vien dietro al male; e allor dei gemiti, (ter) chi ascolta il suon? (ter) 6

7 De Giorgio Domenico, La Passione, Atto III: Padre dal ciel Gesù: Angelo: Gesù: Padre dal ciel, Tu, il figlio dall alto soglio mira: sul capo mio il turbine già furioso spira; dell uom le colpe in numeri a sostener non regge. Padre son io che chiedo che abbi di me pietà. Signor mio, deh! ti conforta! E volere dell eterno che l uomo salvi dall inferno tra i cui lacci nasce e muor. Padre eterno! Al tuo volere Pronto ogn or mi sottometto; al Calvario. Or io mi affretto, vieni, o Croce, al tuo Signor. 7

8 Dal Funerale di Cristo di Padre Serafino delle Grottaglie, Atto I, Scena III: Soliloquio dell anima di Giuda E Pur m astringe il fato, Per mio dispetto, veder le stelle? Senza l Inferno no, che in ogni loco Porto meco le Furie, hò in seno il foco; Ma forse non è questa L empia Gerusalemme, ampio teatro Del mio grave delitto? Ah la conosco A i superbi edifici, a i tetti alteri, Ma la ravviso più, ch è loco infame, Ove sopra una forca, in una Croce È morto un traditore, è morto un Redentore, L un di morir, l altro di vita indegno, L un colmo di pietà, l altro di sdegno; Né per altra cagion forse mi spinge Il rio destin a riguardar il Sole, che per mirar que lochi, che rinfacciano a me quel gran misfatto, che non hebbe maggior, né pari al mondo. Ahi folle, ahi cieco, ahi temerario Giuda; Tanto tu dunque osasti, Tradir, chi? Forse un huomo? Un huomo iniquo? Ah no, puro, innocente, e senza fallo. Morto per colpa tua tra ladri in Croce; Un huomo? Ah no, sotto mortal sembiante Un Nume, un dio possente, ch apostolo t elesse, e suo seguace, Fido compagno, e confidente amico, che nell ul(t)ima Cena 8

9 La sua carne ti diede, il proprio sangue, è prezzo al tradimento Non fu ricco tesor, ma vile argento; Ma quel, che rese il mio fallir più atroce Fu quel bacio crudele, Con che m infinsi amico, E vomitai con empie labra il fiele; Non al baciar colombo, Ma corvo disperato, Aspe fallace, ch apprestai guerra in un segnal di pace; Tanto operasti iniquo, e pur ti lagni? E la mano divina, che fulmina vendette, ognor non piove Novi flagelli à castigar tuo fallo? Non crea novelli Abissi, Già che l uno non basta, Per giunger sempre pene alle tue pene? Ma dove sei? Che parli anima insana? Mostri tù pentimento D haver tradito un Dio, tradito un Cristo? Che m hà dannato à sempiterno duolo. Sì; l hò fatto, lo fei, E se fatto non fusse, io lo farei; Lo tradii con la bocca, Lo piagai con un bacio, e ben dovea Trargli con fiera man dal petto il cuore, Il sangue dalle vene, questo allor non fei, E se farlo potesse, or lo farei; con dispettosa lingua Ognor lo maledico, e l odio intenso Quanto si sfoga più, tanto più cresce; 9

10 Annientarlo vorrei, e se possibil fusse, anco il farei. De Giorgio Domenico, La Passione, Atto III, Legate ben forte Legate ben forte Stringete, stringete Il collo e le mani A doppio avvincete. Legate ben forte Stringete, stringete Che il demone suo Nol faccia fuggir (ter) Vedremo se l arti O il regio desiro Verran tra i tormenti Del crudo martiro Legate ben forte Stringete, stringete la nostra vendetta l ugual non avrà ( bis) L ugual non avrà (bis) No, no, no, non, no, no N avrà. 10

11 De Giorgio Domenico, La Passione, Atto IV : No roman non difender quel Tristo No, roman, non difender quel tristo, se di Cesare l ira tu temi, No, roman, non difender quel tristo, se di Cesare l ira tu temi, se la colpa in quel reo tu scemi, ti farem da quel seggio balzar. No, roman, non difender quel tristo, se di Cesare l ira tu temi, No, roman, non difender quel tristo, se di Cesare l ira tu temi, se la colpa in quel reo tu scemi, ti farem da quel seggio balzar. Sì, sì, sì, ti farem da quel seggio balzar. Sì, sì, sì, ti farem balzar. Sì, sì, sì, ti farem da quel seggio balzar. Sì, sì, sì, ti farem balzar. 11

12 AGUNIA 1 Štraziatu sobbra maru legnu culli chjuevi mpriessu iu ti vecu, omu ndegnu, o Gesù, in agunia. L'anima mea ti piccatori, pi me tu sueffri l'angoscia ria, ti lu cielu lu Signori mori pi li piccati mia. Comu notti si štenni nu velu pi la virgogna si copri lu soli, spira lu giuštu, lu Diu tlu cielu, e di la terra lu criatori, e alli sua pieti si senti la sua matri tulenti. Qua sacrificiu pi me piccatori, pi me facišti lu signuria, sobb'alla croci, o amatu Signori, tu li spiašti li rei mia e ti li tua piachi, li tua tilori cunsulazioni pi me saria. O omu, ca passi tra feri e cantini, ti gioia furaci lu munnu è pasciutu. Mira e trimienti, tu, Gesù mia, ca sobb'alla croci pi te šte ppinnutu. Nè t'oru o t'argientu t'è štatu ccattatu lu paratisu, o omu ntricusu, ma cullu sangu t'agnellu sacratu ca sobb'alla croci pi te l'ha virsatu. 1 Poesia della tradizione popolare grottagliese. 12

13 De Giorgio Domenico, La Passione, Atto IV: Sotto i colpi dei duri flagelli Sotto i colpi dei duri flagelli scricchian le ossa, si squarcian le vene; sangue già stillano i rossi capelli sulle braccia, le mani, ed i pie. Ei vergogna, rossor non ebbe proclamarsi figliolo di Dio; ei cercava sedurre la plebe. Sia la morte sua degna mercé. Sia la morte sua degna mercé. Sia la morte sua degna mercé. 13

14 L'INCONTRU CU MARIA 2 Nfacciati Maria cu lu tua figghju passa strascinatu ta genti storta, ti croci caricatu nterra ncatatascia comu nu lazzaroni mannatu a morti. Ca ti la porta si nfacciò Maria vitennu lu sua figghju allu passai, l'uecchj mpitriti pi lu tilori avia lu peti no tinia allu caminai. Comu na spata ti fuecu ardenti li trapassò lu cori sua tulenti. La santa Monica n'era cummari e cu nu spraniu ti ncufanatu ardoru a quera facci ca tanta lu munnu ama li sci ssucò lu sangu e sutori: e qua miraclu cu no sapia la facci santa mpressa rimaniu. Sobb'a monti Carvariu sona la tromma, lu chjantu ca si faci la Matonna! Ca lu Giuanni cunsulari no putia lu straziu ca si faci quera tia. A ogni corpu ca batti lu martieddu na spata si rificca int'allu cori, štinnutu sobb'alla croci com'a nn'agnellu trafittu mani e pieti lu mia Signori. L'uecchj allu Patri ha lliatu e tuttu lu munnu ha pirdutu. 2 Poesia tramandata oralmente da Vincenzo Chiloiro, soprannominato "lu Uardiu" 14

15 De Giorgio Domenico, La Passione, Atto IV: Madre, madre infelice Madre, Madre infelice! In sì crudel dolore Ahi! Mi si spezza il core! Popol che avesti un giorno fama d ospitaliero mostrati ch è veritiero. E un nome tal per te. Passi la madre e parli insieme col caro figlio. Popolo il mio consiglio segui e n avrai mercé. 15

16 De Giorgio Domenico, La Passione, Atto IV: Ahi figlio, alfin m è dato. Maria: Gesù: Maria: Ahi figlio alfin m è dato di rivederti ancora. Oh! Come t han conciato la barbara tribù! In questo breve, breve istante; quanto vorrei più dirti. Baciarti quel sembiante, tenerti stretto al sen! Così tenerti stretto stretto al sen! Ah Madre! Sai ch è scritto che tu riveda esangue? Su duro legno inflitto il caro tuo Gesù. Il duol le ambascia ambasce i pianti retaggio son io o Madre tu non avrai più innanzi il bacio del tuo ben. Tu non avrai il bacio del tuo ben. Tu non avrai il bacio del tuo ben. Ahi figlio, ti stacchi Ma il duol che io sento È tale un tormento Che par non n ha. 16

17 A CRISTU CRUCIFISSU 3 Crucifissu, o Gesù mia, sobb'alla croci, marvaggia cosa, la genti riti pi buffaria, alla tua matri l'uecchj tua posa, Edda šte chjanci, tu la te' ffita' a lu Giuanni e lu tua pinsari alli peni amari lu tua cori comu lu mari. Siertu ti spini, ciritatu, capu e capiddi, cràgnuli e sangu, la lancia lu cori ti sfacedda, la mamma toa tremla e chjanci, e lu tua mantu, culori ti gigliu, la virminosa genti si l'ha sciucatu. Ti li tua piachi, o Gesù mia, ti n'essi sangu pi li piccati mia. Lu tua patiri ni scura lu cielu, chjanci la terra pi lu tilori, tinanzi allu Santu si štrazza lu velu, pi quera tia no essi lu soli. Trema la terra, o sgumientu sinceru, ti l'universu è muertu lu signori. Tì, lu sua patri qua štraziu ha pajatu pi li tua piccati, o cori mia ngratu. 3 Poesia della tradizione popolare grottagliese, tramandata da Pasqua Fedele, detta di Pensieri. 17

18 Piccè no chjanci, o cori mia? Pi la tua fullia Crištu patiu, iddu curpanza cetu no avia; nt'alli sua piachi li tua piachi et ogni pisu ca tuccava a tia iddu pi te l'ha purtatu. E comu pecra allu circinaturu, e comu piecuru allu scannaturu ti la sua vocca no assiu voci ma sulu pirdonu pi l'omu riu. Piccè no chjanci, mo', cori mia? Sobbra ti tutti iddu era Diu ma si liò ogni vitura ti 'manu servu si vištiu e d'umirtati la sua timura, e at ogni omu ti cori riviellu tissi ca era nostru fratellu. Diu t'amori, piecuru nucenti, pi me è patutu sulu tia. Culla tua morti tu è cancillatu a tuttu lu munnu li piccati. 18

19 LAMIENTU T'LA DDULIRATA Stava la mamma soa sott'alla croce, e Gesù trimintèa fìssu fìssu; cchjù llàcrime no avèa, no avèa cchjù voce, pi cchjànciri lu fìgghju crucifìssu. Quanna pò ti lu legnu fóe calatu, scinnèa la sera. Ccé pietate! 'N pìéttu, comu fosse piccinnu, l'ha ppuggiàtu la mamma sòa lu fìgghju sua dìlettu. Sintiti, gente, amaru comu spata, lu lamiéntu t'la matre ddulirata; lu lamiéntu t'la Vergine ferita, ca strènce mòrta marammè! la Vita. Ièni, piccinnu mia, e dduérmi, core mia, 'n bràzzu alla mamma tòa. Ccé ffìgghiu ca tinea! Ci lu vitea ticea: «Jàta alla mamma soa!» Bbéddu ièri, ièri gintile: t'li fìuri ti l'abbrile tu ièri asse cchjù bbéddu. Tu ièri sole e lluce ca fìuri e priésciu nnuce, ddònca la rascia ppoggia. 19

20 E mmó mi l'ònu misu 'n croce! mi l'onu ccisu, lu fiore e bbéne mia. C'hé fattu, fìgghju bbéddu, ca t'ònu misu 'n cuéddu legnu ccussì pisante? C'hé fattu, fìgghju tòce, ca t' ònu ppisu 'n croce cu ghjuevi ntussicati? C'hé fattu, fìgghju caru, e' acitu e fféle amaru la vócca t'ònu ašcuatu? F'igghju, còri ti mamma, quann' hè tittu: «Eli, lamma, lamma sabactanì?», lu sangu m'è ghjazzatu, ca nò tt'è mai scappatu nnu lùcculu ccussì Hè priticatu amore: pi cquistu t' lu tilòre sé ll' ómu, marammèi? Cce nò hè tatu alla gente, o fìgghju mia nnucénte? Pi cquistu t'ònu ccisu? Quanta passi ònu tatu 20

21 sti piéti! e l'hè sciù cchjatu la pec'ra ch'era persa. sti tienniri manodde onu saziatu fódde, migghiàri ti ffamati; surdi, zzuéppi, malati; muérti risuscitati: a ttutti he fattu bbéne: e, pròpria pi llu bbéne ch' hè fattu, tanta pene he vutu, fìgghju bbuénu? E mmó ccé straziu sentu! ca sbantu, ci triméntu stu piettu trapassatu; sti mani ccussì ffriddi e st'oro ti capiddi strazzati ti li spini; e cquesta fronte chjara ca ti nna c'rona amara porta li puncitòre: tuttu stu cuérpu santu ca chjance ancora chjantu ti sangu, sangu mia! Li piàche tua so' spate, fìgghju, ca so' cchjantate 21

22 'n piettu alla mamma tòa. O vui ca pi lla via passate, com' lu mia nei ste nn'otru tilòre? No! Granne abburisinnu, o Matre santa, éte la pena tòa comu lu mare. Ci la pò cunfurtà? Ognunu sbanta a vvitè quiri sette spate amare. Maria, pi cquiru còre nsangunatu, pi lli piàche ti Cristu vive e vvere àgghj pietate ti stu munnu ngratu! O Matre ddulirata, miserere! 22

23 STAVA MARIA DOLENTE Stava Maria Dolente senza respiro e voce mentre pendeva in croce del mondo il Redentor. e nel fatale istante crudo, materno affetto Le lacerava il petto, le trafiggeva il cor. (bis) O dolce madre, o pura, fonte di santo amore, parte del tuo dolore fa che mi scenda in cuor. Fa che ogni ardor profano, sdegnosamente sprezzi, che a sospirar m avvezzi sol di celeste ardor. (bis) Gesú che nulla neghi a chi tua madre implora, del mio morir nell ora non mi negar mercé. E quando fia disciolto dal suo corporeo velo, fa che il mio spirto in cielo voli a regnar con te. (bis) 23

24 Dal Funerale di Cristo. Atto II, Scena VI: Lamento della Maddalena. Lumi, lumi dogliosi, affannate pupille, occhi languenti, se già per consolar la madre afflitta, Con simular assai Temprasti il duolo, e mitigaste il pianto; Or che sete voi soli aprite il varco all ingorgati rivi, E qual rapido fiume, Che prima trattenuto, e poi disciolto, Con impeto maggior sbocca, & inonda, Tal prorompete voi senza ritegno Con acque vehementi, e copiose, E qual stemprato gelo Corra già liquefatto il gran dolore, Perché non scoppi il core, O dell amato, e singolar mio Bene Bellezze isquallidite; ò del mio sole Tramontati splendori; ò del mio petto Venerate dolcezze; ò mio tesoro, E come t hò perduro, e pur non moro? Caro pegno dell alma, Anima mia, Come ti porto al core, e non ti veggio? E dove mai s affisseran quest occhi, S appagarsi non sanno in altro oggetto? Che più sperar al tuo sparir, ò desiar già resta Al misero mio core, essendo morto, Se sparve al tuo sparir ogni conforto? Se partendo da me, da me partita Fè dolce Vita mia, pur la mia vita? 24

25 Sì. Sì morir ti piacque, Mia carissima gioia, E solo per pietà; se già m amasti, Se t amai, Amor mio, Perché morendo tu, non morsi anch io? Bastava Maddalena Tolerar ogni pena, Una croce, tre chiodi, una lanciata Erano troppo poco All ardor mie brame, al mio gran foco, Anima innamorata, Ch abbruggia, e vive in un continuo duolo, Non stima tormenti, non cura martiri, Perché avezza à patir d ogni dolore Soffre più fier, l amore; Ma volesti, ch io viva Non curasti, ch io mora, Acciò penasse sconsolata ognora, O pur moristi solo, che benché, sposa amata Teco unirmi in un letto, ah non fui degna, E sol fusse di tè la gloria, e l vanto, Dalle fauci del tartaro profondo Haver Redento il Mondo. 25

26 Domenico De Giorgio, La Passione, Canto finale del V ed ultimo atto. Maddalena: Coro: Piangi, o madre, il tuo diletto, e non fai che lacrimare, Ah! Che il duolo Che chiude in petto È profondo, profondo come il mare. Ah! Quel duolo che chiude in petto, ah! Quel duolo che chiude in petto. E profondo, come il mare. Non fia mai, che da quest urna i miei passi volga il piè. (ter) 26

27 Le origini del "Piccolo Teatro Di Grottaglie" risalgono alla seconda metà degli anni Sessanta quando, presso la parrocchia della SS. Annunziata di Grottaglie, un gruppo di giovani forma la "Compagnia dei Simpatici". Nel 1972, il gruppo si trasferisce presso il Centro di Lettura della scuola elementare Sant'Elia. Tra le attività del Centro, quella teatrale prende il sopravvento e nasce così il "Piccolo Teatro di Grottaglie"; questo si consolida dandosi un regolamento, i cui punti principali sono l'amore per Grottaglie e per il teatro, la riscoperta delle tradizioni, la storia del proprio paese, ma la finalità più importante del gruppo è l'amicizia e la crescita culturale ed umana dei soci. Fermo restando l'importanza della conoscenza delle proprie origini e conscia che il dialetto è una lingua, ha voluto e vuole allargare i propri orizzonti culturali, aggiungere un tassello di cultura a quella già esistente, per cui ha partorito lavori che hanno qualificato maggiormente il gruppo ed aumentato il bagaglio delle tradizioni culturali del paese. Collabora con altri gruppi presenti sul territorio. L associazione è iscritta alla FITP. L'attività comprende anche spettacoli in beneficenza a favore di Enti regolarmente riconosciuti e di cittadini bisognosi. De Giorgio Domenico è nato a Grottaglie il da Vito Vincenzo e da Maria Farina. Morì a Grottaglie il Fu Sacerdote, musicista, maestro ed anche amministratore, in quanto segretario della prima giunta del sindaco Alfonso Pignatelli. Compose molti canti popolari, ma il suo capolavoro è la Passione e morte di Nostro Signore Gesú Cristo, tragedia lirica in 5 atti. L'opera fu, probabilmente, scritta tra il 1845 ed il 48, dato che l'arciprete Vincenzo Maranò, che scrisse tutto il 27

28 recitativo, morì nel Questa tragedia si divide in cinque atti: Atto I: la Cena. - Atto II: Il Sinedrio. -Atto III: L'Orto. Atto IV: Condanna e viaggio al Calvario. Atto V: La Morte. L opera è stata rappresentata fino agli anni 50 del secolo scorso. D Alessandro Donato Antonio è nato il 17 settembre 1623 da Cataldo e da Isabella Quaranta. Nel 1641 entrò nell'ordine dei frati Minori Osservanti Riformati. Cambiò il nome di battesimo in quello di Serafino, al quale aggiunse, sempre, il paese di provenienza. Fu un dotto lettore di teologia ed valentissimo predicatore. Scrisse molte opere, fra cui Il mondo redento, La piaga del Costato, Il funerale di Cristo. Nella sua opera prevale l aspetto moralistico, per cui la poetica dei temi è esclusivamente religiosa e morale, unita ad un esasperato secentismo, la corrente letteraria del tempo in cui è vissuto. Il suo nome, ancora nel 1800, era noto in Terra d Otranto, per il Funerale di Cristo, che veniva rappresentato nel periodo di Passione e di Quaresima. Muore a Lecce il 28 agosto Padre Michele Ignazio D'Amuri, scrittore e poeta gesuita, nato Grottaglie il 24 luglio L'attività poetica di Michele Ignazio D'Amuri, è caratterizzata dal rimpianto dell'infanzia come età felice, dal legame viscerale con la sfera affettiva: famiglia - casa - paese patria. D'Amuri raggiunge il massimo dei valori poetici, nella poesia dialettale, con tre raccolte Pi strate e tiempi antici (1973), Quanna la sera scenne (1975), Po' la notte è vvinuta. Si spegne il 21 gennaio

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