CHE RESTA DELL 89 Dov è la festa. Il Muro di Berlino cadeva 25 anni fa D omani è il 25 anniversario della caduta. a tappe forzate

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1 CON LE MONDE DIPLOMATIQUE + EURO 1,50 Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1, Aut. GIPA/C/RM/23/2013 ANNO XLIV. N SABATO 8 NOVEMBRE 2014 OGGI CON ALIAS A EURO 2,50 BIANI 9 NOVEMBRE NOVEMBRE 2014 Il Muro di Berlino cadeva 25 anni fa D omani è il 25 anniversario della caduta del Muro di Berlino, evento-simbolo della fine dei regini del socialismo LE DUE GERMANIE reale. Nel 1990 la riunificazione tedesca. Le celebrazioni in Germania sono cominciate ieri con una seduta solenne del Bundestag: ospite Quell annessione d onore è stato il poeta e cantautore Wolf Biermann, noto dissidente della Ddr, che ha pesantemente attaccato la Linke. Il capogruppo a tappe forzate Gregor Gysi ha ricordato le differenze sociali in nome dell ideologia che ancora persistono nel Paese fra Est e Ovest, e «i muri di oggi» costruiti in Europa della Bundesrepublik contro i migranti. ROSATELLI, POGGI, CONGIU, HORNACEK PAGINE 8-9 ENZO COLLOTTI PAGINA 8 Il pubblico pagante /FOTO ALEANDRO BIAGIANTI «Siamo sempre noi a pagare»: il contratto fermo da sei anni, tagli al personale e niente turn over. Sono i dipendenti pubblici, quindi insegnanti, medici, infermieri e vigili del fuoco che oggi scendono in piazza Roma per una inedita protesta nazionale indetta da 12 sigle sindacali. «Renzi ci ascolti o sarà sciopero generale» PAGINE 2,3 CHE RESTA DELL 89 Dov è la festa Luciana Castellina U n pezzetto di quel muro caduto 25 anni fa ce l ho ancora sulla mia scrivania: un frammento di intonaco colorato che strappai con le mie mani quando accorsi anche io a Berlino mentre ancora, a frotte, quelli dell est esondavano verso l agognato Occidente. Furono giornate gioiose attorno a quel simbolo di una guerra quella fredda che era scoppiata meno di due anni dopo la fine di quella calda. Per oltre quarant anni quella frontiera, e già molto prima che fosse eretto il muro, l avevo attraversata solo illegalmente: negli anni 50 perché il mio governo non mi dava un passaporto valido per i paesi oltre la cortina di ferro (dovevamo rimanere chiusi nell area della Nato) e perciò per parlarsi con tedeschi della Ddr, ungheresi o bulgari si prendeva il metro a Berlino e dall altra parte ti fornivano una sorta di passaporto posticcio. Poi, dopo la costruzione del muro, quando noi potevamo legalmente andare ad est e invece quelli di Berlino est non potevano più venire a ovest, ridiventammo clandestini: per potere incontrare, senza incappare nella sorveglianza della Stasi, i nostri compagni pacifisti del blocco sovietico, dissidenti rispetto ai loro regimi, ma convinti che a una evoluzione democratica non sarebbero serviti i missili perché solo il disarmo e il dialogo avrebbero potuto facilitarla. Per questo, gioia in quell autunno dell 89 e anche un po di orgoglio per il merito che per questo esito aveva avuto anche il nostro movimento pacifista, l End «per un Europa senza missili dall Atlantico agli Urali». Avevamo prodotto una deterrenza politica, contribuendo ad isolare chi, per abbattere il muro, avrebbe voluto scegliere la più sbrigativa via delle bombe. E però l 89 non fu solo gioiosa rivoluzione libertaria. Fu un passaggio assai più ambiguo, gravido di conseguenze, non tutte meravigliose. Oggi è anche più chiaro, e così l avverto dolorosamente nella memoria che evoca in me. Peraltro quel 9 novembre di 25 anni fa per me, credo per tanti, non è dissociabile dalle date che seguirono di pochi giorni: il 12 novembre, quando Achille Occhetto, alla Bolognina, disse che il Pci andava sciolto; il 14, quando ce lo comunicò ufficialmente alla traumatica riunione della direzione del partito di cui, dopo che il Pdup era confluito nel Pci, ero entrata a far parte. Così imponendoci a tutti la vergogna di passare per chi sarebbe stato comunista perché si identificava con l Unione sovietica e le orribili democrazie popolari che essa aveva creato. CONTINUA PAGINA 15 PALESTINA PAGINA 7 A Gaza dieci bombe contro l alleanza tra Fatah e Hamas SBLOCCAITALIA PAGINA 4 Bagnoli in piazza contro il cemento: scontri e feriti INTERVISTA PAGINA 11 Daniele Manacorda: «Sull arena al Colosseo, è scacco matto» MI RIPRENDO IL MANIFESTO Dieci ragioni per ricomprare la testata Il «nuovo Manifesto» società cooperativa editrice ha, dopo lunghi anni di travaglio, la possibilità concreta di ricomprarsi la testata e conquistare la sua piena libertà ed indipendenza. Ci sono tanti motivi per sostenere questo sforzo, perché: 1) Comprando la testata la cooperativa potrà risparmiare euro al mese che da due anni paga per l affitto (denaro buttato al vento!). 2) Comprando la testata il Manifesto sarà l unico quotidiano italiano che non ha né padri, né padrini. 3) Comprando la testata il «nuovo Manifesto» società coop. avrà completato il suo percorso di «impresa recuperata», all interno di quel movimento di «aziende e Tonino Perna fabbriche recuperate» che sta emergendo anche in Europa. Ma, anche perché: 4) È l unica voce critica e di sinistra nel grigio panorama italiano. 5) È l unico quotidiano che ci informa continuamente della tragedia del popolo palestinese, al di là delle emergenze legate alle guerre scatenate dal governo israeliano. 6) È l unico quotidiano italiano che offre al lettore un quadro internazionale di analisi economica, sociale e culturale, che non si trova sulla stampa nazionale schiacciata dal «pensiero unico». E soprattutto perché 7) È uno spazio aperto al dibattito tra le diverse anime della sinistra, e non il portavoce di quel partito o corrente, come qualcuno avrebbe voluto. 8) È uno spazio di umanità dove anche le microstorie trovano spazio, dove il ricordo e la commozione non inseguono le mode. 9) È uno spazio di fantasia, fuori dal coro, che già dal titolo della prima pagina comunica direttamente con il lettore. 10) È il nostro giornale, che ci ha accompagnato nei momenti esaltanti ed in quelli della depressione, che ci ha indicato una luce anche negli anni più bui, che è rinato da due anni, a dispetto di chi lo dava già per spacciato, ed oggi ci offre la possibilità di percorrere insieme un altro, lungo, cammino in comune.

2 pagina 2 il manifesto SABATO 8 NOVEMBRE 2014 IL PUBBLICO PAGANTE Statali Insegnanti, medici, infermieri, vigili del fuoco. Oggi tutti a Piazza del Popolo, con un solo messaggio per il capo del governo: «Basta slogan, ascoltaci» «Caro Renzi, noi scioperia IL CASO I due istituti si fondono: a rischio 600 contratti Inea più Cra, e addio precari L allarme è stato lanciato ieri da Cgil, Cisl e Uil: la fusione di Cra e Inea è sbagliata, la legge di stabilità vuole fondere due istituti che hanno compiti e missioni diverse solo per tagliare i costi, mettendo a rischio la ricerca nel campo agricolo e alimentare proprio nell anno dell Expo di Milano (il cui tema è il cibo). Il Cra (Consiglio per Uno degli enti è molto indebitato, l altro è ricco di immobili: unirli serve solo a far cassa? Statali pronti a incrociare le braccia: «Contratto bloccato da 6 anni, e il governo taglia lavoratori e servizi». In campo 12 sigle: è la prima volta la ricerca e la sperimentazione in agricoltura) e l Istituto nazionale di economia agraria infatti dovrebbero essere presto fusi insieme, come prevede l articolo 32 della legge di stabilità. Ma non sono solo a rischio le produzioni di questi due enti: è in pericolo anche parte del personale. «Sono 600 i ricercatori che in forza di questo nuovo assetto da gennaio potrebbero perdere il posto», denunciano i Cinquestelle della Commissione Agricoltura della Camera. «Dalla fusione Cra-Inea nascerà un ente fortemente indebitato che dovrà comunque ridurre con un taglio lineare il 50% delle sue sedi e si vedrà ridotto il budget di altri 3 milioni di euro spiegano i deputati del M5S E i ricercatori precari? Rimane una grande spada di Damocle che pende sulle loro teste. Infatti per loro è stato inserito solo un blando tentativo di tutelarli, ponendo qualche tiepida affermazione all interno del parere sulla legge di stabilità, che non modificherà il testo». Perché tutto questo? Secondo i Cinquestelle ci sarebbe anche la volontà di appianare i forti debiti dell Inea attraverso la messa a frutto del ricco patrimonio immobiliare del Cra. «Non vorremmo sostengono i pentastellati che il ministro dell Agricoltura Martina possa essere ricordato come quello che spazza via i forestali e la ricerca pubblica in agricoltura e che dietro questo accorpamento si nasconda l intento di nascondere le responsabilità politiche che hanno determinato il grave dissesto finanziario dell Inea, sul quale noi chiediamo che venga fatta piena luce». Se i sindacati chiedono al Parlamento di riconsiderare la fusione, evitando di creare nuovi precari nel pubblico impiego e in special modo nella ricerca, il Movimento 5 Stelle chiede di «stralciare l articolo 32 della legge di stabilità»: «È così dicono rivolti al premier Renzi che il governo vuole tutelare uno dei settori più importanti per l economia italiana e per il Paese? Alla Leopolda si è fatto un gran parlare di slow food e chilometro zero: ma è questo il vero volto del Pd e dell esecutivo». Antonio Sciotto «S ono un vigile del fuoco e per 1200 euro al mese intervengo per salvare le persone dalle inondazioni e dai terremoti». «Sono una maestra e guadagno 1500 euro al mese dopo 20 anni di servizio». E poi ci sono i medici, gli infermieri, gli agenti di polizia, i ricercatori universitari. I lavoratori del pubblico impiego non ce la fanno più: il loro contratto è bloccato dal 2009, i precari non vengono stabilizzati e anzi in migliaia rischiano il posto, il governo minaccia di tagliare sempre di più i servizi. Quindi oggi saranno in piazza, a Roma, per una manifestazione unica nel suo genere: riunisce tutte le sigle ben 12 del sindacato confederale. Si aspettano 600 pullman, oltre 50 mila persone. Ci voleva evidentemente Matteo Renzi, premier del Pd, per farli arrabbiare tanto. E oggi dal palco di Piazza del Popolo è altamente probabile che verrà proclamato lo sciopero generale del settore. Lo ha spiegato Giovanni Faverin, della Fp Cisl: «Se il governo non risponderà alle nostre richieste, se non troverà 1,5 miliardi per cominciare a discutere del nostro contratto, mentre ha trovato 6 miliardi per l Irap alle imprese, noi continueremo la mobilitazione, fino allo sciopero». E Giovanni Torluccio, della Uil Fpl ha aggiunto: «Saranno i lavoratori della piazza molto probabilmente a chiederci lo sciopero generale» A entrare nel dettaglio delle motivazioni delle protesta è Rossana Dettori, segretaria generale Fp Cgil: «Il pubblico impiego non ce la fa più: abbiamo il contratto fermo dal 2009, senza contare il blocco degli integrativi. E certo gli 80 euro non sono un rinnovo. Un dipendente medio ha perso almeno 5 mila euro. Siamo sempre noi a pagare, e i tagli li subiscono anche i cittadini, perché i servizi vengono impoveriti». Non a caso, lo slogan della manifestazione di oggi è #Pubblico6Tu, proprio per rendere evidente che questa lotta è fatta per tutelare i diritti di tutti. «La ministra Madia dice che il Jobs Act e le riforme del governo non ci toccano? riprende Dettori È una falsità: nel decreto che ha preso il suo nome, Madia ha inserito il demansionamento, quindi saremo noi a provarlo per primi. E poi ricordate che insediandosi annunciò la "staffetta generazionale"? mila assunzioni, fu la previsione. Un altra grossa bugia: se va bene saranno in tutto 500. Senza contare le migliaia di precari che entrofine anno rischiano di perdere il posto». «Il lavoro pubblico non è valorizzato, anzi Renzi lo disprezza dice ancora Faverin, della Cisl Per trovare 1,5 miliardi per il nostro contratto, basterebbe tagliare 1,2 miliardi di consulenze e per il resto non confermare alcuni dirigenti. Sembra che siamo noi a pesare sul bilancio dello Stato: ma si deve sapere che su 830 miliardi di spesa pubblica annuale, gli stipendi di 2,5-3 milioni di dipendenti pubblici costano 70 miliardi, mentre quelli dei soli dirigenti, che sono 168 mila, pesano per 20 miliardi. Non si può tagliare lì?». Domenico Pantaleo (Flc Cgil) ricorda la condizione difficile degli insegnanti e dei ricercatori, molti precari. Nelle parole dei sindacalisti degli statali, è un crescendo di attacchi alla ministra della Pubblica amministrazione: «Lei poco legge e poco studia: parla di noi senza sapere neanche cosa facciamo». «Non sa pronunciare neppure tutti i mestieri che facciamo». Non viene risparmiato neanche Renzi: «Sapete cosa ha chiesto alla cena con gli imprenditori a Milano? Se i lavoratori pubblici non siano troppi. E ovviamente ha riscosso gli applausi degli industriali». «Basta promesse, basta slogan, vogliamo i fatti». Rossana Dettori ipotizza addirittura una nuova forma di protesta: «Manderemo le bollette a Palazzo Chigi: visto che i nostri lavoratori non le possono più pagare, vediamo se ce le paga il governo». A rischiare, come detto, sono soprattutto i precari: migliaia di contratti scadono appunto a fine anno e non è detto che verranno ulteriormente prorogati. Mentre gli organici fanno ormai acqua da tutte le parti, e i carichi di lavoro si intensificano sempre di più: «Abbiamo perso 460 mila addetti negli ultimi dieci anni dice Faverin E nei prossimi quattro andranno in pensione 150 mila persone: ma è previsto un ingresso di sole 56 mila unità. Questo per chi dice che siamo troppi». Intanto chiudono servizi essenziali, si tagliano letti e prestazioni negli ospedali, o li si mettono a caro prezzo, alzando i ticket; si allungano le liste di attesa. Rischiano grosso anche importanti presidi culturali: il Teatro di Roma, con il licenziamento dei suoi orchestrali, è stato solo l esempio più famoso. Cgil, Cisl e Uil citano il caso del conservatorio Pergolesi di Ancona: «I lavoratori sono da ben 2 anni senza stipendio, e nel frattempo ha avanzato una proposta di acquisto una società cinese». Saranno i cinesi, con i loro miliardi, a salvare i servizi pubblici italiani? Non sembra un ipotesi percorribile. LE STORIE Cherubina, Davide e Sara: dietro il welfare ci sono loro. Sempre più sfruttati Di «garantito» è rimasto poco /FOTO ALEANDRO BIAGIANTI Massimo Franchi I l «grasso che cola». I «garantiti che nella crisi non sono stati licenziati». Per il premier Matteo Renzi e per il suo ministro Marianna Madia i dipendenti pubblici sono questi. Ma fra loro ci sono anche Cherubina, Davide e Sara. E quelle definizioni diventano beffarde, se non insultanti. Ognuno rappresenta un settore insegnamento, giustizia, sanità dei servizi pubblici e ognuno di loro è precario, licenziato o licenziabile. Non sono nemmeno casi limite perché ognuno di loro ci tiene a dire che «ho conosciuto altri dipendenti pubblici che stanno peggio di me». Nella Bologna (una volta) culla del welfare italiano lavora Cherubina. Come buona parte dei suoi coetanei «se lo devi proprio scrivere, ho 39 anni» lavora per una cooperativa sociale di servizi. «Sono diventate il contenitore per i tanti che provenivano dalle facoltà di Scienze dell educazione, senza più concorsi pubblici non avevano alternative. Si diventa soci, si viene assunti a tempo indeterminato, ma si rimane precari». Nella mutazione genetica del welfare «al tempo dei tagli» e «degli appalti al ribasso», Cherubina lavora con i bambini disabili. «Un lavoro che mi piace e che mi appassiona, ma che faccio vivendo ogni giorno il dumping sociale che subisco: faccio 33 ore alla settimana e prendo 250 euro in meno dell insegnante di sostegno che di ore ne fa solo 18 e spesso ha una professionalità minore della mia». Non è una lotta fra poveri: «Io vorrei che ne prendesse anche di più, ma che io potessi avere le sue stesse tutele». Perché il paradosso di Cherubina è che «nonostante il tempo indeterminato, lavoro solo quando la scuola è aperta: 9 mesi l anno». «L amara realtà è che il Pd che governa Bologna ha usato in maniera strumentale le cooperative sociali per risparmiare soldi», accusa. Non essendo un tipo che molla facilmente, Cherubina sta lottando per cambiare le cose. «Come sindacato ci stiamo battendo per non essere più pagate a cottimo e perché il Comune unisca i servizi che le coop sociali fanno, permettendoci di lavorare 12 mesi ad esempio operando nei centri estivi». Il presente invece è una beffa: «Questo mese ci sono le elezioni regionali e il Comune ci toglie due giorni di lavoro e cento euro in busta paga». Davide, 41enne romano, è invece la prova vivente che «le forme contrattuali non sono 46». «Io e i miei colleghi che lavoriamo al ministero della Giustizia siamo la 47esima: da 5 anni siamo in tirocinio formativo e veniamo pagati con rimborsi spese per la gestione degli atti giudiziari». Un tirocinio senza fine «Per legge può durare solo 12 mesi, ma la norma viene aggirata cambiando l istituzione che ci prende in carico: prima la Provincia, poi la Regione, da due anni il ministero» che è stato sospeso solo per motivi di bilancio statale. «L ultima legge di stabilità stanziava 15 milioni per il ministero della Giustizia, ma la metà sono spariti e dal primo ottobre non abbiamo più neanche il rimborso spese e sostanzialmente siamo stati licenziati». Lui in più è l emblema della mobilità, della ricollocazione, dell addio al posto fisso tanto cari a Renzi e che stanno alla base del Jobs act. «Seguivo il dipartimento legale per la mia azienda. Nel 2009 la crisi ci ha tolto il lavoro e allora ci siamo buttati su questo progetto europeo di formazione. Prendevano 230 euro lordi per ore di lavoro, ma almeno avevamo gli ammortizzatori sociali». Con il passaggio al ministero le cose sono perfino peggiorate. «Abbiamo dovuto firmare un impegno a non prendere altri impieghi. Lavoriamo alla cancelleria, a contatto con il pubblico, abbiamo password, badge come gli altri dipendenti. Ma veniamo pagati 10 euro l ora e per giunta a 90 giorni». Neanche lui se la prende con i colleghi. «Al ministero sono sotto organico di 9 mila dipendenti, con la

3 SABATO 8 NOVEMBRE 2014 il manifesto pagina 3 IL PUBBLICO PAGANTE Operai Fuori dai cancelli la rabbia per esternalizzazioni ed esuberi. Il presidente del consiglio ignora. Nuovo scontro a distanza con Susanna Camusso mo» crisi il carico di lavoro è aumento moltissimo e hanno lo stipendio bloccato da 6 anni». Nonostante questo Davide, gli altri tirocinanti e dipendenti «normali» sembrano essere bravi. Da quando siamo qua abbiamo già ricevuto quattro lettere di encomio dai presidenti delle corti di cassazione e di appello, peccato che mettendole in mezzo al pane non si possono mangiare». Sara, 32 anni di Mondovì (Cuneo), è infine un tempo indeterminato vero e proprio: una infermiera nell ospedale della sua città nel reparto di medicina generale. «Sono stata l ultima assunta con l ultimo concorso del 2008 e per questo mi sento fortunata anche se invece dovrebbe essere normale». La sua carriera però è andata di pari passo con il blocco dei rinnovi contrattuali e dunque lei, a differenza delle sue colleghe, in sei anni non ha mai avuto «aumenti salariali o scatti di anzianità». E nel frattempo l ospedale è cambiato tanto. In peggio. «I turni sono sempre più pesanti, si arrivano a fare anche 22 giorni con uno solo di riposo. Fra notti, reperibilità si arriva ancora sui euro al mese, uno stipendio che nonostante le responsabilità che abbiamo rimane buono solo perché in giro c è una gran miseria». L altro cambiamento riguarda qualcosa di lontanissimo dallo stereotipo dell infermiera che mette flebo e cateteri: la burocrazia. «Passiamo il Al ministero: «46 contratti? Io sono il 47simo: tirocinante a vita». L educatrice: «Faccio 33 ore e prendo 250 euro meno della collega che ne fa 18» tempo a far firmare moduli ai pazienti e ai parenti». Sara la chiama «medicina difensiva»: «I medici hanno paura delle denunce e delle cause e allora per ripararsi spesso prescrivono esami inutili: io lavoro in un reparto con molti anziani e spesso siamo ai limiti dell accanimento terapeutico». In un contesto come questo la passione non può che sfiorire. «Con le mie colleghe siamo unite, un bel gruppo, però ormai si lavora sempre con meno entusiasmo anche perché vediamo che con i tagli il servizio che offriamo ai pazienti è sempre più scadente. Non certo per colpa nostra». PIAGGIO AEROSPACE Il premier inaugura il nuovo stabilimento a Villanova d Albenga Più droni e meno proteste Mauro Ravarino VILLANOVA D ALBENGA «T ogliamoci di dosso la paura e scriviamo la storia». È un Matteo Renzi, come di consueto, gonfio di orgoglio, quello che sceso da un Falcon 900 inaugura il nuovo stabilimento produttivo della Piaggio Aereospace, a Villanova d Albenga (Savona), per sistemi aerei a pilotaggio remoto, velivoli e motori aeronautici. Il premier elogia «la gente di Piaggio» che ha evitato il baratro e «non ha mai avuto paura del futuro». Ma ignora la protesta che monta fuori. E tutti gli effetti collaterali di quella che lui chiama «avanguardia»: in altri termini, esuberi ed esternalizzazioni. Se ne tiene ben lontano. Ai cancelli, il Comitato «No esternalizzazioni, tutti in Piaggio» attacca: «C è un nuovo stabilimento ma non c è una nuova fabbrica! Lo stabilimento di Villanova d Albenga nasce perché chiude quello di Finale Ligure e si ridimensiona fortemente quello di Genova Sestri Ponente». Con la nuova sede produttiva denuncia un gruppo sparuto ma determinato di lavoratori gli occupati passeranno da 1300 a meno di mille, con 300 esuberi. La Fiom locale lo dice chiaro: «Non c è nulla da festeggiare». Tra i primi ad arrivare al presidio, gli «esternalizzati» di Piaggio, che passeranno, a Laer, l azienda che ha rilevato alcune lavorazioni del gruppo. Si tratta di 99 dipendenti della Piaggio di Finale Ligure che «dovrebbero, secondo i sostenitori del progetto, licenziarsi volontariamente per essere assunti da una società». La domanda è: «Applicheranno le nuove norme per cui, dopo anni e anni di lavoro in Piaggio, chi sarà assorbito da Laer sarà assunto senza le tutele dell articolo 18?». Risposte inevase da Renzi, che ha difeso, ancora una volta, il Jobs Act, nonostante le contestazioni che accompagnano il suo tour nelle fabbriche, in Lombardia; giovedì, all Alcatel di Vimercate, ieri a Villanova d Albenga. FLC-CGIL PROMUOVE LA CONSULTAZIONE «FAI LA SCUOLA GIUSTA» La Flc- Cgil (Federazione Lavoratori della Conoscenza) ha lanciato una campagna nazionale sulla scuola pubblica, un alternativa alla riforma sulla «Buona scuola» proposta dal governo Renzi. La campagna si chiama «Fai la Scuola Giusta». Si tratta di un sondaggio online, parallelo a quello promosso dall esecutivo che terminerà la prossima settimana. La consultazione metterà a confronto le proposte del sindacato con quelle del Governo su alcuni temi chiave. Il sondaggio verrà sottoposto anche alle migliaia di assemblee che Flc-Cgil ha indetto insieme a docenti, educatori, personale ata (amministrativi, tecnici, ausiliari)e dirigenti. «È una sfida, giocata sul ring della Rete: due visioni non del tutto inconciliabili, forse, ma certo parecchio lontane, ad oggi: al popolo del web che ha a cuore la scuola, il compito di giudicare chi ha ragione». SCIOPERO SOCIALE La mobilitazione dei precari in vista di venerdì 14 Il flop della «Garanzia giovani», blitz in tutta Italia per il reddito di base Roberto Ciccarelli I l programma sulla «Garanzia giovani» alimenta il «business della disoccupazione giovanile» sostengono gli attivisti dei laboratori per lo sciopero sociale di venerdì 14 novembre che ieri hanno realizzato blitz a Roma, Trento, Bologna, Pisa, Padova e Torino. La campagna «#GarantiamociUnFuturo» nasce sulle ceneri di un progetto deludente. Secondo i dati diffusi ieri dal ministero del Lavoro, nelle ultime settimane sono cresciute le iscrizioni dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano, i cosiddetti «Neet» (283 mila), ma la possibilità di trovare un'occupazione precaria e a termine sotto forma di un appredistato o di un cocopro resta un miraggio. I posti ad oggi disponibili sono 6945, le occasioni di lavoro attive 5125, la maggior parte dei quali concentrati nel Nord del paese (il 71,9%), mentre al Centro e al Sud la Garanzia giovani è un flop clamoroso: rispettivamente il 13,6% e il 14,4%. Nelle intenzioni del governo il programma avrebbe dovuto coinvolgere i giovani residenti al Sud. E la metà degli iscritti al programma sono infatti meridionali. Ma per loro pochissime offerte e ancor meno occasioni. Non va meglio in Lombardia o in Puglia gli iscritti sono il 10%. Il dato indica la sfiducia assoluta in un programma che ambiva al ruolo di un'operazione pedagogica verso i giovani e sta crollando sotto il peso del suo paternalismo. L'analisi critica al programma sviluppata dagli «strikers», così amano chiamarsi i promotori dello sciopero sociale, è dettagliata. Occupando ieri gli uffici del centro per l'impiego della Provincia di Roma «Porta Futuro», una creatura cara al centrosinistra romano ispirata al modello catalano di «Puerta 22», gli attivisti hanno spiegato che la Garanzia giovani alimenterà il «business dell'accreditamento dei privati nella gestione dell'accompagnamento al lavoro». Presentando il programma lo scorso 13 maggio insieme al ministro Poletti e alla presidente della Camera Laura Boldrini, il presidente della regione Lazio Davanti ai cancelli della Piaggio, anche i rappresentanti della Lista Tsipras con lo striscione «L Italia è una repubblica di licenziati e mazziati», della Lega Nord con il cartello «Renzi fatti eleggere». E del Movimento 5 Stelle con lo slogan «Hammerhead P1HH - articolo 11 della Costituzione», in riferimento all aereo drone prodotto da Piaggio e al ripudio costituzionale della guerra. Proprio passando davanti all Hammerhead, Renzi, accanto al ministro della difesa Roberta Pinotti (e poco distante dal cardinale Bagnasco, presidente Cei), ha ribattuto ai giornalisti che gli chiedevano notizie sulla legge elettorale: «Qui c è il futuro e voi parlate di legge elettorale...». Il nuovo stabilimento Piaggio Aerospace è costato 145 milioni di euro e sorge su una superficie di 127 mila metri quadrati. Alla cerimonia, di fronte a numerose autorità civili e militari, a oltre 500 ospiti internazionali e a diversi lavoratori, Renzi ha rilanciato l appello a un dialogo, magari a una pacificazione, sul tema del lavoro. Zero conflitti e fine dello scontro. «Guai a pensare che si possa fare del mondo del lavoro il terreno dello scontro. È giusto avere idee diverse, è bello confrontarsi, ma ci sia capacità di non mettere gli uni contro gli altri». Poi cita Giorgio Gaber per richiamare il «senso di appartenenza» in una fabbrica: L appartenenza è avere gli altri dentro di sé. E ancora: «Quando si sta in un azienda ci lega qualcosa di più che lo stipendio, ma l idea di appartenere a una storia». Dura la replica del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso: «Avendo innescato lui lo scontro sul lavoro, Renzi deve interrogarsi sulla linea che ha proposto. Se è quella della divisione tra lavoratori pubblici e privati, tra stabilizzati e non e di togliere i diritti per chi lavorerà in futuro, è lui che deve risolvere lo scontro». A margine di un convegno a Padova, Camusso ha sottolineato: «Dobbiamo ragionare su un mondo del lavoro unito e unitario e per questo la prima condizione è togliere di mezzo le volontà di ulteriori divisioni». Oggi, un altra tappa per Renzi, in Emilia al taglio del nastro della Variante di Valico. Anche in questo caso non sarà, probabilmente, un accoglienza a braccia aperte. Nicola Zingaretti aveva previsto «una seconda vita per i centri per l'impiego» e l'adozione di una «governance a garanzia pubblica ma operatività privata». Considerati i dati a sei mesi dall'avvio, né l'una, né l'altra funzionano: «Lo stanziamento da un miliardo e mezzo di euro si tradurrà in guadagni per enti di formazione, agenzie interinali, associazione degli imprenditori hanno denunciato ieri gli strikers Siamo qui per denunciare le inadempienze e le responsabilità della Regione Lazio e del ministero del Lavoro». Gli attivisti hanno avanzato precise richieste: trasparenza amministrativa sui fondi investiti sui tirocini (15 milioni nel Lazio); aumento del rimborso orario per i tirocini da 140 ore da 2,8 a 10 euro all'ora, arrivando a un minimo salariale europeo superiore di mille euro rispetto ai 392 euro attuali. Un rimborso da erogare mensilmente e non ogni due o tre mesi. Infine, la richiesta che il miliardo e mezzo della Garanzia giovani venga erogato direttamente, sotto forma di reddito di base, e non dirottato agli intermediari della formazione o del collocamento. I manifestanti hanno ottenuto un tavolo di confronto con la regione entro fine novembre. «Il piano europeo Youth Guarantee prevede la definizione di un'offerta formativa entro quattro mesi dalla stipula del patto di servizio con il centro dell'impiego sostengono gli strikers Il termine è scaduto, le offerte riguardano solo i tirocini, mentre le offerte di lavoro visibili riguardano le basse qualifichee sono quelle inserite dalle agenzie interinali». Al Pala Alpitour di Torino ieri gli studenti e i precari hanno contestano il ministro Poletti impegnato in una conferenza nella manifestazione «Io lavoro». Gli attivisti hanno tentato di raggiungere il tavolo dei relatori. Sono stati fermati dalle forze dell'ordine. Poletti ha invitato a esporre le ragioni della protesta. «Il jobs act è una farsa ha detto una studentessa-lavoratrice - il più delle volte lavoriamo sottopagati o gratis e questo ci rende più ricattabili mentre il jobs act ci renderà ancora più precari e senza garanzie». Poletti ha respinto l'accusa sostenendo che il governo è impegnato a abbassare la percentuale dell'85% dei contratti a tempo determinatocon il «contratto a tutele crescenti». Un provvedimento che per i movimenti aumenterà la precarietà. Gli attivisti hanno distribuito nella sala un volantino intitolato «Non siamo loro schiavi». BRUXELLES Si gira in tondo sulla Tobin Tax. E Parigi tentenna A.M.M. PARIGI N uova riunione conclusa con un nulla di fatto a Bruxelles per la tassa sulle transazioni finanziarie (Ttf), tra i ministri delle finanze dei 28. «Si gira in tondo» ha riassunto un diplomatico, su una tassa che in linea di principio dovrebbe venire decisa entro l anno per entrare in vigore nel Solo 11 paesi su 28 sono d accordo per imporre la Tobin tax in Europa (Germania, Austria, Belgio, Estonia, Francia, Grecia, Italia, Portogallo, Slovacchia, Slovenia e Spagna). Gli altri sono all attacco, minacciano un blocco e hanno già presentato un ricorso alla Corte di giustizia. Joeren Dijsselbloem, ministro delle finanze olandese, spiega che è «difficile immaginare una Ttf che non abbia un impatto sulla Ue nel suo insieme». Del resto, non c è neppure accordo tra gli 11 che, sulla carta, sarebbero d accordo per applicarla. Ogni paese guarda prima di tutto ai propri interessi. C è accordo su un imposizione dello 0,1% sugli scambi di azioni, raggiunto nel maggio scorso. Ma la Francia adesso frena sulla tassazione dei prodotti derivati, che avrebbero dovuto essere tassati allo 0,01%. Il problema per Parigi è che le grandi banche francesi, Bnp e Société Générale in testa, sono i campioni europei dei prodotti derivati e adesso minacciano il governo di delocalizzare l attività in paesi senza tassa. Il ministro delle finanze, Michel Sapin, ha così timore di penalizzare uno dei settori dove la Francia è più attiva. La Germania, al contrario, vorrebbe una Ttf più bassa, ma applicata a tutti i prodotti finanziari. La Tobin tax fa parte dell accordo di governo concluso tra Cdu e Spd. Il ministro delle finanze, Wolfgang Shäuble, preoccupato dallo scandalo Luxleaks, ha affermato ieri che «l Europa deve avanzare anche in materia fiscale, in caso contrario distruggeremo il sostegno pubblico all integrazione europea e anche alla democrazia». I piccoli paesi, invece, temono di rimetterci in termini di entrate fiscali. Le ong gridano allo scandalo. Una parte dei proventi della Ttf avrebbe, difatti, dovuto essere versata all aiuto allo sviluppo. Secondo Oxfam France, l indecisione dei ministri delle finanze «è la prova di quello che diciamo da mesi: la rinuncia da parte della Francia a una Ttf ambiziosa, capace contemporaneamente di regolare la finanza e di generare entrate fiscale massicce». Il mercato dei derivati, difatti, è quello più imponente (ed è quello che più rischia di trasformarsi in bolla finanziaria). È cresciuto del 10% negli ultimi due anni, superando il mezzo milione di miliardi di euro. Secondo i dati della Commissione, avrebbe dovuto portare nelle casse degli stati 21 miliardi di euro (contro solo 4,6 miliardi per il mercato azionario). È facile immaginare che il grosso «topo nel formaggio» che gli europei hanno eletto alla testa della Commissione, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, non farà nulla per andare contro l opposizione del suo paese alla Ttf.

4 pagina 4 il manifesto SABATO 8 NOVEMBRE 2014 POLITICA NAPOLI In migliaia al corteo contro il decreto «Sblocca Italia» che dà il via libera a cementificare l area naturalistica La rabbia di Bagnoli finisce a botte Adriana Pollice NAPOLI A d agosto Matteo Renzi aveva promesso di tornare a Napoli il 7 novembre, ieri a In piazza insieme ad ambientalisti e centri sociali, anche esponenti della giunta Bagnoli non c'era ma in oltre 4mila hanno scelto di manifestare comunque contro il decreto «Sblocca Italia» e, in particolare, contro gli articoli dedicati al sito di interesse nazionale Bagnoli-Coroglio, un'area a ridosso della costa che il governo ha deciso di allargare fino alla riserva naturale degli Astroni: una delle poche zone di pregio ancora libere su cui, grazie al decreto, si potrà costruire in deroga alle norme paesaggistiche e al piano regolatore. Il premier aveva promesso che sarebbe tornato proprio mentre firmava con comune e regione un accordo di programma quadro sulla bonifica dell'area, accordo che di lì a breve avrebbe perso qualsiasi rilevanza. La manifestazione ieri ha ribadito che il nuovo commissariamento di Bagnoli, i cui suoli sono sotto sequestro della magistratura che indaga sulla mancata bonifica, e la road map immaginata dal governo (scelta di un soggetto attuatore che ottiene i suoli e presenta il progetto, anche in deroga alle norme vigenti e senza passare da una delibera del consiglio comunale) non passerà senza opposizione sociale. Tra i manifestanti, ragazzi arrivati da Genova e Foggia, i No Triv contro le trivellazioni in Irpinia e gruppi da tutte le realtà di movimento della Campania. C'era anche Roberto Fico, parlamentare napoletano del Movimento 5 Stelle e presidente della commissione di vigilanza Rai, il vicesindaco Tommaso Sodano e gli assessori comunali Sandro Fucito, Carmine Piscopo e Franco Moxedano. C'erano gli operai dell'acciaieria smantellata negli anni '90, il comitato Stop biocidio che combatte contro la devastazione del territorio, i cittadini di Bagnoli avvelenati per decenni dalla fabbrica di amianto che sorgeva accanto all'ilva. Il corteo a fine mattinata arriva all'altezza di Città della scienza, vogliono tenere lì l'assemblea pubblica, dove avrebbe dovuto intervenire Renzi: «Democrazia dal basso contro democrazia espropriata racconta Massimo -. Di fronte a migliaia di persone, la decisione di Città della scienza è stata chiudere gli accessi. Non è bastato nemmeno il tentativo di mediazione di due assessori e di un parlamentare per far aprire le porte a una semplice assemblea». La polizia e i carabinieri in assetto antisommossa caricano, lacrimogeni e manganellate, lo scontro va avanti per mezzora. Due manifestanti sono finiti all'ospedale, picchiato anche Aldo Velo, ex operaio Italsider. Medicato un operatore video della trasmissione Presa diretta, una bomba carta è esplosa accanto a lui, refertati anche due poliziotti ma nel pomeriggio, a scontri finiti da ore, il bilancio dei feriti nelle forze dell'ordine è salito a 20. «Basta col solito racconto su black bloc o altro: davanti a quei cancelli chiusi eravamo i giovani e la gente di questo quartiere con POLEMICHE SUGLI SCONTRI Polizia all attacco: violenza premeditata «A Bagnoli, dopo quanto accaduto a Brescia, i poliziotti hanno subito l'ennesima violenta e premeditata aggressione con sampietrini, colli di bottiglia rotti, bastoni e bombe carta» scrive Felice Romano, segretario generale del sindacato di polizia Siulp. La Questura aggiunge «mattoni, pali di ferro, reti, realizzando una vera e propria barricata a loro protezione. A seguito del violento attacco, sono rimasti feriti 13 agenti della Polizia di Stato, 2 militari dell'arma dei CC, e 2 dirigenti della Polizia di Stato. Tre automezzi della Polizia sono stati danneggiati. Con le immagini realizzate dalla polizia dei Stato, sono in corso indagini finalizzate all'identificazione dei responsabili». Una ricostruzione degna di una battaglia campale. I manifestanti raccontano una storia diversa e, in serata, in un sit in davanti la sede Rai di Napoli aggiungono: «Le polemiche stanno oscurando i contenuti della protesta, stiamo passando da chi inquina deve pagare a chi inquina viene pagato per prendersi Bagnoli». UN MOMENTO DEGLI SCONTRI IERI A NAPOLI la rabbia e la delusione per quello che è successo in questi vent'anni e per la nuova speculazione che si annuncia» gridano i manifestanti. Vogliono il parco a ridosso del mare, immaginato da De Lucia nella variante del piano regolatore a sua firma; la rimozione della colmata e il ripristino della linea di costa per riprendersi l'unica spiaggia della città; un piccolo approdo e non il porto turistico, che finirebbe per inquinare le acque. Di sicuro non vogliono altri metri cubi di condomini nella città piena di appartamenti vuoti per il 'caro affitti' né gli alberghi a ridosso del mare. Una mega speculazione sotto l'egida di Fintecna, Cassa depositi e prestiti e Caltagirone, che nell'area ha la Cementir, una fabbrica dismessa e mai bonificata. «Stiamo preparando il ricorso al Tar contro lo Sblocca Italia relativamente alle norme su Bagnoli - ha spiegato Roberto Fico -. Non A ll orizzonte dello «Sblocca Italia» si anuncia una pioggia di ricorsi. Arriveranno dalle regioni, dai comuni e da quelli che Renzi ha ribattezzato, con tutto il disprezzo che lo contraddistingue, «comitatini». La realtà dimostra tutt altro: è in corso da settimane un gigantesca mobilitazione che ha dato vita alla campagna «Blocca lo Sblocca Italia» composta da più di 160 associazioni, ambientalisti e movimenti. A questo movimento oggi partecipano alcune componenti dell opposizione parlamentare: il Movimento Cinque Stelle che ha presentato la campagna «AttivaItalia» e Sinistra Ecologia e Libertà i cui senatori hanno manifestato in aula mostrando lo striscione del movimento «No Triv» contro le trivellazioni dalla Lombardia all Abruzzo al Canale di Sicilia. Le regioni contrarie sarebbero al momento quattro: c è la Campania di Caldoro, di centro-destra. Vittorio Fucci, assessore al Commercio con la delega alla ricerca ed estrazione di idrocarburi, ha annunciato un ricorso alla Corte costituzionale per ottenere che sia dichiarata l incostituzionalità dell articolo 38 dello Sblocca Italia. Per la stessa ragione dovrebbe ricorrere la Lombardia. Il 27 ottobre accettiamo che da Roma nominino un commissario che, in deroga a qualsiasi legge, crei nuova speculazione edilizia, vogliamo il rispetto del piano urbanistico». Il sindaco Luigi de Magistris, ieri all'assemblea Anci a Milano, ha annunciato il ritiro della firma dall'apq siglato ad agosto: «Lo Sblocca Italia, che andrà in aula per la sua conversione la prossima settimana, deve essere bloccato. È un decreto incostituzionale e antigiuridico in più parti, che esautora il comune delle sue competenze. Se La polizia nega l accesso alla Città della Scienza e si alza la tensione. Diversi feriti il decreto verrà convertito così, verrà impugnato in tutte le sedi». In serata monta la polemica sugli scontri. Gasparri commenta «basta con la criminalizzazione continua delle forze dell'ordine», Laboccetta (vicecoordinatore di Fi in Campania) giudica irresponsabili gli assessori al corteo. Dal Science center se la prendono con «i violenti». Differente la versione di Prc: «Il corteo aveva concordato con le forze dell'ordine l'accesso a Città della scienza. Lo schieramento antisommossa non ha rispettato gli accordi. Ne sono nate tensioni alle quali le forze dell'ordine hanno risposto con la solita sproporzione». Fico: «Se si chiudono gli spazi di democrazia queste sono le conseguenze». Il caso/ L OPPOSIZIONE CONTRO LA «MILITARIZZAZIONE ENERGETICA» Lo «Sblocca Italia» porterà la Val di Susa in tutta Italia Quattro regioni, decine di comuni, oltre 160 associazioni e movimenti si oppongono allo «sblocca trivelle» di Renzi scorso la Puglia di Vendola ha dato mandato all avvocatura regionale di verificare la possibile impugnazione davanti alla Corte costituzionale delle norme sulle trivellazioni. Il Consiglio regionale abruzzese ha deliberato all unanimità il ricorso. L impegno della giunta di Luciano D Alfonso è precedente all approvazione definitiva dello Sblocca Italia. Sulla spinta del movimento dell acqua, di Legambiente, Wwf e Greenpeace e l impegno, la decisione potrebbe essere confermata. In Basilicata, la situazione si preannuncia drammatica. Il 15 ottobre scorso i sindaci dei comuni della fascia jonica e collinare lucana (Aliano, Craco, Bernalda, Montalbano e Tursi) hanno scritto al governatore Pittella chiedendo il ricorso alla Consulta. La regione verrà presa d assalto dalle trivelle. La pratica autoritaria della democrazia, coerente con la creazione di poteri eccezionali per continuare a costruire grandi opere devastando il territorio, è una caratteristica acquisita dal governo Renzi. Considerate le prime azioni delle regioni, e di decine di comuni tra cui c è anche Napoli, produrrà un enorme conflitto inter-istituzionale con gli enti locali, senza contare quelli con i movimenti e le associazioni in ogni piazza e strade, vicolo di campagna o montagna. Così facendo il governo vuole portare la Val di Susa in ogni angolo del paese. Non c è dubbio che al centro di questo conflitto che terrà impegnato a lungo, e drammaticamente, il paese ci sono le norme ribattezzate «Sbloccatrivelle»: gli articoli 36, 37 e appunto il 38. Per i movimenti, e si potrebbe dire anche per gli enti locali, rappresentano un gigantesco favore alle compagnie petrolifere a cui vengono attribuite le attività di rigassificazione e trasporto del gas in Italia e in Europa, oltre a quelle di prospezione, ricerca ed estrazione di idrocarburi e stoccaggio sotterraneo del gas. A queste attività lo «Sblocca Italia» attribuisce un «carattere di interesse strategico, di pubblica utilità, urgenti e indifferibili». Il potere discrezionale delle multinazionali viene preferito alle regioni i cui rappresentanti sono stati eletti democraticamente. Di questa partita fa parte il Tap («TransAdriatic Pipeline»), il gasdotto che dall Azerbajian arriverà sulle coste del Salento e il progetto «Tempa Rossa» che impatterà a Taranto. Questo significa che l estensione delle attività petrolifere o estrattive aumenterà dal 35% al 64% sul territorio lucano, in Abruzzo dal 26% all 86%, in Emilia Romagna dal 44% al 70%. In un commento pubblicato su Altreconomia, Pietro Dommarco, già autore di «Trivelle d Italia», parla di una «militarizzazione energetica» in odore di incostituzionalità, pianificata dai ministeri competenti. Al centro del progetto di sviluppo prospettato agli italiani dal governo c è il paradigma estrattivo, ultima evoluzione di quella che il geografo David Harvey ha definito l «accumulazione capitalistica per espropriazione». Dei beni comuni, delle acque, della terra, del patrimonio pubblico e dell energia. ro. ci. FIRENZE/AMBIENTE A Carrara disastro annunciato. Quale futuro per le Apuane? Riccardo Chiari FIRENZE D opo quattro alluvioni in dieci anni, anche a Carrara qualcuno comincia a dire ad alta voce quello che tanti hanno, per tempo, denunciato. Al di là del fatto contingente che ha provocato l ennesima esondazione il cedimento di un argine da poco ricostruito del torrente Carrione non sarà che è stato costruito troppo e male? Abbandonando poi la cura dei corsi d acqua minori, che sono stati in parte o del tutto «tappati» sia dai residui del taglio del marmo, che dalla realizzazione di nuove strade e stradelle per arrivare alle preziose cave? Agli interrogativi posti da ambientalisti e geologi, ma anche dalle istituzionali Arpat e Università di Siena, la città apuana aveva finora sempre risposto con un ampia scrollata di spalle. Il motivo è facilmente intuibile: buona parte della ricchezza di Carrara, nonostante le scandalose sperequazioni fra la ventina di grandi concessionari delle attività estrattive e una filiera del marmo che arriva a lavorare «in loco» meno del 40% del materiale strappato via alla montagna, proviene dalle Apuane. Ora, a pochi giorni da un disastro i cui effetti sono drammaticamente ben visibili nelle centinaia di persone ancora sfollate dalle loro case allagate, e in decine e decine di capannoni industriali e laboratori invasi dal fango, l odierno convegno fiorentino «Quale futuro per le Alpi Apuane? È possibile un escavazione non distruttiva?», sarà probabilmente accusato di essere provocatorio. Accusa, va da sé, agìta dai ricchi e potenti sostenitori dello status quo verso un opinione pubblica ferita, sgomenta, iraconda verso tutto e tutti. In realtà le domande dell appuntamento fiorentino si parte alle 10, al teatro Affratellamento in via Orsini - sono da anni al centro delle riflessioni delle Rete dei comitati per la difesa del territorio, organizzatrice della giornata insieme alla sezione toscana del Club alpino italiano e al comitato «Salviamo le Apuane». E non per caso partecipano anche Fai, Italia Nostra e Legambiente. Da quest ultima è già arrivato uno sconsolante riassunto: «La ricostruzione dell argine del Carrione era prevista dopo l alluvione del Avevamo denunciato l inutilità di quell opera, senza politiche che ridavano spazio al fiume attraverso delocalizzazioni o il ripristino delle aree di esondazione. Inoltre la costruzione dell argine è diventata l alibi per nuove edificazioni nelle aree messe in sicurezza. Basti pensare che gran parte della piana di Marina è considerata ad elevato rischio idraulico, e proprio qui il Comune prevede nuove costruzioni». Quanto alla situazione in zona cave, il presidente della ReTe, il geologo Mauro Chessa, ricorda: «Anche se nell ultima esondazione grossa responsabilità va attribuita ai lavori sull argine del Carrione, ci sono ancora molti ravaneti, cioè le pareti dove si accumulano i detriti dell attività estrattiva. Alcuni sono vecchi, altri continuano a essere alimentati nonostante che la regione Toscana abbia ordinato di toglierli tutti. Questi massi e scarti di lavorazione con la pioggia rotolano giù, nell alveo del fiume, intasandolo o andando a sbattere contro quegli argini che, se malfatti, si sfondano». Fra i partecipanti al convegno anche Claudio Greppi, Alberto Asor Rosa, Paolo Baldeschi e l assessora toscana all urbanistica Anna Marson. Quest ultima da tempo impopolare sotto le Apuane, dopo aver costretto il Comune di Carrara alla conferenza paritetica istituzionale, a causa dell ennesima variante espansiva al piano strutturale. Dopo che c erano già state tre alluvioni.

5 SABATO 8 NOVEMBRE 2014 il manifesto pagina 5 POLITICA Fuoco degli azzurri contro l avvicinamento fra Pd e M5S: «Premier unilaterale, noi non ci pieghiamo». Anche Ndc sul piede di guerra Andrea Colombo C hiamiamola pure politica, però sarebbe più adeguato parlare di poker, con tutto quel che comporta in termini di rilanci e bluff. La partita ha per posta il futuro della legislatura, e basta chiacchierare con un qualsiasi parlamentare per capire al volo quanto dilagante e generalizzata sia la preoccupazione: il governo Renzi si basa sul patto del Nazareno, se salta quello tutti si ritroveranno a camminare sulla fune senza nessuna rete di salvataggio. Renzi aspetta la risposta di Berlusconi al suo aut aut tra domenica e lunedì, in tempo per incardinare martedì al Senato la legge elettorale, esattamente come la vuole lui. Dunque non sarà possibile riunire i gruppi parlamentari forzisti e la decisione spetterà solo al grande capo. Il quale però sa perfettamente come la pensano i suoi e sa anche, forse per la prima volta, di dover mettere in conto la possibilità di un vero ammutinamento. Si svolgerà invece, salvo sorprese, il vertice di maggioranza reclamato dall Ncd, e fissato per lunedì mattina, ma anche in quella sede la situazione potrebbe rivelarsi più tesa del previsto. Agli alfaniani il civettamento tra Pd e M5S non va giù: «Se la cosa si ripete la maggioranza non c è più», minaccia Sacconi. Del resto gli stessi pentastellati, con Di Maio, hanno già ingranato la retromarcia: «Spero che il Pd prenda in considerazione la nostra proposta di legge elettorale, ma ci credo poco: siamo già stati ampiamente presi in giro». Capitolo chiuso. La minaccia di un accordo Pd-M5S è tramontata ieri. Quello spauracchio Berlusconi non lo aveva mai preso sul serio. Per Renzi un accordo con Grillo vorrebbe dire farsi trascinare in un vortice devastante: basti pensare a cosa significherebbe dover contrattare con Beppe il ruggente il prossimo presidente della Repubblica. Quel bluff, il signore d Arcore è dunque deciso ad andarlo a vedere, il che però non significa che abbia già deciso per l affondamento del Nazareno. I suoi fedelissimi sono divisi. C è chi come Verdini e come il capo dei senatori Romani gli consiglia di arrendersi e chiudere l accordo alle condizioni di Renzi. E infatti è proprio Romani a lanciare l unico segnale distensivo della giornata, con una dichiarazione che, date le circostanze, suona piuttosto surreale: «Il patto tiene, ma come tutti gli accordi ha bisogno di approfondimenti e assestamenti». C è chi, come Toti, lo spinge invece a resistere costi quel che costi: «Se il Pd ha deciso di rompere gli accordi lo dica». Fuori dal cerchio magico i toni si fanno incandescenti. Alla Boschi, che aveva addossato alle «divisioni interne a Fi» la responsabilità della crisi, risponde durissima Mara Carfagna: «Assurdo aspettarsi DEMOCRACK Orfini: la legge elettorale serve per andare avanti La rivoluzione non russa del Pd Una cena di gala con il padrone Ma la sinistra non crede alle urne anticipate Gotor: tattica per far paura a Silvio PATTO DEL NAZARENO Berlusconi stavolta non cede, nessuna resa incondizionata al premier Renzi&Grillo? Per Fi è un bluff Daniela Preziosi «V ia libera al risotto». Il premier segretario santifica così, a sua insaputa, l anniversario della Rivoluzione d ottobre che cadeva ieri: con il discorso del risotto che per oltre un ora accompagna la cena romana dei finanziatori del Pd. 700 paganti, mille euro a testa, un prezzo tutto sommato a buon mercato se chi paga ha l impressione di comprarsi l indulgenza del governo, quello in carica e anche il prossimo. Questi soldi, giura Renzi, «serviranno a non mandare in cassa integrazione i lavoratori del Pd e non gravare sulle casse dello stato». Dopo l appuntamento al The Mall di Milano, anche l elenco dei vip accorsi nella capitale è lungo. Del resto non è la prima volta che il Pd li chiama a tavola per finanziarsi, ma con la fine dei finanziamenti pubblici ai partiti la pratica del fund raising sarà un obbligo. Anche se nel partito ci sono ancora molti renitenti. Ieri la sinistra Pd ha disertato polemicamente il salone delle Fontane dell Eur. Gianni Cuperlo, per esempio, ha marcato visita per inaugurare la sezione laziale della sua corrente SinistraDem, rivendicando l assenza: «Per la mia formazione e per come la penso io, tra una cena con un numero di commensali a mille euro a coperto e una cena con un numero molto maggiore, a 20 euro a coperto io preferisco la seconda». Ma presto questo come altri nodi di casa dem verrà al pettine. Anche perché nella giornata di ieri le quotazioni delle urne anticipate hanno conosciuto una nuova impennata. La «profonda sintonia» con Berlusconi è finita dopo che il cavaliere si è dimostrato tiepido sulla necessità di far avanzare la legge elettorale, la cui lentezza di marcia è considerata a ragione garanzia della durata della legislatura. «Le intese con la destra servono se si fanno le riforme, se non si fanno non servono più», spiega Matteo Orfini entrando nel salone dell Eur. E l idea di una maggioranza alternativa, magari con i 5 stelle come quella inutilmente inseguita da Bersani nella primavera del 2013, non regge proprio sulle riforme. «Certo, il governo vorrebbe arrivare al 2018 per portare avanti il suo programma. E certo, se anche saltasse il patto del Nazareno, una maggioranza il governo continuerebbe averla. Ma il punto è che non si possono fare le riforme costituzionali senza almeno un pezzo delle opposizioni», spiega il presidente. Quindi per assicurarsi che Berlusconi non si sfili all ultimo miglio dell iter costituzionale, come ha fatto tutte le altre volte, non c è altra strada che scoprire le carte sull Italicum. E se il cavaliere mollasse, meglio votare. «Magari correggendo il consultellum, alzando le soglie alla camera, con collegi su base provinciale». Il ragionamento conduce dritto al voto? «Conduce all approvazione di una legge elettorale: con l aria che tira, l incidente parlamentare è sempre possibile. E non si può rischiare di non avere una legge pronta per andare al voto». Minaccia reale o bluff sul Cavaliere ma anche sui dissidenti Pd che si preparano alla battaglia su jobs act e legge di stabilità? La sinistra Pd oscilla nell interpretazione. Se Francesco Boccia e Pippo Civati sono convinti dell accelerazione verso le urne, ci crede meno Miguel Gotor, l uomo-chiave della trattativa (fallita) con i 5 stelle nell era Bersani: «Quella di Renzi è una mossa tattica, peraltro comprensibile, che serve a impaurire Berlusconi e a riacquistare un po di autonomia politica effettiva e non condizionata. Ma la sostanza del "patto" non cambia: tu non cambi l asse del motore di una macchina quando è in corsa». Molto più convinto Stefano Fassina, convinto che l atteggiamento non dialogante di Renzi dimostri che il premier sta cercando proprio l incidente parlamentare. «Ma Berlusconi non vuole elezioni anticipate, questo è il vero punto». che Fi si pieghi all unilateralismo di Renzi». In realtà un estremo tentativo di mediazione è in atto, affidato all immancabile Verdini. Però si tratta di un compromesso per modo di dire, dal momento che Renzi, per ora, non è disposto a mollare su nulla. Sulle preferenze Berlusconi si è già rassegnato ad accettare che il 70 per cento dei deputati sia scelto dagli elettori e non dalle segreterie. Il premio alla lista continua a non convincerlo, ma potrebbe accettarlo ove fosse certo di avere tempo per rimontare lo svantaggio e garantirsi almeno il secondo posto. Quella certezza, però, Renzi non intende concedergliela. Chiede che venga eliminato l emendamento Lauricella, quello che rende l Italicum valido solo per la camera. Senza quella norma, varare la legge elettorale significherebbe mettere il premier in grado di scegliere le elezioni anticipate in qualsiasi momento. Come garanzia Berlusconi deve accontentarsi della parola del premier: proprio di quella che non si fida più. Nel pranzo di palazzo Chigi ha chiesto: «Ma se la legge ti serve per tenere a bada Silvio Messinetti C om è lontana la Sicilia. Due anni fa di questi tempi, dalle acque dello Stretto cominciava la lunga marcia di Beppe Grillo. La traversata a nuoto da Reggio a Messina del capo, un po Mao e un po Mussolini, il bagno di folla, l exploit alle regionali, il gran salto sul proscenio nazionale. Ora la musica a queste latitudini è diversa, eccome. Dall altra parte dello Stretto, in Calabria, tra un po si vota per le regionali ed iniziano i dolori a 5 stelle. A dir il vero si è appena votato per il comune di Reggio. E i grillini hanno fatto flop: 1,8% e nessun consigliere eletto. Un tracollo rispetto al 21,4% delle europee di maggio, ancor più sul dato delle politiche, 25,6%. Troppe faide interne, presunti voti taroccati alle primarie via web. E poi il macigno della ndrangheta, l onta subita di un esponente grillino, fondatore del meet up di San Ferdinando, nel registro degli indagati per fatti di mafia. E, ancora, la «campagna acquisti» di Forza Nuova che, da Crotone e Vibo Valentia, sta raccattando transfughi grillini, provocando non pochi mugugni all interno del movimento. Ecco spiegata la crisi a 5 stelle. Che rischia di pregiudicare il voto del 23 novembre. Con esiti nefasti. Perchè alle regionali ci sarà da superare il moloch dell 8%, bizzarro sbarramento per i partiti che non si coalizzano. E l asticella non sembra alla portata dei grillini, almeno di questi grillini, e alle condizioni date. FOTO EIDON i tuoi dissidenti, perché la vuoi subito e non tra qualche mese?». Si è sentito rispondere in modo tanto evasivo da convincerlo che proprio le elezioni a breve, prima che i prevedibili insuccessi nella politica economica si traducano in drastico calo di popolarità, siano l obiettivo del socio. Con Berlusconi non si può mai dire, però che si rassegni alla resa incondizionata imposta dal leader Pd è poco probabile, tanto più che i renziani di stretta osservanza fanno il possibile per rendere l eventuale cedimento il più vistoso e umiliante possibile. Da Giachetti alla Bonafè, ieri è stato un martellamento di ultimatum: «O così o andiamo avanti da soli». Forse la maggioranza è davvero in grado di varare da sola, sul filo dei voti, la legge elettorale, forse no. In entrambi i casi, la fine del patto del Nazareno comporterebbe a breve anche la fine della legislatura e le elezioni anticipate. Con la nuova legge, se la maggioranza riuscirà a imporla da sola. Col Consultellum se il blitz risulterà impraticabile. Calabria /LA SPERICOLATA DI CANTELMI COL PARAPENDIO M5S a precipizio nei sondaggi, il candidato si lancia nel vuoto Ieri è uscito il primo sondaggio commissionato dal Quotidiano del Sud, realizzato dalla società «Chi Quadro», e il dato è sconfortante per i pentastellati: 3,2%. Peggio è messa solo Rifondazione, con la lista L altra Calabria, stimata intorno all 1%. Ma quella è un altra storia. I grillini di Calabria, dunque, sono sull orlo del precipizio. E che si inventa l aspirante presidente, Cono Cantelmi, avvocato catanzarese che forse non avrà tanti voti ma di sicuro c ha un gran fegato? Il lancio col parapendio. «Da principiante» ammette. L emulazione del capo avverrà oggi a Praia a Mare, sul Tirreno cosentino. «La Calabria deve avere il coraggio di volare, di superare con un balzo gli ostacoli, di liberarsi delle zavorre che la tengono ancorata alla povertà ed al malaffare. Vuole essere - spiega - un gesto simbolico, per far vedere ai calabresi che il coraggio noi ce l abbiamo». E di coraggio ce ne vuole, considerato che sarà un esordio: «Non ho mai fatto parapendio in vita mia e - ammette Cantelmi - non nascondo un po' di preoccupazione e paura, ma in questo momento storico la Calabria ed i calabresi devono superare le paure e lanciarsi in uno splendido volo, proprio come farò io». Poi il candidato grillino torna a lanciare l'assalto: «Quando saremo nel fortino saranno più strettamente politici i gesti che richiederanno coraggio, ma vogliamo dimostrare già ora che siamo pronti a tutto pur di veder volare la Calabria». Sperando che il lancio vada tutto bene e si concluda con un bel bagno in acqua. IL BILANCIO DI HOLLANDE Il mezzo termine di un Presidente sempre più spento Anna Maria Merlo PARIGI L Europa? Gli investimenti per rilanciare l occupazione? Il riorientamento del modello economico in senso ecologico di fronte ai dati drammatici del riscaldamento climatico? Le guerre in corso a due ore d aereo da Parigi, dove la Francia è impegnata in prima linea? Niente. Per non parlare della parola «socialismo», mai pronunciata. François Hollande ha celebrato il suo mid-term il 6 novembre, due anni e mezzo di Eliseo con un intervento in tv, sulla prima rete Tf1 (privata), che ha lasciato interdetta la maggior parte dei 7,8 milioni di cittadini che l hanno ascoltato. Avrebbe dovuto spiegare dove sta andando la Francia, rassicurare sulle ferite all identità che qui fanno tanto soffrire e rischiano di tradursi in un voto sempre più massiccio verso l estrema destra (il Fronte nazionale è già arrivato in testa alle europee), avrebbe dovuto spiegare cosa intende fare per far uscire il paese dalla crisi economica e, soprattutto, il suo elettorato, l elettorato di sinistra, si aspettava qualche parole di conforto, un discorso per cercare di rimobilitare dei cittadini che hanno votato per un programma e ne vedono imporre un altro, sotto molti aspetti all esatto opposto delle promesse elettorali del Avrebbe dovuto spiegare cosa è successo alla diga di Sivens, dove un ragazzo di 21 anni, Rémi Fraisse, è stato ucciso da una granata lanciata dai gendarmi, in un azione di repressione di una manifestazione contro i cosiddetti Gp2i (Grandi Progetti Inutili e Imposti), da parte di «zadisti» (militanti delle «zone da difendere») che lottano per un economia meno violenta sulla natura. Invece, Hollande si «cramponne», (al potere?), si «aggrappa» (il termine viene dalle scalate in montagna e sarà un lapsus? è usato in modo famigliare per designare il comportamento di uno scocciatore). Deve ancora tenere altri due anni e mezzo, con un impopolarità-record: ormai il presidente non va oltre il 12%, minimo storico nei sondaggi. Di fronte al presidente, dopo una sequenza un po surreale con un giornalista che faceva domande sulla sfera «privata», quattro cittadini hanno portato i loro problemi: disoccupazione dei gioivani e degli over 50, carico fiscale che pesa sulle imprese, servizi pubblici che non toccano più le zone rurali. Ma Hollande non ha risposte, a parte promettere che le tasse non aumenteranno più e qualche cenno a programmi per il recupero dei giovani disoccupati e degli ovr 50. Vaghi riferimenti all Europa, che «non può avere come obiettivo l inflazione zero con una crescita zero». Certo, promette: «non lascerò agire chi vuole spezzare l idea di Europa». Ma il solo progetto è andare avanti con la coppia franco-tedesca, verso un Europa a più velocità. Concretamente, ha solo affermato che la Francia potrebbe essere candidata all Esposizione universale nel 2025 e Parigi ai Giochi Olimpici del Ma Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, ha praticamente respinto la proposta o almeno non ha nessuna intenzione di accelerare i tempi e di forzare la mano prima di aver ben valutato e pro e i contro.

6 pagina 6 il manifesto SABATO 8 NOVEMBRE 2014 ROMA L a procura di Roma ha aperto un fascicolo sul professor Paolo Arbarello, il perito dell accusa che attribuì la responsabilità della morte di Stefano Cucchi ai medici dell ospedale Sandro Pertini. La decisione è stata presa ieri dal procuratore Giuseppe Pignatone in seguito all esposto contro Arbarello presentato nei giorni scorsi dalla famigli del trentunenne geometra romano morto una settimana dopo essere stato arrestato per possesso di droga. Pignatone, che seguirà gli accertamenti, ieri ha di nuovo incontrato in procura la sorella di Stefano, Ilaria, accompagnata dal legale della famiglia, l avvocato Fabio Anselmo. Al momento non risultano indagati né ipotesi di reato. La decisione presa ieri dalla procura capitolina non significa che le indagini sulla morte di Stefano Cucchi verranno riaperte, questione che potrà essere discussa solo dopo la lettura delle motivazioni della sentenza di appello che ha assolto tutti gli imputati. Per la famiglia Cucchi Arbarello avrebbe in qualche modo condizionato le indagini anticipando, «ancor prima di qualsiasi attività di studio e valutazione, che sarebbe stata riconosciuta una responsabilità dei sanitari» del Pertini, escludendo così come causa della morte le lesioni riscontrate sul corpo del giovane geometra. «Il professor Arbarello - ha spiegato nei giorni scorsi Ilaria Cucchi - aveva detto intervistato da Canale 5 che il suo compito sarebbe stato quello di dimostrare la totale responsabilità dei medici, e questo ancora prima di iniziare le operazioni peritali». Da parte sua Arbarello, ex direttore del Dipartimento di medicina legale della Sapienza, ha querelato Ilaria Cucchi e ribadito la validità della perizia presentata a suo tempo ai pm romani. «Lo abbiamo scritto e ripetuto più volte: ci sono lesioni che sono sospette. Giusi Marcante N el pieno di una campagna elettorale che in Emilia Romagna appassiona veramente pochi tanto che i partiti, Pd in testa, sono in allarme per l aumento dell astensione, la Lega Nord farà il suo spot con la visita del leader Matteo Salvini e di una consigliera comunale, Lucia Borgonzoni, al campo di via Erbosa. Un campo nomadi per Salvini, in realtà un area dove da decenni vivono cittadini italiani di etnia sinti. Fu l allora sindaco Renzo Imbeni ad assegnare la zona ai parenti delle vittime della strage di via Gobetti del 23 dicembre 1990, quando la banda della Uno bianca aprì il fuoco contro le roulotte di un campo sinti uccidendo due persone e ferendo anche una bimba di 4 anni. Quindi, se nessuno lo avviserà prima, Salvini è destinato a rimanere deluso se si aspetta uno scenario come poteva essere il campo rom di via Triboniano a Milano. La «visita» è stata autorizzata ieri dal Comune solo per Salvini, eurodeputato, e Borgonzoni, consigliera comunale. Dovrà starsene fuori il candidato di Lega e Forza Italia Alan Fabbri, il sindaco (di Bondeno nel ferrarese) col codino che piace a Silvio Berlusconi. Al di fuori del campo ci sarà la grancassa leghista e anche un contropresidio organizzato dagli attivisti dello spazio sociale XM24 che sorge nel quartiere Navile (lo stesso della svolta della Bolognina per capirci). È in allarme il Pd che deplora l iniziativa leghista ma teme incidenti di piazza mentre Sel ha lanciato un mail bombing «di civiltà» verso Salvini e Borgonzoni. Ma come mai il nuovo leader leghista accorre a Bologna? Esiste un precedente: lunedì scorso Fabbri e la Borgonzoni sono andati una prima volta nel campo per una visita che gli abitanti non hanno reputato di cortesia tanto che la consigliera si è beccata uno schiaffone da parte di una ragazza del campo. Tutto visibile in un video che Salvini ha prontamente messo su Facebook e che inizia proprio dal momento dello schiaffone omettendo quello che è accaduto prima tanto che si può legittimamente pensare che il confronto non fosse stato così sereno. La Lega attacca il Comune dicendo che per le utenze del campo sono stati spesi 130mila euro in un anno. Il Comune spiega che si vuole superare il campo di via Erbosa e l Anpi ha chiesto al Prefetto di vietare la manifestazione. Questa mattina Salvini e Borgonzoni entreranno accompagnati da un rappresentante del quartiere mentre fuori i due gruppi si contrapporranno. In mezzo ci saranno gli abitanti del campo che avrebbero fatto volentieri a meno di tutto questo. Persone che lavorano, adolescenti che probabilmente non ci saranno perchè a scuola, gli operatori che lavorano nel campo per attività di supporto. Protagonisti involontari di una comparsata elettorale che li vede al centro di un inutile polemica montata ad arte. Ma noi non siamo in condizione di dire se qualcuno gli ha sbattuto la testa contro il muro facendolo cadere o se invece ha fatto tutto da solo», ha spiegato. Una versione contestata dall avvocato Anselmo, convinto che le pessime condizioni di salute in cui si trovava Stefano prima di morire siano proprio una conseguenza del pestaggio subìto dal giovane dopo essere stato arrestato. «Gli elementi della perizia contestati sono diversi e tra loro connessi, ma uno prevale su tutti: il catetere», ha spiegato ieri il legale. «A Stefano viene inserito perché aveva riferito ai medici di non poter urinare autonomamente, mentre i medici hanno riferito di averlo utilizzato per comodità - ha proseguito Anselmo -. In realtà Stefano aveva una lesione alla regione sacrale che gli ha provocato l impossibilità di urinare ed è per questo che gli venne inserito il catetere, tanto che appena inserito uscirono 440 cc di urina». In seguito il catetere si ostruì provocando una lesione al globo vescicale che venne trovato con un litro e mezzo di liquido all interno. «Stefano non riusciva a urinare a causa della lesione alla regione sacrale, dovuta probabilmente alle botte, e per questo è stato inserito il catetere, ma in aula è stato Sara Picardo ROMA U n blitz razzista in piena regola, quello del 28 ottobre scorso alla Scuola Media ex Lombardo Radice. Un gruppo di persone di Casa Pound e Lega Nord, capeggiati da Mario Borghezio, sono entrati nelle due aulette «prestate» al IV Centro territoriale permanente per l età adulta (CTP) di Roma, nel quartiere periferico di Casalbertone, e hanno impedito a un gruppo di studenti immigrati di fare lezione. L eurodeputato leghista - indagato dalla procura di Milano per razzismo e condannato per aver dato fuoco, insieme ad altri, ai letti di alcuni migranti a Torino - era accompagnato anche da un sedicente avvocato e da una telecamera, che ha ripreso l aggressione della squadra nei confronti dei due docenti presenti e degli alunni, postando poi in rete le facce. «Un fatto gravissimo - come ha commentato una delle insegnanti - perché molti dei nostri alunni sono rifugiati, persone che nel loro paese rischiano la vita, vittime di tratta ecc. e quindi devono essere, per legge, tutelate e le loro immagini non possono essere diffuse». SOCIETÀ CASO CUCCHI Oggi fiaccolata davanti al Csm per chiedere la verità sulla morte «Il perito orientò le indagini» La procura apre un fascicolo dopo l esposto contro il professor Arbarello ELEZIONI REGIONALI/BOLOGNA La campagna acquisti di Salvini contro i Rom LA FAMIGLIA DI STEFANO CUCCHI DURANTE UN UDIENZA DEL PROCESSO/FOTO EIDON detto che invece era stato utilizzato per comodità. Non può essere», ha concluso il legale. «A noi non interessa un colpevole ad ogni costo. A noi interessa che il caso Cucchi venga trattato come un omicidio preterintenzionale, perché questo è un caso di omicidio preterintenzionale. Poi è fisiologico che in un processo gli imputati possano o meno essere condannati, ma i presunti autori di un pestaggio non possono essere processati per il reato di lesioni lievi colpose». Nell esposto contro Arbarello, la famiglia Cucchi ricorda anche come da alcune intercettazioni telefoniche emerga che «in corrispondenza delle singole riunioni medico legali, i consulenti di parte degli agenti penitenziari ricevevano in qualche modo delle rassicurazioni sul fatto che sarebbe stata riconosciuta una 'morte naturalè di Stefano indipendentemente dalle lesioni subite». Continuano intanto le manifestazioni per chiedere giustizia per la morte di Stefano. Per oggi pomeriggio alle 17, davanti alla sede del Csm, è prevista una fiaccolata promossa dalla famiglia Cucchi insieme ad Acab, l Associazione contro gli abusi in divisa alla quale hanno aderito numerose associazioni e cittadini. red. int. Giuseppe Galzerano SALERNO I l processo d appello contro i sei medici (già condannati con la sentenza del 30 ottobre 2012 del tribunale di Vallo della Lucania) e i dodici infermieri (assolti) responsabili della tragica morte di Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare senza colpe legato mani e piedi per ben quattro giorni in un letto di contenzione nell ospedale di Vallo della Lucania, sarà lungo. Nella prima udienza «filtro» del processo contro il dottor Michele Di Genio, che si tiene in un angusta e affollata aula, il presidente della Corte d Appello di Salerno, Michelangelo Russo, dichiara subito che intende concludere il processo e pronunciare la sentenza «entro la fine del 2015». Oltra ai familiari di Mastrogiovanni, è presente anche Giuseppe Mancoletti, l imbianchino di Capaccio, compagno di stanza di Mastrogiovanni nel reparto lager di psichiatria di Vallo della Lucania, che si era ricoverato spontaneamente e a cui vennero legate le mani. Un filmato mostra come per dissetarsi sia costreetto a far cadere da un tavolo una bottiglia d acqua riuscendo a prenderla con la bocca. Come è risultato dal processo di primo grado quasi per tutti i pazienti, la «cura» largamente praticata dai medici consisteva soprattutto nella contenzione fisica e qualche volta anche in altre violenze nei confronti dei pazienti, tanto che il direttore sanitario, Pantaleo Palladino, dichiarò: «La contenzione è terapia» disponendo il regolare acquisto delle fascette di contenzione, che hanno prodotto ai polsi e alle caviglie di Mastrogiovanni ferite profonde fino a due centimetri. Naturalmente la contenzione di Mastrogiovanni, già sottoposto a un illecito e illegale Tso, non è stata mai annotata nella cartella clinica. Dei diciotto imputati in aula ce ne sono solo sei. Per i medici è presente solo Michele Della Pepa (condannato a due anni); vengono dichiarati contumaci gli altri: il primario Michele Di Genio, condannato a 3 anni e 6 mesi; Rocco Barone,condannato a 4 anni; Amerigo Mazza e Anna Angela Ruberto, condannati a 3 anni. Amerigo Mazza, condannato a quattro anni, è assente in quanto non risulta avvisato. Gli infermieri solo in cinque rispondono all appello del giudice. ROMA L aggressione in un quartiere della periferia capitolina Blitz di Borghezio e Casa Pound nella scuola degli immigrati SALERNO Legato per giorni a un letto di contenzione Prende il via il processo Mastrogiovanni L aggressione è avvenuta intorno alle 16.15: «Sono entrati con la forza interrompendo le lezioni e spaventandoci, hanno cominciato a urlare, a offendere, chiamavano gli studenti «questi cosi» e «negroni» li minacciavano e minacciavano noi, fino a che hanno buttato a terra i divisori che separavano le due aule del Ctp dal resto della scuola. Danneggiando un bene pubblico. Non è solo interruzione di pubblico servizio, ma sospensione della democrazia. Un fatto che ricorda quanto accadeva durante il fascismo, quando agli ebrei era vietato di studiare senza la stella di David attaccata addosso e poi neanche con quella. Il diritto allo studio è sancito dalla Costituzione e non può essere messo in discussione, la scuola è sacra». Non è la prima volta che il IV CTP di Casalbertorne è sotto attacco, già la settimana precedente lo stesso gruppo di persone, ma senza Borghezio, si era presentato davanti scuola e per ben tre giorni aveva impedito agli alunni di sostenere il test di italiano per stranieri, obbligatorio per legge. Come già aveva detto allora la referente del Plesso, Angela Platerotti, le accuse di questi genitori (non identificatisi però in alcun modo) è di «promiscuità», ovvero affermano che i bambini delle medie dividono lo stesso corridoio con gli adulti, ma questo non è vero si tratta aule ben distinte e non comunicanti con quelle della scuola media, anche gli ingressi sono separati, nonché i servizi igienici. «Quelle mattine sono state un eccezione perché avevamo gli esami di certificazione linguistica per stranieri. Sono cinque anni che facciamo lezione in questa sede e non c è stato mai un problema del genere». Ora però i genitori chiedono un muro e la preside Adalgisa Maurizio non è disposta a concederlo e, anzi, ha presentato un esposto alla Procura sull accaduto. Lo stato obbliga i migranti a seguire un corso di lingua italiana e di I familiari e le associazioni, insieme ai difensori, ribadiscono la loro ferma volontà di ottenere piena giustizia per la tragica morte del «maestro più alto del mondo», affinché il processo di appello non diventi un altro caso Cucchi senza colpevoli. Le schiaccianti e incontrovertibili prove che limpidamente inchiodano i medici e gli infermieri alle loro gravi responsabilità sono contenute nel video dell orrore, che documenta l atroce morte di un paziente affidato al sistema sanitario nazionale e, invece, fatto oggetto di vere e proprie torture e trattamenti inumani, lasciato legato mani e piedi, senza acqua né cibo per ben quattro giorni consecutivi. Una vera e propria tortura che è andata ben oltre la morte, in quanto Mastrogiovanni è stato sciolto solo sei ore dopo il decesso. Il suo è forse l unico caso al mondo di sequestro di persona in ambito ospedaliero ad avere una documentazione video inoppugnabile. Per impedire che altri simili casi avvengano i familiari e le associazioni si spingono oltre il caso Mastrogiovanni e chiedono alle autorità competenti, Stato, Regioni, Aziende Sanitarie che la contenzione sia considerata finalmente illegittima e abolita; che in ogni reparto psichiatrico siano installati impianti di sorveglianza, conservando i video per almeno cinque anni; che sia garantito ai familiari e alle associazioni in ogni momento l accesso ai reparti; che i pazienti siano trattati nel rispetto della propria dignità personale conservando i propri abiti civili e gli effetti personali. educazione civica per il rinnovo del permesso di soggiorno a lungo termine, senza il quale non potrebbero permanere regolarmente sul nostro Paese. La Lega nord era al governo quando è stato istituito quest obbligo. Associazioni e centri sociali di zona si sono mossi in sostegno della scuola, ma è impossibile sapere quando Casa Pound e Lega Nord attaccheranno di nuovo, anche se hanno promesso che accadrà. «Gli stranieri che vengono nelle nostre scuole sono i migliori - spiega un altra delle docenti del Ctp - perché vogliono integrarsi, lavorare, imparare, sono curiosi, portano ricchezza culturale e soldi per la scuola, visto che pagano la tassa di iscrizione. Capiamo la preoccupazione dei genitori per la promiscuità adulti bambini, ma non è quello che accade da noi e l interruzione violenta di una lezione non è la soluzione, ma la sospensione del diritto anche per i loro figli. Se vogliono un futuro migliore per loro dovrebbero anzi richiedere maggiori possibilità di integrazione: un mondo più istruito è anche un mondo più sicuro». Borghezio e gli altri aggressori hanno richiesto, oltre al muro divisore, anche che gli utenti portassero un cartellino identificativo; richiesta giusta, a detta dei docenti, ma «ci manca addirittura il computer per le iscrizioni, come pensano che possiamo stampare i cartellini» dicono «se vogliono posso collaborare con la scuola e aiutarci a migliorarla, non distruggerla ancora di più». Non dividerla con un muro.

7 SABATO 8 NOVEMBRE 2014 il manifesto pagina 7 INTERNAZIONALE PALESTINA Colpito anche il palco allestito per il decimo anniversario della morte di Arafat Gaza, attentati contro l alleanza Fatah-Hamas A Gerusalemme Est, un Intifada a bassa intensità, scontri tra palestinesi e polizia nel campo profughi di Shuaffat Michele Giorgio GERUSALEMME P uò ritenersi soddisfatto chi da mesi lavora contro la riconciliazione tra Fatah e Hamas. La dozzina di attentati intimidatori compiuti ieri poco dopo l alba contro automobili, abitazioni e proprietà di dirigenti del partito guidato dal presidente Abu Mazen e contro il palco allestito per la commemorazione di Yasser Arafat, ha avuto l effetto sperato da chi ha pianificato l attacco. I vertici di Fatah e dei servizi di sicurezza dell Anp puntano l indice contro Hamas. Sostengono che il movimento islamico, che controlla Gaza dal 2007, non poteva essere all oscuro di un attacco ampio, preparato con cura da mani esperte. La tesi è fondata, tuttavia Fatah ne fa un uso strumentale, pur sapendo che i leader politici del movimento islamico non possono aver ordinato attentati che politicamente mettono sotto pressione proprio Hamas. E se la riconciliazione tra le due principali formazioni palestinesi rischia di andare in frantumi, allo stesso tempo è in pericolo anche la già incerta ricostruzione di Gaza uscita in macerie dall offensiva israeliana Margine Protettivo. Potrebbero infatti saltare le intese trovate, con grande fatica, per il controllo dell utilizzo e della destinazione dei materiali per l edilizia voluto (o meglio imposto) dai donatori internazionali (e da Israele) che hanno promesso 5,4 miliardi di dollari per Gaza. Chi ha concepito e realizzato gli attentati di ieri, ha voluto colpire in un momento delicato a Gerusalemme Est e in Cisgiordania e nell imminenza delle commemorazioni per il decimo anniversario (11 novembre) della morte di Arafat anche nella Striscia, per la prima volta dal 2007, ed inoltre alla vigilia del ritorno a Gaza del premier Rami Hamdallah. Dopo gli attentati il primo ministro ha annullato la visita prevista assieme al capo della diplomazia europea Federica Mogherini (che invece andrà ugualmente nella Striscia). La responsabile per la politica estera dell Unione ieri a Gerusalemme ha ribadito l opposizione europea alla costruzione di nuove colonie israeliane, ammonendo «se non verranno compiuti passi avanti sul fronte politico, vi è un serio rischio di precipitare di nuovo nella violenza». Poco dopo il premier Netanyahu ha replicato che «Gerusalemme è la capitale di Israele, non una semplice colonia... respingo con forza la falsa denuncia che gli insediamenti (colonici) siano alla base del conflitto». Il premier israeliano ha inoltre definito «irresponsabile» un eventuale riconoscimento da parte dell Ue dello Stato di Palestina. Gli attentati di ieri mattina hanno preso di mira, ad evidente scopo di avvertimento, figure di spicco di Fatah, come Abdullah el-efranji, Faisal Abu Shahla, Abu Juda al-nahhal, Fayez Abu Eita e Jamal Obeid. L obiettivo, sostiene Fatah, sarebbe quello di impedire le commemorazioni a Gaza in ricordo di Arafat, icona per decenni del movimento di liberazione palestinese morto in circostanze misteriose (probabilmente avvelenato). Ieri per tutto il giorno i dirigenti del movimento guidato da Abu Mazen hanno rivolto accuse pesanti contro Hamas, non in grado, a loro dire, di garantire la sicurezza a Gaza. Azzam al Ahmad, che ha negoziato la riconciliazione con gli islamisti, ha spiegato che gli attacchi contro Fatah sono stati realizzati da uomini degli apparati di sicurezza di Hamas. Accuse smentite con forza da uno dei leader del movimento islamico, Musa Abu Marzuq, che, dopo aver annunciato l apertura di una indagine accurata sull accaduto, ha invitato Rami Hamdallah a ripensarci e a confermare la sua visita a Gaza, la seconda di un premier palestinese dal Sono numerose le responsabilità possibili alla luce della complessità della situazione interna di Gaza e del quadro palestinese più in generale. Sono stati trovati volantini firmati dallo Stato Islamico (Isis). Gli anonimi autori di questi fogli ordinano agli esponenti di Fatah di non uscire di casa fino al 15 novembre, ossia fino all indomani dell anniversario di Arafat. «Altrimenti - avvertono - la vostra Dopo le bombe, il premier Rami Hamdallah annulla la visita. Mogherini invece conferma vita è in pericolo». A Gaza però pochi credono a questa rivendicazione. Nella Striscia operano piccoli gruppi salafiti armati che si proclamano affiliati all organizzazione di Abu Bakr al Baghdadi. «Ma non hanno un legame organico con l Isis ci spiega il giornalista Aziz Kahlout -, si limitano a un adesione teorica al Califfato che al Baghdadi ha proclamato in Siria ed Iraq». Se fosse stato davvero l Isis a colpire, fa notare Kahlout, non avrebbe compiuto solo attentati intimidatori ma provato ad uccidere i dirigenti di Fatah. Per questo motivo la pista più seguita dalla gente di Gaza è quella che porta a chi ha un interesse concreto a spezzare l unità nazionale palestinese e a mettere fine alla riconciliazione tra Fatah e Hamas. È noto, rileva qualcuno, che l ala militare di Hamas o una parte di essa, in contrasto con la direzione politica, guarda con sospetto a un alleanza con i rivali di Fatah e più volte ha ribadito che non intende cedere il controllo di sicurezza di Gaza. Tuttavia anche il governo Netanyahu ha interesse a rompere il patto tra Fatah e Hamas aggiungono altri palestinesi e questi attentati simultanei potrebbero essere opera di collaborazionisti di Israele, interessato anche a spostare l attenzione dei palestinesi da Gerusalemme Est, dove da settimane prosegue un Intifada a bassa intensità. Anche ieri ci sono stati scontri tra palestinesi e polizia, in particolare al campo profughi di Shuaffat. UNA DONNA TRA LE MACERIE DI GAZA. SOTTO, ESTELA CARLOTTO/REUTERS ROMA La visita di Estela Carlotto e di Guido Ignacio, il nipote ritrovato Dall Argentina all Italia, si cercano i bambini rubati Geraldina Colotti «I n Argentina abbiamo trasformato gli spazi dell'orrore in spazi di vita e di memoria», dice al manifesto Estela Carlotto, presidente dell'associazione Abuelas de Plaza de Mayo. Carlotto è venuta in Italia da papa Francesco, insieme al nipote Guido Ignacio Montoya, ritrovato dopo 36 anni. Poi, ha incontrato i giornalisti nell'ambasciata argentina a Roma. Si calcola siano stati almeno 500 i bambini sottratti agli oppositori dal regime militare che, dal 1976 all'83 ha eliminato e fatto scomparire circa persone. Guido Ignacio, figlio di Laura Carlotto, è il 115mo nipote ritrovato dalle Abuelas. E si cerca anche in Italia: «Perché spiega il ministro Carlos Cherniak l'argentina è un paese di migranti italiani, durante la dittatura ve ne sono stati molti sia tra i carnefici che tra le vittime. In questa ambasciata ha lavorato anche Licio Gelli con passaporto diplomatico. Alcuni bambini rubati potrebbero trovarsi in Italia. Abbiamo ricevuto molte chiamate che stiamo verificando, anche con la collaborazione dell'associazione 24 marzo onlus che oggi ha l'appoggio dello Stato. Cerchiamo persone fra i 30 e i 38 anni, e per questo facciamo appello alla stampa». L'incontro tra Estela e il nipote ha provocato grande commozione a livello internazionale, ha fatto emergere il nuovo volto dell'argentina e il cammino percorso sul piano dei diritti umani. «Oggi dice ancora Estela stiamo voltando una pagina della nostra storia, quella della dittatura civico-militare. Il calcio d'inizio lo ha dato Nestor Kirchner. Durante la sua presidenza è stata dichiarata incostituzionale la legge di Obbedienza dovuta che impediva di giudicare i responsabili della dittatura. Da allora, molti militari sono sotto processo. Ora i tribunali stanno giudicando anche le responsabilità dei civili, soprattutto nella provincia di Buenos Aires, una delle più colpite. Molti centri di tortura clandestini sono ora musei, spazi di memoria e di vita, animati soprattutto da giovani. Il più emblematico è l'esma, la Scuola della Marina militare, ma è stata recuperata anche la Cancha, dove mia figlia Laura ha dato alla luce Guido prima di essere uccisa e fatta scomparire». Diritti umani, sì, ma «non solo come recupero e riparazione di quel periodo storico di violenza, anche in senso più ampio: come lotta ad ampio spettro per tutti i diritti, a partire da quelli economici: cibo, casa, lavoro». Obiettivi realizzati dai paesi socialisti latinoamericani e fortemente richiamati anche da papa Francesco, verso il quale le Abuelas hanno dismesso la diffidenza espressa subito dopo la sua nomina: non è vero che Bergoglio in Argentina ha mandato a Il ministro Cherniak: «Siamo un laboratorio di diritti, aiutateci contro gli avvoltoi» KOBANEKOBA L esercito turco uccide attivista kurda al confine Almeno dodici combattenti feriti nella battaglia contro l Isis sono morti alla frontiera Chiara Cruciati L a repressione turca contro la resistenza kurda al confine con Kobane ha fatto una nuova vittima: giovedì la 28enne Kader Ortakaya, attivista kurda della Piattaforma Collettiva per la Libertà (movimento legato al Pkk) e studenteall Università di Marmara, è stata uccisa con un colpo alla testa sparato dall esercito turco durante una manifestazione pacifica al confine con Kobane. Decine di persone hanno tentato di attraversare la frontiera con la Siria, da oltre un mese sorvegliata dalle autorità turche che impediscono con la forza ogni scambio tra i profughi di Kobane e i combattenti delle Ypg dentro la città. Una politica che si è tradotta nelle ultime settimane in numerose vittime: almeno 12 combattenti feriti nella battaglia contro l Isis sono morti al confine perché i soldati turchi non ne hanno permesso il trasferimento in ospedale. Giovedì è toccato a Kader: «Non è la prima donna a cui hanno sparato al confine turco racconta al manifesto Burcu Çiçek Sahinli, attivista kurda I soldati turchi, che appoggiano i terroristi dell Isis, non esitano ad aprire il fuoco contro i civili. Poco tempo fa Saada Darwich è stata colpita al confine con Cirze mentre tentava di entrare in Turchia con il figlio». «Ieri [giovedì, ndr] gli attivisti hanno formato una catena umana lungo il confine, insieme ad artisti e musicisti dell Iniziativa per l Arte Libera. I soldati li hanno attaccati con lacrimogeni, pallottole di gomma e pallottole vere. Un gruppo di giovani, tra cui Kader, voleva passare la frontiera per prendere parte alla lotta contro l Isis e i militari hanno aperto il fuoco. Nei video girati si vede che non hanno esitato un secondo prima di sparare. Kader è stata colpita alla testa. Era molto nota, prendeva parte alle azioni di solidarietà da un mese». Al fuoco turco, alcuni combattenti dell Ypg dall altra parte del confine hanno risposto sparando. La rabbia verso Ankara trova così nuova linfa: i kurdi accusano da tempo il governo di turco di sostenere l Isis, permettendo il passaggio di islamisti a Kobane e impedendo allo stesso tempo l invio di aiuti alla città sotto assedio. «Quanto avvenuto è parte della politica di femminicidio dello Stato turco contro le donne kurde continua Burcu Noi kurde siamo forti e siamo per questo target, anche più degli uomini. Tre settimane fa Semra Demir, membro del comitato esecutivo del partito Dbp, è stata colpita da un candelotto alla testa e ferita gravemente. Ma noi non ci arrendiamo: il nostro movimento è fatto di donne che vanno sulle montagne per fermare il nemico». La reazione turca all incidente è stata di completa negazione, come se la morte di Kader non fosse mai avvenuta. morire due gesuiti durante la dittatura, le testimonianze dicono che si è anzi adoperato per salvarli. E perciò le Abuelas hanno rettificato: «Stiamo ricostruendo la storia, non siamo depositarie della verità», dice Carlotto alla sala. Ma a quando l'apertura degli archivi del Vaticano? Sia Carlotto che l'ambasciatore argentino presso la Santa sede, Juan Paolo Cafiero, spiegano che, a seguito di una modifica del codice penale di diritto canonico, voluta da Bergoglio, ora è possibile consultare gli archivi quando c'è una causa penale aperta: un percorso già consolidato in Argentina. La nostra conversazione continua poi con il ministro Cherniak, responsabile politico in Italia per i diritti umani. «Parliamo di dittatura civico-militare perché dietro quinte di chi torturava e faceva il lavoro sporco precisa - c'era il potere economico-finanziario internazionale che, a livello globale, cercava paesi per sperimentare progetti di economia neoliberista. E per questo in Argentina hanno dovuto massacrare una generazione. Quando si parla di diritti umani in relazione al terrorismo di Stato occorre comprendere chi ha retto le fila del potere reale, quale progetto si stagli dietro le immagini di morte e torture». E questo vale anche oggi «per cogliere la logica che guida il sistema finanziario globale, intenzionato a condizionare le democrazie per obbligarle a seguire un solo tipo di politica economica». Il riferimento è alle manovre speculative dei fondi avvoltoio che vogliono nuovamente gettare sul lastrico il paese. «Dopo il default del 2001 dice ancora Cherniak la scelta era quella di continuare a pagare un debito impossibile da onorare e distruggere la democrazia, o dare priorità al contratto sociale come abbiamo fatto. L'Argentina è riuscita a rinegoziare il debito con il 94% dei creditori, ma purtroppo c'è una piccola parte che non ha accettato e che ha amicizie nei settori giudiziari di New York, nel governo Usa o nell'fmi: sufficiente potere per condizionare la strategia economica verso l'argentina. La lotta che stiamo facendo è quella per imporre delle regole alla speculazione internazionale, per convincere tutti i paesi a guardare chi c'è dietro le quinte della realtà globale. Non vogliamo essere un modello, ma mettiamo a disposizione la nostra esperienza, che può servire a tutti». Molti paesi progressisti, che sono stati colpiti dalla rete criminale del Piano Condor, ideata dalla Cia, oggi cercano di fare i conti con la storia degli anni '70. Esiste una strategia comune? «Il Piano Condor - risponde il ministro - è stato il Mercosur del terrore. Ha consentito alle diverse dittature della regione di coordinarsi, creando una sorta di area libera per il terrorismo di Stato: dal Cile al Brasile, dall'uruguay alla Bolivia, all'argentina. Oggi ogni paese sta mettendo mano alla sua maniera a quella tragedia e lo rispettiamo. Noi siamo un laboratorio visibile che mostra risultati invidiabili sul piano dei diritti umani. Abbiamo alzato la triplice bandiera di verità giustizia e memoria per costruire un'area comune più sicura, per creare anticorpi contro il ripetersi della storia». E il ruolo degli Usa ora che i repubblicani hanno più potere? Risponde Cherniak: «Gli Stati uniti sono una struttura complessa guidata da particolari interessi burocratici e corporativi che difficilmente cambiano quando cambia un presidente o si modificano le maggioranze elettorali. A livello internazionale, noi dobbiamo aumentare la consapevolezza che occorre mettere freni e regole alla speculazione finanziaria, perché gli Usa non possono più imporre qualsiasi cosa. I problemi che stiamo soffrendo noi, riguardano tutti». Il dopo Kirchner? «L'Argentina oggi è un paese che ha superato la peggior crisi della sua storia e che non vuole più tornare indietro. Anche chi rivolge critiche al governo non intende tornare a prima del 2003 e perdere quello che ha ottenuto».

8 pagina 8 il manifesto SABATO 8 NOVEMBRE /11/1989 Il muro Il presidente della Repubblica Joachim Gauck nell anniversario critica l ipotesi che in Turingia venga eletto un governatore di estrema sinistra Berlino 25 anni fa, quella festa lontana Solenne seduta del Bundestag: ospite l ex dissidente Wolf Biermann che ha attaccato la Linke. Gysi ha ricordato le nuove barriere erette dall Occidente Jacopo Rosatelli I mpassibili. Sono rimasti così i deputati della Linke, ieri mattina, di fronte alla provocazione (gratuita e volgare) del poeta e cantautore Wolf Biermann, icona della dissidenza nella Germania est realsocialista. Invitato come ospite d onore ad eseguire una canzone-simbolo della lotta anti-dittatura («Ermutigung», «Incoraggiamento») di fronte al Bundestag riunito in forma solenne per celebrare la caduta del Muro di Berlino, Biermann non si è fatto sfuggire l occasione per una violenta tirata contro il partito più a sinistra dello spettro politico tedesco: «lo squallido residuo di ciò che per fortuna è scomparso». Ancora una volta, quindi, l equazione «Linke uguale Ddr» utilizzata come una clava per colpire un formazione che una parte di classe dirigente tedesca continua a trattare come un accolita di appestati nostalgici dei tempi di Ulbricht e Honecker. Se ieri il parlamento tedesco non si è trasformato in una bolgia è stato solo per il contegno esemplare dei rappresentanti della Linke, che hanno persino applaudito la performance del cantautore. Successivamente, il carismatico capogruppo Gregor Gysi (ex cittadino della Ddr) nel suo intervento ha ignorato le parole di Biermann, ribadendo per l ennesima volta che la Ddr è stata, anche a suo avviso, una dittatura nella quale si sono violati sistematicamente i diritti umani. Aggiungendo, tuttavia, che il modo migliore per celebrare oggi la caduta del Muro è non solo ricordare le pacifiche mobilitazioni di allora (che videro Gysi tra i protagonisti), ma anche le differenze sociali che tuttora restano fra cittadini di quelle che un tempo furono le due Germanie. E non solo: Gysi ha opportunamente richiamato i muri che oggi continuano ad essere costruiti, fisicamente o simbolicamente, per tenere lontano gli indesiderati. Come migranti e profughi, evocati anche da un azione di un collettivo di artisti che ha «sequestrato» le croci bianche poste ai piedi del Bundestag sulla Sprea, a ricordo delle vittime del Muro, portandole in posti dove esistono barriere anti-migranti come l enclave spagnola di Melilla. Lo show anti-linke di Biermann non ha colto di sorpresa, essendo nota in Germania la sua traiettoria politica. Figlio di un ebreo comunista morto ad Auschwitz, il futuro artista emigrò intenzionalmente da Amburgo nella Ddr nel 53, a 17 anni. Divenne una delle più importanti voci critiche «da sinistra» del regime, fino alla clamorosa privazione della cittadinanza del 76: Biermann si trovava in tournée nella Repubblica federale e i gerarchi real-socialisti gli impedirono di rientrare. Onorato e pluripremiato, apprezzato come coscienza critica della nazione, da tempo le sue posizioni non sono più quelle del libertario di sinistra degli anni della contestazione: favorevole alla guerra della Nato contro l ex Jugoslavia per Kosovo e poi a quella in Iraq, ora è più simile a quegli ex comunisti, diffusi da ogni parte, convertiti al neoconservatorismo. La provocazione di Biermann non rappresenta il solo attacco alla Linke in occasione della ricorrenza di 25 anni fa. Nei giorni scorsi il Presidente federale Joachim Gauck (anch egli ex oppositore nella Ddr) ha, in maniera inedita, rotto la neutralità che il suo ruolo imporrebbe per avanzare pubblicamente riserve sull ipotesi che Bodo Ramelow diventi il primo esponente della Linke alla guida di un Land, la Turingia. Evocando, ovviamente, il passato. Nonostante Ramelow non abbia nulla a che spartire con la storia della Germania real-socialista (è dell Ovest), e malgrado l innegabile profonda elaborazione critica del passato compiuta dal partito che affonda, per metà, le sue radici nella transizione dal partitostato Sed alla Pds dopo l Ottantanove. Ma tant è: la possibilità che la novità politica della Turingia (il 5 dicembre ci sarà il voto d investitura nel parlamento regionale) generi finalmente una rimessa in movimento degli equilibri politici della Repubblica federale evidentemente spaventa i custodi dello status quo, fra i quali va annoverato il capo dello stato. È questo il clima in cui la Germania celebra dunque domani la storica ricorrenza, che in realtà non è solo festiva: il 9 novembre è anche l anniversario della notte dei cristalli (o «Pogromnacht», «Notte del pogrom» come dicono più correttamente i tedeschi). Era previsto che marciassero anche gruppuscoli di destra, me le manifestazioni sono state annullate: non è escluso che qualcosa capiti comunque. Di certo, purtroppo, c è che tra una settimana sfileranno i sedicenti «Hooligan anti-salafiti», nuova sigla dietro la quale si nascondono le frange più violente del neonazismo tedesco. Il 26 ottobre scorso misero a ferro e fuoco il centro di Colonia: ora vogliono replicare in grande stile a Berlino. U n bilancio dell unificazione tedesca a 25 anni dalla caduta del muro di Berlino non può essere ridotto semplicisticamente alla verifica della tenuta delle trionfalistiche promesse dell allora cancelliere Kohl, che sull accellerazione del processo di unità costruì la sua fama di novello Bismarck, galvanizzando l orgoglio nazionale dei tedeschi della originaria Repubblica federale e strumentalizzando insieme le aspettative di una parte almeno della popolazione dell agonizzante Rdt. L illusione che bastasse estendere all incorporata Rdt il sistema politico-sociale della Bundesrepublik per realizzare l integrazione e l eguaglianza tra le due parti della Germania sino ad allora divisa era destinata a svanire ben presto. In realtà, la unificazione voluta come pura e semplice subordinazione della Rdt alla Bundesrepublik non poteva non produrre l effetto di rendere permanente il divario iniziale, imponendo una cultura politica che ha eretto a dogma la Soziale Marktwirtschaft a una società e ad un economia fondata per quarant anni sulla gestione statale dell economia e pertanto non preparata in alcun modo a recepire le nuove regole imposte dal nuovo sistema. Soffiando sul vento della caduta delle ideologie con la sconfitta del comunismo la Bundesrepublik ha realizzato l unificazione con la più ideologica delle operazioni. Oggi nessuno nega che si sia trattato di una pura e semplice annessione, con l intento di distruggere tutti i segni, e non solo i simboli, del sistema precedente, quasi a dare ragione a quello storico tutt altro che sprovveduto che ha scritto che la storia della Rdt si potrebbe racchiudere in una nota a piè di pagina. Calpestando così il vissuto di quasi venti milioni di persone che erano state coinvolte, consenzienti o dissenzienti, in quella esperienza. La distruzione definita dell economia dell est già in crisi ad opera della furia privatizzatrice aprì la porta ai manager e agli imprenditori dell ovest, che realizzarono la spoliazione di CRONOLOGIA Giorni e minuti La cancellazione di una storia a colpi di ideologia L unificazione delle due Germanie fu un annessione con alti costi sociali per i cittadini della Rdt Nell aprile 1989 il primo contingente militare sovietico abbandona l Ungheria. A ottobre Michail Gorbaciov effettua la visita a Berlino Est, già in subbuglio. Durante le due giornate il presidente sovietico fa intendere al leader della Ddr Eric Honecker, contrario alle riforme, che quel processo storico è ormai in corso. E più di tutto, non garantisce il sostegno di Mosca per fermare le proteste. Il 18 ottobre Honecker, è sostituito da Egon Krentz. Il 9 novembre è la giornata decisiva: in mattinata il Cc della Sed Enzo Collotti quel che di solito rimaneva e scoraggiarono la possibilità che protagonisti della ripresa potessero essere i cittadini dell ex Rdt. L occupazione del potere fu totale, dall economia alla politica, alla cultura. Per chi non fosse accecato dagli ideologismi e dalla propaganda dei nuovi arrivati sarebbe stato facile prevedere che una integrazione equilibrata tra le due parti della Germania avrebbe comportato un processo di anni, laddove la violenza della omologazione a tempi da record, lungi dal favorire il raggiungimento dell obiettivo auspicato, ha creato nuove fratture e nuove forme di estraniazione tra le componenti del paese unificato. Oggi, se si eccettuano le due città-vetrine di Lipsia e Dresda, il resto della ex Rdt è destinato a rappresentare la parte povera di un paese ricco, fuori dai circuiti dell industrializzazione, con la restituzione delle terre ai proprietari preriforma agraria in barba agli accordi internazionali che avrebbero dovuto garantire l impossibilità di un ritorno al passato. Dal punto di vista sociale quasi la metà della popolazione della ex Rdt vive di pensioni e di assistenza dopo la massiccia epurazione realizzata con l unificazione. Soltanto il passare delle generazioni potrà consentire un riequilibrio non solo demografico ma anche sociale, posto che una rianimazione di attività produttive contribuisse ad assorbire almeno in parte la disoccupazione che oggi rischia di fare della ex Rdt una grande sacca di depressione e di poverà Il reiterato tentativo di delegittimare la Linke come partito erede dello stalinismo è fallito discute sulle «riforme», come richiesto dal nuovo segretario. In tarda mattinata il ministero dell interno presenta un testo con le disposizioni sulla possibilità di viaggi all estero di cittadini tedeschi orientali. La notizia si diffonde. Il testo però viene prima inviato per approvazione al Comitato Centrale. Krentz lo presenta, mentre da Mosca arriva un via libera formale al testo. Alle 17 il ministro della propaganda e membro del Politburo Schabowski va in sala stampa per una conferenza. E annuncia che le disposizioni sono effettivo fin da quel momento. Le strade si riempiono, presi d assalto i check point. E il muro lentamente crolla. della Germania. L indubbio miglioramento delle condizioni tecnologiche soprattutto nelle infrastrutture di rilevanti servizi pubblici non compensa tuttavia la ferita anche psicologica subìta dai tedeschi dell est per essere considerati di fatto cittadini di seconda classe. Una condizione dentro cui ha reagito coraggiosamente in alcuni interventi pubblici uno dei più noti scrittori dell est, Christoph Hein, che ha dato voce alla protesta contro il tentato ostracismo verso la cultura della Rdt. Qualcosa oggi si muove anche sotto il profilo delle forze politiche nel senso che l obiettivo di delegittimare il partito della Linke in quanto successore del partito dominante nella ex Rdt si può considerare sostanzialmente fallito, dal momento che la Spd ha accettato dopo le recenti elezioni regionali in Turingia di entrare in coalizione con la Linke in un governo del Land guidato da un ministro presidente della Linke. È questo il primo segno che il voto dei cittadini dell Est non è più destinato a rappresentare una parte dell elettorato ibernato e congelato fuori dal gioco democratico. Potrebbe essere questo l inizio del superamento delle molte contraddizioni che hanno caratterizzato l unione tra le due parti della Germania. L unificazione ha soprattutto confermato la forza della Germania in Europa e soprattutto la sua vocazione storica a gravitare verso l est europeo, coprendo un vuoto politico dove in altre epoche la sua egemonia produsse catastrofiche conseguenze oggi scongiurate (si spera) dalla stessa capacità di espansione di un libero mercato che non ha più bisogno di ricorrere alla forza delle armi.

9 SABATO 8 NOVEMBRE 2014 il manifesto pagina 9 9/11/1989 LE NUOVE BARRIERE L ultima idea di muro è venuta all ex premier ucraino Arseni Yatseniuk. Nel mezzo dei bombardamenti di Kiev sul Donbass, ha pensato di riavviare il progetto Muraglia: un muro destinato a dividere Ucraina e Federazione russa. L idea non è nuova: era stata già presa in considerazione dall oligarca Kolomojskij. Per Yatseniuk, il costo del progetto prevede una barriera fortificata di acciaio e filo spinato lungo 1920 chilometri di confine. Ricordiamone altri: il muro di Israele che chiude la Cisgiordania in gabbia. Ma ne esiste uno anche molto più vicino a noi, nell enclave spagnola di Melilla: eretto da Madrid per non fare entrare migranti dal Marocco. Con filo spinato ad alta tensione, è costato 30 milioni di euro. Pagati dall Ue (anche da noi). Resta il muro tra le due Coree. Non potevano mancare gli Stati uniti, con la muraglia anti-messicani, a Brownsville, in Texas, al confine con il Messico. Altro non è poi che un «muro a mare» la missione Triton, barriera navale per respingere i migranti. BERLINO, 9-10 NOVEMBRE SOPRA, IL MURO DI SHARON. SOTTO, ANGELA MERKEL, IL SEGRETARIO SPD E MINISTRO DELL ECONOMIA SIGMAR GABRIEL E IL MINISTRO DEGLI ESTERI STEINMEIER ALLA SEDUTA DEL BUNDESTAG. A DESTRA MIKHAIL GORBACIOV/REUTERS MIKHAIL GORBACIOV Alle celebrazioni il protagonista di perestrojka e glasnost «Sull Ucraina il muro Usa» Fabrizio Poggi P er una bizzarra vicinanza di date, l anniversario della nascita del primo stato socialista al mondo e quello dell atto iconoclastico per eccellenza che, da 25 anni, raffigura la crisi dell Impero sovietico, sul calendario quasi si toccano. Il 7 novembre 1917 operai, soldati e marinai davano l assalto al Palazzo d Inverno e nasceva in Russia il primo governo operaio e contadino al mondo. Il 9 novembre 1989 l abbattimento del muro di Berlino voleva simboleggiare il via libera alla vittoria irreversibile «della democrazia sulla dittatura»: sull abbrivio di perestrojka e glasnost, di lì a due anni, con la fine dell Urss, il crepaccio apertosi 97 anni fa e così insidioso per il mondo capitalista, si sarebbe richiuso. Dunque, alle celebrazioni per questo 25 anniversario non poteva mancare colui che dette la spallata finale più poderosa a quel muro berlinese e che così brillantemente (dichiarato «uomo dell anno» da Time nel 1987 e 1989) fece da ponte tra le due sponde del crepaccio, l ex primo e ultimo presidente dell ex Unione sovietica, Mikhail Gorbaciov. Ospite d onore alle celebrazioni nella capitale tedesca, Mikhail Sergeevic ha inaugurato ieri la nuova mostra allestita nel famoso checkpoint «Charlie» (parte dei ricavati dalla vendita dei biglietti finirà nelle casse del «Forum per la nuova politica», che porta il suo nome) e ha partecipato, insieme ad altri ex esponenti politici europei, al simposio «25 anni dopo la caduta del muro di Berlino nuove crisi, nuovi dubbi, nuovi muri». Intervistato da varie agenzie alla vigilia della partenza per la Germania, Gorbaciov aveva dichiarato a RIA Novosti: «Abbiamo gettato al vento le chance che si erano aperte con la fine della guerra fredda. Tutto era iniziato ottimamente; a qualcuno però non piaceva». A Interfax, il personaggio tutt oggi censurato da molti suoi compatrioti quale affossatore dell Unione sovietica e beniamino di altri, «per la sua audacia riformatrice», aveva detto: «Coglierò l occasione del 25 della distruzione del muro di Berlino, perché non ci siano più muri, non solo di pietra, ma anche morali e universali. «Coglierò l occasione del 25 per dire anche ad Angela Merkel che non ci siano più barriere, anche morali» Solleverò questo argomento anche con Angela Merkel. Sono fermamente convinto che il problema dell Ucraina sia solo un pretesto cui gli USA si appigliano. La Russia ha avviato nuovi rapporti, ha creato nuove strutture di cooperazione. E tutto sarebbe andato bene, ma negli Stati uniti non a tutti è piaciuto. Essi hanno altri piani, hanno bisogno di una situazione diversa che permetta loro di insinuarsi ovunque. Nei forum e nelle conversazioni con gli esponenti pubblici prenderò una ferma posizione di difesa della Russia e, quindi, del suo presidente Vladimir Putin. Sono assolutamente convinto che Putin, meglio di chiunque, difenda oggi gli interessi della Russia». Russia, ancora ieri accusata dalla Nato di ammassare uomini e mezzi al confine con l Ucraina e addirittura senza peraltro che siano state addotte prove di averne oltrepassato la frontiera. Intanto ieri, mentre a Berlino si prepara per domani la festa della caduta del Muro e a Mosca si celebrava, in forma ibrida, la data del 7 novembre - non si ricorda la rivoluzione del 17, ma la famosa parata del 7 novembre del 1941, allorché quasi soldati dalla Piazza Rossa marciarono direttamente al fronte, alla periferia di Mosca nel Donbass si sono registrate nuove massicce operazioni di guerra. Dopo i tre civili morti e i 15 feriti di giovedì per le cannonate di Kiev, nella notte successiva forti colonne corazzate governative si erano mosse in direzione di Donetsk e, ancora una volta, sotto i bombardamenti sono finite scuole, asili, convitti, mercati, fermate degli autobus e si sono avuti ancora altri feriti. Secondo il vice premier della Repubblica di Donetsk Andrej Purghìn, le forze armate ucraine hanno iniziato un operazione su vasta scala che ha costretto le milizie alla difensiva. Sempre ieri si sono svolti i funerali dei due bambini morti sotto le bombe che mercoledì scorso erano cadute sul campo di gioco della scuola n. 63 a Donetsk. La vice segretaria delle Nazioni unite Valerie Amos si è detta «estremamente preoccupata per il bombardamento della scuola», condannato anche, questa volta, dall ineffabile portavoce del Dipartimento di Stato Jen Psaki. Stanislav Stech/ VICERETTORE DELL UNIVERSITÀ «CARLO» «A Praga crescono i perdenti della transizione post-comunista» Lajos Parti Nagy/ «METÀ DELLA POPOLAZIONE È POVERA» «A Budapest dovevamo costruire la democrazia, invece c è Orban» Jakub Hornacek PRAGA A un quarto di secolo dalla Caduta del Muro di Berlino aumenta il numero di coloro, che si considerano i perdenti della trasformazione post-comunista. È il bilancio che traccia Stanislav Stech, vicerettore dell Università di Carlo, la più grande della Repubblica Ceca, e tra le più note figure della sinistra intelletuale. Le piazze di Praga si dividono nell anniversario della Rivoluzione di Velluto tra chi vede al comando sempre i quadri intermedi comunisti; e chi protesta contro la nuova politica sociale, economica ed estera. Che malcontento è? Esiste una spaccatura profonda nella società ceca. Secondo la prima interpretazione gli attuali problemi sarebbero causati dal perdurare di alcuni elementi strutturali della precedente società o dal fatto, che in politica e in economia sono attivi personaggi con trascorsi nel Partito comunista. È una visione semplicistica, che non considera le profonde trasformazioni in campo economico e sociale avvenute dopo il Dall altra parte c è il campo di coloro, che si sentono in qualche modo perdenti della trasformazione, che ha portato con sé una profonda stratificazione sociale e alla crescita delle diseguaglianze. Perché la disillusione è ormai visibile? Un ruolo importante l hanno assunto le diseguaglianze nelle distribuzione del potere e dei mezzi economici, che sono aumentate in questi anni. Inoltre si sono uniti a questo campo molti giovani, che hanno uno sguardo più critico della società, portando con sé anche nuove esperienze di mobilitazione e di azione politica e sociale. Spesso a queste persone viene mossa la critica di preferire i loro bisogni materiali alla libertà. Io la considera una critica ingiusta, perchè dà risalto soltanto ai valori di una parte specifica della popolazione. Infatti per chi sta in una condizione di difficoltà economica, il concetto di libertà si riduce alla decisione se prendere o meno un nuovo lavoro per poter arrivare alla fine del mese. Tra i simboli della Rivoluzione di Velluto c è la figura di Vaclav Havel. Come la valuta? La figura di Havel è da molti sopravvalutata, in quanto durante la transizione non ha avuto un potere reale. Tuttavia la sua statura simbolica ha dato copertura all operato neoliberista di Vaclav Klaus. Di Havel ho apprezzato la sua critica verso l onnipotenza del denaro, la sua fede, perfino utopista, nei diritti umani o nell organizzazione della società civile. Il tutto controbilanciato da una serie di valutazioni negative. Havel non ha mantenuto molte sue promesse, come quella di sciogliere entrambi i blocchi, e non solo il Patto di Varsavia, oppure il suo avallo ai vari bombardamenti umanitari o alle spedizioni militari. Buona parte della sinistra europea guardava alla transizione con la speranza, che a Est si trovasse una terza via tra il capitalismo e il socialismo di stato. Era malriposta? Sentivo molto intensamente questa speranza da parte dei miei amici italiani e francesi, che sono per metà comunisti e per altra metà vicini ad altre correnti della sinistra. All inizio le speranze non erano malriposte, poiché c erano diversi gruppi che lavoravano ad altri scenari di transizione, basti pensare a circoli intorno a Petr Pithart o agli uomini della Primavera di Praga. Ma la visione neoliberista portata avanti da Vaclav Klaus si è imposta con estrema forza e velocità. Perché la pervasività delle idee neoliberiste? Vaclav Klaus ha saputo conquistarsi un certo sostegno popolare affermando di «aver la ricetta per diventare in cinque anni come l Austria». Allora non c erano voci forti, che avvertissero dei pericoli di cui è portatore il neoliberismo. Perciò i neoliberisti non si sono dovuti scontrare negli anni Novanta con critiche forti e Klaus, da primo ministro, ha portato una politica che tutto sommato all inizio non faceva troppo male alla gente. Infine queste politiche sono state avvallate anche da organismi internazionali facendo così credere che la strada imboccata fosse quella giusta. Oggi quei partiti di destra che hanno incarnato la transizione verso il capitalismo, sono in profonda crisi e raccolgono un quarto dei voti... Siamo testimoni di una crisi profonda. E dispiace che di fronte a questa crisi non emerga un alternativa forte di sinistra. Anche i social-democratici appaiono come la versione solo «più amica del popolo» della destra. E così lo sbocco della crisi consiste nel rafforzamento di movimenti capitanati da oligarchi e nella depoliticizzazione rappresentata dai vari «esperti al governo», che non sono indipendenti ma fortemente ideologici e interessati. Temo che la destra ritorni in queste nuove, e forse ancora peggiori, vesti. Massimo Congiu BUDAPEST S crittore, editorialista, Lajos Parti Nagy è tra gli intellettuali che animano oggi il dibattito politico-culturale ungherese e la critica al governo di Viktor Orbán. Cosa ha significato per l Ungheria il 1989? Gli anni Ottanta sono stati l ultimo stadio di un sistema sempre più insostenibile. In quel periodo, ormai, non credevano più nel futuro del sistema nemmeno i suoi principali beneficiari, con l eccezione di alcuni faccendieri che si preoccupavano di tutelare la loro carriera e di inserire i loro beni nell economia di mercato. Questo non deve comunque far dimenticare i meriti della politica ungherese e del suo contributo al crollo del Muro di Berlino dal momento che nell estate del 1989 le autorità del paese lasciarono che centinaia di migliaia di tedeschi orientali superassero il confine per andare in Austria e in Germania federale. Quello del 1989 è stato il più grande cambiamento dal Vennero creati nuovi partiti, una democrazia parlamentare goffa e zoppicante intraprese la strada delle elezioni libere pronta a difendere valori quali la «sacralità» della proprietà privata, la libera concorrenza, la libertà di parola e di opinione. In sintesi, avevamo la possibilità di realizzare un tipo di sistema occidentale con tutti i suoi pro e contro. Come sono cambiati da allora la società ungherese e il mondo della politica? Molti partiti politici comparsi con la svolta del 1989 sono spariti, il Fidesz è in sé l antitesi del cambiamento di regime e deve il suo dominio autocratico anche al fatto che questa società non ha avuto finora modo di sperimentare la convivenza con istituzioni democratiche e acquisire dimestichezza con i diritti derivanti da una condizione di libertà. Sembra che 25 anni siano sufficienti per la realizzazione della democrazia, ma sono pochi per impararla e interiorizzarla ed è spaventoso vedere quanto sia facile distruggere questa democrazia parlamentare tra l indifferenza della maggioranza e l accordo entusiastico di una minoranza. Ma il problema principale è l inarrestabile aumento della povertà, l assenza di pari opportunità e l aumento delle differenze fra poveri e ricchi. Intanto il prestigio degli intellettuali diminuisce e la fidelizzazione è sempre più il criterio fondamentale per avere successo in ambito lavorativo. Quei pochi intellettuali liberi che esistono vengono emarginati. Facciamo un bilancio di questi 25 anni... Il cambiamento di sistema ha suscitato grandi illusioni al cui mantenimento erano fortemente interessati anche i partiti politici. Allo stesso modo tutti speravano che in un tempo ragionevolmente breve il livello di vita del paese avrebbe eguagliato quello del sospirato occidente. Molti erano convinti che si potesse saltare quel lungo percorso di apprendimento civile che porta alla nascita di una comunità fatta di cittadini liberi, non soggetti ad alcun potere. Ma è chiaro che per questo ci vuole del tempo. I governi che si sono susseguiti alla guida del paese non hanno operato bene, la rapida liquidazione dell industria pesante da parte dei socialisti ha reso ingestibili la disoccupazione e la miseria. Oggi quasi la metà della popolazione ungherese vive sotto la soglia della povertà. Questo lacera il Paese. Cosa significa oggi qui la parola democrazia? In Ungheria è stata creata una democrazia fragile, nessuno ha pensato che la si dovesse difendere, proteggere, alimentare per non dover rinunciare a tutto. Il paese non è ancora veramente consapevole che Orban, il quale ha vinto le elezioni della scorsa primavera, sta creando una cosiddetta «democrazia illiberale» e esercita il potere in modo sempre più dittatoriale. Il potere è sempre più concentrato nelle mani di una sola persona ed è centralizzato. Grazie all assenza di un opposizione forte e organizzata Orbán agisce indisturbato senza che le sue azioni abbiano delle conseguenze. Di recente l idea immorale e insensata della tassa sull uso di internet ha portato in piazza decine di migliaia di persone, poi il primo ministro ha ritirato il progetto di legge comportandosi una specie di «re magnanimo». Tuttavia la gente non manifesta contro operazioni ben più gravi come quella della vendita del paese ai russi con la centrale nucleare di Paks o per la distruzione del sistema della pubblica istruzione. Da poco è saputo che il governo vuole ridurre il numero dei posti nelle scuole superiori e sopprimere le scuole nate grazie a fondazioni. Il regime non nega di aver bisogno di sottoposti ubbidienti, non di cittadini liberi. Ultimamente mezzo milione di persone ha lasciato il paese, anche l Europa identifica involontariamente l Ungheria con i suoi dirigenti e lentamente si allontana da noi.

10 pagina 10 il manifesto SABATO 8 NOVEMBRE 2014 CULTURE TERRE PROMESSE Papi Bronzini C he sia giusta ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa! La «giusta retribuzione» fulcro della repubblicana costituzione fondata sul lavoro (l unica al mondo, come sappiamo, le altre prediligendo il principio fondante della dignità della persona), un tempo appannaggio naturale e scontato del cittadino lavoratore, in quanto determinata dai contratti collettivi nazionali di lavoro applicati ad una forza lavoro raccolta senza molti residui nel contenitore del contratto di lavoro dipendente è sempre più una chimera, soprattutto nei luoghi che dovrebbero garantirla e cioè i Tribunali. Un apprezzato giuslavorista pro-labour ha, recentemente, chiesto: «la retribuzione in tempi di crisi: diritto sociale fondamentale o variabile indipendente?». La sua domanda è però rivolta al fenomeno di limatura che le retribuzioni subiscono, soprattutto in Europa, sotto la spinta delle politiche di austerity, nella tolleranza delle Corti nazionali e sovranazionali. Gli stipendi nel settore pubblico diventano variabili dipendenti dello spread e dei piani di «risanamento»; nel privato vengono ridimensionati per il declinante potere sindacale e per una competitività internazionale cui l Unione europea non contrappone argini adeguati (basterà pensare che in materia retributiva i Trattati escludono un potere regolativo europeo). Ma questo processo riguarda i settori più tradizionali della forza lavoro; altrove l attacco al principio del decent work (che implica, secondo gli standard dell Onu, che questo sia pagato in una misura equa e si svolga in condizioni tollerabili), è più radicale e distruttivo in quanto a crescere è una quota sempre più consistente della giornata lavorativa non pagata in alcun modo, ma non per questo meno intensa ed impegnativa. La «deretribuzione» è una forte tendenza del capitalismo che non ha trovato finora argini I settori che sono coinvolti da questa ondata che Marco Bascetta (il manifesto del 22 ottobre) ha efficacemente descritto di «disretribuzione» sono i nuovi lavori, nei quali - come amava ripetere la pionieristica rivista Luogo comune - irrompono nella prestazione lavorativa le componenti relazionali, affettive, comunicative e linguistiche dell individuo. L editoria, la ricerca in senso lato, la comunicazione, la formazione, le consulenze, ma anche tanta parte del lavoro no-profit e volontario sono in primo luogo i campi nei quali si cumulano due processi «disretributivi»; da un lato, per anni, gli operatori della produzione «post-salariale» svolgono servizi e attività varie in una cornice fluida, nella quale il soggetto cerca progressivamente qualche appiglio per dare continuità e riconoscimento alla propria prestazione. Nella gabbia del nuovo mondo L uso sempre più diffuso e intensivo del lavoro gratuito in settori chiave dell economia mette in evidenza la necessità di ripensare l insieme dei diritti per tutelare l insieme della forza-lavoro, senza che questo coincida con la cancellazione di quelli acquisiti. Dalla riduzione delle norme contrattuali degli «atipici» all introduzione del salario minimo e del reddito di cittadinanza Proliferazioni contrattuali Le forme di questa lunghissima transizione possono essere le più varie: da simulacri di percorsi formativi, a consulenze dall incerto statuto che confina con l informale e l amicale, sino all accesso a uno degli innumerevoli contratti precari (decine..) che dovrebbero nel tempo, nella speranza delle persone, portare ad una qualche forma di continuità. L altro aspetto, destinato a rimanere permanente, è che l aggiornamento e la valorizzazione di competenze «cultural-produttive» rimane, salvo eccezioni, a carico delle persona, anche nell ipotesi, sempre più rara e comunque rinviata sempre più avanti nella «carriera», di una assunzione. Bene: nei Tribunali raramente questo stato di cose viene messo in discussione. Non mancano certamente controversie in cui ci si lamenta di una retribuzione insufficiente e talvolta addirittura mancante, ma non per i «nuovi lavori». Mentre è eccezionale che un portiere, un autista, un operaio lavorino senza mercede (senza ricorrere alla giurisdizione), per il knowledge worker o per gli innumerevoli operatore del no-profit è esperienza diffusa e comunque ricorrente della loro Bildung lavorativa. Si tratta di capire se l assenza di una richiesta giudiziaria diffusa e consistente di garanzie elementari, che fa apparire la giustizia del lavoro molto meno universalistica di quanto si creda e il dibattito sull articolo 18 eccentrico riguardo dinamiche così devastanti, dipenda da un cambiamento di mentalità, da una malformazione «costitutiva» del sistema delle tutele, dalla scarsa efficacia, anche in termini di tempestività, delle tutele giudiziarie. C era una volta Ora non vi è dubbio che una certa attitudine del lavoratore «classico» fordista a ricorrere alla giustizia dipendeva da un insieme di presupposti e contingenze che solo negli ultimi anni si sono rese più chiare. Innanzitutto questo soggetto agiva in genere in un ambiente comune unitariamente ai compagni di lavoro sulla base di una predefinizione contrattuale piuttosto precisa dell impegno richiesto. I contratti nazionali erano in fondo una mediazione riuscita (attraverso una soluzione «creativa» della nostra Corte costituzionale) tra la previsione astratta della norma (la garanzia all articolo 36 della Carta fondamentale di una retribuzione equa, idonea comunque ad assicurare una vita dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia) e la concretezza delle specifiche condizioni di lavoro. Il giudice ordinario non doveva inventarsi un compenso «equo», ma lo derivava dai minimi contrattuali applicabili al rapporto. Se torniamo al lavoratore prevalente nel «mondo di ieri» il sistema stesso portava al confronto quasi spontaneo tra la propria situazione e quella degli altri colleghi di lavoro e quindi ad agire prontamente nei casi di ingiustizia. Una forte sindacalizzazione, resa più facile da un sistema produttivo accentrato, operava da sensibilizzazione di base, anche grazie all assistenza di studi legali pro-labour con servizi non a prezzi di mercato. I presupposti spazio-temporali (una prestazione contrattualizzata, in un luogo definito, per un tempo stabilito simile a quelle di migliaia di altri lavoratori) di un accesso di massa alla giustizia erano, quindi, piuttosto esigenti e certamente ancora esistono per milioni di lavoratori privati (ma sempre di meno, in un declino molto rapido) e per quelli pubblici. Ma appare evidente che non sono facilmente replicabili per i «nuovi lavori», una galassia di attività in cui orario, luogo, contenuti sono a dir poco problematici, senza voler insistere sulla mancanza di condivisione e di comunicazione di esperienze individuali nelle filiere disperse e irriconoscibili della produzione contemporanea, con il crollo della partecipazione sindacale (nonostante alcuni importanti e innovativi esprimenti) ed il dissolversi di una regolazione di natura collettiva. Il lavoratore delle nuove frontiere produttive, per rivendicare un attività di lavoro non retribuita, dovrebbe comunque cercare di ricondurre la propria esperienza in uno degli scatoloni contrattuali confezionati ad arte in questi ultimi decenni per impedire un comune orizzonte normativo, molti dei quali assumono ormai la causale formativa o di «prima esperienza», come ragione di una compressione (o negazione) del trattamento retributivo. Se il contratto è formalizzato dovrebbe provare, ad esempio, che lo stage non era veritiero, che il lavoro a chiamata era fuori dei casi previsti, che le ipotesi di «garanzia giovani» erano in frode delle normative Ue, che gli accordi intercorsi con le organizzazioni sindacali per l Expo a Milano che prevedono lavoro «volontario» privo totalmente di qualsiasi compenso sono di dubbia legalità e via dicendo. Se non è formalizzato resta a suo carico l onere di provare che si è trattato di un rapporto di lavoro subordinato con un orario obbligatorio, una retribuzione concordata, il che non è certo un onere banale. Sarà quindi necessario ricondurre un attività fluida, discontinua, in cui vi sono anche momenti di completamento formativo e di approfondimento culturale, negli schemi rigidi e tali da ostacolare ogni innovazione e sperimentazione propri del lavoro dipendente. Non sempre questa operazione riuscirà perché una serie di attività fortemente connotate da elementi creativi e da contenuti «culturali» o comunicativi eccedono le griglie mortificanti del lavoro ottocentesco che costituisce lo stampo del lavoro garantito nella realtà del paese che ha la «costituzione più bella UN OPERA DI PHILIPPE LAMETTE del mondo». Quella che potrebbe essere una fortuna del lavoratore, avere una maggiore flessibilità nei tempi ed anche nei luoghi (ormai in molti lavorano da casa propria!) si converte così nella dannazione di dover inseguire la figura giuridica che fu del metalmeccanico, pur di ricevere una qualche protezione. Da decenni si sostiene che questo inseguimento è senza senso ed è del tutto irragionevole, frutto di una metafisica del lavoro fordista che, peraltro, ha ancora qualche seguito solo nei paesi del sud-europa. In effetti la legge Fornero ha introdotto uno spiraglio consentendo al giudice di liquidare al lavoratore a progetto un compenso proporzionato alla qualità e quantità della prestazione facendo riferimento ai livelli minimi retributivi contrattuali applicabili a profili professionali comparabili. Ma si tratta di una misura che si applica al solo comparto del lavoro autonomo formalizzato, per giunta combattuto ed osteggiato dalla legge del 92 (che ne ha ristretto drasticamente l ambito di applicazione), e oggi, nuovamente, dal governo in carica. Per il lavoro autonomo in generale (ad esempio a partita Iva) rimane la situazione generale prevista dal codice civile; si può chiedere al giudice di determinare un corrispettivo parametrato sul risultato ottenuto e sull impegno profuso. Ma le norme previste sui compensi, al di fuori del campo della retribuzione, rimangono avulse da un contesto più generale di protezione e garanzia simile a quello costruito attorno al lavoratore standard. La causa, l ultima ratio, quando si decide di «uscire dal giro» (compromettendo per sempre i rapporti con i committenti del settore), quasi per vendetta, non ha canali sindacali ed è destinata a durare «una vita», attraverso avvocati reclutabili sul libero mercato (quindi costosissimi) e con tempi giudiziari infiniti ( licenziamento e trasferimenti dei subordinati hanno sempre la precedenza). Il rullo compressore delle politiche egemoniche di austerity non risparmia nessuna forma del lavoro Un processo in divenire Che cosa nell immediato si potrebbe fare? Una riduzione drastica delle forme contrattuali che generano spaesamento, impediscono che si sedimentino parametri retributivi affidabili, mettono i lavoratori l un contro l altro e ostacolano il decollo di un associazionismo sindacale anche in ambiti di lavoro inediti. La radicale reductio delle formule di reclutamento della forza lavoro dovrebbe però essere affiancata da una regolazione coraggiosa del lavoro autonomo che offra a questi lavoratori un insieme di protezioni essenziali e omogenee (non necessariamente eguali) al lavoro dipendente, soprattutto quanto alla stabilità del rapporto. Si dovrebbero in questa prospettiva ridurre al minimo e contenere tutte le forme di prestazione di attività senza corrispettivo riportandole ad ipotesi di carattere eccezionale, effettivamente formative o di primissima esperienza. Per sorreggere queste trasformazioni si dovrebbe introdurre finalmente l istituto del salario minimo legale ( che è una politica dell Ilo) e conseguentemente il principio per cui qualsiasi attività per conto terzi deve «costare» un minimo orario mensile. Chi accampa, per non pagare, un rapporto di stage, di formazione dovrebbe quindi dimostrare l effettività di questo rapporto dovendosi rigorosamente presumere il contrario e ciò varrebbe anche per gli incredibili accordi sindacali di Milano; il sindacato potrebbe quindi trattare, ma solo rispettando i minimi legali. L ultima urgente riforma non può che essere quella dell introduzione, anche in Italia, di un reddito minimo garantito come diffuso in tutti i paesi europei (eccetto il nostro e la Grecia) che, salvaguardando i bisogni vitali delle persone, consentirebbe alle stesse di non cedere ai mille ricatti del capitalismo «cognitivo» come accettare occasioni di lavoro senza retribuzione, nella chimera di un posto di lavoro futuro e durevole. La ricostruzione delle regole, anche di contrattazione individuale e collettiva nel mondo dei «nuovi lavori», non può che essere un processo in divenire, che valorizzi anche esperienze concrete e sperimentazioni sociali, ma per avviarlo occorre affermare intanto, come base per l innovazione, lo ius existentiae del cittadino lavoratore, in modo da renderlo capace di anteporre la propria «dignità» alla richiesta di arricchire altri senza alcun corrispettivo. 6) fine. I precedenti articoli sono stati pubblicati il 22, 25, 29 ottobre, il 1 e il 5 novembre

11 SABATO 8 NOVEMBRE 2014 il manifesto pagina 11 CULTURE oltre tutto IN RICORDO DI GIOVANNI ARRIGHI A ROMA3 Giovanni Arrighi è considerato, a ragione, uno degli studiosi che ha cercato di cogliere le tendenze di fondo del capitalismo contemporaneo. Lo ha fatto in libri che possono essere considerati piccoli gioielli del pensiero critico («Geometrie dell imperialismo», «Il lungo XX secolo» e «Adam Smith a Pechino»), ma anche in saggi scritti per corrispondere a una contingenza politica «politica» (l emergere dei movimenti antisistema, il caos provocato dalla globalizzazione economica). A venti anni dalla pubblicazione de «Il lungo XX secolo», l università di Roma 3 ospiterà una serie di seminari a lui dedicati. Il primo appuntamento è il 10 novembre presso il dipartimento di Scienza della formazione (ore 10, aula volpi, via Milazzo 11b) con Beverly Judith Silver e Carlo Felice Casula. INTERVISTA Daniele Manacorda spiega la sua idea riguardo l arena del Colosseo Anfiteatro Flavio, è scacco matto Valentina Porcheddu U n tweet del 2 novembre, con il quale il ministro Franceschini rilanciava l idea dell archeologo Daniele Manacorda di ripristinare l arena del Colosseo ha generato un immediata sequela d interventi. E se parere positivo è stato espresso da archeologi del calibro di Andrea Carandini e Adriano La Regina, a opporsi è stato invece un illustre studioso quale Salvatore Settis. Con quest ultimo lo storico dell arte Tomaso Montanari e infine opinionisti in alcuni casi bene informati. Allo scopo di ritrovare la bussola abbiamo intervistato Manacorda, protagonista di quest accesa controversia autunnale. Le reazioni negative suscitate dalla sua proposta sembrano andare più verso un «processo alle intenzioni» che nella direzione di un dibattito costruttivo... Restituire l arena al Colosseo, corrisponderebbe secondo i critici all introduzione di un «cavallo di Troia» per aprirci alle più orrende nefandezze. C è, con tutta evidenza, un incomprensione che non era presente nel testo a cui fa riferimento Franceschini e che mette in luce una forma di ansia patologica e di paura tipica di certo catastrofismo. L asportazione dell arena non è una traccia della stratificazione storica che ha trasformato l anfiteatro Flavio in una fascinosa rovina. È invece il prodotto della recentissima attività scientifica e investigativa dell archeologia, la quale ha portato a termine il suo compito e ora deve risarcire il monumento e la comunità. I critici ostentano una posizione storicista assoluta, in base alla quale i segni del tempo devono rimanere intoccabili. Ma se fra i segni del tempo dobbiamo considerare anche lo scavo archeologico, allora non si dovrebbe più restaurare nulla. Nella mia visione è fondamentale ridare una forma al monumento, per restituirgli la dignità che gli abbiamo tolto e aspetto non secondario per renderlo maggiormente comprensibile ai visitatori. Per me questo sarebbe già un grande risultato, anche se personalmente non considero pericoloso restituire l arena alla libera attività degli individui perché il Colosseo è sotto la tutela di un Ministero e diretto da una Sovrintendenza archeologica. Non ho, peraltro, alcuna intenzione di assumermi UNA SEZIONE DEL COLOSSEO il ruolo di censore e di uno «Stato etico» che stabilisca per legge cosa sia di buon gusto e cosa volgare, che cosa sia legittimo oppure no. Madrigali del cinquecento, concerti jazz, partite di scacchi o di pallavolo. Non è la norma a dover sancire che una sonata di Chopin è decorosa mentre non lo è una marcia di Strauss. È il confronto culturale che aiuta a capire cosa è ammissibile in questo tipo di luoghi. Le società si autoregolamentano sulla base del loro livello di cultura, alle istituzioni e agli addetti ai lavori spetta il compito di fare le battaglie culturali. È la società che propone, e il Ministero deciderà. Emerge tuttavia la paura di perdere il controllo di una «proprietà», sia essa fisica o intellettuale. Sono posizioni non laiche, sostenute da chi pensa di avere in tasca una verità da imporre «pedagogicamente» agli altri. C è però in gioco la tutela fisica di un monumento che ha già rivelato le sue fragilità strutturali. Non c è dubbio, e infatti nessuno ha mai pensato di ricostruire gli spalti. Un domani, forse, duecento persone potranno stare sedute sulle seggioline nell arena del Colosseo ad ascoltare un pianista, mentre non accadrà che centomila persone assistano a un concerto di Vasco Rossi. È una questione di buon senso, non di cultura. Mi chiedo se i soliti Soloni di sinistra troverebbero scandaloso che gli orchestrali o i coristi del teatro dell Opera di Roma appena licenziati facessero una serie di concerti al Colosseo, dando lavoro a centinaia di persone. Penso che piuttosto che inveire contro una presunta profanazione della Storia, si dovrebbe guardare a quel Far West di osceni gladiatori che stanno attorno al monumento e che rappresentano l afasia delle strutture pubbliche e la loro incapacità nel gestire in maniera civile quell area. Sembra quasi che cambiando l esistente, si tolga a certe persone la ragione sociale del loro lavoro, che consiste nel lamentarsi dell esistente. Il paradosso è che questi timori viscerali sembrano provenire proprio dai difensori «duri e puri» delle Soprintendenze. Ha detto bene: i paradossi a volte permettono di capire meglio la realtà. Per molti la cultura è cosa «esoterica», che necessita di un mediatore sociale per essere decifrata. Noi archeologi e storici dell arte giochiamo a fare gli esoterici: guai se i musei sono affollati, se le didascalie sono comprensibili o se si fanno ricostruzioni virtuali. Se per alcuni la cultura dell intrattenimento ha effetti negativi nei confronti del patrimonio culturale, allora significa che anche cinema e teatro non sono cultura. Restituire la sua arena al Colosseo è una questione estetica, ma è un estetica che produce conoscenza: è una reintegrazione. Quel monumento non è più come lo vedevano nel XIX secolo. Quando è cambiato il contesto, è mutato anche lui. Nel Medioevo, l anfiteatro è stato smontato per costruire palazzi. Noi non dobbiamo riportarlo a quella forma, ma risarcirlo dei buchi fatti dagli archeologi. Un altra delle sue proposte quella di far rivivere un area prossima alle terme di Caracalla si è prestata a distorsioni e attacchi. A questo proposito ho letto alcune gravi inesattezze. Si tratta in realtà di un terreno privato tenuto a prato, a ridosso delle mura aureliane, che offre una veduta romana degna del Grand Tour. L idea dei proprietari era di farvi una scuola di golf per i bambini del quartiere o di destinare lo spazio a una qualsiasi altra attività sociale che potesse conciliarsi con la tutela e il godimento del sito. Ho invitato Stato e privati ad accordarsi perché l area possa essere aperta al pubblico. Spero che anche in questo caso non abbia a prevalere la politica del diniego e del freno a qualunque progetto di cambiamento ragionevole e ragionato. Una delle nuove sfide dell archeologia non sarebbe quella di inglobare il patrimonio culturale nella vita delle città e dei territori? Il degrado, in fondo, dipende anche da una relazione malsana fra la comunità e il patrimonio di cui è spesso inconsapevolmente erede. Certamente, e infatti non mi straccio le vesti se le politiche per il turismo vengono oggi comprese in quelle per il patrimonio culturale. Ma lo sa che era già pronto un progetto milionario per costruire una cancellata tutto intorno al Colosseo e ingabbiarlo? Non possono essere queste le soluzioni che propongono le Istituzioni. Usare categorie vecchie anziché pensare il nuovo, bloccare la cultura progressista. C è una sorta di religione dell antico che non coincide affatto con la conoscenza e che ne decreta, al contrario, l imbalsamazione. Il nostro compito è quello di mostrare il valore del patrimonio, non di subordinarlo a un pensiero tardo borghese che non riesce a fare i conti con la democrazia di massa. Non sarà che ci siamo allontanati un po troppo dall «umanesimo»? Se per umanesimo intende la capacità di vedere l insieme e non solo il proprio ombelico, concordo con la sua provocazione. L archeologia, tuttavia, si è sempre prestata a fini strumentali, il classicismo non ha la fedina penale pulita, così come il narcisismo è un noto vizio accademico. La responsabilità spesso è di chi dovrebbe svolgere la funzione d innovazione culturale e di stimolo e indossa invece i panni di sacerdote o vestale della tutela. In che modo questo meccanismo potrebbe essere scardinato? Dobbiamo ambire alla laicità del pensiero e mi aspetto che siano soprattutto le nuove generazioni a farlo. Altrimenti, se i giovani chiederanno di essere ammessi anche loro alla consorteria dei passatisti di una certa sinistra conservatrice, continueranno a circolare l ignoranza e l arroganza delle presunte certezze. Masha in guerra contro i lividi Arianna Di Genova A l mondo ci sono molti modi per procurarsi i lividi. Masha, tredici anni, lo sa bene. Puoi sbattere allo spigolo del tavolo quando ti alzi di notte per bere, oppure può capitare che la tua gamba si «scontri» col pedale della bici. Ancora, può succedere di cappottarsi con la slitta e il ghiaccio non è poi così morbido. Insomma, a elencarli tutti, si scriverebbe un bel librone. Però c è anche un modo orribile in cui i lividi finiscono per conquistare il corpo ed è un insidia che si nasconde dentro casa, nel momento in cui un padre imbufalito perché il lavoro non va più tanto bene, ti sbatte al muro, oppure ti prende a calci. Masha, d estate va a trovare i nonni in una piccola cittadina di provincia. Un luogo tranquillo, dove la vita scorre con qualche sobbalzo e la tristezza si mescola alla nostalgia dei bei tempi andati. Lei ha perso sua madre, ha un padre ingrigito dal dolore e, d improvviso, nelle sue giornate che pullulano di ozio compaiono due bambini: Julia, nove anni e Max, sette. I fratelli Brandner. Un elefante nella stanza èil romanzo d esordio di Susan Kreller (giornalista, traduttrice, studiosa di germanistica), pubblicato da Il Castoro (pp.280, euro 13,50). Come già suggerito dal titolo, si parla di qualcosa che è talmente grande e grave da sfuggire allo sguardo. Perché in poche settimane di una estate afosa, Masha è costretta a crescere con un balzo, trovandosi di fronte a un caso di violenza domestica inaudita, che tutti tendono a nascondere, vittime comprese. I suoi nuovi amici Max e Julia, il primo preda del terrore con una vita popolata di amici immaginari, la seconda abituata a strane «assenze» mentali per astrarsi dalla brutalità, vengono picchiati sistematicamente a sangue dal padre. Un trattamento che non viene risparmiato neanche alla loro madre, quando tenta di difenderli dalle botte. Masha è troppo piccola per essere creduta, o meglio, si preferisce mettere a tacere uno scandalo così disgustoso. E quindi, dopo aver provato a confidarsi con i nonni e con alcuni vicini, decide di agire in proprio. Un idea folle che la condurrà a un rapimento: d altronde, se nessuno le dà retta, è l unico modo per proteggere i suoi amici. Portarli lontano dal disastro e costringerli a stare nascosti. Nonostante le loro proteste, nonostante la rabbia e l angoscia che vede passare sui loro volti. Meglio la casetta azzurra, abbandonata in un campo di grano, senza gabinetto e dove fa un caldo soffocante, piuttosto che una stanza accogliente dove può succedere che si spalanchi la porta e un genitore meni schiaffi e pugni a tradimento. La scrittrice riesce a cogliere il punto, senza melassa né rigidità: chi subisce violenza non ne può uscire da solo. Va aiutato, il coraggio deve arrivare da fuori. Susan Kreller, pluripremiata con questa sua opera prima, sarà in Italia dall 11 al 16 novembre, in un tour che toccherà Roma, Genova, Milano, Torino e Cuneo. CASI LETTERARI Un libro di Federico Condello e un convegno sul «Diario postumo» di Montale Se nelle biblioteche c è un falso C hi si ricorda del Diario postumo, la presunta «ottava raccolta poetica» di Eugel operachi giorni (I filologi e gli angeli. È di Eugenio sato a discutere seriamente la paternità del- La ricerca di Condello sarà in libreria fra ponio Montale? Era il 1996 quando la E se invece avesse avuto ragione Dante Isella? Montale il Diario postumo?, Bononia University Mondadori diede alle stampe in forma completa le sorprendenti poesie che Montale avrebbe donato, fra il 1969 e il 1979, all amica Annalisa Cima, presto nota come l «ultima Musa» del poeta ligure. In tutto 84 testi che Montale - così si raccontò - aveva chiuso in undici buste, con la consegna di aprirne una all anno a partire dal Insieme alle poesie, Una ricerca condotta all Università di Bolo- gna, guidata da Federico Condello, ha da poco riaperto il caso: moltissime le ragioni per dichiarare che il Diario postumo non può essere in alcun modo attribuito a Montale. A riesaminare testi e contesti nulla sembra reggere: troppe contraddizioni deflagranti, troppe profezie Press, euro 28). E il prossimo 11 novembre (giorno natale di Dante Isella) l autenticità del Diario postumo sarà pubblicamente ridiscussa in un convegno presso la Biblioteca dell Archiginnasio di Bologna: A carte scoperte. Eugenio Montale e il Diario postumo : un falso? In quella occasione, alcuni fra i maggiori specialisti dell opera montaliana torneranno ben 24 testamenti olografi (l ultimo dei quali finalmente a confrontarsi su un opera che se Nel 1997 Dante Isella emise proclama la Cima erede universale del poeta), davvero non attribuibile a Montale dovrebbe immediatamente essere depennata dai ca- e poi traduzioni inedite, prose, disegni. Un corpus eccezionale: e, secondo alcuni, una sbalortaloghi di librerie e biblioteche. Interverranno il suo verdetto: quegli scritti ditiva beffa postuma congegnata per «depistare» erano una beffa. Non venne fra gli altri Alberto Casadei, Renzo Cremante, critici e filologi. creduto, ma oggi si torna Tiziana de Rogatis, Maria Antonietta Grigna- Storia affascinante, ma piena di punti oscuri. Nel 1997 Dante Isella emise un audace ver- a interrogare il corpus di testi la prima perizia grafologica sugli autografi del ni, Paola Italia, Luca Zuliani. E sarà presentata detto: il Diario postumo è un falso. Contro di lui si schierò buona parte dell accademia italiana, da Rosanna Bettarini a Maria Corti. La querelle durò un anno. Poi il silenzio. E oggi il Diario postumo figura sotto il nome di Montale in tutte le biblioteche italiane e in numerose biblioteche estere, nelle antologie scolastiche, nelle storie della letteratura. La silloge è stata tradotta in ben quattro lingue, e nonostante qualche dubbio alimentato da isolati studiosi nessuno sembra più interes- realizzate (che rendono impossibile credere alla leggenda delle 11 buste), troppi «taglia-e-incolla» che rivelano la natura di collage non solo delle liriche, ma anche dei numerosi altri testi che Annalisa Cima, nel corso di quasi un ventennio, ha via via attribuito a Montale. A quanto risulta finora, un impressionante sequenza di testi inverosimili che hanno progressivamente inquinato l opera completa di un autore ormai classico. Diario postumo, a cura di Susanna Matteuzzi, grafologo peritale del Tribunale di Bologna. Si attendono sorprese. E si attendono risposte ad alcuni ovvi interrogativi: se la diagnosi di falsità sarà confermata, quale sarà la reazione della casa editrice Mondadori? La proprietaria e dedicataria delle poesie, Annalisa Cima, sarà in grado di fornire spiegazioni? Faranno sentire la loro voce gli studiosi che, per lungo tempo, hanno esplicitamente o implicitamente giudicato autentico il Diario postumo?

12 pagina 12 il manifesto SABATO 8 NOVEMBRE 2014 A teatro VISIONI Sylvie Guillem annuncia il suo ritiro con uno spettacolo che debutta al Comunale di Modena il 31 marzo per chiudere a Tokyo a dicembre 2015 SYLVIE GUILLEM/ FOTO LESLIE&SPINKS, SOPRA SABINE KUPFERBERG IN «SCHWARZFAHRER» DI JIRÍ KYLIÁN. IN BASSO «LA PRIMA CENA» FOTO DI ANGELO MAGGIO Francesca Pedroni L ife in progress, la vita in corso. È questo il titolo della serata con cui Sylvie Guillem, icona della danza mondiale, darà nel 2015 il suo addio alle scene. Debutto al Comunale di Modena il 31 marzo, chiusura del tour a Tokyo in dicembre. Un programma composto da due creazioni, un assolo per Sylvie di Akram Khan e un duo di Russell Maliphant per Sylvie e la solista del Teatro alla Scala Emanuela Montanari, seguiti da Bye di Mats Ek e dalla ripresa di Duo di William Forsythe ballato al maschile. «Dopo 39 anni di pratica racconta Sylvie -, ho deciso di fare il mio ultimo inchino. Ho amato ogni minuto di questi 39 anni e oggi ne godo ancora allo stesso modo. Voglio fermarmi mentre sono ancora felice di fare quello che faccio con orgoglio e passione. Mi sono imbarcata in un viaggio entusiasmante, ora sto per cambiare direzione. Questa è una Life in Progress, una vita in corso. La mia». Classe 1965, Sylvie Guillem ha oggi come ieri un carisma mozzafiato. La carriera parte dall Opéra di Parigi, alla cui scuola Sylvie entra a 11 anni. A 19 è già étoile del teatro, nominata «su campo» alla fine del suo primo Lago dei cigni da Rudolf Nureyev. Bellezza nel cigno bianco Odette, cattiveria nel cigno nero Odile, un attitudine elettrizzante ad attraversare con scioltezza le difficoltà tecniche della danza accademica che ha fatto storia. E poi c è il fisico da copertina, gli occhi verdi, acuti, incorniciati da un caschetto ribelle di capelli rossi, le gambe e le punte d acciaio, le braccia parlanti. Insofferente ai compromessi da giovane la chiamavano «miss no» sceglie una FESTIVAL Un laboratorio collettivo di idee A San Miniato confronto tra voci del palcoscenico La danza si riscopre arte in movimento carriera indipendente che dopo l Opéra di Parigi l ha portata a danzare con il Royal Ballet di Londra, l American Ballet Theatre, la Scala. L abbiamo vista esplorare con grinta mutevole la più pura tecnica accademica, gli off-balance della rivoluzione post-classica di William Forsythe, l espressività narrativa di Mats Ek, le astrazioni contemporanee di Russell Maliphant, il graffio di Akram Khan, le visioni del teatro di Lepage. Tra i suoi partner Cambio di rotta anche per due grandi nomi come Jirí Kylián e William Forsythe più amati Massimo Murru, étoile scaligera con cui ci ha stregato in struggenti Giuliette, drammatiche Manon, il graffio sferzante di Forsythe in 6000 Miles Away. Avremmo voluto vederla danzare ancora molti anni, ma chapeau a una scelta che apre il futuro al cambiamento. Life in Progress è un bel titolo e se Guillem ne ha fatto il nome del suo ultimo tour, altri grandi della danza potrebbero usarlo come motto di una condivisione di cambio di rotta. Due tra questi sono nomi chiave della coreografia a cavallo tra secondo Novecento e primi anni Duemila: Jirí Kylián e William Forsythe. Kylián è stato l artefice geniale in Olanda della lunga stagione d oro del Nederlands Dans Theater. Nato nel 1947 nell ex Cecoslovacchia, Kylián ha firmato un corpus di più di 100 opere, coreografie in cui la relazione tra danza e musica è viaggio nelle emozioni, attenzione alla personalità dei danzatori, realizzazione visiva dell immaginario. L americano William Forsythe è un maestro la cui ricerca in perenne movimento ci ha lasciato capolavori come i grandi affreschi post-moderni del periodo del Frankfurt Ballett nonché le creazioni aperte al connubio tra danza, performance, arti visive, dell attuale Forsythe Company, con doppia sede a Dresda e Francoforte. Anni 65, in Germania da 40 anni, Forsythe ha annunciato di ritirarsi dalla direzione della Forsythe Company, che da settembre 2015 sarà affidata all italiano Jacopo Godani. Danzatore di Forsythe a Francoforte dal 1991 al 2000, Godani oggi è uno dei coreografi più interessanti della sua generazione. Forsythe sarà consigliere artistico della compagnia, ma l organico muterà e anche il corpus del repertorio. Un mutamento non indifferente nel paesaggio della danza di oggi. Kylián, da parte sua, ha lasciato già da tempo la direzione del Nederlands Dans Theater. Negli ultimissimi anni riserva la sua indefessa creatività ad altro: il cinema. Ha già firmato, prima come autore, quest anno come autore e regista, tre corti bellissimi, proiettati in ottobre al Reggio Film Festival alla presenza dell artista. Alla Fonderia di Reggio Emilia, sede della compagnia di danza Aterballetto, Kylián ha introdotto la prima mondiale di Schwarzfahrer (Passeggero clandestino). Un film «muto» in bianco e nero di 6 minuti, il primo di Kylián come regista, direttore della fotografia Jan Malir, cameraman tra i più incisivi della Repubblica Ceca. Si ambienta in un tram degli anni 30 ed è girato a Praga. Due gli interpreti, Sabine Kupferberg, danzatrice storica del Nederlands Dans Theater, moglie e musa di Kylián, e Patrick Marin. Un film magico sulla fugace relazione tra un uomo e una donna, potente per musicalità delle immagini, uso dello spazio, comunicazione visiva del movimento. Girato in un interno è invece Between Entrance & Exit, del 2013, regista, per Kylián, Boris Paval Conen. Un film legato alla giovinezza del coreografo, girato anch esso a Praga, interpreti Sabine Kupferberg e David Krügel: un affondo inquieto sulla coppia, girato da un incalzante prospettiva soggettiva. Musiche evocative di Han Otten, collaboratore di Kylián in tutti i tre film presentati a Reggio, a partire dal surreale Car-men, rivisitazione della Carmen di Bizet, ambientata in una miniera abbandonata per un artista in vitale rinnovamento. Gianfranco Capitta SAN MINIATO (Pi) P iù Quasi un seminario collettivo che porta nella città toscana attori, scrittori e drammaturghi che un festival (anche se ne porta tutti i caratteri spettacolari) è una sorta di seminario collettivo, a molte voci. Si tratta di Contemporanei scenari, manifestazione promossa dal Teatrino dei Fondi di San Miniato, che ogni anno d autunno raccoglie nella città medievale toscana un bel gruppo di scrittori, attori e drammaturghi, mettendoli a confronto diretto: attraverso le loro voci, e anche le loro creazioni che prendono vita sulla scena. A condurre il confronto tra le voci nuove della scrittura per la scena in Italia, è stato Gerardo Guccini, che per tre anni ha con pazienza tessuto le fila di questa trama. Con curiosità e pazienza (solo a tratti emergevano le ferree «necessità» universitarie) lo studioso ha saputo stringere le molte voci presenti in una sorta di «autoconfessione», di stile metodo e personalità, che trovava verifiche nelle somiglianze e nelle differenze con gli altri invitati. Dopo i molti degli anni passati, quest anno c erano Letizia Russo (di certo la più lucida), Saverio La Ruina (il più appassionato) e, ciascuno con la sua dote di esperienze, aspirazioni e contraddizioni, Mario Perrotta, Emanuele Aldrovandi (il più giovane, fresco vincitore del premio Tondelli) e Stefano Massini (quest anno prolifico come non mai, con molti testi in scena, a firma di registi che vanno da Alessandro Gassman su fino a Luca Ronconi per la Lehmann Trilogy prevista al Piccolo a fine gennaio). Un ampio spettro di linguaggi e di stili, ognuno con le sue caratteristiche, ma che smentiscono la rituale lamentazione per la mancanza di una nuova drammaturgia in Italia. A San Miniato si è potuto conoscere e ascoltare un lavoro che continua in profondità, scavando e ampliando prospettive e strutture del teatro. In questo senso è meritoria l opera del Teatrino dei Fondi, che possiede e gestisce la casa editrice Titivillus, uno dei rari marchi dedicati elettivamente alla drammaturgia. Ma in varie sedi della città ci sono stati anche gli spettacoli, vero punto di forza della manifestazione. Spettacoli assenti,,chissà perché, dai grandi teatri, e che pure avevano forza e motivazioni per essere visti. Discorso che vale sicuramente per Se ci sei batti un colpo di Letizia Russo, monologo (interpretato da Fabio Mascagni per la regia di Laura Curino)di una creatura che tutto ha avuto, ma ammantato di noia. Anche perché la sua condizione di «senza cuore» gli impedisce ogni coinvolgimento o partecipazione alle vite degli altri. Crudele quanto irresistibilmente comica La prima cena, che nel ribaltamento della definizione evangelica, vede l incontro dei tre fratelli (con rispettivi marito e mogli) a eseguire il delirio testamentario (sprezzante e atroce) del padre caro estinto, che si beffa odiosamente dei loro sentimenti assai poco nobili. Con la regia di Michele Sinisi, lo spettacolo si offre come classica «commedia» all italiana, come spesso usa l autore, per secernere umori quasi agghiaccianti, oltre l imbarazzo. Una schermata non rassicurante sulla piccola borghesia postcapitalista e messa dalla crisi davanti alla sgradevolezza fatua della realtà. Non meno acida, pur con pieghe e volute del discorso che non evitano la poesia, la commedia di Massimo Sgorbani (cui finalmente oggi viene tributato il giusto interesse), Tutto scorre. Di presocratico c è solo il titolo, perché a scorrere, insieme alla vita sacrificale della sfortunata protagonista (una bravissima Rosanna Gentili) è il prodotto della sua enuresi, diurna e notturna, e anche quella di molti clienti del bagno pubblico di un area di servizio. Eppure, quella storia, raccontata con misura rigorosa dalla regia di Gianfranco Pedullà, ci restituisce un mondo, di soprusi e di infelicità subiti, da lasciare allo spettatore una lunga compagnia, dolorosa e insieme, come si diceva, «poetica». OPERA DI ROMA, POSSIBILE ACCORDO Ritiro licenziamenti se si rivede contratto Si avvicinano le parti - come era nell aria da alcune giorni - e l annuncio di un imminente accordo tra Teatro dell Opera e sindacati per sventare il licenziamento collettivo di 182 componenti dell orchestra e del coro deciso lo scorso 2 ottobre, è arrivato dallo stesso Cda della Fondazione. «Nel tavolo - si legge in una nota - è stata confermata nuovamente la disponibilità, a fronte di una proposta che risolva interamentre i gravissimi problemi economici e organizzativi del Teatro, a sottoscrivere un accordo che possa evitare il licenziamento collettivo». Ad aprire al rientro dei licenziamenti è stato proprio il sovrintendente dell Opera di Roma, Carlo Fuortes. L intesa sarebbe possibile in cambio di un intesa per ridisegnare il contratto integrativo limitandone i costi. Apertura da parte della Slc Cgil Roma e Lazio, con l avvertenza però che: «Contestualmente ai tagli va ridisegnato anche il modello produttivo del teatro: vogliamo capire come può recuperare margini di produttività». La Fistel Cisl mette una condizione: la quota fissa del salario non si tocca, «ma siamo disposti a congelare il premio di produzione per tutto il 2015».

13 SABATO 8 NOVEMBRE 2014 il manifesto pagina 13 VISIONI PIA (DEL) LA RIVOLUZIONE Con questo titolo l omaggio di Fuori Orario (domenica 9, ore ), Raitre, a cura di Fulvio Baglivi) a Pia Epremian, cineasta, tra le protagoniste dell underground italiano (in prima visione). Si conincia con «Infiniti sufficienti» (1970, 21 ). «Di questo film Straub diceva che era la storia di una donna. Infatti è il racconto di una madre con una bambina che guarda e osserva le altre madri con i loro bambini» dice la regista. «Dissolvimento» ( 1970, 9'), è la storia di due donne che rappresentano nel silenzio gli eventi della loro esistenza quotidiana. La prima, la pittrice Gigliola Carretti, realizza un happening sull'arte che viene assimilata alla pulizia dei denti, la seconda, Pia Epremian, riproduce la condizione umana che necessita di abluzioni... Chiude la serata «Tre sorelle» di Wang Bing (2012, ), ritratto di due sorelline cinesi che vivono da sole a 3200 metri di quota nello Yunnan in un quotidiano di lotta contro la fame e il gelo. ROB MAZUREK IN CONCERTO un escursione nella classicità moderna del jazz, volendo si possono intrasentire Clifford Brown o Booker Little. Ma la vivacità si accompagna alla riflessione, e le frasi sono felicemente ricercate. Musica nuova, jazz nuovo. Stacco, cambio di scena. Mazurek ancora al pianoforte. Ora gli accordi sono disposti in sequenza, non c è violenza sonora come all inizio ma c è ancora una sintonia col mondo della «contemporanea dotta». E il «domanda e risposta» tra pianoforte e cornetta, che riprende, è un alternanza di frasi più discorsive. Più brevi quelle del piano più elaborate e propulsive quelle della cornetta. Al pianoforte Mazurek è come se stendesse una piattaforma per un dialogo con se stesso. Il concerto romano, nella sala A di Radio3 Rai, andrà in onda il 26 novembre ManiFashion La schiavitù che rende «scintillante» la moda low cost Michele Ciavarella MUSICA L artista americano in una versione inedita da splendente solista Mazurek, jazz libero tra pianoforte e cornetta Mario Gamba ROMA U na più ampia platea lo potrà ascoltare, registrato, il 26 novembre prossimo alle sulla lunghezza d onda di Radiotre. Intanto il concerto di Rob Mazurek ce lo godiamo nella Sala A di Via Asiago in Roma, quartier generale di radio Rai. Il musicista americano, compositore, cornettista, leader di svariate formazioni, è in assoluta solitudine. Non si ricorda un occasione simile in precedenza. Ma, soprattutto, non si ricorda un Mazurek così nuovo, così interessante, così libero, così importante. È molto celebrato da parecchi anni a questa parte il quarantanovenne Mazurek. Con i gruppi che ha fondato e alternato in continuazione, il Chicago Underground duo, il Sao Paulo Underground Trio, il Pulsar Quartet, la Exploding Star Orchestra, ha operato sintesi di musiche jazzistiche ed extra-jazzistiche di tutti i tipi, compresi il free, il bop, l etnico (mai popular e tantomeno populista), l elettronica. Cercando sempre di dare un tocco di originalità, attraverso la preparazione di materiali propri, alla sua assimilazione e rielaborazione di esperienze già compiute. Questa volta va più in là. Cornetta, pianoforte, parti su nastro magnetico. Ecco lo strumentario. Di Mazurek in concerto al piano non si ha memoria, anche se ci sono sempre i fans enciclopedici che possono averlo ascoltato alla tastiera del gran coda in qualche sperduto angolo di mondo. L elettronica, invece, gli è familiare. E la cornetta è il «suo» strumento. Proprio al pianoforte riserva l inizio della performance. Ampi, eloquenti accordi dissonanti. Distanziati uno dall altro, autonomi. Diciamo pure che questo è un Mazurek «contemporaneo classico», non jazzistico. Ma è jazzistico o no il Mazurek che con suoni lunghi della cornetta cerca subito dopo le possibili rifrazioni di queste sue linee di suoni con i blocchi di suoni del pianoforte? Lo è, certo che lo è, dato che il jazz è da tempo una musica che viaggia oltre o sui margini dei confini musicali. Comunque, queste sono lucidissime linee di suoni non tonali, senza melodia conchiusa. E la sonorità è tersa, persino squillante (cosa strana per una cornetta, solitamente più opaca). Mazurek come sempre tendente al razionalistico. È la sua costante estetica. E come sempre aperta, oscillante, dubitativa. Non passano che pochi secondi e lo ascoltiamo partire in una vivace improvvisazione che più jazzistica non si può, anzi è C.Pi. ROMA R acconta Giorgio Barberio Corsetti che di Gospodin, lo ha subito colpito il carattere «brechtiano» privo però degli elementi didattici che attraversano l opera dell autore di Madre coraggio, e invece segnato da un tono nichilista, che lo porta a rifiutare radicalmente una società i cui valori gli appaiono solo negativi. Era una delle molte scommesse contenute nel testo finora inedito in Italia, che Corsetti porta in scena (nella traduzione di Alessandra Grifoni) affidando il ruolo del protagonista, Gospodin appunto, a Claudio Santamaria. E che debutterà, in prima assoluta, nel cartellone di RomaEuropa il 12 - Teatro Eliseo, fino al 16, poi in tournée. «Gospodin è eroicamente testardo, sperimenta il mondo con il suo poetico e tragico rifiuto dell unico elemento che lo fa girare, il denaro» dice ancora Corsetti. L autore di Gospodin si chiama Philipp Löhle, enfant prodige della nuova drammaturgia tedesca ha cominciato a scrivere per il teatro quando era ancora studente di letteratura e nuovi media tra Erlangen e Roma, e lavorava come giornalista sperimentando anche il cinema con cortometraggi e documentari. Gospodin gli fa vincere il premio per il migliore drammaturgo giovane in Germania, e ottiene poi molti altri riconoscimenti rivelando Löhle (subito molto amato anche dalla critica tedesca) in Germania e nel mondo. Nel frattempo lui ottiene una residenza come drammaturgo al Teatro Maxim Gorki di Berlino, dove rimane dal 2008 al 2010, spostandosi poi al Teatro nazionale di Mannheim tra il 2011 e il 2012, e allo Staatstheater di Mainz dove lavora anche come regista. Il Gospodin del titolo, in russo vuol dire signore, e l anonimato appare già come una dichiarazione poetica, è un uomo che vive felice con un lama finché gli ambientalisti di Greepeace non glielo tolgono dando provocando una serie di catastrofi nella sua vita a cui lui però non sembra prestare attenzione. Dopo il lama infatti la fidanzata lo lascia, e con gli amici approfitta della sua mitezza per portargli via tutto, anche il letto. «Gospodin è un uomo semplice, non vuole lavorare, non vuole avere nulla a che fare con il denaro, vive nella città come un esploratore nella natura. Tutti gli portano via qualcosa, gli ecologisti, la sua donna, l amico artista che gli prende la C è un Mazurek più «vero» in questo dialogo? Probabilmente sì, ed è quello alla cornetta, più apparentato col jazz, forse più militante in questo campo. Non perché le parti di pianoforte siano insipide o generiche. Anzi. Permettono agli slanci riflessivi dell improvvisatore jazzista col suo strumento a fiato di apparire sperimentale e tradizionale nello stesso tempo. In ogni caso non si è mai ascoltato un Mazurek in questa versione. Versione di lusso. Splendente come solista jazz. Dotato di profonda cultura musicale, che utilizza per non lasciare mai niente al non meditato o all insignificante, anche quando prende «appunti» con le mani sulla tastiera. Un nuovo cambio di scena riguarda le basi elettroniche registrate. Sono di sapore «ambient», accennano dolci viaggi nelle galassie. Ed è con questi ulteriori materiali della propria cassetta degli attrezzi sonora che Mazurek intrattiene un altro dialogo. E fa risaltare ancora una volta, con la cornetta a campana aperta oppure con sordina (e allora echi di Davis entrano in gioco), il suo lato di jazzista polimorfo, curioso, imprevedibile, appassionante. ROMAEUROPA Barberio Corsetti presenta «Gospodin», debutto il 12 Un testardo amante della libertà tv per fare una videoistallazione... Intorno a sé Gospodin vede accadere cose, incontra persone, un bestiario umano particolare, che il testo tratteggia in modo quasi grafico, a forti pennellate espressioniste, ma con un'ottica ironica. La scrittura di Löhle utilizza dialoghi spigolosi, pur nelle sue anomalie di leggerezza e comicità e, per tradurne il linguaggio particolare, si è dovuto trovare un equilibrio tra concettuosità e linguaggio libero e popolare, tra pensiero e ingiurie» dice ancora Corsetti. In scena con Santamaria/Gospodin ci sono altri due personaggi, un lui e una lei, Valentina Picello e Marcello Prayer, che raccontano i vagabondaggi allucinati di Gospodin nella città. Corsetti ha mescolato nell allestimento fisicità e tecnologia utilizzando videomappimg e animazione grafica per creare paesaggi in cui si rispecchiano gli avvenimenti, le superfici di uno spazio urbano, uguale a tanti altri, l intimità dei personaggi. A un anno e mezzo dalla strage del Rana Plaza di Savar, Bangladesh, la gran parte delle vittime non è stata risarcita: lo ha ricordato pochi giorni fa il Ny Times. Il crollo del complesso produttivo ha procurato 1129 morti e 2515 feriti. A Savar, venti chilometri dalla capitale Doha, si produce la gran parte della moda che si vende nelle grandi catene distributive a prezzi così detti democratici, tra i 10 e i 99 euro. Due settimane fa, la diciassettenne svedese Anniken Jørgensen ha svelato al mondo tutti i contenuti del docu-reality norvegese Sweat Shop: con altre tre ragazze, Anniken ha lavorato per un mese nei laboratori tessili cambogiani dove H&M, il colosso svedese della moda low cost, produce la maggior parte dei suoi capi. Tra turni di lavoro di 16 ore al giorno, alloggi fatiscenti, condizioni igieniche precarie e assenza di tutele dei lavoratori, Anniken ha documentato come e perché la moda a basso costo, a dispetto del prezzo basso che la rende accessibile, nasce dallo schiavitù di chi la produce. La scorsa settimana un servizio di Report ha svelato alla tv italiana che nell Est europeo è ancora diffuso il metodo di spiumatura delle oche vive, vietato dai regolamenti europei. Il servizio indica tra i fruitori di quelle piume anche Moncler, un noto marchio di capi di abbigliamento imbottiti. Durante il servizio, l autrice si imbatte anche nel problema della delocalizzazione produttiva, rintracciando Prada tra i marchi che fanno cucire alcuni capi addirittura in Transnistria, soviet sopravvissuto tra la Moldavia e l Ucraina. A questo punto, nel servizio emerge il classico pregiudizio che molti hanno sulla moda. Perché, mentre è sicuramente giusto chiedere alle aziende italiane che fanno altissimi margini il rientro in Italia delle lavorazioni delocalizzate, il re-shoring, appare invece molto impreciso insistere sul costo del capo finito che dalle poche decine di euro pagati all azienda che lo assembla arriva in negozio a un prezzo iper moltiplicato. Per chiarezza, quel costo pronunciato davanti ai microfoni fa sensazione ma non è il costo industriale del capo che comprende non solo i materiali ma, tra tanti altri, anche il costo di una ricerca di innovazione che va dal design alla tecnologia, in cui sono impiegate risorse umane dai salari adeguati e inserite in aziende strutturate e sindacalizzate. Che è tutto il contrario di quello che c è nei capi così detti a prezzo democratico. Le aziende della moda low cost, infatti, quella ricerca che produce nuovi modelli se la trovano già pronta e, in assenza di copyright, possono impunemente copiarla. Una razzia che chiude spesso il suo iter nei tanti Rana Plaza del mondo, dove i modelli firmati vengono replicati con materiali scadenti dagli schiavi del sistema industriale globalizzato. Tutt al più, andrebbe chiesto ai grandi marchi della moda mondiale che hanno aziende così ben strutturate se vale la pena risparmiare pochi euro a capo e non sapere dove vanno a finire i loro materiali e le loro etichette e, soprattutto, in quali condizioni vengono assemblati i loro prodotti. Purtroppo bisogna rassegnarsi a non fare l equazione fra democrazia e prezzo del prodotto. Ma non ci si può rassegnare né ai morti sul lavoro, né alla schiavitù generata dalla massimizzazione del profitto, né alla spiumatura delle oche vive: dal punto di vista dell etica del consumo, però, si deve sapere che comprare una gonna a euro prodotta in Cambogia equivale a comprare un capo imbottito con le piume delle oche vive a oltre mille euro. E infine, la politica industriale di un Paese comandato dal Grande Innovatore dovrebbe prevedere un serio piano di back reshoring. Questa sì che sarebbe una grande innovazione per la quale torna utile uno dei folgoranti slogan che Renzi potrebbe lanciare nei suoi crowdfunding s dinners. com

14 pagina 14 il manifesto SABATO 8 NOVEMBRE 2014 NUOVA FINANZA PUBBLICA L assalto di Bas-san-in Marco Bersani (Attac Italia) Si intitola «Una nuova politica industriale dei servizi pubblici locali: aggregare e semplificare» la relazione svolta dal presidente di Cassa Depositi e Prestiti, Franco Bassanini al convegno di Federutility del 14 ottobre scorso a Roma. Si tratta di 24 pagine in cui Bassanini ( prossimo premier in pectore?) enuclea le linee guida sui servizi pubblici locali, non a caso divenute poi normative concrete con il decreto «Sblocca Italia» e con la Legge di stabilità. Qual è la filosofia di fondo? Trasformare i servizi pubblici locali, a partire dall acqua, da garanti di diritti universali in mercato redditizio e competitivo al servizio dei grandi capitali finanziari. «L obiettivo da perseguire è quello di porre le condizioni perché nascano operatori di grandi dimensioni, capaci di competere con i grandi players europei anche nei mercati emergenti» dice Bassanini, rilevando come nei comparti energetico, idrico e rifiuti operino attualmente società territoriali che, nel disegno suo e del governo, dovranno divenire non più di 4-5 colossi multiutility. Tutto questo considerato necessario per garantire 5 miliardi di investimenti/anno nei servizi idrici, altri 5 nell igiene urbana e 1 nella distribuzione del gas. Impossibile ricordare al nostro come gli investimenti, in questi anni di società per azioni e di collocamento in Borsa, siano crollati a meno di un terzo rispetto a quelli che facevano le vituperate municipalizzate, perché Bassanini è troppo concentrato su un altro obiettivo: il taglio drastico dei posti di lavoro: «(..) rispetto agli attuali operatori complessivi dei tre comparti, occorre prevedere una loro riduzione a , ed è auspicabile che si arrivi ad un numero vicino all estremo inferiore dell intervallo». Obbligo alla fusione tra società di servizi pubblici locali, gestore unico per ogni ambito territoriale ottimale (che vanno ridefiniti su scala almeno regionale), ruolo di «controllo» esterno o con quote di assoluta minoranza degli enti pubblici e aumento delle tariffe: ecco il puzzle per consegnare tutti i beni comuni territoriali ai quattro colossi collocati in Borsa che già fremono ai binari di partenza: A2A, Iren, Hera e Acea (con la chicca di prevedere per il comparto rifiuti la costruzione di 97 inceneritori!). E per farlo, il governo Renzi ha inserito nella Legge di stabilità la possibilità per gli enti locali di spendere fuori dal patto di stabilità le cifre ricavate dalla vendita delle loro quote nei servizi pubblici locali. Ma chi investirà nei servizi pubblici locali finalmente consegnati ai capitali finanziari? Cassa Depositi e Prestiti, attraverso finanziamenti diretti (3 miliardi di euro già investiti nel triennio ) o con i propri fondi equity FSI (500 milioni a disposizione per favorire le fusioni territoriali) e F21 ( già attivo nei servizi idrici, nella distribuzione del gas, energie rinnovabili, rifiuti, in autostrade, aeroporti e tlc). Naturalmente con interessanti joint venture con capitali stranieri, a partire dal colosso cinese State Grid Corporation of China, che, con la benedizione estiva di Renzi, ha acquisito il 35% di Cdp Reti, la società di Cassa Depositi e Prestiti, che tiene in pancia il 30% di Snam (gas) e il 29,85% di Terna (energia elettrica). Come si può intuire, siamo di fronte al più pesante attacco sinora tentato ai beni comuni e alla loro gestione territoriale e partecipativa. Vogliono chiudere definitivamente la straordinaria stagione referendaria. Vogliono consegnare le nostre vite alla finanza. Occorre reagire in ogni luogo. Il tempo è ora. EMILIA ROMAGNA Sabato 8 novembre, ore 20 CENA DI AUTOFINANZIAMENTO Cena greco-emiliana a sostegno della campagna elettorale all insegna della convivialità, della buona politica e del buon cibo.prenotazioni: Sala Windsor Park, via San Faustino 155, Modena LAZIO Sabato 8 novembre OUTDOOR Fino al 22 novembre «Outdoor Urban Art Festival 2014»,la rassegna dedicata alla street art che si è spostata dagli spazi del quartiere ostiense a Scalo San Lorenzo. L edizione 2014 offre al pubblico un insieme di artisti molto eterogeneo: dal gesto ripetuto e marcato di Jbrock, l ironia di Laurina Paperina e dell americano Buff Montser la parola e la geometria dei greci Blaqk,la sudafricana Faith 47 e Lady Aiko dal Giappone. La Dogana, Scalo San Lorenzo, Roma Sabato 8 novembre, ore 18 UNA BELLA BICI CHE VA Presentazione del libro «Una bella bici che va» a cura di Isabella Borghese. All incontro intervengono: Fabio Rosati, giornalista, Carmelo Albanese e Alessio Dimartino, scrittori, Alba Vastano, giornalista. Partecipa la curatrice. Giulio Perrone editore, via Monte Favino, 10, Roma Sabato 8 novembre, ore 21 FAIRY Concerto stasera del quartetto musicale Fairy Ale. Centro di cultura popolare Tufello, via Capraia, 81, Roma LOMBARDIA, Domenica 9 novembre, ore 17 I BERBERI «I Berberi» è un progetto a lungo termine del fotografo portoghese Rui Pires, un documentario sociale fotografico e video iniziato nel 2009 sulle tribù Berbere, il gruppo etnico autoctono del Nord Africa di stanza ad ovest della Valle del Nilo, in particolare in Marocco, Tunisia e Algeria. Il fotografo presenta il suo lavoro domani con proiezione di fotografie e video. Le immagini di Pires, entrato in sintonia con la gente del posto che lo ha accolto nelle proprie abitazioni, indagano con particolare attenzione la dimensione sociale e la vita quotidiana dei popoli dell'area desertica: vita, volti e paesaggi racchiusi in una luce affascinante, che attraversa il concetto di luogo per inoltrarsi in visioni più umanistiche e spirituali. La Casa delle culture del mondo, Via Giulio Natta 11, Milano TOSCANA Sabato 8 novembre, ore 14 LA «CONTROLEOPOLDA» Centinaia di rappresentanti, da tutta Italia, di realtà del sindacalismo di base, della Fiom, della sinistra Cgil e di tanti comitati di lotta si riuniranno a Firenze per costruire unitariamente un percorso di lotta contro Jobs Act e contro l'accordo sulla rappresentanza siglato da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil. L'accordo «della vergogna» mira a indebolire il sindacalismo conflittuale e a stroncare le lotte nelle fabbriche, al fine di favorire l'applicazione delle leggi che cancellano i diritti dei lavoratori (come il Jobs Act). A Firenze si riuniranno, insieme con il coordinamento No Austerity, tutte le sigle sindacali e di lotta che non intendono accettare il ricatto: scopo dell'assemblea è costruire un fronte di lotta comune per respingere tutte le misure liberticide del governo Renzi e di Confindustria, Jobs Act e Accordo della vergogna in primis. Stazione Leopolda, Firenze Tutti gli appuntamenti: COMMUNITY le lettere Con la voce di Vik Buongiorno, giovedì 5 novembre, con un bonifico ho fatto il mio versamento.non poteva mancare il mio sostegno. Vi apprezzo molto. E fra tutte le buone ragioni vi è anche quella che Il Manifesto è stato a lungo la voce di Vittorio, anche dopo la sua morte e, sempre, anche la voce della Palestina. Ho fatto di più. Ho pubblicato su Fb l'appello che, ad ottobre 2010, Vittorio lanciò da Gaza nel suo video: «Da Gaza un SOS per il Manifesto», così che anche la sua voce si unisca ancora alle tante che vi sostengono. Con affetto e riconoscenza. Egidia Beretta mamma di Vittorio Vik Arrigoni Libertà d informazione Gentile direttrice, il Nursind nel ringraziare il manifesto per la campagna sulla trasparenza nelle amministrazioni pubbliche (Ordini e collegi), campagna non solo condivisa ma anche portata avanti in prima persona, raccoglie l'invito proposto dal giornale di riprendersi il manifesto. Abbiamo pensato di dare anche noi il nostro piccolo contributo. Oltre al versamento istituzionale abbiamo provveduto a girare l'invito anche ai nostri segretari provinciali sperando che anche loro colgano l'importanza dell'iniziativa. Sperando di riuscire a salvare la libertà d'informazione, Le porgo i nostri migliori auguri. Dr. Andrea Bottega Segretario Nazionale Nursind Venti per cinque Ciao 20 euro per me, 20 per mia moglie Patrizia Boido, 20 per nostra figlia Martina, 20 per il cane Ugo che ha già partecipato a numerose manifestazioni e 20 «in sospeso», da aggiudicare a chi, non avendo i quattrini, vuole tenere aperto il Manifesto. Ho effettuato versamento C/C postale. Marco Novaro Pigna (IM) Come sempre in edicola Sono felice di essere riuscita a contribuire con la mia piccola cifra tramite carta di credito, ma soprattutto acquisterò come sempre dal 28 aprile 71 in edicola, quotidianamente e solamente (sono una pensionata) il nostro manifesto. Auguri e in bocca al lupo a tutti noi. Loretta Galli Non potevamo mancare Avremmo voluto dare di più, ma come Associazione viviamo un esistenza povera di mezzi. Però non potevamo mancare, visto che noi non abbiamo mai smarrito la solidarietà. In questo senso ci riconosciamo nella definizione usata da Norma Rangeri: «Significa capacità di donare anche poco, facendolo però in tanti, tantissimi, per ottenere un beneficio comune». Bisogna ripartire da lontano, da quella solidarietà internazionale che è iscritta nei valori del trinomio «liberté, egalité, fraternité», valori che hanno radici ben salde nella storia e nella cultura europea e che oggi sono completamente oscurati dal dominio del mercato, della finanza, dell impresa. Per portarli avanti al fine di ricostruire, nel vivo della lotta sociale e politica, l orizzonte della giustizia sociale e della pace degli anni Come cercano di fare in America Latina. Un continente che non segue più come una volta i dettami degli Stati Uniti d America e delle sue multinazionali. Paesi governati da governi progressisti e socialisti che devono costantemente fare i conti con le destre che premono per togliere sostegno all arco socialista dell America Latina. Perché, a dispetto di improbabile de profundis, la dottrina Monroe è viva e gode di ottima salute. Associazione Italia-Nicaragua, Circolo di Viterbo Fatto! la palla passa a voi Miriprendoilmanifesto: fatto! Ieri mattina ho versato il mio contributo. La palla passa ora a Voi e alla Vs. capacità di trattare! Grazie Gianfranco Mazzeo Torino E sono tre... «Criticalo, ma leggilo e sostienilo»: questo è il messaggio che ho letto tante volte sul Manifesto. Per le prime due cose non ho mai smesso: ora, con la reintroduzione del C/C postale, torno a fare (per quello che posso) anche la terza. Ma vedete, la mia avversione ad alcune novità non è né nostalgia né tantomeno pigrizia. E che con le lettere mangia il tabaccaio, mangia il postino, mangia il corriere, mangia il cartolaio, mangia il giornalista: con internet invece, forse si sentono tutti consumatori vincenti... però mangia solo Bill Gates. Saluti a tutti Alberto Albertini Pavullo (MO) Comincio con 30 euro Carissimi, non potevo mancare all'ennesima campagna (la più importante) dell'unico giornale rimasto a sinistra. Ieri 6 novembre ho inviato tramite bollettino postale 30 euro. Entro dicembre arriverà anche la quota per l'abbonamento. Gennaro Nocera Mi riprendo anch'io Carissimi, anche questa volta sono dalla Vostra/nostra parte, mi sono recato alla posta perchè il bisogno di comunicazione e stampa vera è troppo importante per la sinistra e per il suo futuro. Sergio Job componente del Comitato Tsipras di Trento Tanti auguri con proposte Avete pensato di esportare su la vostra iniziativa di crowdfunding su Avrebbe diversi vantaggi. Ne elenco alcuni: 1) attrattività mediatica - forse è la prima volta che si chiede di diventare finanziatori di una testata storica. Può diventare una webstory interessante; 2) possibilità di riconoscere un "premio personalizzato", una gratificazione che fa sentire più vicini al progetto, elemento che manca al modello di sottoscrizione tradizionale; 3)percentuale di successo - piuttosto elevata, analizzando i progetti editoriali andati a buon fine presenti sul sito. Auguri per tutto, In un intervista a «New Telegraph», John Grisham, noto scrittore di gialli, ha parlato dell estensione impropria del reato di pedofilia creando scandalo. Grisham, oppositore della pena di morte e della prigione di Guantanamo, ha citato, criticando il carcere facile, il caso di un cittadino canadese che una decina di anni fa ha guardato al computer di casa sua un filmato erotico la cui protagonista aveva 16 anni. Per sua sfortuna è incappato in un indagine contro la pornografia infantile ed è stato condannato a tre anni di prigione. Che lo sguardo erotico di un adulto nei confronti di un corpo adolescenziale venga confuso con la pedofilia è preoccupante. Tra l infanzia e l adolescenza c è una differenza fondamentale: lo sviluppo sessuale. Il corpo nell adolescenza è compiutamente erotico, in grado di sperimentare un piacere sessuale profondo, orgasmico. La difficoltà dell adolescente è la gestione di questo corpo che prima che si acquisisca una certa esperienza le/gli appare familiare e, al tempo stesso, estraneo: un cavallo difficile da domare e sempre sul punto di disarcionarlo/a se cerca di cavalcarlo. La gestione è ulteriormente complicata dal fatto che la definizione erotica del proprio corpo rende ineludibile l enigma del corpo dell altro (in primo luogo del INVIATE I VOSTRI COMMENTI SU: VERITÀ NASCOSTE La fanciulla in fiore Sarantis Thanopulos corpo dell altro sesso). Nella percezione dell adolescente, il corpo dell altro estende il proprio campo di esperienza ma gli mostra anche la propria incompletezza e, mentre lo attrae, lo interroga sui suoi limiti. Il fantasma che domina lo spazio erotico dell adolescenza è, per entrambi i sessi, il fantasma della madre virginale, la madre non ancora sposa. Questa madre incontrata nella primissima infanzia come oggetto di desiderio a sé stante, la si ritrova, mediante identificazione, nell adolescenza come donna acerba, «fanciulla in fiore» pronta a sbocciare ma ancora candida. Nella sua figura convergono le due tendenze in conflitto negli adolescenti: lo schiudersi erotico alla vita e il ritrarsi nell ideale androgino di un eterna purezza efebica. La madre efebica, sospesa tra la bambina e la donna, è la figura attorno alla quale gli adolescenti di entrambi i sessi organizzano le loro fantasie d iniziazione: l anticipazione dell esperienza matura attraverso l incontro con un corpo adulto con cui ci si identifica. Questo incontro Mauro se da una parte è desiderato, perché l inesperienza rende il proprio corpo desiderante frustrante, dall altra è temuto perché è vissuto come corruzione di uno stato di grazia, un fiorire effimero che non si rigenera. Le fantasie di iniziazione sfociano in un gioco di seduzione che mentre si immerge nel brivido dell imprevisto diviene, contemporaneamente, una sfida «sapiente», l arte di uscire dall ascolto delle Sirene incolumi. L incontro erotico tra un adulto e un adolescente è una scena di iniziazione/seduzione in cui i ruoli del seduttore e del sedotto si scambiano. S incontrano di fatto due adolescenze: l adolescente che si proietta nella vita adulta, identificandosi con ciò che ancora non è, e l adulto che ritorna nell adolescenza per affrontare i suoi irrisolti problemi di transizione con quel senno di poi che in realtà non ha. Uno viaggia nel futuro alla ricerca del sapere, l altro torna nel passato pensandosi sapiente. Restano nell eccitazione dell incertezza tra lo sbocciare e il rinchiudersi del loro desiderio. L equiparazione di questo sostare nell ambiguità di una verginità erotica con la violenza sessuale su un bambino risolve il conflitto in una direzione regressiva: che la madre (la vita) resti per sempre una fanciulla divina avulsa dal matrimonio.

15 SABATO 8 NOVEMBRE 2014 il manifesto pagina 15 COMMUNITY DALLA PRIMA Luciana Castellina Ombre danzanti sulle macerie Non c era bisogno della caduta del muro per convincersi che quello non era più da tempo il modello dell altro mondo possibile che volevamo, non solo per noi che avevamo dato vita al Manifesto, ovviamente, ma nemmeno più per la stragrande maggioranza degli iscritti al Pci e dei suoi elettori. Ma non si trattava soltanto della sinistra italiana, il mutamento che segnò l 89 ha avuto portata assai più vasta: è in quell anno che si può datare la vittoria a livello mondiale di questa globalizzazione che tuttora viviamo, accelerata dalla conquista al dominio assoluto del mercato di quel pezzo di mondo che pur non essendo riuscito a fare il socialismo gli era tuttavia rimasto estraneo. Ci fu, certo, liberazione da regimi diventati oppressivi, ma solo in piccola parte perché non aveva vinto un largo moto animato da un positivo disegno di cambiamento: c era stata, piuttosto, la brutale riconquista da parte di un Occidente che proprio in quegli anni, con Reagan, Tatcher, Kohl, aveva avviato una drammatica svolta reazionaria. Al dissolversi del vecchio sistema si fece strada, arrogante e pervasivo, il capitalismo più selvaggio, sradicando valori e aggregazioni nella società civile, lasciando sul terreno solo ripiegamento individuale, egoismi, corruzione, violenza. Il coraggioso tentativo di Gorbaciov non era riuscito, il suo partito, e la società in cui aveva regnato, erano ormai decotte e rimasero passive. E così il paese anziché democratizzarsi divenne preda di un furto storico colossale, ci fu un vero collasso che privò i cittadini dei vantaggi del brutto socialismo che avevano vissuto senza che potessero godere di quelli di cui il capitalismo avrebbe dovuto essere portatore. (A proposito di democrazia: chissà perché nessuno, mai, ricorda che solo tre anni dopo Boris Eltsin, che aveva liquidato Gorbaciov, arrivò a bombardare il suo stesso Parlamento colpevole di non approvare le sue proposte?). Come scrisse Eric Hobsbawm nel ventesimo anniversario del crollo «il socialismo era fallito, ma il capitalismo si avviava alla bancarotta». Avrebbe potuto andare diversamente? La storia, si sa, non si fa con i se, ma riflettere sul passato si può e si deve ( e purtroppo non lo si è fatto che in minima parte). E allora è lecito dire che c erano altri possibili scenari e che se la storia ha preso un altra strada non è perché il «destino è cinico e baro», ma perché a quell appuntamento di Berlino si è giunti quando si era già consumata una storica sconfitta della sinistra a livello mondiale. L 89 è una data che ci ricorda anche questo. Le responsabilità sono molteplici. Perché se è vero che il campo sovietico non era più riformabile e che una rottura era dunque indispensabile, altro sarebbe stato se i partiti comunisti, in Italia e altrove, avessero avanzato una critica aperta e complessiva di quell esperienza già vent anni prima, invece di limitarsi come avvenne nel 68 in occasione dell invasione di Praga a parlare solo di errori. In quegli anni i rapporti di forza stavano infatti positivamente cambiando in tutti i continenti ed era ancora ipotizzabile una uscita da sinistra dall esperienza sovietica, non la capitolazione al vecchio che invece c è stata. E così nell 89, anziché avviare finalmente una vera riflessione critica, si scelse l abiura, che avallò l idea che era il socialismo che proprio non si poteva fare. Gorbaciov restò così senza interlocutori per portare avanti il tentativo di dar almeno vita, una volta spezzata la cortina di ferro, a una diversa Europa. Un ipotesi che aveva perseguito con tenacia, offrendo più volte lui stesso alla Germania la riunificazione in cambio della neutralizzazione e denuclearizzazione del paese. Fu l Occidente a rifiutare. Mancò all appello, quando unilateralmente il presidente sovietico diede via libera all abbattimento della cortina di ferro, il più grande partito comunista d occidente, quello italiano, frettolosamente approdato all atlantismo e impegnato ad accantonare, quasi con irrisione, il tentativo di una terza via fondata su uno scioglimento dei due blocchi avanzata da Berlinguer alla vigilia della sua morte improvvisa. E mancò la socialdemocrazia, che BERLINO OGGI/FOTO REUTERS L 89 non fu solo gioiosa rivoluzione libertaria, ma un passaggio assai più ambiguo, gravido di conseguenze di portata mondiale, che ha spianato la strada al capitalismo più selvaggio aveva in quell ultimo decennio marginalizzato gli uomini che pure si erano con lungimiranza battuti per una diversa opzione: Brandt, Palme, Foot, Kreiski. È così che l 89 ci ha consegnato un altra sconfitta, quella dell Europa. Che perse l occasione di costruirsi finalmente un ruolo e una soggettività autonome, quella Casa comune europea che Gorbaciov aveva sostenuto e indicato, e che trovò solo un simpatizzante ma debolissimo - in Jaques Delors, allora presidente della Commissione europea. Nell 89 l Unione Europea avrebbe finalmente potuto coronare l ambizione di liberarsi dalla sudditanza americana che l esistenza dell altro blocco militare aveva facilitato, e invece si ritrasse quasi spaventata. Avviandosi negli anni successivi lungo la disastrosa strada indicata dalla Nato: ricondurre al vassallaggio le ex democrazie popolari per poter estendere i propri confini militari fino a ridosso della Russia. Non andò molto meglio neppure in Germania. Anche qui ci fu certo la grande gioia della riunificazione del paese che aveva vissuto la dolorosissima ferita della divisione, ma anche qui, più che di un nuovo inizio, si trattò di una annessione condotta secondo le regole di un brutale vincitore. A 25 anni di distanza la disuguaglianza fra cittadini tedeschi dell ovest e dell est è più profonda di quella fra nord e sud d Italia, perché la «Treuhand» incaricata di privatizzare quanto era pubblico nell economia della Ddr preferì azzerare le imprese per lasciar il campo libero alla conquista di quelle della Rft. Cinque anni fa nel commemorare il crollo del muro il settimanale Spiegel rese noti i risultati di un sondaggio: il 57% degli abitanti della ex Germania dell est che dio solo sa quanto era brutta ne avevano nostalgia. Oggi probabilmente quella che viene chiamata «Ostalgie» è cresciuta. (Fra i miei ricordi c è anche una cena con Willi Brandt non molto tempo prima della sua scomparsa: tornava da un giro ad est in occasione della prima campagna elettorale del paese riunificato ed era desolato per come la riunificazione era stata condotta. La Spd non aveva del resto nascosto, sin dall inizio, la sua contrarietà a come era stato avviato il processo). Per tutte queste ragioni non condivido la spensierata (agiografica) festosità che accompagna, anche a sinistra, la celebrazione del crollo del Muro. Soprattutto perché e questa è forse la cosa più grave l 89 è anche il tempo in cui per milioni di persone prende fine la speranza e persino la voglia di cambiare il mondo, quasi che il socialismo sovietico fosse stato il solo modello praticabile. E via via è finita per passare anche l idea che tutto il secolo impegnato a costruirlo anche da noi era stata vana perdita di tempo. Un colpo durissimo inferto alla coscienza e alla memoria collettiva, alla soggettività di donne e uomini che per questo avevano lottato. E nessuno sforzo per riflettere criticamente su cosa era accaduto per trarre forza in vista di un più adeguato nuovo progetto. Non è un caso che anche i posteriori tentativi di dar vita a nuovi partiti di sinistra abbiano prodotto formazioni tanto impasticciate: perché incapaci di fare davvero i conti con la storia. E perciò qualche ristagno ideologico o la resa a un pensiero unico che indica il capitalismo come solo orizzonte della storia. Nel dire queste parole amare rischio come sempre di fare la nonna noiosa che continua a rimuginare sul passato senza guardare al presente. So bene che ci sono oggi nuovi movimenti animati da generazioni nate ben dopo la famosa storia del Muro che si propongono a loro modo di inventarsi un mondo diverso. Ma non mi rassegno a subire senza reagire il disinteresse che avverto in tanti di loro per il nostro passato, non perché vorrei ci assolvessero dai nostri errori, ma perché non sono convinta si possa andar lontano se non si ha rispetto storico per quanto di eroico e coraggioso, e non solo di tragico, c è stato nei grandi tentativi, pur sconfitti, del 900; se non si avverte quanto misera sia l enfasi posta oggi su un idea di libertà - quella ufficialmente celebrata in questo venticinquennale del Muro - così meschina da apparire arretrata persino rispetto alla rivoluzione francese dove almeno era stato aggiunto uguaglianza e fraternità, ormai considerati obiettivi puerili e controproducenti: il mercato, infatti, non li può sopportare. Non ho molta credibilità nel proporre la creazione di partiti, l ho fatto troppe volte nella mia vita e non con straordinario successo. E tuttavia ora ne vorrei davvero fare uno: il partito dei nonni. Non perché insegnino ai giovani cosa devono fare, per carità, ma perché vorrei che almeno due generazioni uscissero dal mutismo in cui hanno finito per rinchiudersi, intimiditi da rottamatori di destra e di sinistra. Vorrei che riprendessero la parola, riacquistassero soggettività: per dire che sulla storia di prima del crollo del muro vale la pena di riflettere, perché si tratta di una storia piena di ombre, ma anche di esperienze straordinarie ( a cominciare dalla rivoluzione d ottobre di cui giustamente Berlinguer disse che aveva perso la sua spinta propulsiva, non che era meglio non farla). Buttare tutto nel cestino significa incenerire ogni velleità di cambiamento, di futuro. Per finire: da quando è caduto il muro di Berlino ne sono stati eretti altri mille, materiali (Messico/ Usa; Israele/Palestina, Pakistan/ India...ultimo Ucraina/Russia) e non (vedi la disuguaglianza globale e i muri europei «a mare» nel Mediterraneo e di terra a Melilla, contro i migranti). Non proprio una festa. IL MANIFESTO-LUTTO È morto ieri il compagno Felice Piersanti Tommaso Di Francesco H a chiamato ieri in redazione Lidia Piersanti, annunciando che il padre ci ha lasciato. Felice Piersanti, uno dei fondatori del Manifesto, il compagno di tante lotte, non c è più. Ora siamo senza la sua parola informata, affabulante, il suo sorriso ingegnoso. Felice dal gennaio scorso era stato colpito da un male incurabile. A 89 anni. Temevamo una fine devastante, invece la figlia ci ha raccontato di una grande serenità. Medico, poi primario di patologia clinica in tanti ospedali pubblici, apparteneva alla generazione di uomini e donne che hanno costruito la linea di massa del Pci, in particolare sulla salute. Contribuendo alla nascita del Servizio sanitario nazionale, con grandi mobilitazioni di operatori sanitari, contro lo spreco della sanità privata, delle cliniche sovvenzionate dal denaro pubblico delle Regioni. Tra le sue battaglie, l apertura degli ambulatori degli ospedali, nella convizione che la risposta alla malattia non sia tanto il ricovero ospedaliero ma la prevenzione. Radiato con il gruppo del Manifesto nel novembre 1969, partecipò da subito all organizzazione del Gruppo, contribuendo alla rivista e poi, dall aprile del 1971 al quotidiano comunista, fino al febbraio Nell esplodere dell autunno caldo con nuovelotte operaie contro l organizzazione del lavoro in fabbrica e la sua nocività, aziendale e territoriale, diede vita, insieme a Maccacaro, a Medicina Democratica. Il suo impegno contro la presunta neutralità della scienza e della medicina, lo portò già medico professionista ad essere parte del collettivo di medicina del movimento studentesco a Roma, che poi aderì al Manifesto. Pronto sempre all intervento «di linea» e al soccorso medico, come quando lo portanno a curare alcuni braccianti dell Agro romano che vivevano e lavoravano, a pochi chilometri dal centro della capitale d Italia, in condizioni da Medioevo. Grazie a lui abbiamo amato la vita delle persone. Per noi è sempre stato l «esperto e rosso» per eccellenza. E un esempio, tranquillo e sorridente, di generosità. Ma soprattutto gli siamo grati della sua storia d amore per Liliana, la compagna di una vita. E dell indimenticabile allegria dei primi anni del Manifesto quando, ad un fine anno del 1971 che aveva visto la Pravda attaccare la nascita del nostro quotidiano, arrivarono vestiti da coppia della nomenclatura sovietica. Un abbraccio dal collettivo del manifesto a Liliana - che domenica saluterà amici e compagni nella storica casa di via Flaminia - e alle figlie Lidia e Serena. il manifesto DIR. RESPONSABILE Norma Rangeri CONDIRETTORE Tommaso Di Francesco DESK Matteo Bartocci, Marco Boccitto, Micaela Bongi, Massimo Giannetti, Giulia Sbarigia CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE Benedetto Vecchi (presidente), Matteo Bartocci, Norma Rangeri, Silvana Silvestri il nuovo manifesto società coop editrice REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE, Roma via A. Bargoni 8 FAX , TEL REDAZIONE AMMINISTRAZIONE SITO WEB: iscritto al n del registro stampa del tribunale di Roma autorizzazione a giornale murale registro tribunale di Roma n ilmanifesto fruisce dei contributi statali diretti di cui alla legge n.250 ABBONAMENTI POSTALI PER L ITALIA annuo 320 semestrale 180 versamento con bonifico bancario presso Banca Etica intestato a il nuovo manifesto società coop editrice via A. 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