Raffaello Pagliaccetti

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3 Raffaello Pagliaccetti Cronaca di un recupero restauro e fusione in bronzo dei gessi Pinacoteca Civica

4 Mostra promossa e organizzata da: BANCA DI TERAMO DI CREDITO COOPERATIVO S. C. ADERENTE AL FONDO DI GARANZIA DEI DEPOSITANTI DEL CREDITO COOPERATIVO Fondazione Venanzo Crocetti Teramo, Pinacoteca Civica 23 aprile - 30 giugno 2010 Sindaco Maurizio Brucchi Assessore agli Eventi Guido Campana Direttore Generale Furio Cugnini Mostra a cura di Paola Di Felice Progetto Didattico Gioia Porrini Coordinamento generale Rocco Porreca, Dirigente Settore Cultura e Musei Restauri PRAXIS di Rolo Jenny e Majoli Franco Fusioni in bronzo Fonderia d Arte Fabris e F.lli Folla sas - Fonderia Arte Bronzo srl Referenze fotografiche Fabrizio Sclocchini Progetto grafico e stampa Grafiche Martintype Si ringrazia per la disponibilità la Fondazione Ventilj e la TE.AM. spa

5 Raffaello Pagliaccetti alla Pinacoteca Civica di Teramo: un appuntamento che conferma la spiccata sensibilità verso la creazione artistica dai riflessi di rilievo. La Mostra è occasione per avvicinare l artista nato a Giulianova e per puntare l attenzione sul recupero dei suoi gessi fusi poi in bronzo. Così, l appuntamento ci consente di conoscere un percorso artistico di profonda ispirazione e dai risultati avvincenti. Oltre ciò, particolarmente significativo è l altro aspetto dell evento e che è chiaramente descritto nel suo titolo: il racconto del recupero, del restauro, delle opere realizzate da uno dei massimi scultori abruzzesi dell ottocento. Operazione, questa, che dà il segno della sensibilità di chi se ne è fatto promotore e artefice, e che testimonia di una attenzione vigile e fattiva nei confronti di qualificanti e qualificati artisti della nostra terra, fino ad ora forse sottodimensionati ma, proprio grazie a tali operazioni, anch essi recuperati ad un livello e ad una dignità artistiche degne. La Mostra costituisce, su un altro versante, una nuova tappa del cammino che in un insieme più articolato, è teso alla crescita della città, in termini di offerta e di produzione culturale. L Amministrazione Comunale, con le iniziative già organizzate e con quelle che sono in programma, vuol tracciare un percorso che, muovendosi in continuità con il recente passato, intende dar corpo ad una stagione il cui obiettivo è di far finalmente decollare le potenzialità che, nel settore, sappiamo innumerevoli e fondamentali. La Mostra dei bronzi di Pagliaccetti contribuisce, per la sua particolarità, a consolidare tale progetto, le cui prospettive vogliono far sì che si realizzi quel salto di qualità, costantemente auspicato dai cittadini e dalle realtà associative. È un evento cui guardiamo con ammirazione, con compiacimento e che salutiamo con particolare enfasi. Insomma: una Mostra importante, che dà prestigio alla nostra città e che conferma - anche per la collocazione nella da poco riaperta Pinacoteca Comunale - la ritrovata vitalità culturale, il risveglio, che prospettiamo sempre più coinvolgente e foriero di risultati. Ringrazio per il contributo e la sensibilità tutti i protagonisti dell evento: la Regione Abruzzo, la Fondazione Tercas, la Fondazione Crocetti e la Banca di Teramo. La collaborazione prodotta in questa occasione, è la prova concreta delle straordinarie possibilità e degli effettivi risultati che è possibile realizzare quando si uniscono intelligenze, lungimiranza e operatività. Il Sindaco di Teramo Maurizio Brucchi 5

6 Nell Ottocento era motivo di particolar orgoglio in tutte le Accademie in Italia e all estero poter esibire una galleria con le principali sculture dell Antichità classica e del Rinascimento riprodotte in gesso. Quasi si poteva valutare il prestigio dell istituzione dall articolazione e dal numero di tali opere, destinate a riscuotere l ammirazione dei visitatori oltre che ad assolvere finalità didattiche. In qualche modo si aveva l impressione di poter meglio catturare l anima dei capolavori di tutti i tempi attraverso queste riproduzioni tridimensionali e a grandezza naturale. Il vero più vero si percepiva attraverso la copia, che anzi contribuiva a far acquisire qualche elemento in più perché ne era premessa la manipolazione, preclusa viceversa in presenza di originali gelosamente custoditi nelle raccolte di tutto il mondo. Del resto già dal primo Rinascimento era una prassi consolidata far riprodurre in scala ridotta e in bronzo le opere più rilevanti, a vantaggio di un pubblico di appassionati e collezionisti che allestiva una propria wunderkammer per soddisfare la voglia di svago e di conoscenza assieme. Le richieste erano tali da incentivare l impegno anche di tanti artisti di grido i quali si cimentarono con queste pratiche di copia, abbastanza complesse perché in ogni caso imponevano la preparazione di un nuovo modello in terracotta o in cera, di fronte un originale non di rado difficile da raggiungere. Oggi in alternativa alle tecniche più tradizionali e ai calchi, tuttora praticati con eccellenti risultati, la tecnologia sempre più sofisticata permette di eseguire fedelissime copie anche attraverso la scannerizzazione in 3D. Eppure, stranamente, la maggiore facilità con cui si possono realizzare repliche perfette non sembra rappresentare un incentivo a sfruttare un opportunità che, se praticata in maniera corretta, andrebbe a tutto beneficio della diffusione dei modelli più significativi dell identità culturale di una nazione. Mentre in Oriente si replica tutto e con grande disinvoltura per il mercato della globalizzazione, al contrario in un Occidente in declino, e in Italia in particolare, la pratica di copia appare come demonizzata, forse perché oggi la gente comune tende ad identificare la riproduzione di un opera d arte con i souvenir proposti dagli ambulanti dinanzi i principali monumenti. In effetti l ambito della copia è molto variegato, c è copia e copia come può esserci un buon originale e un altro pessimo. Abbastanza sporadiche e occasionali sono ancora le circostanze in cui è prevista una riproduzione di qualità, limitata per lo più a particolari situazioni collegate al restauro di capolavori che non possono essere lasciati all aperto e quindi vengono sostituiti con copie che rasentano la perfezione. Il caso delle repliche in bronzo delle sculture di Raffaello Pagliaccetti rientra in qualche modo nel medesimo alveo: la riproduzione come garanzia della conservazione futura per opere fragili o facilmente deperibili, perché certo una fusione in bronzo è pronta a sfidare il tempo, a patto che si intenda accettare le imprevedibili colorazioni che può assumere il metallo Ma quella della patina è un altra storia. Soprintendente per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici dell Abruzzo Lucia Arbace 6

7 Il 19 maggio del 1900, durante la commemorazione dello Scultore Raffaello Pagliaccetti, nella sala del consiglio comunale di Giulianova, Pasquale Ventilj, nella sua qualità di assessore provinciale assunse l impegno di costruire un Museo per ospitarvi, in modo permanente, le opere dello scultore, morto alcuni giorni prima. Nel 1990 noi riprendemmo quell impegno durante le celebrazioni del 150 anniversario della nascita dello scultore, quando nelle sale del Palazzo di Giustizia di Teramo, appena ristrutturato, organizzammo la mostra delle sue opere e dei quattro scultori abruzzesi viventi: Andrea e Pietro Cascella, Mario Ceroli e Venanzo Crocetti. Fu una mostra di notevoli dimensioni che occupò tutto il piano terra del Palazzo di Giustizia. Il tentativo di costruire un museo pagliaccettiano, Ventilj lo aveva ripreso nel 1914 quando recuperò le opere dello scultore giuliese sfrattate dai musei di S. Marco e di S. Salvi di Firenze. L architetto Patrignani progettò il Museo che doveva essere costruito nei pressi della piazza Belvedere. Neanche questa volta il progetto fu realizzato perché i fondi raccolti furono utilizzati per costruire le case dei pescatori. Ventilj era un uomo tenace e ancora una volta, nel 1939, in occasione delle celebrazioni del centenario della nascita, ripropose il progetto che però rimase tale ed a Ventilj, che nel frattempo aveva acquistato tutte le opere di Pagliaccetti, non restò altro che donare le opere, insieme al suo patrimonio, alla congrega di carità di Teramo, che, allora, gestiva gli ospedali. Successivamente le opere di Pagliaccetti passarono al Comune di Teramo. Nei vari passaggi i gessi, soprattutto, subirono danni non lievi. Nel 1990 il Comitato da me presieduto, decise di restaurare i gessi e di fonderne in bronzo sette: Il Cappellini a Lissa, le due versioni del Rossini, il Garibaldi, lo Scemo, la Bambina Seduta e la Virgo. Su iniziativa dell Assessore alla Cultura, Oscar Tancredi, la Sovrintendenza ai beni culturali dell Aquila, restaurò l Orfanella. Durante una visita a Firenze per la mostra delle opere di Crocetti allestita da noi nel Museo di Santa Croce incontrammo il Dott. Viggiani, Direttore dell Accademia di belle arti di Firenze e con lui, davanti alla statua di S. Andrea, realizzata da Pagliaccetti e collocata sulla facciata di S. Maria del Fiore, ci impegnammo di recuperare tutte le opere, allora in gesso, e di allestire un Museo a lui dedicato. L idea sembrò concretizzarsi nel 1991, nel Palazzo di Giustizia ristrutturato, ma il cambio di amministrazione e l ostilità di alcuni personaggi fermarono ancora una volta il progetto. L Amministrazione comunale però si pose di nuovo il problema di una migliore collocazione delle opere e di recuperare i gessi assai malandati. Solo recentemente, con una intelligente collaborazione tra la Fondazione Venanzo Crocetti, il Comune di Teramo e la Fondazione Ciotti-Ventilj è stato possibile recuperare altre 18 opere, fuse in bronzo, mentre quasi tutti i gessi sono stati ormai restaurati. In questa mostra esponiamo i 25 bronzi a fianco delle opere originali in gesso. È stata questa l occasione per riprendere, con il Sindaco di Teramo, l idea del Museo da destinare ora ai due scultori giuliesi, Venanzo Crocetti e Raffaello Pagliaccetti, nelle sale dell IPOGEO in costruzione. Continua così il destino comune dei due più grandi scultori della nostra Provincia, la comune origine giuliese, la frequentazione dell Accademia di S. Luca dove Pagliacci studia e Crocetti vince, a 19 anni, il primo premio della scultura e successivamente ne diventa Presidente per due mandati. Le esperienze maturate a Firenze dove Pagliaccetti lavora per tanti anni e dove per un brevissimo periodo insegna all Accademia 7

8 di belle arti, dove invece Crocetti insegna per 11 anni. Anello di congiunzione ed elementi di continuità dei rapporti tra i due maggiori scultori è l artista giuliese Ulderico Ulizio, nella cui bottega il giovinetto Crocetti apprende i primi insegnamenti della scultura. Ulizio era stato allievo di Pagliaccetti e stabilì un solido legame di amicizia con Crocetti, che orfano di entrambi i genitori si rivolge a lui, oltre che per consigli nel campo dell arte anche per aiuto in diverse circostanze. L ho potuto riscontrare da una fitta corrispondenza tra i due che sono riuscito a recuperare. Firenze nella seconda metà dell 800 esercitava un enorme fascino sugli uomini di cultura abruzzesi. Nello stesso periodo a Firenze viveva la nostra poetessa Giannina Milli, fervente sostenitrice dell Unità d Italia. C erano anche Fedele Romani, docente nel liceo classico e scrittore, il Barnabei insigne professore di lettere e scrittore. Tanto che Dell Ongaro, noto critico e storico dell arte scrisse: di Teramo è anche il Della Monica che improvvisa sulla tela, come Giannina Milli improvvisa sulla scena e concludeva: Teramo è un nido di artisti. Di più nella villa la Capponcina di Settignano aveva fissato la sua dimora anche Gabriele D Annunzio, assiduo frequentatore dei salotti culturali fiorentini. Nel 1900, il Vate Abruzzese, che era stato eletto Deputato nel collegio di Ortona nel 1897, si candidò in un collegio di Firenze per essere rieletto Deputato. Non fu fortunato, sia perché aveva cambiato schieramento politico, passando dalla Destra alla Sinistra, sia perché, sradicato dal suo collegio naturale di Ortona, non riuscì a catalizzare i voti dei fiorentini. I due scultori avevano in comune non solo la terra di origine ma anche la tenacia e la forza del carattere, la severità nel concepire la vita, il rigore verso se stessi, una grande capacità di lavoro e di sacrificio, la coerenza della fede e nella fedeltà agli ideali patriottici. Un collega di Pagliaccetti, Rinaldo Carnielo, così lo descrive: facile e corretto nella parola e amato da molti e rispettato da tutti, basta a sé stesso. Non è pecora di nessun gregge, né pastore di pecore. Fa un arte tutta sua. A Firenze trovò un periodo di vivaci fermenti soprattutto per opera dello scultore Bartolini, le cui doti di innovazione furono determinanti per la nascita del realismo in Toscana. Bartolini esercitò una notevole influenza su di lui. Anche il Duprè gli fu amico e consigliere. Da lui ereditò la severità spirituale, e, alla sua morte, per sette mesi, lo sostituì alla cattedra di scultura all Accademia di Belle Arti, come risulta da un verbale riportato dalla rivista arte e storia con queste parole: nella seduta dell 11 gennaio 1883 fu nominato, con votazione splendida, l artista valente, grande modesto, Raffaello Pagliaccetti, che deve essere ben lieto della onorificenza così lusinghiera. Pagliaccetti si inserisce perfettamente nel clima culturale della città toscana dove domina il verismo nella letteratura. Verga nei suoi viaggi per l Italia sosta spesso a Firenze. Pagliaccetti nel 1866 realizza le sue prime opere importanti: il Garibaldi a Caprera, il Cappellini alla battaglia di Lissa e il busto di vecchia donna, che presentato insieme ad altre opere, all esposizione universale di Parigi gli procurò l assegnazione alla medaglia d oro. Nella esposizione universale di Philadelphia riscosse grande successo la statua di Garibaldi a Caprera, anche questa rimase in gesso e non fu mai tradotta in bronzo, come tutte le altre opere che ci sono pervenute. 8

9 Anche la statua di Pio IX ebbe un accoglienza entusiasta, sia dagli esperti che dalla critica ma anch essa, a causa della precaria situazione finanziaria dello scultore, rimase in gesso. Fu i Filosofo Augusto Conti, ammiratore del nostro artista, che pensò che un capolavoro come quello non poteva rimanere in gesso, materia assai fragile e destinata a perire. Il Filosofo si rese promotore di una sottoscrizione tra i suoi amici e riuscì a fondere in bronzo la statua e la donò a Papa Leone XIII. Oggi è quasi abbandonata nella sede del Pontificio Istituto delle missioni estere nel quartiere Monteverde, a Roma ed è intrasportabile. Il Comune di Giulianova, però, possiede una versione originale del Pio IX, prima o poi bisognerà trovare le risorse per fondere anche questo gesso per evitarne la rovina. Altra vicenda che turbò profondamente lo scultore e aumentò i contrasti con il suo comune di origine fu quella del monumento a Vittorio Emanuele II. L incarico per l esecuzione della statua a Vittorio Emanuele II doveva costituire il ritorno in patria dello scultore, che era vissuto sempre fuori. Era un ritorno sul proprio territorio che, conosceva molto poco, perché fin da giovane si era trasferito a Roma e poi a Firenze. Per lui il monumento era di importanza estrema perché consacrava agli occhi dei compaesani il successo che aveva ottenuto nella scultura. Affrontò quindi il progetto con grande entusiasmo e pieno di ideali dovendo ricordare nell opera, la sosta di Vittorio Emanuele II, che dopo la vittoria a Castelfidardo, era entrato nel Regno attraversando il Tronto e sostando per una visita a Giulianova. Ma purtroppo presto i numerosi inconvenienti che si presentarono durante e dopo la realizzazione dell opera esacerbarono ancora maggiormente i suoi risentimenti verso la terra nativa. Il Comune di Giulianova, che aveva assunto l impegno di pagare la realizzazione dell opera, non mantenne la promessa e lo scultore dovette impegnarsi, con la fonderia, firmando delle cambiali, che non furono, poi, onorate. La statua, appena fusa, fu danneggiata pesantemente durante il trasporto da Pistoia, dove era stata fusa in bronzo, a Firenze: si ruppe il braccio destro e la spada, che dovette frettolosamente rifare. Trasportata a Giulianova, la statua rimase in stato di abbandono sulla piazza in attesa che fosse realizzato il piedistallo, che fu successivamente costruito nelle dimensioni attuali senza il suo consenso. Egli avrebbe preferito un piedistallo più alto. Il Critico De Micheli scrisse che, il piedistallo realizzato dal Comune rendeva giustizia all opera imponente del Re, se invece fosse stato più alto, come desiderava Pagliaccetti, l opera sarebbe sembrata meno importante. De Micheli scrisse belle pagine critiche sull opera di Pagliaccetti e, da parte sua, gli rese giustizia inserendolo nella storia degli artisti dell 800 che egli stava scrivendo ed affermò con convinzione che Pagliaccetti è un artista che assolutamente non si può lasciare nell oblio. Questo episodio è simile a quello che, dopo anni di assenza riportò Crocetti a Teramo. Nel 1956 Carino Gambacorta, appena eletto Sindaco, gli propose di realizzare il monumento ai Caduti di tutte le guerre, sul viale dei Tigli. Per Crocetti quell incarico fu un riconoscimento della sua terra, dei successi che aveva ottenuto da quando aveva lasciato l Abruzzo. Era un ritorno da vincitore nella sua terra che non lo conosceva. Crocetti non ebbe la stessa sfortuna di Pagliaccetti ma le vicende che comportarono la realizzazione 9

10 del monumento ai caduti furono tante e alcune molto spiacevoli. Il contrasto con i tecnici comunali per la realizzazione della piattaforma e della vasca sulla quale sono posti il Cavallo e il Cavaliere, i dissensi sorti per l esecuzione dell opera con l amministrazione comunale, i ritardi eccessivi nei pagamenti turbarono profondamente i rapporti tra l artista e la committenza. Siamo in possesso di un vasto epistolario che documenta l intera vicenda. Ma la saggezza del Prof. Carino Gambacorta e l amicizia che nel frattempo era nata tra di noi, volsero a stemperare i toni e a creare un clima di forte e duratura intesa. Pagliaccetti, appena tornato in Abruzzo, ebbe un intensissima emozione dallo stato di indigenza di tre orfanelle. Egli, chiamando in aiuto anche gli amici, le sostenne generosamente, ma volle fare molto di più: rappresentò in una statua di terracotta policroma la più infelice delle tre, che era, per di più, anche cieca. È una figura raccolta, severa, composta, che lascia trapelare un profondo spirito di tristezza e malinconia. Oggi è una delle opere più belle della collezione della Pinacoteca Civica. L abbiamo dovuta difendere perché la Sovrintendenza, dopo il restauro, avrebbe voluto trattenerla al Museo Nazionale dell Aquila. L orfanella cieca invece deve essere collocata nel nuovo Museo Crocetti Pagliaccetti di prossima apertura. All inizio della sua attività Pagliaccetti realizzò in marmo il busto di Melchiorre Delfico e lo donò all Amministrazione Provinciale di Teramo come segno di gratitudine per la borsa di studio concessagli per frequentare l Accademia di San Luca. La Banca di Teramo l ha recentemente fatto fondere in bronzo e sarà collocato il prossimo 25 aprile tra i busti dei personaggi illustri nei giardini Carino Gambacorta di Teramo. La nostra banca, in collaborazione con la Fondazione Ciotti Ventilj, realizzerà anche la gipsoteca nel palazzo Ventilj di Mosciano, coronando così un sogno dell Assessore Ventilj e proteggendo i numerosissimi gessi recuperati e restaurati in questi anni. Presidente On. Antonio Tancredi 10

11 È sempre una ottima occasione di crescita culturale assistere alla presentazione di una nuova fatica tramutata in evento espositivo pronto a farsi osservare, leggere, commentare. Perché il tema affrontato in questa mostra, quello della fusione in bronzo di venticinque sculture dell artista giuliese Raffaello Pagliaccetti, di proprietà della Fondazione Ventilj, oltre a suscitare motivi di interesse e creare attesa per quella che é stata una straordinaria operazione di tutela del patrimonio collettivo, aggiunge una pagina significativa alle scritte in precedenza sull autore, e integrano la serie di riflessioni fatte sulla scultura abruzzese e italiana dell Ottocento. La valorizzazione dei beni culturali é sicuramente, in assoluto, un settore che necessita di un poderoso rilancio soprattutto nella prospettiva di una città che vuole e deve guardare al futuro, a partire dalla conoscenza e dalla comprensione del proprio passato. In tale ottica un lavoro puntuale e metodico che, con spirito e dosaggio attento elenca, documenta, cataloga, analizza e individua le opere che più necessitano di un recupero, si qualifica, ed é il caso delle sculture di Pagliaccetti, come un contributo essenziale per la conservazione, tutela e valorizzazione di un patrimonio collettivo che, più di altro, si offre come biglietto da visita di un intera comunità. Potrà forse apparire un affermazione facile e scontata ma non esiste collezione pubblica che, meglio dei gessi della Collezione Ventilj, si adatta ad essere raccontata; e in effetti essa rappresenta un significativo e avvincente tassello di una storia dell arte che va ancora narrata a più voci e con la consapevolezza che esse saranno di enorme interesse per la ricostruzione della vicenda scultorea artistica ottocentesca. Perché le opere di Raffaello Pagliaccetti portano il segno dei tanti eventi che hanno fatto la storia di questo territorio e di quello nazionale esprimendone, al pari di altri fattori socio-economici, l identità più visibile ed autentica ma, soprattutto, in esse si esplicita l ispirazione, di matrice neoclassica per un verso e realistica dall altro, i due poli entro cui oscilla la musa ispiratrice della scultura ottocentesca cui il nostro aderisce con una sintesi di rara vigoria. Una convinzione ancor più sostenibile alla luce dei risultati ottenuti grazie all opera di restauro e fusione in bronzo dei gessi, prodotti a cavallo fra la prima e la seconda metà dell Ottocento, che ha restituito il soffio vitale della creatività a personaggi del vivere civile, a eroi protagonisti della storia, ad attori di un drammatico vissuto quotidiano, fissati nella dinamica immobilità di una posa scultorea che ha conferito l immortalità dell hic et nunc, anche se appannati da decenni d oblio. E in realtà il continuo sforzo di documentazione e di ricerca, che é alla base dell intera operazione di recupero dei venticinque gessi di Raffaello Pagliaccetti, opere di assoluta pregnanza nello scenario culturale e artistico del nostro territorio e dell intera penisola, é la testimonianza di un impegno vivo e fruttuoso, che stimola ad ulteriori riflessioni sull autore e sulle sue opere con lo stesso rigore e la stessa tenacia, oltre che a considerazioni sull intervento restaurativo. E in effetti a rileggere i testi sacri del restauro viene da pensare che, anche in un età come la nostra, per la quale i problemi della conservazione sono fondamentali, la pratica complessa e mai facile del restauro non sia ancora entrata nell orizzonte della cultura per così dire quotidiana, pur se il nostro destino di nati tardi, di epigoni, come diceva 11

12 profeticamente Nietztche, ci obbliga ad un rapporto permanente con il passato e con i beni, gli oggetti e le forme attraverso cui esso continua a parlarci e a dare testimonianza di se stesso. In tale ottica é sembrata imprescindibile un operazione di progressiva trasformazione di alcune opere d eccellenza espressive dell arte del nostro che, grazie al convergere d intenti da parte della Regione Abruzzo, Fondazione Tercas, Fondazione Crocetti e Banca di Teramo, é stata realizzata negli anni. Tale operazione ha affiancato, al problema conoscitivo e interpretativo del conservare, un problema etico che ci ha suggerito considerazioni inerenti le procedure, gli accorgimenti, le invenzioni applicate alla varietà inesauribile della materia e delle forme oggetto dell intervento. Per questo la presentazione delle opere restaurate e fuse in bronzo appare anche un occasione unica e irripetibile per discuterne i risultati, le impostazioni, le modalità esecutive e, soprattutto, per far conoscere anche a un pubblico più vasto quella che alla fine é un etica, un intelligenza del fare, del custodire in modo critico, del risarcire i guasti del tempo senza mai falsificare ciò che ci resta di altre epoche e altre stagioni, conservandone il volto più autentico, l immagine più vera e gelosamente individuale. E ancora si è inteso, con questo intervento, compiere un azione di risarcimento a posteriori nei confronti dell artista il quale, il 6 aprile 1877, in risposta all amico Vincenzo Bindi, che gli chiede ulteriori notizie sulla sua biografia da inserire in un opera sugli Artisti abruzzesi che pubblicherà nel 1883, scrive tra l altro...i lavori da me fatti sono ben pochi, ed in gran parte sono rimasti semplici modelli del mio studio a causa di poca fortuna e pochissimi mezzi. È in effetti il destino della maggior parte delle sue opere: calchi ricavati da originali in argilla che riproducono fedelmente anche le impronte dei polpastrelli dell artista, oltre che evidenziarne la giunzione dei tasselli e/o delle valve e che, nel tempo, per la caratteristica igroscopica del materiale o per la corrosione completa delle armature interne di ferro, hanno subìto processi di degrado o rotture dei pezzi con evidenti alterazioni del modellato. Tutto questo aveva reso più difficile l analisi e lo studio delle singole opere e, in ultima analisi, della sua personalità di scultore a cavallo fra la prima e la seconda metà dell Ottocento, a più di ottanta anni dalla monografia del Parroni, che rimane una pietra miliare per la puntuale elencazione delle opere trasferite dal benemerito Pasquale Ventilj dallo studio dell artista, in Firenze, a Mosciano, e da più di venti anni dal dettato critico di Mario De Micheli che, in occasione della mostra dedicata a Pagliaccetti nel 1989, tentò una prima riflessione critica sulla sua arte, dedicandogli negli anni successivi ampio spazio nella sua monografia sulla scultura italiana dell 800. E così, date le molteplici rotture di parti con alterazioni del modellato, le numerose sbreccature delle singole opere e, in qualche gesso, la presenza di una patina superficiale ambrata riferibile a film di gommalacca o cere applicate come passaggio per la fusione, è venuta maturando l idea di una sistemazione di parte delle opere dell artista mediante una campagna di restauro dei gessi maggiormente compromessi e un programma di fusione delle sculture più significative nello scenario della sua produzione artistica. Ne è scaturito un progetto che ha cercato di tener conto, in un ambito cronologico che testimoniasse il progressivo evolversi della sua arte, delle tematiche più care 12

13 all autore, ora evidenziando opere dalla chiara matrice neoclassica ora quelle per le quali, a ragione, sia Parroni che De Micheli, parlano di verismo del nostro; ora recuperando le matrici della scultura monumentale, ora coniugando il ritratto al femminile o al maschile sino alle sculture di piccole dimensioni ma piene di quell energia vitale che pare animare in ogni piccola parte un corpo in tensione, annidata in ogni piega della struttura corporea e dell anima. Si è tentato, in tal modo, di imprigionare nel bronzo la forza vigorosa di personaggi, volti, bozzetti di monumenti, teste colossali cui forse la materia gessosa, ancorché segnata dall impronta dei polpastrelli degli originali in argilla, non era riuscita a conferire la vitalità incontenibile, sia pur rattenuta entro le fattezze di un corpo o di un volto, fissata per l eternità. Vitalità incontenibile che è appunto nel torso di Fauno il quale, seppure legato alle sue prime esercitazioni accademiche e a chiari riecheggiamenti neoclassici nel recupero di un soggetto mitologico, si anima di una forza in tensione che, in questo caso, il gesso patinato asseconda e trasforma in grumo di energia, dalla conchiglia brandita e poggiata sul ventre sino al capo in vigorosa torsione laterale. È ancora il caso degli Studi per il Cenotafio di Cosimo de Bartolomei che, tra il 1870 e il 1875, Pagliaccetti realizza indulgendo a note di elegiaco classicismo nelle fattezze, nei volti, nelle pose che hanno lasciato ogni materialità terrena per veleggiare in un mondo umbratile e soffuso di malinconia, al pari di certe eroine del mondo classico cui l assenza di vita conferisce la bellezza pensosa che solo la mancanza di luce può provocare in un ombra incorporea mentre Zena, accovacciata e avvolta dalla sua nudità che l assimila ad un eroe antico, indugia con il suo sguardo proiettato in lontananza verso arcane verità intraviste ma taciute, in un drammatico ma appena connotato contrasto tra la levigatezza del volto e del corpo stesso e la chioma riccioluta entro cui si annida e riesplode la luce, conferendo alla schiava la drammatica rassegnazione di tante donne, illustre bottino di guerra, strappate alle loro famiglie e alla loro patria. E siamo in un mondo pieno di riecheggiamenti classici che, attraverso Tenerani, Pagliaccetti eredita da Canova, Thorvaldsen la cui arte il nostro respira, allievo dell Accademia di S. Luca dal 1858 al 1961, e che si porta nel suo bagaglio espressivo senza abdicare completamente ai dettami di quell arte neppure dopo le belle prove veriste del Ritratto di vecchia, Cappellini a Lissa, lo stesso Galvani o il Demente. È qui che il realismo, temperato da una sorta di idealismo, del Dupré, fa bella prova, nel volto appassito della vecchia dalle guance cadenti e dallo sguardo appannato cui si contrappone la tiara di riccioli sul capo, nel tentativo di conferirle una maturità in grado di contendere con il rovinoso scorrere del tempo; nello slancio eroico del Cappellini, soldato per eccellenza nella sua divisa così ricca di particolari; nel Demente, dal volto grottesco, maschera urlante il dolore della propria esistenza; nel Galvani, con il suo rigoroso abito settecentesco, tutto proteso verso l oggetto del suo esperimento, una moribonda ranocchia, inconsapevole medium per la conduzione dell elettricità. Ma è nei ritratti, al maschile e al femminile, che Pagliaccetti riesce a rendere con forza l elemento fisiognomico: ora un lieve e impercettibile piegamento del busto, ora un profilo aquilino, ora l irriproducibile 13

14 atteggiarsi di un labbro, particolari fortemente connotanti di singole opere, si trasformano in espressione fisica a cogliere un moto dell anima. Così si alternano serenità a cruccio, energia e slancio a tristezza, austerità a ieratica pensosità, lasciando spazio a immaginifiche congetture sugli scenari psicologici retrostanti sino alla bellissima Virgo, tutta piena di un nitore espressivo quattrocentesco che pure indulge, nella resa delle fosse orbitali o delle pieghe labiali, a dettami di un arte veristica mentre, nella scultura coniugata con il monumentale o in quella dalle piccole dimensioni, protagonista è assai spesso il particolare, che siano pieghe facciali o parti emergenti di un volto, che sia un particolare abbigliamento o la resa di una fanciulla sottratta all Ade, in un atteggiamento di muto e fanciullesco colloquio con una candida colomba. Particolari, dettagli, peculiarità, frammenti espressivi che il bronzo della fusione sottolinea, e fissa, lasciando riemergere la suggestione dell impronta dei polpastrelli nell argilla mentre l artista nel chiuso del suo studio, novello demiurgo, plasma la materia per darle un anima. Direttore dei Civici Musei Paola Di Felice 14

15 Opere

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17 Fauno, gesso patinato, cm. 150x50x30 17

18 18 Galileo Galilei, gesso, cm. 73x65x30, 1864 ca.

19 fusione postuma in bronzo,

20 20 Il soldato Cappellini a Lissa, gesso, cm. 85x40x38, 1866 ca.

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