A cura degli alunni delle classi quarte

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1 Istituto Comprensivo 1 Polo Leverano Scuola Primaria Via Della Consolazione e Via Montessori a.s. 2009/2010 CONCORSO INDETTO DALLA BCC DI LEVERANO A cura degli alunni delle classi quarte 1

2 I NONNI Grande ricchezza per la famiglia, che generosamente spargono, nella vita di ogni giorno, i loro preziosi semi di saggezza e di sapienza, affinchè le giovani generazioni, a cui essi lasciano lo scettro del FUTURO, possano costruire un avvenire quanto più possibile sereno, attingendo dall esperienza, a volte felice e a volte dura, di chi li ha preceduti e facendo tesoro dei consigli e degli ammonimenti che rappresentano il loro TESTAMENTO SPIRITUALE. A tutti i nonni un GRAZIE di cuore, per la loro dedizione e per i loro grandi insegnamenti di vita. 2

3 A Te Nonno Nonno, nonno, raccontami una storia Non quella di Pinocchio o Pollicino, torna indietro un po con la memoria, raccontami di te che eri bambino. Com è bello ascoltare, nonno mio, della tua vita fatta di avventure, dei tanti sacrifici che hai affrontato, delle giornate belle e quelle scure Ammiro la tua forza, il tuo coraggio, la tua sincerità, la tua saggezza, del mio affetto io voglio farti omaggio e vederti scoppiar di contettezza. Angela 3

4 La nonna racconta Siede la nonna vicino al focolare, circondata dai grandi e dai piccini Racconta stanca e narra avvenimenti di quando il nonno e lei eran bambini. Com è bello ascoltar le sue avventure, seduti tutti intorno a quel camino con lo sguardo attento e il naso in sù scoprir con lei i segreti e le passioni di un tempo andato che ormai non torna più Ogni storia ha un insegnamento che lei regala a ogni nipotino, perché attingendo dalla sua esperienza possa meglio costruire il suo destino. Angela 4

5 PER GLI ALUNNI DI LEVERANO CARMINE ERROI detto: 5

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7 Carmine Erroi, un nonnino di circa 90 anni, morto nel Settembre 2005, è stato da sempre vicino al mondo della scuola e dei bambini, tanto da essere considerato da tutti maestro di vita e allo stesso tempo un compagno di banco perché riusciva a trasmettere la sua esperienza e la sua cultura in modo semplice e spontaneo, proprio come si addice ad un bambino della nostra età. Nonostante abbia frequentato la scuola solo fino alla quinta elementare, è stato definito Il poeta contadino per il suo spiccato interesse verso la cultura, per la sua capacità di raccontare non solo la sua vita semplice e umile di contadino, ma anche perché ci ha fatto capire che il patrimonio culturale del proprio paese rappresenta un immenso tesoro che va gelosamente custodito e rinnovato. Dai suoi scritti, infatti, traspare in modo evidente l amore per la propria terra (Leverano) e le sue tradizioni: esse ci aiutano a comprendere meglio l ambiente in cui viviamo, ci fanno sentire parte integrante della comunità e rappresentano un legame inscindibile col nostro passato. E quanto emerge dal testo LIRANU MIA, nel quale Carmine Erroi decanta le bellezze del suo paese e l orgoglio di esserne figlio. 7

8 Io a Liranu so natu e bboiu llu sapiti quannu egnu numinatu cu no bbi nni scirrati. Lu Roccu Torce sontu fazzu sta poisia oiu lli tau lu vantu allu paese mia. Stae sotta nna patula è nnu paese anticu tene ddra torre sula fatta ti Federicu. Lu Barbarossa iò sentu c allu milleddocentu fece ddru monumentu ca spita ogne ientu. Tre cose a te occorre cu lli puè ricurdare lu fucalire la torre e la Chiesa Parrocchiale. E riccu ti sapienti ca ni parla la storia bbi li fazzu prisenti bbi li ticu a mimoria. Pompigliu Cazzella Angelu Capilupo lu Patre Moscia dettu Fra Giuseppe Maria e Girolamu Marcianu so paisani mia. Li prima letterati l auru era filosofu lu quartu era scienziatu alli scritture sacre si era dedicatu. E nnu paese agricolu no bbete tantu bellu mi sembra nnu gianiculu pi me è nnu gioiell 8

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10 Iò lu dialettu scriu ma mi mintu a ripintagliu e riflettu quannu scriu cu no fazzu nuddru spagliu. Sai pircè m aggiu mpignatu o amicu paisanu? Cu no begna mai scirratu lu dialettu ti Liranu. Quann è crai, frate mia ti sta vita aggiu spicciatu ci tu lieggi sta poisia penzu ca egnu ricurdatu. Lu dialettu è donu saggiu è nfinitu comu mare è pronuncia di linguaggiu e nui tutti l amu amare. Iò no so nnu professore ti cultura so puirieddru bi la ticu cu lu core scriu cce dice lu cirieddru. 10

11 In questa poesia Rocco Torce esorta i leveranesi a non scordarsi mai della loro lingua dialettale perché, come lui dice è un dono saggio da custodire ed amare. Il dialetto infatti è testimonianza delle nostre radici culturali, farlo morire significherebbe cancellare una parte della nostra storia nostra storia. 11

12 La vita ete nnu fumu ti passaggiui ca manu manu tu no ti ni dduni ma ci rrifietti nci ole curaggiu! Tu l à lassare scrittu Pi li vagnuni SPERANZA Pi l esperienza allu ecchiu ta butare ca n è passate tante fiiu mia amposta quiddru tu l à rispettare ca è buta la furtuna cu nci rria

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14 Uno, due e tre ieni tu e scioca cu me, asu, cavallu, donna e re iessi fore ca tocca a te. 14

15 Percorrendo a ritroso nel tempo la storia del gioco, che rappresenta l attività preferita dai bambini non solo per il suo lato divertente, ma anche per il suo valore formativo, abbiamo scoperto, insieme ai nonni, l importanza e la soddisfazione del fai da te. I nonni, infatti, non avendo giocattoli né soldi per comprarli, si accontentavano di cose semplici e di poco valore e, dando sfogo alla fantasia, si costruivano da sé i giocattoli preferiti. Qualunque oggetto poteva trasformarsi in un gioco importante e divertente, nascevano così carretti e monopattini di legno, trottole e bastoni, palle, fatte di vecchie pezze tenute insieme da cerchietti di camere d aria delle biciclette, e così via. Per le femminucce il giocattolo preferito era la pupa ti pezza per il classico gioco a mamma. Bastava prendere uno straccio da cucina o un qualsiasi fazzoletto colorato, piegarlo in due e arrotolarlo, infine ripiegare a mantello l estremità del fazzoletto. Ogni bambina personalizzava la sua pupa facendole vestiti con avanzi di stoffa colorata. Ma non è tutto. 15

16 Nel gioco a mamma la pupa di pezza diventava la figlia e questo offriva una valida occasione per inventarsi una festa, lu battesimu ti la pupa. Era questo un momento di gioco ma anche di gioia da condividere con i compagni e le compagne del convicinato: si facevano gli inviti, si compravano le caramelle e li cannillini (confetti colorati) e si faceva festa. Molti erano anche i giochi di gruppo che si facevano per strada ed aiutavano i bambini a confrontarsi con i coetanei e a coltivare il sentimento dell amicizia A TRENTUNU, A CECIRE, A MAZZA E PIRIPISCULU, A TUDDHRI, A CHIANCA, A CURRULU, A NUCI, A ZZICCA ZZICCA SECUTA.. 16

17 Molti di questi giochi oggi non si fanno più, ma i nonni ci hanno fatto capire una cosa importante: per divertirsi non è necessario avere tanti giocattoli sofisticati e all ultima moda; i giocattoli possiamo costruirli anche noi, magari con materiale riciclabile, poi BASTA ESSERE IN BUONA COMPAGNIA E FAR VOLARE LA FANTASIA 17

18 GIRO GIRO TONDO Cavallo biondo centocinquanta la gallina canta canta sola sola non vuole andare a scuola gallina bianca e nera ti dà la buona sera buona sera e buona notte il lupo dietro la porta la porta casca giù e il lupo non c è più è andato sulla montagna a cercare una castagna la castagna è tutta mia buona sera alla compagnia! GIRO GIRO TONDO Quanto è bello il mondo il mondo dei bambini con tanti fiorellini gelsomini e tulipani garofani e gerani e cinnannà e cinnannà e ci e ci e cià! GIRO GIRO TONDO Casca il mondo casca la terra, tutti giù per terra 18

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21 Dalle interviste realizzate ai nonni, abbiamo notato che la loro scuola era molto diversa dalla nostra. Le scuole avevano lunghi corridoi che separavano le classi maschili da quelle femminili; solo in alcuni casi c erano classi miste. Le classi erano quasi sempre formate da più di 30 alunni e avevano un solo maestro che insegnava tutte le materie. I banchi e la cattedra erano di legno, al centro di ogni banco c era un calamaio pieno di inchiostro nero dove gli alunni intingevano il pennino per scrivere, infatti non c erano penne. Nella cartella c erano solo i quaderni, uno a righi e uno a quadretti, un libro di lettura ed un sussidiario; i più fortunati avevano una scatola di 6 colori. A scuola si imparava soprattutto a leggere, conto, a scrivere e a far di le altre materie si studiavano meno e solo qualche Foto anni 30 21

22 volta si andava in palestra a fare ginnastica. In classe non tutti gli alunni erano trattati allo stesso modo: i più bravi occupavano sempre i posti davanti, mentre i meno bravi erano seduti agli ultimi posti. Tutti erano obbligati a fare silenzio e a stare attenti durante le spiegazioni dell insegnante; bisognava impegnarsi a fare bene i compiti assegnati senza disturbare i compagni; era obbligatorio anche il rispetto delle norme igieniche, altrimenti si veniva puniti. Le punizioni più frequenti erano: bacchettate sulle mani con una pesante riga di legno, stare in ginocchio sui ceci dietro la lavagna oppure essere cacciati dall aula. Non tutti gli alunni riuscivano a completare il ciclo di studi dalla 1 alla 5 elementare; molti erano costretti a lasciare la scuola dopo la terza o la quarta classe perché dovevano aiutare i genitori nel lavoro dei campi. Nonostante i maestri fossero così severi e le punizioni così dure, tutti i nonni hanno detto che erano contenti di andare a scuola perché era l unico modo per imparare qualcosa e stare con i coetanei. E poi il lavoro nei campi era assai duro! Anno scolastico

23 Io ho frequentato la scuola solo per quattro anni. Frequentavo la scuola che si trova in via Della Libertà. E un imponente edificio costruito nel 1900 con delle altissime finestre rettangolari che illuminano lunghi corridoi e grandi aule. Le classi erano maschili e femminili ed erano composte da circa 30 alunni. Nell aula c erano: la cattedra, la lavagna, i banchi con il calamaio e alle pareti c erano: la carta geografica dell Italia, il Crocifisso e il quadro di Mussolini. Avevamo una sola maestra che insegnava Italiano e Matematica e si faceva ginnastica in palestra. L orario delle lezioni era dalle 8,00 alle 12,00 senza interruzione. Avevamo 2 libri, uno di Matematica e uno di Italiano e 3 quaderni, il terzo per il disegno; usavamo penne con il pennino e il calamaio e pastelli di legno. In classe bisognava fare silenzio assoluto e indossare il grembiule. Le punizioni erano molto diffuse ed erano: bacchettate sulle mani e nelle gambe, restare inginocchiati sui ceci dietro la lavagna o uscire fuori dalla porta. Nonostante tutto però a me piaceva andare a scuola perché volevo imparare tante cose. 23

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25 Lo scrittore C. Arditi cosi descrive i Leveranesi : Gli abitanti hanno l animo mite e devoto, la mente ingegnosa, le braccia solerti ed operose. Ve ne sono di ogni mestiere e professione, ma va per la maggiore la classe dei contadini. 25

26 Leverano, in effetti, è nato e si è sviluppato soprattutto come centro agricolo, traendo la sua maggiore ricchezza dalla terra, grazie alla fatica di tante generazioni che con la loro operosità e la loro saggezza, hanno scandito i ritmi della storia. Intervistando i nonni, essi ci hanno confermato che, nel periodo della loro giovinezza, lu furese era proprio il mestiere più diffuso, a cui se ne accompagnavano diversi altri di tipo artigianale: il fabbro, il falegname, il maniscalco, il muratore 26

27 Solo alcune famiglie, le più facoltose, avevano la possibilità di far studiare i propri figli e farli diventare ingegneri, maestri o avvocati. Naturalmente ciò valeva solo per i figli maschi, in quanto le ragazze venivano educate fin da piccole a collaborare con gli uomini nel lavoro dei campi, a svolgere le faccende di casa, a cucire, a tessere allu talaru, a ricamare la tota per quando si dovevano maritare 27

28 La vita del contadino, in passato, era molto dura e faticosa, scandita dal ritmo delle stagioni: in autunno l aratura e le semine, in inverno la potatura e la raccolta delle olive, a primavera lu spuddhrimare (spollonatura della vite), in estate la raccolta e l essiccazione del tabacco e la mietitura, a settembre la vendemmia Il momento del raccolto era il momento più gratificante, in cui il contadino veniva ripagato per i sacrifici di un anno; era questo il momento per realizzare qualche sogno nel cassetto: il matrimonio di un figlio o l acquisto di un terreno o l inizio della costruzione di una casa. Ma se il raccolto non era andato bene, bisognava armarsi di pazienza e aspettare l anno successivo. Le giornate scorrevano sempre uguali: al mattino non c era sveglia, ci si alzava con le prime luci dell alba ed era già pronta la colazione, scarfatu e prummitori scattati cu lu tiaulicchiu, accompagnati da un buon sorso di vino. 28

29 Subito dopo DIREZIONE CAMPI! Chi andava a piedi, chi in bicicletta, chi cu lu trainu, unico mezzo di trasporto per le persone e per il raccolto. I rintocchi della campana annunciavano il mezzodì : era giunto il momento di fermarsi un attimo e consumare la ma renna, un semplice tozzo di pane a volte duro e senza companatico, oppure nna friseddhra cu lu prummitoru, poi si ricominciava a lavorare fino al tramonto. Arannu arannu mi mangiai lu pane Scennu e binennu mise lu sole Lu sole è misu La luna è calata: patrunu l aggiu fatta la sciurnata. 29

30 Il ritorno a casa era un momento d incontro familiare, quando la stanchezza si scioglieva davanti a un piatto di legumi, un bicchier di vino e qualche battuta scherzosa. Poi subito a letto, perché il nuovo giorno non tardava ad arrivare. ERA UNA SCELTA OPPURE UN OBBLIGO? Era una scelta obbligata! Questo era l unico modo per tirare avanti. 30

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32 Ho frequentato la Scuola Elementare, non ho potuto proseguire gli studi, perché in famiglia, essendo secondogenito di sei fratelli, necessitava il mio contributo. Ai tempi di cui vi parlo, quand ero ragazzo, il nostro paese non godeva del benessere di cui oggi vanta, il divario tra Nord e Sud era molto forte, motivo per cui molti erano coloro che si spostavano nel Settentrione e all Estero in cerca di un posto di lavoro, sperando in un pizzico di fortuna. Il lavoro agricolo era l attività prevalente, svolta, per la maggior parte della popolazione, sotto il patronato di proprietari e latifondisti a volte sfruttatori con contratto di colonia e mezzadria. Ciò non era allettante, ma era l unico modo per poter campare per non morire. Il denaro in circolazione era scarso e bassa era la retribuzione. Il lavoro dei campi era duro, forse difficile da capire per i più giovani, che non possono ripercorrere, giustamente, con la loro memoria, quei tempi (60-70 anni fa,) quando mezzi e strumenti, artigianali ed ecologici, assieme alla forza fisica e alla volontà continua, impegnate, costituivano i punti forti del contadino. La tecnologia era lontana: non esistevano motozappe, trattori, macchine che agevolassero il lavoro, né concimi, né anticrittogamici, né sistemi alternativi oggi altamente in uso. Essi, tuttavia, se da un lato hanno offerto miglioramento e sviluppo nel settore primario, nonché di uno stato di benessere socio- economico, dall altro hanno causato una corsa invincibile, da parte del contadino alla produzione di primizie senza cautela dei prodotti usati per averle. 32

33 Oggi, nelle vetrine dei fruttivendoli, sulle tavole di tutti non mancano, frutti succulenti e verdi ortaggi. Il discorso non risulterebbe distorto, tuttavia, se i medicinali fossero usati a giuste dosi e in tempi da rispettare. Non si può irrorare oggi e raccogliere l indomani. Ciò, va a vantaggio del produttore, ma non di certo del consumatore. Nasce da qui l esigenza, la necessità di una cultura etico- professionale del produttore che, dovrebbe garantire, la genuinità di ciò che portiamo in bocca, e salvaguardare l incolumità dell acquirente. Oggi, grazie alle leggi governative del e alla Bonifica dell Arneo, molti contadini hanno potuto usufruire del possesso di un appezzamento di terreno bonificato, di quel terreno che costituiva la Macchia. 33

34 Il lavoro dei contadini, soprattutto dei coloni o dei mezzadri è stato sempre duro e mortificante. Una sera un contadino, vecchio per età e stanchezza, rientrava nella sua casa dopo una pesante giornata di lavoro. Ancora sporco di terra e vuoto nello stomaco si vide arrivare un messaggero del padrone. Ehi cumpà lu patrunu ti ole allu palazzu! Moi? Certu. Propriu moi. Statte buenu. Stau straccu muertu disse alla moglie, che incuriosita, si era avvicinata Ma addrai mi tocca. Lavatosi in fretta e indossati i vestiti per la festa si diresse al palazzo signorile. Benché le mani erano ncaddrarute, un tocco delicato e un Avanti dall altra parte, mise di fronte padrone e servo. Col vecchio cappello tra le mani e quasi tremante, il povero contadino, onesto, era diventato un inquisito Lo sai che hai un figlio maleducato? Signorsì, Eccellenza. ma perché? Oggi, gli sono passato dinanzi e non mi ha salutato. Ha finto di non vedermi! Forse non ti ha visto oppure sono giovani non capiscono! 34

35 Non è vero! Lui non è stato educato! Devi insegnargli il buon comportamento se vuoi restare alle mie dipendenze. Signorsì, Eccellenza, farò del mio meglio. Ed ora te ne puoi andare! A capo chino, il vecchio mortificato, rientrò nella sua casa. 35

36 Quanto lontani e surreali sembrano quei tempi!!! Eppure i nostri nonni li hanno vissuti con coraggio e sorretti dalla certezza che i loro eredi avrebbero potuto godere di una vita migliore grazie proprio ai loro sacrifici. Ora a noi raccomandano di impegnarci nello studio, perché siamo fortunati ad averne l opportunità. L istruzione infatti è l unica strada che ci consente di scegliere liberamente il nostro futuro professionale e realizzare i nostri desideri, nella convinzione che 36

37 Se non puoi essere un pino sul monte, sii una saggina nella valle, ma sii la migliore piccola saggina sulla sponda del ruscello. Se non puoi essere un albero, sii un cespuglio. Se non puoi essere un autostrada Sii un sentiero. Se non puoi essere il sole, sii una stella. Sii sempre il meglio Di ciò che sei. Cerca di scoprire il disegno Che sei chiamato ad essere, poi mettiti a realizzarlo nella vita. Douglas Malloch 37

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39 Quando i nonni avevano la nostra età, i momenti per far festa non erano tanti come per noi oggi. Si festeggiavano le ricorrenze religiose importanti: Natale, Pasqua e la festa Patronale; però quelle in cui ci si divertiva di più erano: il Carnevale, la Pasquetta e la Fera ti li cirase. Natale e Pasqua erano le feste in cui tutti i parenti si riunivano per trascorrere insieme momenti di calda atmosfera familiare. La festa Patronale era attesa da tutti, grandi e piccini, perché si facevano tanti giochi in piazza (corsa coi sacchi, tiro alla fune ) e si assisteva ai concerti bandistici che erano apprezzati molto più di oggi. Per i piccoli poi era una gioia avvicinarsi alle bancarelle nella speranza di ricevere qualche giocattolo o un dolcetto; c era anche chi aspettava questa occasione per poter avere finalmente un vestito nuovo. Il Carnevale era la festa attesa soprattutto dai giovani perché era l occasione per uscire con maggiore libertà e divertirsi con gli amici. Ci si travestiva con i vestiti delle nonne, li fustiani, camicie da notte e 39

40 indumenti smessi e si andavano a trovare parenti, vicini di casa e amici per fare gli scherzi più disparati. Si recitavano canzoni, sonetti, filastrocche, in cambio di un tarallo, qualche biscotto o un bicchiere di vino. Particolarmente sentita era la tradizione della Pasquetta, la cosiddetta Urteddhra che avveniva il giovedì dopo la Pasqua. Si andava tutti a piedi allu Aru dove si partecipava alla S. Messa celebrata nella piccola cappella; dopo ci si sparpagliava nel prato per consumare la merenda portata da casa; uova sode, focacce e la tipica accareddhra preparata con pasta di pane o pastafrolla e l uovo sodo dentro. I piccoli si divertivano con gli aquiloni, li cumete, rigorosamente preparate a casa con canne e carta velina colorata; altri compravano li tatei, li trenule e li nzagareddhre, cioè nastrini colorati che si usavano come braccialetti o si legavano alle antenne dei motorini. 40

41 Un altro momento significativo era la fera ti li cirase, attesa soprattutto dalle ragazze che ricevevano in regalo dal fidanzato lu panaru ti cirase. Poca attenzione era data ad altri momenti significativi della propria vita, come il Battesimo, la Prima Comunione, la Cresima, il compleanno Le prime erano feste esclusivamente religiose; solo qualcuno dopo il rito religioso riuniva nella propria casa i parenti più stretti per offrire loro un dolce di pasta di mandorle fatta in casa e un bicchierino di rosolio (liquore fatto in casa con alcool ed essenza di anice o mandarino). Il compleanno non era proprio festeggiato, mentre si faceva grande festa per il giorno del matrimonio. 41

42 Erano altri tempi, si aveva poco, ma in quel poco erano racchiusi i sogni e le aspirazioni di una vita. Oggi abbiamo tanto, eppure non ci sentiamo mai soddisfatti e realizzati. Forse dobbiamo ricominciare ad apprezzare le cose semplici ed accontentarci di quello che abbiamo, senza chiedere.la luna. 42

43 In un tempo non molto lontano, in una società più chiusa e patriarcale, i ragazzi e le ragazze on godevano come oggi di grande libertà. Le caruse dovevano stare in casa, prendersi cura dei tanti fratellini e sorelline, aiutare la mamma nelle faccende domestiche, imparare a cucinare, a tessere al telaio, a ricamare i capi della tota, senza la quale non si poteva pensare al matrimonio. A tal proposito, anticamente, esisteva la Pia Opera del cosiddetto maritaggio (concorsero alla fondazione di tale Opera in particolare le famiglie Mieli e Goffreda) Si trattava di una somma di denaro ( ducati venti) che veniva assegnata, in base ad un sorteggio effettuato il giorno di Sant Anna, a due ragazze povere prossime al matrimonio. Li carusi erano quasi tutti obbligati a seguire il padre nel lavoro dei campi che, ogni giorno, terminava al tramonto. Le occasioni d'incontro per i giovani erano quindi limitate, le più comuni erano: l'uscita dalla chiesa, la vendemmia, le feste del paese o i festini in casa di parenti. Nei tempi più recenti: la passeggiata allu giru ti lu muru. 43

44 Il fidanzamento sulla porta della casa della ragazza, che durava alcuni mesi, dava la possibilità ai due giovani di cominciare a conoscersi. Questo incontro avveniva una volta la settimana ed era sempre il ragazzo a spostarsi. Trascorso questo periodo, il padre di lei dava il permesso ai due di vedersi in casa. Successivamente il fidanzato doveva condurre i propri genitori dalla ragazza per far conoscenza e si decidevano i giorni in cui si dovevano vedere e, solitamente, accadeva la domenica e il giovedì. Durante il fidanzamento a casa i due giovani erano sorvegliati e quindi non avevano la possibilità di parlare in confidenza, perché era sempre seduta di fronte a loro la madre (di lei) che faceva finta di lavorare a maglia o altro, ma non li perdeva un attimo di vista. Il fidanzamento ufficiale avveniva dopo un periodo considerato sufficiente a garantire in qualche modo che i ragazzi non si sarebbero lasciati, perché un' eventuale rottura sarebbe stata controproducente per il futuro della ragazza. In occasione di qualche festa importante come Natale, Pasqua e feste popolari i futuri suoceri donavano alla promessa sposa, che per la circostanza indossava il vestito della festa, l'anello di fidanzamento. Si trascorreva la serata insieme consumando qualche dolce preparato in casa e bevande, caffè o un pò di rosolio. 44

45 Maturata l'idea del matrimonio, le due famiglie si riunivano per puntare cioè fissare la data di esso e stabilire quanto erano in grado di dare in dote ai figli. La mamma della sposa preparava un elenco di tutta la tota, cioè il corredo della ragazza, sul quale il futuro sposo apponeva la firma. Le famiglie più abbienti davano panina 30 che era quasi il massimo che si poteva consegnare: 30 lenzuola, 30 tovaglie, 30 asciugamani invece le famiglie meno agiate panina 6 o 10. Se si mettevano d'accordo ( a volte non succedeva e veniva sciolto il matrimonio) si arrivava alla cosiddetta promessa, che veniva confermata circa venti giorni dopo con il matrimonio in chiesa. Da quel momento la futura sposa non usciva più di casa e cominciava a lavare e stirare tutta la biancheria del corredo realizzato con le proprie mani nel corso degli anni. Lenzuola ricamate, asciugamani, tovaglie venivano poste in un recipiente di terracotta con sopra della cenere, sulla quale veniva versata acqua bollente. Tale procedimento veniva chiamato lu cofanu. Dopo si allestiva in casa un' esposizione del corredo che poteva essere ammirato da parenti, amici, vicini di casa. 45

46 Anche la suocera preparava tutto ciò che serviva al figlio oltre la biancheria personale: completi di piatti, pentole, bicchieri..e inoltre aveva il compito di preparare l'abito della sposa. La mattina del matrimonio, prima che la sposa uscisse di casa, le amiche usavano preparare uno steccato, cioè un nastro teso che voleva rappresentare un impedimento alla sposa a lasciarla casa paterna. Questo gesto era una dimostrazione d affetto come se ancora volessero trattenerla dal compiere quel passo decisivo che l avvrebbe allontanata per sempre da loro. 46

47 La celebrazione nuziale, nella prima parte, era religiosa. Terminata la messa gli sposi giravano la piazza a piedi o in carrozza e le persone intorno si facevano partecipi della loro felicità, accogliendoli con un applauso, lanciando caramelle e confetti che erano la gioia dei bambini. Si recavano dopo nella casa della sposa e, una persona non più giovane e parente degli sposi, l'accoglieva e la consegnava alla suocera. Quest'ultima ingioiellava la nuora con parure d'oro. Si faceva la festa con un rinfresco da offrire a parenti e amici e tutto quanto accompagnato da musica e balli. Era tradizione che, dopo otto giorni dal matrimonio, la sposa indossasse l'abitu ti li uettu e andasse in visita ai parenti per far conoscere il marito. I diversi momenti brevemente esaminati che a partire dal fidanzamento portavano al matrimonio, erano delle tappe obbligate e rappresentavano quasi un rituale che veniva vissuto con semplicità e con gioia, anche se spesso in povertà. Ben si adattavano a quel tipo di società contadina e patriarcale, radicate su valori che, noi ragazzi,riteniamo molto importanti quali: il rispetto verso i più grandi, la centralità della famiglia nella vita di ogni persona e il lavoro. 47

48 NONNA MARIA Mi sono fidanzata a 22 anni. Ho provato un grande amore ed è stata un emozione grandissima che non avevo mai provato prima. Ai miei tempi il fidanzamento si festeggiava in casa con i parenti. Per il fidanzamento mi è stato regalato l anello. Quando ci siamo sposati ho festeggiato in casa con amici e parenti. Per il matrimonio abbiamo ricevuto due lampadari e dei soldi. NONNA LUCIA Mi sono sposata a 19 anni, provavo una gioia immensa perché era il mio sogno che si realizzava. Mi sono sposata il 27 Giugno del Anche se ero sarta ho fatto cucire il mio vestito da sposa da una mia cognata. Il giorno del matrimonio sono andata in chiesa accompagnata dallo sposo e dai compari di anello, non si usava essere accompagnati dai genitori. Dopo la cerimonia in chiesa siamo tornati a casa mia per un piccolo ricevimento con caffè e dolci e un pranzo con i parenti stretti. Nel pomeriggio siamo andata a casa dello sposo per un ricevimento più grande con parenti e amici fino alla cena conclusiva. BISNONNA GINA Quando mi sono fidanzata avevo 18 anni nel Novembre del Ho festeggiato nel pomeriggio a casa dei miei genitori a Nardò. C erano parenti e alcuni cari amici. Abbiamo mangiato dei buonissimi dolci di pasta di mandorla fatti a mano dalle suore di clausura di Nardò e bevuto del rosolio. Io indossavo 48

49 un vestito corto e il mio futuro marito un completo giacca e pantalone grigio. Mi hanno regalato solo fiori.. NONNA PIA Mi sono sposata nel gennaio del 1948 nella chiesa matrice di Monteroni, il paese di mio marito. Indossavo un vestito celeste lungo con un turbante e il velo cucito da una brava modista di Nardò. Il ricevimento è stato a casa dei miei suoceri e le mie cognate hanno organizzato un bel pranzo con tante buone pietanze. I rispettivi genitori ci hanno regalato dei soldi, mentre parenti ed amici degli oggetti per la casa. Il regalo che più ho apprezzato è stato un servizio di tazze bianche con un filo sul bordo d argento di cui ancora conservo gelosamente qualche pezzo. 49

50 La Rusina osce stae tutta ndaffarata, ae e bene ti la putea, sale e scinne ti la loggia, no tene nn acinu ti rigettu. La ite la cummare Maria ti coste casa e nni ddummanna: CUMMARE - Rusina, ma ce hai osce, stai tutta ascitata, ce ti na fucire? RUSINA - None mo!...fucire?... cce dici ca fazzu ddrha scostumatezza!?! Stau ascitata pircè stasera a bbinire a casa mia lu Roccu, lu zitu mia, ca a nucire li sua cu facimu riconoscenza. CUMMARE - Ah! Brau, brau! Ta truatu lu zitu, e dimme a ci è fiju? RUSINA - E fiju alla Ndata Fuci e allu Ntoni Trasicachioe; so cristiani ngarbati, ti fatia, e puru lu Roccu mia ete nnu buenu vagnone. E poi tene nnu fondu ti igne alli Parmente, nu fondu ti aulie alli Capuzzi e puru la zona cu frabbica. Quannu intra nna casa ncete lu pane, l ueju e lu mieru è casa ricca. Poi cu li sordi ti la riccota, intra quarche annu nni frabbicamu nna bella abitazione: casa, cammara, cucina e nnu picca ti uertu. La verità, mancu jò so di menu. Mama m è fatta la tota Panina 10. Li lanzuli, li stusciafacci, li mappine e li camise 50

51 tutti tissuti allu talaru, e poi la zinzalera, la buttita ti ammace, li cuperte e li centri allu tombulu. No be certu nnu scherzu cu tieni nna tota ti quiste! CUMMARE.- Na! So propriu cuttente Rusina ca ti sta sistiemi e pi stasera mo ce sta prepari? RUSINA - Mama è fatte to purpette, nnu picca ti carne a pignatu, lu casu friscu e la sobbrataula, cussì facimu nnu picca ti festa. CUMMARE. - Allora tanti auguri Rusina, e di nnu buenu nquestu (buona fortuna). RUSINA - Grazie, grazie, cummare (poi fra sé):- non aggiu capitu pincè tutti sannu pijare li pinzieri ti l auri. Lu zitu mi l aggiu truatu jo, no iddhra! Angela 51

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