Trana tra le due guerre

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1 Trana tra le due guerre 109

2 I GUERRA MONDIALE di Stefano Barone La guerra è stata l avvenimento più importante successo nella storia dalle sue origini fino a quella data. Per la prima volta si parla di conflitto mondiale. Tutte le Nazioni su diversi fronti si combattono per quattro lunghissimi anni Steli commemorative dedicate ai caduti della Grande Guerra (lato visibile sulla destra) nel calo torrido estivo, nel freddo e nella neve invernale, nel fango primaverile e autunnale. Fabbisognavano uomini che potessero combattere, basandosi non sulla tecnologia, ma sul numero. Tutti coloro che potevano usare un arma vennero reclutati; addirittura al termine furono chiamati al fronte i diciannovenni soprannominati: i ragazzi del 99. Si tolsero braccia al lavoro principale dell epoca, che era l agricoltura. Aumentarono a dismisura le fabbriche belliche in cui affluirono tutte le risorse sia minerali che economiche degli stati, contribuendo ancor più alla rivoluzione industriale cominciata nel secolo prima. Risultato: ingrossamento della città con i problemi dell integrazione e quando mancava il lavoro era fame e disagi per tutte le famiglie che avevano abbandonato la campagna. Naturalmente anche la nostra Val Sangone viene coinvolta; era la prima volta che l Italia unificata combatteva sotto la stessa bandiera; sorse il problema della lingua, l italiano era parlato da pochi, la stragrande maggioranza si esprimeva in dialetto. Si raggrupparono quaindi in compagnie tutti quelli che provenivano dallo stesso paese. Dobbiamo dire che anche il modo di fare la guerra era differente da come viene combattuta ai nostri tempi; ora è tecnologica, davanti al nemico il soldato si assesta, aspettando che i missili, l aviazione e i mezzi corazzati terminino il loro attacco e poi comincia l assalto. Nella prima guerra mondiale, invece, le truppe erano schierate nelle trincee, non si aspettava che il nemico fosse annientato ma con il concetto che se in una postazione esistevano delle mitragliatrici che potevano uccidere mille persone, se ne mandavano contro millecento: mille morivano o venivano ferite, ma cento conquistavano l obbiettivo. Dopo questo l anniversario con la stessa tecnica cercava di riconquistare l avamposto, e il numero dei morti era enorme; la fanteria era considerata quasi esclusivamente carne da cannoni e come non parlare dei gas letali che avanzando inarresatbili sotto forma di nuvola bruciava la pelle, gli occhi e causava la morte con l asfissia polmonare; solo in un secondo tempo i combattenti furono dotati di maschere antigas, non sempre funzionanti ed efficaci. Quando una compagnia era dimezzata non annullata, i caduti, per ragioni prima enunciate, erano tutti quelli che abitavano nella stessa zona, quindi se un lutto colpiva un paese come Trana, nello stesso istante era condiviso da tutte le famiglie che avevano un loro parente al fronte. 110

3 rativa italiana. Questo portò ai disordini del 1919 sull onda della rivoluzione comunista russa e fu la causa della nascita del fascismo, sorto per contrastare il clima di anarchia che si era creato. Non vorrei che, dopo quanto detto, si pensasse che abbia voluto sminuire tutti gli atti eroici deinostri soldati, e visto che sono un alpino, ricordati in tutte le canzoni che i cori ci propongono in occasione delle Adunate Nazionali, ma voglio sottolineare l inutilità dei conflitti che portano solo lutti e disagi alla popolazione. È pur vero che abbiamo sconfitto gli austriaci ed abbiamo annesso il Friuli Venezia Giulia, il Trentino e l Alto Adige, ma se qualcuno è stato in vacanza nella parte italiana confinante con l Austria, la lingua parlata non è la nostra, ma il tedesco, e le abitudini sono prettamente teutoniche. Provate ora a chiedere a qualche giovane, o anche meno giovane, cosa è successo il 24 maggio e in che data si dovrebbe festeggiare la fine del primo conflitto mondiale con la nostra vittoria, e vedrete che quasi il cento per cento non saprà rispondervi. Allora, cosa è rimasto di questi atti di valore, sacrifici e sofferenze? L elenco dei morti scolpiti sulle lapidi marmoee poste davanti a tutti i municipi, sia nazionali che esteri, e che sono sempre almeno quadrupli al confronto dei caduti della seconda guerra mondiale; a comprova riportiamo sul nosro testo le fotografie delle lapidi cimiteriali del nostro capoluogo per almeno ricordare questi, ormai dimanticati paesani, sperando che, quando in mezzo al folclore, si ascoltano gli alpini, che narrano gesta della prima guerra mondiale, qualcuno pensi anche a loro. Il lato visibile a sinistra delle medesime steli commemorative A causa di ciò la nostra valle, dopo il 1915, si trovò senza quel materiale umano indispensabile per i lavori agricoli e cominciò l abbandono della montagna e delle sue relative borgate. Sparì in un sol colpo una generazione giovane che sarebbe stata la forza motrice della struttura lavo- II GUERRA MONDIALE di Stefano Barone Anche gli avvenimenti infausti della seconda guerra mondiale colpiscono Trana. I caduti, però, sono decisamente inferiori rispetto a quelli della prima guerra. Questo perchè è cambiato il modo di combattere. Non si mandano più allo sbaraglio i soldati per conquistare con le baionette delle postazioni di trincea, ma è combattuta con mezzi meccanici, come aerei, cannoni e carri armati. I soldati non sono più considerati carne da macello, ma diventano dei combattenti tattici. Grossi lutti li subisce invece la popolazione civile. I bombardamenti a tappeto diventano sempre più frequenti, con l abbattimento di innumerevoli edifici. Torino subisce pesantissimi danni causati da incursioni aeree. Trana, essendo lontana dalle zone strategiche, non ha subìto bombardamenti ne conflitti fra 111

4 gli eserciti contrapposti. Per questi motivi, e trovandosi nella prima cintura cittadina, servita dalla tramvia, diventa un punto di riferimento per il fenomeno dello sfollamento. I torinesi, dopo una giornata di lavoro, passavano la notte a Trana per poi ritornare al mattino nella città. Grande disagio per questi pendolari, ma in questo modo riuscivano a sopravvivere alle bombe sganciate sia dagli americani che dagli inglesi. A questo proposito voglio menzionare un fatto prettamente personale: è grazie a questa circostanza che mia madre, cittadina sfollata, conobbe mio padre che sposò nel dopoguerra, quando lui ritornò dalla prigionia in India, passata nei campi di concentramento inglesi, dopo la battaglia di El Alamein. Voglio ora fare una riflessione polemica. Ai giorni nostri sembra che siano esistiti solo i campi di concentramento tedeschi e non si parla mai dei nostri deportati dagli americani e dagli inglesi; eppure, come mi testimonio mio padre, la sua prigionia in India fu dolorosa perchè lui e i suoi compatrioti furono trattati in modo tutt altro che benevolo. Dovette subire angherie e patire per la mancanza di cibo ed acqua e per il gran caldo a causa delle tettoie di lamiera sotto le quali erano segregati, il che fece impazzire i prigionieri più deboli, debilitati da febbre e malattie intestinali. Quello che mi sono sempre chiesto è il perchè la Storia non si ricorda di questi deportati. Forse perchè i nemici di prima furono in un secondo tempo i nostri alleati e fu necessario far cadere nell oblio le loro bombe sganciate sulle nostre città e i loro campi di concentramento, addossando tutte le colpe su Mussolini, reo di essere entrato in guerra, quando i tedeschi ormai avevano già conquistato mezza Europa ed erano arrivati a Parigi? A fine conflitto, per ricordare i soldati tranesi morti e dispersi, l Amministrazione Comunale dedicò due lapidi commemorative presenti, una nel cimitero del Capoluogo, l altra davanti al Municipio, su entrambe si possono leggere i nomi che qui riportiamo: Caduti guerra 1940/45 Castagno Giovanni n.to 1920 Martinasso Silvio n.to 1909 Rege Mario n.to 1910 Bertinetto Luigi n.to 1922 Dispersi guerra 1940/45 Borgognone Giovanni n.to 1917 Paviolo Lorenzo n.to 1919 Ruffino Silvio n.to

5 Una testimonianza sulla II guerra Mondiale: quattro ali sopra il mare Settembre Quando Stefano ed io ci mettiamo attorno ad un tavolo per esaminare il lavoro fatto, lui mi fa notare, con disappunto, che non abbiamo niente sulla seconda guerra mondiale, fatta eccezione del periodo che riguarda la Resistenza. Fortunatamente Trana ne era rimasta fuori. «Ci vorrebbe la testimonianza di un ex-combattente», suggerisce Stefano. «Sì, purché non riguardi il Fronte Russo o quello Greco-Albanese, e neppure El-Alamein... Ne ho già parlato fin troppo nei miei libri, e, credimi, è sempre la stessa minestra... Non hai sotto mano qualcuno che sia stato in marina o nell aviazione?» «Be... ci sarebbe mio zio, il fratello di mio padre, che abita al Colombé... So che s è fatto tutta la Campagna del Nord-Africa. Lui pilotava gli idrovolanti...» «Perfetto! Fissami subito un appuntamento.» Carlo Augusto Barone mi riceve il giorno seguente. Accetta volentieri di parlarmi del suo trascorso in aviazione, ma non vuole assolutamente apparire nel libro. La solita storia. Timore che poi, la gente, sollevi critiche a non finire, per lo più dovute a semplice invidia. Ma io non mi arrendo. Le cose che mi sento raccontare sono troppo interessanti, quasi esclusive. In questi casi - lo dico per esperienza - occorre pazienza e diplomazia. «Testimonianze come la sua», gli dico, «non possono perdersi nel nulla. Sarebbe un delitto non lasciarle ai posteri. Non si tratta di pavoneggiarsi, ma solo di raccontare la verità, pura e semplice.» «I suoi libretti di volo», aggiungo dopo aver dato un occhiata ai due preziosi cimeli «parlano da soli. È sufficiente che li commenti, dandomi solo qualche notizia in più. Non le chiedo altro.» Carlo mi dice di essere nato e cresciuto al Colombé nella cascina che appartiene alla sua famiglia da generazioni. E qui ce ne sarebbe da dire, ma, per questione di spazio, devo limitarmi agli idrovolanti. C è però una cosa che devo assolutamente sapere: come può nascere la passione per il volo in un montanaro? La risposta sa quasi di favola. Nasce a quattordici anni, quando Carlo, pedalando sulla sua bicicletta, arriva fino alla periferia di Torino, a Mirafiori, dove a quel tempo c era un piccolo campo d aviazione militare, il 113

6 Gino Lisa. E lì vede per la prima volta volare degli areoplani, segue con attenzione i decolli e gli atterraggi, nonché le evoluzioni in aria di due velivoli, il biplano CR-30 e il Rosatelli, costruito dalla FIAT. La cosa lo lascia senza parole, e decide di tornare spesso a godersi lo spettacolo, finché ben presto si accorge di non riuscire più a pensare ad altro che a volare. A casa, invece, dove non ci sono aerei nel cielo del Colombé, si limita ripresenta allora alla Scuola Aeronavale di Pola, in Istria, che a quel tempo faceva parte dell Italia, dove riesce ad ottenere il brevetto di pilota di idrovolante. La nuova destinazione, con il grado di sottotenente, è Taranto. Poi il Mediterraneo, a fare esperienza sulla rotta Taranto-Tripoli-Cipro, spesso con voli notturni e navigazione strumentale. Il 6 giugno del 40, quattro giorni prima dell entrata in guerra dell Italia, raggiunge la base Idrovolanti CANT Z 501 in attesa del decollo nella base aeronavale di Pola in Istria ad osservare il caratteristico volo delle allodole, fatto di acrobazie e di picchiate, mai più immaginando che un giorno, neppure tanto lontano, sarà lui stesso ad eseguire quei volteggi per aria, al comando di un apparecchio. Nel 37, ottenuto il diploma da geometra al Sommeiller di Torino, parte per l Accademia Aeronautica di Caserta. Gli aspiranti sono 300 e i posti disponibili solo 50. La selezione è durissima. Nonostante la sleale concorrenza dei tanti raccomandati, risulta fra i primi, ma lui decide improvvisamente di abbandonare l Accademia e di tornarsene a casa. È venuto a sapere che i diplomati di quel corso non voleranno mai su aerei da guerra, ma saranno destinati ad impieghi secondari. Si Menelao, a 40 km. da Tobruch, in Libia, e il 12 è già impegnato in missione al comando di un CANT Z 501, un idrovolante con a bordo due piloti, un radiotelegrafista, un mitragliere e un osservatore di marina col compito di identificare le navi inglesi dirette ad Alessandria d Egitto e di segnalarle alla nostra flotta. Alla base c è una sola squadriglia composta da sei aerei, per cui si vola ogni giorno, con turni massacranti, specie a partire dal 14 settembre, giorno di inizio dell offensiva italiana contro l Egitto guidata dal nuovo capo delle Forze Armate italiane in Africa, il maresciallo Graziani, subentrato ad Italo Balbo, il cui aereo è stato misteriosamente abbattuto il 28 giugno dalle batterie di una nostra unità, la San Giorgio, 114

7 ancorata nel porto di Tobruch. Riporto un solo episodio di quel periodo. Dopo quattro ore di volo sul Mediterraneo, senza aver avvistato convogli nemici, Carlo si concede un breve sonno e affida la cloche al secondo pilota. Il responsabile della navigazione, l osservatore di marina Lotz Nicher, un istriano di Fiume, compie un errore di rotta e fa dirigere l areo verso la costa, al confine fra Libia ed Egitto. Convinto di essere Il tenente Carlo Augusto Barone alla base Menelao - Libia quasi a casa, il pilota comincia a scendere, ma l aereo viene improvvisamente preso di mira da un nutrito fuoco di artiglieria e mitraglia. Carlo si sveglia, si accorge di essere finito sulle linee inglesi, riprende i comandi e riesce ad allontanarsi indenne, salvo qualche foro di mitraglia sulla fusoliera, seguendo la costa verso Ovest. Ma la base Menelao è lontana e l aereo ha carburante sufficiente per un ora di volo. È già buio quando Carlo raggiunge l insenatura che accoglie la base, ma il serbatoio è ormai vuoto. La manovra che lo attende è difficile. Deve evitare l impatto brusco sull acqua. Per fortuna il mare è calmo e c è la luna. Carlo dirige allora l idrovolante sulla sua scìa luminosa e ammara senza problemi, come su una pista di cemento illuminata da potenti fari. La riva viene poi raggiunta spingendo l aereo con i remi. Dopo un periodo di due anni trascorso a Pola, nel marzo del 42 è di nuovo in Libia, a Bengasi, da poco riconquistata dalle truppe dell Afrikakorps, dopo che gli italiani l avevano perduta un anno prima. La grande offensiva scatenata da Rommel è in pieno svolgimento e l avanzata delle forze italo-tedesche richiede un maggior supporto dell aviazione. Carlo lascia gli idrovolanti, torna in Italia, ad Aviano, dove passa agli aerei terrestri, poi è nuovamente in Libia, ad Abar- Himeir, vicino ad El-Alamein. Ora pilota il CR42, un caccia biplano monoposto col quale ogni giorno esce in volo per mitragliare e sganciare bombe sulle linee inglesi. Rommel continua ad avanzare, ma ad El-Alamein è costretto a fermarsi. Il 23 ottobre gli inglesi comandati da gen. Montgomery passano all attacco e costringono gli italo-tedeschi ad una ritirata precipitosa e inarrestabile. Carlo lascia la base di Abar-Himeir col suo CR42, diretto ad Ovest. Ha poca benzina nel serbatoio, tant è che deve ben presto atterrare, dopo aver individua- 115

8 to uno spiazzo adatto, con una tenda militare nelle vicinanze. Mentre scende dall aereo, dalla tenda esce un soldato tedesco che subito gli punta contro il fucile. Carlo chiede un po di benzina, ma il tedesco, pur avendo a disposizione parecchi bidoni, non gliene vuol dare. Segue una discussione piuttosto animata. Alla fine, il tedesco viene convinto a telefonare al proprio comando, fornendo i missioni contro le truppe americane che il 10 luglio sono sbarcate in Sicilia. La pista è stata ricavata sulla spiaggia, ed è sottoposta a continui attacchi dell aviazione nemica, mentre i G50 rimangono nascosti sotto le piante di sughero. Gli americani, oltre alle bombe, lanciano sulla pista strani ferri a tre punte che, piantandosi nella sabbia, provocano la foratura dei pneumatici delle Il tenente Carlo Augusto Barone accanto al suo caccia CR42, biplano monoposto dati del pilota. Dal comando gli rispondono di sì, ma quello che Carlo si vede consegnare è una sola tanica, poco più che una ventina di litri di benzina. Gli basteranno appena per rientrare alla base. Il 1 di novembre, mentre la battaglia di El- Alamein infuria ancora, lascia definitivamente la Libia. Nel marzo del 43 è a Osoppo, in Friuli. Ora pilota il G50, un caccia monoposto costruito dalla FIAT e dotato di carrello d atterraggio retraibile. Dopo alcuni voli di ricognizione sulla linea di confine per individuare gruppi di partigiani di Tito che compiono azioni di disturbo, viene trasferito a Crotone, base di partenza del 50 Stormo per le ruote e impediscono il decollo degli aerei. Nessuno dei sei aerei che compongono la prima squadriglia alzatasi in volo fa ritorno alla base. Tutti i piloti vengono dati per dispersi. A Carlo tocca il giorno dopo, con la seconda squadriglia. Ma, proprio nell attimo di sollevarsi da terra, una ruota incappa in uno di quei ferri. L aereo sbanda, si inclina, rischiando di capovolgersi, infine si ferma. Carlo scende e osserva il pneumatico afflosciato. Ha semplicemente bucato, come quando andava in bicicletta! Uno solo degli aerei di quella seconda missione tornerà alla base. Forse, quel ferro, gli ha davvero salvato la vita. Il giorno appresso, vista ormai l impossibili- 116

9 tà di contrastare lo sbarco degli Alleati, per i due aerei rimasti indenni arriva l ordine di spostarsi al Nord, a Tarcento. Il 50 Stormo (36 apparecchi) ha finito di esistere. Carlo viene inviato in Lombardia, prima a Bresso, poi a Lonate Pozzolo, e gli affidano un aereo più moderno e meglio armato, il caccia RE2005. L ultima missione di guerra lo vede salutarli una seconda volta, ma dal cielo. Qualche ora dopo, infatti, al Colombé e nelle borgate vicine, tutti sono col naso all insu. Non si è mai visto un aereo volare così basso, muovendo le ali in segno di saluto. L 8 settembre è ormai vicino. In quel giorno tanto tragico per la storia del nostro Paese, anche per Carlo è il momento di mollare tutto e di tornare a casa. decollare per andare incontro ad una formazione di bombardieri Liberator segnalata in avvicinamento a Milano. Ancora una volta la fortuna è dalla sua, perché non riesce ad intercettarla. I mitraglieri americani lo avrebbero sicuramente abbattuto. Milano, invece, viene duramente colpita. Il 10 agosto 43 atterra inaspettatamente a Mirafiori, al campo Gino Lisa, dove era nata la sua passione per il volo. Il motore del suo apparecchio deve essere sostituito. Lui ne approfitta per fare un salto a casa, servendosi del trenino, e per dormire una notte nel suo letto. Il mattino seguente, nel congedarsi dai suoi, promette di passare a È ovvio che i ricordi di guerra di Carlo Augusto Barone non sono soltanto questi. Per ragioni di spazio ho dovuto sceglierne alcuni, limitandomi anche nel descriverli. Ma, a parer mio, ce n è abbastanza per ritenere la sua un esperienza non comune, quasi da invidiare. 117

10 Ricordi del tempo di guerra: lo sfollamento Di Giulio Vigna, noto pittore e ceramista tranese ho già detto quasi tutto nel mio recente libro sulla Val Sangone. Nel lungo capitolo a lui dedicato avevo cominciato col parlare della prima delle sue tre passioni, quella per l archeologia, importante sì, ma solo come passatempo, per poi passare alle altre due, la pittura e la ceramica, alle quali si è dedicato interamente dal 1985, facendone la sua professione. In particolare mi ero soffermato nel descrivere l arte della ceramica raku, originaria della Cina ed antichissima, per mezzo della quale lui oggi riesce a ricavare dei pezzi davvero unici, di squisita fattura e anche di valore. Ma io, da buon profano in materia, dopo aver assistito a tutte le fasi necessarie per ottenere una ceramica raku, l avevo scherzosamente definito «un artista che maltratta le sue opere per farle venire meglio». Del suo rapporto con Trana, invece, un rapporto iniziato sin dalla sua infanzia, avevo fatto solo un accenno, limitandomi a riportare per intero un suo breve tema intitolato «Ricordi qualche grande gioia familiare?», il cui testo mi sembra giusto riproporre qui, ora che torno a parlare di lui. Lo faccio per due motivi. Primo, perché l episodio descritto da Giulio è avvenuto a Trana nel Secondo, perché il contenuto del tema non riguarda soltanto un momento particolarmente felice della sua tenera età. Infatti, se lo si legge con attenzione, ci si accorge come, di riflesso, esso coinvolga anche una parte della popolazione di Trana. Mi riferisco a quei giovani che, partiti da qui per andare a combattere in Nord Africa, erano scampati alla dura sconfitta inflitta dagli Alleati alle armate italo-tedesche ad El-Alamein, e proprio in quei giorni stavano tornando a casa alla spicciolata per godersi una meritata licenza. «Una gioia che ha rallegrato la mia famiglia è stato il ritorno di mio papà dall Africa. È partito il giorno in cui io avevo un anno e due mesi ed è tornato quando avevo tre anni.» «Io e mia mamma eravamo sfollati a San Bernardino di Trana, un po dopo Orbassano; tutte le sere passava verso le dieci un trenino fino a Giaveno con dei soldati sopra. Una sera di giovedì, come al solito, eravamo andati a vedere al treno se forse fra tanti soldati vi fosse mio papà, e per la 118

11 strada dissi a mia mamma: Dimmelo, né mamma, chi è papà, che non vada ad abbracciare un altro soldato. Mia mamma mi rispose di sì, piangendo.» «Ad un tratto, quando il treno ripartì, mia mamma fece un grido di gioia. Io vedendo in lontananza un soldato venire quasi correndo verso di noi, capii che era papà, allora mi misi a correre verso di lui. Quando mi trovai vicino, confuso e non sapendo come fare, mi lanciai al collo e lo baciai non so quante volte e lui pure. Mia mamma correndo anch essa lo abbracciò piangendo. Fino a casa non mi staccai dal suo collo; vi era pure gente della casa a salutarlo. Credo che questo sia stato il giorno più felice, la gioia più grande della famiglia.» La data è quella del 10 novembre Giulio aveva allora dieci anni. Per quel tema in classe Giulio aveva preso un 8, scritto in rosso, a matita. Un bel voto, non c è che dire, ma senz altro meritevole di qualcosa di più se si considera il suo contenuto. Credo sia stata la mancanza di alcune virgole, evidenziate anch esse con la matita rossa, a costringere la maestra a privare Giulio della soddisfazione di portarsi a casa un 9 o addirittura un bel 10. Quando torno a trovare Giulio nella sua casa di San Bernardino con l intenzione di parlare soltanto del suo rapporto con Trana, e lui mi vede estrarre dal taschino della camicia il solito notes per gli appunti, intuisce al volo che la mia non è una normale visita di cortesia. «Ma... t sès tòrna sì!?» esclama allargando le braccia e puntando lo sguardo verso l alto. Per fortuna che, oltre la battuta un po maligna e l espressione di sconforto stampata sul suo viso, ad accogliermi c è il suo solito sorriso e la sua disponibilità di sempre, per cui ne approfitto subito per sottoporlo al consueto interrogatorio. «So che sei nato a Torino, e che pure i tuoi erano torinesi. Come mai, allora, questo legame così stretto con la Val Sangone, e con Trana in particolare? Se ricordo bene, eri appena nato quando sei venuto qui per la prima volta, vero? Poi, nel 68, sei venuto ad abitarci, esatto?» Le risposte piovono altrettanto a raffica, tant è che sul taccuino riporto solo l essenziale. «Sua mamma, da piccola, era stata a Ponte Pietra, dalla signora Oliva. Negli anni precedenti la guerra veniva, invece, in villeggiatura a S.Bernardino e aveva fatto amicizia con Anita Dovis, proprietaria della Trattoria del Tramvai, dove c era la fermata del trenino elettrico. Allo scoppio della guerra i genitori di G. decidono di andare via da Torino e si trasferiscono a S.B.. Lì prendono in affitto un alloggetto, proprio sopra la trattoria della Dovis. Giulio ha appena un anno. Suo padre è in guerra, in Nord-Africa. G. e la mamma rimangono a Trana dal 40 al 45.» Mentre Giulio mi riassume brevemente quanto già mi aveva accennato in occasione del nostro primo incontro, avvenuto all incirca quattro anni fa, mi rendo nuovamente conto di quanto le nostre infanzie si assomiglino, dal momento che tutti e due, da piccoli, siamo stati portati via di brutto - è proprio il caso di dirlo - dalla stessa città a causa della guerra. Erano stati i nostri genitori a prendere quella non facile decisione, consapevoli degli enormi disagi ai quali sarebbero andati incontro, ma lo avevano fatto solo a fin di bene. Torino era sotto la continua minaccia dei bombardamenti, e chi poteva se ne andava via, anzi, fuggiva lontano, dove si sapeva che le bombe inglesi non sarebbero cadute, se non per sbaglio. Con quella fuga precipitosa da Torino le nostre famiglie erano entrate a far parte di una nuova categoria di villeggianti, i cosiddetti sfollati, un termine caduto nel frattempo talmente in disuso, che sono in molti, oggi, a non sapere nemmeno che cosa esso significhi e a che cosa si riferisca di preciso. Per Giulio, come per me, gli anni della guerra hanno comunque lasciato un segno profondo, e anche alcuni ricordi che di tanto in tanto tornano alla mente, un po annebbiati, senza dubbio, dato il notevole tempo trascorso, ma incancellabili, al punto che, a volte, basta davvero poco per vederli riaffiorare. Ed ecco allora la voglia, quasi irresistibile, di raccontare, una voglia che diventa puro piacere quando le stesse vicende sono state vissute anche da chi è all ascolto. «Come quella volta che i tedeschi stavano per portare via il Podestà di Trana, Zanolli si chiamava...» mi spiega Giulio, non appena, parlando del proprio sfollamento, accenno ai rastrellamenti tedeschi avvenuti in Val Sangone. «E tu eri presente?» domando. «Ma... come hai potuto assistere a quella scena, piccolo com eri!?» 119

12 «Certo che ero piccolo! Nel 44 avevo cinque anni appena compiuti... Ho visto tutto perché ero sul balcone della Trattoria del Tramvai, proprio dove il trenino elettrico faceva la fermata. Io abitavo lì, al primo piano, con la mamma. Papà era tornato l anno prima dalla Libia, ma poi, dopo l Armistizio, era andato di nuovo via...» «E così, quando i tedeschi hanno fermato il Podestà, e stavano per caricarlo su un autocarro, io, dal balcone, mi son messo a gridare: Lassé sté monsù Zanolli! Lassé-lo sté!» «Lo hai detto proprio così, in piemontese?» «Sì, perché io, da piccolo, lo parlavo benissimo, meglio dell italiano... Comunque, le mie grida non sono servite a niente. I tedeschi si sono girati a guardare verso il balcone, si son fatti una bella risata, ma poi lo hanno caricato lo stesso sul loro camion. Puoi immaginare che cosa gliene fregasse, a quelli, che un bambino si fosse messo a gridare...» «Scusa, ma... come mai ti preoccupavi così tanto di quell uomo? In quel periodo, se ricordo bene, il Podestà doveva per forza essere un fascista, dico bene?» «Ma cosa vuoi che ne capissi, io, di quelle cose! Avevo cinque anni, te ne rendi conto!? So solo che quel signore mi voleva bene perché, praticamente, mi aveva quasi visto nascere. E anch io gli volevo bene perché, quando mi incontrava, mi regalava sempre le caramelle... Sì, sì, come hai detto giustamente tu, doveva per forza essere un fascista, altrimenti non lo avrebbero messo a fare il Podestà, ma il fatto che i tedeschi avessero preso anche lui, questo mi dà da pensare. Chissà! Si vede che, come Podestà, lasciava un po a desiderare...» Assieme ad una foto della sua famiglia scattata nel 43 durante la breve licenza del padre a Trana, dopo il rientro dalla Libia, Giulio mi ha fatto pervenire una sua poesia dedicata agli anni della seconda guerra mondiale, trascorsi appunto a Trana. È intitolata Sfolamènt, versione in dialetto piemontese della parola Sfollamento. Questa poesia, è ovvio, è stata scritta parecchio tempo dopo, in età matura, e questo non fa che confermare quanto ho detto poc anzi, a proposito del segno lasciato nel cuore di entrambi da quegli anni, e quanto siano ancora ben impressi nella mente di ciascuno di noi i ricordi legati a quel lontano periodo. La famiglia Vigna nel 1943, a S.Bernardino. Il papà del piccolo Giulio non sta indossando una gonna, ma un paio di pantaloni alla zuava, molto di moda in quegli anni. Sfolamènt Ancheuj l odor dël cafè-lait a l è pi nen come lo sentì-a quando i jera cìt an brass a mia nòna, forse a l era ël pan che a savì-a d gran, forse a l era l feu d la stùva, che quand a scapàva a savì-a d brusà. Im ricordo che as mangiava tut, mia nòna am portava ntla cort davzin a vëdde l pavòn che a fasì-a la ròa e a slargava le piume come na ventajna. Ël me coeur as saràva e l avì-a veuja d pioré perché me papà a-jera an guera, mia mama a travajé. E noi j ero sfolà. ma poi pensava che a j era mia nòna con j jeui furb, la soa riga da na part. E l indomàn mangiava l cafè-lait 120

13 La guerra di resistenza di Bartolomeo Romano, Presidente A.N.P.I. Val Sangone Dopo l 8 settembre 1943, anche Trana è teatro della guerra civile. La Val Sangone diventa un punto di riferimento per i cittadini che, non volendo essere arruolati nella Repubblica Sociale, si aggregano ai partigiani che hanno eletto a rifugio le nostre montagne. Tralasciando i fatti che non riguardano Trana, sebbene importanti e che hanno causato innumerevoli lutti alla nostra popolazione, parliamo dell evento più tragico successo nel nostro paese. A causa di una rappresaglia tedesca, il 26 giugno 1944 quaranta cittadini inermi vengono presi come ostaggi e, dopo essere stati radunati nell attuale Piazza dei Caduti, hanno rischiato la fucilazione in massa. Ma procediamo con ordine. In quei giorni il gruppo partigiano operante in zona, in accordo con il C.L.N. di Torino, decide di attaccare le due polveriere, quella di Sangano e quella di Avigliana. La Brigata del comandante Sergio De Vitis attaccherà Sangano, mentre quella del comandante Eugenio Fassino, padre dell On. Piero Fassino, attuale Presidente Nazionale dei D.S., si occuperà di Avigliana. Questa azione non influirà nella vicenda tranese, se non di riflesso. Con un azione fulminea e ben studiata, De Vitis e i suoi riescono ad impossessarsi del presidio nemico ed a catturare tredici soldati tedeschi. Tuttavia, il comando torinese nazifascista viene subito allertato e da Torino partono immediatamente i rinforzi con truppa e mezzi pesanti. A questo punto, per permettere ad una parte dei suoi di fare ritorno in Val Sangone con i prigionieri, passando dal Monte Pravigero, il comandante De Vitis organizza alla polveriera un gruppo al fine di coprire la ritirata. La zona viene presto accerchiata dalle forze nemiche e, nonostante una difesa valorosa, De Vitis e altri sette partigiani cadono sul campo. Gli altri, con la copertura della Brigata Campana appostata alla cava, riescono a raggiungere i rifugi situati sulle montagne della Val Sangone. La rappresaglia tedesca è immediata. Come 121

14 Manifesto commemorativo del 1945 con le firme autentiche degli ostaggi (La documentazione fotografica di questo capitolo è stata fornita dall Autore) 122

15 fucilazioni: scambio degli ostaggi con l aggiunta, nell elenco dei civili da rilasciare, di due personaggi di spicco della Resistenza, in quel momento in mano tedesca: Celeste Colla ed Eugenio Fassino. All indomani, il 27 giugno 1944, al curvone di San Bernardino, avviene lo scambio dei prigionieri. Occorre menzionare, ad onor di cronaca, che il comandante partigiano Giulio Nicoletta, coraggiosamente presente durante lo scambio, si fidò della parola data dai tedeschi, che invero la mantennero, liberando poco tempo dopo Celeste Trana - 29 giugno foto di gruppo degli ostaggi liberati abbiamo già accennato, vengono sequestrati e radunati nella piazza quaranta cittadini, come testimonia il foglio di comando firmato dal capitano tedesco Funk, documento che verrà in seguito incorniciato e conservato nel Santuario di Trana, come ex-voto. I tedeschi dettano le condizioni: rilascio immediato dei loro soldati tenuti prigionieri, oppure la fucilazione di tutti i cittadini catturati. Il parroco di Trana, il teologo Don Giuseppe Gianolio, protesta così vivacemente con il comandante tedesco che viene arrestato e portato nel carcere di Pinerolo. La trattativa, a questo punto, viene proseguita dal Podestà di Giaveno, Giuseppe Zanolli (uomo di grande correttezza, tant è che, a guerra finita, i giavenesi lo premieranno eleggendolo a Sindaco) con la collaborazione di altri notabili tranesi e con l intervento particolare del vice-curato della parrocchia della Collegiata di Giaveno, Don Carlo Busso. Si giunge in breve ad un accordo, anche perché i tedeschi hanno dato un ultimatum di ventiquattro ore, scaduto il quale saranno cominciate le Colla, detenuto nelle carceri Nuove di Torino, consegnandolo nelle mani del partigiano Titano Fumato e di un suo compagno, soprannominato Balìn, i quali, rischiando in prima persona, andarono a prenderlo a Torino. Per quanto riguarda Eugenio Fassino, come riporta il capitano Funk nel documento dell accordo, lui non era in carcere, ma giaceva, ferito, in un letto dell Ospedale Molinette. Il prof. Guido Usseglio Mattiet, che lo aveva in cura, cogliendo l occasione di dover accompagnare il proprio degente, abbandonò 123

16 dopo la sua cattura e l impiccagione avvenuta a Giaveno. Concludendo, la brutta avventura degli ostaggi tranesi è finita nel migliore dei modi, grazie alla buona gestione delle trattative da entrambe le parti, una conclusione considerata, allora, quasi miracolosa, tant è che per anni è stata commemorata con una funzione religiosa nel Santuario di S.Maria della Stella. Non dimentichiamo, infatti, che nello stesso periodo, il 3 aprile, a Cumiana, una situazione analoga finiva, invece, tragicamente con la fucilazione di cinquantuno civili presi per rappresaglia dai nazifascisti. Il comandante Eugenio Fassino, padre dell On. Piero Fassino, attuale Presidente Nazionale dei D.S., in una foto scattata prima dell attacco alla polveriera Agliana, azione nella quale rimase ferito e fu fatto prigioniero dai tedeschi. A lato Eugenio Fassino sui monti della Val Sangone, assieme agli uomini della sua brigata, dopo la liberazione avvenuta in seguito ad uno scambio di prigionieri. l ospedale poco prima del suo arresto. I tedeschi avevano infatti scoperto la sua militanza partigiana che lo portò a prendere il posto del Campana, il Marchese Cordero di Pamparato, 124

17 Tragedie della guerra civile DUE VITTIME INNOCENTI di Ester Lavarini e Piero Taverna Nell affrontare il periodo della Resistenza mi sono trovato in difficoltà, dovuta, questa, alle reticenze dei probabili testimoni. Nessuno parlava in modo esplicito della morte dei due ingegneri, finchè non ho conosciuto la figlia dell Ing. Lavarini, che ancor oggi trascorre parte del periodo estivo nella sua casa di Trana. Dopo il nostro incontro si è deciso di rendere noto lo svolgimento della tragica fine di suo padre e del suo amico, ing. Taverna, anche se ci rendevamo conto che sarebbe stato scomodo per qualcuno. La testimonianza della Lavarini congiunta, a quella di Piero Taverna, figlio dell ingengere, è stata in seguito suffragata dal ritrovamento di una documentazione esistente presso l Istituto Storico della Restistenza a Torino. Trattasi del diario lasciato da Giuseppe Zanolli, che in quegli anni ricopriva la carica di Podestà, a Giaveno. La sua onestà e credibilità negli anni della guerra, sono state premiate, a fine conflitto, con la sua elezione, avventura in modo democratico, a Sindaco del medesimo paese. Stefano Barone Il 27 giugno 1944 i partigiani della Val Sangone eseguirono l operazione descritta dettagliatamente da Bartolomeo Romano nel capitolo precedente. Parliamo di avvenimenti riguardanti le nostre famiglie e che abbiamo vissuto in prima persona. Quando, la sera stessa del 27 giugno, i prigionieri tedeschi apparvero sulla piazza di Trana, ci fu un grande tripudio fra la popolazione, in quanto ciò significava l imminente liberazione dei quaranta ostaggi dal tremendo destino che li minacciava. Tuttavia, quella manifestazione di giubilo fu considerata, in ambito partigiano, ostile e meritevole di ritorsione. Un mese dopo l accaduto, il 24 luglio, alcuni partigiani, intorno alle ore 23, si presentavano alla casa dell ing. Luigi Taverna col pretesto di volere delle informazioni, ma, non appena egli aprì la porta, lo circondarono con le armi in pugno e lo prelevarono. Passato lo sgomento per l accaduto, la famiglia avviò una serie di azioni per individuare e contattare il gruppo autore del sequestro 125

18 La famiglia del ing. Lavarini, alla fine degli anni 30 al fine di ottenere la liberazione del proprio congiunto. Sul piano locale, la signora Silvia Taverna - assieme ai due figli quindicenni Piero e Giorgio - tentò inutilmente di avvicinare qualche esponente partigiano, mentre a Torino i contatti col CLN furono tenuti dalla stessa signora con l appoggio della società Nebiolo, di cui il marito era un componente. Tutti gli interpellati, appartenenti a diverse formazioni partigiane della Val Sangone, Susa e Cumiana, si dichiararono all oscuro di prelevamenti di civili nella notte del 24 luglio. Tuttavia, per maggior sicurezza, il CLN di Torino decise di inviare una staffetta a tutte le formazioni della zona con l ordine di sospendere qualsiasi azione nei confronti del sequestrato. Nella giornata del 25 luglio furono notati, a Trana, alcuni partigiani. Si diceva che avessero una lista di persone da prelevare. Il pomeriggio del 26 luglio la signora Taverna, sulla strada provinciale, venne avvicinata da un partigiano. Costui, dopo averle mostrato a scopo di presentazione un portacarte del marito, le consegnò un breve messaggio di saluto, che lei subito lesse. Alla fine della lettura, il partigiano aggiunse freddamente: «Nel biglietto non è stato detto tutto. Nulla è emerso nei confronti di suo marito, ma, come certamente vi sarete resi conto, c è stato uno scambio di persona. Vogliamo parlare col fratello dell ingegnere, e solo dopo lo restituiremo.» Cosa significavano queste parole? Verso la metà di giugno, il fratello dell ingegnere, Luigi Carlo, per evitare la guerra che stava raggiungendo Firenze, dove lui abitava, si era trasferito con la famiglia a Trana, ospite del fratello. Il mattino del 28 giugno, giorno del rastrellamento, per non essere incluso nel gruppo degli ostaggi, si era avvalso della propria iscrizione al PFR. Gli interlocutori torinesi di Silvia Taverna già il giorno 25 le avevano consigliato che il cognato lasciasse Trana, e così egli fece. (Per completezza va detto che Carlo Taverna, imprigionato e giudicato a San Vittore, dopo il 25 aprile 1945 fu prosciolto con formula piena da ogni addebito.) Pertanto la signora Taverna rispose al partigiano che suo cognato Carlo, al momento, era in clinica a Torino e che le occorreva un minimo di tempo per avvertirlo. Si concordò quindi col partigiano per un secondo appuntamento per far fronte alla richiesta. La sera stessa di quel 26 luglio, un gruppo armato di partigiani si presentò alla casa dell ing. Lavarini. La famiglia era riunita per festeggiare l onomastico della figlia Anna (la quarta di sei figli, tre maschi e tre femmine). Con la scusa di voler rivolgere alcune domande all ingegnere, lo prelevarono, così come avevano fatto col Taverna. L ing. Lavarini, ex-allievo dell Istituto Fratelli delle Scuole Cristiane e promotore dell associazione ex-allievi del Collegio San Giuseppe, era persona ben conosciuta in Val Sangone poiché, ricoprendo la carica di direttore tecnico delle Tramvie Comunali ed Intercomunali di Torino, si interessava pure della linea per Giaveno ed aveva assunto alle proprie dipendenze diversi abitanti della zona. Inoltre, fin dal 1925, aveva affittato, ed in seguito acquistato in Borgata Rivafredda di Trana una casa per le vacanze estve In quel periodo, a titolo gratuito, progettò e dires- 126

19 La passerella sul Sangone a Rivafredda (poco più a Nord del ponte) fatta costruire a proprie spese dall ing. Lavarini e che venne portata via dall alluvione nell autunno se i lavori del costruendo asilo infantile di S.Bernardino e donò alla chiesa parrocchiale di Trana il mosaico artistico del Sacro Cuore, che ancor oggi si può ammirare sopra l altare della cantoira. Durante la guerra si rese attivo per organizzare una compagnia di Milizia Contraerea col compito di segnalare per tempo la direzione dei bombardieri alleati diretti a Torino, pur continuando la sua attività professionale. Dopo l armistizio dell 8 settembre 1943 e la successiva spaccatura politica dell Italia, tutta la Milizia fu assorbita dall Esercito e l ing. Lavarini venne nominato capitano, ma non partecipò mai ad alcuna azione bellica. Sempre il 26 luglio, a Trana, un altro sequestro di persona da parte dei partigiani fallì in quanto il ricercato non era presente. Il pomeriggio del giorno 27 la signora Taverna portò la risposta suggeritale dal CLN di Torino, e cioè di fissare un incontro per il giorno successivo presso la stazione di S.Bernardino della linea Satti, ma la proposta, apparentemente accettata, venne disattesa. Il 28 luglio nessun partigiano si presentò nel luogo e nell ora concordati, in quanto, poche ore prima, in località Provonda, ad un mese esatto dalla liberazione dei prigionieri tedeschi e dei quaranta ostaggi civili di Trana, gli ingg. Lavarini e Taverna, con una sentenza sommaria emessa senza processo, erano stati fucilati dopo aver ricevuto i sacramenti religiosi, come testimoniò il parroco di Provonda che li assistette al momento dell esecuzione. Al sacerdote, dopo la fucilazione, fu fatto divieto di comunicare l accaduto a chichessia e gli furono sequestrati (e mai trasmessi alle famiglie) gli effetti personali ed i messaggi che gli erano stati affidati dai due ingegneri. Il giorno seguente, 29 luglio, qualcuno riuscì ad avvertire il Podestà di Giaveno, il quale, dopo aver individuato nella banda Campana (nome di copertura del suo capo, il ventiquattrenne Cordero di Pamparato) il gruppo autore delle fucilazioni, si mise in contatto col Campana. Nel corso di un tempestoso colloquio avvenuto nella notte a casa sua, il Podestà si fece narrare l accaduto e ottenne di togliere il veto che impediva di informare le famiglie. Alla richiesta di poter avere le salme fu, invece, opposto un rifiuto. 127

20 Al superamento di tale rifiuto provvide in seguito lo stesso Podestà Zanolli che, fissato un nuovo incontro col Campana in luogo neutrale e, dopo aver ottenuto la promessa di essere per il futuro tempestivamente avvertito su tutto, onde evitare altre tragedie, ottenne l autorizzazione al recupero delle salme sotto la propria responsabilità. Nella stessa giornata il permesso veniva concesso anche dal comando partigiano della Val Sangone, che dichiarò di essere stato informato della vicenda solo ad esecuzione avvenuta e che definì il comportamento delle due vittime eroico e cristiano. Il riconoscimento ed il trasporto delle salme da Provonda al cimitero di Giaveno avvenne notte tempo, il 3 agosto. Vi presero parte Silvia Taverna, la figlia diciassettenne dell ing. Lavarini, Ester, accompagnata da una zia e dalla figlia del Podestà Zanolli, sua carissima amica, scortate da due uomini armati. Il Podestà fu la guida ed il garante dell operazione nei confronti dei posti di blocco dei partigiani. I corpi delle due vittime giacevano crivellati di proiettili in una buca scavata Lapide nella tomba di famiglia nel cimitero di Trana nella terra in un vallonetto che aveva come punto di riferimento due alberi isolati vicini alla chiesa. Le spoglie recuperate e collocate in due casse furono caricate su un carretto e deposte in un primo momento, sempre di notte, nella cappella sacerdotale del cimitero di Giaveno. Superate le difficoltà per ottenere i certificati di morte, la settimana successiva, ancora di notte e passando per strade secondarie, le salme vennero trasportate a Trana e seppellite nella tomba della famiglia Lavarini. Alcuni anni dopo la fine della guerra, la salma di Luigi Taverna fu traslata a Torino, nella propria tomba di famiglia. Dal Diario del Podestà di Giaveno, Giuseppe Zanolli (conservato presso l Istituto Storico della Resistenza in Piemonte, a Torino) Il canonico Ripamonti mi viene ad avvertire che da quattro giorni sono scomparsi da casa loro due ingegneri di Trana, un certo Taverna ed un certo Lavarini. «Ma come sono scomparsi? Si sono allontanati o non sono rientrati da Torino?» «No! Sono stati prelevati per un interrogatorio dai partigiani e più non sono tornati.» «Ma da quali partigiani?» «Uno sembra sia stato quello che chiamano Il Boia.» «Perdinci! Ma allora sono della Banda Campana. Male, perché non avvertirci subito?» «E da quanti giorni precisi mancano?» «Da lunedì, quindi cinque giorni e non quattro.» «Troppo tardi, caro signor Canonico. Se, come la penso io, sono stati presi dalla Banda Campana, ormai non c è più speranza.» «Io ho voluto fare delle indagini.» «Ma benedetto uomo! Perchè non ha avvertito almeno il prevosto che subito l avrebbe mandato da me?» «Veramente, la sera che sono stati prelevati, Il Boia ha detto di non dire nulla, che il giorno seguente sarebbero rientrati a casa.» «E già! Temevamo che io ne venissi a conoscenza e cercassi di impedire la loro fucilazione.» «Ma io credevo sempre e speravo ritornassero.» «Ha fatto male. A ogni modo ora ogni recriminazione è inutile. Vado subito a vedere.» «In montagna, ai Morelli, Campana non c è. Il dottor Besasso mi dice che sono stati tutti e due fucilati giovedì (ieri l atro) alla Provonda.» «Ma perchè?» «Denunce venute da Torino.» «È inutile discuterne con lei, ne parlerò con Pamparato.» Torno a casa avvilitio e dico al Canonico: 128

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