VECCHIA EUROPA ADDIO?

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4 FILO DIRETTO TUTTI NEGATIVI GLI INDICATORI ECONOMICI VECCHIA EUROPA ADDIO? NEL NOSTRO CONTINENTE LA CRISI ECONOMICA È ANCHE CRISI POLITICA. E IL RISULTATO SEMBRA ESSERE OGNI GIORNO DI PIÙ L IMMOBILISMO di Mauro Bossola, Segretario Generale Aggiunto Fabi Vista dall Europa, la crisi sembra invincibile: tutti gli indicatori economici, dal PIL alla disoccupazione, dall inflazione ai mercati, hanno un andamento negativo o contrastato; ma se ci focalizziamo sul resto del mondo, le cose cambiano. Cambiano negli Stati Uniti che, con la presidenza Obama, forte dell adozione della riforma sanitaria, dell accordo per il disarmo nucleare e della recente ripresa dell economia americana, anche in termini di posti di lavoro, sembrano riprendere il loro ruolo di attore mondiale. Ma cambiano soprattutto nei paesi delle emergenti economie asiatiche, che sembrano infischiarsene della crisi. La crescita in Cina? I più pessimisti prevedono per quest anno un rotondo 8% e i più ottimisti un bel 12%. E in India? Sarà almeno del 7,5%; così che tutta l Asia sarà tirata da queste due locomotive. Con buona pace della Germania, ancora offesa dal dover intervenire, suo malgrado, per aggiustare i traballanti conti pubblici greci. E mentre l Europa si divide sugli aiuti all economia greca, ancora la Cina, insieme con Corea, Giappone e agli altri Paesi dell Asean (Association of Southeast Asian Nations), ha appena dato vita a un fondo di 120 miliardi di dollari per prevenire le crisi di liquidità delle economie asiatiche. Lo stesso dinamismo si ritrova a livello delle aziende multinazionali, ma soprattutto fuori dal vecchio Continente. Chi ha comprato la Volvo? Il costruttore cinese di automobili Geely, pressoché sconosciuto al grande pubblico europeo, ma già un colosso in patria. E chi è diventato il quinto gestore telefonico mondiale, mettendo le mani sui nuovi network africani di telecomunicazione? Il gigante indiano Bharti. E chi ha oggi il vento in poppa nel campo del nucleare civile nei paesi del Golfo? I gruppi industriali Sud Coreani, che stanno soppiantando gli europei in quella che per anni è stata la loro riserva privilegiata. Ma le sfide all Europa non arrivano solo dall Asia e dal sub continente indiano; tra qualche mese il presidente Lula lascerà il suo incarico, forte di avere ritagliato per il suo Paese un ruolo a livello internazionale: dissanguato e umiliato dal FMI ancora fino a pochi anni fa, il Brasile può oggi permettersi di lanciare un vasto programma d investimenti pubblici, pari a 600 miliardi di euro in soli sei anni. E l uomo più ricco del mondo, secondo la rivista Fortune, non è più Bill Gates e tanto meno un europeo, ma il magnate delle telecomunicazioni: un messicano. Durante tutto questo periodo, l Unione Europea è stata come in surplace, in attesa di chissà quale evento, incapace di avere una chiara visione del futuro e di mettersi in gioco. Il problema della competitività degli anni 80 e dei primi anni 90 non è mai scomparso; rimasto nascosto nel periodo della bolla finanziaria, ha continuato a erodere la capacità delle economie del nostro continente. Anche i miraggi della delocalizzazione e dell outsourcing ad oltranza, propinati dai manager come l uovo di colombo della globalizzazione, non hanno fatto altro che indebolire le strutture industriali e produttive, in Italia come negli altri paesi europei. Tutti presi dalle polemiche sull indebitamento eccessivo, in Eurolandia sembriamo aver perso di vista l importanza, per ogni economia, del processo di crescita e della capacità d innovazione che sono le macchine che generano la ricchezza delle nazioni e dei loro cittadini. La questione non è quella di una sfida teorica, o peggio retorica, come quelle che siamo abituati sterilmente a combattere, tra la visione sociale dell economia e quella liberale. Quanto, piuttosto, quella d individuare le priorità e di trovare le vie per una loro concreta realizzazione. Purtroppo, spesso si ritiene che questo modo di ragionare sia troppo pragmatico, e finisca per annacquare gli ideali nobili nella pratica più bieca. Così facendo, tutti presi da noi stessi e dal nostro ombelico, come europei non ci accorgiamo che il mondo è già ripartito e noi non abbiamo ancora calcolato la rotta e nemmeno alzato le vele. È venuto, invece, il tempo di recriminare un po meno sull incapacità della politica e dei mercati di mettere d accordo la libertà individuale e la coesione sociale, per affrontare con maggior concretezza l effettiva risoluzione dei problemi di competitività del nostro sistema, e di come sia possibile coniugarli con i temi sociali che tanto ci stanno a cuore. La lezione d oltreoceano ci dice che la visione del presidente Obama, sintetizzata nello slogan Yes We Can ha avuto successo, anche se ha dovuto passare attraverso i tortuosi meandri delle negoziazioni parlamentari. Senza questa combinazione, si rischia il gigantismo o il particolarismo e, nel caso europeo, l immobilismo. 2

5 FILO DIRETTO Bancone deve far rima con occupazione OBIETTIVO EUROPA: PARTE LA SVOLTA Con il progetto di Banca Unica, il grande gruppo dovrà uscire da quelle logiche campanilistiche e regionali che da sempre ne hanno caratterizzato l azione. Il sindacato avrà però l obbligo di essere unito e di vigilare su queste trasformazioni affinché non si rivelino un boomerang per i lavoratori. La priorità sarà quella di riportare le trattative all interno di un piano industriale reale di Mauro Morelli, Segretario Nazionale Fabi All inizio degli anni 2000, aggregando sette banche intorno all allora Credito Italiano, nasce il Gruppo Unicredito e alla fine, tre anni fa, quasi per obbligo, più che per convinzione, la fusione con Capitalia dà vita al primo gruppo bancario europeo che ancora oggi sta cercando, con grande fatica, di dare un senso all intera operazione varando un progetto di fusione delle diverse società esistenti in un'unica grande realtà operativa. E, mentre fino a poco tempo fa l utile e le poltrone sull investimento fatto, non lasciavano spazio a discussioni tra i grandi investitori e amministratore delegato, oggi, la crisi globale fa affiorare non solo difficoltà gestionali ed operative ma soprattutto di rapporti tra fondazioni e grandi azionisti sulla ripartizione dei poteri. Troppe le pressioni dei vari soci sugli interessi territoriali, tante le poltrone da sopprimere per non essere costretti a ricercare un attento equilibrio che renda possibile questo disegno ambizioso e nello stesso tempo complesso da realizzare. Questo gruppo, al tempo della fusione, ha adottato soprattutto una politica di gestione unilaterale, mirata al drastico ridimensionamento dei costi del personale anche attraverso l anomalo ricorso al fondo esuberi autofinanziato. In questa fase il gruppo ha tentato, seguendo il modello angloamericano, di svilire le relazioni periferiche e realizzare l accentramento, pressoché totale, del potere decisionale di trattativa. Questi atteggiamenti hanno evidenziato la necessità di fornire risposte forti a livello sindacale. La mobilità, il demansionamento professionale, le garanzie occupazionali uguali per tutti, la carenza cronica degli organici in quasi tutto il territorio, la distribuzione delle deleghe ai quadri intermedi, la necessità di pronte risposte alle esigenze della clientela, l auspicabile senso di appartenenza di tutto il personale a questo nuovo gruppo, sono solo alcuni dei problemi che l azienda dovrà affrontare una volta partito l intero progetto di Banca unica. Il Sindacato, ritrovando tutta la sua compattezza, dovrà essere in grado di riportare la trattativa o all interno di un piano industriale reale e salvaguardare il futuro occupazionale dei lavoratori. Purtroppo anche nel nuovo gruppo sensibilità diverse tra le organizzazioni sindacali hanno di fatto tracciato linee politiche e strategiche non sempre coerenti e compatte. Dobbiamo dire, con orgoglio, che la FABI è riuscita a rifuggire da eccessivi personalismi individuali, facendo identificare tutti nella squadra che si è andata delineando in questi mesi di lavoro insieme. I quadri sindacali della FABI hanno tutti velocemente capito che questa è un altra azienda, dove nulla è e sarà più come prima, né per cultura, né per obiettivi, né per dimensioni. Adesso dovranno capirlo anche Unicredit e gli azionisti, uscendo da quelle logiche campanilistiche regionali che non sembrano assolutamente adeguate anzi, in aperta contraddizione con gli investimenti e le ambizioni mondiali di questo gruppo bancario. attualità Vi è mai capitato di dipingere il futuro? IL PATTO D INSIEME Un movimento d opinione che promuove un fronte comune fra generazioni diverse nel rivendicare e difendere i propri diritti. di Mattia Pari, Segretario provinciale FABI Rimini Mai più espressioni del tipo serve un uomo. Si tratta, dice la Cassazione, di una vera e propria discriminazione nei confronti delle donne, passibile di condanna per diffamazione. Un offesa a tutti gli effetti che fa scattare il risarcimento a favore del gentil sesso. In questo modo la quinta sezione penale ha reso definitiva una condanna per diffamazione con tanto di cospicuo risarcimento nei confronti di un giornalista di un quotidiano di Caserta e del suo interlocutore, un sindacalista della Cisl, colpevoli di aver pubblicato un articolo sul carcere di Arienzo diretto da una direttrice donna Carmela Campi, in cui si diceva testualmente Carcere, per dirigerlo serve un uomo. Secondo la Cassazione correttamente l articolo è stato ritenuto diffamatorio dalla Corte d Appello di Salerno nel febbraio 2009, in quanto l espressione è riferita al solo fatto di essere una donna gratuito apprezzamento contrario alla dignità della persona perché ancorato al profilo, ritenuto decisivo, che deriva dal dato biologico dell appartenenza all uno o all altro sesso. Per aver sostenuto che nel carcere era meglio la gestione di un uomo rispetto di quella al femminile, l articolista e il suo interlocutore sono stati condannati dalla Corte d Appello di Salerno ad una multa per diffamazione e a risarcire la direttrice offesa con euro. Inutile il ricorso in Cassazione volto a dimostrare che nell articolo, che tra l altro voleva mettere in evidenza i difficili rapporti sindacali con la direttrice, si era esercitato il diritto di cronaca. Piazza Cavour (sentenza 10164) ha respinto il ricorso e ha evidenziato che correttamente i giudici di merito hanno ritenuto che la frase sarebbe meglio una gestione al maschile è oggettivamente diffamatoria ed è da sola idonea ad affermare la responsabilità sia dell intervistato che dell intervistatore. 3

6 FILO DIRETTO UNA TESTA UN VOTO. IL MODELLO BPM AVANZA di Mauro Scarin, Segretario Nazionale FABI Nell anno della crisi la Banca Popolare di Milano ha messo a segno importanti risultati: l utile netto è cresciuto del 37%, gli impieghi sono rimasti stabili, il Core Tier è salito al 7,9%. Il merito è anche di un consiglio d amministrazione unico nel suo genere, scelto in larga parte dai lavoratori. Al momento i bancari soci della Bpm sono oltre 8000, ma si sta pensando da allargare ulteriormente la rappresentanza Quando qualcuno vi parla di una ricchezza considerevole, consigliava Gustave Flaubert, è sempre bene chiedersi quanto durerà. A lungo considerate tradizionali, se non obsolete, le banche italiane stanno uscendo a testa alta dalla crisi finanziaria internazionale. Molti colossi stranieri si sono salvati solo con massicci interventi pubblici. Gli istituti italiani, invece, hanno retto alla bufera contando sulle proprie forze, grazie anche all impegno del personale. Un caso particolare è quello della Banca Popolare di Milano, uno dei maggiori player italiani, con 145 anni di vita. Una banca quotata in Borsa, ma che conserva la forma originaria di cooperativa, basata sul principio: una testa - un voto. Le banche cooperative in Italia sono un comparto attivo e vitale. Sono circa un centinaio, con agenzie. Vi lavorano addetti. Servono 9 milioni di clienti. Annoverano 1 milione di soci. Negli ultimi 10 anni le popolari sono cresciute e rappresentano oggi, secondo la Banca d Italia, il 40% degli sportelli e il 31% degli impieghi del sistema. Un trend legato al forte radicamento sul territorio. La particolarità del modello BPM è il forte coinvolgimento dei dipendenti-soci, che si esprime attraverso l Associazione Amici della Bipiemme, che ha quasi 10 anni di vita. L Associazione raggruppa circa soci BPM, fra i quali circa dipendenti. Esprime la lista che ha ricevuto la maggioranza in assemblea e ha designato 10 dei 18 consiglieri, fra i quali il Presidente, Massimo Ponzellini. In BPM, tuttavia, c è anche un ampia rappresentanza di varie componenti: sono ben 3 le liste che hanno ottenuto membri nel CDA. I posti delle minoranze sono 6 su 18, a cui si aggiungono 2 consiglieri di investitori istituzionali. Il modello BPM ha confermato la propria validità durante la crisi. Nel anno di straordinarie difficoltà - il Gruppo Bipiemme ha registrato risultati molto positivi. L utile netto (103,6 milioni di euro) è cresciuto del 37%. Gli impieghi sono rimasti stabili, a 32,9 miliardi di euro. La BPM ha rafforzato la sua solidità: il Core Tier 1 ratio è salito dal 6,5% del 2008 al 7,9% del Ed è stato mantenuto invariato il dividendo. Per consolidare il legame con i soci, la banca ha lanciato il progetto Club Soci BPM. Il Club mira ad allargare la base sociale offrendo ai soci esclusivi servizi in campi quali investimenti, assicurazioni, salute, cultura, spettacoli e turismo. L Associazione Amici della Bipiemme è ora impegnata in una campagna per promuovere la presenza come soci della BPM dei dipendenti del Gruppo (oltre 8.000). Il gruppo comprende istituti di credito tradizionali, una banca online, una banca di investimento, una società di gestione del risparmio, una compagnia di assicurazione vita, una SIM nel private banking e una società attiva nel credito alle famiglie. In aprile sono stati organizzati incontri sul territorio con i dipendenti delle diverse realtà a Milano, Roma, Bologna, Foggia, Legnano e Alessandria. L Associazione ha anche promosso un piano d che punta al voto da sedi decentrate (una novità assoluta) e non esclude un aumento delle deleghe (che oggi sono 2), senza tuttavia stravolgere il principio del voto capitario. Il voto a distanza favorirà la partecipazione dei soci in sedi decentrate, attraverso un collegamento con l assemblea. Sui circa soci della banca, infatti, solo sono in provincia di Milano. Va ricordato che all ultima assemblea, nell aprile 2009, erano presenti persone che, con le deleghe, hanno espresso voti per circa soci. Un vero record. 4

7 SPECIALE STATUTO di Paolo Berti, Avvocato Caro Statuto, desidero rivolgerti i miei più calorosi auguri in vista del Tuo compleanno che si consumerà il prossimo 20 maggio: allora, saranno 40 anni! Tutti noi sappiamo - ed anche Tu, ne sono certo - che nei prossimi mesi si succederanno le voci di chi griderà a squarcia gola che sei vecchio, non più adatto alla modernità e rappresentativo di quella parte del mondo del Lettera aperta allo statuto dei lavoratori LUNGA VITA ALLO STATUTO! È ANCORA LO SCUDO PIÙ FORTE A PROTEZIONE DEI LAVORATORI E DEL SINDACATO lavoro che si ostina a rimanere prigioniero del passato. E pensare che i 40 anni sono l età di mezzo, quella della maturità e della forza propulsiva, quella, per intenderci, che facendo tesoro delle esperienze passate, guarda al futuro, sognando nuovi orizzonti e sempre nuovi obiettivi da conquistare: suvvia, non è ancora giunta l ora del commiato! Ricordo che - tanto per fare un po di storia - quando fosti concepito, il Tuo padre putativo, il Prof. Gino Giungi, volle darti un secondo nome, addirittura più altisonante ed aulico del primo: Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento. Era, questo, un modo come un altro per ricordare a tutti noi che Tu nascevi- è vero, con un po di ritardo e dopo un parto lento e travagliato - dal ventre della Carta Costituzionale (la Tua mamma naturale), da quell articolo 1) che solennemente dichiarava che L Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro.. e da quell articolo 35) che, affermando essere, la nostra, Repubblica, tutrice del..lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni, rappresentava la porta d ingresso della Casa del Lavoro in cui trovavano posto i diritti individuali e quelli collettivi. Nelle intenzioni dei Tuoi genitori, la Tua nascita doveva servire al perseguimento di tre obiettivi che oggi, a distanza di 40 anni, 5

8 SPECIALE STATUTO possiamo dire essere stati brillantemente raggiunti. Il primo, consisteva, per l appunto, nella tutela della libertà e della dignità del lavoratore con riferimento a situazioni repressive che potevano verificarsi nell impresa (Iddio sa quante ne abbiamo viste in questi anni!); poiché quest ultima, basata su un principio di per sé autoritativo, creava i presupposti per una situazione di potenziale compressione delle libertà personali dei lavoratori, era quindi necessario un intervento del legislatore, che preservasse questi specifici valori (libertà e dignità) negli aspetti più minuziosi della vita aziendale. E così nacquero i divieti di perquisizioni personali (art. 6), e dell uso di mezzi audiovisivi e tecnici per il controllo a distanza dei lavoratori (quell art. 4 che, oggi, tanto è utile per stoppare le indagini invasive che l informatica permette alle Aziende di praticare) ed ancora l assunzione di informazioni sui lavoratori stessi (art. 8), insieme con una disciplina ferrea e garantista per l esercizio del potere disciplinare (art. 7), che imponesse al datore di lavoro il rispetto di rigide forme. Quanto è stato vasto l uso di queste norme nella giurisprudenza di merito e di legittimità, con l affermazione di principi che hanno permesso ai lavoratori di sentirsi, se non proprio più forti, un po meno soli ed isolati! Il secondo obiettivo tendeva, invece, a rafforzare il principio di libertà sindacale all interno dei luoghi di lavoro, con il contestuale divieto per l imprenditore di utilizzare comportamenti che compromettessero i diritti di autotutela del lavoratore: di qui il divieto di atti e di trattamenti, retributivi e non, di carattere discriminatorio di cui agli artt. 15) e 16), essi stessi anticipatori di future e moderne riforme! Il terzo scopo - non meno pregnante - era semplicemente l espressione di una politica di sostegno alle Organizzazioni Sindacali dei lavoratori, che allora si avvertiva come indispensabile, proprio in coerenza con il dettato Costituzionale, nella consapevolezza che il dinamismo dei conflitti richiedeva, da parte dei protagonisti, un continuo confronto con il potere datoriale, capace quest ultimo di incidere negativamente sulle condizioni dei propri sottoposti: il diritto di assemblea sui luoghi di lavoro, quello di propaganda e di proselitismo, quello di affissione, insieme con il divieto, per l imprenditore, di operare il trasferimento del dirigente sindacale da un unità produttiva ad un altra, senza il nulla osta dell Organizzazione sindacale di riferimento (art. 13). Proprio queste garanzie e questi diritti furono l abito confezionato appositamente sul Tuo corpo per dare dignità, appunto, alle variegate compagini dei lavoratori e a chi li rappresentava. I diritti sindacali all interno del luogo di lavoro sono stati una conquista di civiltà ed il Tuo articolo 28) ha rappresentato un agile strumento per ottenere, in tempi rapidissimi, la repressione di quelle condotte che intralciavano l esercizio pratico di tali prerogative. Tu ben sai - caro Statuto - che l articolo 28 è la sola norma del nostro ordinamento che attribuisce una quasi totale libertà al magistrato del lavoro, permettendogli di adottare le misure più acconce (anche se non richieste esplicitamente!) per ripristinare i diritti violati dal datore di lavoro. Naturalmente, in un contesto di tutele qual è quello che ho descritto, non poteva mancare l attenzione verso la salute e l integrità fisica dei lavoratori, con una norma (l articolo 9) che - mi sia concessa una sola citazione integrale - così recita: I lavoratori, mediante loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l elaborazione e l attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica. Il decreto legislativo 626/94 ed il dlgs 81/ quelli cioè che vengono additati, forse con eccessiva enfasi, come le svolte epocali della materia della sicurezza sul lavoro - erano ancora nella pancia del legislatore quando Tu attribuivi ai lavoratori ed alle loro rappresentanze non soltanto il diritto di ficcare il naso nell attività di prevenzione, ma anche quello, più propriamente propositivo, di promozione dell attività di ricerca. Che dire, inoltre, di quel Tuo articolo 13) - che ricorre per la seconda volta - con il quale hai dato una spallata, forte e vigorosa, allo stesso Codice Civile, mutando in radice il testo dell articolo 2103 che, in origine, riconosceva al datore di lavoro il diritto di modificare unilateralmente (senza limiti e, dunque, anche in senso peggiorativo) le mansioni assegnate al lavoratore all atto dell assunzione? Oggi, grazie a Te, i lavoratori possono contare su di una norma che, da un lato, vieta il demansionamento e dall altro attribuisce loro il diritto di svolgere le mansioni superiori alle quali siano stati adibiti (con i conseguenti superiore inquadramento e miglioramento salariale), non dimenticando di subordinare il diritto dell imprenditore al trasferimento del dipendente (prima, esteso ad libitum) alla presenza di comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive. Sono formule, queste, oramai entrate a far parte del nostro linguaggio corrente, patrimonio di tutti, sindacalisti, avvocati, giudici, lavoratori, imprese E di questo dobbiamo rendere grazie anche a Te ed alla Tua inusitata chiarezza. Infine, come non citare il tanto amato/odiato articolo 18) il quale, ad ogni stormir di fronde, subisce l attacco ideologico di chi lo addita come il male da abbattere, in contrapposizione a chi, altrettanto ideologicamente, lo erge ad icona delle lotte e delle conquiste dei lavoratori?! A me, più semplicemente, preme sottolineare l importanza della presenza di una norma che obbliga il datore di lavoro a riprendere con sé un lavoratore che abbia illegittimamente licenziato, per ridare dignità (questo concetto, come vedi, ritorna spesso) a chi l ha persa ingiustamente. Il lavoro - perdonami se sono banale - aiuta a costruire la persona nelle sue più variegate sfaccettature, la eleva socialmente: possiamo, allora, costruire una società solida con la diffusione pandemica del solo germe dell incertezza? Altrettanto chiari occorre esser nel dire che gli steccati ideologici fanno perdere di vista gli aspetti sostanziali dei problemi o, se credi, i nervi scoperti del diritto del lavoro sostanziale e processuale: mi riferisco, ad esempio, alla lentezza della Giustizia (che, giungendo sovente a distanza di anni dal fatto, finisce per rendere impraticabile la stessa reintegra); alla disparità di trattamento fra i lavoratori delle cosiddette piccole imprese e quelli delle imprese più grandi (fra chi ha diritto alla reintegra ed al ripristino, con effetto retroattivo, del rapporto di lavoro e chi invece si deve accontentare di un misero risarcimento); all effettività del diritto alla reintegra (oggi inesistente in quanto, nonostante l ordine di reintegrazione emesso dal Giudice, non v è modo di costringere legalmente l azienda ad eseguirlo fisicamente e materialmente). Evviva il dibattito, dunque, ma al di fuori dei rigidi schemi in cui spesso viene costretto! Rileggendo quanto ho scritto, mi accorgo che, nell enfasi di festeggiarti, ho dimenticato di citare la Tua sorella più piccola, quella riforma del processo del lavoro che vedeva la luce nel 1973 con la legge n. 533: si passava, in quella storica data, da un modello processuale standardizzato (burocratico, legnoso, eterno nei tempi, costoso) ad un sistema di norme moderno ed efficiente (libero nelle forme, agile, veloce e - cosa non da poco - gratuito), nel quale grande importanza rivestiva il ruolo del Giudice, non più mera comparsa, ma attore protagonista della scena processuale. In questo modo - con una coerenza che era d altri tempi - i diritti divenivano realtà nel processo, con il miraggio, per nulla utopistico s intende, di una Giustizia che scandiva i tempi del Lavoro stesso e ne seguiva le sorti: anche questo modello, oggigiorno, è messo fortemente in discussione, ma questa- se permetti- è un altra storia che, magari, scriverò più avanti. A quanti spingono per la Tua abolizione, chiedo se, oggi, i valori che Tu hai protetto esistano ancora e se, di conseguenza, i lavoratori abbiano o meno la necessità di essere tutelati e difesi: chiunque, anche soltanto facendo ricorso alla propria esperienza concreta, è in grado di dare una risposta. Ti voglio bene, caro Statuto, come si ama una persona con la quale si condivide, da molti anni, un percorso, una strada o piuttosto un insieme di valori che, pur con l andar del tempo, non perdono il loro fascino e la loro forza persuasiva e propulsiva. Tanti auguri, dunque, per i Tuoi primi quarant anni. * Jacopo Carmassi, è economista presso l unità di analisi economica di Assonime. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l Università La Sapienza di Roma e il dottorato di ricerca in Diritto e Economia presso l Università LUISS Guido Carli. Nel ha lavorato presso l European Banking Report, osservatorio permanente dell ABI sull industria bancaria e finanziaria in Europa. Dal 2006 al 2008 è stato Visiting Scholar presso il Wharton Financial Institutions Center, University of Pennsylvania; dal 2008 è Fellow del Wharton Financial Institutions Center. È autore di alcune pubblicazioni in tema di regolamentazione e vigilanza bancaria e finanziaria. ** Stefano Micossi, è Direttore generale dell Assonime (dall aprile 1999), e prima direttore generale dell Industria alla Commissione europea ( ), direttore del Centro studi della Confindustria ( ), direttore del settore internazionale del Servizio studi della Banca d Italia ( ), dove aveva lavorato come economista dal Professore al Collegio d Europa, dove insegna il corso base per gli economisti (post-graduate) sull integrazione e il mercato interno (dal 1991, con l intervallo degli anni della Commissione). Membro del consiglio di amministrazione del Ceps di Bruxelles (dal 2002) e del consiglio generale delle Assicurazioni Generali di Venezia (dal 2001). 6

9 DOSSIER UN NUOVO SISTEMA DI GARANZIA DEI DEPOSITI L'assicurazione dei depositi è efficace nella prevenzione del panico bancario, ma indebolisce la disciplina di mercato su management e azionisti e crea azzardo morale. Necessario, dunque, un nuovo schema europeo di garanzia dei depositi per i gruppi bancari cross-border. Se ne analizzano i principi nel secondo dei quattro interventi di sintesi del Rapporto Ceps-Assonime: garanzia limitata ai soli depositi retail, fondo finanziato con contributi basati sul rischio intrinseco delle banche e meccanismi non discrezionali d intervento delle autorità di vigilanza, se il gruppo non è adeguatamente capitalizzato. di Jacopo Carmassi* e Stefano Micossi** Le banche sono intermediari finanziari speciali perché si finanziano attraverso i depositi, strumenti redimibili su domanda e senza perdite. La più lunga scadenza degli attivi bancari rende il rimborso dei depositi difficile in caso di un improvvisa e simultanea domanda di ritiro da parte dei depositanti. La corsa agli sportelli può contagiare altre banche e compromettere la stabilità non soltanto del sistema bancario, ma anche dell intera economia. Per prevenire tale rischio un crescente numero di paesi ha istituito un sistema di garanzia dei depositi, seguendo l esempio degli Stati Uniti che istituirono la Federal Deposit Insurance Corporation nel 1933, dopo una crisi bancaria che vide la temporanea chiusura di tutte le banche. OBIETTIVI E CRITICITA' DEI SISTEMI DI GARANZIA DEI DEPOSITI L assicurazione dei depositi si è dimostrata efficace nella prevenzione dei panici bancari, ma indebolisce la disciplina di mercato sul management e gli azionisti e crea azzardo morale. Infatti, attenua l incentivo dei depositanti al monitoraggio del management della banca; la scarsa attenzione dei depositanti può incoraggiare la banca a scegliere impieghi più rischiosi, dato che i profitti le resteranno, ma le eventuali perdite saranno sostenute dal fondo di garanzia dei depositi e, se questo non bastasse, dai contribuenti. Il disegno ottimale di un sistema di assicurazione dei depositi deve perciò trovare un punto di equilibrio in un difficile trade-off. Da un lato, una protezione insufficiente può minare la fiducia dei depositanti e aumentare il rischio di panico dei depositanti; dall altro, una protezione eccessiva può compromettere la disciplina di mercato e causare azzardo morale, sussidiando una eccessiva assunzione dei rischi da parte delle banche. L azzardo morale è stato aggravato dal fatto che la garanzia è formalmente limitata ai depositi, ma spesso in pratica è stata estesa al gruppo bancario, traducendosi in una promessa implicita, in caso di crisi, di salvataggio pubblico di tutti i creditori e degli azionisti. In generale, i fondi di garanzia sono di dimensioni insufficienti rispetto ai rischi effettivi di fallimento di singole banche (nel caso di crisi sistemica i fondi sono sempre insufficienti); inoltre, i contributi delle singole banche non sono versati ex-ante, ma vengono chiamati solo al verificarsi di una crisi bancaria, con il risultato paradossale che la banca che fallisce non paga alcun contributo. Pertanto, è evidente che i gruppi bancari godono di vasti benefici della licenza bancaria senza pagarne il giusto prezzo. La crisi finanziaria ha evidenziato altre criticità degli schemi di garanzia dei depositi: un basso tasso di copertura dei singoli depositi (ad esempio, in Inghilterra prima della crisi, l assicurazione copriva al cento per cento solo i depositi fino a 2mila sterline di ammontare, e poi il 90 per cento dei depositi tra 2mila e 35mila sterline, senza alcuna copertura per le eccedenze) e l incertezza sui tempi di rimborso possono minare la fiducia dei depositanti; per i gruppi bancari cross-border grandi incertezze hanno riguardato l allocazione delle responsabilità di copertura dei depositanti presso le filiali estere. Solo un nuovo schema europeo di garanzia dei depositi per i gruppi bancari cross-border può affrontare in maniera soddisfacente questi problemi. PRINCIPI PER UN EFFICACE SISTEMA DI GARANZIA DEI DEPOSITI Il nuovo sistema dovrebbe correggere le criticità degli attuali schemi che si sono identificate e ripristinare il giusto prezzo per la licenza bancaria. Primo, la garanzia dovrebbe essere strettamente limitata ai soli depositi retail, escludendo esplicitamente dalla protezione i depositi interbancari, gli altri creditori della banca e gli azionisti. Questo principio è fondamentale per minimizzare l azzardo morale ed evitare che la garanzia sui depositi si trasformi in un sussidio alle attività speculative del gruppo. Secondo, il fondo di garanzia dovrebbe essere finanziato dai gruppi bancari con contributi basati sul rischio intrinseco della banca, determinato dall autorità di supervisione sulla base di una valutazione delle probabilità di fallimento di ciascuna banca, nell ambito del pool delle banche assicurate. La probabilità di fallimento dovrebbe essere valutata con riferimento a un ampio spettro di fattori potenzialmente rilevanti - inclusi la qualità dell attivo e del passivo, la qualità del management e dei sistemi interni di gestione dei rischi e dei controlli, i rischi di controparte, la complessità organizzativa e la stessa dimensione. Si tratterebbe in ogni caso di una valutazione complessiva di tipo prudenziale, svolta dal supervisore, la quale potrebbe dunque tener anche conto delle ripercussioni sistemiche di un possibile fallimento. Il contributo pagato per la garanzia sui depositi diventerebbe così il vero strumento per attribuire un giusto prezzo al rischio bancario, adeguato ai benefici della licenza bancaria e della relativa rete di protezione. Sarebbe anche lo strumento per dotare il fondo di garanzia di risorse sufficienti. Il pagamento anticipato da parte delle banche assicurerebbe una piena internalizzazione dei costi dell assicurazione nelle scelte gestionali della banca. Terzo, l assicurazione dei depositi dovrebbe essere affiancata da meccanismi non discrezionali di intervento da parte delle autorità di vigilanza quando il gruppo bancario non è adeguatamente capitalizzato, sul modello della Prompt Corrective Action introdotta negli Stati Uniti nel Poiché l intero gruppo bancario usufruisce dei benefici della licenza bancaria, gli interventi dovrebbero applicarsi al gruppo nel suo insieme, e non solo alle sue entità legali che raccolgono depositi. Questo strumento è cruciale per impedire che le autorità di vigilanza consentano un progressivo deterioramento delle condizioni del gruppo bancario senza intervenire o intervenendo quando il gruppo è già insolvente. Tratto da: lavoce.info 7

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